Destra di Popolo.net

RIFIUTI A NAPOLI: MAGGIORANZA BATTUTA ALLA CAMERA, LA LEGA VOTERA’ CONTRO IL DECRETO, A NAPOLI ROGHI E PROTESTE

Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile

IL BECERUME LEGHISTA SI MANIFESTA PER L’ENNESIMA VOLTA CONTRO IL SUD IN EMERGENZA: BERLUSCONI E BOSSI DA TRE ANNI RACCONTANO PALLE AI NAPOLETANI E ORA VORREBBERO CHE SOFFOCASSERO NELLA SPAZZATURA… INCAPACI DI RISOLVERE IL TRATTAMENTO DEI RIFIUTI ORA FANNO COME PONZIO PILATO

La Lega Nord ha annunciato che voterà  contro il decreto legge sui rifiuti, proprio mentre in Aula la maggioranza è stata battuta sulla proposta di rinvio in commissione del dl.
Nel frattempo a Napoli ancora proteste, blocchi stradali e roghi a causa dell’emergenza spazzatura.
E’ un martedì nero sul fronte rifiuti.
«In Consiglio dei ministri i membri del governo della Lega nord hanno votato contro questo decreto legge – dichiara il deputato del Carroccio Renato Togni – si presume che i gruppi parlamentari manterranno la stessa posizione».
Nel pomeriggio la Camera ha respinto inoltre con sei voti di scarto la proposta del relatore Agostino Ghiglia (PdL) di rinvio in commissione del decreto legge sull’emergenza rifiuti in Campania.
La richiesta del relatore è frutto delle tensioni venutesi a creare all’interno della maggioranza sul decreto.
Nel corso del comitato dei nove della commissione Ambiente non è stato infatti raggiunto l’accordo sulla modifica da apportare al testo alla luce della sentenza del Consiglio di Stato che sospendeva l’ordinanza del Tar del Lazio sullo stop al trasferimento automatico dei rifiuti nelle altre Regioni.
La Lega si è messa di traverso pretendendo che nel decreto restasse la norma in base alla quale i rifiuti della Campania potranno essere accolti solo dopo «nulla osta» della Regione di destinazione.
Il Pdl si è adeguato ma nel gruppo è montato il malumore dei deputati campani .
Non si fanno attendere le reazioni dell’opposizione allo strappo della Lega.
Il Pd parla di una «maggioranza allo sbando», e l’Italia dei Valori, attraverso il capogruppo alla camera Donadi, attacca: «Se la Lega, come ha annunciato,dovesse votare contro il decreto rifiuti, a Berlusconi non resterebbe che una cosa da fare: formalizzare la crisi e salire al Quirinale per dimettersi. È ora di dare un vero governo al Paese e finirla con lo strazio politico ed economico cui Berlusconi sta condannando l’Italia».
Intanto i cittadini partenopei, esasperati dai cumuli ammassati in strada e dai cattivi odori acuiti dalle alte temperature, hanno bloccato con cassonetti e sacchetti rovesciati sulla carreggiata sia piazza Pignasecca che corso Garibaldi, a poca distanza dalla Stazione centrale.
Una situazione che, negli ultimi giorni, è stata resa ancora più critica per lo sciopero indetto dai lavoratori della “Lavajet”, la società  subappaltratice di Asia per la raccolta dei rifiuti in alcune zone centrali della città , che lamentano di non aver ricevuto la 14esima.
La prima protesta in piazza Pignasecca quando è stato paralizzato il passaggio delle auto nei vicoli a ridosso di via Toledo, nei pressi dell’ospedale Vecchio Pellegrini.
Difficoltoso anche il transito di cittadini e motocicli diretti o in uscita dalle stazioni di Circumflegrea, metropolitana e Cumana di Montesanto.
Manifestazione di insofferenza anche in corso Garibaldi, nei pressi del terminal della Circumvesuviana.
Qui l’immondizia riversata in strada ha impedito il passaggio di un tram causando prevedibili ripercussioni del traffico nell’intera zona.
Per poter liberare la strada dall’immondizia è stato anche chiesto l’intervento di un bobcat.
Il quadro difficile della situazione si completa con una serie di roghi dolosi appiccati ai cumuli ammassati nei cassonetti e sui marciapiedi.
Dalle 20 di ieri alle 8 di questa mattina sono stati 22 gli interventi dei vigili del fuoco impegnati a domare le fiamme non solo nel centro della città , ma anche in periferia e in alcuni comuni dell’hinterland sommersi dalla spazzatura.

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SPIDER TRUMAN, IL GIUSTIZIERE ON LINE, HA (QUASI) UN NOME: LE ANALOGIE CON IL PRECARIO QUARANTENNE TUCCI

Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile

HA AVVIATO UNA CAUSA CONTRO AN PER MOBBING…LA MOGLIE: “E’ QUALCUNO A NOI VICINO”… SONO MOLTE LE ANALOGIE

Tutti lo cercano. Tutti lo vogliono. Tutti gli fanno domande.
Ma lui non risponde.
In Transatlantico i parlamentari continuano a chiedersi chi possa essere. «Spider Truman», l’anonimo che prima con una pagina su Facebook poi con un blog minaccia di pubblicare, giorno dopo giorno, «tutti i segreti della casta», continua a raccogliere consensi (virtuali) e opinioni.
In soli tre giorni quasi trecentomila iscritti al social network hanno premuto il tasto «Mi piace» alla pagina «I segreti della casta di Montecitorio ».
In tanti hanno mostrato tutta la loro rabbia nei confronti degli «sprechi » da parte dei politici, scrivendo commenti e insulti.
Ma più aumenta la notorietà , più cresce la curiosità  sull’identità  del protagonista degli ultimi giorni.
Perchè, dopo tutto questo clamore, di lui, «Spider Truman», non si hanno molte notizie. Insomma, un giallo.
Anche se, navigando sulla stessa piattaforma, si scopre che la storia del blogger «licenziato dopo 15 anni di precariato» somiglia molto alla vicenda di un altro precario, questa volta con un nome e cognome.
Si chiama Leonida Maria Tucci, ha 41 anni, due figlie e più di quattordici anni «da precario » al Senato.
Tucci ha lavorato prima all’ufficio stampa di Alleanza nazionale (a partire dal novembre 1994), quindi nel gruppo del Pdl (anche se per pochi mesi).
Ha smesso di prestare servizio a Palazzo Madama nell’aprile del 2008 e da lì è iniziata una vicenda processuale contro il partito.
L’ex precario chiede i danni per mobbing e il riconoscimento della differenza contributiva e retributiva.
La moglie di Leonida, Giulia Ruggeri, ha creato una pagina Facebook per denunciare la situazione del marito.
Ed è qui, da questa denuncia finita sulla Rete, che iniziano le somiglianze.
Che ci sia il marito dietro a «Spider Truman»? La diretta interessata smentisce.
«Me lo chiedono in molti – dice –, ma non siamo nè io, nè mio marito ».
La donna, però, aggiunge anche altro.
«Può darsi che l’autore sia una persona a noi vicina, magari un parente o un amico che ha preso a cuore la nostra situazione».
Di più: «Magari è un ex collega di Leonida che, nella stessa situazione, ha deciso di denunciare quello che succede ai precari di Camera e Senato».
Altri elementi, la moglie, non ne fornisce.
Anche se è la prima a notare che, in effetti, «tra la storia di “Spider Truman” e quella di mio marito ci sono troppe somiglianze ».
L’unica differenza, se proprio la si vuole trovare, è nel palazzo di riferimento.
Perchè Leonida ha prestato servizio al Senato. «Spider Truman» alla Camera dei deputati.
«Ma cambia poco», continua la signora.
«In entrambi i posti succedono le stesse cose, almeno a sentire quello che mi ha raccontato mio marito ».
Insomma, il mistero continua.
Ma in fondo al tunnel (del web) si vede una luce.

Leonard Berberi
(da “Il Corriere della Sera“)

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FINI INVITA I PARTITI A FARE PULIZIA, RIPRENDENDO L’INSEGNAMENTO DI PAOLO BORSELLINO, MA ALLORA…

Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile

LA CASA DELLA LEGALITA’, OSSERVATORIO SULLA CRIMINALITA’ E LE MAFIE, INTERVIENE SULLA VICENDA LOCALE DI FUTURO E LIBERTA’: FINI VUOLE PULIZIA, NAN ACCOGLIE IN SEDE I MAMONE…IL PRESIDENTE DELLA CAMERA DIA L’ESEMPIO: ACCOMPAGNI NAN ALLA PORTA

Gianfranco Fini rilancia la necessità  espressa da Paolo Borsellino affinchè la politica faccia pulizia prima e indipendentemente dalle sentenze e dai rilievi penali di certe frequentazioni, contiguità  e connivenze.
E Paolo Borsellino aveva ragione…
Gianfranco Fini farebbe bene, oltre che riprendere le parole ed il messaggio di Paolo Borsellino, nel giorno dell’anniversario della strage di Via D’Amelio, anche nel dare l’esempio con il proprio partito…
Già  in AN aveva lasciato dei portoni spalancati, ove entravano direttamente pullman di finti tesserati dalle cosche, che condizionavano congressi, liste ed eletti (provi a dare un occhio alla provenienza dei signori prediletti dal locale della ‘ndrangheta di Ventimiglia, e troverà  Eugenio Minasso, Alessio Saso, Vincenzo Moio… e se ci si sposta sul candidato alle regionali del 2010 a Genova, spalleggiato da boss quali Gangemi, Condidorio, Bruzzaniti e Gorizia, di nuovo è un altro parto di An, Aldo Praticò).
Problema passato? No!
Il responsabile regionale di FLI in Liguria, l’avv. Enrico Nan, chi ti va ad incontrare?
I Mamone, ovvero gli esponenti della famiglia della ‘ndrangheta che si è fatta impresa e che – legata ai Mammoliti ed ai Gullace-Raso-Albanese e Piromalli – ha costruito un vero e proprio monopolio degli appalti pubblici (anche a seguito di interdizione atipica antimafia del Prefetto Musolino, di un rinvio a giudizio per corruzione, di un inchiesta per il controllo degli appalti pubblici, di miriadi di contestazioni di illeciti ambientali… nonchè un tentativo – documentato dalla Dia – di corruzione di un pubblico ministero)…
I Mamone che hanno appoggiato Burlando ed il centrosinistra alle amministrative e che per operare alla meglio si sono anche costituiti una propria loggia Massonica… sono stati ricevuti senza problemi dal Nan presso la sede di FLI a Fiumara…
Lo sa che uno degli uomini legati ai Mamone, ovvero il Pietro Malatesti, con la gestione del Nan, era indicato come uno dei Presidenti di Circolo di FLI?
Non sa chi è Malatesti, cerchi sul nostro sito e troverà  quanto basta, da atti ufficiali quali un rapporto del Gico alla Procura della Repubblica di Genova, in merito ai rapporti dei Mamone con altri esponenti della criminalità  organizzata calabrese (come lo Stefanelli Vincenzo, oltre che con il Carmelo Gullace, i Rampino, i Gorizia…) e – ma guardi che roba – per il condizionamento del voto alle elezioni Il brindisi del 1993 di Gino Mamone con i boss… e poi appalti su appalti amministrative del 2007 per il Comune e la Provincia di Genova e naturalmente per questioni di affari & appalti.
Persino Mastella disse che con certa gente non voleva avere a che fare (pensi un po, Mastella!)…
E pare anche che con i Mamone, ad incontrare Nan, ci fossero personaggi di quel Tigullio dove i Nucera di Condofuri (a partire dal Santo Nucera), ma anche i Piromalli, la fanno da padroni.
Ed allora: on. Fini non è forse il caso di dare l’esempio che l’invito formulato da lei oggi a Palermo può essere tradotto in pratica oltre che mediaticamente sparato nel giorno della memoria di Borsellino?
Borsellino diceva che certe frequentazioni devono trovare risposta dalla politica, mettendo fuori dalla porta i protagonisti, anche se di penalmente rilevante non vi è nulla nei loro atti e comportamenti.
Quindi: accompagna Nan alla porta o quella di oggi era solo sparata mediatica?
Nan dice che non li conosceva… ma a dirigere partiti in terre dove la ‘ndrangheta da decenni condiziona politica, economia, pubbliche amministrazioni e settori di controllo, non ci possono essere, crediamo, persone che non “conoscono” famiglie e personaggi arcinoti.
L’ingenuità , come le frequentazioni e contiguità , non si può tollerare, non condivide?
In molti, iscritti e dirigenti di FLI a Genova le hanno chiesto provvedimenti, non li hanno visti e si sono dimessi in massa… cosa penseranno nel sentirla parlare bene ma razzolare male?
Provi a porsi questa domanda e, non sarebbe male, che, coerentemente a quanto a detto oggi, dia una risposta.

