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ECCO IL VERBALE DI TERNA CHE SPIEGA PERCHE’ GIUSEPPINA DI FOGGIA HA DIRITTO A 7,3 MILIONI DI BUONUSCITA: IL GOVERNO CHE ORA FINGE DI INDIGNARSI, CONOSCEVA BENE LA CLAUSOLA E L’HA CONDIVISA

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

LA MANAGER ASSUNTA COME DIRETTRICE GENERALE CON UNO STIPENDIO LEGATO A PREMI IN AZIONI… E LE REGOLE DI FINE RAPPORTO ERANO NERO SU BIANCO

La buonuscita dell’amministratrice delegata e direttrice generale di Terna spa, Giuseppina Di Foggia, è stabilita da un verbale del consiglio di amministrazione della società pubblica del 9 maggio 2023. Un documento di 36 pagine pieno di omissis che è all’origine di quella cifra da 7,3 milioni di euro che scandalizza gran parte del mondo politico, compresa la maggioranza di governo.
La Di Foggia, appena indicata dal Ministero dell’Economia per la presidenza dell’Eni, pretende il rispetto di quel verbale e quindi la buonuscita. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, replica con una circolare secondo cui non sarebbe dovuta in caso di passaggio ad altro incarico pubblico.
E da Palazzo Chigi si è posto un sostanziale aut-aut: se pretende la buonuscita, la Di Foggia deve rinunciare alla presidenza Eni. Cosa che probabilmente la manager farà, visto che su un piatto della bilancia ha 7,3 milioni di euro e sull’altro uno stipendio da 500 mila euro lordi per un triennio.
La discussione in chiaro sull’assunzione della Di Foggia e i particolari coperti da omissis
Nel verbale del 9 maggio 2023 sono in chiaro le scelte del consiglio di amministrazione di assumere la Di Foggia, già indicata come amministratrice delegata della società dal Ministero dell’Economia, anche come direttore generale con un contratto a tempo indeterminato da lavoratrice dipendente che in questa funzione sarebbe stata subordinata al consiglio di amministrazione e al presidente di Terna. La scelta non è stata priva di dibattito e di discussione. Ma alla fine è stato deliberato «di costituire con l’lng. Giuseppina Di Foggia un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con decorrenza dal 9 maggio 2023, avente ad oggetto l’attività di predisposizione dei piani strategici, industriali e finanziari pluriennali e del budget annuale di Società e di Gruppo, e di attribuire all’interessata la qualifica di dirigente con ruolo e funzioni di Direttore Generale in
relazione alle attività di top manager e di direzione generale da svolgere in ambito aziendale».
La formula contenuta nel verbale per l’assunzione della direttrice generale di Terna
Per il trattamento economico della direttrice generale di Terna è stato previsto in chiaro solo che «venga definito dal Consiglio di Amministrazione su proposta dell’istituendo Comitato per la Remunerazione, con l’applicazione delle disposizioni del Contratto collettivo di lavoro per i dirigenti di aziende produttrici di beni e servizi, nonché di quelle dei Contratti integrativi per i dirigenti di TERNA S.p.A., in conformità alla Politica in materia di remunerazione illustrata nella prima sezione della Relazione sulla politica di remunerazione e sui compensi corrisposti approvata dal Consiglio lo scorso 22 marzo 2023 e dall’Assemblea odierna». Tutto il resto è invece coperto da omissis nel verbale depositato presso la Camera di commercio alcuni mesi dopo, l’11 luglio dello stesso anno
La buonuscita svelata in un altro documento di Terna sulle remunerazioni interne
Il contenuto omissato però è ripetuto con più chiarezza nei rapporti annuali sulle politiche di remunerazione di Terna. Nell’ultima versione alla Di Foggia è riservato il paragrafo sulla severance (che in italiano si traduce proprio con buonuscita) in cui si spiega come per lei sia previsto «un trattamento di fine mandato e una indennità di fine rapporto». E qui si svela qualcuno dei vecchi omissis: «In linea con quanto deliberato dal Consiglio di Amministrazione del 9 maggio 2023 e dai conseguenti accordi individuali stipulati, fatti salvi i casi di licenziamento disciplinare e di dimissioni non per giusta causa, alla risoluzione del rapporto di lavoro connessa alla scadenza del mandato, è prevista per l’attuale Direttore Generale, l’erogazione di un’indennità pari a 24 mensilità della retribuzione omnicomprensiva (ossia remunerazione fissa e remunerazione variabile di breve e lungo termine calcolate come da Politica), oltre a una somma pari all’indennità di mancato preavviso (remunerazione fissa e remunerazione variabile di breve e lungo termine calcolate come da Politica) di cui all’art. 2121 cod. civ. Come Amministratore Delegato, un trattamento di fine mandato (TFM) in misura pari a 1/12 del compenso determinato complessivamente per la carica di AD (emolumenti fissi più incentivazione variabile di breve termine), per ogni anno di mandato».
Il vero stipendio pagato alla Di Foggia come ad e come dg e il premio in azioni
Secondo lo stesso documento nel 2025 la Di Foggia ha percepito una retribuzione sia fissa che variabile fra stipendio, bonus e incentivi di 435mila euro come amministratrice delegata e di 1.361.379,36 euro come direttrice generale di Terna. Il totale è di 1,796 milioni di euro. Oltre a questa somma è indicato un “fair value dei compensi equity” di 482.911,33 euro. È il valore stimato annuo dell’assegnazione di azioni Terna alla Di Foggia come «piano di incentivazione». Si tratta del valore annuo della prima tranche deliberata dall’assemblea del 10 maggio 2024 per un triennio per un valore complessivo di 1,448 milioni di euro al prezzo di mercato di 8,66 euro (oggi è sopra i 10 euro). Ma poi c’è una seconda assegnazione legata alla performance 2024-2028 per un valore complessivo di 2,134 milioni di euro (sempre al prezzo di 8,66 euro per azione, più basso del valore di oggi), con un valore annuo di 711.664,05 euro.
Oggi tutti gridano allo scandalo, ma i documenti provano che tutto era noto a Cassa depositi e prestiti
Dunque, la buonuscita della Di Foggia è stata deliberata dal consiglio di amministrazione di Terna, dal comitato sulla remunerazione ed è contenuta nel contratto individuale sottoscritto da entrambe le parti all’atto dell’assunzione. Tutte le assegnazioni di azioni come piano di incentivazione sono state approvate dall’assemblea di Terna. Oggi scoppia lo scandalo, ma i particolari di quel contratto sono noti da anni non solo a chi lo ha firmato, ma anche all’azionista di maggioranza, che è la Cassa depositi e prestiti, controllata all’82,77% dal Ministero dell’Economia. Cioè all’azionista che avrebbe dovuto fare inserire in contratto quanto contenuto nella circolare cui fa riferimento oggi il ministro Giorgetti. Ma a quanto pare non l’ha fatto. Ed è assai difficile non pagare quei 7,3 milioni di euro che oggi chiede la Di Foggia.
(da Open)

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DL SICUREZZA, CAOS ALLA CAMERA: VERSO IL VIA LIBERA ALLA NORMA PATACCA SUI RIMPATRI. PIANTEDOSI: “LA CORREGGIAMO DOPO”

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

UN DL AD HOC PER CORREGGERE LA NORMA INCOSTITUZIONALE CHE HANNO SCRITTO: UN PO’ DI VERGOGNA, MAI?

