Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “ENTRAMBI HANNO CONCLUSO CHE PROSEGUIRE LA GUERRA HA UN COSTO TROPPO ELEVATO. ED ENTRAMBI DEVONO POTERSI DICHIARARE VINCITORI. MA PRIMA DELLA GUERRA IL PROBLEMA HORMUZ NON ESISTEVA. L’HA CREATO TRUMP, DANDO A TEHERAN IL FORMIDABILE ASSO NELLA MANICA AI NEGOZIATORI IRANIANI. RICONOSCERE UN DIRITTO DI PEDAGGIO SULLO STRETTO RENDEREBBE L’IRAN PADRONE DEL GOLFO”
Al sollievo per il cessate il fuoco è subito subentrata la confusione. La tregua è parziale, lo Stretto non si riapre, Israele continua la guerra contro Hezbollah in Libano, gli attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo si sono trascinati.
Unico elemento certo è la volontà di trattare sia di Washington che di Teheran, pur nel disaccordo sulla base da cui cominciare a negoziare. Iraniani e americani ne offrono versioni diverse.
Nessuno dei due minaccia però di disertare Islamabad. Con un diverso calcolo costi-benefici, entrambi hanno concluso che proseguire la guerra ha un costo troppo elevato
Inoltre, entrambi devono potersi dichiarare vincitori – l’hanno già fatto prima di cominciare. Cosa aspettarsi dunque da Islamabad? Al meglio, consolidamento della tregua e Stretto aperto alla navigazione mentre il negoziato continua. La trattativa sarà infatti complessa e lunga, sullo sfondo di fortissime tensioni se non di ripresa delle ostilità che Trump ha già minacciato: «Se non c’è accordo si riprende a sparare».
Dal canto suo, Teheran non si presenta a Islamabad come parte sconfitta ma potenza che ha resistito. Con richieste concrete: garanzie di non essere nuovamente attaccata, riparazioni di guerra, rimozione delle sanzioni; sottinteso, basta eliminazione sistematica della leadership politica e militare.
I padroni dell’Iran non si accontenteranno di un’intesa politica ma vorranno negoziare ogni dettaglio e virgola del futuro accordo, mettendo a dura prova la (mancanza di) pazienza di Donald Trump. Come già avvenuto nei due precedenti negoziati Usa-Iran mediati dall’Oman, interrotti prematuramente dall’intervento militare americano.
Alla trattativa bilaterale, con mediazione pakistana, non partecipano attori che subiscono le conseguenze della guerra e della crisi energetica-economica: Europa, Cina, Russia, India. Non presenti neppure i vicini regionali pur direttamente coinvolti. Israele, cobelligerante. La guerra finisce solo se e quando anche Gerusalemme smette di farla.
Celando la malavoglia, Netanyahu si è accodato alla tregua con l’Iran, ma ha subito intensificato l’offensiva contro Hezbollah dicendo che non si applicava al Libano. Iran e mediatori pakistani l’hanno prontamente smentito; da parte americana ha avuto un contorto supporto.
Quindi continuava la “sua” guerra. Può far saltare il cessate il fuoco, così come aveva convinto Trump a iniziare la guerra? No, tant’è che ieri ha fatto un mezzo passo indietro
Non dimentichiamo il commento attribuito a Bill Clinton dopo un incontro con Bibi, allora giovanissimo premier: «Chi si crede di essere la superpotenza?».
Le monarchie del Golfo, alleati importanti degli Usa, oggetto di una guerra che non volevano ma che ora temono lasci un Iran più aggressivo di prima, colpite severamente in esportazioni ed economie, vedono sul tavolo delle trattative le richieste iraniane di controllo dello Stretto di Hormuz.
A parte il pesantissimo precedente – sono acque internazionali – è per loro un cordone ombelicale, la via all’Oceano Indiano, all’Asia, all’Africa.
Prima della guerra il problema Hormuz non esisteva. L’ha creato Donald Trump. Dando all’Iran il formidabile asso nella manica con cui i negoziatori iraniani, lo speaker del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, e il ministro degli Esteri, Abbas Araghhi, pur prostrati militarmente, si sentono in grado di porre condizioni alla fine della guerra.
