Dicembre 1st, 2010 Riccardo Fucile
LA DECISIONE DEL TRIBUNALE DI BRESCIA SULLA VICENDA DELLE ICONE DEL CARROCCIO NEL NUOVO ISTITUTO….ERANO STATI RIMOSSI BEN 700 SIMBOLI DELLA LEGA… E ORA CHI LI HA MESSI PAGHI DI TASCA SUA LA RIMOZIONE
Con una sentenza depositata ieri mattina, il tribunale di Brescia ha ordinato la rimozione
definitiva “a spese del Comune di Adro del simbolo partitico” che compariva sui banchi, sui posacenere, sulle finestre, sui tappeti.
Non solo, è andato oltre, ordinando alla scuola “l’esposizione della Bandiera della Repubblica Italiana e di quella dell’Unione europea in modo permanente”.
La sentenza del giudice Gianluca Alessio accoglie in pieno, dunque, il ricorso per discriminazione presentato lo scorso 11 ottobre dalla Cgil di Brescia e dalla Flc Cgil contro il Comune di Adro, il ministero dell’Istruzione e l’Istituto comprensivo di Adro.
Nel ricorso si sosteneva che il Sole delle Alpi, il logo contestato, è “il simbolo del partito politico Lega Nord e non rappresenta invece, come taluno ha cercato di affermare sulla stampa, un antichissimo simbolo indoeuropeo, a valenza culturale anche locale e come tale ‘neutrale’ rispetto alle esigenze di parità di trattamento e non discriminazione che costituiscono il fondamento della presente azione”.
Viene così posta la parola “fine” su una vicenda che aveva fatto ridere mezzo mondo, gettando ulteriore discredito sul nostro Paese.
Con i suoi 700 simboli spalmati su ogni oggetto e arredo della scuola il Carroccio ha fatto perdere tempo e distolto l’attenzione da problemi veri e ben più drammatici, come i pesanti tagli alla scuola pubblica decisi anche da Lega Nord, al governo del Paese.
Il tribunale ha condannato il Comune ha cancellare tutti i simboli.
Il Comune rappresenta tutti i cittadini, ma la stupidata dei 700 simboli è stata voluta solo da alcuni.
E’ giusto quindi che le spese siano addebitate al sindaco e a chi ha sottoscritto la scelta.
Chi sbaglia paga e i cocci del sole delle Alpi sono suoi.
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Novembre 28th, 2010 Riccardo Fucile
IN UNA INTERVISTA, GIAMPIERO MUGHINI RACCONTA QUANDO ROSSELLA VOLLE CHE SCRIVESSE UNA RECENSIONE AL LIBRO DELLA BONEV: UNA “PORCATA INENARRABILE”… “MI RITROVAI MODIFICATO L’ARTICOLO IN UNA AGIOGRAFIA DELLA DEBUTTANTE”… “E’ UNA DONNA CAPACE DI DISTRUGGERE UN CARRO ARMATO”
E’ un’intervista un po’ arrabbiata quella che Giampiero Mughini rilascia al “Fatto Quotidano” a proposito del caso di Michelle Dragomira Bonev, l’attrice e regista bulgara premiata a Venezia con una targa inventata per volere del ministro della Cultura Sandro Bondi allo scopo di compiacere Silvio Berlusconi.
Mughini racconta un retroscena divertente a proposito di un articolo commissionato da Carlo Rossella, all’epoca direttore di Panorama.
“Fu la prima volta in vita mia che un mio testo venisse sconciato da un Kapò che aveva l’autorità da direttore. L’episodio mi lasciò un profondo grumo di amarezza”.
Come andò?
Mi telefona Rossella, un signore che ha alternativamente rapporti con Dio e con il demonio e soavemente dice ‘ti ricordi la Bonev?’. Dico ‘certo, la ragazza che imposero a Baudo al Festival di Sanremo facendogli rizzare i capelli in testa’. E lui: ‘Ha scritto un libro, vorrei che lo leggessi’
Lei come si comportò?
Leggo fino all’ultima riga, come faccio sempre. Una porcata inenarrabile. Glielo riferisco e Carlo, tranquillo: ‘va bene, fai un articolo spiritoso, valla a trovare ”.
Vado e mi trovo di fronte a una ragazza gentile, determinata, una che dava l’impressione che sbattendo contro un carrarmato hitleriano lo avrebbe ridotto a brandelli.
Poi cosa accade?
Scrivo un pezzo elegante, passano un paio di giorni e Rossella si manifesta: ‘sai, ho modificato un po’ l’articolo’.
Rimasi senza parole.
Ho sempre avuto scontri con i miei capi da Montanelli a Rinaldi.
E’ il lavoro,ma trasformare un foglio spiritoso in una semiagiografia della debuttante era troppo, quando avete rimontato il caso le cui proporzioni sono inaudite, sono tornato ad allora .
Inaudite?