Approvare il decreto sicurezza così com’è e solo dopo modificare la norma sui premi per i rimpatri dei migranti bocciata dal Quirinale. È la soluzione che sembra prendere corpo dopo ore assai tribolate per il governo e la maggioranza di centrodestra. Tirano dritto, insomma. Ma solo all’apparenza. Perché l’idea è poi varare un decreto legge ad hoc per correggere quella singola norma a rischio incostituzionalità.
“Abbiamo preso atto di alcune sensibilità che sono state espresse su un punto specifico della norma e ci predisponiamo ad una sua correzione”, dice il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi presente alla Camera rivolgendo un invito “chiaro e deciso” all’aula ad approvare il provvedimento. “Il governo andrà avanti con determinazione perché siamo convinti di essere sulla strada giusta”, conclude. Per poi precisare che i rimpatri volontari assistiti non rappresentano “certo un’invenzione di questo governo. Sono previsti nel nostro ordinamento da oltre 10 anni in attuazione di norme europee e nazionali. Sono un’alternativa a rimpatri forzosi che si effettuano dopo un previo trattenimento nei Cpr”.
L’ipotesi di cambiare la norma “remigrazione”, com’è stata ribattezzata, alla Camera e poi riportare il provvedimento al Senato entro sabato, ultima data utile per non farlo scadere, era stata preferita ieri dopo il colloquio al Colle tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e il president
della Repubblica Sergio Mattarella. Senza una modifica a quel testo il capo dello Stato potrebbe anche non apporre la sua firma al decreto. Ma la ragioneria dello Stato ha bocciato, per mancanza di coperture, la soluzione che la maggioranza aveva ipotizzato per riscrivere la controversa norma. E in queste ore sembra prevalere l’idea di approvare il decreto così com’è, esponendosi al rischio di una bocciatura del Colle: “Poi vedremo se ci sono aggiustamenti tecnici” possibili, ma “non in questo provvedimento”, spiega il deputato e responsabile organizzativo di FdI Giovanni Donzelli.
Non è affatto la soluzione finale, insomma. Anche perché intanto sul decreto sicurezza emergono altri pesanti problemi. Altre norme del provvedimento non avrebbero le necessarie coperture, viene rilevato in commissione Bilancio della Camera.
Le reazioni
“La relazione tecnica predisposta dalla commissione Bilancio della Camera solleva interrogativi seri e circostanziati sulle coperture finanziarie di diversi articoli del decreto sicurezza. A tali criticità il governo, nel corso dell’esame di oggi in Commissione, non è stato in grado di fornire risposte adeguate. Siamo di fronte a una situazione grave: il provvedimento rischia di approdare in Aula con questioni di legittimità costituzionale ancora aperte e, al tempo stesso, con coperture finanziarie incerte. Una condizione che non è accettabile per un atto di tale rilevanza – dichiara Maria Cecilia Guerra, capogruppo del Partito democratico in commissione Bilancio alla Camera – Chiediamo al governo, di consentire al Parlamento di svolgere pienamente il proprio ruolo, permettendo un approfondimento serio e trasparente su quanto sta emergendo. Il quadro finanziario attuale è incerto e non garantisce un percorso in Aula ordinato e chiaro. Siamo di fronte a un decreto che presenta troppi aspetti critici e confusi, sul quale il governo sta tentando un’accelerazione ingiustificata, probabilmente per nascondere la sciatteria con cui il provvedimento è stato esaminato al Senato, per responsabilità del governo stesso”.
La seduta dell’aula della Camera si è aperta tra le polemiche delle opposizioni che hanno ripetutamente chiesto la convocazione di una conferenza dei capigruppo per capire come maggioranza e governo hanno intenzione di procedere sulla norma.
“Lo scontro istituzionale” sul decreto sicurezza “non può essere banalizzato”, ha detto in apertura la capogruppo del Pd Chiara Braga. “Quello che è accaduto è di una gravità straordinaria”, ha detto il segretario di Più Europa, Riccardo Magi. “I rilievi del Colle sono stati molto chiari”, ha affermato Marco Grimaldi di Avs.
Dopo 9 interventi su 29, l’aula della Camera ha approvato la richiesta della chiusura della discussione generale sul dl sicurezza. A richiederla è stato deputato di FdI Gianluca Vinci che ha evidenziato come il decreto sia stato “già oggetto di ampia discussione”. Ad esprimersi contro l’interruzione è stato il deputato del M5S Alfonso Colucci: “Non abbiamo avuto modo in commissione di esaminare questo provvedimento e l’aula deve compensare, per dare una parvenza di dibattito parlamentare”. Subito dopo si è espresso a favore della chiusura il deputato di Iv Roberto Giachetti che, a sorpresa, si è scagliato contro il collega di opposizione Colucci. Nel rimpallo delle responsabilità, il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, nega lo zampino leghista: “Non è vero che la paternità dell’emendamento è nostra. Sapete come funziona, quando ci sono gli emendamenti del relatore li firmano tutti”.
I precedenti
Esistono precedenti assimilabili, anche se bisognerà valutare nel caso specifico se la soluzione sia appropriata sul piano giuridico. Nel 2006, il governo Prodi intervenne d’urgenza con un decreto-legge “ad hoc” per abrogare il controverso “comma Fuda”. La norma, inserita in sede di conversione del decreto collegato alla Finanziaria, mirava a sanare retroattivamente l’ineleggibilità di alcuni parlamentari. Per spegnere le forti polemiche politiche, l’intervento correttivo neutralizzò immediatamente il “colpo di spugna” prima che producesse effetti definitivi. E il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano firmò il decreto correttivo.
(da agenzie)

