Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
ISCRITTI NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI TUTTI I PRESIDENTI DI REGIONE DAL 2020 AD OGGI
La procura di Gela ha deciso di accelerare sull’inchiesta relativa alla frana avvenuta a
Niscemi, che ha portato a 1.500 sfollati. Come ha spiegato oggi il procuratore Salvatore Vella, nel fascicolo inizialmente concepito “contro ignoti” sono oggi iscritti tredici nomi, per le ipotesi di reato che vanno da disastro colposo a danneggiamento seguito da una frana.
I nomi destinati a far più rumore sono certamente quelli collegati alla politica, specie ad alti livelli, e cioè i presidenti di regione che si sono susseguiti dal 2010 ad oggi: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci, e Renato Schifani. Schifani è l’attuale presidente mentre il suo predecessore, Musumeci, è attualmente il ministro titolare della Protezione civile
Oltre a loro sono stati iscritti i responsabili territoriali della Protezione civile. Vella ha sottolineato che quella accaduta a Niscemi, e ancora attiva, è «la frana più grande d’Europa»: «Già nel 1997 c’erano delle indicazioni precise sulle cose da fare, ma non sono state fatte. Nelle casse della Regione ci sono ancora 12 milioni di euro a disposizione per i lavori»
La storia della fran
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, che era emersa anche in quelle giornalistiche, i problemi principali sono avvenuti dopo la frana del 1997. Cioè da quando furono affidati ad un’associazione temporanea di imprese i lavori di ricostruzione. L’Ati dopo qualche tempo chiese un adeguamento del contratto alla luce dello stato dei luoghi e quindi, nel 2010, la risoluzione del contratto. Da allora e almeno fino al 2016, momento della fine del contenzioso con le aziende coinvolte, nessuno si è occupato della frana.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA DIPLOMAZIA IRANIANA: “PERCHE’ MAI DOVREMMO FERIRE L’ITALIA, AMIAMO IL POPOLO ITALIANO”
Non solo i vertici politici dell’Iran, ma anche la diplomazia iraniana nel mondo si è spesa in una comunicazione molto attiva sui social per criticare il presidente Donald Trump e la sua amministrazione. Nelle scorse settimane, sono diventati popolarissimi i post e le immagini canzonatorie condivise dalle missioni diplomatiche iraniane su X. Ora, dopo le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti contro Papa Leone XIV e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, arrivano anche le dichiarazioni iraniane a sostegno dell’Italia, quasi a sancire un possibile fronte comune contro gli Usa.
«Perché mai dovremmo ferire l’Italia?»
Molto affettuoso il tweet diffuso oggi dall’ambasciata dell’Iran in Thailandia, che cita: «Perché mai dovremmo ferire l’Italia? Amiamo il popolo italiano, il calcio, il cibo e amiamo Roma, Rimini, Pisa, Milano, Venezia, Sardegna, Firenze, Napoli, Genova, Torino Sicilia e qualunque altra cosa nel mezzo»«Trump…Assurdo!»
Molto stupito, al limite dello sconcertato, il tweet diffuso su X dall’ambasciata iraniana in Bulgaria, che dice: «Trump ha detto che l’Iran farebbe esplodere l’Italia in due minuti se ne avesse l’occasione. Assurdo! La linea dell’Iran è sempre stata quella del rispetto per le nazioni, non quella di distruggerle». Il tutto seguito dagli hashtag Italia e Iran, accompagnati da una stretta di mano.
Il supporto a Papa Leone XIV
Non solo supporto alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ma anche a Papa Leone XIV. Così in questo tweet diffuso dall’ambasciata iraniana in Austria, la sede diplomatica difende il rappresentante della Chiesa cattolica nel mondo. Il testo recita: «Esiste ancora qualche sacralità che il presidente degli Stati Uniti, Donald
Trump, non abbia profanato? Si vanta spudoratamente di aver assassinato il leader di una nazione, minaccia di commettere crimini di guerra, minaccia di annientare un’intera civiltà e confonde le bestemmie con la forza».
E continua: «Nel suo ultimo atto di impudenza, ha insultato Sua Santità Papa Leone XIV, ha insistito arrogantemente di non aver commesso alcun errore e ha chiarito di non avere alcuna intenzione di chiedere scusa. Il silenzio della comunità internazionale di fronte a un simile ripudio non solo eroderà tutti i valori umani, ma metterà in pericolo le fondamenta stesse della civiltà».
