Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
DI FRONTE ALLA MINACCIA DI TRUMP DI CANCELLARE L’INTERA CIVILTÀ IRANIANA, PREVOST HA DETTO CHIARO E TONDO: “NON È ACCETTABILE” E HA ESORTATO I CITTADINI AMERICANI A MOBILITARSI PER DIRE AI PROPRI RAPPRESENTANTI IN PARLAMENTO: “VOGLIAMO LA PACE” … IL PAPA È RIUSCITO A TENERE UNITI I VESCOVI STATUNITENSI, DIVISI TRA UN’ALA PROGRESSISTA CRESCIUTA SOTTO IL PONTIFICATO DI FRANCESCO A UNA MAGGIORANZA PIÙ CONSERVATRICE
Ha accolto la retromarcia di Trump «con soddisfazione». Il Papa americano non ha
risparmiato la voce per scongiurare un epilogo catastrofico in Iran, i suoi appelli sono stati un controcanto in crescendo alla retorica bellica della Casa Bianca.
«Accolgo con soddisfazione e come segno di viva speranza l’annuncio di una tregua immediata di due settimane», ha commentato ieri, «solo attraverso il ritorno al negoziato si può giungere alla fine della guerra». Sabato alle 18 il Papa presiederà una veglia di preghiera per la pace a San Pietro.
Pur misurato nello stile, nei giorni in cui la Chiesa commemora la passione di Gesù il Pontefice agostiniano è stato via via più esplicito. Lo imponeva il precipitare degli eventi e lo suggeriva il tentativo sempre più sfacciato di utilizzare la simbologia e il linguaggio cristiano da parte della galassia trumpiana.
La domenica delle Palme ha detto che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». Il martedì santo a Castel Gandolfo per la prima volta ha citato espressamente Trump, auspicando che tornasse al tavolo negoziale.
Alla messa del crisma del giovedì santo ha detto che la crocifissione di Gesù ha interrotto «l’occupazione imperialistica del mondo»: parlava dell’impero romano ma molti hanno pensato a quello americano.
L’ex Custode di Terra Santa Francesco Patton, a cui ha affidato le meditazioni della Via Crucis, ha detto che ogni autorità deve rispondere davanti a Dio del potere «di avviare una guerra o di terminarla». «Chi ha il potere di scatenare guerre», ha esclamato Leone a Pasqua, «scelga la pace!».
Di fronte alla minaccia di Trump di cancellare «l’intera civiltà» iraniana, infine, Prevost ha detto chiaro e tondo: «Non è accettabile», la guerra «non risolve niente», e – fatto inusuale – ha esortato i cittadini americani a mobilitarsi per dire ai propri rappresentanti in Parlamento: «Vogliamo la pace»
Il Papa nato a Chicago e la gravità della situazione hanno tenuto uniti i vescovi statunitensi, tradizionalmente divisi tra un’ala progressista cresciuta sotto il pontificato di Francesco a una maggioranza più conservatrice. Con qualche eccezione – il vescovo Robert Barron, da sempre vicino a Trump, ha tentato di sostenere che Leone «non si stava riferendo specificamente alla guerra in Iran» – la riprovazione è stata ampiamente condivisa.
«La minaccia di distruggere un’intera civiltà e il deliberato attacco alle infrastrutture civili non possono essere moralmente giustificati», ha dichiarato monsignor Paul Coakley, presidente della conferenza episcopale a stelle e strisce.
(da Repubblica)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
AFFINI. PRIMI FRA TUTTI, LA COPPIA D’ORO DEL CINEMA TRICOLORE, GIULIO BASE E TIZIANA ROCCA – IL FIUME DI DANARO ALLA COMMEDIA DI PIER FRANCESCO PINGITORE (800MILA EURO), AL BIOPIC SU GIGI D’ALESSIO (UN MILIONE) E AL LEGAL THRILLER CON MANUELA ARCURI … I 140MILA EURO ALLA CINETECA KABUTO CHE SI OCCUPA DI VIDEOGAMES …LA RETROMARCIA (TARDIVA) DI GIULI SULLA BOCCIATURA DEL DOC SU REGENI E LA POLEMICA DELLA SOTTOSEGRETARIA BORGONZONI CHE CHIEDE LE DIMISSIONI DEI RESPONSABILI DELLA VALUTAZIONE
Gli addetti ai lavori lo chiamano “il sistema Mollicone”. Dal nome del responsabile cultura di Fratelli d’Italia, presidente dell’omonima commissione alla Camera, che da tre anni ha messo in piedi un poderoso meccanismo per distribuire — attraverso un manipolo di fedeli — prebende e fondi pubblici ad amici e protegé politicamente affini. Primi fra tutti, la coppia d’oro del cinema tricolore: Giulio Base e Tiziana Rocca. Due gli obiettivi prioritari: promuovere le proprie clientele in un mondo che l’ha sempre tenuto ai margini; sostituire alla presunta egemonia della sinistra quella della destra ora al potere.