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L’ESECUTIVO RINUNCIA ALL’EMENDAMENTO PER MODIFICARE LA CONTESTATA NORMA PER I RIMPATRI ASSISTITI BOCCIATA DAL COLLE (A META’ POMERIGGIO IL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO ERA ANCHE SALITO AL COLLE). IL MOTIVO? NON SI TROVA LA COPERTURA FINANZIARIA PER LE MODIFICHE

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

E ORA? L’IPOTESI E’ UN DECRETO STRALCIO CHE RITOCCHI SOLO LA NORMA SGRADITA AL QUIRINALE (MA NON È UN ITER FLUIDO, E LA SOLUZIONE POTREBBE NON PIACERE AL COLLE) … ORA SI CONSUMA ANCHE UNO SCONTRO NELL’ESECUTIVO: A PALAZZO CHIGI NESSUNO RIVENDICA LA FORMULAZIONE DELLA NORMA. TUTTI INDICANO L’UFFICIO LEGISLATIVO DEL VIMINALE, PUNTANDO IL DITO CONTRO PIANTEDOSI

Alle 22.30, si ritorna al punto di partenza. Il governo, a sorpresa, rinuncia all’emendamento che puntava a modificare la contestata norma per i rimpatri assistiti. Rendendo il pasticcio un vero e proprio caso politico.
Un passo indietro, a metà pomeriggio. Quando sale al Colle, Alfredo Mantovano sa già che la norma della discordia dovrà cambiare. In un modo o nell’altro, sarà
stravolta: Sergio Mattarella non intende firmare un decreto che contiene un articolo insostenibile dal punto di vista giuridico e costituzionale.
Lasciando il Quirinale, poco più tardi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha in tasca una potenziale soluzione. Prevede un allargamento della platea di chi può fare ricorso in rappresentanza dei migranti che puntano al rimpatrio assistito: non più solo avvocati, ma altre figure professionali.
E soprattutto, vengono fissati due ulteriori paletti. Il primo: non sarà più il Consiglio nazionale forense a erogare il “premio” per chi scrive il ricorso, ma lo Stato. E la somma verrebbe corrisposta anche in caso di esito negativo della procedura.
È una possibile soluzione, ma che resta solo sulla carta. Perché a tarda sera qualcosa si inceppa. Di certo, si apre un problema di bilancio. Quando Palazzo Chigi inoltra l’emendamento appena formulato dai suoi uffici alla Ragioneria dello Stato, diventa evidente ai tecnici il problema: la misura prevede oneri aggiuntivi per lo Stato. La ragioniera generale dello Stato Daria Perrotta legge la formulazione e si rivolge al Viminale, chiedendo una relazione tecnica per poter “pesare” i costi della misura sulle casse pubbliche.
La prima criticità riguarda il nesso tra il compenso e l’esito del ricorso: non può passare. Il secondo elemento che attira il faro del Quirinale riguarda il soggetto che dovrebbe erogare il compenso: non può essere il Consiglio nazionale forense, che ha già fatto sapere di considerare l’opzione insostenibile. Sono punti che Mantovano accetta in un primo momento di modificare. Assieme a un altro dettaglio, certo non irrilevante: a ricorrere non potranno essere soltanto gli avvocati, ma anche esperti, onlus e mediatori culturali accreditati. Poi tutto si blocca.
Nessun emendamento è in cantiere. Nessuna modifica è prevista nelle prossime ore. E dunque, come intende procedere il governo? La strada sembra quella di approvare il dl senza ritocchi, per non mostrarsi deboli dopo la sconfitta referendaria. Subito dopo verrà convocato un cdm, probabilmente già giovedì, per dare il via libera a un dl stralcio che ritocchi soltanto la norma sgradita al Quirinale.
Non è un iter fluido, potrebbe non piacere al Colle, ma è il percorso deciso nella notte. Nel frattempo, si consuma anche uno scontro sotterraneo nell’esecutivo. A
Palazzo Chigi nessuno rivendica la formulazione della norma. Tutti indicano l’ufficio legislativo del Viminale. Di fatto, puntando il dito contro Piantedosi.
(da Repubblica)

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BONUS RIMPATRI NEL DL SICUREZZA, L’AVVOCATO RADI: “NORMA ANTICOSTITUZIONALE E LIBERTICIDA, NON SIAMO COLLABORATORI DEL GOVERNO”

