Luglio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
LA DISTINZIONE CON LA DESTRA, LA DIFESA DEI BENI COMUNI, IL WELFARE E LA COSTITUZIONE: “LA CARTA DEI NUOVI DIRITTI INDIVISIBILI” SECONDO IL GIURISTA… E’ I LAVORO IL TEMA CENTRALE: IL MERCATO NON PUO’ GOVERNARE LE NOSTRE VITE… ISTRUZIONE E SALUTE BENE PUBBLICO
«Perchè mi applaudono nelle piazze e nei teatri? In questi anni ho continuato a parlare di eguaglianza, lavoro, solidarietà , dignità . Sì, ho detto delle cose di sinistra, che nel grande silenzio della politica ufficiale hanno provocato un investimento simbolico inaspettato. Una reazione che naturalmente lusinga, ma mi crea anche qualche imbarazzo».
Il nuovo papa della sinistra «altra» – quella dei diritti, dei beni comuni, della Costituzione e della rete – ci riceve in una stanzetta della Fondazione Basso, a pochi passi dai palazzi della politica che ha sempre frequentato da irregolare.
Ottant’anni compiuti di recente, giurista insigne con esperienza internazionale, Stefano Rodotà ha una biografia che racconta un pezzo importante di sinistra eterodossa.
Una storia lunga che dice moltissimo sull’oggi, sulle partite vinte e su quelle perdute.
In molti, anche tra i suoi antichi compagni di battaglia, sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso.
«È una vecchia storia, che risale ai tempi di Laboratorio politico, la rivista che nei primi anni Ottanta facevamo con Tronti, Asor Rosa e Cacciari. Non ero d’accordo allora, e oggi mi arrabbio ancora di più. Cosa vuol dire che non c’è più distinzione? Vuol dire che dobbiamo essere i fautori della pacificazione? La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica»
Proviamo a indicare qualche punto essenziale di distinzione.
«Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona a homo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità , che noi traduciamo in solidarietà : e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità ».
Una parola molto presente nella tradizione cattolica.
«In parte viene da lì. E qui ho dovuto rivedere alcuni miei giudizi giovanili insofferenti al personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. Ma la dignità è anche legata al tema del lavoro. C’è un passaggio essenziale della Carta, l’articolo 36, che stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La nostra Costituzione, insieme a quella tedesca, rappresentò l’unica vera novità del costituzionalismo del dopoguerra. Noi con il lavoro, i tedeschi con l’inviolabilità della dignità umana, principio reso necessario dai crimini del nazismo».
Le uniche due novità provenivano dai paesi sconfitti?
«Sì, Italia e Germania avvertivano più degli altri il bisogno di uscire da un mondo tragico per rifondarne uno radicalmente diverso ».
In fase costituente, il giurista Costantino Mortati tentò di introdurre una distinzione tra diritti civili e diritti sociali, tra quelli che non hanno un costo e quelli vincolati alle risorse dello Stato, quindi garantendo a priori i primi e impegnando lo Stato a trovare le risorse per i secondi, ma senza assicurarne il pieno godimento. Poi prevarrà un’altra interpretazione, che include i diversi diritti in un’unica categoria. Interpretazione che alcuni oggi vorrebbero rivedere.
«Due obiezioni essenziali. Primo: il ritenere questi diritti indivisibili non è un principio sovversivo, ma viene sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo: esso vale come vincolo nella ripartizione delle risorse. Dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mi costringe a tenerne conto quando distribuisco le voci di bilancio. Lo so che la salute costa, ma quando l’articolo 32 mi dice che è un diritto fondamentale, la politica non può prescinderne. E venendo alla formazione, se la scuola pubblica è un obbligo per lo Stato, finchè io non ne ho soddisfatto tutti i bisogni, alla scuola privata non do niente. Troppo brutale?».
No, molto chiaro.
«È evidente che il welfare va rivisto sulla base delle risorse, ma chi agita la bandiera dei “diritti che costano” mi sembra voglia liberarsi dell’ingombrante necessità di discutere di politiche redistributive. Spesso sono gli stessi che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra».
Lei cominciò nelle file radicali.