Federico Mollicone, classe 1970, figlio di un esponente missino adepto di Ordine nuovo, cresciuto fra i Gabbiani di Colle Oppio frequentati pure dalla futura premier, ha sin da ragazzo un chiodo fisso: occupare la cultura e tutto quel che gli gira attorno.
Avendo mancato per ben due volte il bersaglio grosso — ovvero la poltrona del ministero, destinata prima a Gennaro Sangiuliano e poi ad Alessandro Giuli — ha pensato bene di organizzarsi. Infiltrando i suoi uomini là dove si selezionano film, serie tv, festival, rassegne e premi meritevoli di sovvenzioni statali. Alle cui cerimonie è spesso ospite fisso. Il mezzo prescelto per orientare la narrazione. E far vedere chi conta davvero nel settore, adesso che al governo ci sono loro: i Fratelli.
Sodali di Mollicone sono diversi “esperti” nominati nella commissione contributi selettivi che ha bocciato il finanziamento al documentario su Giulio Regeni, ma ha riconosciuto un fiume di danaro alla commedia di Pier Francesco Pingitore
(800mila euro), al biopic su Gigi D’Alessio (un milione) e al legal thriller con Manuela Arcuri.
Lo stesso schema utilizzato nella commissione ministeriale chiamata a decidere quali attività e iniziative di promozione cinematografica devono essere foraggiate. Con metodi non sempre ortodossi. Come dimostra l’ultima graduatoria. Finita al centro di un piccolo giallo utile a svelare il modus operandi della Mollicone band.
Basta dare una scorsa a chi ne ha beneficiato di più. Intanto Tiziana Rocca, la moglie di Giulio Base, il direttore del Torino Film Festival nonché regista dell’ultima pellicola cara alla destra: Albatross, presentata in pompa magna al cinema Adriano con tutto il gotha di FdI. Ebbene, la nota pr ha incassato dalla commissione promozione quasi mezzo milione.
Alla sua Agnus Dei sono stati assegnati 120mila euro per il Filming Italy Los Angeles 2024 nella sezione dedicata all’internazionalizzazione; altri 100mila per il Filming Italy Sardegna 2025, la dotazione più alta delle rassegne; ulteriori 100mila euro per il Producer italian award 2025, nella sezione premi. Cui vanno aggiunti i 130mila euro dati al Taormina Film Festival di cui Rocca è direttrice artistica.
Come non bastasse anche il marito ha ricevuto soldi pubblici: per la rassegna organizzata all’Istituto italiano di Cultura in Spagna, normalmente finanziato dal ministero degli Esteri e ora pure da quello guidato da Giuli, ma solo per pagare il curatore. Chi invece ha fatto un salto enorme è stata la cineteca Kabuto, passata nel giro di un anno da 50mila a 140mila euro, il record della sezione.
Inutile sorprendersi però: i fondatori di questa srl romana che si occupa di videogames sono molto cari a Mollicone. Con la commissione Cultura della Camera hanno in corso un progetto per valorizzare il mondo dei giochi virtuali, applicati al cinema, ovviamente.
Per non parlare dei 35mila euro assegnati all’associazione sportiva dilettantistica Puntoevirgola per un festival ai Castelli romani. Della serie: cosa non si fa per gli amici (di Federico e della destra). Specie se i soldi non sono i tuoi, ma quelli dell’erario.
(da Repubblica)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
MARINA BERLUSCONI, “PROPRIETARIA” DI FORZA ITALIA, VUOLE LO SCALPO DEL FEDELISSIMO E CONSUOCERO DI TAJANI: LA CAVALIERA SI PREPARA A INCONTRARE (ALLA PRESENZA DI GIANNI LETTA) QUEL MERLUZZONE LESSO DI TAJANI – RESTA IL NODO DEI CONGRESSI REGIONALI, CHE IL MINISTRO DEGLI ESTERI INTENDE CELEBRARE ENTRO MAGGIO, PER BLINDARSI (LE ATTUALI TESSERE FANNO CAPO A LUI)
L’exit strategy per Paolo Barelli è stata messa a punto e infatti l’incontro tra Marina
Berlusconi e Antonio Tajani, atteso da quando è stata bocciata la riforma della giustizia al referendum, sta prendendo forma. Le agende si sono incrociate, le distanze tra i due si stanno accorciando, e la data segnata sul calendario sarebbe quella di domani.
L’attuale presidente dei deputati di Forza Italia, dopo forti resistenze, sarebbe pronto a lasciare, forse già oggi, in nome di quel rinnovamento che viene evocato dalla famiglia Berlusconi.
L’accordo sulla linea Roma-Milano prevede che sia Tajani a indicare il successore del suo fedelissimo e consuocero Barelli cercando comunque di accontentare le due anime azzurre. La bilancia per il segretario azzurro penderebbe per Pietro Pittalis o Andrea Orsini, ma sono considerati troppo vicini a lui.