Le richieste di partenza sono massimaliste – equivalgono ad aggiungere un dollaro a barile sul petrolio in transito – ma hanno un nocciolo geo-economico duro, col coltello dalla parte del manico.
Il vice presidente americano JD Vance, fiancheggiato dagli infaticabili Steve Witkoff e Jared Kushner, ha un compito difficile. Deve portare a casa quanto era in negoziato prima della guerra: rinuncia iraniana al programma nucleare, trasferimento dei 500 chili di uranio arricchito, limitazione delle capacità missilistiche. È il minimo sindacale.
In più adesso c’è la riapertura di Hormuz. Ha pochi margini di manovra. Riconoscere un diritto di pedaggio renderebbe l’Iran padrone del Golfo. Rimozione o alleggerimento delle sanzioni?
La minaccia di guerra era la leva più potente in mano americana. Lo è ancora ma di seconda mano. E, a Washington, Vance era il più avverso a ricorrervi. Nei corridoi di Islamabad corre voce che gli iraniani abbiano insistito per negoziare con lui.
Forse non solo perché è Vice Presidente.
(da “la Stampa”)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
I DUE, CHE AVREBBERO INSULTATO LA SENATRICE SUI SOCIAL, FATTO PERVENIRE UN RISARCIMENTO E LA QUERELA È STATA RIMESSA… ALTRI STANNO TENTANDO LA MESSA ALLA PROVA CON LAVORI SOCIALMENTE UTILI, MENTRE IL PROCESSO PROSEGUE PER GLI ALTRI IMPUTATI
Altri due “hater” della senatrice a vita Liliana Segre si sono scusati e hanno fatto
pervenire un risarcimento. Passaggi che hanno portato alla remissione della querela, come è emerso oggi dall’udienza del processo milanese con al centro l’accusa di diffamazione aggravata dall’odio razziale per raffiche di insulti via social alla sopravvissuta alla Shoah.
Già per tre posizioni nella scorsa udienza, davanti alla sesta penale del Tribunale di Milano, era stato dichiarato il non doversi procedere per remissione delle querele. E si era saputo proprio di quel percorso con lettere di scuse, soldi versati in beneficenza alla Fondazione Memoriale della Shoah e altre proposte di risarcimenti, dai 500 fino ai duemila euro.
Altri due imputati, intanto, stanno cercando di ottenere la messa alla prova (che sospende il processo e se va bene il reato si estingue), con lavori di pubblica utilità, ma oggi è stato disposto un rinvio dalla giudice Francesca Ghezzi, data l’assenza attuale dei requisiti per ottenerla. Rinvio al 16 aprile, giorno in cui è fissato anche il processo abbreviato per l’unico imputato che ha scelto questa strada
Si tratta del primo processo derivato da uno dei filoni di una maxi inchiesta della Procura, scattata dopo le denunce di Segre, assistita come parte civile dall’avvocato Vincenzo Saponara.
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
QUELLO CHE TRUMP PUÒ FARE E’ METTERE “IN CASTIGO” I PAESI NEMICI E SPOSTARE LE TRUPPE STATUNITENSI IN STATI “AMICI”. PUÒ IMPORRE DAZI E PUÒ RIFIUTARSI DI INTERVENIRE IN CASO DI ATTACCO A UNO STATO DELL’ALLEANZA CHE IN QUESTO MODO PERDEREBBE LA DETERRENZA
Poco dopo il meeting alla Casa Bianca dell’altra notte con il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte […] Trump ha usato tutte maiuscole per esprimersi sul suo Truth Social, segno di gravissima irritazione presidenziale: «LA NATO NON C’ERA QUANDO AVEVAMO BISOGNO, E NON CI SARANNO SE NE AVREMO ANCORA BISOGNO. RICORDATEVI DELLA GROENLANDIA, QUEL GRANDE BLOCCO DI GHIACCIO MALGESTITO!!!».
