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SANITÀ ALLA VENETA, A PADOVA SEPARANO I DUE OSPEDALI E AUMENTANO LE SPESE: UN DEFICIT DI 500 MILIONI

Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile

FAVORI A PRIMARI E SISTEMI CLIENTELARI: NON SIAMO AL SUD, MA NELLA RICCA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA DI ZAIA… SISTEMA SANITARIO VENETO AL COLLASSO, A RISCHIO COMMISSARIAMENTO… IN VISTA IL RITORNO DELL’ADDIZIONALE REGIONALE SULL’IRPEF: ALTRO CHE “MENO TASSE PER TUTTI”

Dal Veneto virtuoso, dalla ricca Padova, arriva questa storia che molti hanno visto, ma nessuno ha ancora raccontato.
Nella città  del Santo ci sono due ospedali: l’Azienda ospedaliera di Padova, polo di grandi dimensioni con al suo interno anche le cliniche universitarie; e l’ospedale Sant’Antonio, piccola struttura che si è sviluppata dal vecchio istituto ortopedico della città .
Tra i due ospedali ci sono più o meno 800 metri.
Esistono, in altri grandi poli sanitari, padiglioni dello stesso ospedale che sono anche più distanti.
Il buon senso e la buona gestione avrebbero consigliato la loro unificazione. E infatti erano già  da tempo comuni alcuni servizi, come l’emergenza, la radiologia, i laboratori, la farmacia.
Poi è arrivata un’inversione di marcia.
Nel luglio scorso, le due strutture sanitarie sono state nettamente separate: l’Azienda ospedaliera da una parte, il Sant’Antonio dall’altra.
Poichè quest’ultimo è troppo piccolo, è stato accorpato a due strutture ancor più piccole: l’ospedale di Piove di Sacco (che sta a 25 chilometri di distanza e che dovrebbe servire non il bacino di Padova, ma quello di Chioggia, a cui era infatti collegato); e un ospedaletto di Abano Terme.
Risultato della divisione: i due ospedali di Padova offrono ai cittadini un servizio peggiore, perchè la separazione impedisce le sinergie, i risparmi, la condivisione di alcuni servizi.
Adesso entrambi devono fare tutto, ma con lo stesso personale di prima.
La carenza di medici e infermieri ora si sente. In compenso è raddoppiato il “personale apicale”, cioè i primari…
Che pacchia! Che clientele!
Attenzione. Ripetiamo per chi si fosse distratto: non stiamo parlando della sanità  siciliana, o calabrese, ma della ricca Padova, nel virtuoso Veneto.
Ora un padovano che abbia bisogno di un ricovero può scegliere tra le due strutture.
Magari sceglie il Sant’Antonio, puntando sulle dimensioni più piccole e sperando in tempi più rapidi.
Salvo poi accorgersi che se deve fare una coronarografia, non dovrà  andare 800 metri più in là , ma a 25 chilometri, all’ospedaletto di Piove di Sacco che, in un sistema funzionante e non demagogico (o clientelare…?), sarebbe stato tranquillamente chiuso per razionalizzare il servizio ai cittadini ed evitare gli sprechi.
Le malelingue, poi, dicono che molte ragioni della stramba ristrutturazione stanno ad Abano Terme, nella piccola casa di cura diventata magicamente “policlinico” che, dopo l’accorpamento padovano, ha permesso di accontentare economicamente qualche primario e di sistemare qualche “figlio di”.
Se questo è ciò che succede a Padova, come stupirsi, allora, del contesto generale della sanità  veneta…?
Il sistema intero è al collasso, tanto che sta per essere commissariato: da Roma ladrona e centralista (il ministero dell’Economia), visto ciò che hanno combinato i federalisti amministratori locali berlusconian-padani.
Perdite dell’ultimo anno: attorno ai 500 milioni.
Su una spesa totale di 10 miliardi (oltre l’80 per cento del bilancio regionale del governatore Luca Zaia).
Risultato: Roma imporrà  un commissario e il ripristino (maggiorato: era 0,5, sarà  0,9) dell’addizionale regionale sull’Irpef, abolita dall’ex governatore Giancarlo Galan a fine mandato.
Altro che “meno tasse per tutti”…
Tutta colpa di Galan…?
Ma non è il leghista Flavio Tosi il grande manovratore della sanità  in Veneto…?

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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UN DISPERATO QUALUNQUISMO

Dicembre 30th, 2010 Riccardo Fucile

DITE LA VERITA’ AL PAESE: LE COSE NON VANNO BENE E IL PANORAMA E’ SCONFORTANTE….PAGHIAMO MALI ANTICHI, MA OCCORREREBBE UN BILANCIO IMPIETOSO E UN GENERALE ESAME DI COSCIENZA…LA POLITICA RESTA IN SILENZIO TRA I PATETICI “GHE PENSI MI” E LA VACUITA’ DI TANTI: MAI UNA PROPOSTA CONCRETA PER RISOLVERE UN PROBLEMA…L’ANALISI DI GALLI DELLA LOGGIA SUL “CORRIERE DELLA SERA”

