Destra di Popolo.net

IL DEEP STATE AMERICANO SFANCULA TRUMP, L’INTELLIGENCE USA RIVELA CHE LA CAPACITÀ NUCLEARE IRANIANA È RIMASTA INVARIATA RISPETTO ALL’ESTATE DEL 2025, NONOSTANTE DUE MESI DI GUERRA E BOMBARDAMENTI ISRAELO-AMERICANI SULLE INFRASTRUTTURE ATOMICHE

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

LA VERA NOTIZIA BOMBA È CHE LA NOTIZIA ESCA DAGLI STESSI 007 CHE DOVREBBERO LAVORARE SOTTOTRACCIA PER SMANTELLARE IL REGIME IRANIANO, SEGNO CHE A OSTACOLARE LA STRATEGIA DI TRUMP CI SONO ANCHE MOLTI NEMICI INTERNI

Secondo le valutazioni dell’intelligence statunitense, il tempo necessario all’Iran per costruire un’arma nucleare non è cambiato dall’estate scorsa, quando gli analisti stimavano che un attacco congiunto tra Stati Uniti e Israele avrebbe allungato i suoi tempi fino a un anno.
Lo scrive Reuters online citando tre fonti a conoscenza della questione. Le valutazioni sul programma nucleare di Teheran rimangono sostanzialmente invariate anche dopo due mesi di guerra, iniziata dal presidente statunitense Donald Trump in parte per impedire alla Repubblica Islamica di sviluppare una bomba atomica.
Gli ultimi attacchi statunitensi e israeliani, iniziati il 28 febbraio, si sono concentrati su obiettivi militari convenzionali, ma Israele ha colpito anche diverse importanti infrastrutture nucleari.
La tempistica invariata – scrive ancora Reuters – suggerisce che per ostacolare significativamente il programma nucleare di Teheran potrebbe essere necessario distruggere o rimuovere le rimanenti scorte di uranio altamente arricchito dell’Iran.
(da agenzie)

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PER PIANTEDOSI GLI AIUTI DELLA FLOTILLA PER GAZA SONO “IRRISORI”, MA MUSIC FOR PEACE SMONTA LA RETORICA DEL GOVERNO

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

“FORSE PIANTEDOSI SI RIFERIVA AI CANALI GOVERNATIVI, LA VERITA’ E’ CHE “FOOF FOR GAZA” NON ESISTE E I NOSTRI AIUTI DA 7 MESI SONO BLOCCATI DA ISRAELE SENZA CHE IL GOVERNO ITALIANO ABBIA MOSSO UN DITO”

