Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
“VOTO LONTANO, IL PREMIER C’E’, CI SERVE UN SEGRETARIO”…”IL NUOVO SEGRETARIO DOVRA’ DARE UN SENSO AL PD SUL PIANO IDEALE E CULTURALE, CUPERLO E’ LA SCELTA GIUSTA”
Massimo D’Alema è nel suo studio nella nuova sede di Italianieuropei, sempre in Piazza Farnese ma qualche portone più in là .
Il vero cambiamento riguardante la Fondazione è però un altro ed è contenuto nel fascicolo che ha sulla scrivania, di cui parla volentieri, prima di passare agli argomenti di più stretta attualità .
«Secondo ricerche condotte dalla Sapienza e dall’Università della Pennsylvania siamo una delle quattro fondazioni culturali italiane più importanti, tra le 150 top mondiali, insieme allo Iai, alla Fondazione Mattei e all’Istituto Leoni. Sempre dagli americani siamo censiti, per valore di quanto prodotto, come sedicesimi al mondo. Un patrimonio del centrosinistra italiano».
L’umore è buono quando parla di Italianieuropei: «Quindici anni fa, come soci fondatori c’eravamo Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi ed io. Poi, nel nucleo dei fondatori, sono entrate altre persone. Ora siamo in 15».
Ed ecco il cambiamento, che partirà da una prima riunione il 16 luglio: «Abbiamo deciso di allargare l’associazione Italianieuropei, aprendola a nuove adesioni, con un meccanismo graduale e selettivo. L’assemblea dei soci eleggerà un comitato di presidenza che designerà il Cda della fondazione. I soci fondatori si riservano di nominare 3 su 7 membri del comitato di presidenza, e quindi la Fondazione diventa più inclusiva».
Ci sono già oltre cento parlamentari del Pd «di varie ispirazioni politico ideali» (e sì, anche renziani) che hanno fatto sapere di essere interessati a diventare soci.
Ma non mancano i contatti anche con deputati e senatori di altre forze politiche del centrosinistra, «a conferma di quanto sia infondata l’immagine di un soggetto correntizio. La verità è che la selezione qui è sempre stata solo e soltanto meritocratica, e questo vorremmo mantenerlo. Non mi interessano le opinioni politiche di coloro che collaborano con la Fondazione, mi interessa la qualità del loro lavoro. Adesso vogliamo rendere questo organismo un patrimonio condiviso. Italianieuropei è una fucina di idee e uno snodo di formazione della classe dirigente nell’arena del centrosinistra».
Una fucina di idee potrebbe essere utile anche per la fase congressuale del Pd, visto che continuate a discutere di regole. E ieri lei si è preso una risposta dura dal sindaco di Firenze.
«Ma da parte mia non c’era nulla di offensivo nel dire che dobbiamo fare un congresso per eleggere il segretario, non il candidato premier. Un premier ce l’abbiamo, tra l’altro, e non siamo in campagna elettorale. Mi pare un concetto su cui non credo si possa aprire un grande dibattito».
È però quello che succede da settimane.
«Perchè c’è chi insiste con un’idea a dir poco stravagante».
Tanto stravagante non è se per superarla si deve modificare lo statuto del Pd, non crede?
«Non c’è bisogno di modificarlo dato che lo abbiamo già derogato. Quando si redige uno statuto e alla prima prova occorre derogarvi, vuol dire che non funziona».
Sta dicendo che è stato commesso un errore nel 2007, quando si scrisse lo statuto Pd?
«La norma fu pensata sulla base dell’idea politica che il Paese andasse verso il bipartitismo. Era rispettabilissima, però non si è concretizzata. I fatti sono testardi. Adesso siamo nel 2013, possiamo serenamente prendere atto che quel progetto non si è realizzato e che in Italia c’è un bipolarismo, non solo di partiti ma anche di componenti della società . E del resto, il bipolarismo di coalizione si sta affermando in diversi Paesi europei, tanto è vero che la coincidenza tra leadership di partito e candidatura a governare, che era la regola, per esempio nelle socialdemocrazie, adesso non lo è più. Aggiungo che da noi la stessa crisi dei partiti fa dubitare dell’opportunità della coincidenza tra leadership di partito e guida di una coalizione».
Di cosa si deve discutere allora in questo congresso, se non di chi debba essere il candidato premier?
«Il Pd ha necessità di concentrarsi su tre aspetti fondamentali. Primo, ha assoluto bisogno di un segretario che sostenga l’esecutivo, ma che cerchi anche di dare un’impronta visibile all’attività di governo. E certamente questa posizione di sostegno leale e di visibilità è molto più agevole se il segretario del partito non è sospettato di voler far saltare tutto per andare lui a Palazzo Chigi»
Secondo?