Se fosse vero che l’Italia ha pagato 400.000 euro per dare una latta alla Bonev, letterariamente avrebbe la stessa valenza dell’affaire di Ruby Rubacuori.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 27th, 2010 Riccardo Fucile
IL FILM DELLA BONEV, AMICA DI BERLUSCONI, LA TRASFERTA A VENEZIA E “L’IMPEGNO” DI BONDI…IL GOVERNO BULGARO INCHIODA IL MINISTRO ALLA CULTURA ITALIANO…LA LETTERA UFFICIALE DEL MINISTRO BULGARO SMENTISCE BONDI
In questa storia c’è del marcio, ma la Danimarca è lontana. 
Bugie ripetute che stanno spingendo Italia e Bulgaria sul crinale della crisi diplomatica.
La vicenda del premio fasullo inventato ad agosto per blandire Dragomira “Michelle” Bonev al Festival di Venezia regala una novità al giorno.
Ieri mattina, l’ex pittore e ministro della Cultura, Vlady Rashidov, si è presentato in diretta telefonica sulle frequenze della televisione locale BTV per affrescare un quadro ostile alla versione italiana dei fatti.
“Il nostro viaggio al Lido? Il contribuente bulgaro non ha versato un euro. Ho un invito ufficiale del ministro Sandro Bondi e l’ufficio Esteri del nostro ministero, al tempo, mi fece sapere che eravamo invitati alla Biennale con tutta la troupe di Goodbye Mama a loro spese perchè avevamo vinto un premio”.
E poi, tra momenti di involontaria comicità : “Quando vado a cena da qualcuno, non chiedo lo scontrino del supermercato, ringrazio per l’ospitalità e saluto” e passaggi rivelatori: “Gli italiani si rifiutano di confermare che hanno pagato loro per la crisi economica e gli scandali che investono il governo di Roma”, il colpo di teatro di Rashidov.
Una lettera protocollata del primo ministro bulgaro Borissov datata 30 agosto, che il Fatto è in grado di produrre. Sul documento ufficiale del premier di Sofia, l’autorizzazione al viaggio italiano è subordinata alla spesa da affrontare.
Trattandosi di centinaia di migliaia di euro (la comitiva di 32 persone, dopo aver viaggiato su un charter affittato in Germania dalla compagnia Private wings flugcharter GmnH, era ospitata tra il Cipriani e altri alberghi di extralusso), la missiva protocollata di Borisov lascia sul foglio parole inequivocabili: “La tratta si deve svolgere in aereo: Sofia-Venezia-Sofia, i fondi per l’assicurazione medica e la diaria per 4 giorni devono essere addebitati sul budget del ministero della Cultura bulgaro. Viaggio e alloggio, al contrario, saranno coperti da chi ci riceverà ”. Gli italiani.
Bondi, pesantemente tirato in ballo dall’omologo Rashidov anche sul versante economico dell’opera “questo film è una co-produzione tra il ministero della Cultura italiano e quello bulgaro” (particolare che l’ex sindaco Pci di Fivizzano ha sempre bollato come falso, ndr) – nega ogni coinvolgimento: “La Direzione generale per il Cinema del Mibac chiarisce definitivamente che in relazione alla presentazione del film Good bye Mama alla Mostra veneziana, nessuna spesa è stata sostenuta nè per il viaggio nè tantomeno per l’ospitalità della delegazione bulgara, eventualità peraltro non prevista dalla vigente normativa per i finanziamenti al cinema”.
Il ministero nello scandalo per le vicende Indaco (marito e figlio della compagna di Bondi, la deputata Manuela Repetti del Pdl, beneficiati a vario titolo dal suo-dicastero) e per l’invenzione a latere di un premio vero “Action for women”, di una patacca avente il solo scopo di compiacere una cara amica di Berlusconi (la spinta che portò Bondi a mobilitare il ministero in pieno agosto per l’ordine della falsa targa da consegnarle in laguna), e che indusse Galan, sul red carpet, il 3 settembre, a dire “Berlusconi mi ha pregato di portare personalmente i saluti a Michelle Bonev e lo farò con tutto l’entusiasmo di cui sono capace”, sostiene che alla propria verità non ci sia “nessuna possibilità di smentita”.
La ricostruzione di Bondi confligge con quella dettagliata di Rashidov e con i documenti ufficiali di Sofia.
La Biennale sostiene di non aver pagato nulla.
Se la cattiveria spinge a pensieri malvagi, leggi un intervento del presidente del Consiglio, è la voce di Paolo Bonaiuti nel tardo pomeriggio a smentire. Una prima telefonata interlocutoria: “Non ne so niente, verifico e le faccio sapere”, una seconda più netta: “Dopo un controllo rapido, non risultano direttamente spese di nessun genere per il film in questione”.
Qualcuno mente.
E non si spiega – se davvero avesse pagato direttamente Michelle-Dragomira, il suo fidanzato italiano o un soggetto terzo – perchè Rashidov e Borisov avrebbero dovuto coinvolgere un esecutivo straniero con cui la Bulgaria intrattiene ottimi rapporti.