Per questo in pole c’è Enrico Costa, punto di equilibrio e figura di mediazione che piace anche alla famiglia Berlusconi. Sarebbero stati esclusi invece Giorgio Mulè e Deborah Bergamini, perché troppo sbilanciati dall’altra parte.
Per Barelli, che rappresenta il partito al tavolo delle nomine, si prospetterebbe un posto da sottosegretario nell’esecutivo. Questa è la richiesta che l’attuale capogruppo, assente da giorno a Montecitorio, ha messo sul tavolo in cambio di un suo passo indietro. Le caselle vacanti nel sottogoverno sono cinque; una alla Farnesina (lasciata libera da Giorgio Silli, diventato segretario generale dell’Organizzazione internazionale italo-latino americana, Lila), che però spetterebbe a Noi moderati; una al dicastero di via Arenula dopo le dimissioni di Andrea Delmastro; una alla Cultura, al posto di Gianmarco Mazzi, approdato al ministero del Turismo; una al ministero dell’Università per sostituire Augusta Montaruli, e infine la poltrona al Mimit per il dopo Bitonci. Ed è quest’ultima casella a cui mira Barelli per occuparsi in particolare di energia.
Risolta la questione Barelli, il faccia a faccia tra Marina Berlusconi e Tajani, alla presenza di Gianni Letta, servirà per discutere delle nomine nelle società partecipate, e anche dei congressi regionali. La famiglia dell’ex premier chiederà al segretario di condividere un cronoprogramma. Il vicepremier li aveva annunciati per aprile e maggio, per poi arrivare presto al congresso nazionale che dovrebbe incoronarlo di nuovo segretario. Ma, con ogni probabilità, dovrà rinunciare questo sprint.
Si parla infatti di congressi regionali a macchia di leopardo, anche per dilatare i tempi. Lo scontro ruota intorno alle tessere, oggi nelle mani di Tajani che dunque, secondo i suoi detrattori, continuerebbe a controllare il partito grazie a congressi celebrati in fretta e furia senza dare agli avversari la possibilità di strutturarsi.
Tra gli azzurri dunque ci sarebbero dei malumori sull’opportunità di celebrarli ora. Molti, non solo la minoranza interna, vorrebbero rinviarli a un momento successivo.
Come dimostra la lettera firmata da tre parlamentari campani: il senatore Francesco Silvestro, che con questa mossa si allontana dal segretario Fulvio Martusciello, e i deputati Annarita Patriarca e Pino Bicchielli. Parlano di una «fase politica complessa, in continua evoluzione» in vista delle amministrative, dunque si ritiene «opportuno e responsabile sollecitare una sospensione della stagione congressuale».
È l’aria che si respira in tante regioni, tra cui la Lombardia che potrebbe essere la prossima a ribellarsi. Alla luce di queste tensioni, la proposta che arriverà sul tavolo dell’incontro sarebbe quella di celebrare i congressi regionali nell’arco di un anno e giungere al congresso nazionale dopo le elezioni Politiche.
Così, solo alla luce del risultato elettorale, si avrà più contezza nella scelta del nuovo segretario.
(da “la Repubblica”)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
DATE, CANDIDATI E COME FUNZIONA IL VOTO… NEI SONDAGGI MAGYAR AVENTI DI SETTE PUNTI, MA I SOVRANISTI LE HANNO TENTATE TUTTE, SONO ESPERTI DI FRODI ELETTORALI
Domenica 12 aprile gli elettori ungheresi sono chiamati alle urne per rinnovare il Parlamento in una delle elezioni più incerte degli ultimi vent’anni. Per la prima volta dal suo ritorno al potere nel 2010, Viktor Orbán arriva al voto da inseguitore nei sondaggi, incalzato dall’ex alleato Péter Magyar, oggi leader del partito Tisza. Il quadro demoscopico, pur con divergenze tra istituti, mostra una tendenza consolidata: l’opposizione è avanti, anche se resta un’ampia quota di indecisi e un sistema elettorale che potrebbe ancora favorire il partito di governo.
In gioco non c’è però solo la leadership del Paese, ma anche il posizionamento internazionale dell’Ungheria e i suoi rapporti con l’Unione Europea.
Quando si tengono le elezioni in Ungheria 2026: le date del voto e dei risultati
Le elezioni legislative si svolgeranno domenica 12 aprile 2026. I seggi resteranno aperti per l’intera giornata e i primi risultati parziali sono attesi già in serata, mentre quelli definitivi arriveranno tra la notte e le ore successive, una volta completato lo scrutinio nazionale. Il voto riguarda il rinnovo dell’Assemblea Nazionale (Országgyűlés), composta da 199 deputati, e rappresenta il passaggio politico più rilevante per il Paese dall’ultima tornata del 2022.