«Bisogna costruire un nuovo centrosinistra capace di vincere le prossime elezioni, e insieme a questo far crescere una leadership in grado di guidarlo. Allo stato indubbiamente il leader più forte, più popolare è Renzi, ma non sappiamo quando si voterà e non possiamo escludere che possano esserci altri candidati nella sfida delle primarie. Infine credo che il compito più importante che il nuovo segretario dovrà svolgere sia quello di lavorare sul partito, sul piano ideale, culturale, valoriale, perchè il Pd si presenta ancora troppo come un insieme di storie, di tradizioni, di forze diverse che faticano a definire una propria rinnovata e chiara identità comune. Per questo penso che la persona adatta sia Gianni Cuperlo. Insisto: a mio parere chiunque si candidi lo deve fare per svolgere il ruolo di segretario, non per fare il candidato premier di elezioni che non sono dietro l’angolo».
Nonostante il Pdl stia discutendo se rompere o mantenere il sostegno al governo in autunno?
«Il Pdl si prendesse le sue responsabilità . Per noi sarebbe un errore gravissimo togliere le castagne dal fuoco a Berlusconi, provocando la crisi di governo perchè qualcuno ha fretta di fare il candidato presidente del Consiglio. Del resto, non è affatto detto che una crisi di governo porti alle elezioni. Il Paese ha interesse che il governo svolga il proprio lavoro: sostenere la ripresa economica, rilanciare l’occupazione, approvare le riforme costituzionali e varare una nuova legge elettorale. Tutto questo, a mio parere, porta naturalmente a una scadenza che va oltre il semestre italiano di presidenza dell’Unione europea. A questo proposito, sarebbe un’idea strampalata andare ad elezioni durante la presidenza italiana dell’Ue. E credo che il Capo dello Stato non lo consentirebbe».
Non pensa sia stato un errore l’incontro promosso da «Fare il Pd», se ha dato modo a Renzi di attaccare il gruppo dirigente del partito sostenendo che parlate sempre di lui?
«Guardi, ieri mi sono affacciato a quella riunione e ho ascoltato una discussione seria, sui problemi del Paese, sul ruolo del Pd. Non ho sentito nessun commento su Renzi. L’unico che parla sempre di Renzi è Renzi, per la verità . Se avesse ascoltato quel confronto, si sarebbe reso conto che ci sono voci molto diverse nel merito e che non c’è nessun “correntone” contro di lui».
Se il congresso serve a scegliere il segretario del Pd, che non è detto sarà candidato premier, a sceglierlo devono essere soltanto gli iscritti? Vanno cambiate le regole delle primarie?
«Non è proibito che il segretario concorra alle primarie, ma non può essere prevista la norma che vieta ad altri iscritti di candidarsi. Quella norma è assurda. Tanto è vero che giustamente Renzi ne chiese la cancellazione. Ed è paradossale che ora ne chieda il ripristino».
Barca in un’intervista ha proposto di far votare alle primarie tutti “i partecipanti”, cioè chi si impegna nelle battaglie del partito anche se non è iscritto: condivide?
«Barca ha ragione, si sforza di definire i tratti di una platea più vasta degli iscritti, di coinvolgere quelle persone che hanno dimostrato un interesse politico alle attività del partito, il quale, da parte sua deve essere in grado di offrire diverse forme e livelli di partecipazione, dalla militanza quotidiana, alle primarie, passando per la consultazione in rete su singole issues. Se Renzi ha interesse a dedicarsi a questo lavoro, benissimo, si candidi. Figurarsi se io ho detto che ha bisogno del permesso… Ho letto di repliche francamente scomposte da parte di alcuni componenti della sua corrente. Lui è il capo di una corrente, anche particolarmente agguerrita».
Renzi ha anche detto che è in atto un tiro al piccione…
«Ma quale piccione. Lui ha la potenza comunicativa di un bombardiere americano, non scherziamo. Non credo che lui sia nelle condizioni di fare la vittima».
Vi sentite con Renzi?
«Abbiamo un dialogo che non si è interrotto. Ecco, qui sul telefonino ho un carteggio che resterà per la storia, se qualcuno sarà interessato».
Dovesse candidarsi?
«Avrà i suoi sostenitori, per convinzione o per convenienza».
Sarebbe più agevole aspettare le primarie per la premiership?
«Sarebbe sostenuto da tutti, avrebbe una grandissima forza dietro. Decida lui. A 38 anni non si è più ragazzi e non si è piccioni. Si è una persona adulta in grado di prendere da sola le sue decisioni, che attenderemo con rispetto».
Vladimiro Frulletti
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
NEL PD OGNI PARLAMENTARE VERSEREBBE AL PARTITO 3.200 EURO, IN SEL 3.500, NELLA LEGA 2.000, IN SCELTA CIVICA 1.500, NEL PDL 800 EURO…”NON ABBIAMO MILIARDARI CHE CI METTONO I SOLDI”
“Perchè non restituiamo la diaria?” Antonio Misiani ci pensa su: “Perchè, Grillo l’ha
restituita tutta? Mi risulta solo la parte non rendicontata”.