Fu Berlusconi a introdurre Borisov alla prima riunione del Consiglio d’Europa lo scorso anno, e sempre lui a consigliare all’ex bodyguard dell’ultimo leader comunista bulgaro e poi del Re, di lavorare sullo statuto del Ppe per consentire alla sua formazione di centrodestra di crescere in vista dell’ingresso al Schengen.
Meno di un mese fa, Borissov era in Italia, a Pescara per una partita di beneficenza.
Sbarcati in 46 (a spese questa volta della Unicredit di Sofia) i bulgari si sono trattenuti a cena e all’improvviso – tra militari in alta uniforme e parlamentari italiani e balcanici delle più diverse estrazioni – a tavola è apparsa Michelle Bonev accompagnata da un’altra vecchia conoscenza di B., Dorina Pavlova, vedova del finanziere Iliya Pavlov (ucciso da un sicario nel 2003), ex fotomodella ed erede di un impero sterminato, poi in parte liquidato.
La Pavlova, che ama trascorrere l’estate a Porto Rotondo, avrebbe detto che vista la sua forzata assenza, il premier l’aveva pregata di presenziare.
In questa sciarada senza soluzioni in cui tutti smentiscono tutti, forse è utile tornare a Rashidov e alle sue parole alla BTV: “Ho avuto un invito personale da Bondi.
Il Ministero della Cultura bulgaro ha comunicato esclusivamente con il Ministero della Cultura Italiano e con nessun’altro.
Da Roma mi chiesero se a Venezia era possibile avere gli attori di GoodBye Mama.
‘Siamo in crisi’, risposi, ‘posso portare al massimo un’attrice e un operatore. La trasferta veneziana è un’operazione costosissima e non posso prendere soldi dal contribuente bulgaro per un aereo enorme, affittato per trasportare 30 persone a Venezia’.
In loco ho avuto incontri ufficiali con Mara Carfagna e il vice-ministro Galan, che si è scusato per la mancanza di Sandro Bondi.
Con loro ho discusso della creazione di un centro culturale bulgaro a Roma e la futura partecipazione di pittori bulgari alla più prestigiosa Biennale d’arte Contemporanea del mondo, quella di Venezia.
Non partecipiamo da 20 anni, la quota d’accesso è di 200.000 euro e lo stato bulgaro, non dispone con questi fondi”.
Qualcuno racconta il falso e questo, è l’ennesimo brutto film.
Malcom Pagani
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 26th, 2010 Riccardo Fucile
“GOODBYE MAMA”, BYE BYE SPETTATORI: IL FILM FANTASMA CHE BONDI HA SPONSORIZZATO PER FARE UN FAVORE A MICHELLE BONEV, AMICA DI BERLUSCONI, IN BULGARIA NON SE L’E’ FILATO NESSUNO E NON E’ MAI STATO PROIETTATO NELLE SALE CINEMATOGRAFICHE… IN COMPENSO E’ COSTATO TRE MILIONI DI FONDI STATALI
Ministri e sottosegretari, alloggio al Cipriani di Venezia per tre giorni dal 3 al 6 settembre (“Ci dispiace”, dicono dalla direzione dell’albergo, ma chi abbia pagato il conto è un’informazione che proprio non possiamo dare”), charter privato decollato dalla Germania con 32 persone di delegazione.
Obiettivo, il Festival di Venezia, teatro dell’omaggio fasullo a Dragomira-Michelle Bonev e al suo film Goodbye Mama, inserito surrettiziamente in una sala del Lido per una grottesca parata governativa.
Il problema e il mistero sono la stessa faccia di una semplice constatazione.
Il film che nelle parole del ministro della Cultura di Sofia Vlady Rashidov avrebbe dovuto portare alla Bulgaria la fama mondiale che ottenne la Serbia con Underground di Emir Kusturica” è un’opera fantasma.
A parte il pomeriggio veneziano in cui Carlo Rossella la abbracciava e Galan, Carfagna e il vice di Bondi, Francesco Giro, si affacciavano con la targa inventata in piena estate, ma nel quale la stampa rimase fuori dalla proiezione, il nulla.
In patria non l’ha visto nessuno.
Non una misera proiezione di cortesia, un incontro con la stampa locale (imbarcata sul charter e prona nelle recensioni post-veneziane). Il nulla.
Non è stato distribuito, neanche per un giorno, nonostante la Bonev sognasse la candidatura all’Oscar per il miglior film straniero e sui divani dell’Excelsior rilasciasse dichiarazioni survoltate: “Ho altri 12 progetti nel cassetto e aspetto con fiducia la selezione di Hollywood”.
I commissari locali deputati alla scelta, dopo averlo visto, sono usciti mesti dalla proiezione organizzata dalla National Film Center Executive Agency, il luogo dove il ministero della Cultura indirizza i film in cerca di finanziamento.
