Luglio 30th, 2018 Riccardo Fucile
PER ELEGGERLO MANCANO SEMPRE QUATTRO VOTI SE FORZA ITALIA TIENE DURO… TAJANI: “NON POSSIAMO VOTARLO”
A due giorni dal voto della Vigilanza, il nome di Marcello Foa come presidente della Rai infiamma lo scontro politico e divide il centrodestra.
Secondo il deputato del Pd Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza Rai, “la nomina può essere bloccata già domani dalla votazione prevista nel Cda dell’azienda. Se insieme alla consigliera Borioni voteranno no anche il consigliere eletto dai dipendenti Laganà e il consigliere votato da Fdi e Fi Giampaolo Rossi, l’arrogante e pericolosa indicazione di Foa potrà essere respinta al mittente”.
Ma Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, scende in campo a favore di Foa: “Lo voteremo, ci ha convinto la sinistra che sulla lottizzazione dovrebbe vergognarsi”. Insomma, probabilmente Foa supererà lo scoglio del cda – se Rossi voterà come indicato da Meloni – ma il vero dilemma resta la Commissione di vigilanza.
Qui Foa ha bisogno di 27 voti, contando anche i due rappresentanti di Fratelli d’Italia in Vigilanza arriverebbe a 23, ma mancano per il momento i consensi di Forza Italia.
Ma il segnale più importante della giornata arriva da un discorso di Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia nonchè presidente del Parlamento europeo, che incontrando la stampa a Mestre afferma: “Non potremo votare il candidato a presidente Rai indicato dal governo. Avremmo voluto che si fosse seguito un metodo diverso”. Insomma, Forza Italia resiste sul no. E a questo punto, se non interverranno novità , la candidatura di Foa sembra destinata a tramontare.
Il segretario dem Maurizio Martina si augura “che tutte le opposizioni respingano la provocazione che la maggioranza ha messo in atto sulla Rai: quella non è una presidenza di garanzia ma una provocazione. Si possono avere opinioni differenti – continua- sui profili ma non provocare così. Mi auguro che in commissione vigilanza tutte le opposizioni esprimano il loro no forte e chiaro”.
E sul caso Rai, parlando al Senato, interviene anche Matteo Renzi: “Avete tutto il diritto – dice rivolto al governo – di scegliere le persone che volete nei luoghi in cui legge lo prevede, e non come per la presidenza della Rai, in cui occorre avere una maggioranza più ampia di quella che sostiene il governo, e se poi indichi come presidente chi ha come caratteristica quella di parlare male del presidente della Repubblica, dire no ai vaccini e parlare contro l’Europa poi non ti puoi stupire se diciamo ‘fate a meno di noi'”.
Per il presidente della Camera Roberto Fico il problema è la legge che regola la scelta dei vertici della tv di Stato: “Non mi piace – ha detto ai cronisti – perchè assoggetta la Rai al governo”.
(da agenzie)
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Luglio 29th, 2018 Riccardo Fucile
APPELLO DEL PD AGLI AZZURRI: BLOCCHIAMO LA NOMINA IN VIGILANZA
La nomina di Marcello Foa nel cda Rai e la sua indicazione per la presidenza di viale Mazzini sta
assumendo la portata di un pesante scontro politico, non solo tra tutta l’opposizione e la maggioranza giallo-verde.
A spezzarsi potrebbero essere gli ultimi residui legami tra Lega e Forza Italia.
Silvio Berlusconi è furioso con Matteo Salvini per la scelta di un ruolo apicale, che dovrebbe essere di garanzia, senza essere stato consultato: nessuna telefonata diretta, nemmeno una consultazione con gli esponenti azzurri in commissione Vigilanza Rai. Non ci sono stati ambasciatori al lavoro e infine una scelta, quella leghista, di un personaggio così caratterizzato politicamente e culturalmente, lontano da tempo dal mondo berlusconiano.
Ma anche Salvini è irritato con il Cavaliere per il fuoco incrociato dei suoi ormai ex alleati del centrodestra. Compresi i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.
Le stesse parole di Berlusconi nell’intervista che pubblichiamo oggi sono un messaggio che non lascia molto spazio alle interpretazioni: molto difficilmente in commissione Vigilanza gli azzurri voteranno Foa per la presidenza.
La reazione di Salvini che filtra da ambienti della Lega attribuisce a Berlusconi un ipotetico e clamoroso cambio di passo politico e avverte che, se Forza Italia decidesse di votare contro Foa, quindi insieme al Pd, sarebbe chiaro che la prossima alleanza Forza Italia la farà con il Pd.
Una deduzione ardita, un avvertimento dai mille risvolti. Cosa intende Salvini per prossima alleanza? Quella per le regionali d’autunno e della primavera 2019? Oppure è un avvertimento generale che vale per il futuro del centrodestra?