L’illusione di una normalità diplomatica nei soccorsi a Gaza si infrange contro il muro di container stipati tra i magazzini di Genova e i depositi polverosi della Giordania. S
ono oltre 240 tonnellate di aiuti umanitari destinati alla Striscia, un tesoro di solidarietà civile dal valore di 800mila euro, che Music for Peace tenta disperatamente di far arrivare a destinazione da mesi.
Ma mentre il Ministro degli Esteri Antonio Tajani lucida il brand di “Food for Gaza”, e dal governo si levano nuovi attacchi frontali alla solidarietà dal basso, la realtà raccontata a Fanpage.it dal presidente dell’associazione Stefano Rebora è quella di un “fallimento sistemico”.
Un iter che doveva risolversi “in poche telefonate”, secondo le promesse fatte dalla stessa Giorgia Meloni appena lo scorso settembre, per sbloccare i carichi diretti alla popolazione palestinese, “è diventato un calvario burocratico lungo sette mesi”.
Il paradosso degli aiuti “irrisori”
Proprio su questo nervo scoperto si è innestato l’ultimo affondo politico del Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Dal palco della libreria Rizzoli a Milano, il titolare del Viminale ha liquidato la seconda missione della Global Sumud Flotilla definendo i suoi carichi “irrisori” rispetto a “quelli messi in campo dal governo italiano”.
Un’affermazione che stride con i numeri del campo, che ignora la natura stessa della missione civile (le attiviste e gli attivisti della Flotilla hanno infatti sempre rivendicato il valore simbolico e politico della missione, nata non per sostituirsi alle agenzie umanitarie, ma per rompere l’assedio fisico e morale e denunciarne
l’isolamento attraverso la disobbedienza civile) e che soprattutto sembra non rispondere ancora ad alcune domande: com’è possibile che il Governo definisca irrisoria la solidarietà dal basso quando le sue stesse 2.400 tonnellate dichiarate coprono appena un sesto del fabbisogno di un singolo giorno nella Striscia?
E poi, perché l’esecutivo non ha ancora chiarito se e in che misura l’Italia stia sottostando alle brutali linee guida imposte da Tel Aviv? E ancora: come si conciliano, eventualmente, gli aiuti ufficiali con le restrizioni di Israele, che rischiano di trasformare ogni spedizione in un simulacro di aiuto?
Per rispondere a questi interrogativi occorre guardare dentro quel labirinto di veti che trasforma il diritto al cibo in uno strumento di pressione militare.
Le linee guida dell’orrore: niente zucchero e niente felpe per i bimbi di Gaza
Fanpage.it lo ha documentato mesi fa: le condizioni dettate da Israele prevedono l’esclusione sistematica di alimenti ad alto valore energetico per donne e bambini come miele, biscotti e marmellata, nonostante la FAO li consideri vitali nei contesti di carestia e denutrizione. Viene indicato per iscritto che è “auspicabile che donne e bambini non ricevano troppo sostegno energetico”. Ma Israele non si limita a vietare: apre i pacchi, rimuove i prodotti “non conformi” e costringe i donatori a pagare il pedaggio per lo smaltimento degli alimenti scartati, trattati alla stregua di rifiuti. Alle restrizioni alimentari si è aggiunta recentemente una nuova indicazione, tanto assurda quanto crudele: il divieto assoluto di inserire felpe per bambini nei pacchi umanitari.
Questi aiuti, nati da una raccolta partita mesi fa a Genova proprio su appello di Music for Peace e del Calp (il collettivo autonomo dei lavoratori portuali), sono oggi intrappolati in un incubo logistico tra la Giordania e i valichi. Un labirinto fatto di documenti cambiati all’ultimo e pre-clearance ritirate, aggravato dal fatto che Israele mantiene il controllo totale sugli unici varchi d’accesso, gestendone l’apertura a intermittenza per limitare il flusso vitale al minimo indispensabile.
Stefano Rebora su questo è categorico: il progetto della Farnesina è un’architettura vuota: “Food for Gaza, così come svelato da Tajani mesi fa, non esiste”, dichiara ancora a Fanpage.it, sottolineando come l’organizzazione segua un iter sistematicamente bloccato da regole a cui nessuno ha avuto la forza di opporsi
Music for Peace aveva il suo campo base nella Chiesa di Gaza, il cuore logistico da cui partivano le distribuzioni capillari. Quella chiesa sarebbe oggi il destinatario naturale del materiale, “se solo lo Stato italiano facesse valere il peso della propria diplomazia”. Invece, il silenzio istituzionale accompagna l’agonia di carichi pronti ma destinati al macero.
Il silenzio della diplomazia
Al disinteresse operativo dei canali ufficiali si affianca, ancora una volta, una strategia comunicativa che sembra voler sanzionare non solo il carico delle navi, ma la legittimità stessa del dissenso umanitario. È in questo clima che, sempre dal palco della Rizzoli, il Presidente del Senato Ignazio La Russa ha definito la missione della Flotilla un’operazione strumentale: “Se poi hai la fortuna di essere fermato e dire che sei stato torturato, è il massimo che puoi aspettarti”. Parole che “segnano un punto di non ritorno”, spiega Valentina Gallo di Music for Peace. Il cinismo istituzionale deve fare infatti i conti con la realtà documentata. Mentre una parte della politica liquida la vicenda parlando di semplici “malmenamenti”, minimizzando violazioni illegali che, in altri contesti, richiederebbero passi diplomatici urgenti, per Thiago Ávila e Saif Abukeshek la realtà ha le pareti di cemento del centro di detenzione di Shikma. Oggi il tribunale di Ashkelon ha concesso una proroga della detenzione di altri sei giorni. Significa, nei fatti, altri sei giorni di torture. I due attivisti restano così immersi in un protocollo di annientamento che punta a frantumare la resistenza psicologica prima ancora che fisica: isolamento totale, celle mantenute a temperature polari e luci ad alta intensità accese 24 ore su 24 per cancellare ogni percezione del tempo e impedire il sonno. Un trattamento che si consuma tra interrogatori estenuanti sotto minaccia di morte, confermando che il confine tra fermo di polizia e violazione sistematica dei diritti umani è stato deliberatamente cancellato.
“Non funziona così uno Stato”, ribatte Valentina Gallo, ricordando che liquidare queste violazioni significa abdicare al ruolo di Stato di diritto. È d’altronde necessario ricordare che le carceri israeliane, nel 2026, non sono zone d’ombra su cui è possibile fingere di non sapere. Sono luoghi di sopraffazione ampiamente
documentati da inchieste internazionali e testimonianze dirette, dove torture psicologiche e trattamenti inumani sono prassi sistemica.
La geografia della sparizione
Nel frattempo, sullo sfondo di questo scontro tra retorica e realtà, la geografia di Gaza continua a venire riscritta. Analisi recenti e rilievi sul campo rivelano infatti che la “linea arancione” dell’occupazione militare israeliana copre ormai i due terzi della Striscia, restringendo lo spazio vitale fino all’osso. Ciò che resta è una gabbia sempre più piccola, dove la sopravvivenza di milioni di persone è schiacciata in un perimetro di pochi chilometri quadrati. In questo scenario di annientamento progressivo, anche le critiche del Board of Peace, che ha bollato la missione della Flotilla come “attivismo performativo”, appaiono pericolosamente fuori strada. Parole scollegate dalla realtà di un genocidio che continua a consumarsi sotto gli occhi di tutti.
(da Fanpage)