Il messaggio del presidente dell’Iran§
Sono molte ancora le ambasciate iraniane che hanno poi diffuso l’ultimo tweet del presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, che scrive: «L’essenza delle civiltà si rivela nei momenti cruciali della loro storia. Le posizioni di Spagna, Cina, Russia, Turchia, Italia ed Egitto nell’opporsi alla bellicosità e ai crimini del regime sionista affondano le loro radici nella loro cultura e nel loro patrimonio storico».
(da Open)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO IL WASHINGTON POST, IN CASO DI RITIRO DEGLI USA DALL’ALLEANZA ATLANTIC C’E’ UN PIANO GUIDATO DALLA GERMANIA PER LA SICUREZZA DEL VECCHIO CONTINENTE
C’è un piano di riserva per la Nato. In caso di ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza
Atlantica. Che garantirà la difesa dell’Europa attraverso l’uso delle strutture militari già esistenti. In prima linea c’è la Germania. Che da tempo è contraria a un approccio unilaterale. I funzionari che lavorano al piano lo hanno ribattezzato Nato Europea, secondo quanto scrive oggi il Wall Street Journal. E mirano a coinvolger
il maggio numero possibile di stati europei nei ruoli di comando e controllo della nuova alleanza. E a integrare le risorse militari Usa con le proprie.
La Nato Europea prossima ventura
Secondo il quotidiano i piani – che vanno avanti attraverso gli incontri a margine della Nato – non vogliono competere con l’attuale alleanza. Ma i funzionari europei puntano a preservare la deterrenza nei confronti della Russia. Oltre alla continuità nucleare se Washington dovesse ritirare le proprie forze dall’Europa. O rifiutarsi di intervenire in difesa del Vecchio Continente, come ha minacciato più volte Donald Trump. I piani, concepiti per la prima volta lo scorso anno, sottolineano la profonda preoccupazione europea per l’affidabilità degli Stati Uniti. E hanno avuto un’accelerazione dopo che Trump ha minacciato di togliere la Groenlandia alla Danimarca, anch’essa membro della NATO. Mentre ora stanno acquisendo nuova urgenza nel contesto della situazione di stallo scatenata dal rifiuto dell’Europa di appoggiare la guerra americana in Iran.
La Germania
In particolare, l’inversione di rotta politica di Berlino sta dando ulteriore slancio. Per decenni, la Germania ha resistito alle richieste, guidate dalla Francia, di una maggiore sovranità europea in materia di difesa, preferendo mantenere gli Stati Uniti come garanti ultimi della sicurezza europea. Questa posizione sta ora cambiando sotto la guida del cancelliere tedesco Friedrich Merz, a causa delle preoccupazioni sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato durante la presidenza Trump e oltre, secondo fonti vicine al suo pensiero. Gli europei stanno ora cercando di assumersi maggiori responsabilità, come richiesto da tempo da Trump. L’alleanza sarà «più guidata dall’Europa», ha dichiarato di recente il suo Segretario Generale Mark Rutte.
L’iniziativa
La differenza ora è che gli europei stanno prendendo provvedimenti di propria iniziativa, a causa della crescente ostilità di Trump, piuttosto che in seguito alle pressioni degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi, Trump ha definito gli alleati europei «codardi» e ha descritto la NATO come una tigre di carta, aggiungendo, riferendosi al presidente russo Vladimir Putin: «Anche lui lo sa». L’acceleratore politico
decisivo per l’Europa è stato il cambiamento storico avvenuto a Berlino, sede di armi nucleari statunitensi e che per lungo tempo ha evitato di mettere in discussione il ruolo dell’America come garante della sicurezza europea. I tedeschi e altri europei temevano che promuovere la leadership europea all’interno della NATO potesse offrire agli Stati Uniti un pretesto per ridurre il proprio ruolo, un esito che molti europei temevano. Ma ora hanno rotto gli indugi. La Nato Europea è in arrivo.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
ATTESA FINITA, AD AGOSTO FARA’ 60 ANNI, DI CUI 23 IN MONDADORI… IL RITORNO DI GIANNI LETTA E I PROVINI PER I FUTURI PARLAMENTARI
La clamorosa umiliazione di convocare il ministro degli Esteri Antonio Tajani in azienda – come un trotterellante dipendente a rapporto – Marina Berlusconi l’ha inflitta come sua propria esibizione (e ginnastica) di potere. Sta rafforzando i bicipiti, visto che questa volta ha davvero deciso di scendere in campo, con una squadra di consiglieri a prepararle un progetto di sopravvivenza politica, dopo il disastro dell’assalto ai giudici, i pasticci di Carletto Nordio, le sciagure di Giusi Bartolozzi e più di tutto le ricorrenti implosioni di Giorgia Meloni, che dopo la sventola del referendum, gli abissi di Trump, la sconfitta di Orbán, la rendono sempre più inaffidabile, man mano che il rendiconto di quattro anni di nulla al governo si avviano alla risacca del quinto e ultimo.