Bene, e allora perchè i parlamentari del Pd non fanno altrettanto, ovvero restituiscono la parte non rendicontata, quella che non riguarda spese documentate?
“Non abbiamo un sistema di rendicontazione della diaria”, risponde ancora lui. Poi, si fa serio. Ha una posizione chiara su come dovrebbe essere: “Noi siamo per una revisione complessiva del trattamento economico dei parlamentari, che completi il lavoro avviato nella scorsa legislatura nella direzione della trasparenza e della rendicontazione”.
Guglielmo Epifani si è affrettato a dichiarare: “I parlamentari del Pd versano una quota importante per il partito, si scelgono strade tutte degne”.
“Non mi risulta che il Pd sia l’unico a non restituire la diaria”, esordisce Matteo Mauri, tesoriere del gruppo democratico a Montecitorio. Questo è pacifico.
Allora, va avanti: “Loro ci hanno fatto un pezzo di campagna elettorale”.
Poi, arriva al punto: “Se si fanno i conti, alla fine è meno di quanto un nostro parlamentare restituisce al Pd”.
Le cifre: “Diamo 1500 euro al nazionale, circa 1200-1300 (la cifra è variabile, a seconda delle zone) ai provinciali, e circa 500-600 al mese ai Regionali”.
Non basta: “In più per l’elezione devono dare 30-40 mila euro”.
Oboli consistenti. Ma i Cinque Stelle li versano allo stato, non al partito. Pronta risposta: “Noi abbiamo un partito, e loro non ce l’hanno. Il Pd deve poter vivere, per far vivere la democrazia. Noi non abbiamo il miliardario che mette i soldi, e neanche l’altro miliardario, quello del blog”.
“Eh, la stessa domanda si può farla a tutti i partiti”, alla domanda risponde così il tesoriere del gruppo di Scelta Civica a Montecitorio, Paolo Vitelli.
Ma la domanda è stata fatta a tutti i partiti. “Noi diamo un contributo significativo a un partito che essendo neonato non ha preso soldi dallo stato”.
Ma a quanto ammonta questo “contributo significativo” versato a Scelta Civica? “Non so, non sono autorizzato a dirlo”. Poi, dopo qualche minuto richiama: “Allora, volevo darle la cifra precisa: noi ogni mese diamo 1500 euro al partito”.
Ma insomma, c’è una differenza tra darli a Scelta Civica o allo Stato, no? “I Cinque Stelle vivono sul web, e bisogna vedere quanto vivono”.
Stesse motivazioni per la Lega Nord. Parla il tesoriere del gruppo, Nicola Molteni: “I deputati della Lega Nord contribuiscono con una parte consistente del loro contributo allo svolgimento dell’attività del partito”.
Quanto? “È tutto nei documenti ufficiali”. Va bene, ma allora quanto? “Nel 2012 più di 42 mila euro l’anno”. Quindi, più o meno l’equivalente di tutta la diaria. “Sostanzialmente così”.
Poi, comincia con le spiegazioni: “Io avevo pubblicato sul sito lo stato patrimoniale e la dichiarazione dei redditi”. Ma perchè i soldi al partito e non allo Stato? “Noi abbiamo questo meccanismo. Da sempre”. Pensate di cambiarlo?: “Per ora funziona così”.
Sergio Boccadutri, tesoriere di Sel, va sulla stessa motivazione. “Perchè non restituiamo la diaria? Noi versiamo 3500 euro al mese al partito”.
Solita obiezione: il partito non è lo stato. “Ho capito (deciso). Noi non abbiamo il miliardario che paga i palchi a San Giovanni”.
Parlare con il Pdl è piuttosto difficile. Il tesoriere, Maurizio Bianconi, non risponde neanche ai messaggi.
Loro sono un partito diverso: un contributo lo danno: 800 euro al mese a parlamentare e 15-20 mila per l’elezione. Però non hanno sensi di colpa.
Spiega Luca D’Alessandro: “Noi siamo il Pdl, mica il Movimento 5 Stelle. Non ci occupiamo di scontrini, ma di fare le leggi”.
Wanda Marra
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
SPUNTA L’EMENDAMENTO PER IL “RIMBORSO A PROGETTO”
La «tenda canadese» è stata armata nella cantieristica specializzata del Partito democratico, si chiama “finanziamento a progetto”.
Mezzo di soccorso da campo per consentire ai partiti di trovare rifugio dall’imminente ciclone destinato ad azzerare da qui a un paio d’anni le loro finanze con l’addio all’erogazione di milioni di euro a pioggia.