Il vicepremier leghista in queste settimane ha accumulato una buona dose di rabbia nei confronti degli ex alleati. Non ha digerito gli attacchi al governo a prescindere dal merito, l’accusa alla Lega di far passare provvedimenti che le danneggiamo le imprese come il decreto Dignità , di soffiare sul fuoco delle polemiche che arrivano dalle organizzazioni confindustriali territoriali, a cominciare da quelle venete.
Fi infatti ha organizzato cento manifestazioni in giro per l’Italia proprio sui «disastri» del governo giallo-verde, iniziando proprio dal Veneto: domani, a Mestre, Antonio Tajani terrà una conferenza stampa per illustrare l’azione parlamentare contro il decreto Dignità .
In Parlamento in diverse occasione i berlusconiani si trovano a votare insieme al Pd. Sembra questa la prospettiva che si sta preparando in commissione Vigilanza: un’asse contro l’elezione di Foa alla presidenza della Rai.
L’appello del segretario dem Maurizio Martina va in questa direzione: «Tutte le opposizioni devono reagire a questa forzatura».
Se effettivamente si dovesse saldare tutta l’opposizione, Foa non avrebbe alcuna possibilità di farcela, come conferma Giorgio Mulè, tra i forzisti che siedono in commissione dove mercoledì si voterà . F
oa deve ottenere la maggioranza di due terzi dei componenti della Vigilanza ovvero 27 su 40 voti. M5S e Lega ne hanno solo 21: sono necessari quindi i 7 voti di Fi.
Nella Lega pensano che Fi voglia trattare altre nomine, dentro e fuori la Rai: alzare la posta per ottenere ruoli strategici a viale Mazzini ora che arriverà l’infornata di nuovi direttori e vicedirettori di rete e delle testate giornalistiche.
(da “La Stampa”)
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Luglio 28th, 2018 Riccardo Fucile
RIPRENDE SPESSO I TWEET DI FRANCESCA TOTOLO, IDEATRICE DELLA BUFALA SULLO SMALTO DI JOSEFA… E QUESTO DOVREBBE FARE IL PRESIDENTE DELLA RAI
Abbiamo avuto a che fare con Francesca Totolo negli scorsi giorni, quando i media hanno
smontato la bufala da lei ideata sulle unghia smaltate di Josefa.
In un’intervista alla Stampa la Totolo, che scrive per Il Primato Nazionale (foraggiato da Casapound) e che è – per sua stessa ammissione – vicino a molti account twitter finti ma ben attivi nel rilanciare e far diventare virali notizie spesso, se non sempre, inventate, ha fatto lei stessa uno screen del servizio del tg dove si vedeva Josefa con le unghia rosse e ha cavalcato il “dubbio” che non fosse veramente una migrante ma un’attrice protagonista di una messinscena.
La bufala è stata abbondantemente smontata, ma tra i sostenitori della Totolo (ma c’è da vedere, sempre per il principio del ragionevole dubbio, quanti di questi account siano gestiti da persone vere) è circolata a lungo e con forza, tanto da diventare per i complottisti anti Ong un’ennesima prova del grande complotto foraggiato da Soros per l’africanizzazione dell’Europa, qualunque cosa voglia dire.
E fa riflettere che, come fa notare il giornalista David Allegranti, tra i “retwittatori seriali” della Totolo ci sia anche il neoeletto presidente della Rai, Marcello Foa.
Tra i retweets, compaiono anche molte frecciate alle Ong, definite non più taxi ma “pirati” del mare.
Che dire, crediamo sia lecito aspettarci notizie sui bambolotti e sulle unghia non più rilanciate da qualche nera pagina twitter, ma direttamente dall’edizione serale del Tg1.
(da Globalist)
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Luglio 28th, 2018 Riccardo Fucile
UN COLLEGA: “DA UN GIORNO ALL’ALTRO E’ DIVENTATO UN SOVRANISTA PUTINIANO”… OTTIMO, NEL SOLCO DELLA PATACCA DEL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO
Il giorno dopo l’annuncio di Marcello Foa presidente della Rai è quello dei segnali di guerra.
Tra i ritratti più interessanti dell’ex inviato del Giornale poi passato a fare l’amministratore delegato del Corriere del Ticino e oggi approdato sulla poltrona di garanzia di viale Mazzini ci sono le poche righe che gli dedica un collega citato dalla Stampa:
«Da un giorno all’altro, non l’ho più riconosciuto: era diventato un sovranista putiniano fatto e finito», racconta una collega italiana. «Ci crede davvero o ha fiutato che il vento soffiava in quella direzione? Non lo so. Di certo, l’ha capito prima di altri», chiosa un collega svizzero.