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PALAZZO CHIGI SOTTO PRESSIONE: IL “GIOCO DELLO SCIANGAI” DI MELONI E IL SOSPETTO DELLE MANINE ESTERE AVENDO PERSO CREDIBILITA’ E AFFIDABILITA’

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

IL SISTEMA COSTRUITO DAI SOVRANISTI STA ENTRANDO IN UNA FASE DI STRESS MAI VISTA

C’è un retroscena che rimbalza da giorni nei corridoi più ovattati di Palazzo Chigi. Un sussurro, per ora, ma sempre più insistente tra chi frequenta i piani alti dell’intelligence e i tavoli che contano davvero: il sistema costruito da Giorgia Meloni starebbe entrando in una fase di stress mai vista prima. Non tanto per l’opposizione – che pure, per la prima volta, mette il naso avanti nei sondaggi – quanto per una serie di “interferenze” esterne che avrebbero acceso più di una spia ross
Il punto non è solo il referendum perso, né la teoria dei dietrofront a raffica – da Beatrice Venezi a Giuseppina Di Foggia, passando per teste politiche cadute una dopo l’altra. Il punto, raccontano fonti qualificate, è che ogni mossa della premier sembra ormai produrre un contraccolpo immediato. Come se qualcuno, da fuori, stesse giocando in anticipo.
Nei briefing più riservati dell’intelligence si parla apertamente di un raffreddamento simultaneo su due assi decisivi: Washington e Tel Aviv. Il gelo con Donald Trump – culminato nello scontro verbale e nella gestione della crisi mediorientale – non sarebbe stato digerito in alcuni ambienti americani. E ancora meno a Israele, dopo lo stop al memorandum sulla Difesa. “Errori non casuali – sussurra chi monitora i flussi diplomatici -. Qualcuno ha iniziato a considerare Meloni meno affidabile”.
Da qui il sospetto, tutto politico ma alimentato da segnali concreti: le “manine” del cosiddetto Deep State – americano e israeliano – starebbero lavorando per indebolire la premier italiana. Non un complotto ma una pressione multilivello: mercati, media, frizioni interne amplificate ad arte.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il governo più longevo degli ultimi anni si scopre improvvisamente fragile. Ogni dossier è un campo minato: Eni, conti pubblici, riforme ferme, rapporti con Bruxelles. Persino il feeling costruito con Ursula von der Leyen rischia di incrinarsi, mentre la corsa a Parigi da Emmanuel Macron sa di mossa obbligata più che di scelta strategica.
Dentro Fratelli d’Italia, intanto, il clima è cambiato. Le dimissioni a catena – da Andrea Delmastro a Daniela Santanchè – non sono più viste come episodi isolati, ma come crepe di un sistema che scricchiola. Meloni, raccontano, resta lucida ma più isolata. Il cerchio magico si è ristretto, i margini di errore azzerati. E quella partita di sciangai evocata dopo il referendum non è più una metafora giornalistica: è la fotografia plastica di un potere che prova a reggersi togliendo bastoncini uno alla volta, sperando che la struttura non crolli.
Ma la vera domanda, nei palazzi che contano, è un’altra: quanto può durare un equilibrio quando le pressioni arrivano contemporaneamente dall’interno e dall’esterno? E soprattutto: chi sta davvero muovendo i fili?
(da lespresso.it)

