Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
“PARLIAMO DI VOLI PER CITTÀ CHE POSSONO ESSERE RAGGIUNTE DA VOLI DI LINEA, IN PARTICOLARE SE SI PARTE DA VENEZIA, CHE È VICINO ALLA LOCALITÀ NELLA QUALE RISIEDE IL MINISTRO, CIOÈ TREVISO”… DI CERTO C’È CHE OGNI VOLO VIENE AUTORIZZATO DA PALAZZO CHIGI
Pizzicato a inizio mandato per aver usato varie volte l’aereo di Stato volando da o per Treviso, la sua città, il ministro Carlo Nordio era finito subito nel mirino dell’opposizione. Diverse erano state le interrogazioni arrivate in Parlamento che chiedevano lumi sul perché il velivolo di Chigi aveva fatto tappa per il ministro a casa sua.
Così nel 2024, forse non a caso, l’utilizzo dei voli di Stato da parte del Guardasigilli si era dimezzato. Ma passata la polemica Nordio ha ripreso a volare e l’aereo della presidenza del Consiglio non ha fatto più tappa a Treviso. Ma a Venezia, sempre non lontano da casa sua.
Nel 2025 il ministro ha utilizzato il mezzo di Chigi sei volte: in quattro occasioni l’aereo ha fatto scalo a Venezia, in una sola a Treviso e in un’altra a Catania. Nel dettaglio Nordio lo scorso 4 dicembre ha preso un volo di Stato da Roma per andare
a Rabat per un incontro con il suo omologo del Marocco e poi ha fatto ritorno a Venezia.
Qualche giorno dopo, l’8 dicembre, ha utilizzato un volo di Stato che lo ha preso a Venezia e poi lo ha portato prima a Bruxelles e poi a Strasburgo per partecipare tra le altre cose alla conferenza del Consiglio d’Europa sulla remigrazione e il diritto d’asilo. Ad ottobre Nordio ha preso un volo da Catania per andare in Lussemburgo e poi far ritorno a Roma.
Perché da Catania? Risulta la presenza del ministro agli “Stati generali delle isole minori” organizzato dal suo collega Nello Musumeci per un intervento dal seguente titolo: “Dalle carceri agli spazi culturali”. Poi è andato in Lussemburgo per partecipare al Consiglio giustizia e affari interni dell’Unione europea.
A settembre è andato a Berlino per incontrare il suo omologo tedesco e poi è tornato a Venezia. E, ancora, a maggio 2025 altro volo, per una missione in Moldavia, con ritorno a Venezia; e a febbraio è andato da Treviso a Istanbul poi ad Ankara per incontro bilaterale con il ministro della giustizia turco e ritorno a Treviso
Complessivamente dall’inizio del suo mandato Nordio ha utilizzato 14 voli di Stato: otto volte con scalo a Treviso, sei a Venezia. I suoi colleghi solitamente volano su Roma e qualche volta da Milano.
Di certo c’è che ogni volo viene autorizzato da palazzo Chigi in base a una circolare interna che recita: “E’ necessario che ogni istanza rechi una sintetica ma dettagliata relazione nella quale siano esposti, oltre alla precisa natura degli impegni ministeriali, elementi utili ai fini della valutazione politico-istituzionale sulla concessione del volo di Stato precisando, altresì, le circostanze e le attività, precedenti o successive alla missione, ostative all’uso di voli commerciali o altri mezzi di trasporto”. Le istruttorie però non sono pubbliche
Le opposizioni chiedono un’informativa urgente alla presidenza del Consiglio a proposito dell’utilizzo dei voli di Stato da parte del ministro Carlo Nordio. Richiesta partita dal Pd con Debora Serracchiani: “Il ministro Nordio nel 2025 ha utilizzato per ben 6 volte” voli di Stato.
“Quattro volte l’aereo ha fatto scalo a Venezia, una volta a Treviso e un’altra volta a Catania. E parliamo di voli che erano destinati per città che noi riteniamo potessero essere raggiunte anche con una certa comodità da voli di linea, in particolare se si parte da Venezia, che è vicino appunto alla località nella quale risiede il ministro, cioè Treviso”, ha detto Serracchiani in aula alla Camera.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
ALICE WEIDEL LO DISSE: “SEGUIREMO LA STRADA DELL’UNGHERIA DI ORBAN, IL NOSTRO GRANDE MODELLO” – L’AFD SI SENTE ORFANA ANCHE PERCHÉ I SUOI ELETTORI SONO ANTI-AMERICANI
Alice Weidel non ha ancora cambiato la foto sullo sfondo di X. Una bella stretta di
mano con Viktor Orbán, mentre due giganteschi drappi nazionali (tedesco e ungherese) scendono sui muri del palazzo del governo di Budapest.