Non vanno bene le cose per l’Italia.
Prima che ce lo dicano le statistiche – comunicandoci per esempio un dato lugubre: che nel 2010 il reddito pro capite degli italiani sarà  in termini reali inferiore a quello del 2000 – ce lo dice una sensazione che ormai sta dentro ciascuno di noi e ogni giorno si rafforza.
Basta che ci guardiamo intorno per scorgere un panorama sconfortante: abbiamo un sistema d’istruzione dal rendimento assai basso; una burocrazia sia centrale che locale pletorica e inefficientissima; una giustizia tardigrada e approssimativa; una delinquenza organizzata che altrove non ha eguali; le nostre grandi città , con le periferie tra le più brutte del mondo, sono largamente invivibili e quasi sempre prive di trasporti urbani moderni (metropolitane); la rete stradale e autostradale è largamente inadeguata e quella ferroviaria, appena ci si allontana dall’Alta velocità , è da Terzo mondo; la rete degli acquedotti è un colabrodo; il nostro paesaggio è sconvolto da frane e alluvioni rovinose ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti archeologici e biblioteche versano in condizioni semplicemente penose.
Per finire, tutto ciò che è pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una corruzione capillare e indomabile.
C’è poi la nostra condizione economica: abbiamo contemporaneamente le tasse e l’evasione fiscale fra le più alte d’Europa, mentre gli operai italiani ricevono salari ben più bassi della media dell’area-euro; il nostro sistema pensionistico è fra i più costosi d’Europa malgrado le numerose riforme già  fatte e siamo strangolati da un debito pubblico il pagamento dei cui interessi c’impedisce d’intraprendere qualunque politica di sviluppo.
Ancora: nessuno dall’estero viene a fare nuovi investimenti in Italia, ma gruppi stranieri mettono gli occhi (e sempre più spesso le mani) su quanto resta di meglio del nostro apparato economico-produttivo; nel frattempo il processo di deindustrializzazione non si arresta e la disoccupazione, specie giovanile, resta assai alta.
Nessuno di questi mali ha un’origine recente, lo sappiamo bene.
Non paghiamo cioè per errori di oggi o di ieri: o almeno non solo per quelli.
È piuttosto un intero passato, il nostro passato, che ci sta presentando il conto.
Oggi cominciamo a capire, infatti, che qualche tempo fa – quando? nel ’92-’93? un decennio dopo con l’adozione dell’euro? – si è chiuso un lungo capitolo della nostra storia.
Nel quale siamo diventati sì una società  moderna (qualunque cosa significhi questa parola), ma pagando prezzi sempre più elevati, accendendo ipoteche sempre più rischiose sul futuro, chiudendo gli occhi davanti ad ogni problema, rinviando ed eludendo.
Prezzi, stratagemmi, rinvii, che negli Anni 70-80 hanno cominciato a trasformarsi in quel cappio al collo che oggi sta lentamente strangolando il Paese.
Lo sappiamo che le cose stanno così.
Ce ne accorgiamo ogni giorno che l’Italia perde colpi, non ha alcuna idea di sè e del suo futuro.
Ma ci limitiamo a pensarlo tra noi e noi, a confidarcelo nelle conversazioni private.
Avvertiamo con chiarezza che avremmo bisogno di bilanci sinceri e impietosi fatti in pubblico, di un grande esame di coscienza, di poterci specchiare finalmente e collettivamente nella verità .
Che ci servirebbero terapie radicali. Invece sulla scena italiana continua a non accadere nulla di tutto ciò.
Chi dovrebbe parlare resta in silenzio.
Resta in silenzio il discorso pubblico della società  italiana su se stessa, consegnato ad una miseria che diviene ogni giorno meno sopportabile.
Ma soprattutto resta in silenzio la politica, divisa tra lo sciropposo ottimismo di Berlusconi, il suo patetico «ghe pensi mi» da un lato, e la vacuità  dei suoi oppositori dall’altro.
Bersani, La Russa, Bossi, Fini, Bondi, Vendola, Verdini, Di Pietro, Casini, e chi più ne ha più ne metta credono di parlare al Paese con le loro dichiarazioni, le loro interviste, i loro attacchi a questo o a quello, i loro progetti di alleanze, di controalleanze e di governi: non sanno che in realtà  se ne stanno guadagnando solo un disprezzo crescente, ne stanno solo accrescendo la distanza dal loro traballante palcoscenico.
Sempre più, infatti, la loro produzione quotidiana di parole suona eguale a se stessa: ripetitiva, irreale, ridicola.
Mai una volta che uno di essi proponga al Paese una soluzione concreta per qualche problema concreto: chessò, come eliminare la spazzatura a Napoli, come attrarre investimenti esteri in Italia, come finire la Salerno-Reggio Calabria prima del 3000, come iniziare a risanare il debito pubblico.
Mai: anche se a loro scusante va detto che nel solcare quotidianamente l’oceano del nulla sono aiutati da un sistema dell’informazione anch’esso perlopiù perduto dietro la chiacchiera, il «retroscena», il titolo orribilmente confidenziale su «Tonino» o «Gianfri», il mortifero articolo di «costume».
Nelle pagine e pagine dedicate dai giornali alla politica diventa sempre più difficile distinguere il vero dal falso, scorgere qualche spicchio di realtà  tra i fumi dell’aria fritta.
È così che alla fine siamo condannati a questo necessario, disperato, qualunquismo.
Agli italiani non sta restando altro.
Disperato perchè frutto dell’attesa vana che finalmente da dove può e deve, cioè dalla politica, venga una parola di verità  sul nostro oggi e sul nostro ieri. Una parola che non ci esorti – e a che cosa poi?
A credere in un ennesimo partito, in un’ennesima combinazione governativa? – ma che ci sfidi: ricordandoci gli errori che abbiamo tutti commesso, i sacrifici che sono ora necessari, le speranze che ancora possiamo avere.
Per l’Italia è forse iniziata una corsa contro il tempo, ma non è affatto sicuro che ce ne resti ancora molto.

