Novembre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
STUDIO DELLA CGIA DI MESTRE SU SETTE TERREMOTI, DAL BELICE ALL’EMILIA… IL FISCO HA RACCOLTO 145 MILIARDI CON 5 AUMENTI DELLA BENZINA MA I COSTI DELLA RICOSTRUZIONE SONO STATI DI APPENA 70 MILIARDI
Quando gli italiani fanno il pieno di benzina, pagano 11 centesimi al litro di accise: sono quasi
quattro miliardi l’anno, prelievi giustificati con la necessità di ricostruire le aree colpite dai terremoti.
Il meccanismo vale per il Belice del 1968, così come per l’Emilia Romagna del 2012. In cinquant’anni di danni e successive pezze, lo Stato ha incassato 145 miliardi da questi balzelli straordinari. Ma sul territorio ne sono finiti meno della metà .
Il conteggio arriva dalla Cgia di Mestre, che ricorda che “per fronte alle opere di ricostruzione delle zone interessate dai terremoti del Belice (1968), del Friuli (1976), dell’Irpinia (1980), delle Marche/Umbria (1997), della Puglia/Molise (2002), dell’Abruzzo (2009) e dell’Emilia Romagna (2012) lo Stato in questi anni ha aumentato 5 volte le accise sui carburanti, consentendo all’erario di incassare in quasi 50 anni 145 miliardi di euro in valore nominale”.
D’altra parte, il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha stimato “in 70,4 miliardi di euro nominali (121,6 miliardi, se attualizzati) il costo complessivo resosi necessario per ricostruire tutte e sette le aree fortemente danneggiate dal terremoto (Valle del Belice, Friuli, Irpinia, Marche/Umbria, Molise/Puglia, Abruzzo ed Emilia Romagna)”. Ecco allora che i conti non tornano: notano da Mestre “che in quasi 50 anni in entrambi i casi (sia in termini nominali sia con valori attualizzati) abbiamo versato più del doppio rispetto alle spese sostenute.
Solo i più recenti, ovvero i sismi dell’Aquila e dell’Emilia Romagna, presentano dei costi nettamente superiori a quanto fino ad ora è stato incassato con l’applicazione delle rispettive accise”.
L’associazione degli artigiani schematizza le cinque tragedie, con il relativo incremento delle tasse sui carburanti, al netto di quanto possono aggiungere i governatori a livello regionale
Valle del Belice (1968): l’allora Governo guidato da Aldo Moro introdusse un’accisa sui carburanti di 10 lire al litro. Dal 1970 fino al 2015 l’erario ha incassato 8,6 miliardi di euro nominali. Secondo il Consiglio Nazionale degli Ingegneri la ricostruzione è costata 2,2 miliardi di euro nominali. In valori attualizzati al 2016, invece, costo è stimabile in 9,1 miliardi di euro e la copertura ricavata dal gettito fiscale di 24,6 miliardi di euro;
Friuli (1976): l’accisa introdotta sempre da un esecutivo presieduto da Aldo Moro fu di 99 lire al litro. Dal 1976 al 2015 questa imposta ha garantito un gettito di 78,1 miliardi di euro nominali, mentre per gli ingegneri la ricostruzione è costata 4,7 miliardi di euro nominali. Attualizzando gli importi, invece, si evince che la spesa per la ricostruzione è stata di 18,5 miliardi di euro, mentre il gettito fiscale recuperato è stato di 146,6 miliardi di euro;
Irpinia (1980): il Governo di Arnaldo Forlani approvò l’introduzione di un’accisa di 75 lire al litro. In questi 35 anni di applicazione l’erario ha riscosso un gettito di 55,1 miliardi di euro nominali. Stando alle stime rese note dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri, la riedificazione degli immobili e delle infrastrutture è costata 23,5 miliardi di euro nominali. Se, invece, attualizziamo le cifre si deduce che il costo si è aggirato attorno ai 52 miliardi di euro mentre la copertura è stata di 86,4 miliardi di euro;
Abruzzo (2009): il Governo di Silvio Berlusconi ritoccò il prezzo della benzina e del gasolio per autotrazione di 0,004 euro al litro. A fronte di una spesa ipotizzata di 13,7 miliardi di euro nominali, lo Stato finora ha incassato 539 milioni di euro nominali. Attualizzando i dati, invece, il costo è sempre di 13,7 miliardi di euro e il gettito proveniente dall’accisa di 540 milioni di euro;
Emilia Romagna (2012): l’esecutivo presieduto da Mario Monti decise di aumentare le accise sui carburanti di 0,02 euro al litro. Stando ad una spesa per la ricostruzione che dovrebbe aggirarsi attorno ai 13,3 miliardi di euro nominali, il gettito riscosso fino adesso con l’accisa sulla benzina e sul gasolio per autotrazione è stato di quasi 2,7 miliardi di euro nominali. Con i dati attualizzati, sia i costi che il gettito sono in linea con i valori nominali.