E in effetti la storia professionale di Marcello Foa dimostra di essere “erede di quella tradizione di giornalismo indipendente e conservatore che oggi difficilmente si riconoscerebbe nei sovranisti, ma anche assiduo frequentatore dei convegni dell’associazione di Alberto Bagnai, a/Simmetrie, di cui ora è vicepresidente, incubatore culturale di quel movimento anti-euro che poi la Lega ha assorbito”, come scrive Stefano Feltri oggi sul Fatto.
Che poi ricorda un suo attacco a Report di qualche tempo fa:
Chissà che presidente sarà in Rai. Nel suo blog Foa se n’è occupato di rado. A novembre 2017 se la prende per esempio con Repor t di Sigfrido Ranucci, per un twe et di lancio della puntata: “Affermare che la soluzione ai mali italiani è la costituzione degli Stati Uniti d’Europa, non ha nulla dell’inchiesta, è opinione; e forte, molto forte. Che sia pane per un quotidiano come Repubblica o il Fatto Quotidiano, ci sta. Che lo facciate voi è in accettabile”. Ora potrà discuterne con Ranucci e con gli altri giornalisti Rai dalla poltrona della presidenza.
Marcello Foa attualmente è in vacanza in Grecia con moglie figli ma certo rientrerà in Italia prima di mercoledì primo agosto quando la commissione di vigilanza Rai, se ci saranno i 27 voti necessari su 40, lo autorizzerà a salire nell’ufficio presidenziale del settimo piano di viale Mazzini.
La differenza la faranno i 7 consiglieri di Forza Italia tra i quali c’è anche il portavoce dei parlamentari azzurri, Giorgio Mulè, che ha lavorato per anni con Foa al Giornale: «Dicono che Forza Italia non mi voterà ? Non so niente, sono completamente fuori da queste dinamiche. Ho sempre fatto gli Esteri, non mi sono mai occupato di politica italiana».
Foa finisce oggi anche nel mirino di Roberto Burioni per le sue parole sui vaccini, per una serie di dichiarazioni rilasciate per il video “MANIPOLAZIONE INFORMAZIONE SANITARIA MARCELLO FOA” del canale Crescere Informandosi:
Il neo-presidente della RAI, Marcello Foa, in questa intervista inanella — parlando di vaccini — una serie di menzogne inqualificabili. In Svizzera la gente non si vaccina ma sta ugualmente bene, il morbillo è una sciocchezza, dodici vaccini sono troppi (gliel’ha detto un suo amico), fanno venire le allergie, provocano uno shock, danneggiano l’equilibrio del sistema immunitario. Insomma il repertorio solito dei cavernicoli antivaccinisti, che hanno fatto dell’ignoranza e dell’egoismo la loro regola di vita.
Dopo avere sparato questa serie incredibile di falsità , dice che in molti stati la gente si vaccina spontaneamente. Certo, lo fa perchè è informata correttamente.
Se questo signore si crede di potere fare disinformazione mortale con i soldi del nostro canone, magari affidando la comunicazione su questi temi delicatissimi ai cialtroni che gli hanno detto queste baggianate (alle quali lui, giornalista, ha avuto la colpa di credere, visto che le fonti dovrebbe saperle distinguere), si sbaglia.
La nomina in mano a Forza Italia
Ma proprio il fatto che le dichiarazioni di Mulè (“Giudicheremo dai fatti”) siano piuttosto morbide fa pensare che l’accordo con Forza Italia sul nome di Foa sia arrivato prima dell’annuncio di ieri.
Proprio per questo non ci saranno molti problemi prima di vedere il primo sovranista alla presidenza della RAI.
Fratelli d’Italia invece fa sapere di non essere stata coinvolta nella nomina, a dimostrazione del fatto che ormai il partito della Meloni è sempre più staccato dalla Lega, che ha individuato come il suo primo e più importante concorrente sul mercato dei voti.
Intanto i gialloverdi sfogliano la margherita delle altre nomine. Repubblica scrive che in ballo per il TG1 c’è Gennaro Sangiuliano, giornalista e saggista (è autore, tra le altre, delle biografie di Putin e di Trump), 56 anni, vicedirettore dal 2009.
Dal 1996 al 2001 ha diretto il quotidiano Roma, nel 2002 è stato vice di Vittorio Feltri a Libero. Entrato in Rai nel 2003 con Augusto Minzolini, è stato inviato su diversi fronti di guerra.
Un altro nome in corsa è Alberto Matano: giornalista e uno dei volti noti del Tg 1 delle 20, 45 anni, conduce anche su RaiTre la trasmissione «Sono innocente». Amico di Vincenzo Spadafora, il sottosegretario M5S alla presidenza del Consiglio molto vicino a Luigi Di Maio, è considerato tra gli emergenti della nuova Rai.
In pole pure Mario Giordano, giornalista e autore di diversi saggi di successo, 52 anni, è stato direttore di Studio Aperto dal 2004 al 2007 e del Tg4 dal 2014 al 2018. In passato ha anche guidato II Giornale.