Ernesto Galli Della Loggia
(da “il Corriere della Sera“)

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BRUNETTA SPENDE IL DOPPIO

Dicembre 29th, 2010 Riccardo Fucile

IL MINISTRO HA DUPLICATO UNA SOCIETA’ DI STATO, IL FORMEZ, CON NUOVI INCARICHI BEN PAGATI PER TUTTI…. A INIZIARE DAL SINDACO DI RAVELLO (150.000 EURO L’ANNO), DOVE STRANAMENTE IL MINISTRO DELL’INNOVAZIONE TRASCORRE LE SUE VACANZE

Tempi duri per Brunetta.
Giorni fa sul sito Internet di Formez Italia, società  che fa formazione agli impiegati pubblici, si poteva leggere – in una dispensa sui diritti costituzionali del Comune di Roma – che “non bisogna considerare uguali a noi le persone in condizioni inferiori alle nostre (handicappati)”.
Il ministro si è irritato, anche perchè la Spa di Stato è una sua creatura. Nell’agosto 2009 Brunetta ha infatti diviso il vecchio Formez: Formez Pa e la new entry FormezItalia.
I maligni hanno parlato di inutile doppione.
Se da un lato il vecchio cda del Formez è stato asciugato di qualche unità , FormezItalia ha un nuovo presidente, due nuovi consiglieri, un direttore generale e un collegio sindacale tutto suo.
Brunetta ha fatto presidente (150 mila euro l’anno) Secondo Amalfitano.
Un fedelissimo: è stato sindaco Pd di Ravello, dove il ministro ha casa.
Poi il salto con Brunetta, come consulente, e ora organizzatore di concorsi.
I concorsi si fanno, è vero.
Peccato che il ministro abbia bloccato le assunzioni e ipotizzi futuri tagli-monstre nel settore pubblico.

(da “L’Espresso“)

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LA CASTA SI FA I REGALI DI NATALE: IPAD E GIOIELLI A SPESE DELLO STATO

Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

DAL PD AL PDL, GLI OMAGGI COSTANO MIGLIAIA DI EURO DI SOLDI PUBBLICI…DALLA TECNOLOGIA AL VINO, DAGLI ANELLI DI BERLUSCONI ALLE PESCHE SCIROPPATE, DAL NAVIGATORE SATELLITARE ALLO SPUMANTE, DAI GEMELLI D’ARGENTO DI CASINI AI TORTELLINI

Lettere smarrite dal Partito democratico: “Caro Babbo Natale, cara Anna Finocchiaro, dov’è finito il mio iPad 64 Gb da 800 euro?”.
Un bel regalo natalizio, con i soldi pubblici, che concilia moda e tecnologia.
Il dono pensato (e annunciato) dal capogruppo Finocchiaro piaceva a ciascuno dei 111 senatori, calmava le decine di correnti interne: ex comunisti, ex popolari, cattolici, agnostici e atei.
Per evitare doppioni sotto l’albero e spese inutili di tasca propria, la Finocchiaro comunicava ai colleghi il lieto evento già  il 26 ottobre scorso: “la Presidenza sta trattando con la Apple la fornitura dell’iPad 64 Gb per i membri del gruppo. Non siamo ancora in grado     di indicarvi la data della consegna”.
Però “abbiamo ritenuto utile avvisarvi di tale scelta in considerazione dell’approssimarsi delle festività  natalizie”.
È così che un partito è compatto, granitico, unico.
Immune (mica tanto) a tentazioni e offerte di compravendite, salti di quaglie, rane pescatrici e mercati di vacche.
Come spesso accade al Pd, all’improvviso tra le mani resta un pacco, vuoto.       La Mariapia Garavaglia conosce l’indecisione cronica del Pd: “le polemiche avranno frenato la Finocchiaro…”.
Natale è vicino, cercansi iPad: “A me non serve, l’ho comprato tempo fa”. Quale omaggio per i 206 deputati democratici?
“Al Senato sono più fortunati, sempre — scherza Franco Laratta     — Per noi consigli di lettura: Indietro tutta, l’ultimo libro di Laura Boldrini”.
La cultura nel Pd natalizio va forte.
Il senatore Mario Gasbarri, sempre in forma epistolare (sarà  un vezzo), distribuisce buoni acquisto per la Feltrinelli: “Da ritirare presso l’amministrazione”.
Il Pdl è davvero il partito del fare: promette, mantiene.
Silvio Berlusconi ha spedito ai parlamentari centinaia di iPad e una cartolina di auguri.
Il presidente del Consiglio ha pure insegnato ai suoi le fasi di stoccaggio per la spazzatura: raccolta, riciclo e conferimento.
Ha imparato bene la lezione un deputato milanese, fiero di sè: “ho ritirato l’iPad, ma l’ho lasciato in auto per girarlo a un mio amico. Faccio un’ottima figura, no?”.
Berlusconi ha riservato alle 37 parlamentari Pdl un anello tricolore, tre fedine create da un gioielliere piemontese: una di oro rosa con rubini, una di oro bianco con brillanti, una di oro giallo tempestata di smeraldini.
Al modico prezzo di 1.400 euro, pagati sull’unghia con i soldi (pubblici) a disposizione del partito.
Il ministro (e coordinatore Pdl) Ignazio La Russa indica la strada ai colleghi con un navigatore satellitare, Mariastella Gelmini ha ordinato casse da sei bottiglie di spumante.
Doni riservati ai funzionari lombardi del Pdl: anche un brindisi fa campagna elettorale.
Ennesima dimostrazione di pluralismo di Futuro e Libertà : i finiani non osano fare un regalo, offrono a scelta un iPhone o un iPad.
Tra chi entra e chi esce, molto sarà  più chiaro studiando le preferenze di falchi e colombe.
Attenzione: nel Pdl circolano solo iPad.
E i leghisti? Il deputato Davide Caparini fa la morale: “Non sprechiamo i soldi pubblici per oggetti inutili. Noi ci scambiamo, a nostre spese, prodotti tipici dei paesi padani: la senatrice Rosy Mauro compra biscotti fatti a mano”.           Niente regali, i leghisti chiedono: “Caro Gesù bambino, per Natale vorrei l’approvazione del federalismo fiscale”, e il ministro Roberto Calderoli colora il suo bigliettino con i pastelli e disegna un’Italia capovolta.
Non mancano mai per i leghisti cravatte e pochette rigorosamente verdi.       Marco Reguzzoni, capogruppo a Montecitorio, custodisce e dispensa con equilibrio pochi esemplari di pesche sciroppate limonate, frutto raro reperibile a stagioni alterne sul lago di Como.
L’Italia dei Valori fa economia: una bottiglia per la Camera, portafogli per il Senato.
L’Udc di Pier Ferdinando Casini spende di più: gemelli d’argento per gli uomini, collane d’oro per le donne.
E un cestino di leccornie : “Tortellini, mortadella, prosciutto…”, elenca il deputato Roberto Rao.
Ma il Natale sarà  triste e avaro per decine e decine di parlamentari iscritti al Gruppo Misto.
Nessuno avrà  un regalino, un cotechino, un caciocavallo per chi ha sostenuto, con “alto senso di responsabilità  nazionale”, il governo di Berlusconi: Antonio Razzi e Domenico Scilipoti ex Idv, Catia Polidori, Maria Grazia Siliquini, Silvano Moffa ex Fli.
E tanti, tantissimi soccorritori estemporanei che scontano con l’albero nudo il voto al governo del 14 dicembre.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“ALEMANNO E’ UNA VERGOGNA DI SINDACO, UN FIGHETTO CHE LAVORA SOLO PER LA SUA SETTA”