Per il terremoto delle Marche e dell’Umbria (1997) e per quello del Molise e della Puglia (2002) non è stata introdotta nessuna accisa.
La Cgia ricorda ancora che la Finanziaria 2013 del governo Monti ha reso permanenti le accise introdotte per recuperare le risorse da destinare alla ricostruzione delle zone colpite dal terremoto. E solleva un ulteriore paradosso: “Se l’applicazione delle accise per la ricostruzione è in parte giustificabile – annota il segretario Renato Mason – perchè mai continuiamo a pagare quelle per la guerra in Abissinia del 1935, per la crisi di Suez del 1956, per il disastro del Vajont del 1963 e per l’alluvione di Firenze del 1966 fino ad arrivare al rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004?”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 1st, 2016 Riccardo Fucile
“SCOMPARE UN BAGAGLIO CULTURALE UNICO, IL SIMBOLO DI TUTTO QUELLO CHE DI MERAVIGLIOSO HA L’ITALIA”
Gli edifici non sono persone. Miracolosamente il terremoto di questi giorni in Italia non sembra
avere causato morti.
Eppure il dolore per la distruzione di chiese, torri, palazzi e intere cittadine è lo stesso enorme, non soltanto per gli italiani o per solidarietà nei confronti di decine di migliaia di senza tetto, ma per la perdita arrecata all’umanità intera dalla scomparsa di un patrimonio culturale unico.
È l’opinione espressa stamane da un columnist del Guardian, Jonathan Jones, che aggiunge la sua voce ai tanti editoriali, reportage e servizi dedicati dai media di tutto il mondo alla nuova tragedia sofferta dal nostro paese.
“Il terremoto dell’Italia ci riguarda tutti”, si intitola l’articolo del quotidiano londinese, “perchè la ricchezza culturale italiana è senza eguali”. Ed è profondamente triste, afferma il commentatore, quando la natura distrugge una storia tanto ricca.
“Non posso fare a meno di sentirmi a lutto per la basilica di Norcia”, scrive Jones. “E dire che non l’ho nemmeno mai visitata. Ma sono in preda alla tristezza perchè quella chiesa simboleggia tutto quello di meraviglioso che ha l’Italia. Da nessun’altra parte sul nostro pianeta esiste una ricchezza artistica e culturale come nella penisola italiana. È ammissibile che io mi senta rattristato dal danno subìto dall’Italia più che da ogni altro?”.
La grandezza culturale italiana, spiega il columnist del Guardian, sfida la sua instabilità geologica.
“Dalla cattedrale di Orvieto alle strette, ripide stradine di Siena, questa è una terra di gente che ha costruito sulla sommità di colline, montagne e precipizi. È una terra in cui puoi sentire il passato medievale, avvertire la presenza di generazioni dopo generazioni. La vita stessa è incastonata nelle pietre d’Italia”.
Certo, conclude Jones, i disastri naturali non sono una novità per gli italiani, come rammentano Pompei ed Ercolano, sommerse dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo.
“Da Pompei a Norcia, le genti d’Italia hanno convissuto con le catastrofi per millenni”, scrive il commentatore inglese, “e da quella instabilità hanno tirato fuori la bellezza. Perciò ogni perdita di quel magnifico tessuto umano è una perdita per tutti”. Un pensiero conclusivo che sembra riecheggiare l’Hemingway di Per chi suona la campana.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 31st, 2016 Riccardo Fucile
NUOVO DECRETO MA SENZA NUOVE RISORSE… IN EUROPA OTTENUTI 3,4 MILIARDI DI FLESSIBILITA’, MA PER IL TERREMOTO STANZIATI SOLO 600 MILIONI
A nuovo devastante terremoto segue nuovo decreto, ma — almeno per ora — le risorse restano pressochè immutate.