Chi sono i candidati in Ungheria per le elezioni legislative
Il confronto principale è tra due figure politiche molto diverse tra loro: da un lato c’è Viktor Orbán, al potere da oltre un decennio e leader di Fidesz, artefice della trasformazione del sistema politico ungherese in senso centralizzato e della cosiddetta “democrazia illiberale”. Dall’altro Péter Magyar, ex uomo del sistema Fidesz, diventato in poco tempo il principale sfidante. Con il suo partito Tisza ha costruito una campagna centrata su lotta alla corruzione, ripristino dello Stato di diritto e riavvicinamento all’Europa. Accanto a loro restano forze minori, tra cui il partito di estrema destra Mi Hazánk, che potrebbe avere comunque un ruolo decisivo nella formazione di un’eventuale maggioranza.
Come funziona il voto in Ungheria: la legge elettorale
Il sistema elettorale ungherese è misto e combina maggioritario e proporzionale.
106 seggi sono assegnati in collegi uninominali con sistema secco (vince chi prende più voti);
93 seggi vengono distribuiti con metodo proporzionale su liste nazionali;
È prevista una soglia di sbarramento al 5%.
Questo meccanismo tende a favorire il partito più forte nei collegi, motivo per cui non basta vincere in percentuale nazionale: per ottenere la maggioranza parlamentare serve infatti un vantaggio solido e ben distribuito sul territorio. Negli ultimi anni, modifiche ai collegi elettorali hanno tra l’altro rafforzato il peso delle aree più favorevoli al governo, aumentando l’incertezza sull’esito finale.
Péter Magyar in vantaggio su Viktor Orbán negli ultimi sondaggi
Le ultime rilevazioni confermano un trend ormai stabile: Péter Magyar è avanti su Viktor Orbán. Secondo il sondaggio Iranytu:
tra gli elettori che hanno già deciso, Tisza è al 51% contro il 40% di Fidesz
sull’intero elettorato, Tisza si attesta al 41%, Fidesz al 34%;
gli indecisi restano circa il 18%.
Altri istituti, come Median, ipotizzano invece addirittura una maggioranza qualificata per Magyar, scenario che gli permetterebbe di intervenire sulle riforme istituzionali e sul sistema costruito da Orbán negli ultimi quindici anni.
Tuttavia, non tutti i sondaggi concordano: alcune rilevazioni vicine al governo mostrano infatti una gara tutt’altro che chiusa, segno che l’esito resta ancora profondamente incerto.
La rilevanza europea di queste elezioni
Queste elezioni, però, vanno ben oltre i confini ungheresi. L’Ungheria di Viktor Orbán è stata infatti negli ultimi anni uno dei principali elementi di frizione all’interno dell’Unione Europea, in particolare su Stato di diritto, politiche migratorie e rapporti con la Russia. Una vittoria di Péter Magyar potrebbe riaprire il dialogo con Bruxelles, sbloccare miliardi di fondi europei congelati, ridisegnare gli equilibri politici nel Consiglio UE
Al contrario, una riconferma di Orbán consoliderebbe una linea sovranista già radicata, con effetti anche sugli equilibri interni all’Unione e sui rapporti con Mosca e Kiev. Per questo, il voto del 12 aprile è visto con molta attenzione in Europa, ma anche e sopratutto a livello internazionale: il risultato potrebbe segnare un cambio di fase politico in uno dei Paesi più strategici dell’Europa centrale.
(da Fanpage)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
RISALGONO LE OPPOSIZIONE ED ORMAI E’ TESTA A TESTA
Se si tornasse al voto oggi, dopo la sconfitta al referendum costituzionale sulla Giustizia, i
risultati non farebbero sorridere la maggioranza di governo. E a pesare è anche l’incertezza economica legata alla guerra in Iran e alla crisi energetica che ne deriva.
In base al Barometro Politico di aprile dell’Istituto Demopolis, Fratelli d’Italia sarebbe ancora primo partito, anche se in calo: otterrebbe il 28,5%, confermandosi primo partito con un vantaggio di quasi 6 punti sul Partito Democratico, dato al 22,6%. Terzo gradino del podio per il Movimento 5 Stelle, che si mantiene al 13%
Più indietro troviamo Forza Italia che, con l’8,3% dei consensi, supera la Lega in discesa al 7,2%. Stabile invece Alleanza Verdi Sinistra al 6,6%. Avrebbe il 3,5% Futuro Nazionale, il nuovo partito fondato dal generale Vannacci dopo la sua rottura con Salvini. Sotto la soglia del 3%, al momento, Azione ed Italia Viva, i due partiti di centro di Calenda e Renzi. Con un’affluenza in ripresa al 62%.
Secondo il trend Demopolis, il partito della Premier Giorgia Meloni perde quindi in poco più di due mesi 1 punto e mezzo, passando dal 30% di febbraio al 28,5 di oggi. Lieve crescita dello 0,2% per il Partito Democratico di Schlein e dello 0,5% per il M5s di Conte, già alle prese con la potenziale partita delle Primarie, subito evocate chiuso il test referendario.
Perde lo 0,5% Forza Italia, mentre si registra un calo più significativo, quasi 2 punti, della Lega, penalizzata anche dalla nascita della lista di Vannacci. Futuro Nazionale avrebbe oggi il 3,5%, circa 1 milione di voti, sottraendo – rispetto alle Europee del 2024 – l’1,3% a Salvini, l’1% a Fratelli d’Italia, ma attingendo anche al largo bacino dell’astensione, di quanti non si riconoscono più negli attuali partiti della destra italiana.
