Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile
UN LABIRINTO DI NORME E RIMBORSI: COSI’ LO STATO CONGELA LE ROVINE… ECCO LE CIFRE DI UN INTERVENTO MOLTO PROPAGANDATO MA NELLA SOSTANZA INEFFICACE, CON I LAVORI DI RICOSTRUZIONE PARALIZZATI
Trentasettemila assistiti, centro storico inaccessibile, macerie ancora ferme dal 6 aprile 2009, economia al collasso.
Due anni dopo il sisma che provocò 309 vittime, oltre 1.600 feriti, la devastazione della città e di altri 56 comuni del cratere sismico, i numeri e le immagini disegnano ancora uno stato di emergenza.
Non sono ancora terminati i lavori di messa in sicurezza degli edifici pericolanti.
La ricostruzione del centro storico è una chimera. Nelle periferie la ripresa consiste in uno sviluppo disordinato, quasi fai-da-te.
La ricostruzione bloccata.
La ricostruzione pesante, classificata E (16mila appartamenti) è ferma al palo, in centro come in periferia.
Sono appena 721 i contributi definitivi già assegnati. Il resto è fermo.
Due anni dopo il sisma, si sta ancora discutendo sulla definizione delle regole.
“Non c’è chiarezza su una serie di punti fondamentali”, spiegano all’ordine degli ingegneri: dalla delocalizzazione degli interventi, fino alla spinosa questione delle seconde case. Tra i principali elementi d’incertezza c’è il costo dei restauri. Un’ordinanza ministeriale molto discussa fissa un rimborso pari a 800 euro al metro quadro. Troppo poco, secondo proprietari e professionisti. Poi c’è la questione dei criteri: in quali casi demolire, in quali riparare l’esistente. Poi, in quali aree può andare a costruire chi ha perso la casa”.
I progetti finanziati.
I progetti E finora finanziati, 721 a fronte di 2.761 domande presentate, secondo i tecnici sono più che altro riconducibili alle super B, cioè ai casi più semplici.
Tuttavia, questi interventi servono a realizzare il rinforzo degli edifici e non la sostituzione edilizia.
Numeri decisamente più consistenti, invece, per le ristrutturazioni delle abitazioni categoria B e C, che non presentano danni strutturali.
Per la prima categoria sono state ammesse a contributo 7.850 domande, mentre 1.020 sono quelle vistate positivamente per la seconda.
Complessivamente, la somma totale ammessa a contributo per le case con tipologia B, C ed E risulta pari a 571 milioni di euro, per un totale di 9.591 domande.
Per le case A (danni lievi) sono stati concessi 7.160 contributi pari a 65 milioni.
Le richieste di indennizzo sono finora 12mila.
Per 4.600 edifici è stata presentata la dichiarazione di fine lavori, quindi i residenti sono potuti rientrare in casa.
La città al collasso. La questione economica è una delle partite ancora aperte.
Ormai da un anno gli aquilani sono tornati a pagare le tasse dopo la sospensione di 14 mesi (aprile 2009-giugno 2010).
La restituzione delle tasse sospese scatterà , al cento per cento, a fine anno.
Si è tornati a pagare le bollette di telefono, gas, energia elettrica e acqua, oltre ai pagamenti di Ici e Tarsu, del canone Rai e dei bolli auto.
Gli aquilani sono alle prese con le rate di mutuo, in molti casi anche su abitazioni danneggiate, interessi compresi.
Ricomparse anche le cartelle esattoriali di Equitalia per il recupero di vari tributi (Ici, Tarsu, Irpef, multe).
L’annuncio della zona franca urbana, una misura di sostegno alle imprese per favorire il rilancio del sistema economico piegato dagli effetti del sisma, è rimasto tale.
L’iter burocratico per ottenere la concessione, particolarmente lungo e complesso, è ora nelle mani dell’Europa.
A due anni dal sisma la disoccupazione è salita dal 7,5 all’11 per cento, senza tener conto di chi usufruisce degli ammortizzatori sociali. Un vero esercito.
Le macerie arenate.
Per capire il dramma delle rovine dell’Aquila basta leggere un rapporto di Legambiente.
Il contenuto è durissimo: L’Aquila e gli altri 56 comuni terremotati saranno liberi dalle macerie solo nel 2079.
In un contesto di indecisioni, ritardi, rimpalli di responsabilità , dal dossier emerge la macchina pubblica in tutta la sua inadeguatezza, a cominciare dall’azione più semplice, cioè la valutazione delle macerie prodotte dai crolli nella notte del 6 aprile 2009 e dalle demolizioni controllate degli edifici pericolanti.
Sulla base di calcoli fatti dalla Protezione civile e dai Vigili del fuoco, risultano 4,5 milioni di tonnellate di macerie, pari circa a 3 milioni di metri cubi.
Di questi solo un milione di metri cubi si troverebbe sulle strade, impedendo di fatto l’accesso e quindi la possibilità di procedere alla ristrutturazione degli edifici.
La stima massima complessiva raggiungerebbe i 2.650.000 metri cubi di calcinacci, di cui circa 1.480.000 solo nel capoluogo (56%).
Il nodo dello stoccaggio.
L’altro problema messo in luce nel dossier è quello dello stoccaggio dei detriti.
Dallo studio emerge che: “Le macerie spostate finora sono state portate sempre ed esclusivamente alla cava ex Teges, il sito di Paganica individuato un anno fa dalla Protezione civile, affidato al Comune dell’Aquila e gestito dalla Asm, la municipalizzata incaricata del servizio rifiuti nel capoluogo abruzzese.
Secondo le informazioni fornite dall’assessorato all’Ambiente, qui vengono conferiti i detriti tal quali, così come previsto dal decreto terremoto dell’aprile 2009, per un quantitativo che oscilla tra le 500 e le 600 tonnellate al giorno.
Dopo le proteste degli aquilani, con le incursioni del popolo delle carriole nella zona rossa, viene definito, a valle di un incontro al ministero dell’Ambiente, un nuovo piano di rimozione.
Da quella data, lo smistamento dei materiali come il ferro, il legno, la plastica, avviene direttamente sulle strade con l’impiego di grossi container, mentre gli inerti e il sovvallo rimanenti prendono la strada della ex Teges, in cui attualmente arrivano a una media di 150 tonnellate al giorno.
Quello che dovrebbe essere un sito di stoccaggio temporaneo, però, rischia di diventare a tutti gli effetti una discarica. Fino a oggi, infatti, la ex Teges si è riempita e quasi mai svuotata, tanto che ormai è vicina alla saturazione.