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LA RUSSA ATTACCA LA FLOTILLA, MA CI DICA QUANTE VITE HANNO SALVATO I SOVRANISTI CON IL SILENZIO SUL GENOCIDIO

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

D’ALTRONDE E’ NORMALE: I SOVRANISTI ODIANO QUELLI CHE HANNO ILLUMINATO BUGIE, CODARDIA, VIOLAZIONE DELLE LEGGI INTERNAZIONALI

Il presidente La Russa, seconda carica dello stato, ha lanciato una vera e propria fatwa contro imbarcazioni ed equipaggi della Flotilla per Gaza. Invece di difendere chi è stato assalito in acque internazionali, minacciato, sequestrato, imprigionato, il presidente ha aggredito gli assaliti.
“Quante vite di bambini hanno salvato?”, ha chiesto nel suo orribile comizio. A differenza della signora Meloni non ha neppure fatto finta di prendere, sia pure ipocritamente, le distanze. Loro non possono e non vogliono prendere le distanze da Netanyahu, ma non perché ebreo, più semplicemente perché è uno dei capi della destra internazionale, uno che ha ospitato a casa sua i capi dei gruppi neonazisti. Questo li lega, non certo la lotta all’antisemitismo
Dal momento che La Russa vuole sapere quante vite abbiano salvato volontarie e volontari della Flotilla, sarà lecito chiedere quante vite abbia salvato la destra italiana assistendo in silenzio al genocidio, al massacro dei bambini, alla distruzione degli ospedali, alla cacciata di tante organizzazioni non governative anche italiane, alla chiusura dei valichi, al giornalisticidio sistematico?
Dove stavano La Russa e i suoi?
In realtà li odiano, perché con la loro azione civile e nonviolenta hanno illuminato bugie, codardia, violazione della legalità internazionale. Hanno fatto vedere al mondo intero che Netanyahu e i suoi alleati ritengono un pericolo anche chi porta una coperta, un bambolotto di pezza, una aspirina. Chi li ha brutalmente aggrediti ha svelato al mondo la vera natura di chi sta radendo al suolo Gaza, la Cisgiordania, il Libano.
(da il Fatto Quotidiano)

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IL NUOVO SCHIAFFO DI BRUXELLES A BUTTAFUOCO: “LA BIENNALE NON DEVE ESSERE UN’OCCASIONE PER LA RUSSIA DI METTERSI IN MOSTRA”

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

LA VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE, HENNA VIRKKUNEN, CONFERMA L’INVIO DI UNA SECONDA LETTERA ALLA BIENNALE IN CUI SI CONDANNA LA DECISIONE DEL PRESIDENTE PIETRANGELO BUTTAFUOCO DI CONSENTIRE ALLA RUSSIA DI PARTECIPARE ALLA MOSTRA D’ARTE: “SE LA VIOLAZIONE DELLA SOVVENZIONE DI 2 MILIONI DI EURO SARA’ CONFERMATA, NON ESITEREMO A SOSPENDERE O REVOCARE IL FINANZIAMENTO, IL DENARO DEI CONTRIBUENTI EUROPEI DEVE SALVAGUARDARE I VALORI DEMOCRATICI”