Particolarmente significativo, nell’analisi dell’Istituto diretto da Pietro Vento, risulta il peso delle 2 principali coalizioni, oggi più vicine rispetto ai mesi precedenti. I partiti del centrodestra avrebbero il 45%. Il cosiddetti campo largo, costituito da Pd, M5s, Avs, Più Europa ed Iv, otterrebbe il 46%, superando oggi di 1 punto l’attuale maggioranza di governo.
Con due forze politiche minori, quelle di Vannacci e Calenda, la cui posizione non appare ancora definita. La fotografia scattata da Demopolis dà la misura di una partita – quella delle future elezioni politiche – che si preannuncia decisamente aperta: lo scenario economico inciderà sul risultato, molto più di qualunque eventuale legge elettorale.
La debole tregua di 15 giorni tra Stati Uniti e Iran ha aperto qualche speranza d’accordo, ma i timori economici degli italiani restano alti: dal costo e dalla disponibilità dei carburanti, indicato da oltre l’80%, con conseguenze estese anche
al trasporto aereo, all’incremento delle bollette dell’energia e dei costi della spesa alimentare, con ulteriore riduzione del potere d’acquisto.
(da Fanpage)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
UN MESE DI DISTRUZIONE PER TORNARE A CONDIZIONI PEGGIORI DI QUELLE DI PARTENZA
Mettiamo tutto in fila, dall’inizio, perché non ci si crede.
Scateni una guerra, convinto dal tuo alleato israeliano, ufficialmente per liberare il popolo iraniano da una feroce dittatura.
Al primo giorno di guerra, bombardi quello stesso popolo, in particolare una scuola a Minab, dove ammazzi in un colpo solo 150 bambine.
Uccidi I leader di quel regime e ne bombardi a tappeto le infrastrutture militari e civili, ma quel regime rimane in piedi, con una catena di comando funzionante, capacità repressive intatte e abbastanza missili e droni per scatenare rappresaglie sulle città mediorientali.
In più, quello stesso regime, ti chiude il principale canale di passaggio di petrolio, gas e fertilizzanti, mettendo in crisi l’economia globale.
Il prezzo di petrolio e gas sale talmente tanto da mettere in crisi la tua visione di un mondo ancora dominato dagli idrocarburi. L’unico Paese immune alla crisi è la Cina, l’unico che volevi indebolire, a cui il petrolio da Hormuz arriva.
Sei costretto a rimandare sine die la tua visita di Stato in Cina perché non puoi presentarti a Pechino avendo fallito nella strategia di prenderti l’Iran e metterla in ginocchio.
Nel frattempo sorride anche Putin perché hai legittimato la sua invasione dell’Ucraina, attaccando un Paese sovrano, hai fatto crescere il prezzo del petrolio e del gas su cui la Russia campa e hai posto le condizioni perché l’Europa, messa alle strette, riapra i canali di fornitura con Mosca.
Cerchi alleati nel mondo tra quelli che hai insultato fino al giorno prima per aprire quello stretto, ma nessuno ti aiuta.
Continui a insultarli e prometti la distruzione della civiltà iraniana a giorni alterni, spostando il tuo ultimatum in avanti di settimana in settimana.
Nel frattempo, chi disapprova il tuo operato è 19 punti avanti rispetto a chi lo approva, un distacco che nemmeno Biden dopo che era stato umiliato nel dibattito presidenziale che l’aveva costretto a ritirare la sua ricandidatura.
Quando arrivi al culmine della tensione, accetti le condizioni di tregua poste
dall’Iran, legittimando il regime sanguinario che volevi sconfiggere e ottenendo di riaprire lo stretto di Hormuz con un pedaggio a favore di Teheran.
Dopo esserti piegato all’Iran per tornare alle condizioni di partenza, ma con un pedaggio in più, il tuo alleato israeliano se ne frega della tregua, bombardando il Libano, facendo centinaia di morti e colpendo pure le truppe Unifil del tuo alleato italiano.
L’Iran minaccia di chiudere di nuovo lo stretto di Hormuz, facendo vacillare il tuo negoziato in meno di 24 ore e scatenando una nuova ondata di panico nell’economia globale.
Era difficile distruggere l’America, l’Occidente, la fiducia economica mondiale in un colpo solo.Donald Trump e Benjamin Netanyahu ci sono riusciti in un mese.
Applausi a loro e a chi li sostiene ancora.