Dal sito, grazie a due bandi del Comune dell’Aquila, sono uscite in totale 23.000 tonnellate di inerti a fronte, sempre secondo le stime dell’amministrazione comunale, di circa 90.000 tonnellate di macerie rimosse.
Nell’ipotesi volutamente più pessimista, procedendo cioè al ritmo attuale, per eliminare tutte le macerie del terremoto ci vorrebbero altri 69 anni.
Per scongiurare questa prospettiva occorre un cambio di marcia deciso, con l’immediata individuazione e attivazione di tutti i siti necessari”.
Il riciclo che conviene.
Inoltre, passaggio fondamentale del dossier è quello sulla green economy e sul riciclo delle macerie della ricostruzione.
La produzione e l’utilizzo di materiale edile da riciclo è un’attività prevista dalla legge 203/2003, che obbliga all’impiego negli appalti pubblici del 30% di materiali riciclati (che la circolare n.5205 del 15 luglio 2005 ha esteso al settore edile).
Una legge dello Stato in vigore da sette anni che risulta totalmente disapplicata, e non solo in Abruzzo.
A tal proposito si legge nello studio di Legambiente: “Secondo l’Anpar (l’associazione che riunisce i produttori di aggregati riciclati, ndr), un impianto di riciclaggio di taglia medio-grande può trattare fino a 250mila tonnellate di inerti all’anno. Il che significa che, potenzialmente, una decina di impianti dislocati nel territorio della provincia dell’Aquila potrebbero lavorare in circa due anni tutti gli inerti derivanti dalle macerie del terremoto e produrre oltre 4 milioni di tonnellate di aggregato riciclato (la quantità di aggregato riciclato prodotto coincide in genere con la quantità di materiale lavorato)”.
Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica“)
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Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile
TRA CAMERA E SENATO CI SONO TREDICI FORMAZIONI, OGNUNA CON PERSONALE PROPRIO E SPESE DI SEGRETERIA CHE INCIDONO PER IL 69,5% SUI COSTI DI FUNZIONAMENTO….MONTECITORIO SPENDE 35,3 MILIONI DI EURO L’ANNO
Casta, stipendi parlamentari e privilegi a non finire. 
Dopo la manovra che non taglia niente ai parlamentari ma impone pesanti sacrifici ai cittadini scatta una nuova ondata anti-casta con l’Italia intera che attraverso la rete invoca a gran voce una rivoluzione totale.
Ma attenzione perchè forse è meglio che nulla cambi, che tutto continui all’insegna della “l’immobilità parlamentare”.
Perchè ogni lite, ogni discussione o distinguo rischia solo di generare nuovi costi sulle spalle dei contribuenti.
Lo rivela Il Sole24Ore che ha messo sotto la lente il costo dei Gruppi parlamentari e delle singole formazioni che ne fanno parte.
Il conto è salatissimo.
I gruppi pesano sulle tasche degli italiani 35,7 milioni di euro e ogni volta che ne nasce uno nuovo arriva a costare da solo tre milioni di euro.
Ogni gruppo, infatti, ha un suo personale, sue spese di segreteria che incidono complessivamente per il 69,5% sui costi per il funzionamento.
Per ospitare un nuovo gruppo bisogna trovare nuovi uffici o adibire i vecchi a nuovi “ospiti”: sposta di qua, trova nuovi spazi di là , non è stupefacente il fatto che solo per l’affitto di uffici al centro di Roma Montecitorio spenda 35,3 milioni di euro all’anno. Alla fine dei conti la sola Camera spende ogni anno 57mila euro a deputato, aggiuntivi rispetto alle indennità e ai rimborsi vari.
La loro conflittualità , infatti, costa cara ai cittadini.
Resta una domanda di fondo: ma la legge elettorale non doveva mettere un freno alla proliferazione di partiti, sigle e partitini? Doveva, in teoria.
Alle ultime politiche, infatti, i gruppi a Montecitorio erano solo cinque ma neanche due anni dopo sono diventati tredici.
Con un costo aggiuntivo di 24 milioni di euro per i cittadini.
Il perchè è presto detto.
La legge elettorale ribattezzata “Porcellum” che porta la firma di Roberto Calderoli ha imposto sbarramenti al 4% dei voti a livello nazionale alla Camera e all’8% su base regionale al Senato.
La legge ha quindi bloccato la “mobilità in entrata”, lasciando sulla soglia del Parlamento le minoranze e con esse buona parte della rappresentanza del Paese (ad esempio tutta la sinistra e la destra radicale).
Ma non quella interna all’aula che si traduce in una proliferazione senza freni di nuove formazioni da parte degli eletti.
Deputati e senatori, una volta occupato il loro legittimo scranno su mandato degli elettori, decidono di sedere su un altro.
Così, complici i cambi di maggioranza, le scissioni si assiste al walzer dei gruppi e alla nascita di nuove sigle e siglette.
Ogni gruppo ha un suo personale, sue spese di segreteria che incidono complessivamente per il 69,5% sui costi per il funzionamento.
In pratica la Camera spende ogni anno 35,7 milioni di euro per il funzionamento dei gruppi: si tratta di 57mila euro a deputato, aggiuntivi rispetto alle indennità e ai rimborsi vari.
Ma questo pare interessare poco gli eletti, che non si lasciano imbrigliare dai costi e perseguono (ad ogni costo) i loro principi.
Infatti i casi di scissione e nuova formazione sotto altre spoglie sono numerosi e stanno a destra e manca.
Prima l’esodo di singoli nel Gruppo Misto, poi la diaspora dei finiani in Futuro e libertà e la nascita dei Responsabili, rispettivamente causa ed effetto del voto pro Berlusconi del 14 dicembre.
A questi però vanno aggiunti i sottogruppi del misto (all’interno ci sono, per esempio, i Repubblicani azionisti e Liberaldemocratici) che comprendono anche l’Api di Francesco Rutelli fuoriusciti dal Pd.
Se il quadro nazionale è questo bisogna poi verificare gli effetti a valle delle scissioni a monte.
Perchè se a Roma nasce un nuovo gruppo, facilmente questo si ritroverà a sedere su altre poltrone anche in regioni e province.
Con effetti “moltiplicatori” dei costi che spesso sono stupefacenti.