E poi, per ribadire, ieri mattina, sempre sul Truth Social: «Nessuna di queste persone, inclusa la nostra, molto deludente, NATO, ha capito nulla, l’unico modo è esercitare pressioni su di loro!!!» (esercitare pressione peraltro, basta leggere l’autobiografia del 1987, è da mezzo secolo il modus operandi trumpiano: tratta Iran e Nato e Groenlandia e tutti gli altri come trattava la Hilton quando si trattava di comprare il loro hotel-casinò di Atlantic City).
Il Wall Street Journal prima, la Reuters poi, hanno rivelato ieri che ci sono discussioni già in stato avanzato alla Casa Bianca sull’idea di spostare truppe americane dai Paesi Nato «renitenti» sulla guerra in Iran verso Paesi ritenuti collaborativi (al momento ci sono circa 80 mila soldati americani in Europa, 30 mila dei quali in Germania).
Schiaffeggiata via social media l’alleanza atlantica, ecco Rutte (che peraltro gli è simpatico, Trump lo ripete spesso: figuriamoci se ci fosse al suo posto uno che gli è antipatico) costretto a qualche equilibrismo: «Gli alleati stanno fornendo un sostegno massiccio, mettendo a disposizione risorse logistiche e altre misure per garantire che le potenti forze armate statunitensi riescano a impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e a ridurne la capacità di seminare il caos. Quasi senza eccezioni, gli alleati stanno facendo tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono. […] Ma cosa può fare Trump davvero contro la Nato?
Non può ritirare o sospendere gli Stati Uniti dall’alleanza (appena prima del suo ritorno alla Casa Bianca il Congresso ha reso la Nato a prova di Trump: una Nato-exit deve essere approvata da 2/3 del Senato, auguri), ma ha un potere molto significativo per punire i Paesi membri, o svuotare di fatto l’alleanza con altri mezzi.
Sì, il National Defense Authorization Act (NDAA) del 2024 è stato smaccatamente progettato per rendere l’alleanza «a prova di Trump» (giuristi amici pensano che Trump potrebbe ancora tentare un’uscita unilaterale invocando l’articolo II della Costituzione, quello del potere esecutivo sugli affari esteri. Però finirebbe tutto alla Corte Suprema, dove Trump spesso perde male (dazi, ius soli).
Però, quando vuole, Trump può ordinare unilateralmente il movimento delle truppe statunitensi, ha già minacciato di spostare truppe dai paesi «in castigo» e di stazionarle in Paesi che ritiene più favorevoli, cioè quelli dell’est.
Utilizzando giustificazioni di sicurezza nazionale (Trade Expansion Act), può imporre dazi pesanti. L’opzione più pesante: l’Articolo 5, quello finora invocato soltanto dagli Usa dopo l’11 settembre.
Trump può dire che non difenderà un membro specifico se attaccato: l’alleanza perderebbe immediatamente il suo senso — la deterrenza.
Trump ha ripetuto più volte attraverso gli anni che vede la Nato, di fatto, come un racket: con i clienti che pagano il capo, Washington, per la protezione. Pagando in denaro, cioè alzando le spese militari; in fedeltà politica, rispondendo all’appello quando Washington chiama.
(da “Corriere della Sera”)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROSPEROSA “ESPERTA DI COMUNICAZIONE” VIENE DEFINITA “BELLISSIMA E VISTOSISSIMA, MOLTO PIÙ DI CC”. HA MOLTI PIÙ FOLLOWER SUI SOCIAL, OLTRE IL TRIPLO: CLAUDIA CONTE STA SUI 300MILA, LA MISS “X” RAGGIUNGE IL MILIONE
Dopo anni di intensissima attività tra i politici, alla fine è arrivato il semaforo rosso per
Claudia Conte, che ha reso nota a tutti la sua presunta relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, scatenando un caso politico che ha messo in difficoltà il governo Meloni.
Ma tra i corridoi del potere c’è ancora allarme, per «un’altra mina vagante in giro», si sente dire davanti a Palazzo Chigi. Già, perché da tempo si agita una scalpitante presenza a Roma, che chiede incontri diretti ai ministri, con alcune nette somiglianze nei metodi che evocano la “strategia Claudia Conte”. Viene persino definita «bellissima e vistosissima, molto più di CC».