Casa della Legalità 
Ufficio di Presidenza

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PAOLO BORSELLINO, IL GIORNO DELLA MEMORIA. FINI: “VIA I SOSPETTATI DAI PARTITI”. GIUSTO GIANFRANCO, ALLORA INIZIA DA GENOVA

Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile

PALERMO RICORDA LA STRAGE DI VIA D’AMELIO 19 ANNI DOPO…FINI: “NELLA BATTAGLIA CONTRO LA CRIMINALITA’, QUELLO POLITICO E’ UN FRONTE DECISIVO: I PARTITI SONO TENUTI A SVOLGERE UN’OPERA DI PULIZIA AL LORO INTERNO”

“I partiti sono tenuti a svolgere un’opera di pulizia al loro interno”.
Così il presidente della Camera, Gianfranco Fini, nel corso della commemorazione della strage di via D’Amelio in cui 19 anni fa morirono il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Fini è intervenuto nell’aula magna del palazzo di giustizia di Palermo. “Nella battaglia contro la criminalità  organizzata – ha detto – quello politico è un fronte decisivo. È un fronte che passa sia per l’attività  di governo e per quella legislativa sia per la forza di mobilitazione dell’opinione pubblica. Passa soprattutto per la capacità  degli stessi partiti di fare pulizia al proprio interno eliminando ogni ambigua zona di contiguità  con la criminalità  e il malaffare”
Sul fronte delle indagini si   parla di almeno «due verità  possibili» e di almeno un tentativo di depistaggio.
Sullo sfondo, come unica certezza, resta la pista della trattativa, l’accordo tra Stato e Mafia che il braccio destro di Giovanni Falcone, ucciso pochi mesi prima, avrebbe scoperto alla fine di giugno 1992, mettendosi forse di traverso.
Per questo la sua eliminazione sarebbe stata affrettata.
Il procuratore nisseno Sergio Lari si appresterebbe infatti a concludere sulla base di queste ipotesi le indagini che porteranno alla richiesta di revisione del processo per alcuni condannati con sentenze definitive.
La svolta, attesa per settembre, dovrebbe coinvolgere anche investigatori – tre sono iscritti nel registro degli indagati per falso e calunnia – che avrebbero pilotato le accuse di Vincenzo Scarantino, il collaboratore di giustizia della prima ora smentito prima da Gaspare Spatuzza e poi da Fabio Tranchina, fedelissimi di Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio che avrebbe organizzato l’attentato premendo perfino il telecomando per innescare l’auto-bomba.
L’ombra del sospetto si allunga intanto sul gruppo di investigatori, guidati da Arnaldo La Barbera, questore morto nel 2002, che per Lari avrebbe allestito un «colossale depistaggio».
Tre funzionari risultano attualmente indagati, ma l’indagine tocca altri investigatori tra cui il poliziotto che avrebbe alterato un verbale del 1994.
Accanto alle dichiarazioni di Scarantino sono state trovate le annotazioni di un poliziotto che avrebbe svolto, si sospetta, un ruolo di «suggeritore».
Ma è tutto l’impianto accusatorio basato sulle indagini del pool di La Barbera a essere smentito su molti punti dalla Procura di Caltanissetta e dalle rivelazioni di Spatuzza considerato un collaboratore attendibile.
I nuovi indirizzi dell’inchiesta stanno insomma delineando quella che il procuratore Lari definisce una «deriva istituzionale».
Il Presidente della Camera Fini ha sollecitato un maggior impegno della politica sul fronte etico.
«La memoria deve infondere coraggio. Significa proseguire l’opera di chi ha sacrificato la vita per lo Stato, continuare a cercare la verità  sul passato e sul presente perchè il diritto a conoscere non può andare in prescrizione.Sono qui perchè sono alla ricerca della verità , altrimenti non sarei venuto”.
Chiaro l’invito rivolto alle forze politiche: «Eliminare dai partiti quelle figure sospette per un principio di opportunità  politica e di etica pubblica».
Siamo d’accordo Gianfranco, ora dalle parole passa ai fatti: inizia da Genova, dimostra di essere il leader del primo partito italiano che non fa allontanare da Fli gli onesti e i capaci per lasciare spazio a soci in affari di pregiudicati e a segnalati   e attenzionati dalla Dia.