Sempre il quotidiano di Confindustria stigmatizza la situazione della Basilicata dove la popolazione conta circa 600mila abitanti (metà di quella milanese) e in consiglio regionale siedono in 30, divisi però in ben 11 gruppi.
Uno, in particolare, segna il massimo della coesione interna: Popolari Uniti, infatti, sono uniti davvero perchè il loro gruppo è composto da un solo consigliere che è ovviamente capogruppo e lo stesso accade a Io amo la Lucania, a Per la Basilicata, oltre a Sel, Idv, Psi, Api ed Mpa.
Così gli 11 capigruppo ai 6.529,49 euro al mese che compongono l’indennità e i rimborsi del consigliere senza stellette possono aggiungere 667 euro al mese per il grado di capogruppo.
Più generoso l’extra dei capigruppo nel Lazio (813 euro), e in Piemonte e Veneto (mille euro).
La riprova che a trainare le scissioni e i nuovi gruppi sia il vil denaro arriva dal Molise dove non sono ammessi per statuto extra per i capigruppo.
Qui il tempo si è fermato: la geografia dei gruppi è rimasta la stessa del 1994 con i gruppi di Forza Italia, Alleanza Nazionale, i Ds, la Margherita, lo Sdi e l’Udeur.
Nel consiglio regionale molisano ci sono ancora tutti, e convivono serenamente con le ultime novità in fatto di partiti (c’è il Fli, oltre all’Mpa) e con le sigle locali (Per il Molise, Progetto Molise e Molise Civile).
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
IL SETTIMANALE TEDESCO DEDICA LA COPERTINA AL NOSTRO PREMIER E AL “DECLINO DEL PAESE PIU’ BELLO DEL MONDO”…NEL LUNGO SERVIZIO “CIAO BELLA” SI SPAZIA DAL BUNGA BUNGA ALLA CRISI ECONOMICA
Silvio Berlusconi gondoliere tra due sirenette escort a seno nudo, con un piatto di spaghetti e una pistola al centro dell’Italia.
Questa la copertina del settimanale tedesco Der Spiegel. ‘Ciao bella!’ è il titolo, in italiano, dedicato al presidente del Consiglio e al “declino del paese più bello del mondo”.
Nel sommario si legge: “I mercati finanziari internazionali hanno perso la fiducia nell’Italia. Dopo 17 anni di Berlusconi, il Paese è pesantemente indebitato e maturo per un cambio di governo. Uno dei paesi fondatori dell’Unione europea appare paralizzato dall’incapacità del suo premier, che è occupato innanzitutto dai suoi affari personali”.
All’interno, lo speciale si intitola “Basta.” (in italiano), e copre 11 pagine del settimanale, incluso un grafico con le differenze in termini di pil pro capite e tassi di disoccupazione nelle varie zone d’Italia (il Sud e le isole al di sotto della media nazionale, il centro nord al di sopra).
Il piatto di spaghetti con revolver ai piedi del Berlusconi-gondoliere, che nel disegno del pittore americano Dan Adel è adagiato proprio sulla Campania, in realtà richiama la storica copertina dello Spiegel del 1977, accompagnata allora dal sottotitolo “Rapimenti, estorsioni, furti in strada. Il paese delle Vacanze, Italia”, che tanto scalpore fece nell’Italia di quegli anni.
Del servizio di questo numero si sono occupati tre giornalisti del settimanale di Amburgo: la neo-corrispondente da Roma, Fiona Ehlers, che ha girato il paese, assieme agli ex corrispondenti dalla Capitale, Alexander Smotczyck e Hans Juergen Schlamp.
Il lungo articolo comincia proprio con l’apertura del processo contro Silvio Berlusconi, il 16° contro il premier italiano dall’inizio degli Anni Novanta e “finora il più spettacolare”.
Il Cavaliere peccatore beccato con le mani nel sacco: non solo il tribunale milanese, l’intera l’Italia di nuovo deve occuparsi delle “buffonerie” del suo capo di governo e “in un momento in cui il paese va a fuoco, in cui è in gioco la sopravvivenza dell’economia italiana e da cui dipende anche il futuro del progetto europeo, se la terza economia dell’Eurozona viene governata con scrupolo e capacità “.
“Nel 150° anniversario la Repubblica italiana – scrive lo Spiegel – è profondamente spaccata a metà , la sua Costituzione denigrata e logorata dai suoi stessi organi”.
E ancora: “Il capo di governo all’estero viene deriso e coperto di disprezzo a causa del Bunga-Bunga, della duratura crisi di governo e dell’indebitamento. Parole pesanti, che solo i media stranieri sembrano in grado di pronunciare.
“Ciao Bella” (in italiano), un paese non più modello, ma sempre apprezzato, si allontana dalla prima fila: la crescita economica nel 2009 è crollata del 5%, nel 2010 è aumentata di pochissimo”.
Citando i rimproveri dell’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, il quale – secondo il celebre settimanale tedesco – si è rivolto a tutti coloro che vogliono dire “Basta” alle “orge nell’harem del presidente del Consiglio, alla crisi economica sempre più drammatica, alla cronica debolezza dell’opposizione, al disprezzo per i giudici”.
“Basta soprattutto con gli onnipresenti ghigni, il make up-cerone e i vistosi trapianti di capelli di colui che da 17 anni sta cercando di plasmare il paese a sua immagine. Basta (in italiano) Silvio Berlusconi”.
“Rimane sempre di meno dell’Italia degli Anni Settanta e Ottanta, che guardava all’Europa con speranza, simpatia e alle volte invidia – bacchetta lo Spiegel – Il paese è spaccato in ulteriori pezzi. In tv le donne continuano a essere ridotte a chiappe sculettanti, molti comuni orgogliosi del nord si sono trasformati in roccaforti della Lega nord. Il mito di Cinecittà è diventato l’impero del cattivo gusto, il conglomerato dei media di Berlusconi Mediaset”.
Il Belpaese lascia il posto al “Malpaese” (in italiano): “Non può essere la colpa di un unico uomo. Ma Berlusconi ha promosso tutto questo”.
Nel lungo servizio i tre corrispondenti passano dall’abolizione dell’Ici lanciata da Berlusconi per vincere le elezioni del 2008, che ha svuotato le casse dei comuni italiani, alla caduta del ministro Tremonti e allo scandalo del suo consigliere Marco Milanese.
La stagnazione, i tagli e via di seguito.
La politica economica di Berlusconi, scrive lo Spiegel, è un “mix di interventismo e laissez-faire”, “tutto è possibile, se nell’ultimo sondaggio si parla di una sua possibile debacle”.