Dicembre 10th, 2010 Riccardo Fucile

LO SFOGO DI PETRANGELO BUTTAFUOCO, GIORNALISTA E SCRITTORE, UNA VITA A DESTRA… “HANNO CERCATO DI FARSI DEMOCRISTIANI A SUON DI CLIENTELE, PER CHI E’ NATO NEL MIO MONDO NON CI SONO GIUSTIFICAZIONI”….”NON ESISTE PIU’ UN’AREA CULTURALE DI RIFERIMENTO”

Il più arrabbiato per la parentopoli del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, è uno che nella efficacia della destra sociale al potere ci aveva davvero creduto, prima di vedere come è stata gestita la Capitale in questi due anni e mezzo: Pietrangelo Buttafuoco, scrittore e giornalista di Panorama, cresciuto da irregolare tra le file del Movimento sociale e il Secolo d’Italia. “Sono deluso come uno che scopre violenze terrificanti dentro casa sua e si chiede: e io, povero fesso? 
Buttafuoco, i numeri sono da ufficio di collocamento: 854 assunti all’Atac e 1400 all’Ama da quando Alemanno ha vinto le elezioni.
E’ tipico della sua cultura che ha radici settarie. E’ la vergogna dell’Alemannismo, anzi la vergognissima.
Si aspettava qualcosa di diverso?
Hanno cercato di farsi democristiani a suon di clientele familistiche. Non ci sono giustificazioni, a maggior ragione per chi è cresciuto in questo mondo. Chissà  come starà  soffrendo Pino Rauti.
Anche quella destra, quindi, al potere si è comportata come tutti gli altri.
Eppure erano quelli che mordevano la realtà , che andavano sui marciapiedi, ma per altre storie.
Come reagisce, secondo lei, la base elettorale di Alemanno a questa politica delle clientele?
Non esiste più un’area culturale di riferimento. Gli attivisti del Movimento sociale non votano più per nessuno.
Neanche lei?
No.
Ma che destra era quella da cui viene Alemanno?
La destra sociale non c’ entra col conservatorismo nè col moderatismo: è una dottrina politica che nasce nel solco del Novecento e che ha avuto una sua ragione d’essere nella militanza in favore del popolo e delle sue priorità . Fondata sull’emancipazione, la tutela dei lavoratori e l’idea di dare un futuro a chi aveva difficoltà  a ritagliarsi uno spazio nella società  italiana.
Un bel cambiamento rispetto alla parentopoli di oggi?
Già . Non è certamente il Movimento sociale di Beppe Niccolai, nè quello di Giorgio Almirante e tantomeno di Pino Rauti.
Hanno piazzato figli, nipoti, mogli e persino una ex cubista nelle municipalizzate.
Tipico. Si sono ritrovati fra le mani un giocattolo che è diventata l’arma con cui si stanno massacrando.
Colpa dell’influenza berlusconiana del bunga bunga?
No, assolutamente. Si fanno del male da soli.
Qual’è la differenza tra Alemanno e l’altro uomo di destra che ha guidato il Lazio, Francesco Storace?
Storace non aveva la tribù, è più simpatico, più ruspante. Alemanno si è infighettito parecchio e i suoi uomini sono sempre stati settari…Chissà  ora quanti anatemi mi lanceranno.
Qual’è stato l’errore più grande di Alemanno?
Il sindaco di Roma deve fare il sindaco di Roma. Invece che fa? Politica: costruisce il suo gruppo, piazza i suoi uomini, coltiva il suo giardino di consensi. Avrebbe dovuto occuparsi delle strade, delle buche, del traffico.
Chiudere le buche porta più consensi di qualche centinaio di assunzioni?
Certo! Ma Gianni si ubriaca facilmente: E’ bastato che gli arrivasse all’orecchio che forse il Cavaliere voleva lui come erede. O che i delusi di Fini intasassero i centralini del municipio urlando “Gianni aiutaci tu”. E la fine risulta imbarazzante. E’ diventato un interventista politico, politichese e politicuzzo.
Cadono già  le prime teste, come quella del capo-scorta di Alemanno, Giancarlo Marinelli.
Marinelli è stato un vero signore ad andarsene. Ma sono altri che si devono
dimettere.
Cioè Alemanno?
Certo. Marinelli gli ha dato una bella lezione. Ma io, che amo molto i retroscena, sono convinto che dietro questa operazione si debba temere
un’aggressione più dall’interno che dall’esterno.
Complottista.
No, hanno fatto tutto da soli. Ma c’è chi è pronto ad approfittarne.
Facciamo i nomi.
L’ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. Aspetta in un angolo, con l’acquolina in bocca, immaginandosi già  la campagna elettorale come prossimo sindaco di Roma. Ho notato strane mobilitazioni. E’ nell’ aria: non può stare con le mani in mano.
E chi lo dice?
Se ne parla negli ambienti di città , dove ci si annusa, ci si cerca, ci si dà  appuntamento: dove si decidono le cose più concrete.
Quindi Alemanno è considerato spacciato?
Ha preso una brutta botta.

Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano“)

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SCANDALO RIMBORSI RAI, MINZOLINI INVENTA LA DIREZIONE A DISTANZA: 129 GIORNI DI TRASFERTA SU 270 LAVORATIVI

Dicembre 7th, 2010 Riccardo Fucile

SCOPPIA UN ALTRO SCANDALO, DOPO QUELLO DEI 64.000 EURO DI RIMBORSI SPESE DEL DIRETTORE DEL TG1: ORA ESCONO FUORI 86.680 EURO DI RISTORANTI E ASSENZE PER CONTINUE TRASFERTE ANCHE ALL’ESTERO…SU 56 TRASFERTE SOLO 11 AUTORIZZATE

Altro che i 64 mila euro di “spese di rappresentanza” con la carta di credito aziendale: in 14 mesi il direttore del Tg1 Augusto Minzolini ha speso ben 86.680 euro.
Soldi che sono stati utilizzati esclusivamente per pagare ristoranti, in Italia e all’estero.
Un conto che supera di gran lunga i 60 mila euro spesi per rappresentanza nel 2010 da tutti i direttori di primo riporto — cioè che dipendono dal Direttore generale della Rai Mauro Masi — messi insieme: Minzolini, da solo, in 14 mesi è costato all’azienda 26 mila euro in più dei suoi 31 colleghi.
Questa è solo una delle tante scoperte dell’internal audit — l’indagine interna ordinata da Masi — denunciate in una lettera da Nino Rizzo Nervo, membro del Cda Rai.
Ieri il direttorissimo è stato costretto ad abbandonare il Festival del cinema marocchino di Marrakesh per tornare     precipitosamente a Roma: ha dovuto dare spiegazioni a Masi, che lo aspettava con la lettera di Rizzo Nervo in mano, ed è uscito dall’incontro scuro in volto.
Per Minzolini, che si è presentato al settimo piano di viale Mazzini abbronzato e sorridente dopo aver pranzato con il re del Marocco Mohammed VI, adesso si tratta di decidere se affrontare il giudizio disciplinare oppure dimettersi.
Rizzo Nervo non commenta la lettera, nè conferma i contenuti che Il Fatto Quotidiano ha potuto leggere.
È datata 3 dicembre (venerdì scorso) ed è indirizzata allo stesso Masi, al presidente della Rai Paolo Garimberti e a tutti i consiglieri di amministrazione.
Si parla di anomalie nei comportamenti di Minzolini e di continue violazioni della normativa aziendale, per i quali l’ex direttore del Tg3, profondo conoscitore della materia, chiede l’immediata apertura di procedure disciplinari.
Da quando è stato nominato     direttore di testata, Minzolini è andato in trasferta per 129 giorni.
Considerando che i giorni lavorativi in 14 mesi sono circa 270, vuol dire che Minzolini ha lavorato quasi la metà  del tempo in trasferta.
Un ritmo giudicato dall’indagine abnorme e anomalo.
In trasferta utti i weekend
Per avere un metro di paragone, basti pensare che molto raramente un inviato, pagato proprio per stare in trasferta, supera i 90 giorni annui fuorisede.
Ma non è tutto: su 56 trasferte effettuate (per 129 giorni complessivi) Minzolini ha indicato lo scopo della sua missione solamente 11 volte.
La Rai non è a conoscenza dei motivi per cui, per ben 45 volte, il direttore ha lasciato la redazione per decollare verso mete spesso esotiche.
Come testimoniano le fotografie scattate lo scorso settembre in Kenya e pubblicate dal Fatto che ritraggono Minzolini assieme alla giovane deputata Pdl Gabriella Giammanco e a un pitone di due metri.
I più maliziosi potrebbero pensare che i veri motivi abbiano a che fare con la tempistica in cui il direttore viaggia fuori sede: 40 trasferte su 56 sono infatti avvenute durante i finesettimana.
Ed essendoci in un anno 52 weekend, 40 passati in trasferta non sono pochi.       Ma chi autorizza Minzolini ad andare in giro per il mondo a spese dei contribuenti?
Spesso nessuno: dall’indagine risulta che le trasferte a Istanbul, Londra, Amburgo, Cannes (due volte), Praga e Marrakesh (due volte, l’ultima lo scorso weekend per il Festival del cinema marocchino, da cui è tornato ieri) non sono state preventivamente autorizzate dalla direzione generale.
E anche quando la Rai dà  il via libera rimangono dubbi, secondo l’indagine, sull’utilità  dei viaggi: Minzolini ha ritenuto necessario partecipare per 9 giorni al Festival del cinema di Venezia, dal primo al 7 settembre e poi dal 10 all’11 settembre.
Che cos’abbia fatto in Laguna di indispensabile per il suo telegiornale al momento è rimasto oscuro al suo collega Rizzo Nervo, che nella lettera giudica queste pratiche incredibili per un direttore di testata, oltre che delicate dal punto di vista contabile ed etico.
C’è un altro aspetto che potrebbe risultare molto costoso per le casse della Rai.
Se Minzolini è andato in trasferta 40 fine settimana in un anno, significa che non ha goduto dei riposi settimanali che gli   spettavano di diritto. E dunque la Rai  è in debito con lui di tutti i sabati e le domeniche in cui ha lavorato in trasferta, a meno che il direttore non le abbia già  recuperate.
In questo caso vorrebbe dire che in redazione ci è andato abbastanza raramente.
Se invece non ha recuperato i turni di riposo, significa che potrebbe aver accumulato anche un notevole numero di ferie arretrate.
Che nella contabilità  della Rai, come di ogni altra azienda, devono figurare come un debito verso il dipendente: 40 weekend fanno 80 giornate, che, misurate sullo stipendio annuo di 550 mila euro, sommano per Minzolini un credito verso la tv di Stato di oltre 100 mila euro.
La strategia del globe trotter , tra l’altro, non premia i risultati.
A furia di viaggiare per il mondo, Minzolini ha perso ascolti: il suo Tg1 a settembre ha avuto quasi un milione di spettatori in meno rispetto all’anno precedente.
Lo share si è stabilizzato sotto il 26 per cento, mentre raramente in passato scendeva sotto la soglia (anche psicologica) del 30 per cento.
E se non bastavano il crollo di share, i contestatissimi editoriali, la rivolta dei suoi giornalisti e la cacciata degli infedeli (come Maria Luisa Busi), a far traballare la poltrona di Minzolini, c’è una questione ancora più delicata: il sospetto che i servizi del Tg1 sulla Royal Caribbean puzzino di pubblicità  occulta.
Per sei volte, nei mesi scorsi, il tg dell’ex squaletto ha ospitato i dirigenti della multinazionale americana per le crociere, mentre la Royal ha organizzato proprio con il Tg1 il concorso per famiglie “Reporter d’alto mare”.
Proprio su questo aspetto Rizzo Nervo chiede una nuova indagine: se venisse accertato sarebbe ancora più grave delle folli spese, perchè lapubblicità  occulta non solo pone seri problemi deontologici, ma può determinare mancati ricavi nella vendita degli spot.