Così a sperare nella notte di Los Angeles è rimasto il 35enne Kamen Kalev, che con la Bonev divide solo il luogo di nascita, Bourgas e che con il suo Eastern Plays era passato tra gli applausi alla Quinzaine dello scorso Cannes.
Michelle Bonev ha frustrato l’aspettativa megalomane e gli spettatori bulgari non hanno potuto neanche vedere se i denari elargiti dalla collettività (circa tre milioni di euro di costo è la cifra complessiva dichiarata quando con la sua Romantica Entreteinment) hanno avuto un esito di qualche genere.
Mentre Dragomira-Michelle nell’intervista concessa a Roncone del Corsera si paragonava al Papa, in patria teneva banco il caso diplomatico.
Una faccenda prosaica, terrena, sulla quale la più importante tv del Paese, la Btv (ex network di Rupert Murdoch) ha aperto il telegiornale.
Il cinema locale è in crisi anche a Est, i finanziamenti erogati sulla carta non sono stati ancora pagati, le troupe si lamentano e permanendo l’incertezza su chi abbia pagato l’allegra gita veneziana, ci si chiede chi abbia foraggiato l’avventura per immagini cui nessuno ha assistito.
Tra il 2 e l’8 ottobre, subito dopo la farsa veneziana, Goodbye Mama era atteso a un concorso al Golden Rose Festival di Varna.
Nella terza città della Bulgaria, tira un’aria salata.
I cineasti protestano per i fondi bloccati, inscenano manifestazioni e rinfacciano i fondi concessi alla Bonev.
Dragomira fiuta la situazione e a un tratto senza una spiegazione plausibile, Dragomira-Michelle sotiene l’impensabile. Manca la copia. Niente proiezione. Nel pressbook, sotto una foto della Bonev (una mania, la pretese anche per il suo libro pubblicato da Mondadori, Alberi senza radici), la storia della pellicola che del libro è una trasposizione.
Un melodramma incentrato su quattro donne (due sorelle, una madre e una nonna) che parte da quest’ultima ricoverata in un ospizio, picchia sul regime comunista e infine racconta la catarsi della protagonista che sbarca in Italia dove, neanche a dirlo, riconquisterà la libertà .
Una storia che il premier, da anni, racconta con pochissime variazioni.
Malcom Pagani
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 18th, 2010 Riccardo Fucile
SCOPPIA IL CASO DEI RIMBORSI E DEI SERVIZI SPECIALI DEL TG1….MASI COSTRETTO A ORDINARE UN’INDAGINE INTERNA SUI RIMBORSI SPESE DI 64.000 EURO DI MINZOLINI….LA SUA POLTRONA COMINCIA A SCRICCHIOLARE: RISCHIO 650 MILIONI DI EURO DI DEBITI CHE DOVRA’ RIPIANARE IL GOVERNO
Giornata nera.
Un colpo dietro l’altro: la sfiducia dei giornalisti, il duello tra Saviano e Maroni, le spese pazze di Augusto Minzolini.
Per uscire dall’angolo, Mauro Masi ha mollato il direttore del Tg1: il dg ha ordinato un’indagine
interna su Minzolini, accertamenti sui rimborsi per le trasferte e i servizi sulla Royal Caribbean (c’è puzza di pubblicità occulta).
Il Tg1 ha organizzato un concorso per famiglie con la multinazionale americana per il varo di una nave “gigante dei mari” e, in otto mesi, ospitato per sei volte un alto dirigente della Royal.
In più: Minzolini ha usufruito di uno sconto nel lussuoso albergo “Terme di Saturnia”, poco prima il Tg1 aveva intervistato il responsabile marketing.
Masi non s’è fatto pregare: “Abbiamo una società che può controllare chi e come promuove i marchi nei passaggi televisivi. Saranno efficienti e veloci”.
A sua volta Masi, per far tacere voci inconsulte, alza le mani: “Mi rivolgo al Collegio dei sindaci: avete i miei dati, sono a disposizione per verifiche sulla mia carta di credito”.
Un’operazione trasparenza volontaria per frenare pettegolezzi, mostrarsi casto e puro con i conti aziendali e distinguersi con Minzolini che, senza scusarsi nè pentirsi, in un anno ha speso 64 mila euro con una revolving di viale Mazzini, dieci volte in più di Mario Orfeo del Tg2.
E sulla bocciatura dei giornalisti?
Passa, nemmeno guarda.
Anche se la poltrona scricchiola e la reputazione pure: “Alla luce delle politiche aziendali esprimi fiducia al direttore generale Masi?”.
Il sindacato Usigrai l’ha chiesto a tutti i 1.878 giornalisti Rai: tra i 1.438 votanti, il 95% (1.391) ha risposto no.
L’indice di impopolarità di Masi rasenta lo zero tra i dipendenti (sondaggi, proteste, scioperi), ma il dg rifiuta il dissenso: “Come tutte le cose prive di rilevanza formale e sostanziale, il voto può essere solo o una manifestazione politica o un tentativo di intimorire”.