Tra le possibili sorprese c’è Alessandro Giuli, giornalista con studi filosofici alle spalle, 42 anni, che ha iniziato la carriera professionale al Foglio di Giuliano Ferrara nel 2004 come redattore politico. Nel 2008 è diventato vicedirettore mentre dal febbraio 2015 al gennaio 2017 è stato condirettore.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 27th, 2018 Riccardo Fucile
I RAPPORTI CON LEGA E M5S, GLI ARTICOLI PER I MEDIA DI MOSCA, L’INCONTRO CON BANNON
Giusto dieci giorni fa Marcello Foa annunciava querela contro L’Espresso: oggi è stato indicato dal governo gialloverde come nuovo presidente della Rai.
Nell’ inchiesta di Vittorio Malagutti sulla rete dei sovranisti europei, L’Espresso aveva infatti raccontato i rapporti tra Foa, il mondo leghista, quello pentastellato e le voci di Putin in Italia.
L’inchiesta partiva da Sestu, vicino a Cagliari, dove ci sono gli uffici della Moving Fast Media, società da cui dipende il sito di news “Silenzi e Falsità ” che dichiara l’ambizioso obiettivo di raccontare “quello che i media non dicono”.
La linea politica del sito è chiara. Pieno appoggio al governo Conte e titoli enfatici per attaccare quelli che vengono descritti come i nemici dell’esecutivo, partiti o giornali.
A tirare le fila dell’iniziativa è Marcello Dettori, 28 anni, fratello di Pietro, classe 1986, a lungo collaboratore di Gianroberto Casaleggio e poi di suo figlio Davide, oggi uno dei quattro soci della piattaforma Rousseau.
Anche Marcello Dettori, il gestore di Silenzi e Falsità , ha lavorato due anni (da ottobre 2013 a dicembre 2015) alla Casaleggio associati.
Moving Fast Media è stata costituita pochi mesi fa, a dicembre del 2017, ma nel frattempo il più giovane dei Dettori si era già messo in proprio come consulente.
Tra i clienti, tre in tutto, compare anche una società di Lugano: la MediaTi holding.
A questa sigla fa capo il più importante gruppo editoriale della Svizzera italiana, proprietario del Corriere del Ticino, un quotidiano, a cui si aggiungono televisione, radio e un sito di news
Che cosa c’entra il consulente a Cinque Stelle con questi media che battono bandiera elvetica? C’è un nome, una persona, che fa da anello di congiunzione tra due mondi in apparenza distanti.
È appunto Marcello Foa, amministratore delegato della Società editrice del Corriere del Ticino, che l’anno scorso ha assorbito MediaTi holding.
Doppia cittadinanza, italiana e svizzera, giornalista, blogger e saggista, il nuovo presidente della Rai ha 55 anni ed è impegnato in prima linea nella battaglia sovranista.
Ha lavorato a lungo per il Giornale, alla redazione esteri e come responsabile del sito. Poi, nel 2011, il salto a Lugano, da manager di punta del gruppo Corriere del Ticino.
Foa non ha mai nascosto il suo sostegno a Salvini, mentre sul fronte Cinque Stelle i legami con Dettori junior si sono consolidati nel tempo.
Il sito Silenzi e Falsità ospita spesso interventi del giornalista italo-svizzero.
Sulla sua pagina Facebook, il manager del Corriere del Ticino non manca mai di segnalare anche i suoi interventi da opinionista per Russia Today, la tv via satellite in lingua inglese controllata dal governo di Mosca.
Foa conosce bene Salvini. Il 14 giugno scorso, l’ultimo libro di del giornalista (“Gli stregoni della notizia, atto secondo”) è stato presentato a Milano e il ministro dell’Interno, annunciato come “special guest”, si è materializzato con un videointervento.
L’incontro pubblico è stato organizzato, secondo quanto recita la locandina, dall’Associazione Più Voci, la stessa che, come rivelato da L’Espresso , ha ricevuto un contributo non dichiarato di 250 mila euro dal costruttore Luca Parnasi, arrestato tre settimane fa.
Molto meno pubblicizzata è stata la presenza di Foa a un altro evento dal significato politico ben più rilevante
L’8 marzo scorso, pochi giorni dopo le elezioni, a Milano è sbarcato Steve Bannon, il guru sovranista già vicino a Donald Trump, che ha fatto visita a Salvini. Tra i pochi ammessi all’incontro c’era anche Foa.
(da “L’Espresso”)
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Luglio 25th, 2018 Riccardo Fucile
TENSIONE SU PRESIDENTE E TG1
Sullo schema della “grande spartizione” esplode l’ufficio di presidenza della Vigilanza, alla sua
prima convocazione.
Col presidente Alberto Barachini che chiede il “rispetto della regole” sulla Rai e chiama in audizione i ministri Tria e Di Maio.