Il tesoriere democrat Antonio Misiani è da poco rientrato dal Canada, appunto, dove il meccanismo esiste da anni e – a quanto dice lui – funziona.
Lo ha studiato, analizzato, messo a punto.
E anche i colleghi Pdl, sensibili al tema, sono pronti ad accettare il “modello Ottawa”.
Il premier Enrico Letta sembra non sappia nulla di quanto si stia orchestrando. L’argomento è all’ordine del giorno nella riunionedi gruppo di martedì a Montecitorio, giusto per sondare il terreno.
Ma i renziani puntano il dito, aprono il caso, loro non ci stanno. Tagliare, ma con giudizio. E in estate allargare le maglie della fin troppo rigorosa legge sull’abolizione del Finanziamento pubblico ai partiti può riuscire anche meglio.
L’ha partorita il governo un mese fa, in Parlamento si sta già lavorando per emendarla. E stavolta è proprio in casa Pd che stanno prendendo corpo gli interventi di chirurgia più invasivi.
La disciplina varata dal Consiglio dei ministri concluderà il suo iter in commissione il 26 luglio ma già è chiaro a tutti che per l’esame in aula se ne riparlerà a settembre. «Faremo di tutto per approvarla alla Camera prima della chiusura estiva, ma in calendario il testo è preceduto dal complesso decreto del Fare, in ogni caso la legge voluta dal governo va approvata e presto» spiega il capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali, Emanuele Fiano.
Del pacchetto sul finanziamento, il deputato è relatore insieme con la pidiellina Mariastella Gelmini.
La commissione si è presa tutto il suo tempo. Ben nove audizioni, approfondimenti, lunghi dibattiti che proseguiranno per tutto il mese.
Ora la faccenda entra nel vivo.
E il nodo cruciale è la norma che introduce la contribuzione volontaria del 2 per mille, che suscita parecchie perplessità sia a destra che a sinistra.
«Creerebbe di fatto un’anagrafe degli elettori, una cosa inaccettabile, al pari dell’intromissione indebita nella vita interna dei partiti consentita dalla prima parte della legge, anche quella da rivedere » spiega la Gelmini.
Pure Fiano ha dei dubbi su quel meccanismo simile all’8 per mille per la Chiesa che di fatto smonterebbe l’intestazione stessa della legge («Abolizione del finanziamentopubblico»), laddove a rimetterci sarebbe solo lo Stato, privandosi di una quota delle entrate fiscali.
Tutti d’accordo sulla necessità di trasformare questa parte della disciplina.
Ma come?
«Stanno lavorando a un meccanismo piuttosto originale, lo chiamano rimborso a progetto – anticipa con un certo disappunto la giovane deputata Pd Maria Elana Boschi, vicina a Renzi – In pratica, si consentirebbe ai partiti di ottenere delle somme per la realizzazione di progetti specifici. Noi non ci stiamo. Vuol dire rimettere in discussione l’intera legge, che già di suo sembra arrancare, comunque rischia di tradirne lo spirito. Diciamo la verità : comporterebbe il passaggio dal finanziamento diretto a quello indiretto dei partiti».
Non solo, la deputata renziana con i colleghi di area è pronta ad aprire un secondo fronte, tutto interno al Pd.
«Chiediamo cosa ne sia stato dei due euro versati dai tre milioni di militanti che in autunno hanno votato alle primarie – incalza la Boschi – Va bene, il bilancio interno sarà certificato, ma noi lo vogliamo su internet e ancora non ve n’è traccia. Renzi ha portato al voto un milione di persone. È lecito sapere che utilizzo è stato fatto delle somme versate?»
La battaglia congressuale, neanche a dirlo, è destinata ad accendersi anche all’interno delgruppo, proprio sulla legge sul finanziamento.
Misiani, tesoriere Pd, non accetta di passare per colui che tenta di allargare le maglie: «Andiamoci piano, c’è una riflessione in atto. Il meccanismo del finanziamento a progetto esiste nel mondo anglosassone, in Gran Bretagna consente di finanziare progetti di formazione, per esempio, o altre iniziative, e funziona».
Ma è vero che lei è stato in Canada per studiarlo? «Sì, di recente, lì il finanziamento diretto alla politica è stato superato da forme avanzate di fund raising, tra le quali proprio il sistema a progetto, e mi sembrava opportuno approfondire e valutare la fattibilità in Italia. Ma vedremo, attenti a trarre subito conclusioni ».