Nel corso della conferenza, al termine del consiglio dei ministri, dice il premier: “Le risorse necessarie sono già stanziate nella legge di Stabilità , perchè c’è un ampio margine. Se ci sarà bisogno di ulteriori risorse metteremo ulteriori risorse”.
La notizia della prima riunione del governo dopo il terremoto più forte dai tempi dell’Irpinia è —paradossalmente – in una parola che proprio in Irpinia diventò sinonimo di incubo: container, il provvisorio che diventa definitivo.
Perchè, di fronte all’ansia delle popolazioni, alla preoccupazione di vivere una condizione di sradicamento, da migranti nel proprio paese, Renzi ha deciso una “ricostruzione in quattro fasi”.
La prima, di qui a Natale: gli alberghi.
La seconda, entro Natale, sono i container: “è meno piacevole della casetta di legno — spiega il premier – spendiamo un po’ di più, ma ci consente di riportare lì la gente partendo dall’assunto che le tende a dicembre a Norcia e dintorni sono un problema”. Entro primavera estate, “si va avanti con la costruzione delle casette di legno”. Quarta: “la ricostruzione vera e propria per mettere le case a regola d’arte”.
Sarà scritto in un nuovo decreto, che sarà presentato di qui a venerdì.
Mossa che, al netto dei titoli che danno l’idea della risposta, “faremo un decreto”, si presta alla malizia delle opposizioni.
Perchè fare un decreto 2 sul terremoto, visto che il decreto 1 — arrivato da poco in Senato — non è stato convertito? Non bastava un emendamento?
Il punto fermo di tutta la storia, come spesso accade, sono i soldi.
Perchè un qualunque decreto — a legge di bilancio aperta — può utilizzare le risorse dell’anno in corso, dunque del 2016, altrimenti incide sui saldi della manovra.
Quindi sarà un decreto con assai poche risorse, come effettivamente ammette il premier.
L’impostazione della conferenza stampa, ma più in generale della gestione del terremoto, da parte di Renzi viaggia da giorni su due piani.
Quello verbale, fatto di toni determinati con l’Europa: “Se dopo quello che è accaduto qualcuno mi parla di regole europee significa che ha perso la testa”.
Quello sostanziale, fatto di cifre che, al momento non tornano.
L’HuffPost ha documentato come ci sia un forte gap tra la flessibilità ottenuta in Europa (3,4 miliardi) e i soldi stanziati sul terremoto nella manovra : 600 milioni ora certi.
Il resto è nel regno delle ipotesi più che delle certezze: 200 milioni dal 2018 al 2047, per la cosiddetta ricostruzione privata.
Il che significa che, già adesso, si prevede una ricostruzione di 30 anni.
Al Tesoro minimizzano: “È naturale — dicono fonti vicine a Padoan – che non ci siano 3,4 miliardi di nuove spese dentro l’articolato della manovra perchè una parte di queste spese figura in forma aggregata nei fondi dei singoli ministeri”.
Una spiegazione che però conferma che i conti non tornano.
Perchè, come spiega qualche vecchio funzionario del bilancio, il grosso delle cifre per la ricostruzione “lo devi mettere lì, poi ci può stare che la benzina dei mezzi militari usati la metti sui fondi per la difesa, ma è strano che in manovra ci sia una cifra così bassa”.
In un secondo tempo, sempre da via XX settembre, si puntualizza: “Un altro miliardo arriverà dal fondo per lo sviluppo degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale istituito dall’articolo 21 della Legge di bilancio.”
Fondo per cui il governo ha previsto 1,9 miliardi.
Anche così però le risorse dedicate al sisma raggiungerebbero soltanto quota 1,6 miliardi di euro, circa la metà di quanto chiesto a Bruxelles.
Ed è proprio sulle cifre che, gli “appelli” alla collaborazione sono già caduti.