“Questa non è politica, è democrazia dell’intrattenimento”, sentenzia il settimanale, che cita numerosi opinionisti e giornalisti di casa nostra, da Francesco Sisci a Giuliano Ferrara, da Flores d’Arcais al professore esperto di “autocrati” alla Columbia University Mark Lilla, nonchè Ruth Stirati, una romana che ha fatto la sua fortuna fondando un’agenzia per trovare casa agli italiani “in esilio” a Berlino”.
Dalle “papi girls” – tra Ruby Rubacuori incinta, Nicole Minetti e Lele Mora – alla criminalità organizzata e la Salerno-Reggio Calabria, l’articolo dà molto spazio anche alla Lega nord che regna nelle zone ricche dell’Italia settentrionale, dove in occasione del 150esimo anniversario della Repubblica italiana è “impossibile comprare un tricolore”…
“Diciassette anni Berlusconi ha dominato l’Italia.
Il Berlusconismo è stata un dolce veleno, prima piacere poi vizio.
“Ci vorranno molti anni – conclude il settimanale – prima di disabituare questo meraviglioso paese”.
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
RESPINTE DAI GIUDICI LE ECCEZIONI DI GHEDINI E LONGO ANCHE IN MERITO AL TRASFERIMENTO AL TRIBUNALE DI MONZA…”A DECIDERE E’ IL REATO PIU’ GRAVE”, QUELLO DI CONCUSSIONE…”NON E’ CONSENTITO IL PROSCIOGLIMENTO NEL MERITO”
Nè il Tribunale dei ministri nè quello di Monza. 
Il processo sul caso Ruby, che vede Silvio Berlusconi imputato per prostituzione minorile e concussione, resta a Milano.
I giudici della quarta sezione penale del capoluogo lombardo hanno infatti rigettato le eccezioni di competenza funzionale e territoriale sollevate dai difensori del premier.
Secondo il collegio presieduto dal giudice Giulia Turri, il tribunale di Milano è competente nel giudizio e «non è consentito il proscioglimento nel merito dell’imputato», come chiesto dalla difesa.
L’ordinanza letta in aula spiega che «sulla scorta del capo di imputazione il tribunale ritiene la propria competenza funzionale», in quanto la contestata a concussione non ricade sotto la competenza del Tribunale dei ministri.
Di fatto, dunque, il collegio ha rigettato la tesi prospettata dai legali del premier secondo la quale non si possono scindere le funzioni di presidente del Consiglio dalla qualità di premier nella commissione del reato.
Per quanto riguarda la competenza territoriale, i giudici hanno ribadito che per il codice di procedura penale «si radica nel luogo di consumazione del reato più grave». In questo caso la concussione, visto che «è un reato colpito con pene più pesanti» rispetto a quello di prostituzione minorile, che la stessa procura ritiene consumatosi ad Arcore, quindi nel distretto giudiziario sotto la competenza del tribunale di Monza.
E per i giudici, contrariamente a quanto sostenuto dai difensori, la concussione è stata commessa a Milano perchè l’«utilità perseguita» da Berlusconi telefonando al capo di gabinetto della questura per ottenere il rilascio di Ruby la notte tra il 27 e 28 maggio 2010 si è di fatto consumata negli uffici della questura in via Fatebenefratelli.
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
UN MOSTRO CHE CI COSTA 646 EURO A TESTA L’ANNO… IN GRAN BRETAGNA I PARLAMENTARI DEVONO SPIEGARE ON LINE AI CITTADINI TUTTE LE LORO SPESE… ACCORPARE I COMUNI MINORI PORTEREBBE A FORTI RISPARMI
Più che una casta è una grande città , popolata da oltre un milione e 300mila abitanti. Tanti sono oggi gli italiani che vivono, direttamente o indirettamente, di politica: ministri, parlamentari, assessori, consulenti, membri delle municipalizzate.
Un esercito che costa circa 24 miliardi di euro l’anno.
Dove tagliare? Un esempio: se si accorpassero gli oltre 7.400 comuni al di sotto dei 15mila abitanti, si risparmierebbero 3,2 miliardi di euro l’anno.
E l’abolizione delle Province? Porterebbe nelle casse dello Stato altri 7 miliardi.
Facile a dirsi, meno a farsi.
Fa testo il caso di Ischia. Un’isola, sei Comuni: Barano, Casamicciola Terme, Forio, Ischia, Lacco Ameno e Serrara Fontana.
Poco meno di 63mila abitanti, sei sindaci, sei giunte, sei consigli comunali.
Ma guai a parlare di fondersi.
Al referendum del 6 giugno si è presentato neanche un elettore su tre.
Perchè in Italia a “campare di politica” sono in tanti.
Partiamo da chi è chiamato ogni anno ad approvare la legge finanziaria: i parlamentari.
Quanto guadagnano? Oltre 11mila euro al mese.
Più di tedeschi (7mila) e francesi (6.800), molto più degli spagnoli (2.921 euro).
Non solo. Il parlamentare italiano gode di una serie di rimborsi per trasferte in Italia e all’estero, taxi, bollette telefoniche, spese mediche.
“Sono tante le voci da sommare e il calcolo non è facile – conferma l’ex vicedirettore dell’Istituto Cattaneo, Gianfranco Baldini, che insegna “Partiti e gruppi di pressione nella Ue” all’Università di Bologna – altrove hanno optato per una maggiore trasparenza”.
Un caso per tutti: “In Gran Bretagna dopo lo scandalo dei rimborsi gonfiati, hanno messo tutto per iscritto sul sito della Camera dei comuni. Un parlamentare inglese guadagna 65mila sterline l’anno e oggi deve rendere conto on line delle spese effettivamente sostenute per il soggiorno a Londra e per le eventuali trasferte. Noi invece in Europa ci distinguiamo per il trattamento dei nostri europarlamentari: i più pagati e i più assenti, almeno fino alla scorsa legislatura. Ma gli sprechi non vengono solo dal parlamento, la vera giungla è il mondo delle municipalizzate”.
I parlamentari sono infatti la punta dell’iceberg.
Oggi, stando a una recente analisi Uil, sono oltre 1,3 milioni le persone che campano, in un modo o nell’altro, di politica.