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

INOLTRE COLPISCE GRAVEMENTE I DIRITTI DEI MIGRANTI

La norma del decreto sicurezza 2026 che premia gli avvocati che facilitano i rimpatri volontari dei migranti con un bonus economico è sbagliata su tutti i fronti, etico e giuridico. Lo spiega a Fanpage.it l’avvocato cassazionista Riccardo Radi, membro della Commissione difensori d’ufficio del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Roma e consigliere onorario dell’Adu (Associazione Difensori d’Ufficio) della Capitale.
Dal punto di vista giuridico la norma finisce per trasformare l’avvocato in un collaboratore del governo, eliminando la sua funzione di difesa. Sul piano etico, unita all’articolo che cancella il patrocinio gratuito nei casi di ricorso contro i provvedimenti di espulsione, rischia di compromettere in modo grave e profondo i diritti delle persone migranti.
La norma prevede incentivi per gli avvocati che riescono a chiudere una pratica di rimpatrio, facendo tornare volontariamente il migrante nel suo Paese d’origine. Come la giudica?
È una norma che intende la figura dell’avvocato come una sorta di funzionario governativo. In pratica si chiede all’avvocato di essere contiguo alla politica sull’immigrazione del governo. Gli si dà un una sorta di incentivo perché aiuti il governo in una materia che è da sempre un pallino della destra, ovvero il contrasto all’immigrazione in tutti i modi possibili.
600 euro sono una bella somma per convincere i legali ad andare contro gli interessi dei loro assistiti…
Se la confrontiamo con quello che viene normalmente pagato all’avvocato che svolge la sua funzione di tutela dell’immigrato naturalmente (il patrocinio a spese dello Stato), sicuramente è una somma superiore. Una “bella somma” mi sembra esagerato. Però se la confrontiamo con i parametri di un difensore che esercita la sua funzione di tutela è sicuramente superiore alla media.
Il diritto alla difesa sarebbe così condizionato da una logica premiale, dal guadagno personle. Ma la difesa non dovrebbe essere libera e indipendente?
La difesa deve essere libera e indipendente. La figura dell’avvocato nasce per richiedere un’applicazione corretta delle norme. Qui invece è esattamente il contrario. Si chiede all’avvocato di diventare una sorta di ausiliario del governo, che non esercita più la sua funzione. Diventa un funzionario che deve convincere un immigrato a non esercitare nessun tipo di azione legale per rimanere in Italia
Questa è l’idea di avvocato di chi ha proposto questa norma. Peraltro, tra i quattro firmatari due sono avvocati (Lisei e Gelmini, ndr). Questo è un grande controsenso.
Un altro articolo invece, nega l’assistenza legale gratuita ai migranti che fanno ricorso contro un’espulsione. Cosa ne pensa?
È il perseguimento di una politica di un governo che è fallita miseramente, a partire dai centri in Albania, di cui non parla assolutamente più nessuno. In questo modo si intende da una parte eliminare il patrocinio a spese dello Stato per quanto riguarda la tutela dei diritti del migrante e dall’altra, disincentivare gli avvocati a tutelare i migranti. Si premia un avvocato collaborazionista.
Nel centrodestra chiariscono che oggi un avvocato viene pagato dallo Stato solo quando si va a ricorso contro un’espulsione e non, invece, nei casi di rimpatrio volontario. Si tratterebbe quindi di offrire una copertura ulteriore. È così o è una scusa?
È una scusa. In pratica il centrodestra adesso sta dicendo: “In fin dei conti riconosciamo un qualcosa che prima non veniva riconosciuto a quell’avvocato che, invece di intraprendere un’azione legale, consiglia all’immigrato di non fare nulla per rimanere in Italia ma di tornare volontariamente nel suo Paese”. Lo considerano un compenso per l’attività prestata, vista come stragiudiziale.§
C’è stata una levata di scudi da parte dell’avvocatura e della magistratura. Il governo è riuscito a riunire a braccetto due ordini che fino a ieri se ne le davano di santa ragione per il referendum. Ma il problema di fondo è che non possono rimandare il testo di nuovo al Senato perché decadrebbe. Non ce la farebbero con i tempi. Quindi adesso stanno cercando in tutti i modi di “addolcire” una pillola che è amara. Ma se noi mettiamo assieme le due norme, l’intenzione è chiara: impedire i ricorsi da parte dei migranti sia impedendo la possibilità di richiedere il patrocinio a spese dello Stato sia disincentivando gli avvocati a tutelare gli ingressi dei migranti. Ma è un’intenzione sbagliata.
Sul piano etico lei che opinione ha?
A parte che giuridicamente è un obbrobrio, dal punto di vista etico io mi vergognerei come avvocato. Se io dovessi aderire a quest’idea eviterei di specchiarmi quando mi faccio la barba la la mattina.
Il mondo giudiziario si è schierato contro questo emendamento, le opposizioni promettono battaglia e nella stessa maggioranza emergono perplessità. Se pure dovesse approdare nel testo definitivo, ci sarebbe lo scoglio del Quirinale. Quali sono le sue probabilità di sopravvivenza?
Confidare nel Quirinale è un’ultima spiaggia. Io non faccio affidamento al Quirinale non perché la figura di Mattarella non sia rassicurante ma perché mi sembrerebbe una sorta di escamotage, cioè non assumersi la responsabilità di contrastare una norma che è liberticida, un obbrobrio giuridico ed etico.
(da Fanpage)

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RINGRAZIAMO TRUMP E NETANYAHU: SE LA GUERRA FINISSE A GIUGNO, LE IMPRESE ITALIANE PAGHERANNO SETTE MILIARDI DI EURO IN PIÙ IN BOLLETTA RISPETTO AL 2025 . SE, INVECE, LA GUERRA SI DOVESSE PROTRARRE PER TUTTO IL 2026, LE IMPRESE PAGHEREBBERO 21 MILIARDI IN PIÙ

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

LO STUDIO DI CONFINDUSTRIA, CHE SI ASPETTA UN IMPATTO SULL’EXPORT ITALIANO VERSO I PAESI DEL GOLFO (CHE VALE 22 MILIARDI) – LE PREOCCUPAZIONI DEGLI IMPRENDITORI SI CONCENTRANO SU TRE FATTORI: IL COSTO DELL’ENERGIA, I COSTI DEL TRASPORTO MERCI E IL COSTO DELLE MATERIE PRIME NON ENERGETICHE