In questi giorni, Marina sta preparando armi e beauty case esattamente come fece il babbo, nel lungo e periglioso inverno del 1993, quando dai debiti della Fininvest e dal rischio di finire “sotto un ponte o in galera” (Confalonieri dixit) estrasse il coniglio di Forza Italia, un partito che avrebbe protetto i suoi scheletri di cantieri edili magicamente finanziati e le antenne illegalmente nate, come avevano fatto i partiti a libro paga che Mani Pulite stava decapitando. A questo giro sono i crediti a muovere Marina Berlusconi titolare dell’azienda FI, dove paga tutto e conta niente. Non ne può più di aspettare. Anche se non lo fa per i 90 milioni di euro che garantisce in fideiussioni al partito ogni anno. Lo fa per psicologiche ragioni. Esige di estrarre un senso dalla sua vita di eterna figlia primogenita addetta al monumento
del padre. L’ansia preme. Compirà i suoi 60 anni tra cinque mesi, il prossimo 10 agosto. E a giugno saranno tre anni dal funerale di Stato che ha chiuso un’era, inginocchiando e umiliando l’intera Italia, davanti alle spoglie del padre.
Cos’ha combinato nel tempo che ha visto fuggire dallo specchio? In Mondadori, da 23 anni ha un ufficio sontuosamente vuoto, dove pettina le piante, sovrintende sonnifere riunioni, attende l’ora in cui l’autista la porterà nella sua amata e solitaria palestra Technogym a scolpire quel che la chirurgia estetica, in tante e dolorose modificazioni, ha inciso sulla sua pelle.
In quanto al cuore ha finito per affezionarsi alle fidanzate del padre, sempre a protezione del padre, prima Francesca Pascale. Ora Marta Fascina, detta la Muta, che deambula tra i tappeti di Arcore, pagata da un seggio a nostre spese, mentre tiene compagnia alle ombre e la aspetta per cena. Non c’è più Marcello Dell’Utri a costruire la squadra a questo giro. Le sue benemerenze sono finite sotto la condanna definitiva per mafia. A selezionare i nuovi candidati è stato chiamato Danilo Pellegrino, amministratore delegato Fininvest, affidabile, riservato. Che Marina ha voluto al tavolo della riunione-gogna proprio per studiarsi da vicino il povero Tajani e sceglierli al contrario.
La rete di Publitalia c’è ancora per pescare imprenditori, professionisti o furbacchioni candidabili, come avvenne trent’anni fa, quando dai provini saltarono fuori decine di futuri deputati, da Paolo Romani a Martusciello, da Lo Jucco ad Antonio Palmieri, tutti dilettanti della politica, ma svegli nella comunicazione, niente barba, eleganti scarpe inglesi da indossare a comando, come le opinioni. Marina li vuole “moderati”, e “moderni”. In difesa dell’azienda, ovvio. Ma anche aperti ai diritti civili, alle famiglie arcobaleno, in stile radicale. Aperti all’Europa di Draghi e ai Parioli di Calenda. Sempre indisponibili a superare il filo spinato delle troppe tasse ai ricchi. Guai alle patrimoniali. Proibito disturbare i profitti delle banche. O interferire con il libero mercato della finanza, dell’etere, dei giacimenti digitali. In sintesi, un moderatismo alla Gianni Letta che Marina ha arruolato anche stavolta, accomodandolo proprio di fronte a Tajani che ascoltava la sua eterna lezione democristiana. La quale, a copertura del potere sostanziale, prevede sempre una vernice di buonismo compassionevole, per temperare la naturale
predisposizione della destra a imbracciare derive autoritarie o il cattivismo alla Delmastro che gode quando immagina i detenuti soffocare nei cellulari o a quello di Piantedosi, il ministro innamorato, che i naufraghi li considera “carichi residuali”.