Di sicuro ha più follower sui social (oltre il triplo, e la giornalista ciociara sfonda comunque la soglia dei 300 mila), ma la stessa implacabile attitudine al collezionismo di selfie col potente di turno. Fatto sta che le antenne sono alzate al massimo livello da parte delle potenziali “vittime”.
Dopo gli scandali scoppiati attorno a Maria Rosaria Boccia e Claudia Conte, è pronto a esploderne un altro a breve? Intanto è arrivata la giornata di venerdì, e nella romana piazza del Popolo è andata in scena la festa della polizia di Stato, con la presenza del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, alla sua prima uscita pubblica dall’inizio della vicenda Conte, sulla quale l’ex capo di gabinetto di Matteo Salvini non ha ancora detto una parola.
(da lettera43.it)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
IERI TRUMP SI È APPELLATO AI CITTADINI UNGHERESI: “VOTATE ORBAN, È UN LEADER FORTE” – IL 12 APRILE IL PAESE VA ALLE URNE E IL PREMIER RISCHIA DI NON ESSERE RICONFERMATO: I SONDAGGI DANNO IN VANTAGGIO LO SFIDANTE PÉTER MAGYAR – LO SCANDALO DEL MINISTRO DEGLI ESTERI UNGHERESI CHE SPIFFERAVA A LAVROV COSA DICEVANO I LEADER EUROPEI

L’opposizione “complotta con servizi di intelligence stranieri, senza fermarsi davanti a nulla” per “impadronirsi del potere”. Lo ha detto il premier ungherese
Viktor Orban in un video pubblicato su Facebook, accusando gli avversari a due giorni dal voto.
L’opposizione sta portando avanti un “tentativo organizzato di usare il caos, la pressione e la demonizzazione internazionale per mettere in discussione la decisione del popolo ungherese”, ha evidenziato Orban, denunciando “minacce di violenza” contro i suoi sostenitori, “accuse di brogli elettorali completamente inventate” e “manifestazioni pre-organizzate” prima dello spoglio.
“Il premier ungherese Viktor Orban è un leader forte. Il 12 aprile votate per lui. E’ un vro amico, un combattente e ha il mio totale sostegno”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth rivolgendosi direttamente agli ungheresi. Orban “lavora duro per proteggere l’Ungheria, far crescere l’economia, creare posti di lavoro e fermare l’immigrazione illegale”, ha messo in evidenza Trump.
Nei poster elettorali che tappezzano le vie di Budapest imperversano uno Zelensky arruffato accanto a un Péter Magyar invecchiato con la fronte rugosa (prodezze dell’Ai) e sotto l’ordine: «Fermiamoli». In altri cartelloni campeggia una von der Leyen cupa, nemica del popolo ungherese. La retorica anti ucraina e anti Ue è stata il grido di battaglia di Orbán e del suo partito, Fidesz, durante tutta la campagna elettorale.
E Vance in visita a Budapest ha enfatizzato questo messaggio, portandosi a casa, tra le altre cose, un accordo da 500 milioni di dollari per l’acquisto di petrolio da parte del gruppo energetico ungherese Mol, e 700 milioni in sistemi missilistici Himars.
Ma a ridosso del voto che i sondaggi danno sempre più a favore del leader dell’opposizione, sembra che questa strategia non stia funzionando. Una nuova rilevazione condotta dall’European Council on Foreign Relations, think tank paneuropeo con sede a Berlino, rivela un’Ungheria diversa da quella che Orbán presenta all’Europa e ai suoi amici nel mondo.
Il sondaggio, realizzato tra fine di marzo e inizio aprile, mostra che la maggior parte degli ungheresi non condivide la visione del primo ministro secondo cui l’Ue è un nemico: tre quarti degli ungheresi si fidavano dell’Unione «completamente», «abbastanza» o «un po’»; solo il 15% non si fida affatto.