D’altra parte, chi mai l’aveva accolta come Viktor nell’autunno 2025? Chi mai aveva trattato la leader di Alternative für Deutschland da pari a pari invece che da paria
L’estrema destra europea, e tedesca in particolare, perde con Orbán la sua stella polare, ed è in lutto.
Ben più che a Trump e ai Maga, in fondo più che a Putin, l’AfD meno radicale ed estremista si ispirava al leader ungherese. Almeno la parte del partito che si riconosce in Weidel, che aspira a uscire dalle catacombe e, magari, avvicinarsi alla Cdu. Per quella AfD, l’ungherese che definiva «superata» la democrazia liberale, era un manuale di spunti.
Era da copiare e Weidel lo disse: «Seguiremo la strada dell’Ungheria, il nostro grande modello»
Per il politologo Wolfgang Schröder, «Orbán è stato la figura di riferimento della nuova destra in Europa perché ha condotto la battaglia contro l’Ue, per la sovranità, contro la migrazione e su tutti i temi centrali». E aveva «un’autorità come pochi», opponendosi con tenacia alla Commissione.
Insomma, l’AfD si sente orfana. E non può certo tornare a guardare al mondo Maga, anche perché i suoi elettori sono anti-americani. Dall’inizio della guerra in Iran, Alice Weidel non ha fatto altro che prendere le distanze da Trump. Che Vance non porti bene non è solo superstizione: è una convinzione radicata nell’AfD. Benedikt Kaiser, un pensatore della loro cerchia, l’ha teorizzato: «L’adesione volontaria a un trumpismo duro danneggia in modo colossale la destra interna presso gli elettori».
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
QUELLO SVALVOLATO DI HEGSETH ERA GIA’ FINITO AL CENTRO DELLE POLEMICHE IN SEGUITO AL “SIGNAL-GATE”, QUANDO CONDIVISE IN UNA CHAT CON UN GIORNALISTA DEI PIANI DI GUERRA
I Dem della Camera presenteranno oggi cinque articoli di impeachment contro il segretario alla Difesa Pete Hegseth, accusandolo di abuso di potere, crimini di guerra e altri gravi illeciti.
Lo scrive Axios, sottolineando che la misura non ha praticamente alcuna possibilità di essere approvata in questo Congresso, ma è l’ultimo segnale che i Dem si sono compattati attorno a Hegseth come loro nuovo principale bersaglio nel governo Trump.
In precedenza, i Dem avevano spinto per l’impeachment dell’ex segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem e dell’ex procuratrice generale Pam Bondi, entrambe rimosse da Trump negli ultimi mesi. Con i suoi scandali di lunga data e ora il conflitto con l’Iran, Hegseth è un candidato ideale per diventare il nuovo “spauracchio” del partito.
La risoluzione di impeachment di sette pagine, una copia della quale è stata ottenuta per la prima volta da Axios, si concentra principalmente sulle operazioni statunitensi in Iran, sullo scandalo “Signalgate” e sulla presunta cattiva condotta personale di Hegseth
“Questo è solo un altro Democratico che cerca di attirare l’attenzione mentre il Dipartimento della Guerra ha raggiunto in modo deciso e schiacciante gli obiettivi del Presidente in Iran”, ha dichiarato la portavoce del Pentagono Kingsley Wilson in una nota ad Axios. Hegseth “continuerà a proteggere la patria e a promuovere la pace attraverso la forza”, ha aggiunto.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
SPIEGA CHE IL 2027 SARA’ DECISIVO PER L’EUROPA CON LE ELEZIONI IN ITALIA E FRANCIA: “SE L’ESTREMA DESTRA ARRIVASSE AL POTERE NEL MIO PAESE IL CORSO DELLA COSTRUZIONE EUROPEA SAREBBE INTERROTTO. SULLA DIFESA, IL LEGAME CON GLI USA, IL RAPPORTO CON LA RUSSIA, NON POTREBBE PIÙ ESSERCI UNA POLITICA EUROPEA. QUINDI IL VOTO DEI FRANCESI DETERMINERÀ IL FUTURO DEL CONTINENTE EUROPEO”
Presidente, quanto è importante per l’Europa l’esito del voto in Ungheria?