Perchè il premier chiede di votare le sue misure. E le opposizioni invocano un confronto per ridiscuterle.
Il capogruppo di Sinistra Italiana, Arturo Scotto, proprio citando la ricostruzione dell’HuffPost annuncia una interrogazione parlamentare: “La presenteremo perchè è evidente è troppo poco per dire che c’è una svolta, con 600 milioni di euro su 3,4 miliardi di flessibilità . Avevamo proposto un punto di Pil per un grande piano per la sicurezza, la prevenzione e la cura del territorio. Su quello avremmo collaborato”. Anche per i 5Stelle “i conti non tornano”. La cifra era stata già stanziata prima della scossa di domenica. E resta invariata.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 31st, 2016 Riccardo Fucile
RICOVERI A TEMPO DOPO LE PROTESTE DEGLI ABITANTI CHE NON VOGLIONO LASCIARE IL PAESE… I DUBBI DELLA PROTEZIONE CIVILE SULLA RESISTENZA DEGLI SFOLLATI
Automobili con dentro tre, quattro persone avvolte nei piumoni e nelle coperte. Camper dove le
famiglie hanno dormito in cinque davanti casa.
La resistenza degli abitanti di Norcia, che non vogliono lasciare il paese, ha convinto la Regione e il Comune ad allestire quelle che vengono chiamate “tende sociali” o “tende collettive”
Non sono delle tendopoli, guai a dirlo, nè delle soluzioni che avranno durata lunga. Anzi, secondo quanto viene spiegato anche dal vice presidente dell’Umbria, Fabio Paparelli, si tratta di un compromesso che permette a chi non vuole salire sui pullman, diretti negli hotel sul lago Trasimeno, di restare a Norcia “per qualche giorno, non di più”. In pratica fino a quando gli stessi abitanti saranno costretti dal freddo e dalle esigenze ad andare via e ad accettare di andare negli alberghi.
E in ogni caso i posti disponibili sono non più di duecento dislocati in due diversi punti.
Queste tende sociali sarebbero in realtà dei centri di aggregazione, spiega la Protezione civile, dei luoghi dove pranzare ma “per la notte vengono posizionate delle brande e la popolazione che non vuole andare in albergo può riposare”.
I numeri sono stratosferici e spaventosi. Potrebbe essere il sisma con il maggior numero di sfollati poichè le persone coinvolte dal sisma del 30 ottobre sono oltre 100 mila.
Gli abitanti considerati assistiti dalla Protezione civile per adesso sono 15 mila. Ma con il passare delle ore il numero crescere.
Solo nelle Marche la Regione ha parlato di 25 mila persone che avranno bisogno di assistenza. Questo non vuole dire che tutte andranno in albergo, molti sceglieranno altre soluzioni e il sussidio.
Insomma, è ancora tutto in divenire e si attende il Consiglio dei ministri del pomeriggio per aver le idee più chiare. Intanto scene di rabbia e desolazione, dopo quelle di ieri, sono ricominciate questa mattina all’alba, al sorgere del sole quando la popolazione ha lasciato le proprie macchine o le tre tende che erano state montate dopo il sisma del 26 ottobre e si è messa in fila davanti la tenda dell’Anpas per la colazione, caffè, tè e biscotti. Volti segnati dalla paura e dalla stanchezza.
“Dopo questa notte andrete in albergo?”, chiedono i volontari. “Rimaniamo, ci mancherebbe che non rimaniamo, duri a morire, noi abbiamo la capa tosta”, risponde Giuseppe Civitenga. Una donna, piumino blu, lascia la tenda insieme alle tre sue figlie: “È dura, fa freddo. Tutti ci chiedono perchè non andiamo in albergo ma il nostro paese è qui. Non è un albergo”.
Le persone vanno avanti in un continuo vagabondare tra la noia e la voglia di salvare le proprie aziende. “Abbiamo la stalla inagibile dal 24 agosto e nessuno ha fatto nulla”, dice una ragazza mentre attende che i vigili del fuoco la portino a casa per recuperare un po’ di vestiti ma soprattutto le medicine per la mamma perchè a Norcia anche la farmacia ha dovuto abbassare la saracinesca.