Il Centro studi di Confindustria registra i “primi impatti della guerra”, tra “rincari dell’energia, calo di fiducia e aspettative, rialzo dei tassi sovrani”. E’ “peggiorato lo scenario”, rilevano gli economisti di viale dell’Astronomia: “Il prezzo del petrolio è alto, nonostante la fragile tregua nella guerra in Medio Oriente”, e “l’impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull’economia italiana: cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi”, evidenzia l’analisi ‘congiuntura flash’ del centro studi degli industriali. “Reggono gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del Pnrr”.
“Petrolio caro, anche il gas ma meno”, il Centro studi di Confindustria rileva che “il prezzo del petrolio è tenuto alto dal conflitto in Medio Oriente, che ne minaccia scarsità: 102 dollari al barile in media in aprile (da 99 a marzo), +40 dollari sulla media di dicembre (62).
Il prezzo del gas, invece, si è moderato un po’ in aprile (48 euro/mwh), dopo essere salito a marzo (53) quasi al doppio di dicembre (28)”. Il dollaro “si è fermato a 1,16 sull’euro in aprile, dopo il rafforzamento a marzo,non sta aiutando ad attenuare i rincari dell’energia per l’Eurozona”
Aumentano i tassi: “La guerra sta ampliando gli spread e invertendo la rotta dei tassi sovrani in Europa, dai minimi del 27 febbraio ai massimi del 27 marzo: in Italia a 4,02% da 3,36%, in Francia 3,79% da 3,17%, in Germania 3,07% da 2,61%; in aprile, lieve moderazione.
Il tasso per le imprese italiane è a 3,33% a febbraio ma salirà, frenando il credito. Infatti la Bce è attesa rialzare i tassi a breve (dal 2,00%), per il già avviato balzo dell’inflazione: in Europa +2,5% a marzo, da +1,9%; negli Usa +3,3% da +2,4%; in Italia è salita meno (+1,7% da +1,5%) perché i prezzi di alcuni servizi sono scesi mentre saliva l’energia”. Per gli investimenti “indicatori stabili”, con “segnali di tenuta degli investimenti per il primo trimestre”.
“A marzo, resta quasi invariata la fiducia delle imprese manifatturiere di beni strumentali, dopo gli aumenti di gennaio-febbraio. Nelle costruzioni, la fiducia delle imprese aumenta per il secondo mese, trainata dalle attese di occupazione, anche se con peggiori aspettative sui piani di costruzione”. Sul fronte dei consumi, “fiducia giù, rischio aumento del risparmio.
Nel quarto trimestre il tasso di risparmio era sceso al 7,8%, poco sopra il livello pre-pandemia. A febbraio le vendite al dettaglio si sono contratte (-0,2%), specie per i beni alimentari. A marzo crescono poco gli acquisti di auto (+0,6%), ma la fiducia è peggiorata bruscamente: ciò potrebbe far salire il risparmio già nel primo trimestre, frenando i consumi”. Per l’industria “attese negative.
A febbraio la produzione industriale era aumentata di appena +0,1%, insufficiente a recuperare il calo di gennaio (-0,6%): nel primo trimestre la riduzione acquisita è di -0,5%. A marzo il Pmi è in zona espansiva (51,3 da 50,6), ma l’attività è sostenuta dall’accumulo precauzionale di scorte in vari settori, per anticipare aumenti di prezzo. La fiducia delle imprese industriali è in modesto aumento, ma l’impatto della guerra emerge nella brusca flessione delle attese di produzione”.
Anche nei servizi è “atteso un calo della domanda. In Italia stavano accelerando a inizio 2026, in particolare con una spesa dei turisti stranieri al +6,3% tendenziale a gennaio. Ma con la guerra, a marzo l’indicatore Sp-Pmi è caduto bruscamente in zona recessiva (48,8 da 52,3), riflettendo un calo della domanda. La fiducia delle
imprese dei servizi è salita di poco, ma peggiorano le attese sugli ordini”. L’export “in aumento prima del conflitto.
E’ risalito a febbraio (+2,2% a prezzi costanti), dopo una stasi a gennaio. Cruciale il rimbalzo delle vendite negli Usa (+8,0% tendenziale, dopo mesi di calo), concentrate nei farmaci e negli altri mezzi di trasporto. I nuovi dazi, dal 24 febbraio, rendono le merci italiane meno competitive rispetto a prima”.
Ora “un impatto diretto della guerra è atteso sui 22 miliardi di export verso i paesi del Golfo e su alcune forniture critiche (alluminio, fertilizzanti)”. Quanto allo scenario globale, nell’Eurozona “segnali di sfiducia”, “previsioni al rialzo per gli Usa, “frena la Cina”.
“Nell’ipotesi che la guerra in Iran finisca a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), che riprendano i flussi commerciali pre-conflitto e che la capacità produttiva dei paesi del Golfo rimanga adeguata a sostenere l’offerta mondiale, le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025”.
“Se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più”, su livelli “non sostenibili per le nostre imprese”. Lo stima il Centro studi di Confindustria nel quadro di una prima indagine, ascoltando gli imprenditori, sugli “impatti della guerra subiti dalle aziende industriali italiane”: tra “i principali ostacoli” al momento il primo è il costo dell’energia.
“Già nel 2025, per gli strascichi sui prezzi di gas e petrolio dell’impennata del 2022, la manifattura italiana pagava una bolletta energetica più alta dei principali competitor europei (Francia e Germania), con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali maggiore rispetto a 6 anni prima (del +25%, dal 3,9% pre-Covid al 4,9%)”. E’ una incidenza – stima il centro studi diretto da Alessandro Fontana – che, nell’ipotesi che la guerra finisca a giugno, “risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo al 5,9% nel 2026”.
Qualora la guerra si protragga per tutto il 2026 “l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali, al 7,6%. In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese” che
“vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale, considerato anche che i prezzi di petrolio e gas sono più bassi per le imprese localizzate in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano”.
La stima degli economisti di viale dell’Astronomia è nel quadro di un focus su “cosa dicono le imprese” dell’impatto del conflitto: con il questionario di marzo dell’indagine rapida sull’attività nell’industria italiana a grandi imprese associate a Confindustria “è stato chiesto di individuare i principali ostacoli connessi al conflitto in Medio Oriente, distinguendo tra criticità già emerse e problematiche attese in caso di un prolungamento oltre un mese”. Una prima analisi, “in netto anticipo sui dati statistici ufficiali”. Le imprese sono “preoccupate dai costi”.
Le preoccupazioni “si concentrano soprattutto su tre fattori: il costo dell’energia, indicato come criticità dal 25,0%, i costi di trasporto e/o assicurazione (21,9%) e il costo delle materie prime non energetiche (18,4%). Quest’ultimo assume un rilievo maggiore nelle prospettive, risultando la principale fonte di preoccupazione (20,7% delle imprese) qualora il conflitto si protragga; seguono il costo dell’energia (19,4%) e i costi di trasporto e/o assicurazione (15,4%)”.
Tra ulteriori criticità “già ben evidenti” le imprese segnalano “gli ostacoli alle esportazioni (11,2%) e l’aumento del costo dei semilavorati (8,5%); quest’ultimo assume un peso maggiore nello scenario prospettico, venendo indicato come rischio dal 10,3% degli intervistati in caso di prolungamento del conflitto oltre un mese”. In questo quadro “conta molto la durata del conflitto”.
Nel complesso, “i risultati evidenziano come le pressioni sui costi risultino, al momento, più rilevanti rispetto alle difficoltà di approvvigionamento: le tensioni in atto sui prezzi di input quotati sui mercati internazionali, sia energetici che non energetici, appaiono per ora riconducibili a dinamiche speculative (basate sull’attesa di futura scarsità), più che a vincoli di disponibilità fisica.
In particolare, questo è vero soprattutto per il petrolio, la commodity più colpita dalla guerra: sui prezzi (subito) e sui volumi (tra qualche mese). In una prospettiva di più lunga durata del conflitto, emergono segnali di crescente attenzione anche ai rischi di approvvigionamento di input, cioè alla carenza di volumi.
In particolare, la quota di imprese che indica criticità nella fornitura di materie prime aumenta dal 7,4% all’11,3%, rendendo tale fattore il quarto principale rischio atteso. Con un conflitto lungo, aumenta anche la preoccupazione delle imprese per i siti produttivi nei paesi del Golfo coinvolti”.
(da agenzie)

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EFFETTO TRUMP: LA CINA È VICINA AL SORPASSO SUGLI STATI UNITI NELLA CORSA ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. LE POLITICHE RESTRITTIVE SULL’IMMIGRAZIONE VOLUTE DA TRUMP HANNO FATTO CALARE DELL’80% IL FLUSSO DI TALENTI TECH VERSO GLI STATI UNITI