«La sconfitta di Orbán apre una nuova fase e infligge uno smacco ai populisti. L’Europa non avrebbe potuto accettare ancora a lungo che l’Ungheria fosse allo stesso tempo il cavallo di Troia di Vladimir Putin, la quinta colonna dei cinesi e la collaboratrice di Donald Trump. Perché in realtà l’Ungheria è stata amica dei tre imperi che oggi ci minacciano in modi diversi.
La Russia, con la sua aggressione militare; gli Stati Uniti, con la loro volontà predatrice sulle nostre risorse e sulle nostre industrie. E la Cina, con un’azione commerciale che ci inonda di prodotti. L’Ungheria ha rifiutato questo destino e l’Unione europea deve accompagnarla affinché non torni indietro».
François Hollande, capo di Stato francese dal 2012 al 2017, oggi deputato socialista con rinnovate ambizioni presidenziali, offre al Corriere la sua visione europea, prima dell’intervento di venerdì all’incontro «Idee per il futuro, nel cuore di Roma».
L’Unione europea si sta dimostrando all’altezza nella crisi internazionale?
«L’Ue ha espresso il rifiuto di partecipare all’operazione militare avviata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Era il minimo che potesse fare, e i nostri Paesi hanno anche rifiutato che le forze americane utilizzassero il nostro territorio per condurre i bombardamenti.
Altrettanto necessario. Oggi, l’Europa deve affermare chiaramente che il cessate il fuoco non può essere un modo di risolvere i conflitti. Soprattutto se viene violato il giorno dopo la sua proclamazione. Occorre quindi pensare a un vero negoziato, nel quale l’Europa deve chiedere di essere parte attiva
Perché il futuro dello stretto di Hormuz e la situazione in Medio Oriente riguardano direttamente la nostra sicurezza e la nostra economia. L’Europa non può limitarsi a un ruolo di osservatore, ma deve condurre un’azione diplomatica per contribuire a trovare una via d’uscita al conflitto».
Gli europei parlano ancora a più voci?
«Sì, esistono delle differenze, non soltanto sul rapporto con gli Stati Uniti. Ma ciò che è stato comunque preservato, e questo è l’essenziale, è una forma di unità europea che non è stata troppo scossa dalle azioni di Donald Trump».
In che modo gli attacchi e le minacce di Trump e della sua amministrazione influiranno sul rapporto tra Europa e Usa? Siamo arrivati a un punto di non ritorno?
«L’Europa ha capito che gli Stati Uniti non garantiscono più una protezione automatica e non associano più i partner alle proprie decisioni. Finché Donald Trump sarà al potere, o finché lo saranno i repubblicani dopo Trump, bisogna accettare il fatto che gli Stati Uniti si allontanano dall’Europa. Anche quanto alla nostra stessa sicurezza».
L’anno prossimo si vota appunto in Francia, Italia, Spagna, Polonia. Il 2027 sarà decisivo per l’Europa?
«Senza pretendere che la Francia disponga di uno status particolare, se l’estrema destra arrivasse al potere nel mio Paese il corso della costruzione europea sarebbe interrotto. Non sul piano economico — penso che il Rassemblement national, ormai, abbia accettato il mercato comune — ma sulla difesa, il legame con gli Usa, il rapporto con la Russia, non potrebbe più esserci una politica europea. Quindi il voto dei francesi, l’anno prossimo, determinerà in larga parte il futuro del continente europeo».
Se invece fosse di nuovo lei il presidente francese, sarebbe favorevole alla svolta federale evocata sempre più spesso, da Mario Draghi per esempio?
«Sì, ma non con tutti i Paesi membri, perché non sono pronti, e non in qualsiasi ambito. Ma sulla difesa, sull’industria e sulla questione del digitale e dell’intelligenza artificiale, abbiamo bisogno di una tappa di integrazione supplementare».