(da Fanpage)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
ATTACCA I GIORNALISTI CON LO STESSO FRAME RETORICO USATO CONTRO PAOLO BORSELLINO
Giorgia Meloni reagisce alla foto rilanciata da Report che la ritrae insieme a un pentito
del clan dei Senese. Lo fa, come di consueto, con un post sui social che oscilla tra vittimismo e attacco. La leader di Fratelli d’Italia si lamenta di una “redazione unica” (composta da Il Fatto Quotidiano, la Repubblica e Fanpage, oltre a Report) che vorrebbe dimostrare “non so quale commistione con la criminalità organizzata”
La giustificazione che la Presidente del Consiglio propone rispetto alla foto è, in sé, fondata: chi fa politica e sta in mezzo alla gente accumula migliaia di selfie con sconosciuti, e sarebbe scorretto costruirci sopra un teorema di contiguità mafiosa. Ma con le sue parole Meloni non si limita all’autodifesa, passa alla rivendicazione di una storia politica antimafiosa: “Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova.”
Una frase verificabile e, quindi, da verificare.
I professionisti dell’informazione e i professionisti dell’antimafia
Prima ancora di entrare nel merito delle politiche, c’è però un dettaglio retorico che vale la pena segnalare. Nel suo post, Meloni attacca i giornalisti che hanno pubblicato la notizia definendoli “professionisti dell’informazione”, con le virgolette a fare da grimaldello ironico. È una formula che chi conosce la storia dell’antimafia italiana non può leggere senza un certo disagio
“I professionisti dell’antimafia” era infatti il fortunato titolo di un articolo del 1987 di Leonardo Sciascia, che fu poi utilizzato negli anni successivi per muovere accuse
e allusioni contro i magistrati antimafia, dipinti come opportunisti in cerca di visibilità. Anche Paolo Borsellino fu vittima di quella delegittimazione. Meloni, per difendersi da un’inchiesta giornalistica sulla criminalità organizzata, ricorre allo stesso frame retorico che veniva usato contro l’antimafia, e lo fa nonostante riconduca proprio a Borsellino la sua genesi politica.
“Parlate di mafia”, ma solo in tema di immigrazione
Al magistrato ucciso in via D’Amelio quel 19 luglio del 1992 si deve un appello, diventato negli anni quasi un manifesto: «Parlate di mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però, parlatene». Anche il partito di Giorgia Meloni si è appropriato di quell’invito: da qualche anno, in luglio, Fratelli d’Italia promuove un evento intitolato proprio “Parlate di mafia”.
Eppure, per trovare qualcosa contro la criminalità organizzata nel programma elettorale del partito alle politiche del 2022, si deve arrivare al sesto capitolo, ottavo punto: dopo l’istituzione del poliziotto di quartiere e la promessa di “norme più severe per atti contro il decoro”, ecco finalmente arrivare “lotta alle mafie e al terrorismo”. Tutto qui. Non una parola di più.
Questa lotta (non argomentata) sta comunque alla voce “Sicurezza e contrasto all’immigrazione illegale”. Non è un dettaglio trascurabile: rivela una visione della criminalità organizzata ridotta a fenomeno di confine e di ordine pubblico. Come se la mafia esistesse solo come prodotto dell’immigrazione irregolare e non come sistema economico radicato nel tessuto sociale italiano da più di centocinquant’anni.
Questa impostazione ideologica, questa gerarchia di valori e priorità, ha conseguenze pratiche. Meloni stessa ha denunciato sospetti di infiltrazione criminale nei flussi migratori, con le organizzazioni mafiose che gestirebbero il traffico di manodopera straniera sfruttando le procedure legali di ingresso. Ma, anziché interrogarsi sul funzionamento di quelle procedure, il primo atto del governo Meloni in materia di immigrazione è stato la dichiarazione dello stato di emergenza, l’ennesimo ostacolo a una gestione logica e umana dei flussi migratori.
Attivare lo stato di emergenza, previsto per catastrofi e calamità, significa infatti
affidare la gestione degli ingressi e l’organizzazione dell’assistenza alla Protezione Civile, privilegiando così l’efficienza logistica sulla qualità dell’inserimento: chi arriva viene gestito come un’emergenza, da controllare e dislocare, invece che come una persona che entra in una comunità. Si creano così sacche di segregazione e invisibilità (persone che non parlano la lingua, non conoscono i diritti, non hanno accesso ai servizi), il terreno di coltura su cui la mafia prospera, sia attingendo a un bacino di manodopera da sfruttare, sia come fornitore di quei servizi che lo Stato non riesce o non vuole garantire.
Da diritti a favori: il welfare mafioso come strumento di consenso
Se la mafia prospera in assenza di diritti, allora anche le politiche sociali diventano parte integrante del discorso antimafia. Le organizzazioni criminali costruiscono consenso e radicamento territoriale offrendo come favori quel che le istituzioni non riescono (o non vogliono) garantire come diritti. Ma chi riceve un favore dalla mafia contrae un debito, che resta alla base di relazioni clientelari attivabili a piacere dell’organizzazione criminale.
In questo quadro, la scelta di smantellare il reddito di cittadinanza è tutt’altro che un atto neutro. Quel sussidio, strumento imperfetto e non privo di problemi teorici e applicativi, poteva ridurre, almeno in parte, specie nei contesti più fragili, la pressione del bisogno e quindi la dipendenza da reti informali o illegali.