“Posso confermare che abbiamo inviato una seconda lettera alla Biennale sulla base di ulteriori prove. E ritengo importante concentrarci sul messaggio principale: sono stata molto chiara nel condannare con forza la decisione della Biennale di consentire alla Russia di partecipare alla mostra d’arte.
La Biennale apre sabato. Ironia della sorte, sabato è la Giornata dell’Europa. E la Giornata dell’Europa dovrebbe essere un giorno per celebrare la pace, non un’occasione per la Russia di mettersi in mostra alla Biennale”. Lo ha dichiarato la vice presidente della Commissione europea Henna Virkkunen in un punto stampa a Bruxelles.
“Se la violazione della sovvenzione di due milioni di euro sarà confermata, non esiteremo a sospenderla o a revocarla, perché il denaro dei contribuenti europei dovrebbe salvaguardare i valori democratici e la diversità. E sappiamo che questi valori non sono rispettati nella Russia di oggi”, ha aggiunto Virkkunen.
Aperto oggi, con ingresso su invito, il Padiglione russo alla Biennale d’arte di Venezia. Performance musicali con suoni ancestrali e tanti fiori accolgono nel padiglione della discordia.
Al piano superiore il grande albero dell’evento “The Tree is Rooted in the Sky” (L’albero è radicato nel cielo) al centro della stanza e installazioni video con il paesaggio sonoro della Buriazia fra la neve, i cavalli, le montagne.
Tutti i sensi sono coinvolti, anche l’olfatto con il profumo dei fiori che si diffonde nelle stanze, ma l’evento che vuol essere una festa dopo sette anni di chiusura del Padiglione è un po’ disorientante.
Tra suoni di campane ed esibizioni alla chitarra si alterneranno per tutta la giornata gli artisti, nel complesso una trentina, e non tutti russi ma anche stranieri.
L’opening ufficiale su invito è previsto domani alle 17.00. La registrazione dell performance proseguirà fino all’8 maggio. Poi il padiglione verrà chiuso per tutta la durata della Biennale arte, fino al 22 novembre, e la performance potrà essere vista dal pubblico dall’esterno, su maxi schermi.
(da agenzie)

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STELLE, STRISCE E GUAI PER GIORGIA: L’INCONTRO DI VENERDÌ PROSSIMO CON IL SEGRETARIO DI STATO USA, MARCO RUBIO, È UN’INSIDIA PER MELONI, SCARICATA DA TRUMP E TIMOROSA DI NUOVI ATTACCHI DAL TYCOON

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

MASSIMO FRANCO: “LE RECENTI LODI AMERICANE A SALVINI FANNO PARTE DELLA STRATEGIA AMERICANA PER DIVIDERE GLI ALLEATI. ALLA CASA BIANCA, DOPO I PROLUNGATI RICONOSCIMENTI DEL PASSATO A MELONI, RICAMBIATI, ADESSO PIACE SALVINI PERCHÉ È IL CRITICO PIÙ TETRAGONO DELL’UE E PERCHÉ È CONSIDERATO PIÙ DOCILE QUANDO SI CHIEDE ALL’UCRAINA UNA RESA”

Non si può dire che l’arrivo del segretario di Stato Usa, Marco Rubio, avvenga sotto i migliori auspici. Gli insulti di Donald Trump a Leone XIV e a Giorgia Meloni sono un macigno difficile da rimuovere. E l’insistenza con la quale il presidente Usa minaccia di alzare i dazi contro le auto europee, e di ritirare i soldati americani della Nato aggiunge elementi di sconcerto.
Per Palazzo Chigi, l’incontro dell’8 maggio tra la premier e Rubio si presenta dunque come un’insidia e non solo come un’opportunità.
Ma è lo stesso per Rubio, chiamato a un’impervia missione di rassicurazione degli alleati. Le parole caute, guardinghe con le quali ieri Meloni ha commentato le minacce di Trump sulle truppe in Europa fotografano un imbarazzo palpabile. Dire «non condividerei» una decisione del genere e ricordare che «l’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni» nella Nato, è una linea difensiva.
E sembra tradire il timore che qualunque parola diversa potrebbe essere accolta oltre Atlantico come un ulteriore pretesto per colpire.
Visti i precedenti, reagire in maniera misurata è l’unica posizione ragionevole: anche se esprime una debolezza che è di tutta l’Ue. La spregiudicatezza con la quale Trump cerca di dividere gli alleati aggiunge elementi di tensione su uno sfondo già incerto
Le recenti lodi americane al vicepremier leghista Matteo Salvini sono un
frammento di questa strategia, se si può definire così. Alla Casa Bianca, dopo i prolungati riconoscimenti del passato a Meloni, ricambiati, adesso piace Salvini perché è il critico più tetragono dell’Unione europea; e perché viene considerato più docile quando si chiede all’Ucraina una resa, più che una tregua.
Ma per il governo è un problema ulteriore. In una situazione economica di stallo e con tensioni sociali latenti, scaricare la colpa sull’Ue è uno sport diffuso. E la tentazione di farlo, nel governo e tra le opposizioni, riprende vigore sotto la spinta di calcoli elettorali più o meno miopi.
L’offensiva contro i vincoli di spesa imposti dal Patto di stabilità continua. E vede Lega e FI su posizioni agli antipodi; e FdI, il partito della premier, incerto se assecondare o bloccare queste pulsioni.
Salvini scommette su un aggravamento dei dati economici. E vede l’occasione per spingere l’intera coalizione allo scontro frontale con l’Ue. Arruola lo stesso ministro leghista dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che finora ha tenuto in ordine i conti pubblici. Prezzi e inflazione sono «una questione di sopravvivenza», secondo il vicepremier.
Se Bruxelles si mette di traverso, «sono convinto che l’intero governo approverà la possibilità di spendere dei soldi al di là dei vincoli e dei limiti europei». Suona come una sfida agli alleati, prima che all’Europa.
(da Corriere della Sera)