Da tempo Marina sta provando a migliorarsi con infiniti esercizi di postura e voce davanti allo specchio delle telecamere. Ha chiesto agli stessi autori di Ciao Darwin che avevano lavorato per le campagne elettorali del padre, scrivendogli gag e aneddoti portatili, di scrivere nuovi testi per lei. Ha ingaggiato un dialogue coach per modificare il tono infantile della voce e le fragilità della timidezza. Per consonanza ha voluto, come primo atto del suo inedito imperio, Stefania Craxi a capo dei deputati. Non solo per insofferenza alla consumata maschera di Gasparri. Ma come complice omaggio alla sua vecchia amica, cugina nel danno, reduce anche lei dai disastri psicologici di un padre macigno, altrettanto assente.
E Pier Silvio? C’era anche lui alla riunione a sogguardare il povero Tajani. Ma lo ha fatto solo per starne ancora di più alla larga. Dudi non ha rivincite da pretendere, né intenzioni remote. Gli piace il giocattolo che ha per le mani nella sua cameretta di comando. Non ha detto neanche una parola. E congedandosi per l’ora di fitness, ha augurato alla sorella maggiore di trovare anche lei la sua ruota della fortuna.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
ESISTE GIA’ UN DOPO TRUMP
Esiste già un “dopo Trump”: lo si coglie nelle parole di distacco e addirittura di biasimo
di parte di suoi sostenitori americani delusi — specie gli isolazionisti che non ne vorrebbero sapere di guerra — e nei silenzi imbarazzati dei politici europei suoi apparentati, i populisti di destra e gli anti-europeisti, termini politicamente quasi sinonimi.
Se ne prende atto con sollievo, ma è impossibile resistere a una domanda che definirei “naturale” per la spontaneità con la quale sorge: ma non lo sapevate già da prima, chi era Donald Trump? Come avete potuto non accorgervi dei suoi modi, del suo linguaggio e del suo spirito di sopraffazione? Come è possibile che l’assalto al Parlamento dei suoi sostenitori non vi abbia impedito di votare per lui?
Ben al di là degli orientamenti ideologici di ognuno, come si fa a confidare in un ottantenne delirante che sprizza vanagloria da ogni frase, e usa la Casa Bianca come cassa di risonanza per i suoi quattrini e i suoi affari privati?
Temo che la risposta, ammesso che qualcuno si prenda la briga di darla, non sarebbe confortante. A parte qualche frangia moderata del suo elettorato (per esempio i cattolici americani feriti dagli insulti al Papa), Trump perde consenso soprattutto perché è debole. Impantanato nel Golfo, incastrato da Netanyahu, maldestro nelle nomine dei suoi ministri e vendicativo nel rimangiarsele.
Non è il winner che prometteva di essere, e se il suo elettorato vorrà scaricarlo non sarà per la sua orribile cultura del potere, già lampante da molto tempo. Sarà perché non è forte come prometteva di essere, recente scoperta che ferisce i suoi adoratori ben più della sua nera figura umana.
Trump è la proiezione politica di idee e sensibilità che milioni di esseri umani condividono. Perderà voti non perché voleva cancellare l’Iran, ma perché non è riuscito a farlo.
(da La Repubblica)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA VICINANZA AL MONDO MAGA NON PAGAVA PIU’ E LA GARA A CHI ERA PIU’ VICINO AI DELIRI DI TRUMP E’ FINITA, ALTRO GIRO DI VOLTA DEI SEDICENTI DESTRI
Giorgia Meloni ha risolto un problema. Le frasi sprezzanti di Donald Trump («È lei che è inaccettabile», «Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo») rompono un rapporto personale con il presidente americano diventato un gravame insostenibile e una crescente minaccia agli indici di consenso. Non è un fulmine al ciel sereno. Probabilmente la premier aveva valutato questo tipo di reazione due giorni fa, nelle nove ore trascorse tra l’attacco di Trump al Papa e la reazione di Palazzo Chigi, e alla fine ha giudicato più utile per lei, per il suo partito, per il centrodestra tutto, pubblicare la nota in difesa dell’autorità morale di Leone e segnare un punto e a capo con la Casa Bianca.