Perchè, in base alla legge, spetta all’amministratore delegato nominare i direttori delle testate, mentre al consiglio di amministrazione spetta un parere vincolante a maggioranza di due terzi.
E, questo il sottotesto, non si era mai vista una trattativa a palazzo Chigi sull’intero pacchettone, con la scelta del nuovo amministratore contestualmente ai direttori dei Tg.
Un metodo che vincola il nuovo ad essere, di fatto, l’esecutore delle scelte dei partiti.
La ricaduta di questo inasprimento con le opposizioni è un problema “a monte”, sulla presidenza perchè il presidente deve essere votato dai due terzi della vigilanza (26 voti), e dunque serve una condivisione con le opposizioni: “Il punto— spiegano fonti vicine al dossier — è che Lega e Cinque stelle non hanno trovato, al vertice di palazzo Chigi, una quadra tra di loro sulle nomine e non hanno proposto agli altri una trattativa ordinata su un nome condiviso”.
Il problema irrisolto resta il nome di Giovanna Bianchi Clerici, ex parlamentare della Lega diversi lustri fa, già in un cda Rai dell’era Berlusconi, complicato da digerire per un pezzo dei Cinque stelle che, nel segreto dell’urna, potrebbero farla saltare.
Sul nome poi, e non è un dettaglio, non è stata intavolata una trattativa seria con Forza Italia.
Per non parlare del Pd che non la vede come presidente di garanzia.
Per uscire dall’impasse, dopo il nome di Giancarlo Mazzi è circolato per quella carica, in uno di quei giorni confusi in cui tutti parlano con tutti, anche quello di Giovanni Minoli, che certo potrebbe essere gradito da Forza Italia e Pd (che lo voleva come componente del cda).
Ma la soluzione è impraticabile: “Serve una donna — proseguono le stesse fonti — perchè la normativa dice che due terzi del cda devono essere femminili. Ce ne sono due, serve almeno la terza. E dunque va cercata, e al momento sembra non esserci, una donna alternativa alla Bianchi Clerici”.
C’è tempo fino a venerdì, giorno in cui è convocata l’assemblea dei soci, per comporre il pacchettone, che “a valle” al momento contiene un altro ostacolo che pare insormontabile.
È il Tg1 il terreno della battaglia sotterranea all’interno della maggioranza. Salvini, abile negoziatore, ha vincolato alla guida dell’ammiraglia il via libera a tutto il resto, assieme, ovviamente, al Tgr.
Il “dream name” del populismo di governo è Mario Giordano, l’ex direttore del Tg4, tolto dagli schermi Mediaset perchè troppo sovranista.
Complicato, per i Cinque stelle, mollare la casella non rinunciando a rivendicare il peso proprio del primo partito di governo. A cascata resta aperta la questione delle altre reti, degli altri Tg e anche delle “fasce” di maggior ascolto, in un frullatore dei nomi e di ipotesi che trapelano dai palazzi della politica.
Milena Gabanelli che resta un nome forte per il Tg1, ma anche per un programma, subito dopo il Tg, nella fascia che fu di Enzo Biagi.
In mezzo c’è la questione del direttore generale. L’unica certezza è che ormai la rosa si è ristretta a tre nomi.
E che sono in atto colloqui approfonditi con i diretti interessati. Secondo i ben informati la tensione con Salvini avrebbe fatto scendere le quotazioni di Fabrizio Salini, che pur gode della stima di Di Maio e anche dell’apprezzamento di Tria. Mentre salgono quelle di Andrea Castellari (Viacom International Media Networks Italia) e resta stabile Marcello Ciannamea, il direttore dei palinsesti.
Ma gli stessi ben informati, avvezzi alle trattative, alle loro tattiche e ai loro stop and go suggeriscono, per orientarsi nella nebbia, di tenere come bussola il Tg1.
Una volta che c’è la quadra, se non sul nome comunque sul partito a cui spetta, il resto si chiude in un minuto.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 24th, 2018 Riccardo Fucile
NON SOLO IL CDA, LA LOTTIZZAZIONE RAGGIUNGE ANCHE I DIRETTORI DI RETE E TG
Le nomine dei Tg piombano sul tavolo del vertice di palazzo Chigi, convocato sul tema delle
nomine Rai. Tg1, Tg2, Tg3, ovvero la guida dell’informazione, caselle cruciali nell’anno della campagna sovranista di qui alle europee.
È l’intero “pacchettone” che il leader della Lega vuole negoziare, contestualmente alla nomina del nuovo direttore generale e alla scelta del nuovo presidente, figura più di prestigio che di potere reale.
Che, in sostanza, “vincola” il nuovo dg, qualunque manager sia, ad applicare il Cencelli del cambiamento scelto dai leader di partito.