Beatrice Borromeo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE SPESE ALLEGRE DELLA REGIONE CAMPANIA: MILIONI DI EURO PER FIERE, SPETTACOLI E SAGRE

Dicembre 3rd, 2010 Riccardo Fucile

GLI ISPETTORI DEL MINISTERO: “NON POSSONO ESSERE QUALIFICATE COME INVESTIMENTI”… DECINE DI INIZIATIVE CLIENTELARI NEL MIRINO DELLA CORTE DEI CONTI…ECCO L’INCREDIBILE LISTA DELLA SPESA CON I SOLITI CONTRIBUTI A PIOGGIA PER TUTTI

Gli ispettori del ministero dell’Economia fanno le pulci alle spese dell’ex giunta Bassolino.
Tutto denaro che “non può essere qualificato come investimento”.
Un fiume di milioni di euro per fiere, spettacoli e sagre, impiegati sotto le etichette più qualificanti di “promozione turistica” e “sostegno alle attività  agricole”, per aggirare il divieto di impiego dei fondi europei utilizzabili solo per investimenti.
Tra le spese allegre della Regione Campania indebitata a livelli record c’è di tutto.
Compresi 10.000 euro per il Carciofo di Paestum, 10.000 euro per il Fagiolo di Controne, 10.000 euro per il Tartufo in mostra a Colliano, 24.000 euro per due Sagre del Fungo Porcino a Cusano Mutri (Benevento) e a Castelcivita (Avellino), 10.000 euro per la Cipolla Ramata di Montoro (Avellino) e 171.200 euro per il finanziamento del progetto speciale “Missione sorriso”: una serie di interviste plurilingue ai turisti stranieri per la rilevazione del loro grado di soddisfazione.
Immaginiamo alta, se saranno riusciti a fare il giro di tutte le sagre campane per assaggiare i loro prelibatissimi prodotti.
Peccato che tutte queste attività  “non possono essere qualificate come investimento” scrivono gli ispettori del ministero dell’Economia inviati a Napoli per spulciare i conti della Campania dopo lo sforamento del patto di stabilità  deciso dalla giunta uscente del Pd Antonio Bassolino.
Gli ispettori per due mesi hanno scartabellato tra delibere e bilanci. E hanno concluso il loro lavoro redigendo una lunga relazione di “condanna” dell’operato degli ex amministratori campani, inviata anche alla Corte dei conti.
La lista delle spese censurate alla precedente giunta Bassolino è lunga e qui si offre un elenco assai parziale.
Ci sono 100.000 euro per gli eventi promozionali durante l’incontro di Coppa Davis a Torre del Greco (l’Italia delle racchette vinse, e tutto finì in gloria) e altri 100mila euro per la Biennale del Mare, 100.000 euro per il Maggio dei Monumenti, storica manifestazione culturale che anima i musei napoletani, e 20.000 euro per il Borgo in Festa a Castevetere, in provincia di Avellino.
La rassegna di musica etnica a Summonte (Av) ha meritato 10.000 euro, la rassegna Neapolis un po’ di più, 30.000, mentre 70.000 euro sono finiti nell’organizzazione dei percorsi enogastronomici della Costa del Vesuvio.
Per la Notte Bianca di Napoli del 2006, la Regione ha tirato fuori 250.000 euro.
Per “Comunicare i vini della Campania”, altri 100.000 euro.
Per partecipare alle fiere agro-alimentari estere, nel solo 2006, sono stati spesi 1.248.000 euro.
E siccome certe attività  vanno ben promozionate tra le testate locali, ecco sbucare 90.000 euro per un piano di comunicazione integrata con il gruppo editoriale “Il Denaro”.
E altri 500.000 euro spesi sotto il capitolo “Azioni Promo — Pubblicità  e Stampa materiale divulgativo e azioni promozionali nei mass-media”.
Ecco poi 6 milioni e mezzo di euro “investiti” in una serie di manifestazioni catalogate sotto il cartellone “Eventi in… Campania”.