Non stupisce di conseguenza che il 68 per cento degli interpellati ritenga che l’attuale politica ungherese verso I’Unione vada modificata. La richiesta di cambiamento è più forte tra gli elettori di Tisza (91%), ma anche nel campo di Fidesz il 45% desidera un nuovo approccio. Il 43% di loro si dichiara addirittura favorevole all’introduzione dell’euro, percentuale che a livello nazionale sale al 66.
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
DIMINUISCE LA DISTANZA TRA FDI E PD
Secondo l’ultima rivelazione Agi/Youtrend, media ponderata dei sondaggi nazionali 
sulle intenzioni di voto che include sondaggi realizzati dal 26 marzo all’8 aprile, nel centrosinistra continua il buon momento del Pd che cresce dello 0,6% attestandosi al 22,4% e riducendo la distanza con FdI al 28,1 (-0,1%).
Il M5S sembra invece avere perso lo slancio intravisto con la vittoria del no al referendum. Il partito di Giuseppe Conte perde mezzo punto e registra il 12,7%. Mentre quello di Matteo Salvini registra un rimbalzo significativo e sembra aver riassorbito in parte lo shock Vannacci: la Lega, infatti, guadagna quasi un punto in due settimane tornando sopra il 7% e superando Avs.
La Supermedia liste
FdI 28,1 (-0,1)
Pd 22,4 (+0,6)
M5S 12,7 (-0,5)
Forza Italia 8,6 (-0,3)
Lega 7,2 (+0,9)
Verdi/Sinistra 6,4 (-0,3)
Futuro Nazionale 3,3 (-0,3)
Azione 3,0 (=)
Italia Viva 2,3 (+0,1)
+Europa 1,5 (=)
Noi Moderati 1,0 (-0,2)
La Supermedia coalizioni 2026
Campo largo 45,4 (=)
Centrodestra 44,9 (+0,3)
Futuro Nazionale 3% (-0,3)
Azione 3,0 (=)
Altri 3,4 (=)
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA CONDANNA DEI BOMBARDAMENTI INDISCRIMINATI CONDOTTI DA ISRAELE E LA SINTONIA CON LEONE XIV SULLA PACE E SULLE INACCETTABILI MINACCE DI TRUMP …DURANTE UNA PASSEGGIATA IN VIA DEL CORSO MACRON SI FERMA A SOCCORRERE UN ANZIANO
Le distanze sono le solite: qualche eccesso di laïcité , secondo la Santa Sede, l’eutanasia. Eppure mai come stavolta ci si attende che tra il presidente francese e il Papa finisca per prevalere la sintonia.
Questa mattina Emmanuel Macron sarà ricevuto per la prima volta da Leone XIV, in Vaticano, e la sintonia evidente di questi giorni ha a che fare con la preoccupazione comune per il Medio Oriente e in particolare il Libano.
Il presidente francese è arrivato ieri a Roma e ha incontrato i vertici della comunità di Sant’Egidio, accolto dal fondatore Andrea Riccardi e dal presidente Marco Impagliazzo, «sono qui per la pace e per vedere i miei amici».
L’altro giorno Macron ha condannato i «bombardamenti indiscriminati condotti da Israele» e ripetuto che il Libano «deve far parte» della fragile tregua nel conflitto nato dall’attacco di Usa e Israele all’Iran. Più in generale, ha continuato a invocare il ritorno al multilateralismo contro il prevalere della «legge del più forte» e il ruolo che in questo può avere l’Europa.
Tutte considerazioni condivise nella sostanza dalla Santa Sede, anche se resta una distanza importante sul riarm
Domani pomeriggio Leone XIV guiderà una veglia di preghiera per la pace nella basilica di San Pietro. Ieri ha ricevuto in udienza il nuovo nunzio negli Usa, l’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, e David M. Axelrod, analista politico ed ex consigliere di Barack Obama. Il Papa tesse la tela diplomatica, lavora al dialogo, ma pone dei limiti. Dopo la minaccia di Trump all’Iran — «Stasera un’intera civiltà morirà» — Prevost è stato netto: «Non è accettabile».