Ma sembra avere pochi dubbi: “Obiettivo fallito in entrambi i casi. Il primo perchè non c’era bisogno di questo costoso evento per sapere come è schierata politicamente l’Usigrai e soprattutto nel secondo caso perchè ci vuole ben altro e ben altri personaggi per provare soltanto ad intimorirmi”.
Il segretario Usigrai, Carlo Verna, alza la posta e invoca le dimissioni: “Masi deve lasciare. Il direttore generale ha messo in atto una serie di azioni negative. Il mancato accordo con Sky, mai spiegato in modo convincente, che ci fa perdere decine e decine di milioni di euro, un piano industriale che non prende corpo”.
La Federazione dei giornalisti (Fnsi) è con l’Usigrai : “I dati sono di una chiarezza impressionante. Masi si è aggrappato all’assenza di rilevanza formale del voto. Ma la sostanza del risultato fischia nelle sue orecchie come un tempo che è scaduto”.
Masi prova a restare in piedi tra le buche, la più grossa, una voragine sono i conti: senza tagli e manovre, entro tre anni, la Rai rischia 650 milioni di euro in rosso.
Viale Mazzini cerca uscite d’emergenza perchè l’ora è disperata, Masi cerca una scialuppa di salvataggio — come scrive Milano Finanza — nelle casse del governo: il contratto di servizio che lega la Rai al ministero dello Sviluppo economico e giustifica la tassa chiamata canone di abbonamento.
Il palinsesto Rai è diviso tra “programmi commerciali” (finanziati dalle pubblicità ) e “programmi di servizio pubblico” (coperti con il canone): la gestione separata del bilancio ha provocato perdite di circa un miliardo di euro in tre anni e dunque, per scongiurare tagli di personale e settori, l’azienda presenta il conto al ministro Paolo Romani.
Il ministero ha le chiavi per aprire una fonte vitale per la Rai: in una riunione con i dirigenti, aspettando un piano industriale, Masi aveva lanciato l’allarme per i creditori e le banche.
Chi ha voglia di scommettere sulla Rai di oggi?
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 9th, 2010 Riccardo Fucile
LA NORMATIVA SUI VOLI DI STATO, AUTORIZZATI DALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO, VALE SOLO PER L’ESERCIZIO DELLE PROPRIE FUNZIONI ISTITUZIONALI E QUANDO NON VI SIANO ALTERNATIVE SUI VOLI DI LINEA… NON SI POSSONO USARE PER RIUNIONI DI PARTITO E A PROPRIA DISCREZIONE…NEL 2009 A FRONTE DI UN BADGET PREVISTO DI 27.000 EURO LA BRAMBILLA HA POI SPESO 157.000 EURO DI VIAGGI
Per i suoi spostamenti Michela Vittoria Brambilla preferisce l’elicottero: di Stato e pagato dai contribuenti.
Già animatrice dei “Circoli”, ora “Promotori”, della libertà , il ministro e presidente in pectore dell’Organizzazione mondiale del turismo vantava già nel 2009 un piccolo record: 157.000 euro di spesa viaggi — per un dicastero senza portafogli – a fronte di un budget previsto di 27.000.
Ora forse è possibile capire il perchè.
È il 9 dicembre dello scorso anno, il ministro compie in auto (blu) i quattro chilometri e mezzo che separano la sua abitazione di Calolziocorte, nel Lecchese, dalla Aviosuperficie Kong di Levata, piccola frazione del comune di Monte Marenzo sulla statale 639.
A quel punto i cittadini hanno già speso 500 euro per il solo uso dell’auto (questa la tariffa rivelata dall’Espresso nel settembre del 2009 per il noleggio del mezzo). Ad attenderla, dalle nove del mattino, ci sono almeno una ambulanza, inviata dai volontari del soccorso di Calolziocorte su richiesta della centrale 118 di Lecco e un mezzo dei vigili del fuoco.
Già , perchè quando il ministro si sposta, tutte le forze convergono a prevenire problemi. Quando finalmente l’ambulanza torna in sede sono le 11.20.
Due ore dopo, però, il mezzo esce nuovamente per attendere il rientro dell’elicottero dei Carabinieri, sul quale viaggia il ministro.
Da verbale torna in sede un’ora più tardi.
La scena si ripete uguale almeno un’altra volta nel corso del 2010.
Il 13 marzo, nel giorno in cui il ministro è a Rimini, prima per incontrare il comitato elettorale del Pdl, poi per partecipare ad un incontro pubblico con gli operatori economici locali.
E un altro servizio di lì ad un mese risulta prenotato ed annullato all’ultimo momento.
Il 16 ottobre, poi, a Caiolo, Valtellina, il ministro è atteso per l’inaugurazione di un campo da golf, ma l’elicottero — scrivono allora i giornali locali – non parte per colpa delle condizioni meteorologiche e la Brambilla è costretta a dare forfait. Ogni volta la segnalazione dello spostamento arriva qualche giorno prima.