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

MOLTI DI QUESTI ERANO CINESI, CHE ORA RESTANO NEL LORO PAESE E CONTRIBUISCONO ALLO SVILUPPO DELL’IA “MADE IN CHINA” L’INDAGINE DELL’UNIVERSITÀ DI STANFORD CERTIFICA CHE IL GAP TRA IL DRAGONE E WASHINGTON SI È ASSOTTIGLIATO, E PRESTO LA CINA POTREBBE ADDIRITTURA SUPERARE GLI USA

Un vantaggio «che evapora», «quasi cancellato». Nella […] corsa al primato nell’Intelligenza artificiale, la rimonta della Cina sugli Stati Uniti sembra ormai sul punto di compiersi.
Diagnosi già sentita in passato, è vero, con toni che spaziano dal fatalismo all’isteria, e non di rado una certa allarmistica approssimazione. Solo che stavolta a formularla è il più autorevole e approfondito osservatorio sulla rivoluzione degli algoritmi, l’edizione annuale dell’AI Index appena pubblicata dall’Università di Stanford, pilastro accademico della Silicon Valley.
Il 2025, del resto, si è aperto con la rivelazione DeepSeek, il modello cinese low cost in grado di sfidare le Big Tech americane. Non era un exploit isolato, semmai la prima gloria di un ecosistema tecnologico cinese popolato di grandi colossi, agili startup e milioni di informatici, tutti orientati dal regime verso l’obiettivo chiave e nutriti da generosi finanziamenti di Stato.
Da quel momento – uno shock da molti paragonato al lancio dello Sputnik sovietico – la sfida al modello di IA più avanzato è stata un gomito a gomito tra Team Usa – le varie OpenAI, Anthropic, Google, X – e Team Cina – Alibaba, ByteDance, DeepSeek – che al momento vede il primo in vantaggio di un misero 2,7%, nell’indice di performance più utilizzato.
Sorpasso in vista? Sotto vari punti di vista l’ipotesi appare difficile, o almeno prematura. Gli Stati Uniti producono ancora più modelli di alto livello […] e brevetti chiave, oltre a mobilitare una quantità di investimenti privati 23 volte (!) superiore e a costruire mega centri dati a ritmi inimmaginabili
Si sa però che in Cina gli investimenti di Stato si muovono attraverso vari canali, non tutti evidenti nelle statistiche. E nel frattempo Pechino è già in vantaggio su altri versanti, come il numero di pubblicazioni scientifiche o l’IA applicata al mondo fisico dei robot.
Molto dipenderà dalla capacità dei due sfidanti di avanzare verso il Graal della superintelligenza, ossessione molto americana, ma anche dalla velocità con cui l’IA verrà adottata e si diffonderà nelle rispettive economie. […]
E dipenderà pure dalla capacità degli Stati Uniti di difendere il residuo, esiguo, vantaggio, un aspetto su cui Trump sembra aver fatto solo danni. Ha indebolito, in nome degli affari, la strategia che limitava le vendite dei chip più avanzati alla Cina.
Soprattutto, le sue politiche restrittive sull’immigrazione hanno fatto collassare (-80%) l’afflusso di talenti tech da tutto il mondo verso gli Stati Uniti, le loro università e le loro imprese, i segreti di Pulcinella di Big Tech. Molti di quei talenti erano cinesi, e ora restano in Cina.
(da agenzie)

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LA MELONI NON STA “SERENISSIMA”. A VENEZIA SI VOTA PER IL SINDACO IL 24 MAGGIO, LA DESTRA, AZZOPPATA DAI CASI VENEZI E BIENNALE, ARRANCA – È IL PRIMO TEST POST REFERENDUM: IL DEM ANDREA MARTELLA È IN VANTAGGIO DI 5 PUNTI SULL’ASSESSORE USCENTE, VENTURINI

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

UNA VITTORIA DEL CENTROSINISTRA AVREBBE COME PRIMA CONSEGUENZA LA SOSTITUZIONE DEL SOVRINTENDENTE DELLA FENICE NICOLA COLABIANCHI, GRANDE SPONSOR DI VENEZI … SECONDO NERVO SCOPERTO È LA BIENNALE, DOVE LO SCONTRO È TUTTO A DESTRA FRA IL PRESIDENTE BUTTAFUOCO (DIFESO DA BRUGNARO E DAL GOVERNATORE STEFANI) E IL GOVERNO SULLA RIAPERTURA DEL PADIGLIONE RUSSO