A partire dai 145mila parlamentari, ministri e amministratori locali, di cui: 1.032 parlamentari nazionali ed europei, ministri e sottosegretari; 1.366 presidenti, assessori e consiglieri regionali; 4.258 presidenti, assessori e consiglieri provinciali; 138.619 sindaci, assessori e consiglieri comunali.
A questi vanno aggiunti gli oltre 12mila consiglieri circoscrizionali (8.845 nelle sole città capoluogo); 24mila membri dei consigli d’amministrazione delle 7mila società , enti e consorzi a partecipazione pubblica; quasi 318mila persone che hanno un incarico o una consulenza presso una qualche amministrazione.
E ancora: la massa del personale di supporto politico addetto agli uffici di gabinetto dei ministri, sottosegretari, presidenti di regione e provincia, sindaci, assessori; i direttori delle Asl; i componenti dei consigli di amministrazione degli Ater.
E le spese?
Ogni anno i costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a circa 18,3 miliardi di euro, a cui occorre aggiungere i costi derivanti da un “sovrabbondante sistema istituzionale”, quantificabili in circa 6,4 miliardi.
In totale fa 24,7 miliardi.
Una somma che equivale al 12,6% del gettito Irpef, pari a 646 euro medi annui per contribuente.
Qualche voce: per il funzionamento degli organi dello Stato centrale, secondo il bilancio preventivo dello Stato, quest’anno i costi saranno di oltre 3,2 miliardi di euro. Per le società pubbliche o partecipate nel 2010 si sono spesi 2,5 miliardi di euro.
E per le consulenze?
Il costo nel 2009 è stata di ben 3 miliardi di euro.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
PER LA GIUSTIZIA RIPRENDE QUOTA BRUNETTA, RESTA IL PROBLEMA DEL DECRETO RIFIUTI CHE LA LEGA NON VUOLE VOTARE…”IN ATTO IL TENTATIVO DI COMMISSARIARE IL MIO RUOLO”
“Confronto e condivisione”, è la rotta dalla quale non ci si potrà più allontanare e sulla quale il
capo dello Stato Napolitano tornerà a insistere nel faccia a faccia convocato per questa mattina con il presidente del Consiglio Berlusconi.
Il momento è dei più delicati, la manovra passa proprio in queste ore alla prova dei mercati, attraverso le forche caudine delle borse.
Una manovra che comunque il premier presenterà al Colle come un successo politico del suo governo al quale, ribadirà , “numeri alla mano, non c’è alternativa”.
Il Cavaliere fa riferimento ai “34 voti di scarto” incassati venerdì alla Camera, anche per allontanare implicitamente ogni ipotesi di governo tecnico sulla quale in tanti in queste ore sono tornati alla carica, dai leader dell’opposizione Casini, Bersani, Veltroni, all’economista Nouriel Roubini.
Il Colle tiene nella massima considerazione intanto la salvaguardia dei conti.
Dunque, la priorità è evitare ogni contraccolpo politico, ogni segnale di instabilità , polemiche, scontri istituzionali.
Il vertice matura nell’arco del pomeriggio, Berlusconi è in beato relax a Villa Certosa quando gli viene comunicato da Gianni Letta l’invito.
Niente processo Mills a Milano, che pure era in agenda per questa mattina, potenziale scenario di nuovi affondi contro la magistratura dopo la sentenza sul lodo Mondadori. La convocazione al Quirinale – racconta chi ha avuto modo di sentirlo – non è stata accolta nel modo migliore dal premier.
Proprio dalla ripresa di oggi dopo la parentesi dell’emergenza-manovra, si era riproposto di tornare “in partita”, superando quello che in privato ha bollato nè più nè meno che come un “commissariamento” nei suoi confronti.
Ma la presidenza della Repubblica non ha alcuna intenzione di travalicare i confini della moral suasion, nè di entrare nel dibattito politico, come ha sottolineato Napolitano.
L’invito sarà piuttosto quello di continuare a lavorare per quanto possibile sul filo della “coesione”, che ha funzionato nei giorni neri della scorsa settimana.
C’è da ragionare anche in vista dei leader dei paesi Euro per giovedì. E poi del decreto rifiuti sull’emergenza Napoli, che da oggi torna in discussione alla Camera e che ha visto la maggioranza spaccarsi e la Lega di traverso.
Anche su questo l’attenzione del capo dello Stato è massima.
Berlusconi sa bene che alla Vetrata non si parlerà solo di manovra e crisi finanziaria, che il presidente si attende una parola chiara sul successore di Angelino Alfano al ministero della Giustizia, dicastero tra i più delicati, per mille ragioni.
“Fino a poche ore fa il premier ci spiegava che è intenzionato a sponsorizzare a spada tratta la candidatura di Brunetta, ritiene Renato la scelta migliore per via Arenula” riferisce un uomo di governo.
Il Cavaliere pensa al ministro della Pubblica amministrazione – già protagonista di campagne che hanno fatto insorgere le toghe, come quella sui tornelli nei tribunali – quale ideale testa d’ariete per portare avanti le battaglie sperate su intercettazioni e riforma della giustizia.
Ma non sarà facile ottenere il disco verde dalla più alta carica dello Stato, al contempo presidente del Consiglio superiore della magistratura.
Congelata l’opzione Frattini, archiviate per diverse ragioni quelle di Lupi e Donato Bruno, nelle ultime ore si è tornato a parlare dell’outsider Anna Maria Bernini, che non dispiacerebbe a La Russa, oltre che di Enrico La Loggia, le cui chances però sarebbero calate.
Quel che è certo è che da domani Angelino Alfano dovrebbe – come chiede da giorni al premier – prendere in mano il partito, con tanto di vertice già convocato a Palazzo Grazioli coi coordinatori regionali. Il neosegretario dovrà affrontare il nodo spinoso del voto di mercoledì in aula sull’arresto di Alfonso Papa e sarà preferibile per lui evitare di farlo da Guardasigilli ancora in carica.
Il rientro a Roma stamattina del premier lasciava presagire un rinvio del vertice di stasera ad Arcore con Bossi.
Tanto più che, con il Senatur, Berlusconi era convinto di aver chiarito già al telefono, due giorni fa, la questione che più gli premeva: scongiurare il voto favorevole della Lega sull’arresto di Papa, pur caldeggiato dall’ala maroniana del partito.
Ma è bastata la retromarcia di ieri sera del leader del Carroccio, tornato a dirsi favorevole all’arresto, per convincere l’entourage del premier che forse oggi sarà il caso di rientrare a Milano e confermare il vertice con Umberto.
Ecco, il caso Papa, appunto.