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IL BOSSI PERDUTO CHE NON SA PIÙ DOVE VA

Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile

DALLE MOSSE DEL CAVALLO AI BIZANTINISMI DEMOCRISTIANI: FINO AGLI ASINI PADANI

Stavolta Umberto Bossi è davvero bollito.
Nessuno lo vuole dire, esplicitamente, dentro e fuori la Lega, ma moltissimi lo sussurrano a mezza bocca: Umberto Bossi perde colpi.
Nessuno lo dice così, nemmeno fuori, perchè teme di finire sotto il fuoco ustorio del politicamente corretto e perchè è difficile dire che Bossi perde colpi perchè automaticamente scatterebbe l’accusa di infierire contro una persona malata.
Invece Bossi perde colpi — e tanti — per motivi che prescindono del tutto l’ictus e dai suoi postumi, motivi che hanno poco a che vedere con la spigliatezza oratoria o con l’agilità  intellettuale che segnarono la sua ascesa e che ora sono evaporati nel rutto, nel dito medio alzato e nella battutaccia sfiatata.
Bossi perde colpi perchè nessuno, nemmeno quelli che gli sono vicini, riescono più a capire dove stia andando e presumibilmente, nemmeno lui lo sa.
Perde colpi e sembra un pugile suonato, prima di ogni altra cosa, perchè non ha una linea.
C’era per esempio un Bossi, una volta, che sfotteva il suo stesso figlio soprannominandolo “Trota” e che non si sognava di rispondere ai satirici — come il geniale Maurizio Crozza — che mettevano in scena una pantomima grottesca del suo addestramento alla successione (“Ehi papi…”, “Dimmi trota”).
E c’è invece un Bossi che sentendo aumentare la sua insicurezza arriva a designare quello stesso “Trota”, come “possibile successore” in casa leghista, mettendo in subbuglio tutti i colonnelli.
E che sembra essere caduto prigioniero del “cerchio magico” che si è stretto intorno a lui negli ultimi mesi: la moglie, il figlio, l’ex sindacalista Rosi Mauro, e poi un puro e duro come Federico Bricolo e il minoritario capogruppo a Montecitorio, Reguzzoni.
C’era sicuramente il Bossi delle grandi sparate (come “La vita dei giudici vale meno di una pallottola” ), ma era un Bossi che dava alla sua irruenza il tono goliardico, antisistema e mai contaminato dal dubbio che lo rendevano così diverso dagli altri. Lui diceva cose del tipo “Questo è l’anno del Samurai” (1995, il grido di battaglia del ribaltone) “Berluskaz Berluskaiser, stavolta ti seghiamo il balconcino”, e tu capivi sempre dove voleva andare.
E perchè non avesse bisogno di ritrattare anche quando la sparava grossa: “Signora quel tricolore lo metta nel cesso”, alla mitica Lucia Massarotto da Venezia (correva l’anno 1997, adesso la signora è stata sfrattata).
E Bossi diceva anche cose ferocemente sublimi del tipo.
“Miglio? È una scoreggia nello spazio!”, al punto che era difficile distinguere l’imitazione di Corrado Guzzanti che gli attribuiva un’invettiva anti-papale come questa: “Wojtila è un papa polacco che ruba lavoro ai papi stranieri”.
Si arrabbiò come una belva, invece, il senatùr, quando lo stesso Guzzanti lo mise in scena con una maschera di ferro in viso alla Hannibal Lecter: “Quelli in Rai non ci tornano” (e infatti i Guzzanti, per un motivo o per un altro non tornarono).
Ma era sempre la vendetta di un capo guerriero, dell’uomo che dopo una prima vita passata a fingere di essere medico (usciva da casa, come ha raccontato la prima moglie, con la valigetta e non era laureato), era diventato un leader, uno che ripeteva: “Mia moglie scende in battaglia con me”.
Adesso è Manuela Marrone che viene sospettata di indicare la linea della battaglia.
E il Trota, che lui prendeva simpaticamente per il culo adesso, fa lo statista, come se pensasse di essere diventato un delfino.
Il punto di non ritorno è tutto racchiuso in un testa coda di venerdì 15 luglio, proprio a poche ore dal sì della Giunta della Camera all’arresto di Papa (coi due leghisti in commissione che si erano astenuti). Bossi intercettato dai cronisti è lapidario: il deputato Pdl deve andare “in galera”.
Tutto a posto? Macchè, nulla.
Sabato 16 luglio, il Senatur torna indietro precipitosamente per dire l’opposto: “Le manette non vanno messe mai, se prima non facciamo il processo”.
Che cosa è successo, in quelle 24 ore?
Di tutto. Il leader del Carroccio, per la prima volta, deve rincorrere se stesso, anzichè guardare da lontano l’effetto che fa.
C’è la Lega, la sua Lega che alla Camera ha un altro stratega, quel Bobo Maroni che era il più antico compagno d’arme quando andavano a fare le scritte sui cavalcavia.
Ci sono decisioni che gli passano sulla testa, e su cui lui vuole mettere il cappello.
E c’è Silvio Berlusconi che lo chiama per dirgli: “Umberto sei impazzito? Qui viene via tutto”.
Ma i ribelli della Camera avevano già  dato un segnale della propria forza quando un mese fa stavano per decapitare Reguzzoni e il “Cerchio magico” si era dovuto stringere intorno al leader per convincerlo a cambiare idea.
E il malessere era emerso anche dopo Pontida, per quello striscione enorme esposto nella piana: “Maroni premier”.
E i bossiani a dire che era stato “autorizzato” dal leader (autorizzato un corno, se è vero che il giorno dopo aveva dovuto dire “Qui comando io”).
E che dire di quelle grida che lo avevano quasi stupito “Secessione-secessione!”.
E lui quasi a correre dietro al coro.
Dice Mauro Borghezio (uno che si definisce “Io sono in un solo cerchio: il cerchio operaio”), eurodeputato, ultimo cuore della Lega pura e dura, convinto che invece Bossi stia tornando faticosamente alle origini: “Bossi è lucido: qualche volta è stanco, certo. A Pontida era stanco, ma anche io a volte lo sono”.
E aggiunge, quello che fino ad oggi ha tenuto insieme il gruppo dirigente: “Io in una Lega senza Bossi non potrei starci volentieri”.
Già , il rischio di una guerra suicida per la successione è quello che fino ad ora ha fatto da freno.
Ma è vero anche che la malattia ha creato un precedente.
La Lega senza Bossi andava benissimo anche elettoralmente. E allora il problema è che Bossi perde colpi perchè non si può essere uomini per tutte le stagioni, soprattutto se si è assunta la politica come dimensione epica, spettacolare, fantasmagorica.
Ora Bossi è incatenato al berlusconismo come mai era stato legato a nulla.
Nel 1995 liquidò Berlusconi con una cena di sardine dopo aver passeggiato in sigaro e canotta nel suo giardino, e nel 2000 ricostruì l’alleanza con una spregiudicata passeggiata a Teano, prendendo il leggendario caffè con lo stesso Fini che aveva fatto voto di non incrociare mai più una tazzina con lui.
Ora Bossi è bollito perchè lui, che era stato il re della mossa del cavallo, si ritrova costretto a provare la via degli ossimori democristianissimi, il rinnovamento nella continuità  che logora chi lo fa.
Alle amministrative Bossi poteva dire ai suoi che avrebbe divorato il Pdl, e spiegare a chi mordeva il freno a Milano per il sostegno alla Moratti (come Matteo Salvini) che a Gallarate si sperimentava lo sganciamento, con la Lega contro tutti.
Bossi è bollito perchè i voti del Pdl sono fuggiti via, perchè a Milano ha perso con la Moratti e perchè a Gallarate ha perso con la Bianchi Clerici.
Era il leader che le azzeccava tutte anche quando sembrava impossibile, adesso è quello che le sbaglia tutte, anche quando nessuno se lo aspetta.