Le elezioni comunali del 24 e 25 maggio, dopo dieci anni di amministrazione di centrodestra dell’imprenditore Luigi Brugnaro (inciampato in un’indagine giudiziaria tuttora in corso), complici gli sbandamenti della maggioranza di governo sui casi Venezi e Biennale, sono il primo vero test dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia.
La sfida fra il senatore e segretario regionale del Pd Andrea Martella, 57 anni, e l’assessore uscente al Turismo Simone Venturini, un “civico” di 38, non riguarda solo il futuro di questo ecosistema unico fatto di terra e acqua dove vivono 250 mila persone (di queste, circa 47 mila nel centro storico in costante spopolamento).
Per capirlo basta trascorrere un sabato mattina con i due candidati, impegnati in una campagna quartiere per quartiere nonostante i sondaggi clandestini al momento diano in vantaggio di 5 punti lo schieramento composto da Pd, Riformisti, M5S, Avs, Rifondazione comunista e da due civiche rispetto al progetto “Venturini sindaco” appoggiato da FdI, Lega, Forza Italia, Udc e Partito dei Veneti.
Non è un dettaglio da poco che un big come il senatore FdI Raffaele Speranzon (molto vicino alla premier) abbia fatto un passo indietro nonostante l’accordo raggiunto a suo tempo con la Lega sulle regionali. Per non parlare dell’ipotesi Luca Zaia, che chissà se ha mai davvero accarezzato l’idea di trasformare la parola Doge in qualcosa in più di un soprannome.
«Anche qui con il referendum si è avvertita una grande voglia di cambiamento, Brugnaro ha governato in modo accentratore e paternalista – dice Martella, mentre scatta foto con i sostenitori al mercato di Marghera, frequentatissimo anche dalla comunità bengalese sorta intorno a Fincantieri e sempre più significativa in termini elettorali –. Vogliamo per Venezia uno statuto speciale, avere potestà legislativa su materie come abitazioni, turismo e trasporti, e salvarla quando intorno al 2050 il Mose non basterà più».
Dietro i reciproci attacchi, le questioni che intrecciano locale e nazionale sono almeno quattro. Primo, la Fenice, terremotata dall’indicazione di Venezi come prossima direttrice musicale. Gli orchestrali sono sul piede di guerra, considerano la nomina dettata da amichettismo di destra più che da un curriculum adeguato al ruolo. «Il giorno dopo l’elezione incontrerei le parti coinvolte, il bene del teatro supera ogni cosa. Ci sono stati eccessi su tutti i fronti, ma all’inizio forse ci sono state delle forzature» ammette Venturini.
Una vittoria del centrosinistra, invece, avrebbe come prima conseguenza la sostituzione del sovrintendente Nicola Colabianchi, grande sponsor di Venezi. «Resetteremo tutto» conferma Martella.
Secondo nervo scoperto è la Biennale, dove lo scontro è tutto a destra fra il presidente Pierangelo Buttafuoco (difeso da Brugnaro e dal governatore Stefani) e il governo sulla riapertura dopo quattro anni del padiglione russo. L’inaugurazione del 9 maggio si avvicina e giovedì il cda dell’ente si riunirà per decidere come rispondere all’Unione europea che ha minacciato di tagliare due milioni di euro se la Biennale non bloccherà la performance curata, fra gli altri, dalla figlia del ministro degli Esteri del Cremlino.
A Palazzo Chigi si starebbero valutando misure drastiche, dal commissariamento a un decreto ad hoc, pur di evitare il cortocircuito diplomatico. «Brugnaro ha accentrato su di sè le deleghe alla Cultura, e questo è parte del problema» sostiene Martella, evidenziando le contraddizioni degli avversari. «Noi vigileremo perché la presenza russa non si trasformi in un’occasione di propaganda russofila» replica Venturini, consapevole che nelle prossime settimane la vicenda deflagrerà.
Terzo, la sicurezza, qui come in tutte le aree metropolitane italiane. Sarà un caso, ma Martella sta organizzando un dibattito con la sindaca di Genova Silvia Salis e altri amministratori d’area impegnati a cambiare lo sguardo della sinistra sul tema, mentre il 5 maggio incontrerà l’ex capo della polizia Franco Gabrielli. Il quarto, infine, l’overtourism, piaga che Venezia ha sperimentato prima di altri. Venturini difende il ticket d’ingresso in città da 5-10 euro «unico strumento concreto dopo cinquant’anni di chiacchiere» e immagina di ampliare i periodi in cui si paga. Martella, all’opposto, pensa di cancellarlo e pianificare i flussi turistici con l’intelligenza artificiale.
È su queste basi che il mese più lungo della politica veneziana sta per iniziare. A Favaro Veneto Simone Venturini saluta i suoi sostenitori con un «Speremo che dura. Io ce la metto tutta». A Marghera i supporter di Andrea Martella lo caricano con un «Duri i banchi». Espressioni veneziane che spiegano bene ciò che accade anche a livello nazionale: il centrodestra cerca di resistere, il centrosinistra dopo anni vede la possibilità di tornare al governo.
(da agenzie)

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IL “GUARDIAN” DEDICA UN RITRATTONE A SILVIA SALIS, SINDACA RIFORMISTA DI GENOVA ED EX ATLETA OLIMPICA, DESCRITTA COME “UNA VENTATA DI ARIA FRESCA” E CONSIDERATA UNA POSSIBILE SFIDANTE DI MELONI ALLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

“IL CONCERTO GRATUITO DELLA DJ TECHNO BELGA CHARLOTTE DE WITTE HA INFUSO UNA VENTATA DI ENERGIA GIOVANILE IN UNA CITTÀ ASSOPITA E DEMOGRAFICAMENTE ANZIANA” … “SALIS È AMMIRATA ANCHE PER IL MODO IN CUI HA GESTITO COMMENTI E CRITICHE SESSISTE”

È stato un mese turbolento nella politica italiana. Il fallimento del referendum sulla riforma giudiziaria ha incrinato l’aura di invincibilità della premier Giorgia Meloni, provocando le dimissioni del governo e costringendola a darsi da fare per ricostruire la propria credibilità.
Allo stesso tempo, il suo rapporto, un tempo privilegiato, con Donald Trump si è incrinato dopo che il presidente americano l’ha rimproverata pubblicamente questa settimana per aver criticato il suo attacco a Papa Leone e per non aver appoggiato la guerra israelo-americana contro l’Iran.
Mentre a Roma si consumava il dramma, una scena ben diversa prendeva forma nella città norditaliana di Genova. Oltre 20.000 persone hanno riempito la centrale Piazza Matteotti lo scorso fine settimana per assistere al concerto gratuito della pluripremiata DJ techno belga Charlotte de Witte.
Non si trattava di una semplice festa. Sul palco, insieme a De Witte, ballava Silvia Salis, sindaca di Genova, ex lanciatrice del martello olimpica, con tanto di occhiali da sole, considerata una possibile sfidante di Meloni alle prossime elezioni politiche. Il filmato dell’evento si è diffuso rapidamente online, amplificando la notorietà di Salis.
«È stata una ventata di aria fresca», ha affermato Giulia Bianchi, consulente aziendale di Genova. «È particolarmente apprezzata per aver infuso una ventata di energia giovanile in una città assopita e demograficamente anziana».
Salis, 40 anni, è stata eletta sindaca di Genova meno di un anno fa, ottenendo una vittoria fondamentale per l’opposizione nella vasta città portuale, che in precedenza era stata governata dalla destra per otto anni.
Progressista e indipendente, ha ricoperto un ruolo di rilievo nel Comitato Olimpico Italiano prima di essere invitata a candidarsi a sindaco da un’alleanza di forze di sinistra e di centro. Il suo successo l’ha immediatamente posizionata come potenziale figura unificante a livello nazionale.
Sebbene l’opposizione sia stata rinvigorita dalla sconfitta referendaria di Meloni, che molti hanno interpretato come un’ampia bocciatura del suo governo, rimane frammentata e non ha un leader chiaro in grado di sfidare credibilmente il primo ministro alle prossime elezioni, previste prima dell’ottobre 2027.
Elly Schlein , leader del Partito Democratico, il principale partito di opposizione, e Giuseppe Conte, ex primo ministro e capo del Movimento 5 Stelle, si
contenderanno la nomination alle primarie una volta che l’alleanza avrà concordato un programma. Ma nessuno dei due gode di grande popolarità tra gli elettori italiani come potenziale primo ministro.
Salis, che ha partecipato a due Olimpiadi e ha il logo dei cinque cerchi tatuato sul collo, aveva promesso di portare a termine il suo mandato da sindaco, ma in una recente intervista a Bloomberg è sembrata aperta alla possibilità di candidarsi alle elezioni. «È chiaro che non posso sfuggire a questa attenzione nazionale, non posso eludere le domande. È una cosa interessante, mi lusinga», ha detto. Pur affermando che non parteciperà ad alcuna elezione primaria, prenderebbe in considerazione la possibilità di guidare l’opposizione se le venisse chiesto. «Di fronte a una richiesta di unità, non posso dire che non la prenderei nemmeno in considerazione. Mentirei».
La festa techno non è stata casuale. Il Comune di Genova si è fatto carico delle spese nell’ambito della strategia di Salis di utilizzare gli spazi pubblici per eventi gratuiti al fine di promuovere l’inclusione sociale e la riqualificazione urbana, soprattutto per i giovani residenti.
La festa ha avuto anche una valenza simbolica, in contrasto con il decreto “anti-rave” di Meloni, che ha represso gli assembramenti non autorizzati, una delle prime leggi emanate dal suo governo dopo l’insediamento nell’ottobre 2022.
Da quando è diventato sindaco, tra le altre priorità di Salis figurano la rivitalizzazione dell’economia di questa repubblica marittima un tempo potente, il miglioramento del trasporto pubblico e la lotta alla criminalità.
Salis ha accresciuto la sua notorietà partecipando alle proteste dello scorso autunno contro la guerra a Gaza e sostenendo i lavoratori portuali che bloccavano le spedizioni di armi destinate a Israele.
“Si è davvero esposta, in netto contrasto con Meloni, che non ha mai preso posizione in un senso o nell’altro”, ha detto Bianchi. “La trovo davvero una ventata di aria fresca e promettente.”
Davide Ghiglione, giornalista genovese, ha affermato che Salis gode di grande popolarità soprattutto perché pone i giovani al centro delle sue priorità.
“È giovane, è dinamica”, ha detto Ghiglione. “Non proviene da una famiglia di politici, ma è un’ottima comunicatrice e sa usare bene i social media.”
Salis è ammirata anche per il modo in cui ha gestito commenti e critiche sessiste, comprese quelle riguardanti il suo modo di ballare con i tacchi Manolo Blahnik, a cui ha risposto dicendo di sostenere i valori di sinistra ma di voler semplicemente vestirsi bene. Bianchi ha affermato che criticare Salis per le sue scarpe era chiaramente un segno di disperazione da parte di coloro che cercavano di oscurare la sua stella nascente. “Indossa un paio di Blahnik: è il meglio che riescono a fare? Che patetico.”
(da “The Guardian” )