Il centro operativo è un via vai di abitanti afflitti, di mamme con in braccio i figli, che chiedono assistenza.
“Diamo la possibilità di dormire nelle tende comuni, così per esempio – spiega il vicepresidente Paparelli – un capo famiglia può restare qui a presidiare il territorio mentre il resto della famiglia soprattutto i figli possono andare negli hotel”. ‘Presidiare’ inizia ad essere la parola che rimbomba tra gli abitanti mentre cresce la paura degli sciacalli.
Le scosse non danno pace agli abitanti già provati da due mesi di tormento e le mura della città franano sempre di più, l’asfalto stradale sprofonda attorno a un paese che forse non ripartirà mai e che adesso spera nell’arrivo dei moduli abitativi provvisori. Ma nella migliore delle ipotesi bisognerà aspettare aprile.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 31st, 2016 Riccardo Fucile
SULLA DORSALE APPENNINICA NON C’E’ AREA CHE NON SIA A RISCHIO SISMICO
Non so quanto ci vorrà perchè noi si prenda seriamente atto di appartenere a un Paese sismico. Eppure basta un’occhiata.
Soprattutto in Appennino, nei giorni chiari o nelle notti di luna, capita di sentirla respirare, la dea degli Abissi. Succede quando ti si apre a perdita d’occhio una processione inconfondibile di alture arcigne, inquiete e irregolari. Alture simili al mare quando il vento cambia direzione.
E’ lì che si intuisce di appartenere a un Paese speciale, dove la lettura di superficie non basta, e si ha bisogno di sapere cosa c’è sotto. Anche senza conoscere la sequenza delle catastrofi, ci si accorge che lì si cela la chiave di tutto.
Forse l’anima stessa dell’Italia. Qualcosa che parte dal profondo. Proviamo a sorvolarla, la schiena del Paese, dalle porte dell’Africa alla fine della Alpi.
C’è Pantelleria, che fuma e sfiata dalle fessure, relitto contorto di un cratere esploso come l’isola di Santorini, nel quale poco più di un secolo fa il mare ribollì e sputò luminarie come di fuochi artificiali, per vomitare un’escrescenza incendiaria vista fino in Tunisia.
La Sicilia, segnata di cicatrici, con Persefone che ti dà il benvenuto dalle rovine ciclopiche di Selinunte, i templi greci squassati dai terremoti davanti a un mare blu cobalto.
Il Belice, con i branchi di cani che, decenni dopo il disastro, popolano i paesi abbandonati dagli umani, forse per dirti che il peggio deve ancora venire, verso Ragusa, dove le meraviglie del barocco siciliano nascono dal sisma che nel 1693 – in una notte di pioggia, folgori e maremoti – fece cinquantamila morti nell’isola sud-orientale.
E da lì continui, di monte in monte, come sulla cresta di un drago, verso il cono fumante dell’Etna, con gli sterminati campi di lava coperti di pistacchio, con la vista che si apre sull’intero Sud dall’orlo della voragine di fuoco che per millenni ha indicato alle navi la rotta degli Stretti.
Poi ancora, verso Taormina, storte rocce rossastre emerse da profondità spaventose, baricentro di un gorgo di forze plutoniche che, ruotando, spingono il Tirreno a espandersi, mentre lo Jonio si accartoccia e l’Adriatico spinge a Nordovest con tutta la Puglia e la Dalmazia e la pianura Padana verso la cordigliera alpina.
E avanti ancora, verso Messina, dove lo tsunami d’inizio Novecento fu tale da spingere le barche sui tetti delle case crollate.
Calabria, regione di cui nessuno parla ma che resta la capitale sismica d’Italia, con un pedigree da far paura e un territorio segnato da una teoria infinita di abbandoni, crolli e smottamenti.
Dall’alto dell’Aspromonte, un’altra pazzesca visione totale. Scilla, dove nel 1783 (anno segnati da cinque terremoti), crollò la montagna costiera per una fascia di oltre due chilometri. Al largo, le lingue infernali di Stromboli e Vulcano. Dall’altra parte, verso Nicastro e su tutta la costa grecanica, l’epopea dei paesi di montagna abbandonati e ricostruiti sul mare, con lo stesso nome.