Mariastella Gelmini conferma che la norma cammina. «Sì, loro ci hanno fatto questa proposta, ma in via ufficiosa, non ancora ufficiale. Il Pdl è per il superamento del 2 per mille, ma sul finanziamento a progetto ci riserviamo di valutare – spiega –. L’importante è che non si traduca in un passo indietro e su questo non ci stiamo». Presto si vedrà se la tenda canadese montata nottetempo riuscirà a resistere.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA-APPELLO AL GOVERNO ITALIANO: ESPULSE INGIUSTAMENTE LA MOGLIE E LA FIGLIA DEL DISSIDENTE KAZAKO
«Mi appello a Enrico Letta affinchè faccia piena luce sulla deportazione di mia moglie e figlia
da Roma in Kazakhstan, dove ora sono in ostaggio di Nursultan Nazarbayev»: a parlare è Mukhtar Ablyazov, l’oppositore kazako in esilio a Londra dal 2009, intervenendo pubblicamente per la prima volta su quanto avvenuto a Roma la notte del 29 maggio.
Perchè sua figlia e sua moglie quella sera erano in Italia?
«Dall’autunno del 2012 mia moglie Alma e mia figlia Alua si trovavano in Italia, spostandosi spesso in Svizzera dove vive il mio figlio più piccolo. Alua andava a scuola fuori Roma. L’arrivo in Italia, dalla Lettonia fu per proteggersi dalle minacce di Nursultan Nazarbayev, il presidente-dittatore del Kazakhstan che da un decennio tenta di eliminare me e gli altri suoi oppositori, e stava facendo sorvegliare la mia famiglia. Quando vivevamo in Gran Bretagna, la polizia locale mi informò di un complotto ai miei danni».
Cos’è avvenuto quando gli agenti sono arrivati nella casa dove erano i suoi familiari?
«Nel mezzo della notte numerosi agenti speciali italiani sono entrati nella casa fuori Roma. Erano armati, senza uniformi e senza un mandato. Hanno perquisito la casa e picchiato uno dei familiari. Alma e Alua hanno pensato che fossero dei rapinatori. Non avevano un interprete nè dei legali. Nessuno capiva cosa stessa avvenendo. Le hanno portate via, senza dire a nessuno dove andavano. Tutto questo avveniva all’alba. Nel primo pomeriggio la mia figlia maggiore ha contattato il nostro avvocato. Solo in tarda serata è riuscito ad appurare che il blitz era stato eseguito non da banditi ma da agenti».
Cos’è avvenuto dall’arresto alla deportazione?
«Alma è stata arrestata mercoledì, venerdì mattina un’udienza ha convalidato l’arresto e abbiamo saputo della deportazione. Alle 15 del 1 giugno Alma era già all’aeroporto di Ciampino. Ha chiesto più volte di avere asilo ma le è stato detto che era troppo tardi e che il caso era risolto».
È vero che sua moglie aveva un passaporto africano falso?
«Non aveva alcun passaporto falso, africano o meno. Aveva un permesso di residenza valido in due nazioni Ue: Gran Bretagna e Lettonia. I documenti erano tutti legali».
Come è avvenuta la deportazione?
«Alma chiedeva l’asilo mentre è stata obbligata a salire su un jet privato. Non è passata attraverso controlli o dogana. Sull’aereo nè lei nè mia figlia avevano dei documenti. Sono state prese in custodia da due diplomatici del Kazakhstan. A bordo Alma aveva paura, ha tentato di non piangere per non mettere paura ad Alua. Il jet era lussuoso, aveva hostess russofone. Vi è stata tensione in cabina perchè da terra la mia famiglia tentava di bloccare l’aereo, chiedendo la concessione dell’asilo. Arrivate in Kazakhstan, le stavano aspettando, le hanno messe in un’auto, filmate, hanno passato la dogana senza passaporti. Ad Alma hanno formalizzato l’indagine, con la data del giorno successivo all’arresto in Italia, è stata incriminata e non può lasciare Almaty».
Perchè crede che siano state deportate così rapidamente?
«L’Italia non fa questo tipo di deportazioni. È senza precedenti. È avvenuto perchè il dittatore del Kazakhstan voleva due ostaggi contro il suo maggiore oppositore politico. È riuscito ad ottenerli grazie agli agenti italiani».
Crede che il governo kazako sia coinvolto nella deportazione?
«Certo, nessuno lo nega. C’era il console kazako a bordo del jet privato a Ciampino. Sono stati deportati in fretta perchè gli agenti hanno voluto evitare che giudici, procuratori e media scoprissero il blitz».
Ha avuto contatti con il governo italiano?
«Non personalmente, ma attraverso rappresentanti della mia famiglia. Ciò che abbiamo compreso ci porta a credere che sia stato un blitz del ministero dell’Interno in collaborazione con agenti di una dittatura ex-sovietica. Quelli che in Italia avrebbero potuto bloccare il rapimento sono stati esclusi dall’operazione».
Come giudica il comportamento del governo italiano?