In questo modo tutti i mezzi necessari possono essere allertati. I rimborsi poi vengono scaricati sui contribuenti. Nel caso specifico della ambulanza, ad esempio, l’uscita è pagata dalla convenzione tra 118 e Regione Lombardia.
Alla Aviosuperficie Kong, piccola striscia d’asfalto privata tra le montagne e il margine di una palude ammettono senza problemi di non sapere sempre il nome dei passeggeri degli elicotteri che chiedono di usare la pista.
“A mia memoria saranno tre o quattro viaggi in un anno — spiega Nadia Ferrari — ma a volte è direttamente il pilota a contattarci”.
Del resto, dice ancora la dirigente della Kong, ad utilizzare la pista, normalmente destinata agli ultraleggeri, sono in tanti e quasi sempre noti.
Dagli elicotteri della Ferrari ai vociferati viaggi dell’ex ministro Roberto Castelli, che abita più o meno cinque chilometri a Est ed è oggetto delle discussioni locali al pari della vicina Brambilla.
Ma chi paga per tutto questo e su quali basi?
Dalla prefettura di Lecco non confermano e non smentiscono “nel merito”. Ma precisano che è “tutto a posto”. Per il gabinetto del prefetto, infatti, gli spostamenti del ministro sono approvati direttamente dall’ufficio voli della presidenza del Consiglio. Cioè pagati da noi.
La stessa spiegazione arriva dal nucleo elicotteri dei carabinieri di Orio al Serio, il più vicino (27km) dall’aviosuperficie di Levata.
Il colonnello Margini, che comanda il nucleo, conferma che se di voli si tratta — e l’ufficiale non conferma — questi devono essere autorizzati da Roma.
Quanto allo spiegamento di mezzi di soccorso, è “buona norma: “Siamo più tranquilli se ci sono”.
Anche se da Roma non arrivano risposte — l’ufficio voli di Stato “non è aperto al pubblico, non possiamo rispondere a questo tipo di domande” — non è difficile credere che tutto sia effettivamente in regola.
E allora guardiamola la regola.
Perchè quale che sia la versione ufficiale, è difficile comprendere su quali motivazioni il ministro possa volare sugli elicotteri dei Carabinieri a spese dei cittadini.
La normativa sui voli di Stato, varata pochi mesi dopo l’insediamento dell’esecutivo di Berlusconi, prevede infatti due soli ragioni, che devono intervenire contestualmente, per concedere il privilegio ai ministri della Repubblica.
Si legge infatti nellla direttiva del 25 luglio 2008 che per autorizzare il volo devono sussistere “comprovate ed inderogabili esigenze di trasferimento connesse all’efficace esercizio delle funzioni istituzionali”.
E soprattutto che devono non essere “disponibili voli di linea nè altre modalità di trasporto compatibili con l’efficace svolgimento di dette funzioni”.
È questo il caso?
Il nove dicembre scorso, ad esempio, il ministro è a Piazzola sul Brenta, provincia di Padova. Navigatore alla mano, per un comune automobilista sono due ore e 20 di tragitto. Molto meno con un lampeggiante sul tetto dell’auto. Abbastanza per giustificare il volo di un elicottero?
Per non dire dell’incontro a Rimini del 13 marzo.
Valgono un elicottero di Stato l’incontro con il proprio comitato elettorale e la partecipazione ad un incontro pubblico?
Del resto, che il ministro si senta importante – una “capopopolo”, disse di se stessa a Vanity Fair – a Calolziocorte è oggetto di qualche seccatura e molta ironia. I
n tanti ricordano parcheggi improvvisati dell’auto blu, fughe dal parrucchiere con salto della fila, multe che appaiono e scompaiono.
Fino al punto di creare una divertente aneddotica sul gran premio di Monza, che già costò caro a Rutelli e Mastella, rei di esserci arrivati con un volo di Stato nel 2007.
Due anni dopo la premiazione è toccata al ministro Brambilla e qualcuno dice che per la fregola dell’elicottero il ministro sia arrivato a destinazione venti minuti prima della sua stessa auto.
E che per una volta abbia dovuto aspettare.
Fabio Amato
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 4th, 2010 Riccardo Fucile
“SIAMO COSTRETTI A SCORTARE NON SOLO ESCORT, MA ANCHE GENTE IMPUTATA DI MAFIA”…”NOI, SE FREQUENTIAMO PER AMICIZIA UN PREGIUDICATO, SIAMO PUNITI, MA SIAMO COSTRETTI A SCORTARE CHI, SOTTO I NOSTRI OCCHI, VA A TRANS O A MINORENNI”…”LA SCORTA SERVE A MOLTI PER PAVONEGGIARSI: GLI AGENTI SIANO IMPIEGATI PER DIFENDERE I CITTADINI”
La denuncia è di Franco Maccari, segretario del sindacato di polizia Coisp, area di destra: “Non solo le scorte alle escort siamo costretti a subire con riluttanza. Ma anche quelle a gente imputata di mafia o a persone (come la Pivetti) che non hanno più nulla a che fare con la politica”.