(da Corriere della Sera)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
RILIEVI PESANTI, CONSEGNATI AGLI UFFICI DEL MINISTRO SALVINI E DEL SUO VICE, EDOARDO RIXI, NEL DICEMBRE 2024. IN QUEL MOMENTO IL TEMA ERA CALDISSIMO: LA VICENDA HA PORTATO ALLA FINE DEL “SISTEMA DI POTERE” IN LIGURIA DI GIOVANNI TOTI E DELL’EX PRESIDENTE DELL’AUTORITÀ PORTUALI, PAOLO EMILIO SIGNORINI, TRAVOLTO DALLE INCHIESTE
È stata sotto chiave per oltre un anno, da dicembre 2024 ad aprile 2026, la relazione del ministero delle Infrastrutture sul porto di Genova, che confermava la posizione «di vantaggio o di favore concorrenziale nell’interesse del gruppo Spinelli».
Aggiungendo, tra le varie cose, «la valutazione della sussistenza dei presupposti per procedere alla costituzione di parte civile nei giudizi penali (relativi alle inchieste, ndr)» da parte dell’Autorità di sistema portuale (Adsp) del mar Ligure. Ipotesi a cui non è stato dato seguito.
Rilievi pesanti che sono stati consegnati agli uffici del ministro Matteo Salvini e del suo vice, Edoardo Rixi nel dicembre 2024. Oltre 16 mesi fa. In quel momento il
tema era di attualità: la vicenda ha infatti portato alla fine del sistema di potere in Liguria di Giovanni Toti e dell’ex presidente dell’Autorità, Paolo Emilio Signorini, travolto dalle inchieste.
Rixi, oggi braccio destro di Salvini al dicastero, è leader della Lega in Liguria: non è mai stato coinvolto nelle indagini, ma ha avuto un peso specifico politico in quella stagione nella sua regione.
È stato alleato e interlocutore dell’ex governatore e ha anche beneficiato – nel 2018 – di un contributo elettorale di 7.500 euro della fondazione-comitato Change, che faceva capo a Toti. Così il viceministro, per sgomberare il campo dai dubbi, ha fatto istituire la commissione per stendere la relazione nel 2024.
Il documento del Mit di 103 pagine con 32 allegati, firmato da Salvatore Pilato, Patrizia Scarchilli e Giuseppe Strano, ha fornito consigli su possibili interventi. Sotto la lente di ingrandimento dei commissari è stata posta la procedura di rilascio delle concessioni che, per quanto molto complessa, «non è risultata impermeabile a indebite interferenze che, in concreto, hanno favorito l’adozione di decisioni finali orientate al rilascio delle concessioni ad un unico soggetto (gruppo Spinelli)», si legge nel testo.
Un andamento «tale da rafforzare la posizione di concessionario/terminalista, precostituendo a suo favore un’oggettiva posizione di vantaggio, anche in relazione ai futuri sviluppi in termini di traffici connessi alle nuove opere in corso di realizzazione».
Il contenuto, molto significativo, è stato reso inaccessibile dal ministero fino a pochi giorni fa: è stato diffuso solo grazie all’insistenza di due deputati del Pd, Valentina Ghio e Luca Pastorino, che hanno chiesto più volte di poter consultare il faldone, come raccontato da Domani.
Non sono mancate sorprese. Addirittura la prima versione, inviata ai parlamentari, presentava delle cancellazioni, omissis per mantenere la riservatezza sui nomi delle aziende. Togliendo nei fatti il senso al documento. Una modalità che ha alimentato sospetti sulla volontà di limitare le informazioni.
Perché le criticità rilevate sono varie. Nelle conclusioni della relazione viene riferito che «sussistono molteplici elementi documentali che inducono alla
revisione prudenziale dei rapporti concessori e delle licenze per verificare le eventuali situazioni di conflitto d’interesse nei procedimenti conclusi in favore e vantaggio del gruppo Spinelli».