L’abolizione del reddito di cittadinanza non ha eliminato quel bisogno: ha semplicemente smesso di offrire una risposta istituzionale. E la narrazione con cui Meloni ha accompagnato quella scelta (l’idea di “non disturbare chi vuole fare”, la contrapposizione tra chi produce e chi pesa) finisce per trascurare un dato elementare, che chi ha una cultura antimafiosa non può ignorare: nei contesti in cui il lavoro dignitoso è scarso e quello irregolare abbonda, la vulnerabilità economica non è una scelta, ma una condizione di partenza, oltre che un presupposto di ricattabilità che fa comodo alla criminalità organizzata.
Carcere duro e rave party: la soluzione è sempre e solo repressione
Non sorprende, allora, che l’unica prova di impegno citata da Giorgia Meloni nel ù
suo post sia il carcere duro: tra i primi atti del governo c’è stato infatti il decreto legge sull’ergastolo ostativo. Lasciando sullo sfondo il merito della norma e i rilievi della Corte Costituzionale e della Corte europea dei diritti umani che esigevano una riforma, vale la pena notare che la legge sul carcere duro è contenuta nel cosiddetto “decreto anti-rave”.
Lo Stato non c’è se non al momento del castigo e l’unica proposta politica che il governo Meloni riesce a elaborare di fronte alle questioni sociali, più o meno complesse, è una e una sola: repressione. Non si tratta certo di un’esclusiva di questo esecutivo di destra estrema: il populismo penale è una pratica ormai trasversale. E la normativa antimafia è da anni l’espediente con cui si inasprisce la reazione repressiva, a prescindere dalla contiguità con la criminalità organizzata.
Sul piano retorico, infatti, la lotta alla mafia mette d’accordo tutti. Anni fa, Andrea Delmastro Delle Vedove aveva trovato una sintesi eloquente durante un intervento parlamentare: contro la criminalità organizzata servirebbe “durezza, lotta senza tregua, nessun gargarismo garantista, ma pronta, dura, spietata reazione dello Stato”.
Ammesso e non concesso che il garantismo non sia dovuto anche a chi debba fronteggiare accuse di criminalità organizzata (così ignorando la differenza tra Stato e mafia), le misure di prevenzione antimafia hanno rappresentato negli ultimi anni strumenti applicati oltre il loro perimetro, anche contro chi, con la mafia, non ha nulla a che fare: la sorveglianza speciale è stata richiesta anche nei confronti di attivisti per il clima che utilizzano metodi di lotta nonviolenta, rivelando come la ricetta repressiva non riguardi solo i criminali, ma anche chi venga, di volta in volta, considerato tale.
Il “solito sistema clientelare” non è lotta alla mafia
Cristallino, coerente, duraturo: questo, secondo Giorgia Meloni, sarebbe il suo impegno contro ogni mafia. La verifica restituisce un quadro più complicato. L’antimafia di questo governo vive quasi interamente di simboli: la scelta della leader di impegnarsi in politica il giorno della strage di via D’Amelio, le frasi di
Borsellino usate come titoli di festival, la retorica del carcere duro. Nel frattempo, le misure di sostegno al reddito vengono smantellate lasciando il bisogno senza risposta istituzionale, la gestione dell’immigrazione produce invisibilità e ricattabilità, la risposta alla complessità sociale si riduce sistematicamente a repressione.
Ma le politiche non esauriscono la verifica. C’è anche una cultura politica, che si misura dalle parole dei singoli, e dal silenzio di chi le ascolta senza intervenire. Poche settimane fa, nel pieno della campagna referendaria, Aldo Mattia, deputato di Fratelli d’Italia, ha suggerito di utilizzare anche il “solito sistema clientelare” per convincere le persone a votare sì alla riforma Meloni-Nordio (“non ci credi? Be’, fammi questo favore, perché sei mio cugino, perché io t’ho fatto questo favore, aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti”).
Quelle parole, che non hanno ricevuto pubblici rimproveri né formali dissociazioni da parte del partito, svelano un cortocircuito fatale: la criminalità organizzata, prima ancora di essere un impero economico o un esercito, è un metodo. E il metodo mafioso si basa sul favore che sostituisce il diritto, sulla rete di fedeltà personali, sul debito di riconoscenza usato come moneta di scambio. Pretendere di sradicare la mafia invocando il carcere duro, per poi normalizzare e rivendicare la logica del clientelismo pur di raccogliere consensi, svela il vero limite dell’antimafia di questo governo, che venera i simboli e si indigna per le foto, ma si rifiuta di prosciugare la palude culturale e sociale in cui le mafie, da sempre, continuano a prosperare.