Visto da lassù, nemmeno il profondo del Tirreno dà segni di tregua, con le topografia sconosciuta dei grandi vulcani sottomarini, uno dei quali – il Marsilli – grande come due volte l’Etna, dà allarmanti segni di risveglio dopo millenni di letargo.
E si continua, senza tregua, come sulla gobba di un leviatano, fino alla Lucania, con il grandioso massiccio del Pollino, le cui fondamenta sembrano annunciare terremoti ma dove, inspiegabilmente, i sismografi tacciono, e nemmeno i sismologi sanno se tutto questo sia sintomo di una tregua duratura o di un possibile, catastrofico “big one” come quelli californiani. E ormai siamo al femore dello Stivale, con la cosiddetta Fossa Bradanica, linea sismica sulla quale la piattaforma eurasiatica si scontra nientemeno che con quella africana, la Grande Madre dei terremoti che galoppa verso Nordovest e ha generato il sisma in Irpinia degli anni Ottanta, poi quello dell’Aquila e ora quello tra Marche e Umbria.
Non è una mappa, è un percorso di guerra, lungo tutta la dorsale appenninica, fino in Liguria.
C’è il Vesuvio, naturalmente, primo di una serie di crateri che, sfiorando Roma, arrivano fino in Toscana a fil di Tirreno.
Ma il Vesuvio è niente rispetto al calderone dei Campi Flegrei, fumante porta dell’Averno per gli antichi, che 400 secoli fa esplose generando una nube che cambiò il clima mondiale.
La bestia è ancora viva: l’ultimo dei vulcani flegrei si è aperto solo cinquecento anni fa, senza parlare della vicina Ischia, che negli ultimi tremila anni si è alzata di settecento metri a furia di terremoti, mentre l’isola di Procida si è staccata dalla terraferma per un impressionante abbassamento dei fondali davanti a Pozzuoli.
E non è finita, perchè l’ultimo terremoto in Emilia ci ha appena ricordato che la pianura non significa silenzio sismico.
Abbiamo imparato che le faglie vanno semplicemente in immersione sotto il mare ghiaioso della Padania e continuano imperterrite verso settentrione.
Rimini, Ferrara, Reggio, Bologna, Brescia, in anni diversi, hanno ballato esattamente come Avellino, Norcia, l’Aquila e Amatrice.
Per non parlare di ciò che abbiamo alle frontiere del Nordest, con la lezione tremenda del Friuli 1976, i sismi ripetuti in Carinzia e in Slovenia.
Nella quale rimane a rischio la centrale atomica di Krsko, a soli 150 chilometri da Trieste. Davvero non serve che siano gli scienziati a dirci che l’Italia è un paese che balla.
Ci basta un colpo d’occhio.
Paolo Rumiz
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 31st, 2016 Riccardo Fucile
TRA PAURA E VOGLIA DI RICOMINCIARE… E A VISSO GLI ANZIANI PREFERISCONO SFIDARE IL SISMA PIUTTOSTO CHE LASCIARE LA LORO TERRA
“Io voglio tornare a casa mia, ho i cani e i cavalli, di sicuro in albergo non ci vado”. L’uomo che
parla ha un viso apparentemente sereno, ma la voce tradisce l’emozione che nasce dall’incertezza.
In pochi secondi la vita degli abitanti di Visso, piccolo comune montano in provincia di Macerata, è cambiata completamente. “I pochi che sono rimasti non vogliono lasciare la zona. Doversi spostare in Abruzzo, dove ora, con le nuove emergenze legate al terremoto di Norcia, c’è più possibilità di accoglienza – dice un operatore della Protezione civile – , per loro è inaccettabile”. Chi vuole restare, per vigilare sugli animali, può farlo. “Noi, non deportiamo nessuno”.
Eppure c’è chi, da qualche giorno, ha accettato una nuova vita, anche se provvisoria.
Sono gli ospiti di una delle strutture turistiche che ha aperto le porte agli sfollati e che è diventata in poche ore anche centro operativo per la Protezione civile.
Si trova a Porto Sant’Elpidio dove, in tempi rapidissimi, il direttore Daniele Gatti, ha riaperto il villaggio turistico Holiday.