Luca Telese   blog

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SANITA’: CON 12.000 MEDICI IN MENO I PRIMI A SPARIRE SARANNO ANESTESISTI E RIANIMATORI

Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile

NON E’ SOLO QUESTIONE DI TICKET, MA ANCHE DI BLOCCO DEL TURN OVER: VI SARA’ IL 10% DI MEDICI IN MENO RISPETTO AI 120.000 ATTUALI… SITUAZIONI A RISCHIO A ROMA E NAPOLI

Giovedì gli stati generali delle associazioni di categoria per fare fronte comune.
Già  in difficoltà  i nosocomi più importanti come il Cardarelli di Napoli.
Non è solo questione di ticket da versare: le misure che, con la manovra, il governo ha introdotto sulla sanità  sono destinate a produrre un taglio netto anche nel numero di medici a disposizione del servizio nazionale e quindi nell’offerta ai cittadini.
Per risanare i conti dello Stato è infatti previsto che le amministrazioni pubbliche continuino nel blocco del turn over, tanto più se stiamo parlando di regioni già  sottoposte al piano di rientro della spesa sanitaria (per le quali è prevista solo una contestatissima deroga a favore dei primari).
La misura, secondo le proiezioni effettuate dallo Smi, (sindacato medici italiani) si tradurrà  nella riduzione nel 2014 del 10% dei medici del servizio sanitario: 12 mila unità  in meno rispetto agli attuali 120 mila.
«Il blocco del turn over dettato dai piani di risanamento riguarda Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Liguria, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia, regioni che nel complesso hanno un bacino d’utenza di 32 milioni di cittadini e fanno riferimento ad un corpo medico dirigente di circa 60 mila unità » spiega Gianfranco Rivellini, responsabile per la dirigenza medica dello Smi e psichiatra all’ospedale di Mantova. Ora, «se leggiamo assieme le previsioni sul blocco del turn over e i picchi di pensionamento che la categoria subirà  nell’immediato futuro, le conseguenze della mancata copertura saranno devastanti».
Da qui al 2015 – secondo uno studio del sindacato ospedaliero Anaao-Assomed – si verificherà  infatti un picco di uscite di medici dalle corsie (per via della concentrazione anagrafica di nati negli anni Cinquanta).
«Non si può dire che la qualità  dei servizi possa subire un crollo del 10 per cento – precisa Rivellini – ma se non si riforma il sistema della specialistica di base e delle cure primarie, il taglio di presidi territoriali che la necessità  di produrre risparmi ci richiede si tradurrà  in Pronto soccorso che scoppiano e più lunghe liste d’attesa». L’emergenza è denunciata da tutte le associazioni di categorie: per giovedì prossimo, la ventina di sigle che la rappresentano ha indetto gli Stati generali per fare fronte comune conto i tagli dettati dalla manovra (8 miliardi) e il blocco della contrattazione. «Non solo, qui si tratta di riflettere sul destino del servizio sanitario» avverte Costantino Troise, segretario nazionale di Anaoo-Assomed «ci sono alcuni casi, come quello della Campania, dove la situazione è esplosiva: escono dalle corsie 4 mila medici all’anno e da quattro anni non si indicono concorsi, le voragine vengono coperte con medici precari sui quali nessuno fa formazione o aggiornamento».
Fra i casi limite che Anaao segnala vi è il San Camillo di Roma dove, grazie al taglio dei posti letto e alla scarsità  di personale medico, nel 2010 oltre 2 mila persone hanno aspettato in barella più di 24 ore al Pronto soccorso.
Al Cardarelli di Napoli, il più grande nosocomio del Mezzogiorno, i sindacati denunciano «turni massacranti e preoccupazione per la salute dei pazienti».
Ma gli effetti dei tagli sono visibili anche nelle strutture più piccole: nel Pronto soccorso di Fratta Maggiore, dei 24 medici previsti dall’organico in servizio ce ne sono solo 12.
A Palermo il sindacato denuncia insufficienze del 10 per cento in tutte le principali strutture.
E se la carenza è generale ci sono categorie dove i buchi sono più profondi che altrove.
«La carenza di anestesisti e rianimatori sta creando seri problemi in diversi ospedali – racconta Vincenzo Carpino di Aaroi-Emac, sigla della categoria – ne mancano già  3.500, di cui 2.200 nelle Regioni che subiranno sicuramente il blocco, dai 500 del Lazio ai 350 della Sicilia. La manovra in questo caso rischia di essere davvero pericolosa».