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
UNO STUDIO DI GALLUP HA MISURATO I LIVELLI DI TRISTESSA, STRESS, RABBIA E SOLITUDINE DEI LAVORATORI DI DIVERSI PAESI DEL MONDO
Sono stati diffusi i risultati raccolti nel corso del 2025 dallo State of the Global
Workplace, autorevole report annuale sull’esperienza dei dipendenti pubblicato da Gallup, multinazionale americana di analisi e consulenza, che monitora lo stato del lavoro nel mondo. Ad allarmare molto nell’edizione 2026 è il calo del coinvolgimento dei dipendenti a livello globale, che è sceso al 20% nel 2025, registrando il livello più basso dal 2020, con una perdita di produttività stimata in 10 trilioni di dollari per l’economia mondiale. Ma come si sono sentiti o cosa hanno pensato il giorno prima dell’indagine i lavoratori dipendenti italiani? Ecco i risultati delle loro risposte.
Un dipendente su 10 in Italia si sente coinvolto nel suo lavoro
A livello italiano, lo studio riporta come il livello del coinvolgimento dei dipendenti italiani sia aumentato rispetto ai precedenti 12 anni, eguagliando così i valori del 2014. Il minimo storico del 4% era stato registrato nel 2017 e nel 2021. La percentuale di dipendenti soddisfatti è però ancora molto bassa ed è – nel 2025 – ferma all’11 per cento. La media europea è al 12 per cento.
Un italiano su 2 è appagato nella vita lavorativa
Un secondo valore in analisi è quello del senso di appagamento nella vita lavorativa. In questo caso si arrivano a toccare percentuali sensibilmente più alte di tutte quelle registrate negli ultimi 15 anni. Se nel 2010 la percentuale si aggirava al 39%, nel 2025 sarebbe arrivata al 51%, dopo un serie di alti e bassi. Come riporta lo studio, «si tratta di un incremento di 4 punti percentuali rispetto alla media mobile del triennio precedente». In linea se confrontato con la media europea, che è del 49%, ma nettamente migliore di quella mondiale, che si attesta al 34 per cento.
Italiani meno arrabbiati ma più stressati
Buone notizie sul fronte rabbia sul lavoro. A contraddire l’inflazionato paradigma che vede gli italiani sempre in preda a passioni indomabili e cocenti, arriverebbe un dato incoraggiante: solo l’11% dei lavoratori ha dichiarato di aver provato rabbia il giorno precedente all’intervista. Il valore è più basso della media europea, che si attesta al 15%, ed è nettamente più basso della media globale, che sarebbe al 22 per cento. Per l’Italia sarebbe un valore ulteriormente incoraggiante: è uno dei valori più bassi registrati negli ultimi 15 anni, fatta eccezione per il 2024, quando il valore
registrato era del 9 per cento. È lo stress sul lavoro, però, a far preoccupare: in Italia, il 51% dei dipendenti ha dichiarato di aver sperimentato molto stress il giorno precedente all’intervista. Dato inferiore rispetto ai picchi del 2018 e 2019, quando aveva toccato il 59%, ma che a sua volta si scontra con il 39% europeo e il 40% globale ed e il più alto dal 2019, dopo 5 anni di – seppur lieve – riduzione
Tristi sul lavoro come nel resto del mondo, ma un po’ meno soli
Il parametro d’indagine relativo alla tristezza sul lavoro provata nel giorno precedente all’intervista rivela che i dipendenti italiani sarebbero in media più tristi di quelli europei: 22% per la nostra Penisola, contro il 17% del vecchio continente. I valori più alti erano stati registrati negli anni della pandemia, con un picco al 29% nel 2020 e nel 2022. Il risultato non sarebbe particolarmente allarmante se si considera che la media globale è del 23 per cento. Il valore legato alla percezione di solitudine sul lavoro è invece del 14%, contro una media europea del 13% e una globale del 22 per cento.