«Spero che in Italia vi siano persone che rispettano i diritti umani e lo Stato di Diritto. Voglio che si faccia piena luce su quanto avvenuto. È interesse degli italiani stessi. Riguarda la difesa dei principi alla base dell’Ue. Se gli agenti della sicurezza hanno il potere non solo di deportare e rapire una donna e una bambina, ma anche di farla franca, è un pericolo per l’Italia».
Come giudica le relazioni fra Italia e Kazakhstan?
«Sono solide e potrebbero esserlo ancor più. Ma relazioni forti non devono, e non hanno bisogno, di fondarsi su favori clandestini a autocrati stranieri. L’Italia può fare meglio».
Cosa vorrebbe chiedere al premier Enrico Letta?
«Il governo italiano deve spingere il ministero dell’Interno a svelare la verità , ponendo fine alla protezione dei responsabili di questa vicenda. Il ministero dell’Interno deve dimostrare agli italiani e al mondo che comprende cosa significa un’applicazione responsabile delle legge. Al presidente Letta vorrei dire di pensare a sua moglie e ai suoi figli. Può immaginare che possano essere presi in ostaggio dai suoi oppositori politici? Bene, questo è ciò che è avvenuto a me. Spero che il premier Letta abbia la convinzione e la forza per fare luce su questa oscura vicenda».
Dove sono ora sua moglie e sua figlia?
«Alma e Alua sono in Kazakhstan, con la mia famiglia, ma non possono lasciare Almaty e non hanno alcuna garanzia legale. Sono tenute in ostaggio da un dittatore, per le sue battaglie politiche».
Perchè lei ha lasciato il Kazakhstan il 2009?
«Per dieci anni sono stato all’opposizione, sono uno dei fondatori del maggiore partito che si oppone a Nazarbayev. Sono stato condannato a sei anni, ma le proteste hanno obbligato Nazarbayev a liberarmi e dopo il rilascio sono andato in Russia, continuando a sostenere l’opposizione. La mia banca BTA è stata illegalmente nazionalizzata e non mi è restata altra via che l’esilio».
È pronto a tornare in Kazakhstan per candidarsi?
«Se il popolo me ne darà la possibilità , servirò la mia nazione con onore».
Maurizio Molinari
(da “La Stampa“)
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
DALLE PARTECIPAZIONI DELL’ENI ALLE COMUNI STRATEGIE DI BUSINESS… ORA LETTA DEVE SCEGLIERE SE STARE DALLA PARTE DEL DIRITTO E DELLA LEGALITA’ O CON GLI INTERESSI ECONOMICI
“Al cospetto del Presidente Nursultan Nazarbayev e del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sono stati sottoscritti cinque accordi bilaterali di natura interstatale e intergovernativa nonchè quattro documenti commerciali tra imprese kazake e grandi gruppi italiani, come Eni e Finmeccanica”, dichiarava l’ambasciatore in Italia Almaz Khamzayev in un’intervista del luglio 2011.
In effetti l’anno prima, a novembre, si tenne un business-forum “Kazakhstan-Italia” che produsse 12 accordi commerciali dal valore di diverse decine di miliardi.
Nella stessa intervista l’ambasciatore spiega che questi 12 accordi sono nulla di fronte alla firma del trattato di partenariato strategico.
Fra la Repubblica del Kazakhstan e l’Italia c’è infatti un accordo di “profonda” amicizia che comprende tutti i settori economici.
E non solo, assieme i due Paesi devono affrontare pure strategie comuni di business. Senza nulla tralasciare.
Evidentemente neppure le questioni politiche, perchè ancora non è del tutto chiaro quello che è successo ad Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente Kazako Mukhtar Ablyazov, per mano degli agenti della Digos.
Quello che è certo è il risultato. Un gran favore a Nursultan Nazarbayev, il leader dell’ex Paese sovietico, che ha già provveduto a filmare l’arrivo della donna ad Almaty (assieme alla figlia) e l’immediato arresto.
Per poi piazzare il video su youtube a mo’ di scalpo da esibire.
Ablyazov dal 2009 vive a Londra e Nazarbayev ha più volte minacciato Downing Street: o tolgono lo status di rifugiato o i contratti petroliferi ed energetici con le compagnia inglesi rischiano di saltare.
L’Italia può permettersi di stare a un bivio simile?
La risposta passa a Enrico Letta che ha chiesto una verifica sull’espulsione della donna.
Pur essendo numerose le relazioni del comparto costruzioni (Todini in pole position) non si può dimenticare che il nostro Paese importa l’85% dell’energia che consuma.
E gli interessi dell’Eni attorno ad Astana e Almaty sono ingenti.
Il Cane a sei Zampe, che è presente nel Paese dal 1992, ha recentemente assunto la responsabilità della prima fase del progetto di sviluppo dell’enorme giacimento offshore di Kashagan, un’area di 4600 chilometri quadrati nel nord del Mar Caspio.