Alcuni dai nomi suggestivi, come “Il sussurro delle sorgenti” (200.000 euro) o il “Park to Park” (150.000 euro).
Ben 400.000 euro sono andati a “Benevento Città  Spettacolo”, 150.000 euro al Festival delle culture giovanili di Salerno, 250.000 euro al Classico Pompeiano, 630.000 euro al Positano Art Festival, 237.000 euro al Capri Film Festival, 750.000 euro per Piedigrotta e 378.000 euro per ‘L’enigma degli avori a Salerno’.
Alcune iniziative hanno conquistato il successo di critica e di pubblico, di altre, francamente, si è saputo poco.
Attenzione: la Piedigrotta in questione non è quella finita nel mirino dell’Unione Europea, che chiede la restituzione dei 720.000 euro del cachet di Elton John per il concerto del settembre 2009.
E’ la Piedigrotta di tre anni prima, e stiamo parlando di una manifestazione che negli anni ’50 rappresentava l’anima verace e popolare di una Napoli che oggi non c’è più, e che in anni più recenti si è cercato di resuscitare.
I contabili del ministero dell’Economia censurano l’impiego di altri 11 milioni e mezzo di euro circa per una nuova raffica di concerti, feste, rassegne.
Elenco folto.
Guardando qua e là  sbucano i 50.000 euro per i Canti Parteni ad Avellino, gli 80.000 euro dell’Estate Musicale Sorrentina, i 50.000 euro della Festa a Mare agli Scogli di Sant’Anna di Ischia, i 160.000 euro per l’ ‘Equinozio d’Autunno’ a San Giovanni a Piro e i 100.000 euro per l’ ‘Arte delle Certose dell’Italia Meridionale’.
Manifestazioni di respiro paesano, al massimo provinciale.
E’ possibile definirle ‘investimenti’?
Gli ispettori dicono di no: di queste cose non resterà  nulla, nessun ritorno nel medio e lungo periodo.
Ma la prassi si è ripetuta nel tempo.
Ecco quindi altri 3 milioni di euro per la partecipazione alle fiere nazionali e internazionali enogastronomiche del 2007.
Di cui poco più di un milione per la sola partecipazione al Vinitaly di Verona. Mentre 880.000 euro, complessivi, si spendono per essere presenti alle fiere di Essen, Berlino, Norimberga, Copenaghen e Bordeaux (per il Vinexpò, in Francia, se ne vanno 300.000 euro).
Eppoi gli eventi di quella stagione: 1.000.000 di euro per il Concorso Ippico in Piazza del Plebiscito, e molto si polemizzò sul galoppo dei cavalli nel salotto buono della Napoli che conta.
E ancora: 600.000 euro per una mostra sugli Impressionisti a Caserta, 500.000 euro per la Lirica negli Scavi di Ercolano, 600.000 euro per “L’Impero dell’Arte, l’Iran da Dario a Farah Diba” a Napoli, e 320.000 euro per il Festival delle Antiche Repubbliche Marinare ad Amalfi, solo per dirne alcuni.
E che dire dei 455.000 euro per l’iniziativa “Vibrazioni e bisbigli” ad Avellino? E i 420.000 euro per il “Litorale Domitio — Un Mare di Energia”? E i 327.888 euro concessi per “Il Filo Ritrovato — tessuti e intrecci dell’Italia Antica’ erogati alla direzione regionale dei Beni Culturali?
A leggere questo elenco, il filo non si ritrova, ma si perde.
Come l’equilibrio dei conti della Campania: perso anche quello, è scomparso tra i debiti.

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CH HA PAGATO LA TRASFERTA E GLI ALBERGI DELLA BONEV E DELLE 32 PERSONE AL SEGUITO? LA CORTE DEI CONTI APRE UN’INCHIESTA

Dicembre 2nd, 2010 Riccardo Fucile

BONDI GATE, LA MAGISTRATURA CONTABILE ORDINA: “ACQUISIRE I DOCUMENTI SULL’OSPITALITA”…MASI SMENTISCE RAI CINEMA E ACCUSA BONDI… RIMPALLO DI RESPONSABILITA’ TRA IL DG E LA RAI