Per un dipendente su 2 è facile trovare lavoro nella sua città
Il più incoraggiante dei valori riguarda il clima occupazionale percepito dai dipendenti: il 50% dei lavoratori sostiene che sia un buon momento per cercare – e trovare – lavoro nella sua città o nella zona in cui vive. Il risultato è decisamente positivo considerando che rappresenta il valore più alto dal 2010, quando si attestava al 9%, complice con ogni probabilità l’allora recentissima crisi economica globale. L’incremento più netto si e avuto tra il 2022 e il 2025, passando dal 20% al 50 per cento. A livello europeo soffrirebbe comunque un po’ confrontandosi con una media del 57%, mentre a livello globale sarebbe distanziato solo da due punti, con una media del 52 per cento.
I dati a livello globale e le colpe dei manager
Lo studio di Gallup sottolinea come a livello globale, nel 2025, il coinvolgimento dei dipendenti sia diminuito per il secondo anno consecutivo, raggiungendo il livello più basso dal 2020. Al tempo stesso, imputa a molti manager e alla loro gestione la colpa di essere la principale causa del recente calo del coinvolgimento dei dipendenti: ciò sarebbe dovuto al fatto che i datori di lavoro stanno riducendo i ruoli dirigenziali, soprattutto in Asia meridionale e in India, spesso a causa
dell’adozione dell’intelligenza artificiale. Lo studio riporta come «il calo maggiore su base annua nel coinvolgimento dei manager si è verificato tra il 2024 e il 2025, quando è diminuito di cinque punti percentuali, passando dal 27% al 22 per cento». La percezione, infine, dello stato di salute del mondo del lavoro si sarebbe ripresa dopo i duri anni della pandemia e dei suoi strascichi, senza però riuscire ad eguagliare i valori del 2019. Infine, per la prima volta negli ultimi tre anni, il benessere globale dei dipendenti ha registrato un miglioramento.
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
COSA C’ERA SCRITTO E COSA LA IMBARAZZAVA
Anche se il problema se l’è creato tutta da sola, Lady Viminale Claudia Conte ora è preoccupata per l’onda mediatica che ha l’ha travolta da quando ha reso pubblica la sua relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Dopo avere limitato e talvolta chiuso i commenti ai suoi social, la Conte ha iniziato anche a fare pulizia sulle tracce del suo passato. E ha cancellato in modo professionale ogni traccia del curriculum della sua prima professione da attrice e presentatrice televisiva pubblicato su “etalenta.eu”, piattaforma che raccoglie i dati biografici di chi lavora nello spettacolo. Un curriculum che era stato citato per alcune curiosità anche dalla
stampa all’indomani delle rivelazioni della Conte, ma che evidentemente aveva qualche particolare che rischiava di creare imbarazzo.
La sfilza di sport in cui Claudia eccelleva, compreso tiro con l’arco e freccette
Il curriculum da attrice di lady Viminale oggi non è più recuperabile nemmeno negli archivi delle pagine web, ma qualche frammento ancora si trova nelle cache di Google. Come l’annotazione che rimarca come lei «canta a cappella – buona- anche sul palco». E soprattutto la grande versatilità sportiva. La Conte si definiva «altamente qualificata» nell’atletica leggera, e giudicava «buone» le sue abilità in tantissimi altri sport, come canoa, ginnastica, pallavolo, tiro con l’arco e perfino «freccette». Ma difficilmente può essere stata questa parte curricolare la ragione dello sbianchettamento digitale del documento.
L’unione in teatro e nella vita con un attore e quella festa di fidanzamento al Just Cavalli
Nel curriculum artistico si citavano oltre ai primi libri pubblicati (di cui la Conte ha mostrato sempre di essere particolarmente orgogliosa) anche una serie di spettacoli teatrali di cui è stata protagonista fra il 2016 e il 2017. Sul palco sempre in coppia con Vincenzo Bocciarelli, attore di una ventina di anni più anziano di lei, con cui si era fidanzata nel 2014. La loro storia di amore era stata raccontata dai due nello studio di una televisione locale (esiste ancora il filmato su YouTube) nel 2015, raccontando dell’anello di fidanzamento ricevuto (con intaglio in corniola dell’antica Roma), della festa per celebrare il primo anno insieme al Just Cavalli di Milano e dei propositi di matrimonio. La coppia però si è separata nel settembre 2017.
(da agenzie)
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