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ALTRO GUAIO GIUDIZIARIO PER I FRATELLI D’ITALIA: L’ASSESSORE REGIONALE SICILIANA AL TURISMO DI FDI, ELVIRA AMATA, È STATA RINVIATA A GIUDIZIO PER CORRUZIONE. L’IMPRENDITRICE MARCELLA CANNARIATO, EX MOGLIE DEL PATRON DI “SICILY BY CAR” TOMMASO DRAGOTTO, È STATA CONDANNATA A DUE ANNI E SEI MESI.

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

UNA NUOVA TEGOLA PER IL PARTITO DI GIORGIA MELONI, DOPO IL RINVIO A GIUDIZIO DEL PRESIDENTE ARS, GAETANO GALVAGNO, VICINO A LA RUSSA, PER CORRUZIONE, PECULATO, FALSO E TRUFFA – A VIA DELLA SCROFA TREMANO: SE ESPLODE LA SICILIA DEI LA RUSSA E DEI MUSUMECI, SO’ DOLORI PER LA MELONI…

Rinviata a giudizio per corruzione l’assessora regionale al Turismo Elvira Amata di Fratelli d’Italia e condannata a due anni e sei mesi l’imprenditrice Marcella Cannariato, ex moglie del patron di Sicily by Car Tommaso Dragotto.
Sono i primi verdetti dell’indagine sulla gestione dei fondi all’assessorato al Turismo legata a filo doppio con quella riguardante lo scandalo dei finanziamenti erogati dalla presidenza dell’Ars.
È una nuova tegola anche per Fratelli d’Italia dopo il rinvio a giudizio del presidente dell’Assemblea regionale Gaetano Galvagno per corruzione, peculato, falso e truffa.
Le due imputate hanno scelto strade diverse: l’assessora Amata si difenderà in dibattimento che inizierà il 7 settembre davanti ai giudici della terza sezione del tribunale palermitano. L’imprenditrice Cannariato ha optato invece per il rito abbreviato che le ha consentito lo sconto di un terzo della pena.
Il patto corruttivo fra le due donne emerge durante l’inchiesta principale sulla corruzione alla presidenza dell’Ars, lo scandalo che ha travolto Gaetano Galvagno
Gli investigatori della guardia di finanza scoprono che Marcella Cannariato ha
assunto il nipote della politica di Fratelli d’Italia. Amata ottiene da Cannariato (legale rappresentante della A&C Broker S.r.l.) il contratto per il nipote comprensivo delle spese per l’alloggio durante i mesi di lavoro a Palermo.
L’imprenditrice avrebbe ricevuto in cambio dall’esponente di Fratelli d’Italia un finanziamento di 30 mila euro per un convegno organizzato a Palermo dalla Fondazione Bellisario, di cui Cannariato era rappresentante per la Sicilia.
Scrivono gli investigatori del gruppo tutela spesa pubblica del nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo: «Particolarmente significativa circa il pactum sceleris in essere tra il privato corruttore (Cannariato) ed il pubblico ufficiale (Amata) è una comunicazione telefonica intercorsa il 16 febbraio 2024 tra l’imprenditrice e Valeria Lo Turco, segretaria particolare dell’assessore, nel corso della quale Cannariato ammette di corrispondere delle utilità indebite alla Amata esclusivamente per conquistarne i favori».
Nella telefonata Cannariato dice che Amata «non può dire più niente (…) lei no non me lo può dire». E ancora: «È già tanto che un ragazzino di niente ti guadagna mille cinquecento euro al mese». Marcella Cannariato pagava pure le spese di soggiorno per il giovane a Palermo.
E quando dopo un primo finanziamento alla Fondazione Bellissario, l’assessora Amata sembrava tergiversare su un’altra richiesta, Cannariato sbottò: «A me no non lo può dire, perché la scanno viva».
Il rinvio a giudizio e la condanna di ieri riguardano soltanto uno dei quattro processi in corso nati dall’indagine madre sullo scandalo Galvagno.
(da agenzie)

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