Di questo parleranno nel vertice i due vicepremier con Conte e il ministro dell’Economia Giovanni Tria, colui che materialmente dovrà nominare i due membri del cda mancante, uno dei quali (da prassi) è il nuovo dg, l’altro il nuovo presidente. Fonti dentro la trattativa spiegano prosaicamente: “La priorità di Salvini è l’assetto dell’informazione. Chiuso su quello, su direttore generale e presidente l’accordo si raggiunge in un minuto”.
Anche sulla nomina di Fabrizio Salini, ex Fox ed ex La7, molto gradito a Di Maio, perchè lo considera un profilo innovativo e al passo con i tempi.
Detto ancora più prosaicamente, la richiesta del leader leghista, è il Tg1, l’ammiraglia dell’informazione italiana più, ovviamente, i Tgr, la casella che, di fatto, si è liberata perchè l’attuale direttore Andrea Morgante andrà a Tv2000, l’emittente di proprietà della conferenza episcopale italiana.
Il tetto dei compensi a 240mila euro poco si presta a realizzare il sogno sovranista di portare in Rai Mario Giordano, l’ex direttore del Tg4, tolto dagli schermi del Biscione perchè troppo “sovranista” e nominato direttore delle strategie e sviluppo dell’informazione Mediaset.
Sia come sia, la casella è il cuore della trattativa. Prosegue la fonte: “I Cinque stelle non possono mollare il Tg1, perchè rivendicano il proprio peso di primo partito”.
Uno degli schemi graditi ai pentastellati, riproduce un vecchio classico: il Tg1 al primo partito di governo (dunque i Cinque Stelle, come una volta era per la Dc o Forza Italia), il Tg2 all’alleato (dunque la Lega, come una volta accadeva col Psi o An), Raitre alla sinistra, ma con qualche innesto.
Il nome per la madre di tutte le nomine al Tg1, è quello di Milena Gabanelli, la prima scelta sulla presidenza che fosse spettata ai Cinque stelle.
Nome che, rispetto alle figure del salvinismo televisivo, avrebbe un effetto meno dirompente sul Tesoro e sul Quirinale, verso il quale Di Maio vorrebbe evitare di aprire fronti polemici sul più istituzionale dei tg, anche se il capo dello Stato su questa vicenda non è stato interpellato neanche in via informale.
La seconda rete, in questo schema, andrebbe alla Lega. I nomi più accreditati sono quello di Alessandro Giuli, giornalista e intellettuale sovranista e attuale co-conduttore di Night-Tabloid, come possibile direttore di Tg o di Rete, se al Tg dovesse andare Gennaro Sangiuliano, l’attuale vice-direttore del Tg1 molto gradito a Matteo Salvini.
L’idea, su Raitre, è di tenerla comunque in quota opposizione, inserendo il giornalista di Raiuno Alberto Matano come vicedirettore di Rete, anche se il suo nome è molto gradito al gotha dei Cinque stelle di governo.
Questione di opportunità , perchè una sua nomina al Tg3 renderebbe inevitabili i titoli sull’occupazione totale del servizio pubblico.
Prima ancora dei nomi la novità è nel metodo. Perchè mai la trattativa ha riguardato, tutt’assieme, la scelta dei vertici aziendali e dei vertici dell’informazione.
Oltre a Fabrizio Salini, gli altri nomi che saranno passati al vaglio, si sono ristretti alle dita di una mano: Gian Paolo Tagliavia, l’attuale responsabile del digitale molto stimano da Milena Gabanelli; l’altro è Marcello Ciannamea, attuale direttore del Palinsesto; il terzo è Andrea Castellari, attualmente alla guida di Viacom international.
La sensazione è che il nome più forte resti quello di Fabrizio Salini, su cui solo due giorni fa l’accordo era chiuso, perchè viene visto, per idee e professionalità , come un interprete del cambiamento.
Era chiuso, prima cioè che una parte dei Cinque Stelle facesse trapelare una certa insofferenza sulla presidenza a Giovanna Bianchi Clerici, ex parlamentare della Lega di Bossi e consigliere nel cda Rai dell’era Berlusconi-Saccà .
In alternativa c’è il nome di Giancarlo Mazzi, ex socio di Lucio Presta e direttore artistico del Festival di Sanremo, ai tempi di Flavio Cattaneo, amico anche di Ignazio La Russa.
Il suo nome, qualche tempo fa, circolava anche come candidato al ruolo di dg in quota Lega.
Per Di Maio, comunque, assicurano i suoi più vicini, il nome della Bianchi Clerici non è un ostacolo sulla via dell’accordo. Il nodo vero sono i Tg. E non è detto assolutamente che si chiuda oggi. L’assemblea dei soci è convocata per venerdì. Ci sono ancora due giorni per definire il pacchettone.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 17th, 2018 Riccardo Fucile
GASPARRI ALLA GIUNTA DELLE ELEZIONI, GUERINI AL COPASIR… MANUALE CENCELLI PER DEFINIRE TUTTE LE ALTRE POLTRONE
Al termine del lungo pranzo di Arcore Fedele Confalonieri, il via libera è arrivato a tutti i titolari
della “grande trattativa”, il tradizionale rito che, anche in pieno governo di cambiamento, si perpetua con i rituali di sempre. E consente di chiudere l’accordo sulle commissioni di “garanzia”.