L’iter per arrivare all’accessibilità del documento rende l’idea degli ostacoli frapposti dal ministero delle Infrastrutture: la richiesta di accesso agli atti di Ghio e Pastorino era stata respinta, motivandola con la necessità di un’integrazione, puntualmente presentata dai parlamentari dem. L’istanza ha tuttavia incontrato un ulteriore stop: era assente «un interesse differenziato e qualificato» e non sussisteva «alcuna obbligatorietà circa l’ostensione dei documenti»
Due deputati, peraltro della commissione Trasporti (competenti per materia) e liguri (competenti per territorio), non erano giudicati idonei a ricevere il materiale perché non di loro interesse. Solo l’intervento della presidenza della Camera di Lorenzo Fontana, attraverso i suoi uffici interpellati dai parlamentari del Pd, ha sbloccato l’impasse
«Per oltre dieci mesi non è stato dato seguito alle prerogative dei parlamentari, che avevano formalmente richiesto accesso a documenti rilevanti senza ricevere risposte nei tempi dovuti», hanno dichiarato Ghio e Pastorino
(da Domani)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
A MILANO, FORZA ITALIA ORGANIZZA UNA CONTRO MANIFESTAZIONE A QUELLA SULLA “REMIGRAZIONE” PROMOSSA DA SALVINI E DAI “PATRIOTI” … MARINA E PIER SILVIO ORA PIANIFICANO LA SVOLTA NEL PARTITO: SILURATI GASPARRI E BARELLI, SEMI-COMMISSARIATO TAJANI, ORA SI CERCANO VOLTI NUOVI E SI GUARDA ALLE POLITICHE DEL 2027
Più che aria nuova, quella spirata da Cologno Monzese verso Forza Italia è stata una
folata di vento che ha fatto volare tutte le carte in tavola dentro il partito e scompaginato gli equilibri dei palazzi romani. L’intervento di Marina e Pier Silvio Berlusconi è stato dirompente: pensionamento dei capigruppo Maurizio Gasparri e Paolo Barelli (che aspira a un ruolo di sottogoverno); strigliata quasi pubblica ad Antonio Tajani, che è apparso un segretario semi-commissariato; cambio di strategia politica.
Questa fase uno si è conclusa con la nomina a capogruppo alla Camera di Enrico Costa, la cui scelta di mediazione è stato l’unico argine che ha tenuto per Tajani.
Scongiurato il pericolo di nomi legati ad Arcore e critici nei suoi confronti come quelli di Giorgio Mulè o Deborah Bergamini, il profilo di Costa è stata una scelta che alcuni, internamente, definiscono «al ribasso». I detrattori lo considerano debole rispetto alla storia di FI, con cui non è stato eletto nell’ultima legislatura (a Montecitorio è entrato con Azione).
Inoltre nel suo curriculum pensano gli incarichi nei governi Renzi e Gentiloni. I più fedeli a Tajani, invece, vedono in Costa qualcuno portato al dialogo e comunque sensibile alle istanze del segretario, perché molto ferrato sul tema della giustizia ma pochissimo delle dinamiche del partito (e quindi del gruppo parlamentare). Da Milano, però, arriva uno spiffero: Costa viene dal mondo liberale e ha il merito di essere esterno alle paludi dei palazzi romani. E comunque a vigilare su tutto rimarrà Mulè, le cui quotazioni sono in costante ascesa dopo la prova referendaria e che oggi avrà un faccia a faccia con Tajani.
Al netto dei nomi (il vero restyling si attende nelle prossime liste elettorali), la fase due riguarda la linea politica. Non è un mistero – la stessa Marina Berlusconi lo ha fatto capire nei suoi recenti interventi pubblici – che la “famiglia” voglia un partito molto più autonomo nei confronti della destra di Giorgia Meloni e soprattutto di quella di Matteo Salvini.§Persa la partita sulla giustizia, la primogenita del Cavaliere avrebbe in testa alcune parole d’ordine: apertura sui diritti civili e sul fine vita ma anche difesa del sistema bancario e produttivo privato; presa di distanza dagli estremismi di Donald Trump ed europeismo convinto in politica estera. Prima ancora di interrogarsi su queste direttrici, però, i dirigenti sono agitati da alcune questioni di fondo.
A Milano, dove il responsabile Immigrazione di FI, Amir Atrous ha organizzato una contro manifestazione a quella sulla remigrazione promossa dai Patrioti, con «le seconde generazioni pienamente integrate inserite nel tessuto sociale, economico e produttivo del Paese».
L’evento è un attacco frontale alla Lega e apparentemente il primo cambio di passo in chiave “neo-berlusconiana”, ma è stato subito smentito dai dirigenti locali che hanno preso le distanze dall’iniziativa «intrapresa a titolo personale», perché «Forza Italia ha rispetto per ogni manifestazione organizzata dagli alleati».
Il pasticcio milanese – segnale degli scontri intestini in corso – rischia di non essere isolato. La pax tajanea prevede congressi locali, che dopo la massiccia campagna di tesseramento dovrebbero cementare lui e i suoi alla segreteria. Tuttavia, secondo una fonte accreditata, «quasi sicuramente salteranno» dove si rischiano faide interne.