Da Palazzo Chigi danno per scontato che nel faccia a faccia di oggi al Quirinale sarà chiesto quale sarà l’indirizzo del governo e della maggioranza sulle richieste di arresto di Papa e Milanese.
Berlusconi proverà a tenere il punto.
Come pure si attendono che il presidente Napolitano chieda conto di come il governo intenda affrontare la richiesta di rinvio a giudizio per mafia del ministro Saverio Romano.
Il Colle aveva messo perfino per iscritto tutte le sue riserve.
Adesso il nodo viene al pettine e su Romano incombono tre mozioni di sfiducia individuale.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
UN CITTADINO CHE SI DEFINISCE “LICENZIATO DOPO 15 ANNI DI PRECARIATO IN QUEL PALAZZO, DECISO A SVELARE I SEGRETI DELLA CASTA” HA CREATO UNA PAGINA FACEBOOK …E SONO GIA’ CENTOMILA I CITTADINI SOLIDALI CON LUI
Ecco alcune delle sue rivelazioni pubblicate sulla sua pagina Facebook
Le condizioni tariffarie esclusive della TIM per i parlamentari italiani
Sono del 2008, oggi sono ancora più vantaggiose. Anche qui, mica possono spendere come i comuni mortali.
L’unico negozio abilitato ad attivare questa tariffa è il negozio Tim in Largo Chigi: mostri il tesserino parlamentare ed ecco per te la tariffa deputati.
I noti ladri che si aggirano a Palazzo Marini, sede degli uffici dei singoli parlamentari.
Palazzo Marini, piazza San Silvestro, Roma.
Qui di ladri non ce ne sono tanti, ma uno solo, che però risulta molto più scaltro dei tanti parlamentari che sopravvivono con “solo” 14.000 euro al mese.
Lui intasca dalla Camera dei deputati all’incirca 2 milioni di euro al mese.
Il suo nome è Sergio Scarpellini, un noto palazzinaro romano che guadagna, solo attraverso l’affare di Palazzo Marini, 150 volte più del “misero” stipendio parlamentare.
Lo scandalo già alcuni anni fà venne fuori.
In pratica la Camera dei deputati paga 25 milioni l’anno per l’affitto dell’intero Palazzo Marini, per 20 anni.
Il palazzo Scarpellini l’ha comprato con un mutuo, le cui rate vengono pagate dalla Camera dei Deputati.
Geniale, vero?
Ma non è finita qui.
Il vero scandalo non è solo regalare a questo signore qualcosa come 150 stipendi parlamentari al mese, o 2000 stipendi normali, ma è anche e soprattutto nella misera funzionalità di questa struttura.
Qui infatti hanno gli uffici i parlamentari “sfigati”: i segretari di partito, i capigruppo, i presidenti di commissione hanno gli uffici all’interno di Montecitorio, ma essendo gli spazi limitati (limitati un corno: ho visto finanche 10 stanze con centinaia di metri quadri a disposizione di un singolo capogruppo d’opposizione), restavano qualche centinaio di deputati da sistemare.
Questi li hanno spediti a palazzo Marini, che è in piazza San Silvestro, sono 500 metri o poco meno da Montecitorio, ma essendo che i peones sono a Roma solo dal martedì pomeriggio al giovedì per le votazioni, ed essendo il loro mestiere in quei giorni incentrato essenzialmente nel premere il pulsantino del voto al suono della campana, non possono permettersi il lusso di allontanarsi così tanto.
E così quel palazzo è sempre vuoto, spettrale, cammini per centinaia di metri per i suoi labirintici corridoi senza trovare mai un’essere umano, un segno di vita.
I corridoi sono sempre vuoti, le tasche dei palazzinari collusi invece sono sempre piene!
I misteriosi ladri che si aggirano nel Transatlantico.
I poliziotti di servizio presso l’ufficio di polizia all’interno di Palazzo Montecitorio ci sono ormai abituati.
Ogni giorno c’è sempre un deputato che denuncia il furto del suo costosissimo computer portatile , così come non disdegnano alcune giovani deputate dal denunciare il furto della propria pelliccia di valore.
Ma come mai, malgrado i rigidi controlli all’ingresso di Montecitorio, continuano ad agire indisturbati questo manipolo di ladri nel transatlantico e delle aule di Montecitorio?
Forse perchè probabilmente i ladri sono coloro i quali entrano ed escono dall’ingresso principale quando vogliono: i deputati infatti sono gli unici esentati dai controlli.
Ma perchè i deputati dovrebbero denunciare furti a Montecitorio?
Semplicemente perchè c’è una polizza assicurativa che copre qualsiasi furto di qualsiasi entità che avviene all’interno di Palazzo Montecitorio.
Poi si offendono se uno parla di quel palazzo come un covo di ladri!
Indovinello
Indovina-indovinello: i 9 barbieri che lavorano nella barberia di Montecitorio, guadagnando 11.000 euro al mese sudati tagliando in media 2 o 3 cape gloriose al giorno, come mai parlano tutti lo stesso accento?
E come mai è lo stesso accento dell’allora Presidente della Camera che li assunse attraverso un bel concorso pubblico trasparente come i suoi capelli? Chi era costui?
La poco “onorevole” scorta armata per portare la moglie a far la spesa e il marito dall’amante.
Nel mentre il padrone-deputato svolge le sue interminabili recite teatrali (leggasi incontri pubblici), mi capitava a volte di chiacchierare con alcuni agenti delle forze dell’ordine preposte al “servizio scorte” del Viminale.
In tanti esprimevano un forte senso di frustrazione nel dover svolgere mansioni particolare mortificanti.
Il mio “amico di sventura”, il caposcorta del deputato-padrone, aveva iniziato la carriera nella squadra mobile di Palermo ed era finito ad accompagnare la moglie del deputato a fare la spesa tutte le mattine, mentre la sera gli toccava portare il deputato a casa dell’amante o ai festini in giro per le ville dei Parioli.
Un racconto molto simile di un agente “anonimo” venne riportato alcuni mesi fà in quest’intervista .
Dopo un pò di anni non solo ho scoperto come funzionava il meccanismo, ma ne sono diventato mio malgrado complice e vittima: nel prossimo post vi spiego.
Auto blu e scorta per tutti! ecco il segreto di come vengono assegnate…
Quando vedete un’autoblu che sfreccia a sirene spiegate, sappiate che a volte dentro c’è solo una signora che va a fare la spesa o accompagna i figli a scuola.