Il candidato per la Vigilanza Rai è Alberto Barachini, ex giornalista Mediaset e stretto collaboratore di Silvio Berlusconi.
Dunque, il Cavaliere ha rinunciato a Maurizio Gasparri, figura complicata da digerire per i Cinque Stelle (e di conseguenza per tutta la maggioranza gialloverde), perchè troppo associabile agli anni del berlusconismo di governo, e padre di una legge tra le più divisive, che ai tempi fu rimandata dal capo dello Stato alle Camere.
Dire che l’ex premier si è stracciato le vesti di fronte a questo insormontabile veto non sarebbe esatto, perchè in fondo Barachini — sempre del partito Mediaset di tratta — dà le stesse garanzie e, al tempo stesso, favorisce anche quel rinnovamento interno, di volti e ruoli che ha investito tutte le principali cariche di Forza Italia.
L’ex ministro invece, sacrificato sul dossier televisivo, andrà alla Giunta delle elezioni del Senato, che spetta sempre alle opposizioni.
Era il punto di più delicato di questa complicata trattativa, come è sempre delicato ciò che investe il tema televisivo quando c’è di mezzo Berlusconi.
Punto foriero di una grande tensione all’interno di Forza Italia e con la Lega che, fino all’ultimo, ha tenuto aperto il negoziato. Non a caso, solo alla fine il Carroccio ha comunicato i nomi dei suoi componenti in Vigilanza, tenendo aperta la possibilità di un rinvio della votazione.
Perchè non sono poche le caselle su cui chiudere l’accordo. Al Copasir, ormai è un dato acquisito, sarà eletto Lorenzo Guerini, il renziano mite, già portavoce della segreteria di Renzi, detto “il Forlani di Matteo” per la sua arte della mediazione. A Fratelli d’Italia spetterà invece la giunta per le elezioni della Camera.
La trattativa, a tarda ora ancora in via di definizione, riguarda i quattro componenti del consiglio di amministrazione della Rai (due saranno nominati dal Tesoro e uno eletto dai dipendenti Rai nei prossimi giorni).
Lo schema prevede che a Forza Italia non ne spetti nessuno, perchè ha incassato la Vigilanza e ha ottenuto un “togato” del Csm (che si vota dopodomani).
Degli altri, due (uno alla Camera, uno al Senato) spettano alla maggioranza, due alle opposizioni, Pd e Fratelli d’Italia: “Fratelli d’Italia — dicono fonti vicine al dossier — ha indicato Giampaolo Rossi, un intellettuale d’area. Il candidato del Pd è ancora in definizione, perchè non c’è una sola voce tra chi vorrebbe confermare un uscente, tipo Rita Borioni e chi, come l’ala più renziana, puntare su un nome nuovo. C’è tempo fino a domani mattina”.
Il problema riguarda la maggioranza. Perchè i Cinque stelle hanno “eletto” due nomi, Beatrice Coletti e Paolo Cellini, attraverso la mitica piattaforma Rousseau.
Una scelta che archivia le polemiche sui due nomi “chiacchierati” della cinquina messa in votazione: quello della giornalista Claudia Mazzola, l’inviata del Tg1 brutalmente apostrofata nel 2014 come autrice di “servizietti”, e successivamente apprezzata dai vertici pentastellati; e quello dell’avvocato Paolo Favale, ex dirigente Rai che si è appena visto riconoscere dalla Cassazione come illegittimo il suo licenziamento per motivi sindacali
Sia come sia, due nomi dei Cinque stelle escluderebbero un consigliere della Lega, almeno tra quelli eletti dal Parlamento (due ne nominerà il Tesoro nei prossimi giorni e uno i dipendenti Rai). E questo è il punto.
Proseguono le stesse fonti: “La partita incrocia la nomina dei vertici Rai. Se cioè va in quota Lega il direttore generale, che è più importante e implica la rinuncia a un componete del cda o il presidente che comunque uscirà dai nomi indicati dal Tesoro”. È una trattativa ancora in fieri, che brucia nomi e schemi, nell’ambito del “Great game” più generale che investe anche Ferrovie, Cpd, i veri assetti del potere italiano. Perchè Salvini, prima di dare il via libera a uno solo di questi dossier, vuole garanzie complessive.
Tradotto: se in Cdp incassano i Cinque stelle, su Ferrovie o Rai deve essere “compensata” la Lega.