Il nodo della leadership porta con sé sempre la stessa domanda: Pier Silvio o Marina scenderanno in campo? Da Fininvest, la risposta è sempre negativa, nonostante un retroscena del Fatto quotidiano dia la primogenita alle prese con un training serrato per imparare “i trucchi” della politica. Chi la conosce, però, aggiunge un dettaglio: se davvero prendesse in mano il partito («e non lo vuole fare», viene precisato), non lo farebbe certo per fare la “seconda” di Meloni. Punterebbe a un progetto nuovo, violando il tabù di lasciare la destra-destra per creare un nuovo polo moderato e attrattivo anche per il Pd. Fantapolitica, per ora.
Quanto a Pier Silvio, non si spengono le voci che lo vogliono affascinato da Roma (avrebbe fatto ristrutturare, senza avvertire la sorella, lo storico ufficio di Mediaset a largo del Nazareno che utilizzava il padre). Tutto, però, è necessariamente rimandato alle prossime politiche: impossibile defenestrare Tajani, che è uno degli assi su cui poggia il governo in carica. I suoi fedelissimi rimangono aggrappati al fatto che a lui va il merito, contro ogni aspettativa, di aver mantenuto vivo e addirittura fatto crescere un partito dato per morto insieme al Cavaliere.
«Davvero a Milano pensano che si possa fare meglio?». Con la consapevolezza, però, che in FI le fideiussioni milionarie batteranno sempre qualsiasi riflessione politica.
(da Domani)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
HALLISSEY: “NEL LIBRO DICE CHE ESISTONO I CICLOPI, ESISTE ATLANTIDE. MINISTRO, NON ESISTONO”… I PRESUNTI RITROVAMENTI, CITATI DA GIULI NEL SUO LIBRO, CHE PROVEREBBERO L’ESISTENZA DEI CICLOPI: “UN GRANDE CRANIO OBLUNGO CON TRE ORBITE, DUE DAVANTI E UNA DIETRO”
La nota della direttrice del parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, mette ancora di più in imbarazzo il ministro della Cultura, Alessandro Giuli.
La nuova versione sulla pubblicazione e la distribuzione del libro di Giuli, finanziato dal ministero della Cultura, è che stato fatto tutto a insaputa. «Non c’entra nulla con lo stanziamento», è stata la posizione della dirigente del Mic.
Chissà, quindi, la sorpresa del ministro della Cultura, quando si è ritrovato tra le mani il suo volume Venne la Magna Madre. I riti, il culto, l’azione di Cibele Romana, tra quelli inseriti nel catalogo della mostra la mostra Magna mater tra Roma e Zama.
Il saggio, risalente al 2012, era stato ristampato con le risorse del Mic, proprio attraverso il parco archeologico del Colosseo, con un finanziamento di 21mila euro che prevedeva anche la pubblicazione e la distribuzione del testo
La tomba di Romolo di Attilio Mastrocinque, docente di storia all’università di Verona. Un progetto editoriale portato avanti nell’ambito della mostra sulla Magna Mater, in corso dal 5 giugno al foro romano e palatino.
(da Domani)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA SOCIETA’: “SIAMO ALLIBITI, IL REGOLAMENTO NON CONSENTE ALL’ ARBITRO QUESTO DIRITTO”
La richiesta a due giovani calciatori africani durante una partita di seconda categoria
nel padovano. Il presidente del San Precario: «Siamo allibiti».
Polemiche e disappunto nel padovano dopo un episodio avvenuto durante una partita di seconda categoria tra San Fidenzio Polverara e San Precario, vinta dai padroni di casa per 3-2. Prima dell’inizio del match, durante il riconoscimento dei giocatori, l’arbitro ha chiesto al dirigente della squadra ospite di esibire il permesso di soggiorno di due giovani calciatori provenienti dall’Africa. Il presidente del San Precario, Roberto Mastellaro, ha definito l’episodio «al limite dell’assurdo» e discriminatorio, sottolineando che in 18 anni non gli era mai capitata una situazione simile.
Cosa devono mostrare i calciatori all’arbitro?