Luisa Grion
(da “La Repubblica“)

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LA CASTA CI PRENDE IN GIRO: TUTTI I TAGLI MANCATI, UN CATALOGO SENZA FINE

Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile

I TAGLI AI COSTI DELLA POLITICA RESTANO SOLO SULLA CARTA… L’INUTILE SEQUENZA DI PROPOSTE MAI REALIZZATE DAL PARLAMENTO

È il 15 maggio 2008, la legislatura è cominciata da sedici giorni e in Parlamento approdano le “norme per il contenimento dei costi della politica, delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni”.
Alla Camera le ha presentate la Radicale Rita Bernardini, al Senato il suo collega Marco Perduca.
Con quelle proposte, spiegava la Bernardini agli onorevoli colleghi, si raccolgono “i dati-denuncia divulgati in più occasioni dai quotidiani nazionali e contenuti nei saggi Il costo della democrazia di Cesare Salvi e Massimo Villone (Mondadori, 2005) e La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (Rizzoli, 2007)”.
Che fine hanno fatto?
Sono in commissione Affari costituzionali da luglio di quell’anno.
È così che ancora ieri, sulla prima pagina del Corriere della Sera, quattro anni dopo l’uscita di quel libro, Rizzo e Stella hanno potuto lanciare il loro avvertimento: quando Fini annuncia al Fatto l’intenzione di tagliare i costi della politica “non può pretendere che gli italiani gli credano sulla parola. Sono stati già  scottati troppe volte”. Solo nel 2008, almeno altre quattro: due proposte dell’Idv, tutte e due a firma del deputato Antonio Borghesi, sono ferme nei cassetti della Camera una da giugno, l’altra da ottobre di tre anni fa.
La prima chiedeva la “diminuzione del numero dei parlamentari, dei membri del governo e dei componenti dei consigli e delle giunte regionali, nonchè soppressione del Cnel”, l’altra pure sognava una più generica “riduzione dei costi della politica”.
Chiuse nel cassetto anche le buone intenzioni della Pd Olga D’Antona: sia quelle “per la semplificazione istituzionale” (assegnate a giugno 2008), sia quelle contro gli “sprechi e i costi impropri della politica” (settembre 2008).
Il 2009 non è andato meglio : al Senato è ferma dal 26 maggio di quell’anno la proposta presentata dal capogruppo dell’Italia dei Valori, Felice Belisario: chiede la “diminuzione del numero dei parlamentari, dei componenti dei consigli e delle giunte regionali, nonchè la soppressione delle province” (video sotto).
Un disegno di legge costituzionale identico è depositato anche alla Camera, primo firmatario Antonio Di Pietro.
Identico anche il destino: assegnato alla commissione Affari costituzionali il 30 giugno di due anni fa, non è nemmeno cominciata la discussione.
Lo stesso giorno di primavera del 2009, Belisario e Di Pietro hanno presentato altri due progetti di legge, a Montecitorio e a Palazzo Madama.
Si tratta di “disposizioni per la riduzione dei costi della politica e per il contenimento della spesa pubblica” che servivano ad “onorare — diceva Belisario due anni e due mesi fa — i programmi di tutti i partiti politici e di tutte le coalizioni, che (…) sono rimasti lettera morta”.
Quelle depositate al Senato non hanno mai cominciato la loro corsa, il progetto presentato alla Camera, invece, è finito “assorbito” dalla Carta delle Autonomie di iniziativa governativa che dal 6 aprile scorso è all’esame delle commissioni del Senato.
Tutto fermo come le altre decine di proposte presentate in passato da Diliberto, Giordano, La Malfa, Salvi, Valdo Spini, perfino dal tanto vituperato Turigliatto: 24 proposte di legge in cinque anni e nessuna che sia mai arrivata almeno a un voto in aula.
Qualcosa vorrà  dire…
Spesso si presentano e poi non si sollecitano, altre volte il governo le presenta solo per dare una illusione agli elettori.

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ARRESTO PAPA: IL PDL ORA SPERA NEL VOTO SEGRETO

Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile

VERRA’ CHIESTO DAI “RESPONSABILI”… SI TEMONO DEFEZIONI NEL PDL: OLTRE A VERSACE ANCHE GUZZANTI TENTATO DAL SI’ ALL’ARRESTO…E PARTE LA CONTROMOSSA DEL PREMIER: SI ACCELERA SUL CASO DEL PD TEDESCO PER CERCARE DI BARATTARE QUALCHE ASSENZA STRATEGICA