Tornando alla Rai. Tra i possibili presidenti della Rai circola anche Giovanna Bianchi Clerici, già parlamentare della Lega, già membro del cda di Viale Mazzini una decina di anni fa, attualmente componente dell’Autorità Garante della Privacy, figura ad alto tasso di politicizzazione, che poco si presta alla narrazione del “via i partiti dalla Rai”. Il nodo vero però riguarda il direttore generale, perchè il “tetto” al compenso per i dipendenti pubblici a 240mila euro non è un incentivo per coinvolgere i “manager dei sogni” pentastellati come Fabrizio Vaccarono, il Country manager di Google Italia. Resta sul tavolo Fabrizio Salini, ex direttore di La7 e prima ancora di Sky uno.
Ma prende forma anche l’ipotesi di una soluzione interna. Luigi Di Maio ha ricevuto molti apprezzamenti sulla figura di Gian Paolo Tagliavia, il responsabile per le attività digitali della Rai, un “tecnico” nominato da Campo Dall’Orto.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 16th, 2018 Riccardo Fucile
236 CURRICULUM PRESENTATI, MA I 5 DA SOTTOPORRE AL VOTO LI HANNO SCELTI I VERTICI NON LA BASE
Mercoledì il Parlamento eleggerà i membri del nuovo Consiglio di Amministrazione della Rai. L’elezione avverrà con sistema previsto dalla riforma del 2015 della Rai e del Servizio pubblico radiotelevisivo voluta da Matteo Renzi.
Due componenti del CdA saranno eletti dalla Camera, due dal Senato, altrettanti verranno nominati dal Consiglio dei Ministri e uno invece verrà eletto dai dipendenti di viale Mazzini.
Il consiglio d’amministrazione provvederà poi a nominare, su proposta dell’assemblea dei soci (Siae e Ministero dell’Economia), l’amministratore delegato dell’azienda.
La riforma del 2015 ha diminuito il numero di consiglieri (da 9 a 7) e notevolmente aumentato il peso della politica e del governo all’interno dell’Azienda, dando maggiori poteri alla figura dell’ex Direttore Generale.
In precedenza i nove consiglieri erano designati, in numero di sette, da parte della Commissione parlamentare di vigilanza e i restanti due, tra cui il presidente del cda, dal Ministero dell’Economia e della Finanza.
Oggi il MoVimento 5 Stelle ha annunciato che saranno gli attivisti — tramite Rousseau — a scegliere i quattro nominativi (due per ogni ramo del Parlamento) che deputati e senatori a 5 Stelle proporranno all’Aula mercoledì.
I vertici del M5S hanno scelto, in maniera come sempre trasparente, la rosa dei cinque candidati da proporre sul “sistema operativo” del partito di Grillo e Casaleggio. E non deve essere stata una selezione facile. In totale sono stati 236 i curriculum degli aspiranti membri del consiglio di amministrazione presentati sui siti di Camera e Senato. Le candidature alla Camera sono state 196, quelle al Senato 169 al Senato (129 quelle presentate sia a Montecitorio che a Palazzo Madama).
Non è chiaro come si sia arrivati a sole cinque candidature, sul suo sito ufficiale il MoVimento spiega che «è stata fatta una prima scrematura e sono stati individuati dei profili pronti ad impegnarsi nella realizzazione della nostra visione di tv pubblica facendo del merito il principale criterio di selezione».
Ecco perchè invece che far decidere ai cittadini («gli italiani sono i datori di lavoro dell’azienda» si legge sul Blog) come di consueto la decisione è già stata presa e gli utenti dovranno solo ratificarla.
I cinque nomi scelti (ne saranno votati solo quattro) sono: Paolo Cellini, Paolo Favale e Claudia Mazzola (che hanno presentato la candidatura in entrambe le camere); ci sono poi Beatrice Coletti (che si è candidata solo al Senato) ed Enrico Ventrice (che ha depositato il curriculum solo alla Camera).
Di fatto quindi il MoVimento ha già deciso chi sarà ad essere candidato per il CdA, e con il solito giochino della democrazia diretta gli attivisti avranno l’impresso di avere nelle loro mani la decisione.
Non è detto poi che su quei quattro nomi votati su Rousseau la maggioranza gialloverde troverà una convergenza.
Si può ipotizzare che la scrematura abbia lasciato in piedi le candidature gradite anche alla Lega (o ad altre forze politiche). Se così fosse però la Rai sarebbe già stata spartita secondo i tanto disprezzati “canoni cencelliani”.
Senza dimenticare che il Governo Lega-M5S dovrà in ogni caso trovare un accordo per eleggere altri due dei sette membri del CdA.
Il MoVimento teme che la Lega, sicuramente più esperta in questo genere di giochi, possa fare qualche brutto tiro. Nel dubbio punta a occupare il maggior numero di poltrone possibile. Ed un tecnico eletto da una maggioranza politica, anche se scelto in base alle competenze, rimarrà in ogni caso legato a quella maggioranza.
(da “NextQuotidiano”)
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