Lo strappo si è verificato all’improvviso ma era maturato da lungo tempo, almeno sul fronte di Roma. La vicinanza politica al mondo Maga non pagava più, come si è constatato al referendum e nelle elezioni ungheresi. L’equilibrismo del “non condivido e non condanno” non riusciva più a sostenere la narrazione sulla difesa dell’interesse nazionale. Il rifiuto di concedere Sigonella e il congelamento del memorandum con Israele risultavano poca cosa, dati troppo tecnici per marcare una posizione netta davanti agli italiani spaventati dalla guerra e dalla crisi dei carburanti. Lo scambio di note irritate ha risolto il problema. Per Meloni: quello di recuperare l’immagine di leader dalla schiena dritta persa nella vicenda dei dazi, di
Gaza, dei fatti di Minneapolis, del Board of Peace. Per Trump: quello di ripetere la sua frase preferita, “you’r fired”, e mostrare cosa rischia chi lo critica.
A prescindere dalla dimensione istituzionale della vicenda (gli ufficiali di collegamento si attiveranno, la diplomazia cercherà appeasement), la destra italiana nella giornata di ieri è entrata in acque totalmente nuove. Dovrà reinventare il suo messaggio, le sue relazioni, il suo status sulla scena europea e internazionale, e persino abituarsi alla pubblica solidarietà dei nemici con Elly Schlein che alla Camera scandisce: «Nessun capo di Stato straniero può permettersi di attaccare, minacciare o mancare di rispetto al nostro Paese e al nostro governo». A Bruxelles Meloni era la mediatrice con Viktor Orbán, e Orbán non c’è più. Nel mondo si raccontava come ponte tra l’Unione e l’America, e il ponte è crollato. Il riferimento ideologico Maga svanisce nella nebbia. «Per quanto risulti difficile il mio orizzonte rimane l’Occidente», dice Meloni, ma pure a quell’espressione dovrà dare un contenuto più specifico dopo che l’irruzione anti-papista di Trump ha spazzato via la divisione tra Stato e Chiesa.
Anche dall’altro lato dell’Atlantico si dovranno gestire tempi nuovi. I due principali riferimenti europei di Donald Trump sono appassiti: Orbán ha perso il potere, Meloni è passata nella “lista dei cattivi”. Il progetto di una internazionale sovranista con epicentro a Budapest e Roma, coltivato da un ventennio dagli strateghi alla Steve Bannon, è azzerato. La cultura Maga è entrata in rotta di collisione con le stesse radici dell’Occidente europeo: la polis greca, il diritto romano, la tradizione giudaico cristiana con la sua concezione dei diritti umani e della dignità della persona. Il “nuovo sceriffo”, come lo definì J. D. Vance a Monaco, in diciotto mesi ha fatto scappare dalla città ogni suo amico e simpatizzante.
È in questo contesto che la premier ha ottenuto il suo “strappo”, una categoria che da sempre qualifica le leadership di livello, mostrando la loro capacità di scartare dal trantran e interpretare i nuovi scenari che la storia propone. Quello strappo, se avrà un seguito di qualità, può generare un interessante cambio di prospettiva, una fase due segnata dalla riscoperta dell’Europa come principale riferimento nel caos del mondo, e persino una maggiore solidarietà interna alla coalizione: anche Matteo Salvini ha fatto da tempo retromarcia, anche lui parla di Trump dicendo «c’è un limite alla pazienza umana». E anche lì si è risolto un problema: la gara a chi è più amico della Casa Bianca è finita, non ha più senso per nessuno.
(da La Stampa)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI IMPARA A PROPRIE SPESE LA REGOLA DEL CINISMO INTERNAZIONALE: SE NON SEI SEDUTO AL TAVOLO, ALLORA SEI NEL MENU
La sovranista che voleva dare il Nobel per la Pace a Donald Trump è stata licenziata dal
capo. Il Presidente degli Stati Uniti la liquida come una mezza cartuccia senza coraggio dalle colonne del Corriere della Sera. Un brusco risveglio per Meloni che, dagli stand del Vinitaly, tenta di celare quel sapore amaro commentando il suo ‘licenziamento’ con la nonchalance di chi parla di tannini e retrogusti legnosi. Anche sul fronte degli accordi con lo stato di Israele, Meloni ritratta le dichiarazioni da lei stessa fatte poche ore prima, quando ne sosteneva l’inevitabilità. Che succede a Giorgia Meloni?
