“FRATELLI D’ITALIA ESAGERA, NON PUÒ VINCERE DA SOLA LE ELEZIONI”: ANTONIO TAJANI, SPALLEGGIATO DALLA LEGA, AVVERTE GIORGIA MELONI, CHE TIRA DRITTO SULL’INSERIMENTO DELLE PREFERENZE NELLA NUOVA LEGGE ELETTORALE
FORZA ITALIA E LEGA RESPINGONO ANCHE L’IPOTESI DI UN SISTEMA “MISTO” (CAPOLISTA BLOCCATO E CROCETTE SUI NOMI IN ELENCO). PRESO ATTO DELLO STALLO SUL MELONELLUM, LA MAGGIORANZA HA FATTO SLITTARE DI UN’ALTRA SETTIMANA IL VOTO SUGLI EMENDAMENTI ALLA CAMERA… CON LA “VARIABILE” VANNACCI A SCOMBINARE I PIANI, TRA I FRATELLINI D’ITALIA AVANZA LA CONVINZIONE CHE SIA MEGLIO TENERSI IL ROSATELLUM
In transatlantico, al termine del question time, il ministro della Difesa Guido Crosetto si concede una battuta: «Io con le preferenze non ho mai avuto problemi». E quindi i parlamentari non hanno ragione di temerle? «Mah, alcuni sì».
È lo psicodramma dell’estate. La possibilità di scegliere i candidati sulla scheda rimane la mina più pericolosa sulla via del Melonellum: dopo il vertice di maggioranza di lunedì – fumata nera – le posizioni rimangono distanti.
FdI, ripete il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, ritiene ancora che «le preferenze siano un elemento che possa arricchire la qualità dello strumento elettorale per gli italiani».
FI e Lega, per ora, non si fanno convincere nemmeno da un sistema misto (capolista bloccato e crocette sui nomi in elenco).
Il Carroccio, anzi, per voce del capogruppo a Montecitorio Riccardo Molinari, ricorda ai meloniani che il loro pegno a «questa legge elettorale chiesta in primis da FdI e Meloni» è già stato pagato: «Noi che siamo radicati sul territorio, soprattutto al Nord – dice a SkyTg24 – riteniamo che il modello migliore fosse con i collegi».
Basta flessibilità: «Il testo nasce da un compromesso, fare sempre il più uno crea delle difficoltà».
Matteo Salvini commenta solo le polemiche sul voto ai fuorisede: «Io sono assolutamente a favore», dice con una nota serale. Il segretario forzista Antonio Tajani scansa le domande: «Stanno lavorando tutti i tecnici». Ovvero gli sherpa che gestiscono il dossier.
Il confronto è congelato, una nuova riunione potrebbe tenersi in questi giorni o direttamente la prossima settimana. Del resto, ironia della sorte, ci hanno pensato i treni a togliere il centrodestra dagli impicci più immediati: ieri la riunione dei capigruppo di Montecitorio ha formalizzato il rinvio delle votazioni in aula dalla settimana prossima al 14 luglio.
La segretaria Elly Schlein, con tanti parlamentari Pd, insiste sulla fotografia di un centrodestra distratto dai problemi reali: «Anche oggi, come ormai da settimane, i partiti di maggioranza sono concentrati unicamente a litigare sulla legge elettorale. La paralisi del governo è evidente» (replica Ciriani: «Si informi meglio»).
La scena dice di uno scontro appena iniziato, ma dalle conseguenze imprevedibili. Eccola, dunque: Antonio Tajani è in Aula alla Camera, attorno ad ascoltarlo un gruppo di deputati azzurri che in seguito confideranno questo ragionamento del leader: «Noi teniamo il punto sulla nostra contrarietà alle preferenze, siamo sempre stati coerenti».
E, subito dopo, a testimoniare che tutto potrebbe sfuggire di mano: «Fratelli d’Italia non può permettersi di esagerare perché se penalizza noi e la Lega non può certo vincere da sola le elezioni»
Conseguenza diretta del vertice di lunedì sera, quando gli sherpa di maggioranza a un certo punto hanno alzato le mani, sconsolati, dopo aver litigato per due ore e aver ascoltato un durissimo intervento del salviniano Andrea Paganella, ostile ad ogni ipotesi di mediazione.
«Prendiamo tempo. E affidiamo la pratica ai leader, noi così non possiamo uscirne». Il voto sugli emendamenti in Aula è slittato di un’altra settimana. E i tre big di maggioranza sono stati costretti a sentirsi, anche se la circostanza non è stata comunicata pubblicamente.
Il più duro è stato appunto Matteo Salvini. Per lui, perdere anche la battaglia sulle preferenze equivale a una resa incondizionata, in un quadro già devastante sul piano interno. Sarebbe il colpo definitivo alla sua leadership già traballante. Ma a preoccupare chi spinge davvero per la riforma, dunque soprattutto a Palazzo Chigi, sono una volta di più le notizie che arrivano da Forza Italia.
l più pragmatico è stato l’ex capogruppo Paolo Barelli, riferiscono. Ha guardato i presenti e ha detto: «C’è una sola strada per vincere: turarsi il naso e allearsi con Vannacci». Certo, se invece si considera impraticabile l’intesa con l’ex generale, il quadro cambia drasticamente.
Lo “Stabilicum” porta a una probabilissima sconfitta, mentre il sistema di voto attuale rischia di colpire il centrodestra sul fronte dei collegi uninominali, ma di non affossarlo definitivamente.
Soprattutto se davvero Alessandro Di Battista lanciasse qualcosa di antipolitico e competitivo per far concorrenza a Giuseppe Conte, questa è stata la riflessione di alcuni presenti, allora il Rosatellum potrebbe convenire: nessun vincitore – o centrosinistra maggioranza, ma di strettissima misura – e Forza Italia comunque al centro dei giochi per gli equilibri dell’esecutivo e per il Capo dello Stato nel 2029.
Esercizi ancora teorici, ma fondati sui numeri. E che tengono conto di una posizione che va affinandosi nelle ultime ore, destinata a cambiare il corso di questa partita: quella di Marina Berlusconi. Fonti riferiscono quanto sarebbe stato confidato dalla primogenita del Cavaliere.
Questo ragionamento, sintetizzando al massimo: «Non sono a favore di un accordo con Vannacci. Non vedo su quali basi costruire un patto. Non sono d’accordo su uno scenario del genere prima e dopo le elezioni». Di questa contrarietà, stando alle stesse fonti, avrebbe informato anche Giorgia Meloni.
(da agenzie)
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