Di fronte a quanto dichiarato ieri alla stampa da alcuni carabinieri sulla crescente insofferenza da parte dei tutori dell’ordine nel fare servizio di scorta ad accompagnatrici di politici per feste varie, il segretario del Coisp è netto: “Se è così, sarebbe encomiabile un sussulto di dignità da parte dei nostri colleghi costretti a volte a svolgere servizi che rasentano la decenza. O costretti a vedere cose ai limiti della legalità . I festini, per fare un esempio, si svolgono a un passo dalle scorte.Se davvero si rifiutassero, guadagnerebbero un po’ meno, ma almeno potrebbero guardarsi allo specchio”.
Maccari poi aggiunge: “Siamo al paradosso: noi per regolamento siamo puniti quando frequentiamo pregiudicati, anche solo a titolo di amicizia. Ma come la mettiamo con quelli che siamo costretti a scortare che hanno precedenti penali? O che, sotto i nostri occhi, vanno a transessuali o a minorenni? Non mi sembra molto edificante.”
Il segretatrio del Coisp tira le somme: “Le scorte in molti casi sono usate dalle “personalità ” per pavoneggiarsi. E’uno status symbol. Bisognerebbe avere il coraggio di metterci mano con serietà , recuperando personale da mettere a disposizione dei cittadini.Ma non c’è nulla da fare, non lo fa nessuno. E noi non abbiamo neanche i soldi per riparare le macchine o per pagare la benzina”.
Ricordiamo che attualmente sarebbero 570 i soggetti protetti, con un impiego di 2.500 uomini impegnati nel servizio e una spesa di 100 milioni di euro l’anno.
Con agenti che arrivano a sommare persino 120 ore mensili di straordinario di cui vengono pagate per regolamento al massimo 30 ore.
Una vergogna.
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Ottobre 26th, 2010 Riccardo Fucile
L’IMPIANTO SI BLOCCA PERCHE’ DOVREBBE BRUCIARE CDR E INVECE E’ ALIMENTATO CON SPAZZATURA NON TRATTATA… DAL 1999 AL 2009: 10 ANNI PER COSTRUIRLO, POCO PER ROVINARLO…ORA LA REGIONE DOVREBBE PAGARE 355 MILIONI PER RILEVARE UN IMPIANTO PER IL QUALE RIUSCIAMO A PAGARE 60.000 EURO AL GIORNO DI AFFITTO
Secondo Bertolaso l’inceneritore di Acerra “funziona e funzionerà sempre meglio”, ma in
realtà ha sempre funzionato poco e male., visto che brucia immondizia “tal quale”, quando invece è stato progettato per il cosiddetto cdr, il combustibile da rifiuti trattati.
La storia dell’impianto è il simbolo dell’emergenza rifiuti in Campania, una storia che inizia nel 1999, quando l’appalto è assegnato alla Fibe, nonostante non ci sia ancora la disponibilità dell’area su cui costruire l’impianto, riservandosi di individuarla suiccessivamente proprio ad Acerra.
Per l’acquisizione di quei suoli trascorrono ben 4 anni e poi, a rallentare ancora l’opera, ci si mettono i comitati locali che non lo vogliono.
Dopo un anno iniziano i lavori e in località Pantano, appena si scava, si trova l’acqua.
Alltri mesi, altre proteste, altre varianti.
La Fibe è esposta con le banche che hanno finanziato l’impresa in virtù del cfr stoccato da contratto: nel 2006 interviene in suo soccorso il governatore Bassolino con una ordinanza che autorizza lo stoccaggio in ecoballe.
Se ne producono tra 5 e 8 milioni: sono ancora ammucchiate nel guglianese e ci vorranno 20 anni a smaltirle.
Per ora sono intoccabili perchè sono l’unica garanzia in mano alle banche.
Nel 2007 la magistratura indaga l’impresa per frode in appalto pubblico e le sequestra, in via cautelativa, 250 milioni di euro.
Nel frattempo l’inceneritore non va avanti e le ecoballe si accumulano.
Prodi autorizza l’uso del “tal quale” e si arriva all’emergenza 2008 con il piano delle nuove discariche.
L’inceneritore alla fine viene inaugurato il 26 marzo 2009: la prima linea entra in funzione, le altre due entro maggio.
Dovrebbe bruciare 250 tonn di rifiuti al giorno, ma funziona a singhiozzo: il sistema di espulsione delle scorie s’intasa e le linee si fermano perchè non reggono le temperature elevate necessarie a bruciare il “tal quale”.
Ora si aspetta che un ente pubblico (Regione o Protezione civile) acquisti l’impianto valutato dall’Enea 355 milioni, per il quale attualmente vengono versati alla Fipe la bellezza di 60.000 euro al giorno di affitto.