E siamo ai freddi calcoli d’aula.
Quelli di quando mancano ormai meno di 24 ore al voto.
Stime su cui balla il destino di Alfonso Papa, ormai ex toga, ormai ex magistrato del ministero della Giustizia, ormai pure ex iscritto al Pdl.
Resta deputato berlusconiano, sulla cui testa pende una richiesta d’arresto per estorsione e concussione dei magistrati di Napoli.
Alle 16 parte il dibattito, tre ore dopo si saprà  se la sua sorte sarà  quella di passare la notte in cella.
Il Pdl, dicono i vertici a Montecitorio, è «fiducioso». «Lo salveremo» assicurano i Cicchitto, i Napoli, i Corsaro.
Le opposizioni, Pd, Udc, Idv, Fli, all’opposto: «Papa ha già  un piede in carcere. Troppe divisioni nella maggioranza. Stavolta non ce la fanno a salvarlo. Dopo di lui cadrà  anche Milanese».
Di cui la giunta per le autorizzazioni comincia a occuparsi di buon ora.
I numeri. È da quelli che bisogna partire.
Quelli che in queste ore, freneticamente, si stanno facendo negli uffici del capogruppo Fabrizio Cicchitto per capire se la strada dev’essere il voto palese, oppure il voto segreto, o ancora la libertà  di voto, in cui affogare comodamente un’eventuale sconfitta del cavaliere.
Ma sin d’ora, quasi al cento per cento, si può già  dire che il voto sarà  segreto.
Che ad assumersene la responsabilità  non sarà  uno del Pdl ma uno dei Responsabili.
Non è un calembour, un gioco di parole.
È quello che rivela il deputato Mario Pepe, berlusconiano nell’animo, ma animatore dei Responsabili. «Sì, potrei anche essere io a chiedere il voto segreto e a promuovere una raccolta di firme».
Ne bastano venti, alla fin fine una manciata. Si raccolgono prima del dibattito.
Si esibiscono all’ultimo momento, giusto quando il presidente indice la votazione.
Lui, Pepe, ci sta lavorando.
Il perchè è semplice. Svela il grande caos politico del momento.
I dubbi della Lega, Le sue divisioni. Ma anche il fermento nel Pdl.
Gli uomini di Cicchitto minimizzano: «Macchè dissidenti. Parliamo di due, tre, al massimo quattro deputati che voteranno per l’arresto. Non uno di più. Gli altri stanno tutti con Berlusconi».
Sul fronte dell’opposizione la stima è ben diversa: «Potrebbero essere oltre 15 i dissidenti del Pdl. Oltre a tutti quelli della Lega, 35, anche 40 deputati. Papa non può farcela» preconizza il finiano Nino Lo Presti.
Ufficialmente, solo Santo Versace ha detto che voterà  contro Papa.
Un no, ieri, lo ha pronunciato anche il Responsabile Paolo Guzzanti («Sono tentato di votare per il suo arresto, anche se sono preoccupato perchè significa consegnare il Parlamento alla magistratura»).
Un fan di Berlusconi come Francesco Nucara dice che voterà  per Papa libero, e pure per Milanese libero (ma vuole sfiduciare il ministro Romano per via del reato di mafia).
Sull’arresto esce netto il leader dell’Udc Casini: «Noi voteremo così, ma l’importante è che tutto avvenga alla luce del sole, senza l’escamotage del voto segreto».
Qui spunta di nuovo Mario Pepe.
«Certo – chiosa ridacchiando – perchè Casini lo sa bene che tra i suoi c’è chi voterà  contro l’arresto. Io, in questi giorni, ho parlato con 50, forse 60 colleghi tra centristi e democratici che sono contro le manette. Certo, se il voto è palese, sono tutti per l’arresto, ma con quello segreto sono contrari. Per questo noi chiederemo il voto segreto».
Ma anche, lo sa bene Pepe, ma lo sa bene tutto il Pdl, perchè nonostante gli sms di Cicchitto sulla «presenza obbligatoria e le missioni sospese», non tutti, a cominciare dai componenti del governo, saranno a Montecitorio.
Quindi, chiosa lo stesso Pepe, «il voto palese è impossibile».
Il Pdl riunisce il gruppo stasera.
Con il segretario Angelino Alfano, si dice. Una minaccia i berlusconiani l’hanno già  messa in circolo.
Il rischio che, al Senato, scatti l’arresto anche per il dalemiano Alberto Tedesco.
Richiesta del gip di Bari vecchia di cinque mesi, reati gravi nell’inchiesta sulla sanità  (corruzione, concussione, turbativa d’asta, falso), potrebbe arrivare in aula, guarda caso, giusto la prossima settimana.
Nel Pdl lo dicono tutti: «Se fanno arrestare Papa, noi facciamo arrestare Tedesco».

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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SPRECHI E PRIVILEGI, RIDURLI SI PUÃ’: LA CASTA PAGHI, ECCO QUALCHE IDEA

Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile

NEGLI STATI UNITI IL SENATO LAVORA IL 54% IN PIU’ CHE IL NOSTRO PARLAMENTO E L’ASSENTEISMO E’ DIECI VOLTE PIU’ BASSO…OGNI AMERICANO SPENDE 5,10 EURO PER MANTENERLO, OGNI ITALIANO 27,4 EURO…I RIMBORSI ELETTORALI AI PARTITI IN NOVE ANNI SONO AUMENTATI IN ITALIA 27 VOLTE IN PIU’ DEL NORMALE STIPENDIO DI UN IMPIEGATO