E ora sul caso-Bonev si accendono i riflettori della Corte dei conti.
La procura contabile di Venezia ha aperto un fascicolo per accertare chi ha pagato le spese per ospitare alla Mostra del Cinema Michelle Bonev – l’attrice-produttrice bulgara amica di Silvio Berlusconi –   e una delegazione del suo paese giunta al Lido per assistere alla presentazione di Goodbye Mama, il film della Bonev premiato con un riconoscimento “tarocco” voluto dal ministero dei Beni culturali e finanziato dalla Rai con 1 milione di euro.
Gli investigatori della Guardia di Finanza, coordinati dal procuratore regionale della Corte dei Conti, Carmine Scarano, acquisiranno i documenti utili a stabilire chi ha sostenuto la trasferta della Bonev e del suo seguito (32 persone).
Fatture, ricevute, prenotazioni dei voli Sofia-Venezia e altra documentazione. Secondo il ministro della Cultura bulgaro, Vejdi Rashidov a pagare le spese (complessivamente 400mila euro) è stato il “paese ricevente”, l’Italia.
Lo attesta anche una lettera ufficiale fornita dallo stesso Rashidov.
Che di fatto smentisce quanto dichiarato finora dal suo collega italiano Bondi (“il mio ministero non ha pagato niente”).
Il fascicolo aperto dalla Corte dei Conti – ha precisato il magistrato titolare delle indagini – riguarda esclusivamente le spese di ospitalità  al Lido.
Altro capitolo è il finanziamento del film: su questo la competenza sarebbe della procura contabile del Lazio, anche nel caso di un coinvolgimento del ministero dei Beni culturali.
Snobbato in Bulgaria – dove ha ricevuto solo 160mila euro; “il ministro della cultura Rashidov in genere opera bene, stavolta si sarà  fatto accecare dalla bellezza della Bonev”, ha commentato il premier bulgaro Boyko Borissov – “Goodbye Mama” ha trovato fortuna in Italia: grazie al milione versato da Rai Cinema (nelle casse della Romantica Entertainment della Bonev) che nel 2009 ne ha acquistato tutti i diritti.
Su questo aspetto, tra imbarazzi e rimpalli di responsabilità  in viale Mazzini, è iniziato un vero e proprio scaricabarile.
Il dg Mauro Masi, nella riunione del cda di ieri, incalzato dal consigliere Nino Rizzo Nervo ha di fatto scaricato sui dirigenti di Rai Cinema la responsabilità  della scelta di acquistare i diritti del film.
Un’operazione che, sostengono invece i dirigenti di Rai Cinema, era stata ordinata da Masi nel 2009 con un invito protocollato.
Nella lettera si chiedeva di acquistare la pellicola dell’attrice-imprenditrice bulgara perchè rientrava in un accordo di coproduzione Italia-Bulgaria.
“Non ho fatto nessuna pressione sull’acquisto – ha sostenuto Masi – mi sono solo limitato a girare a Rai Cinema le segnalazioni sul prodotto arrivate dalle istituzioni bulgare”.
In un primo momento Masi aveva additato il ministro Bondi come colui che gli fece pressioni per finanziare il film.
Secondo la tesi di Masi se Rai Cinema ha deciso di finanziare l’opera della Bonev, è stata una sua libera scelta.
Una versione che sbatte contro quella di Caterina D’Amico, che nel 2009 era ad di Rai Cinema: “Se la direzione generale mi chiede di acquistare una pellicola, io la devo acquistare e basta. A prescindere da quella che potrebbe essere la mia valutazione”.

Paolo Berizzi
(da “La Repubblica“)

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BONDI-GATE: ORA LA BONEV FARA’ PURE UN FILM SUGLI SCAVI DI POMPEI CON IL CONTRIBUTO DELLA RAI

Dicembre 1st, 2010 Riccardo Fucile

NUOVA INIZIATIVA DELLA PARTNER-SHIP ROMA-SOFIA DOVUTA ALL’AMICA DEL PREMIER… NON BASTAVA “GOODBAY MAMA”, SPUNTA UN’ALTRA PELLICOLA CHE VERRA’ REALIZZATA IN BULGARIA

Sarà  il destino beffardo o una iattura. O forse è solo un caso.
Sta di fatto che, nel giorno del nuovo crollo di Pompei, l’affaire politico- cinematografico italobulgaro che ruota attorno a Michelle Bonev, riserva una coda quasi grottesca.
Alexander Donev, presidente del Fondo nazionale cinematografico bulgaro – l’ente che dopo due rifiuti ha infine concesso un finanziamento di 160mila euro per il film Goodbye Mama, briciole rispetto al milione sborsato da Rai Cinema su ordine del direttore generale Mauro Masi – difendendo l’operazione- Bonev ha dichiarato che è proprio grazie all’amica del presidente del consiglio Berlusconi, e ai suoi contatti italiani, che in Bulgaria verrà  realizzata un’altra pellicola.
Anche questa in partnership tra Roma e Sofia. Titolo: I tesori di Pompei.
Il sigillo sul nuovo progetto ce l’ha messo il viceministro bulgaro della Cultura, Dimitar Dereliev. Il quale ha precisato che anche i I tesori di Pompei – come già  il discusso Goodbye Mama– sono frutto dello stesso accordo Italia-Bulgaria sottoscritto dai ministri Bondi e Rashidov.
Le riprese del film, che sarà  girato in 3D e la cui regia dovrebbe essere affidata a Michele Soavi, inizieranno l’anno prossimo.
A produrlo dovrebbe essere Fulvio Lucisano con una partecipazione di Rai Cinema. V
a detto che il talento di Soavi – se sarà  lui a firmarla – depone in teoria a favore della pellicola; che almeno sulla carta dovrebbe dunque discostarsi da una vicenda – quella di Goodbye Mama – abbastanza infelice nella quale il ministro Bondi si è inventato un premio dal nulla per compiacere un’amica del premier Berlusconi.
Quello che colpisce è un altro aspetto: e cioè che sia proprio la protagonista di questo pasticcio, Michelle Bonev – almeno stando a quanto dice il presidente del Fondo cinematografico bulgaro alla tv Btv – ad essere accreditata come bretella di collegamento tra i ministeri di Italia e Bulgaria per operazioni cinematografiche.
Proprio lei che al festival di Venezia è stata impalmata con un riconoscimento patacca per un film che hanno visto in pochissimi.
E che in Bulgaria era stato snobbato.
A Sofia il caso Bonev-Bondi sta provocando un mezzo terremoto politico: l’opposizione critica il silenzio del premier Borissov e chiede che il ministro della Cultura Rashidov venga a riferire in parlamento sulle spese del viaggio al Lido e sui finanziamenti al film.
Un esposto è stato presentato anche alla Commissione anticorruzione: in Bulgaria c’è infatti una legge che vieta ai politici di accettare regali superiori ai 100 euro, viaggi e sponsorizzazioni.
Intanto le cinque più grandi associazioni cinematografiche nazionali chiedono le dimissioni di Rashidov e del suo vice.

Paolo Berizzi
(da “La Repubblica“)

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