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IL CARCERE DI BUSTO ARSIZIO “E’ UN INFERNO, CELLE SENZA SPAZIO VITALE”

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DI CECILIA STRADA, DOPO LA VISITA COME EUROPARLAMENTARE: “SOVRAFFOLLAMENTO DEL 200%, CONDIZIONI INDEGNE”… MA IL GOVERNO DEVE PENSARE A FAR LA GUERRA AI MAGISTRATI

“Le condizioni che esistono all’interno del carcere di Busto Arsizio (Varese, ndr) sono inaccettabili”, ha commentato a Fanpage.it l’eurodeputata del Partito Democratico Cecilia Strada che lo scorso 31 marzo è entrata nell’Istituto per un’ispezione.
Quello che è emerso è un tasso di sovraffollamento “oltre il 200 per cento” e detenuti costretti a stare in celle “dove non c’è spazio vitale”. In tali condizioni, però, si perde la finalità rieducativa che dovrebbe essere sottesa alla pena e la reclusione diventa “una sospensione del tempo, priva di senso e di prospettiva”, ha aggiunto Strada.
I numeri ufficiali, aggiornati di recente, parlano chiaro: 437 persone recluse a fronte di una capienza regolamentare di 240. Le cosiddette “stanze di detenzione” sarebbero 177, ma 18 risultano inagibili. Anche sul fronte del personale la situazione è fragile: su 190 agenti previsti, ne mancano 21. “Una realtà nota da tempo”, secondo Strada, ma che starebbe “progressivamente peggiorando”.
L’eurodeputata ha, infatti, denunciato con toni duri le condizioni riscontrate durante l’ultima visita. “Sono stata nel carcere di Busto Arsizio dove il tasso di sovraffollamento è superiore al 200 per cento: è un inferno”, ha spiegato a Fanpage.it. Poi, ha descritto un’immagine che non lascia spazio a interpretazioni: “Letti a castello fino a tre piani, detenuti costretti a dormire a pochi centimetri dal soffitto, senza spazio vitale”.
Intervenuta a Strasburgo durante il dibattito sullo stato di diritto, Strada ha anche descritto una struttura segnata da criticità diffuse: “Cavi elettrici scoperti, carenze nei servizi essenziali, acqua calda insufficiente sia per i detenuti che per il personale”. Così, però, la situazione “diventa inaccettabile”, ha continuato l’eurodeputata, sottolineando che se “tre persone non possano stare in piedi contemporaneamente nella stessa cella”, non è più solo una questione logistica, ma una compressione sistematica della dignità.
Inoltre, tra sovraffollamento, carenza di personale e insufficiente assistenza sanitaria e psicologica, si creano condizioni di vita sempre più degradanti e viene meno ogni prospettiva. “Si deve dare una speranza a chi è in carcere”, ha aggiunto Strada, ricordando che la qualità di una democrazia si misura anche da come tratta le persone private della libertà. Eppure, nel carcere di Busto Arsizio questa prospettiva sembra mancare. Anche perché “non esiste un piano concreto per ridurre la pressione sulla struttura”, ha rincarato a Fanpage.it. “Al contrario, continuano ad arrivare trasferimenti da altri Istituti del Nord Italia, alimentando un sovraffollamento già oltre il limite”.
Non finisce qui, perché il problema non è solo all’interno del carcere. Una parte dell’opinione pubblica tende ancora a considerare tali condizioni come una sorta di “punizione meritata”. Ma, come ha ricordato l’eurodeputata a Fanpage.it, “il carcere non dovrebbe cancellare i diritti fondamentali”. Perché quando ciò accade, non si colpiscono solo i detenuti: si incrina l’intero sistema di garanzie su cui si dovrebbe fondare lo Stato di diritto e il carcere diventa un luogo in cui “muore la dignità” e, con lei, la sua funzione rieducativa.
(da Fanpage)