No, non possono chiedere ai cittadini di fidarsi ancora.
Se Gianfranco Fini si dice «certo», in una lettera a il Fatto quotidiano, che «entrambe le Camere faranno la loro parte» e che i tagli ai costi della politica saranno «votati in Aula prima della pausa estiva» non può pretendere che gli italiani gli credano sulla parola.
Sono stati già  scottati troppe volte. Carta canta.
Le promesse, le rassicurazioni e gli impegni non bastano più.
Il presidente della Camera, nella sua prima intervista dopo l’insediamento, convenne che «il primo dei buoni esempi che devono dare i parlamentari è quello della presenza» perchè «il vero costo che produce la “casta” è quello della improduttività ».
E ammonì: «I parlamentari devono essere presenti e lavorare da lunedì a venerdì, non tre giorni a settimana».
Risultato? Prendiamo quest’anno: dal 1° gennaio a oggi, su 28 venerdì in calendario, quelli con sedute in Aula sono stati 2.
Non sarà  certo colpa sua, ma è così.
Quanto a palazzo Madama, Renato Schifani si prese mesi fa lo sfizio, nel corso della seduta imposta per varare la riforma universitaria voluta dal governo, di bacchettare i soliti criticoni: «Oggi, 23 dicembre, antivigilia di Natale, siamo qui a lavorare».
Ciò detto, diede appuntamento a tutti al 12 gennaio 2011: 20 giorni dopo.
Da allora, l’Aula è stata convocata 68 giorni su 198 e mai (mai!) di venerdì.
Come del resto era successo in tutto il 2010: mai.
C’è il lavoro in commissione? Anche a Washington. Eppure lì, dice uno studio di Antonio Merlo della Pennsylvania University, il Senato lavora in media 180 giorni l’anno: il 54% in più.
Con un assenteismo 10 volte più basso.
Quanto ai costi, la Camera e il Senato Usa nel 2011 pesano insieme sulle pubbliche casse circa cento milioni meno dei nostri.
Ma in rapporto alla popolazione, ogni americano spende per il suo Parlamento 5,10 euro l’anno, ogni italiano 27,40: cinque volte e mezzo di più.
Diranno: ma poi lì ci sono i parlamenti statali.
Vero: ma in California c’è un parlamentare locale ogni 299mila abitanti, in Lombardia ogni 124mila. Nel Molise ogni 10.659.
Questo è il quadro.
C’è poi da stupirsi se una pagina di Facebook aperta domenica mattina da un anonimo ex dipendente della Camera deciso a vuotare il sacco sotto il titolo «I segreti della casta di Montecitorio», alle otto di sera aveva 135 mila «amici»?
L’impressione netta è che, mentre chiedono ai cittadini di mettersi «una mano sul cuore e una sul portafoglio», per usare un antico appello di Giuliano Amato riproposto da chi aveva seminato l’illusione di non mettere mai le mani nelle tasche degli italiani, quelli che Giulio Einaudi chiamava «i Padreterni», non si rendano conto che il rifiuto di associarsi a questi sacrifici rischia di dar fuoco a una polveriera.
Come possono imporre «subito» i ticket sanitari fino a 45,5 euro a operai e impiegati rinviando a «domani» (quando?) l’inasprimento del costo a carico dei parlamentari dell’assistenza sanitaria integrativa?
Come possono imporre «subito» un taglio alla rivalutazione delle pensioni oltre i 1.400 euro rinviando a «domani» (quando?) quello dei vitalizi loro, che nel 2009 hanno pesato per 198 milioni di euro e pochi mesi fa sono stati salvati con voto plebiscitario dalla proposta che voleva trasformarli in pensioni «normali» soggette alle regole comuni?
Come possono imporre «subito» il raddoppio della tassa sul deposito titoli che colpirà  i piccoli risparmiatori rinviando a «domani» (quando?) l’abolizione di quell’infame leggina che consente a chi regala denaro ai partiti di avere sconti fiscali 51 volte più alti di quelli concessi a chi dona soldi alla ricerca sulle leucemie infantili?
Nessuno contesta la necessità  di provvedimenti anche duri.
È irritante subirli dopo aver sentito e risentito che «la crisi è già  alle spalle» (Renato Brunetta, agosto 2008), che occorreva «finirla con i corvi del malaugurio» (Claudio Scajola, febbraio 2009) e che chi diffidava dell’ottimismo era un «catastrofista» che alimentava, come tuonò Silvio Berlusconi nel maggio di due anni fa, «una crisi che ha origini soprattutto psicologiche».
Ma è così: quando la casa brucia, va spento l’incendio.
Costi quel che costi.
Ma il golpe notturno che, con un paio di emendamenti pidiellini, ha stravolto all’ultimo istante la manovra di Tremonti che prevedeva l’adeguamento delle indennità  dei parlamentari italiani a quelle dei colleghi europei, non è solo un insulto ai cittadini chiamati a farsi carico della crisi.
È una scelta che rischia di delegittimare la stessa manovra delegittimando insieme la classe dirigente che la propone al Paese.
Non è più una questione solo economica: è una questione che riguarda il decoro delle istituzioni. La rappresentanza. La democrazia stessa.
Il governo, la maggioranza e la stessa opposizione sono certi di essere nel giusto e che quanto prima metteranno mano sul serio ai costi della politica?
Mettano da subito tutti i costi in piazza, su Internet.
Tutto pubblico: stipendi, prebende, assunzioni, distribuzione delle cariche, consulenze, curriculum dei prescelti, voli blu, passeggeri a bordo, tutto.
Barack Obama, pochi giorni fa, ha rivelato che i suoi più stretti collaboratori alla Casa Bianca prendono al massimo 172.200 dollari lordi: 118.500 euro.
Cioè 15 mila in meno di quanto poteva guadagnare quattro anni fa un barbiere del Senato.
Hanno o non hanno diritto, anche i cittadini italiani, a essere informati?
È stupefacente, oltre che offensivo, che in un momento di difficoltà  qual è questo, una classe politica obbligata a farsi «capire» da un Paese scosso, impoverito, spaventato, non capisca la drammatica urgenza di una svolta.
Ed è sconcertante che ancora una volta, a chi chiede conto dell’arroccamento in difesa delle Province o dei rimborsi elettorali cresciuti fra il 1999 e 2008 addirittura 26 volte di più del parallelo aumento degli stipendi dei dipendenti pubblici (per non dire di quelli privati…) risponda rinviando tutto a una riforma complessiva ormai entrata nel mito come l’«Isola che non c’è» di Peter Pan.
Una riforma che, in un futuro rosa pastello, vedrà  finalmente ricomporsi in un magico e perfetto equilibrio la Camera e il Senato, il Quirinale e le città  metropolitane, le province e le circoscrizioni e i bacini imbriferi montani.
Un mondo meraviglioso dove tutti vivremo finalmente felici e contenti.
Con Biancaneve, Pocahontas, Cip e Ciop.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)

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