L’intero progetto, che occupa 19mila operai locali, è affidato al consorzio North Caspian Sea Production Sharing Agreement (NCSPSA) a cui Eni partecipa per poco meno del 20 per cento.
Anche Mario Monti lo scorso anno, a marzo, aveva fatto un tour asiatico e quella di Astana divenne all’ultimo momento da ultima tappa a prima in agenda.
Forse perchè i giacimenti del Kazakstan da soli valgono l’1,8% delle riserve mondiali e durante la guerra in Libia se non ci fossero stati i giacimenti dell’ex Urss, l’Italia sarebbe rimasta al buio.
Chiaro che l’intento della diplomazia è rafforzare i rapporti.
Tanto più che nel corso degli anni le relazioni tra Eni e governo kazako sono state frizzanti. Nel 2007 il cantiere del maxi-giacimento venne fermato per ipotetici danni ambientali (mai provati). Il contenzioso è venuto meno quando la compagnia nazionale KazaMunai Gaz è entrata nel consorzio.
Per inciso a gestire la società di Stato è Timur Kulibayev, genero del Presidente ma per un breve periodo, il tempo necessario per fare un figlio, fidanzato di Goga Askhenazi.
Celebre in Italia per avere avuto un flirt con Lapo Elkann, un po’ meno per essere stata in affari con i Marzotto da cui nel 2012 ha acquistato il 100% di Vionnet, storico brand di moda parigino.
Proprio attorno alla figura di Kulibayv si sono sviluppate situazioni spinose che potrebbero di nuovo mettere in crisi la produzione sul Mar Caspio.
Nel 2011 una serie di mail anonime aveva fatto emergere ipotesi di corruzione a favore delle dogane kazake. Ma soprattutto aveva creato un filone d’inchiesta tutto italiano.
Il tribunale di Milano ha ipotizzato che siano stati versati 20 milioni di euro nelle tasche di funzionari del Paese asiatico e del genero di Nazarbayev.
Sempre secondo l’accusa con quei soldi Kulibayev avrebbe acquistato a Londra per 15 milioni di sterline la villa del principe Andrea, l’ex marito di Sara Ferguson, presentato al magnate kazako quasi sicuramente dalla stessa Goga Askhenzi.
Prima di frequentare Kulibayev era stata infatti anche amica di Andrea.
Il sequestro della villa certo non farebbe piacere ai kazaki.
E sicuramente ancor meno farebbe piacere una manifestazione politica per cercare di riportare in Italia la moglie del dissidente Ablyazov.
(da “la Repubblica”)
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL TRIBUNALE RIVELA: “RICONSEGNATE CON UN BLITZ DI 50 UOMINI DELLA DIGOS AL DITTATORE DEL KAZAKISTAN NAZARBAYEV”… CHE RUOLO HA AVUTO ALFANO NELL’OPERAZIONE GESTITA DAL MINISTERO DEGLI INTERNI, INVECE CHE DA QUELLO DEGLI ESTERI E DELLA GIUSTIZIA, NEL FORNIRE IN OSTAGGIO AD UN DITTATORE, AMICO DI BERLUSCONI, LA FAMIGLIA DEL PRINCIPALE OPPOSITORE AL REGIME?
Ora una sentenza del tribunale di Roma lo dice chiaramente: non c’era nessuna irregolarità
nel passaporto della moglie di Mukhtar Ablyazov, principale oppositore del regime dittatoriale di Nursultan Nazarbayev in Kazakistan, paese ricco di materie prime e strategico per gli interessi dell’Eni.
Eppure la donna è stata estradata dall’Italia. In tutta fretta, senza attendere verifiche sul documento.
Tanto da far gridare gli avvocati difensori “alla extraordinary rendition, ossia cattura illegale”.
Le ultime novità sulla vicenda dell’estradizione di una donna e di una bambina di sei anni, prelevate contro la loro volontà nella loro residenza di Casal Palocco (Roma) e rispedite in tutta fretta il 31 maggio in quel Kazakistan dove Ablyazov è il principale oppositore del regime, aprono risvolti politici che toccano direttamente il governo. Anche perchè nella sentenza i giudici scrivono che la “velocità con cui si è provveduto al rimpatrio”, in una situazione così delicata, “lascia perplessi”.
Tra i vari documenti c’è anche la nota verbale dell’ambasciata kazaka, in cui si avvisava della presenza dell’oppositore politico Ablyazov a Roma.
Questa nota, il 28 maggio è stata inoltrata direttamente alla Questura di Roma (che fa capo al ministero degli Interni), e non al dicastero degli Esteri o, a livello procedurale, a quello della Giustizia.
E proprio dalla questura è partito il blitz notturno della Digos (una cinquantina di uomini armati, raccontano gli avvocati), che la notte del 29 maggio ha prelevato Alma Shalabayeva, moglie di Ablyazov.