Vi spiego qual’è il trucco attraverso il quale gli onorevoli parlamentari si arrogano e si appropriano di questo servizio.
Le autoblu a Montecitorio sono solo venti, a disposizione dell’ufficio di presidenza (presidente e vicepresidenti della camera) e dei presidenti delle commissioni parlamentari.
E gli altri 600 deputati?
Ecco come fanno.
Il meccanismo è ormai ben collaudato.
Se all’origine era solo uno stratagemma di un giovane deputato democristiano di un paesino del beneventano che l’ha tenuto in piedi per 30 anni di onorato servizio allo Stato (e lo tiene tuttora) oggi ormai è dilagato molto tra i frequentatori di Montecitorio.
Basta trovare una persona fidata che si prenda l’impegno, con le dovute precauzioni di intracciabilità , di inviare una lettera anonima di insulti e minacce, meglio ancora anche verso i familiari, riportando alcuni dettagli della vita privata (il nome della scuola del figlio, ad esempio).
Il giorno seguente, mentre lui va ad informare i carabinieri, io sono già a scrivere…..in verità faccio il taglia e incolla di un vecchio comunicato stampa che mi ha passato un altro servo di Montecitorio che si chiama minacce.doc che tanto il succo è sempre lo stesso:”profonda indignazione per le minacce ricevute, ma continuerò per la strada delle riforme e del rinnovamento, non ci lasceremo intimidire”, chiamo i miei colleghi che anche loro hanno un bel file prestampato solidarieta.doc con il quale il capogruppo, il segretario, ecc…. esprimono solidarietà e vicinanza.
Il caso finisce sui giornali, il prefetto chiama il padrone per assicurargli una protezione maggiore.
Quel prefetto sà bene che l’avvicinamento, il trasferimento e la promozione dipendono dal ministro degli interni di turno e quindi dipende molto dalle amicizie che si sarà saputo costruire nei suoi anni di carriera prefettizia: nel successivo Comitato prov. per l’ordine e la sicurezza, non mancherà l’ok per concedere la dovuta protezione al padrone-deputato minacciato
E così per magia ecco a voi un auto blu e una squadra di scorta!
Non solo per loro: come far viaggiare gratis anche amici e parenti.
C’è un agenzia di viaggio all’interno di Montecitorio, alla quale tutti i deputati si rivolgono per fare qualsiasi biglietto aereo (naturalmente gratis) da e per qualsiasi destinazione italiana.
La prima volta che sono andato a fare i biglietti, il funzionario parlamentare adibito all’agenzia (7000 euro al mese) mi ha chiesto il codice millemiglia, che con accortezza il deputato-padrone mi aveva fornito.
Cosa ho scoperto: che lor signori non solo si fanno i viaggi gratis, ma con quei viaggi accumulano punti su punti che poi utilizzano per far viaggiare gratis anche mogli, amici e parenti sui voli Alitalia.
L’assuefazione alla casta ci può portare qui in Italia anche a sminuire il peso di quest’atteggiamento truffaldino, ma per comprendere il valore di queste azioni, forse è il caso di ricordare lo scandalo “miglia aeree” che ha portato alle dimissioni di tre ministri in Germania, colpevoli di aver fatto quello che da decenni continuano a fare impunemente i deputati italiani:
Spidertruman
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
IN UN GIORNO SONO PASSATI DA “PAPA VADA IN GALERA” ALL’ASTENSIONE IN COMMISSIONE E ORA AL VOTO ALLA CAMERA PER SALVARLO… LA LEGA E’ ORMAI IN PREDA AL CAOS INTERNO CON UN REGUZZONI CHE RAPPRESENTA APPENA IL 20% DEL GRUPPO PARLAMENTARE DI CUI E’ CAPOGRUPPO
”Niente manette” prima della celebrazione del processo. 
Dopo il “vada in galera” , a sorpresa, da Venezia, Umberto Bossi cambia la linea del Carroccio sulla richiesta di arresto per Alfonso Papa.
Nel giorno in cui la prima sezione disciplinare del Csm ha sospeso Papa dalle funzioni e dallo stipendio di magistrato, si apre quindi uno spiraglio per il deputato del Pdl.
Il Senatur, che dopo un faccia a faccia con Berlusconi sull’aereo per Milano aveva detto “deve andare in galera”, si è detto “convinto che le manette non vanno messe mai se prima non facciamo il processo”.
“Se Papa ha commesso dei reati — ha aggiunto — paghi, ma non va bene mettergli le manette prima, quando ancora non sappiamo se quello che ha fatto è da galera o no”.
Fare andare in galera una persona non ancora condannata, ha detto citando Craxi e gli anni di Tangentopoli, “non è servito a nessuno, tranne a far andare in politica Di Pietro”.
Un cambio di rotta quasi previsto dalle opposizioni, che già nel pomeriggio parlavano di una Lega che “abbaia ma non morde” che avrebbe finito per cedere a Berlusconi.
I sospetti inizialmente si erano addensati sulla componente ‘filogovernativa’ di Maroni, che però ha subito smentito: “Maroni — dicevano fonti a lui vicine — è convintissimo della necessità di votare sì all’arresto. Non ci può essere alcun sospetto che si voglia far prevalere un ‘interessè di casta”.
Poi invece, in tarda serata, è arrivato il cambio di rotta di Umberto Bossi.
Una ragione di più per Papa per sentirsi “sereno”, come ha ribadito anche oggi.
A questo punto, se le parole del leader del Carroccio corrisponderanno alla scelta in aula di votare no all’arresto, potrebbe non essere più certa — come sembrava — la richiesta del Pdl di voto segreto.
Prima delle parole di Bossi il voto segreto avrebbe consentito infatti di recuperare qualche voto leghista o persino nelle file dell’opposizioni, ora invece potrebbe lasciare spazio a dissensi contro Papa.
Tutto insomma sembra andare come avevano previsto sia il Pd che l’Idv, con Bossi che alla fine cede alle richieste del premier.
“La Lega fa la voce grossa ai telegiornali, ma poi, quando si deve decidere veramente, fa marcia indietro, si piega al volere di Berlusconi che ormai la comanda a bacchetta”, aveva detto in serata la capogruppo del Pd nella Giunta per le autorizzazioni alla Camera, Marilena Samperi.
Con che faccia riusciranno Bossi e Maroni a ripresentarsi alla base della Lega dopo questa ennesima farsa, lo sanno solo loro.