L’inceneritore si è rivelato un affare, ma non certo per i cittadini campani.
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Ottobre 21st, 2010 Riccardo Fucile
UN IMMOBILE COMPRATO NEL 2003 PER REALIZZARE SPAZI DESTINATI A 50 SENATORI: LAVORI INFINITI, NESSUN UFFICIO PRONTO…. AVVIATO DA BALDUCCI E ZAMPOLINI 7 ANNI FA, DOVEVA ESSERE FINITO NEL 2006… MANCANO PERSINO GLI ARREDI
Venticinque milioni di euro solo per i lavori di ristrutturazione; 3 milioni e 700 mila euro per pagare l’affitto a una ex-Ipab che fa capo alla Regione Lazio; 1 milione per “provvedere ad adeguati arredi”.
Dunque, facendo due conti, poco meno di 30 milioni di soldi pubblici tutti già spesi o impegnati nell’arco di dieci anni.
Obiettivo? Realizzare nuovi uffici per cinquanta senatori.
Dove? Nel pieno centro storico di Roma, a pochi metri da Palazzo San Macuto, Pantheon e Palazzo Chigi.
E il risultato a tutt’oggi quale è?
Che ancora, dal 2003, neanche una stanza è pronta, che i ponteggi che si affacciano sulla vicina via degli Orfani, nome non casuale, stanno ancora lì come sette anni fa, e che soltanto la garritta esterna per la security di un palazzo ancora vuoto ha i vetroni scuri montati.
E si chiedono ancora altri soldi.
Benvenuti nel (forse) più esoso e infinito cantiere dei palazzi romani della politica, il secentesco palazzo di Santa Maria in Aquiro, tra piazza Capranica e l’attigua via degli Orfani.
Costi da record per un immobile preso in affitto nel 2003 dall’Isma con un canone annuo di 471 mila euro e scadenza di contratto febbraio 2021. Immobile imponente e dal passato dolente: era il vecchio orfanotrofio di Roma, e lungo quelle stanze ora milionarie si rincorrevano vite di miseria, di abbandoni e anche un pizzico di goliardia.
Fu un “martinitt” il fratello maggiore di Giulio Andreotti e lì, da piccolo, il futuro senatore era invitato a fare il chierichetto.
Sempre lì ha vissuto sette anni il piccolo Enrico Montesano. fu nel teatrino dell’istituto – ha raccontato poi l’attore – che cominciò a imitare i suoi istitutori.
I ragazzini in divisa uscivano da quel portone, sfilavano ordinati nelle loro passeggiate mattutine verso piazza Colonna e verso il Pincio.
Ma questo è il passato.
I conti del presente li ha fatti comma dopo comma, cifra dopo cifra, spulciando tutti i bilanci del Senato dal 2003 fino all’ultimo 2010, il segretario dei Radicali italiani Mario Staderini, che sui costi e sprechi della politica ha ingaggiato una battaglia di vita.
“L’assurdo non è solo che siano stati spesi 30 milioni senza avere ancora un nuovo ufficio pronto, sempre che davvero servisse, ma anche il fatto che, a fine contratto, ogni senatore, se mai ci entrerà , sarà comunque costato alle casse pubbliche una media di 8 mila euro al mese” contabilizza l’esponente radicale.
E aggiunge: “A rivedere acquisti o contratti d’affitto di quegli anni appare chiaro che la priorità fosse far girare soldi più che avere nuovi uffici”.
Il via libera per il Santa Maria in Aquiro fu dato – coincidenza – nei giorni in cui teneva banco uno dei tanti dibattiti sulla riduzione del numero di deputati e senatori.
La consegna del primo lotto era prevista nel 2006, poi slittata nel 2008, poi un'”aggiuntina” al 2009 e adesso, nella relazione allegata all’ultimo documento del Bilancio del Senato 2010, si prevede finalmente “la consegna degli uffici entro l’anno”.
Ma con una postilla che, secondo Staderini, sa di beffa finale: vi si sottolinea “l’esigenza di destinare significative risorse finanziarie all’acquisizione degli arredi indispensabili alla funzionalità degli uffici e dei locali”.
Insomma mancano ancora i soldi per sedie, scrivanie e telefoni.
Da chi fu avviata nel 2003 l’operazione?
Dal Provveditorato delle Opere pubbliche diretto da Angelo Balducci e con i lavori affidati all’architetto Angelo Zampolini: due nomi che nei mesi scorsi sono stati al centro delle inchieste sui grandi appalti.
Sempre loro, in quel periodo, si adoperarono per l’acquisto dell’immobile di largo Toniolo e il complesso della Minerva dove scoppiò il caso della buvette abusiva.
“Denunciare questi sprechi – chiosa Staderini – è il nostro modo di lottare per un Parlamento pulito. Esattamente come quando, mesi fa, abbiamo reso pubblica la lista di contratti, fornitori e consulenti della Camera tenuta riservata per sessant’anni”.
(da “la Repubblica“)
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