(da Fanpage)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
L’ATTIVISTA LAURA LOOMER HA DEFINITO LE TRATTATIVE CON L’IRAN UN “FALLIMENTO”,,,SU TRUTH, LA PIATTAFORMA SOCIAL DI TRUMP CHE RACCOGLIE MOLTI DEI SUOI SOSTENITORI, I MESSAGGI CRITICI PER L’ACCORDO CON L’IRAN SONO MIGLIAIA, CIRCA 40MILA SECONDO IL “NEW YORK TIMES”
L’accordo di cessate il fuoco con l’Iran non sana la spaccatura del mondo Maga sulla guerra in Iran. Mark Levin, il popolare conduttore radio conservatore, ha definito un “assoluto” disastro l’accettazione da parte di Donald Trump del piano in 10 punti di Teheran come base per le trattative.
Laura Loomer, l’attivista di destra alleata del presidente, ha definito le trattative con l’Iran un “fallimento”, mettendo in evidenza come il “regime iraniano non è mai stato così rincuorato”.
Su Truth, la piattaforma social di Trump che raccoglie molti dei suoi sostenitori, i messaggi critici per l’accordo con l’Iran sono migliaia, circa 40.000 secondo il New York Times. “Distruggi la presidenza con questo gesto senza senso”, ha scritto Ultra_Maga_King. “Mi vergog(dano di aver votato per te nel 2017, nel 2020 e nel 2024”, afferma un altro utente.
(da agenzie)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
“ATTENZIONE, TUTTI QUEI VOTI AL ‘NO’ NON SONO AL CENTROSINISTRA: CI SONO ALMENO 3 MILIONI DI VOTI CHE ARRIVANO DAL CENTRODESTRA!… OGGI LA POLITICA È PIÙ DEBOLE PERCHÉ È STATO TOLTO IL FINANZIAMENTO PUBBLICO AI PARTITI E MOLTE FIGURE BORDERLINE LI FINANZIANO. LA MAFIA OGGI È MENO RICONOSCIBILE”
‘Ci sono almeno 3 milioni di voti che arrivano dal centrodestra. “Dal referendum sono
uscito più forte e più sicuro. Mi è servito a conoscere il genere umano, le persone che mi stanno attorno. Mi sono allenato a resistere allo stress, perché per mesi ogni giorno ho avuto attacchi sui giornali e nelle televisioni. Mi sono arricchito dal punto di vista umano”. Così il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, a Otto e mezzo, su La7.
“E’ stato bellissimo vedere i colleghi magistrati che non si sono mai spinti oltre quello che gli compete uscire e parlare con la gente, incontrare le persone. Più attacchi mi hanno fatto, più affetto e solidarietà ho ricevuto. Abbiamo coadiuvato un pezzo di Italia”, sottolinea.
“Quando durante lo spoglio – continua Gratteri – ho visto che a metà spoglio alcuni partiti iniziavano a dire “abbiamo vinto” e a parlare di primarie, dicevo ‘attenzione, state un po’ zitti’ perché tutti quei voti al no non sono al centrosinistra; ci sono almeno 3 milioni di voti che arrivano dal centrodestra. Per mettersi a dire “abbiamo vinto” ce ne vuole. Inviterei alla prudenza e a continuare a lasciare lavorare questo governo fino alla scadenza della legislatura”.
‘La mafia è meno riconoscibile, spesso seduta allo stesso tavolo’
“Non parlo delle indagini in corso, ma la storia giudiziaria ci insegna che oggi la politica è più debole perché è stato tolto il finanziamento pubblico ai partiti. Molte persone per bene li finanziano, ma anche figure borderline. La mafia oggi è meno riconoscibile: è imprenditrice, è nel mondo delle professioni”. Così il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, a Otto e mezzo su La7.
“Spesso nelle nostre indagini li abbiamo visti tutti seduti allo stesso tavolo, assieme anche alla politica. Non è impossibile per i partiti vigilare di più. La differenza tra un leader e un altro è il saper selezionare – ha sottolineato – In questi casi è pericoloso il cerchio magico, l’impedire a chi comanda di vedere la realtà”.
‘L’arroganza non paga, si facciano riforme per velocizzare i processi’
“Se la storia serve a imparare, penso che, visti i risultati, al governo non convenga continuare ad attaccare la magistratura. L’arroganza e l’aggressività non pagano, ce lo ha spiegato questo risultato elettorale”. Così il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, a Otto e mezzo su La7.
“Penso che quest’anno e mezzo di legislatura che rimane sarebbe bene che il governo lo utilizzasse per fare riforme che servono a velocizzare i processi e a investire”, ha aggiunto.
‘L’Onu non c’è, dobbiamo andare a Chi l’ha visto per trovarlo’
“Né l’Italia, né l’Europa sono influenti. Stiamo pagando il fatto che nei decenni passati non si è pensato a un’Europa federale. L’Ue è sempre più marginale e non c’è nessun leader europeo che può dire di influenzare davvero quello che sta accadendo nel mondo. Da quando c’è Trump il diritto internazionale non esiste più”. Così il procuratore di Napoli Nicola Gratteri a Otto e mezzo su La7. “L’Onu non c’è, dobbiamo andare a “Chi l’ha visto per trovarlo?”, ha aggiunto.
(da agenzie)
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