Cinquecento persone, tra cui anziani e bambini, hanno trovato posto nella struttura che aveva chiuso appena un mese fa.
“Avremmo molti più posti a disposizione – dice il direttore – , ma abbiamo difficoltà con la distribuzione del cibo”.
Il tentativo di far sentire gli ospiti a proprio agio si traduce nell’organizzazione di partite a carte, di aree giochi dedicate ai più piccoli, di bar che offrono consumazioni gratis a tutte le ore. “Qualcuno si ostina a voler pagare il caffè. Farlo è un gesto che riporta alla normalità “.
Sono lontani dalla normalità gli abitanti di Norcia. È una ferita troppo fresca quella che ha aperto il terremoto che ha spazzato via la basilica di San Benedetto.
Per ore aspettano la disponibilità delle squadre dei vigili del fuoco per recuperare farmaci, biancheria e animali domestici.
Cose semplici, banali nella quotidianità , ma che in momenti di difficoltà , come quelli di adesso, diventano tesori.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 31st, 2016 Riccardo Fucile
SUI MEDIA INTERNAZIONALI GRANDE RISALTO AL SISMA CHE LA COLPITO IL NOSTRO PAESE
Da Marienplatz a Monaco, passando per la Wall Street di New York o per Piccadilly Circus a Londra.
Non importa in quale piazza d’Europa o d’America: il 31 ottobre mezzo mondo si sveglia ai piedi di San Benedetto, la basilica distrutta di Norcia.
In ogni lingua, su ogni quotidiano o sito, le parole che accompagnano più spesso la cronaca d’Italia sono due: un sostantivo, “distruzione”, e un avverbio che pesa come un macigno. “Ancora”, “again”.
Ma a parlare è soprattutto quell’immagine: ovunque, campeggia la foto di San Benedetto sventrata.
E il giorno dopo, è come il giorno prima: altre scosse, altre prime pagine. Altre parole, sinonimi, perifrasi per ingabbiare l’evento naturale fuori controllo: “Das monster”, “Il Mostro”.
“Come pedine di un domino”: le scosse si susseguono “comme un jeu de dominos”, scrive il francese le Monde.
“La terra ha tremato ancora una volta, ancora più forte, ancora più a lungo”. Ancora.
E neppure il pasticcio delle email di Clinton buca il cuore della prima pagina del quotidiano di Wall Street quanto la foto della chiesa sventrata.
L’America di “Usa Today” legge le storie di “quelle tante persone costrette a dormire in auto o alla bene e meglio, con il terrore che le proprie case possano crollare”.
In Germania, a Monaco, la Suddeutsche Zeitung sbatte le rovine in bella evidenza e non esita a definire il terremoto “il mostro”.
La Bbc, la emittente che è britannica ma che fa da sentinella a tutte le più importanti notizie del mondo, tiene l’Italia in cima alla lista. E parla di lotta: “Italy struggles in quake aftermath”, è la lotta, lo sforzo, il conflitto tra l’uomo e la natura.
Ma tra i “vicini di casa” d’Europa c’è chi oltre al linguaggio della distruzione parla quello della promessa.
Cosa succede ora? Se lo chiede ad esempio lo spagnolo El Paìs, che a pagina 3 con l’inviato Pablo Ordaz ricostruisce i piani del governo e apre una riflessione tutta europea, nella paginata dal titolo: “Renzi promette di ricostruire l’Italia senza obbedire ai vincoli di bilancio targati Ue”.
Qui la cronaca fa spazio al ragionamento. “Da anni ormai – scrive Ordaz – il governo italiano si fa carico, praticamente da solo, del salvataggio di migliaia di persone che tentano di raggiungere l’Europa dalla Libia. Lo sforzo ora, con gli effetti del terremoto da sobbarcarsi, si complica”.
A fare i conti di questo sforzo pensa il Financial Times: “Il susseguirsi di forti scosse quest’anno ha scosso il Paese – scrive il quotidiano di Londra – e la gestione del terremoto è diventata per Renzi una grossa sfida politica, visto tra l’altro l’imminente referendum, che sarà per lui decisivo. Renzi intende ora mettere nel bilancio 2017 fino a 3 miliardi di euro in più, per dedicarli alla ricostruzione, e vuole che non vengano calcolati nel computo del deficit dalla Ue”.