La sua è una triste parabola che ha inizio con un silenzio ostinato, lungo mesi, sulle centinaia di migliaia di civili palestinesi uccisi, feriti e deportati. Mentre scuole, ospedali e persino tendopoli venivano polverizzate, la “madre cristiana” non vedeva, non parlava, non disturbava, anzi forniva appoggio praticamente incondizionato, ad eccezione di qualche sparuta tiratina d’orecchie quando veniva compiuta un’azione particolarmente efferata sulla quale persino da parte sua sarebbe stato indecente tacere. Silenzio su Gaza, silenzio sul Libano, silenzio sull’Iran. Poi, d’improvviso, la giravolta: il mancato rinnovo degli accordi.
In merito alla sudditanza nei confronti di Trump, il nostro Presidente del Consiglio non ha fatto una piega di fronte alla barbarie dell’Ice, non una parola sui dazi, appoggio totale sul Venezuela, “non condanno né condivido” sull’Iran, nemmeno quando Trump minacciava “li rispediremo all’età della pietra”, oppure “un’intera civiltà morirà stanotte”.
Mentre l’escalation iniziava a mandare in rovina l’economia nazionale, Meloni è rimasta intrappolata tra il sovrano statunitense e l’alleato israeliano che, oltre a bombardare l’Iran, iniziava a replicare in Libano quanto fatto a Gaza. Eppure non è stato il massacro degli innocenti a farla ricredere: ci voleva l’attacco verbale al Papa, quello è stato il confine invalicabile.
La presa di posizione sulle parole di Trump e il mancato rinnovo dell’accordo con Israele sono giravolte che vengono oggi vendute come un ‘atto di forza e indipendenza’, mentre è evidente che si tratta di una manovra di emergenza di chi ha capito che il costo elettorale di questa complicità è diventato insostenibile. Il No al referendum e la caduta di Orban in Ungheria sono stati i rintocchi finali: rimasta senza un partner ideologico in Europa e con una sconfitta elettorale in casa, la premier cerca di smarcarsi.
Ma sono sempre il tempismo e la sostanza delle sue scelte a tradirla: come per le purghe arrivate dopo il referendum, è tardi per cercare di mostrarsi risoluta e, soprattutto, è oltremodo ridicolo avvertire l’urgenza di farlo per un attacco verbale al Pontefice dopo aver avallato più di uno sterminio senza batter ciglio. È partita con “Dio, Patria e Famiglia” e ha finito con “Dio, Trump e Famiglia”, sacrificando la sovranità della patria al sultano di turno.
Ed eccoci dunque all’epilogo di questa triste parabola: si palesa così il fallimento del sovranismo, di cui avevo scritto in precedenza. Con un benservito pubblico
arrivato da Washington, Giorgia Meloni impara a proprie spese la regola aurea del cinismo internazionale: se non sei seduto al tavolo, allora sei nel menu. Per anni la premier ha creduto di avere un posto d’onore tra i grandi; oggi scopre che il suo nome non era scritto sul segnaposto, bensì sulla lista delle portate. Non c’è alcuna autorevolezza nell’indignazione per il Papa dopo aver avallato massacri di bambini e civili innocenti. Resta l’immagine di un governo che ha barattato la dignità del paese per un’illusione di potenza, ritrovandosi oggi isolato e screditato dall’idolo sul quale aveva puntato tutto.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA CAMALEONTE ORA PROVA A RIPOSIZIONARSI DOPO AVER ASSECONDATO LE FOLLI SCELTE DI TRUMP E I SILENZI DI FRONTE AI CRIMINI DI NETANYAHU
Una batosta dietro l’altra. Dalla débâcle referendaria in poi a Giorgia Meloni non ne è
andata più una per il verso giusto. La Guerra del Golfo scatenata da Usa e Israele a ridosso della consultazione – “Non condanno né condivido”, si era barcamenata la premier per non prendere posizione – che ha fatto esplodere i prezzi dei carburanti; il deferimento dell’Italia all’Assemblea degli stati membri dalla Corte penale internazionale per il caso Almasri.