«No, in realtà esordii nell’Unione goliardica italiana, che era il movimento giovanile universitario. Lì è cominciata la mia storiella da cane sciolto. Lettore del Mondo ma insofferente alle chiusure anticomuniste di Pannunzio. Compagno di viaggio dei radicali, ma allergico all’autoritarismo di Pannella. Poi molto vicino al Psi guidato da De Martino, ma pronto a litigare con un arrogantissimo Craxi divenuto vicesegretario. Infine nella Sinistra Indipendente, che però era irregolare di suo. Non sono mai stato intrinseco a nessun partito. L’unico mio punto fermo sono stati i diritti».
La «storiella da cane sciolto» ha a che fare con la mancata elezione a presidente ella Repubblica
«Forse sì, ed è per questo che non ci ho mai creduto. A un certo punto ho avvertito la necessità di metterci la faccia per impedire quello che poi è successo: le larghe intese e la pacificazione nazionale».
L’hanno accusata da sinistra di aver dato una sponda ai grillini.
«Semplicemente puerile. Era stato Bersani a cercare per primo l’intesa con loro, e allora mi apparve la cosa giusta».
Ma i Cinquestelle sono di sinistra?
«Non è facile rispondere. Dentro il movimento ho trovato dei contenuti che si possono riferire a una cultura di sinistra: diritti, ambiente, beni comuni. Ma quando s’è trattato di dare uno sbocco parlamentare a queste idee è arrivato l’alt di Grillo».
Che è tra quelli che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra.
«Appunto. Non è di sinistra. Ma ha saputo intercettare un desiderio di cambiamento diffuso nella società civile. L’ha interpretato sul piano della protesta, però non ha saputo dargli una traduzione politica, con l’effetto di sterilizzarlo ».
Perchè il Pd non l’ha sostenuta nelle elezioni presidenziali?
«È un partito dall’identità debole, gli è parso troppo arrischiato affidarsi a una personalità fuori dalle righe. Sì, capisco che la scelta di fare una trattativa con i grillini avrebbe richiesto un po’ di azzardo. Ma il cambiamento richiede coraggio. E la sinistra è cambiamento».
Nessun risentimento?
«No, il mio giudizio è esclusivamente politico: hanno sbagliato nel rinunciare alla strada del cambiamento. E hanno sbagliato nel silurare Prodi. Quando seppi che Romano era il nuovo candidato del Pd, feci subito una dichiarazione pubblica in cui mi dicevo pronto al passo indietro. Sul treno per Reggio Emilia mi chiamò lui dal Mali. “Come mi dispiace Stefano, noi così amici e ora contrapposti”. Quando gli dissi del mio passo indietro, lui mi ringraziò per avergli tolto un peso».
Che effetto le fa essere acclamato in piazza come il nuovo papa rosso?
«Sono un po’ imbarazzato, e non so come uscirne. Naturalmente sono grato a tutte queste persone. Però il problema della sinistra non può stare sulle mie spalle. Dalle manifestazioni sulle leggi-bavaglio a quelle delle donne, dalle piazze studentesche al referendum sull’acqua, esiste un’altra sinistra che la politica istituzionale si ostina a non vedere. Intorno a questo mondo è possibile costruire».
Simonetta Fiori
(da “la Repubblica“)
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Luglio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
A PALAZZO CHIGI HA PREVALSO IL TIMORE CHE LE PAROLE DEL MINISTRO METTESSERO SOTTO ACCUSA ALFANO E CANCELLIERI
Anche l’arma estrema delle dimissioni è stata vagliata. 
Di fronte all’escalation dell’affaire Shalabayeva, nei giorni più caldi dello scontro politico, Emma Bonino ha pensato di dimettersi.
Ufficialmente sempre negata, la possibilità di lasciare il suo incarico il ministro l’avrebbe confidata di recente a un amico, ma aggiungendo anche la ragione per cui alla fine ha scelto di restare al suo posto: «Non volevo fare la fine di Terzi».
La fine cioè del ministro degli Esteri di Monti, messo nell’angolo e sconfessato dal suo stesso governo sulla scelta di rimandare i marò in India
Bonino è consapevole della difficoltà della sua posizione, specie alla vigilia dell’audizione in Senato.