«Il regolamento richiede che i calciatori per partecipare a una partita siano in possesso di una carta d’identità, oppure di un passaporto o di un tesserino della Figc – precisa Mastellano -. Mai era stata richiesta l’esibizione del permesso di soggiorno. Non so se si sia trattato di un’ingenuità dell’arbitro… in ogni caso siamo rimasti allibiti». È bastata la provenienza da un paese africano per far scattare il dubbio dell’arbitro. «Soltanto per non far ritardare l’inizio della partita abbiamo esibito il permesso dei due calciatori, ma adesso chiediamo di sapere le ragioni di un comportamento del genere che riteniamo discriminatorio. Nella nostra rosa abbiamo anche un altro giocatore extracomunitario dal doppio passaporto, inglese e slovacco, ma per lui non è stato chiesto nulla». Mastellaro ha, inoltre, ribadito
l’impegno della società contro ogni forma di razzismo, esprimendo preoccupazione per un clima che, a suo dire, rischia di legittimare comportamenti discriminatori.
Indaga la Figc
La vicenda è ora all’attenzione dei vertici regionali della Figc. Il presidente veneto Giuseppe Ruzza ha chiesto una relazione scritta per approfondire il caso, mentre il numero uno dell’Aia Veneto, Tarcisio Serena, scrive il Gazzettino, ha chiarito che un arbitro non è autorizzato a richiedere il permesso di soggiorno. Per il riconoscimento dei tesserati sono sufficienti documento d’identità, tessera federale, conoscenza diretta o foto autenticata.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO E’ STATO INFORMATO”
La Commissione europea ha confermato di aver inviato una lettera alla Biennale per contestare la presenza di Mosca alla mostra prevista per maggio. La precisazione arriva alla vigilia dell’incontro tra il presidente ucraino, la premier Meloni e il presidente Mattarella nella Capitale
Dalle parole, ai fatti. La Commissione europea ha formalizzato l’intenzione di sospendere i finanziamenti alla Fondazione La Biennale di Venezia, per un valore di circa 2 milioni di euro, a causa della presenza della Russia alla prossima edizione della mostra internazionale d’arte. Secondo quanto riferito dal portavoce Thomas Regnier, l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura (Eacea) ha già inviato una lettera alla Fondazione per comunicare l’intenzione di sospendere o revocare la sovvenzione. La Commissione aveva inoltre informato il governo italiano già a marzo, motivando la decisione con la necessità di tutelare «i valori europei di democrazia, libertà di espressione e pluralismo»
Le sanzioni europee e la figlia di Lavrov nel padiglione russo
La presenza russa alla Biennale viene contestata anche alla luce delle sanzioni europee legate alla guerra in Ucraina, che vietano iniziative considerate veicolo di propaganda a sostegno del regime. Al centro della polemica anche la gestione del padiglione russo, che ospiterebbe artisti selezionati da una società legata a Ekaterina Lavrova, figlia del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, fedelissimo di Vladimir Putin
La protesta dei ministri Ue
Già a marzo 22 Paesi europei avevano scritto al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e al consiglio di amministrazione per esprimere contrarietà alla partecipazione russa. Anche il ministro della Cultura Alessandro Giuli aveva criticato la scelta e silurato la consigliera che non lo aveva avvertito, mentre diversi eurodeputati hanno coinvolto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas chiedendo lo stop ai fondi
Buttafuoco ha però sempre difeso il diritto degli artisti di ogni credo e provenienza ad esprimersi. Sostenendo che nessuna norma sia mai stata violata e di aver organizzato spazi per dare voce anche agli artisti dissidenti russi. Non ha mai mostrato intenzione di rivedere la propria posizione: un’eventuale forzatura nei suoi confronti, dettata da esigenze di Stato ritenute prioritarie, potrebbe spingerlo a fare un passo indietro. Uno scenario che né la premier Meloni né il ministro della Cultura vorrebbero affrontare, sia perché Buttafuoco è uno dei pochi nomi di intellettuali di destra di caratura, sia perché la Biennale è ormai alle porte, con inaugurazione prevista per il 9 maggio
Domani Zelensky da Meloni e Mattarella
Una questione delicata, quindi, che si aggiunge agli altri dossier rilevanti sul piano della diplomazia internazionale, proprio mentre la presidente del Consiglio e il capo
dello Stato Sergio Mattarella si preparano ad accogliere a Roma il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, atteso domani, mercoledì 15 aprile.
(da agenzie)
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