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L’ITALIA RISCHIA DI PERDERE I SOLDI DEL PNRR: COSA C’ENTRANO LE RIFORME GIA’ APPROVATE

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

DALLA UE TOLLERANZA ZERO SULLE SCADENZE DEL 2026 CON IL RISCHIO DI DOVER RESTITUIRE I FONDI RICEVUTI

Per anni abbiamo immaginato il PNRR come una gigantesca corsa contro il tempo per aprire cantieri e spendere miliardi entro la fatidica estate del 2026. Ma la realtà che emerge dalle ultime linee guida della Commissione Europea è molto più
profonda e, per certi versi, vincolante. Bruxelles ha infatti appena alzato la posta: i fondi del Next Generation EU non sono un premio alla carriera, ma un prestito condizionato. E se le condizioni vengono tradite, il conto sarà salatissimo.
Il dogma dell’ “irreversibilità”
Fino a oggi, l’Europa è stata una madre comprensiva. Se l’Italia non riusciva a centrare un obiettivo in tempo, poteva contare sul meccanismo di sospensione: i soldi venivano congelati e il governo aveva sei mesi per mettersi in regola. Da questa estate, però, questa flessibilità finisce. Entro il 31 agosto 2026, il sipario deve infatti calare su tutti i 617 traguardi e obiettivi del Piano italiano. Non ci saranno più “supplementari”: se un obiettivo viene mancato, la Commissione non aspetterà più e procederà direttamente al taglio della rata. Per l’Italia, che deve ancora affrontare la sfida della decima rata (la più corposa e complessa, con circa 150 obiettivi da centrare) ogni errore amministrativo si tradurrà d’ora in poi in una perdita secca per le casse dello Stato.
La fine dei “tempi supplementari”
Il rischio finanziario non si esaurisce però con la consegna dei cantieri, ma si sposta su un piano molto più profondo, e cioè quello della tenuta delle leggi. È qui, infatti, che Bruxelles ha calato l’asso, introducendo il principio di irreversibilità. Le riforme (dalla Giustizia alla Pubblica Amministrazione, fino alla Concorrenza) sono ora considerate “blindate”. Cosa significa concretamente? Se l’Italia ha incassato miliardi promettendo di velocizzare i processi o rendere trasparenti gli appalti, non può più cambiare idea. Se un governo futuro dovesse fare marcia indietro per calcolo elettorale, scatterebbe il cosiddetto “meccanismo di recupero”.
Immaginiamo questo scenario: lo Stato riceve i fondi per costruire una nuova linea ferroviaria ad alta velocità a patto di riformare il sistema dei trasporti. Se, tra tre anni, quella riforma venisse smantellata, la Commissione avrebbe il diritto di chiedere indietro i soldi, anche se la ferrovia è già completata e i treni sono in viaggio. In pratica, Bruxelles non guarda solo all’opera fisica, ma al “clima” normativo in cui essa vive. Per l’Italia, questo si traduce in una forma di sovranità condivisa: chiunque siederà a Palazzo Chigi nei prossimi anni avrà le mani legate.
Non sarà possibile tornare ai vecchi vizi della burocrazia senza innescare un rimborso miliardario capace di aprire un buco insanabile nel bilancio dello Stato.
I numeri della sfida
Finora l’Italia è stata in linea con le scadenze. Una volta pagata la nona rata da 12,8 miliardi, approvata proprio nei giorni scorsi, Roma avrà incassato 166 miliardi di euro, una cifra imponente se confrontata ai 194,4 miliardi complessivi previsti dal Piano italiano. Di questo tesoro, circa 24 miliardi potranno essere utilizzati anche dopo l’agosto 2026, poiché confluiti in veicoli finanziari speciali (come i piani per la fibra ottica o gli alloggi per studenti gestiti da CDP), ma a condizione che le loro regole d’ingaggio siano perfettamente operative entro l’estate.
L’ombra lunga dei controlli (fino al 2031)
Un altro punto importante da tener a mente è che la responsabilità non finisce nel 2026. L’Europa ha stabilito un periodo di “osservazione speciale” che arriverà fino al 2031.
Cosa rischia l’Italia
Oggi l’Italia è in una posizione di forza: ha già incassato 166 miliardi (circa l’85% del totale). Il rischio però non è più “non ricevere i soldi”, ma “doverli ridare”. Il governo ha una finestra sottile fino al 31 maggio per correggere il tiro e limare quei progetti che appaiono irrealizzabili. Ma una volta chiusa quella finestra, il Piano diventerà un binario unico senza uscite di emergenza. La scommessa dell’Europa è insomma ora quella di trasformare l’Italia non solo attraverso le opere pubbliche, ma attraverso un cambio di mentalità profondissima, sia burocratica che legislativa. Per i cittadini e le cittadine, questo significa che il PNRR non è una pioggia di denaro passeggera, ma se mai un impegno generazionale: se falliamo nella gestione o se rinneghiamo le riforme tra qualche anno, il debito che lasceremo ai figli non sarà solo quello finanziario, ma quello di un’opportunità sprecata e di una credibilità internazionale perduta.
(da agenzie)