Il niet di Bruxelles alla richiesta di allentare i vincoli del Patto di Stabilità Ue – firmato senza colpo ferire dal governo italiano – per fronteggiare la crisi e, soprattutto, l’ultimo anno di legislatura prima delle prossime Politiche; la sconfitta dell’alleato Viktor Orbán in Ungheria, pietra miliare del sovranismo europeo; l’attacco senza precedenti di Trump a Papa Leone XIV che l’ha costretta, con mezza giornata di ritardo, a prendere le distanze (parole “inaccettabili”) dall’idolo che sognava di emulare – al punto da candidarlo perfino al Nobel per la pace – di fronte all’ondata di indignazione internazionale che ha travolto il presidente Usa.
Lo stesso Trump che ieri non ha perso tempo a scaricarla: “È lei che è inaccettabile”, ha detto il tycoon in un’intervista telefonica al Corriere della Sera all’indomani della presa di posizione della premier italiana in difesa del Pontefice. Poco prima, era stata proprio Meloni a far sapere che “il governo ha deciso di sospendere” – solo con tre anni di ritardo – “il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele”. Meglio tardi che mai, certo, almeno per la credibilità (e la dignità) dell’Italia nel mondo, pesantemente compromessa (e isolata) dalla sconsiderata azione dell’esecutivo.
Ma forse troppo tardi per quella della presidente del Consiglio e del suo governo. Che, nel tentativo di riposizionarsi per far dimenticare la sua totale sudditanza verso le folli scelte di Trump e gli incomprensibili silenzi di fronte agli atti criminali di Netanyahu, ha certificato il fallimento della politica estera del suo governo. La pacchia (e la farsa) per Giorgia stavolta pare sia finita davvero. Resta solo da calcolare l’entità dei danni arrecati all’Italia.
(da lanotiziagiornale.it)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
I VOTI PARTITO PER PARTITO
Fratelli d’Italia tocca un nuovo minimo e scende al livello più basso dalle elezioni
europee, ovvero da giugno 2024. Oggi il partito di Meloni è dato al 28,4%. In retrocessione anche la Lega, al 7,1%. Nel centrodestra sale solo Forza Italia, che arriva all’8,5%. Decisamente più positivo il quadro nel campo largo: Partito democratico e M5s salgono entrambi, rispettivamente al 22,2% e al 12,6%. Vediamo nel dettaglio l’ultimo sondaggio di Termometro politico.
I consensi ai partiti
Non è più solo l’effetto referendum quello che sta facendo calare i consensi di Fratellid’Italia, ora al 28,4%. Nelle ultime settimane il partito di via della Scrofa si è trovato a fare i conti con una serie di scandali interni che hanno riguardato prima l’ex sottosegretario Andrea Delmastro, poi l’ex ministra Santanchè, dopo ancora il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
A queste vicende si sono aggiunte le tensioni internazionali. Ieri per la prima volta da quanto è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha scaricato Giorgia Meloni, dopo che quest’ultima aveva deciso di prendere le distanze e andare in difesa di Papa Leone, anche lui finito nel mirino del tycoon. Un cambio di posizionamento strategico che potrebbe giovare ai consensi di FdI.
Nel resto del centrodestra, si segnala l’arretramento della Lega, al 7,1%, compensato dalla risalita di Forza Italia, all’8,5%. Negli azzurri proseguono i tentativi di rinnovamento richiesti dalla famiglia Berlusconi. Dopo le dimissioni di Gasparri da capogruppo al Senato, sostituito da Stefania Craxi, sono arrivate quelle di Paolo Barelli alla Camera e la conseguente nomina di Enrico Costa.
Nel centrosinistra, le due principali forze di opposizione risultano in aumento. Il Pd è al 22,2%: il distacco con FdI si è ridotto a circa sei punti. Il M5s invece, si attesta al 12,6%. Infine, Alleanza Verdi e Sinistra è ferma al 6,5%. Rimanendo all’interno del campo largo, si osserva da una parte il calo di +Europa, all’1,6%, dall’altra la crescita di Italia Viva, al 2,6%. In entrambi i casi si tratta di movimenti marginali che mantengono partiti su livelli abbastanza stabile.
Al di fuori delle coalizioni troviamo: a destra, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che ormai sembra essersi stabilizzato sul 3,2%; più verso il centro, Azione, in discesa al 3%, percentuale peggiore dall’inizio dell’anno.
(da Fanpage)
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