Così ieri, in un momento di sincerità davanti alle telecamere a Bruxelles, il ministro degli Esteri si è lasciata andare a una frase sibillina: «Mi sono occupata del caso Shalabayeva in solitario, di fronte a istituzioni del paese che continuavano a ripetere che tutto era regolare ».
Bonino insomma non ce la fa più a restare sulla graticola per responsabilità che non sono sue.
Ma ieri è stata costretta a mordersi la lingua, a spiegare che intendeva riferirsi «alle attività della Farnesina, che non mi paiono evidenziate a sufficienza».
Nel governo corre voce che ci sia stata ieri mattina una telefonata allarmata di Enrico Letta al ministro degli Esteri, con il premier preoccupato per lo scontro che sembrava accendersi nella sua squadra.
Nelle parole della Bonino non era difficile leggere infatti un’accusa ai colleghi Alfano e Cancellieri, alle loro burocrazie ministeriali.
Marco Pannella, che con Bonino ha parlato a lungo in questi giorni prima di prendere posizione, domenica sera a Radio radicale ha raccontata in diretta la sua versione: «Emma ha fatto quello che nessun altro ha fatto. Invece di delegare tutto a un funzionario, a un dirigente, a un ambasciatore, ha subito dato personalmente notizia della cosa ai vertici istituzionali, dicendo tutto quello che sapeva».
C’è poi la questione dell’eventuale espulsione dell’ambasciatore kazako Yelemessov. Matteo Mecacci, ex deputato radicale ed esperto di Kazakistan, ha trovato la norma che potrebbe tirare fuori dall’imbarazzo la Farnesina.
La Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche impone infatti agli ambasciatori di «trattare tutti gli affari ufficiali con il ministero degli affari Esteri dello Stato accreditatario o, per il tramite di esso, con un altro ministero convenuto ». Insomma, Yelemessov non avrebbe potuto istallarsi al Viminale senza prima concordare la sua azione con la Farnesina, unico interlocutore legittimo di un ambasciatore.
Per questo, prima dell’espulsione, agli Esteri adesso si aspettano che sia lo stesso Kazakistan a richiamare il suo diplomatico in patria.
Francesco Bei e Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Luglio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
COSI’ CANCELLIERI E LA LEADER RADICALE HANNO AVALLATO LE TESI DEL VIMINALE
Come il morto che si afferra ai vivi, il ministro dell’Interno Angelino Alfano trascina nel suo abisso di omissioni, contraddizioni, opacità chi con lui ha politicamente condiviso il caso Ablyazov nei cinquanta giorni di silenzio (31 maggio-12 luglio) successivi all’espulsione di Alma Shalabayeva e della sua bimba Alua.
Il ministro degli esteri Emma Bonino, quello della Giustizia Annamaria Cancellieri, lo stesso Presidente del Consiglio, Enrico Letta.
E polverizza ogni traccia di residua collegialità del Governo, costringendo ora ciascuno dei protagonisti dell’affaire, a muoversi in ordine sparso per dar conto, in solitudine, delle proprie mosse
UN’INFORMAZIONE VELENOSA
Nella lunghissima dissimulazione di quanto accaduto tra il 28 e il 31 maggio nel quadrilatero Viminale – Questura di Roma – villa di Casal Palocco – Ufficio Stranieri – il peccato originale è infatti nella rapidità con cui, il 3 giugno (dopo aver ricevuto un primo appunto dalla Questura di Roma), il ministero dell’Interno liquida la vicenda come un’ordinaria pratica di espulsione che ha seguito altrettanto “ordinarie” prassi amministrative.
L’informazione – come è ormai documentalmente accertato – è infatti significativamente inesatta, monca, e ha la capacità di contagio della peste.
In quei primi giorni di giugno, ad esempio, la avalla il capo della Polizia, Alessandro Pansa, salvo doverla correggere, più di un mese dopo, con la sua indagine interna e con un equilibrismo linguistico durante la sua audizione di fronte alla Commissione diritti umani del Senato.