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LA “UNO BIANCA” LAVORAVA PER I SERVIZI! LE RIVELAZIONI DI ROBERTO SAVI, IL CAPO DELLA BANDA CHE TRA GLI ANNI OTTANTA E NOVANTA SEMINÒ IL PANICO NEL CENTRO ITALIA, A “BELVE CRIME”: “L’OMICIDIO DI PIETRO CAPOLUNGO UNA RAPINA? MA VA LÀ, LUI ERA UN EX DEI SERVIZI PARTICOLARI DEI CARABINIERI. VOLEVANO UNA SCUSA, FARLO FUORI IN QUALCHE MANIERA”

Maggio 5th, 2026 Riccardo Fucile

“OGNI TANTO VENIVAMO CHIAMATI E SONO SUBENTRATI PERSONAGGI, NON DELINQUENTI, CHE CI HANNO GARANTITO PROTEZIONE. CI SENTIVAMO SICURI DI MUOVERCI”… DEDICATO A QUEI SOVRANISTI CHE “STANNO SEMPRE DALLA PARTE DEI SERVIZI A PRESCINDERE”, QUANDO INVECE UNA VERA DESTRA QUESTE COLLUSIONI DOVREBBE DENUNCIARLE

Anticipazione da “Belve Crime”, in onda martedì 5 maggio, in prima serata, su Rai2
Per la prima volta dopo 32 anni di silenzio, dal carcere di Bollate, il capo della Banda della Uno Bianca Roberto Savi concede un faccia a faccia a Francesca Fagnani per Belve Crime, rilasciando dichiarazioni scioccanti.
Un’intervista intensa e complessa, con rivelazioni che potrebbero riaprire anche i processi, come da tempo chiedono i familiari delle vittime, convinti che la verità giudiziaria accertata non coincida pienamente con quella storica.
Savi incalzato da Fagnani rilegge uno dei fatti di sangue più controversi della storia della Uno Bianca: l’omicidio nell’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio
del 1991, in cui furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo.
Messo alle strette dalle domande di Francesca Fagnani, Savi afferma che non si trattò di una rapina, come invece stabilito dalle sentenze: “Ma va la, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa” è la rilevazione di Savi. “Qual era il motivo?”, chiede Fagnani. “Lui era ex dei servizi particolari dei Carabinieri. Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera. Che scusa prendiamo?” svela Savi.
Savi ammette anche che quella è stata una delle azioni che alla banda veniva chiesta dagli «apparati». “Ogni tanto venivamo chiamati: “Facciamo così, e facevamo così”, racconta l’ex poliziotto. “Com’è stato possibile?” affonda ancora Fagnani, “che per sette anni siete andati avanti senza essere scoperti? Come mai non vi hanno preso? Non le sembrava strano?”.
“Un po’ sì”, risponde Savi con un sorriso beffardo. “C’è stata una copertura della rete investigativa?”, incalza la giornalista. E il criminale rivela: “Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione. Ci sentivamo sicuri di muoverci”, racconta, aggiungendo un importante dettaglio legato alla sua frequente presenza a Roma in quegli anni: “Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma”.
“Con chi parlava?”, incalza Fagnani. “Eh, con chi parlavo…”, risponde Savi sardonico e prosegue “Andavo giù per parlare con loro”. “Loro chi? I Servizi?”, chiede la giornalista. “Ma sì (…) Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere”.
(da agenzie)

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