Cronache internazionali sul terremoto: dalla scossa delle emozioni alle scosse della politica.
(da agenzie)
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Ottobre 31st, 2016 Riccardo Fucile
DOPO IL CROLLO DELLA BASILICA: “NON CE NE ANDREMO, LI’ SI RESPIRAVA LA REGOLA”
“È svanita la nostra culla. Non riesco ancora a rendermene conto. Soffro per tutto quello che
abbiamo perso in un istante”.
Padre Bruno Marin, superiore dei benedettini, osserva con dolore e disperazione la basilica di San Benedetto a Norcia che si è sbriciolata per il terremoto.
In un’intervista alla Stampa prova a infondere il coraggio di ripartire, perchè “Nostro Padre Benedetto ha iniziato da lì”.
“La basilica di Norcia era la casa della famiglia di San Benedetto. Noi avevamo lì le nostre radici storiche e spirituali. Esserci era come portare avanti una missione secolare, tener fede a un mandato ricevuto direttamente dal fondatore”.
Padre Bruno Marin ricorda l’importanza di quei luoghi per la Regola benedettina.
“Nostro Padre ha lasciato la famiglia d’origine per andare a studiare a Roma, dove però si è scontrato con una realtà di depravazione fino a dover scappare, prima a Subiaco, dove visse come un eremita, poi a Monte Cassino. È a Norcia che il cammino comincia. Ieri come ora”
La promessa dei benedettini è che da Norcia non andranno via.
“Crollano le mura, non ciò in cui crediamo. Non ce ne andremo e ricostruiremo pietra su pietra, con l’aiuto di Dio”. […] “Quelle mura racchiudevano la specificità del carisma benedettino. Semplicità , essenzialità evangelica, solidarietà ” […] “Scompare un luogo preziosissimo e insostituibile dal punto di vista affettivo. Ad andare in macerie è il simbolo delle origini benedettine. Lì si respirava la Regola, tra le mura crollate il percorso ha tratto linfa”
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 31st, 2016 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DEL VIGILE DEL FUOCO MAURO CACIOLAI
Ad Amatrice, due mesi dopo la prima violenta scossa di terremoto del 24 agosto, sarebbe potuta essere di nuovo strage.
Se infatti il centro storico – che ha subito nuovi crolli a seguito del sisma del 30 ottobre a Norcia – è da tempo totalmente disabitato, la zona rossa viene tuttavia visitata quotidianamente dai vigili del fuoco.
È grazie al cambio dell’ora che tutti sono salvi.
“Se la forte scossa di oggi ci fosse stata due ore dopo, non so quanti vigili del fuoco ci sarebbero sotto le macerie, pare non ci siano vittime ed è un miracolo”, sottolinea da Amatrice Mauro Caciolai, a capo del nucleo interventi speciali dei vigili del fuoco.
La mattina è di solito il momento in cui si lavora nelle ‘zone rosse’ dei borghi colpiti dal sisma per fare rilievi, verifiche o recuperare beni dalle case inagibili. E oggi sono ancora una volta le ‘zone rosse’ ad aver subito i crolli più gravi.
“Ad Amatrice, come in altri borghi colpiti – spiega a LaPresse Caciolai – il terremoto ha raso al suolo case che non erano occupate per i danni subiti a seguito delle scosse precedenti. Qui per fortuna non ci dormiva più nessuno”. Mentre parla al telefono nuove scosse, meno violente, fanno tremare il centro Italia. “Eccone un’altra – dice – ma è meno forte”.
“Ora siamo impegnati con nuove ricognizioni in tutti i paesi e le frazioni colpite – prosegue – le verifiche che avevamo fatto sugli edifici e quello che avevamo scritto finora (nei controlli di agibilità ndr.) viene rimesso in discussione dalla scossa di oggi”.
“Il tutto con un’enorme difficoltà aggiuntiva rappresentata dai danni alle infrastrutture – aggiunge Caciolai – strade e reti dell’elettricità e telefoniche sono danneggiate in tutta l’area, e raggiungere alcune zone è difficilissimo. Ancora un’altra scossa, non finiscono più”.
(da “Huffingtonpost”)
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