«La rapidità della procedura di espulsione di Alma Shalabayeva – converrà il capo della Polizia – non è stata ordinaria, ma neppure anomala».
LE RASSICURAZIONI ALLA GIUSTIZIA
È un fatto che quella prima informazione alla camomilla diffusa dal Viminale viene accreditata con l’ufficio di gabinetto del ministro di Giustizia Annamaria Cancellieri convincendola ad una presa di posizione ufficiale sulle procedure di espulsione della Shalabayeva («Perfette», le definisce. Così come accredita l’assoluta regolarità dell’udienza di fronte al giudice di pace di Roma che ha verificato la legittimità dell’espulsione).
E questo, mentre la Farnesina e Palazzo Chigi seguono altre strade.
La Bonino – per quanto è stato possibile ricostruire – viene avvisata della vicenda Shalabayeva da una email che i legali della donna, lo studio Vassalli-Olivo, le spediscono intorno alle 20 del 31 maggio, più o meno contemporaneamente al lancio Ansa che dà conto dell’espulsione.
E, di lì in avanti, decide di muoversi in autonomia.
LE MOSSE DELLA BONINO
Sappiamo dai documenti allegati alla relazione di Pansa che la Bonino attiva la nostra ambasciata a Londra il 3 giugno per verificare lo status di rifugiati politici di Ablyazov e della Shalabayeva nel Regno Unito (ne riceverà un riscontro positivo il 4). E scopriamo anche – per quanto ne riferiscono a “Repubblica” i diretti interessati – che interloquisce durante il mese di giugno «almeno cinque o sei volte» con gli stessi legali dello studio Olivo.
Quasi sempre attraverso i suoi più stretti collaboratori. Di più.
Come riferiva ieri un’informata cronaca di Luca Sofri su “ il Post”, il 7 giugno il ministro degli Esteri «chiede informazioni a Letta, alla presenza del consigliere diplomatico Armando Varricchio e del proprio capo di Gabinetto Benassi» e «torna a chiedere al mistero dell’Interno informazioni sulle procedure seguite nell’espulsione».
LA RIUNIONE A PALAZZO CHIGI
Che Interno ed Esteri non comunichino in quei primi giorni di giugno e che Alfano e la Bonino non abbiano nessuna ragione al mondo per fidarsi l’uno delle risposte dell’altro è evidente anche dalle scelte del Presidente del Consiglio. Il 3 giugno – per quanto riferiscono fonti qualificate di Palazzo Chigi – Enrico Letta convoca infatti il suo consigliere diplomatico Armando Varricchio e il sottosegretario Patroni Griffi per affidare a loro una raccolta discreta di informazioni con i due ministeri che consentano di venire a capo o quanto meno di avere un’idea di quanto accaduto tra il 28 e il 31 maggio.
Un lavoro che, a quanto pare, procede silenziosamente per l’intero mese di giugno e che le stesse fonti di Palazzo Chigi definiscono «assiduo» e fitto di «ulteriori contatti» con Alfano e Bonino (anche se di questi contatti non è dato sapere con esattezza nè il numero, nè le circostanze).
LA RESA DEI CONTI
Sicuramente, la situazione precipita a inizio luglio.
È allora, infatti, che Palazzo Chigi ha la percezione della totale inerzia del ministro Angelino Alfano nel voler andare fino in fondo alla vicenda Ablyazov e, contemporaneamente, del nervosismo della Bonino che, per altro, continua a ricevere la pressione delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, delle Ong.
Di qui, la decisione di drammatizzare politicamente la vicenda tentando un’operazione che fallirà .
Affidare cioè al capo della Polizia un’indagine interna che assolva il ministro dell’Interno Alfano ma trovi comunque un responsabile nelle burocrazie, scommettendo che quella resa dei conti pilotata contribuisca a spegnere l’incendio. L’esito – come ormai evidente – sarà esattamente l’opposto.
Fino alle parole di ieri della Bonino. Chiare nel loro significato e quindi precipitosamente corrette.
La dimostrazione – ammesso ce ne fosse bisogno – che, come una peste, appunto, la menzogna politica che segna dall’inizio questa vicenda ha avvelenato tutto ciò che poteva avvelenare.
Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)
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