SE LA SINISTRA RISCHIA DI FARE LA FINE DEI TOPI DI LA FONTAINE
IN 4 ANNI IL GOVERNO HA APPROVATO 6 DECRETI SICUREZZA CHE NON HANNO MIGLIORATO NULLA… MENTRE IL CENTROSINISTA CONTINUA A OCCUPARSO DEL SUO OMBELICO
C’è un cortocircuito politico in atto, sempre più evidente a chi ha gli occhi per vedere. Mentre
i dirigenti della sinistra italiana sono impegnati da mesi a discutere di leadership, primarie e confini della coalizione, la destra sta accelerando la messa a terra di un programma politico che rischia di cambiare il carattere democratico del paese.
Uniamo i puntini. Il governo di Giorgia Meloni in pochi giorni ha approvato un disegno di legge che introduce per i ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni una presunzione di imputabilità, poi ha tentato un blitz per allargare l’impiego del riconoscimento facciale con l’Ia nelle attività di polizia senza nemmeno passare per un giudice terzo. La Lega, dopo la condanna del giustiziere Mario Roggero, ha depositato una proposta che considera non punibile qualsiasi reazione a un’aggressione armata, anche quando il pericolo è cessato e la risposta è sproporzionata. Idea da Far West criticata anche dal presidente Sergio Mattarella.
Il generale Roberto Vannacci, che sottrae consensi ai partiti di governo e potrebbe diventare presto il loro alleato, promette remigrazione etnica dura e pura, cioè l’espulsione di massa degli immigrati. Le vicende drammatiche di Ceuta non fanno che aumentare questa propaganda violenta.
In quasi quattro anni sono stati approvati sei (sei!) decreti sicurezza, e ogni nuova misura ha di fatto ampliato i poteri di controllo dell’esecutivo sui cittadini. Le questioni cruciali dell’insicurezza sociale restano invece intatte: salari in caduta libera, liste d’attesa negli ospedali interminabili, scuole e periferie senza risorse, lavoro giovanile ancora povero, sperequazioni intollerabili. Ma il populismo penale offre un colpevole per ogni fallimento, e abitua il paese a considerare sospetto o anti italiano chi protesta, chi è straniero, chi vive ai margini.
Uno Stato di polizia cresce per accumulo, attraverso norme dichiarate urgenti, deroghe trasformate in precedenti e poteri eccezionali assorbiti dall’amministrazione ordinaria. Viktor Orbán ha impiegato pochi anni per piegare l’Ungheria, occupando le istituzioni, riducendo l’autonomia dell’informazione e della magistratura (Meloni ha tentato di piegarla con la riforma, fallendo) e usando ogni vittoria per preparare la successiva. Passasse, dopo le vacanze, la legge truffa voluta da FdI, una nuova vittoria nel 2027 consegnerebbe a Meloni altri cinque anni a Palazzo Chigi, una maggioranza parlamentare solida e la possibilità di pesare sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica, offrendole il tempo e i numeri necessari per completare il lavoro iniziato.
In questo quadro preoccupante, il centrosinistra continua intanto a occuparsi soprattutto del suo ombelico. Elly Schlein e Giuseppe Conte misurano ogni giorno le rispettive ambizioni, Matteo Renzi attende di sapere se sarà ammesso o meno nell’alleanza, gli apparati e i media a loro collegati si detestano, mentre discutono come e quando convocare le primarie.
Tutti infine litigano su tutto: dalla politica estera alla patrimoniale, dal reddito di cittadinanza alla sicurezza, financo chi può o non può incontrare un leader di un partito (demenziali le critiche a Schlein sui rendez-vous con Mario Draghi e Emanuele Orsini di Confindustria).
Agli elettori arriva non il progetto di un’alternativa credibile, ma uno show deprimente. Le fotografie tristi dalle quali manca sempre qualcuno, i veti incrociati e le battute rivolte ai presunti o ex alleati (“Campo Lavrov” e affini) sono roba da asilo Mariuccia, con l’aggravante che fuori da quel cortile si stanno imponendo regole nuove alla democrazia italiana.
Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, capi e capetti della galassia centrista hanno poco tempo per scrivere insieme un programma riconoscibile su salari, sanità, scuola, casa, lavoro, diritti e difesa della Costituzione. Scelgano un metodo per indicare il candidato premier e assumano davanti agli elettori un vincolo di lealtà verso chi vincerà la tenzone. Un accordo richiederà rinunce, a partire dal diritto che ciascun partito rivendica di escludere gli altri.
Una favola di Jean de La Fontaine racconta di un consiglio convocato dai topi per liberarsi del gatto. Tutti approvano l’idea di appendergli un campanello al collo, ma alla domanda su chi debba assumersi la responsabilità di farlo si chiude subito la riunione, permettendo al gatto di continuare il proprio mestiere d’assassino. Il centrosinistra ha ancora il tempo di evitare quella fine, purché smetta di sprecare il poco tempo rimasto. Perché «a ciarlar son bravi in cento, ma diverso è ben l’affare quando si tratta di fare».
(da Domani)
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