Un giorno forse qualcuno capirà i motivi per cui Bossi e compagni di merende “non possono permettersi” di staccare la spina con il premier.
Motivi ben chiari e presenti a chi frequenta le segrete stanze di via Bellerio.
D’altronde nella vita o si nasce uomini non ricattabili o quaquaraqua.
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
SI PARLA DI DOSSIER SU TREMONTI IN RELAZIONE ALLA P4: RAPPORTI, INFORMATIVE E INTERCETTAZIONI PER COLPIRE IL MINISTRO CHE AVEVA ACCUSATO IL PREMIER DI AVERLO FATTO PEDINARE DAI SERVIZI SEGRETI
Lui, il ministro, recita bene, nasconde come un attore consumato emozioni e paure.
Gli uomini che gli sono vicini, quelli che raccolgono sfoghi e preoccupazioni di Giulio Tremonti, no.
Loro sanno che sul ministro più odiato da Silvio Berlusconi sta per abbattersi una tempesta. Una colata di fango annunciata da boatos e chiacchiericci alla buvette e sui divani rossi, sussurrata all’orecchio dei cronisti habituè del Transatlantico dai peones del Pdl, quelli che sanno o dicono di sapere tutto, cosa c’è nelle carte conosciute dell’inchiesta sulla P4 e anche quello che può emergere da fogli, rapporti, informative, intercettazioni meno conosciute, forse addirittura ininfluenti ai fini dell’indagine.
Ma buone per sommergere di melma chiunque.
No, non sarà un avviso di garanzia per lo scandalo Milanese ad assestare un colpo duro al ministro, peraltro escluso in modo categorico da Giandomenico Lepore, il capo delle Procura di Napoli, quattro giorni fa.
Sarà altro. “Fango, ma vero, altro che ‘metodo Boffo’” avvertono i fedelissimi del Cavaliere. Uno scavare nella vita privata, un arricchire di si dice, si sussurra, ma non sai che…, lo strano legame tra il ministro e il suo superconsulente Marco Milanese.
Metodo che tra l’altro è lo stesso Tremonti ad evocare in un interrogatorio reso il 17 giugno ai pm Curcio e Woodcock.
Il ministro parla di cordate e lotte di potere all’interno delle Fiamme Gialle, dei “meccanismi di competizione tra possibili candidati, potenzialmente negativi”, di alti ufficiali che “nella prospettiva di diventare comandanti generali hanno preso a coltivare relazioni esterne al Corpo che non trovo opportune”.
E a proposito di relazioni inopportune, il ministro parla di una cena a Napoli, raccontatagli dal fido Milanese, tra il comandante Adinolfi, Paolo Berlusconi e Galliani.
È in questa occasione che Tremonti ricorda un suo burrascoso incontro con il premier.
Tema le divergenze sulla politica di bilancio e la “spinta alle mie dimissioni che si manifestava su alcuni settori della stampa”.
Il linguaggio è pacato, ma la tensione è quella di chi sa che qualcuno sta preparando una tempesta di fango: “A questo punto — fa mettere a verbale Tremonti — manifestai la mia refrattarietà a essere oggetto di campagne stampa tipo quella Boffo. Quando parlo di metodo Boffo mi riferisco alla propalazione sui mass-media di notizie riservate o infondate atte a screditare chi viene preso di mira”.
Da allora, di acqua marcia sotto i ponti della politica italiana ne è passata tanta.
Ma ad allarmare ancora di più i fedelissimi del superministro è la scena vista venerdì alla Camera.
La manovra è approvata, sui banchi del governo i volti sono scuri, quello di Berlusconi nerissimo.
Tremonti ha alla sua sinistra Bossi, a destra il Cavaliere.
Che non lo degna di uno sguardo, anzi, accortosi di fotografi e telecamere, il capo del governo ostenta la sua indifferenza in modo plateale, televisivo, perchè tutto il Paese sappia. Gira la testa, solleva il mento e guarda altrove senza degnare il suo ministro neppure di uno sguardo.
“Silvio ha avuto parole di solidarietà per Romano e finanche per l’onorevole Papa, a Giulio no, neppure una parola”.
Che i rapporti tra i due sono da tempo ben oltre il mors tua, vita mea è noto. Giulio vuole farmi fuori. Giulio vuole diventare il mio successore. Giulio tresca con Bossi e con la Lega.
Sospetti antichi di Berlusconi.
Tensione alle stelle, sospetti incrociati tra i due, racconti di una lotta di potere e di poteri tutta interna alla maggioranza di governo da far impallidire lo scenario tratteggiato da Sciascia in Todo Modo.
Ma qui non siamo nell’eremo immaginato dallo scrittore siciliano dove i capi di una Democrazia cristiana allo stremo si riunivano per gli esercizi spirituali, stanze e corridoi ovattati dove ogni potente tramava contro l’altro conoscendo limiti, vizi e lati oscuri della vita del suo nemico.
Siamo alla corte del Berlusconi cadente.
“Silvio tu mi fai pedinare”.
È del 9 giugno il racconto del retroscena di una litigata furibonda avvenuta tre giorni prima ad Arcore tra Tremonti e Berlusconi, pubblicato su Libero da Franco Bechis.
Oggetto del faccia a faccia la manovra. Apparentemente.
Perchè il ministro sputa il rospo che lo tormenta da giorni: “Mi hai messo i servizi segreti alle mie calcagna”.
Camuffata da una apparente meraviglia la risposta di Berlusconi: “Ma cosa stai dicendo?”. Atteggiamento che non libera Tremonti dal sospetto di essere da tempo oggetto di attenzioni particolari.
Stanno scavando nella sua vita privata, rileggendo vicende personali del ministro.
“E ora – rivela un deputato molto vicino a Tremonti — anche le pagine del libro della sorella sono oggetto di analisi attentissima”.
Angiola Tremonti è l’autrice di La valle degli Orsi, un libro di ricordi di vita.
Dove si parla di tutto, di un orsacchiotto di peluche di nome Bibì, “era il peluche preferito non solo da me, ma anche da Giulio. Per un certo periodo, eravamo già adulti, glielo diedi. E glielo avrei anche regalato. Me lo sono fatta restituire che avevo ormai cinquant’anni”.
E di conoscenze. “Si è portato via alcuni di quelli che credevo miei amici. O meglio, alcuni dei miei amici hanno scelto lui perchè si sa che essere amici di un politico potente può sempre portare i suoi frutti”.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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