A dimostrazione di uno scontro in atto tra il dicastero degli Esteri, che avrebbe dovuto non solo essere informato ma anche occuparsi della vicenda, e il Viminale, che — raccontano alcune fonti — dalla Farnesina accusano di aver gestito in proprio la vicenda.
All’epoca dei fatti, le prime dichiarazioni furono del ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri: “Mi sono subito informata, le procedure sono state perfette, tutto in regola e secondo legge” (cosa che come vedremo il 25 giugno il Tribunale del riesame ha smentito) e poi del ministro degli Interni Angelino Alfano, che “ha preso atto della vicenda”.
Assordante è stato invece il silenzio sulla vicenda del ministro degli Esteri Bonino, che solo giorni dopo in un’intervista a Il Messaggero definì l’incidente “anomalo”.
A quanto risulta, alla Farnesina ritengono infatti essere di essere stati scavalcati nella vicenda dal ministero degli Interni, guidato da Angelino Alfano, vicepremier, segretario del Pdl e uomo fidato di Silvio Berlusconi, grande amico del dittatore kazaco.
Tutto nel silenzio del premier Enrico Letta, che questa mattina non ha risposto a chi gli chiedeva informazioni in merito, salvo poi, in serata, pubblicare uno scarno comunicato: “Rispetto a quanto apparso sulla stampa circa la vicenda della cittadina kazaka Alma Shalabayeva, il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha immediatamente chiesto di avviare una verifica interna agli organi di Governo che ricostruisca i fatti ed evidenzi eventuali profili di criticità ”.
Inoltre, tra i vari documenti visionati, il fattoquotidiano.it ha potuto vedere l’ordinanza del Tribunale del riesame di Roma del 25 giugno che ha stabilito l’immediata la restituzione alla famiglia dei beni sequestrati nelle perquisizioni avvenute a fine maggio nella villa di Casal Palocco.
Tra questi il passaporto della Repubblica Centroafricana mostrato dalla donna agli inquirenti e ritenuto falso — il casus belli della deportazione — 50mila euro in contanti, una memory card e altri beni.
A proposito del passaporto, il Tribunale del riesame scrive che, a seguito dei documenti presentati dagli avvocati di difesa dello studio legale Olivo-Vassalli, “il passaporto in possesso dell’indagata non è falso”.
E aggiunge poi una considerazione: “lascia perplessi la velocità con cui si è proceduto al rimpatrio in Kazakistan della indagata e della bambina, congiunti di un rifugiato politico, in presenza di atti dai quali emergevano quantomeno seri dubbi sulla falsità del documento”.
E a sottolineare l’aspetto politico della vicenda ci ha pensato lo stesso Ablyazov in un’intervista al quotidiano La Stampa .
“Mi appello a Enrico Letta affinchè faccia piena luce sulla deportazione di mia moglie e figlia da Roma in Kazakhstan, dove ora sono in ostaggio di Nursultan Nazarbayev”, ha detto Ablyazov, aggiungendo poi “E’ un fatto senza precedenti, avvenuto perchè il dittatore del Kazakistan voleva due ostaggi contro il suo maggiore oppositore politico. (…) Ciò che abbiamo compreso ci porta a credere che sia stato un blitz del ministero dell’Interno in collaborazione con agenti di una dittatura ex sovietica. Quelli che in Italia avrebbero potuto bloccare il rapimento sono stati esclusi dall’operazione. Il governo italiano deve spingere il ministero dell’Interno a svelare la verità ponendo fine alla protezione dei responsabili di questa vicenda”.
L’intera vicenda era stata raccontata da ilfattoquotidiano.it, che aveva anche riportato un vecchio articolo del Daily Telegraph del 2010 dove era spiegato come il Kazakistan avesse minacciato la Gran Bretagna che, nel caso fosse stato concesso asilo politico ad Ablyazov, da anni rifugiato a Londra, avrebbero chiuso i contratti con le compagnie britanniche.
Da qui non era stato difficile ipotizzare perchè l’Italia avesse deciso di consegnare la moglie la figlia di Ablyazov, facendo sì che fossero esposte, a detta degli avvocati, “all’elevatissimo rischio trattamenti disumani, analoghi a quelli cui fu sottoposto il marito in patria”.
Il Kazakistan è una terra ricchissima di risorse naturali, e uno dei principali partner commerciali del regime è l’azienda parastatale italiana Eni.
Attiva nel paese dal 1992, Eni ha stretto accordi di cooperazione.
Gli ultimi sono del 2012. Si tratta delle estrazioni di gas e petrolio nell’immenso giacimento di Karachaganak (5 miliardi di barili di riserve) e le trivellazioni a Kashagan (dove s’ipotizzano 13 miliardi di barili).
Luca Piasapia
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE UNICO LEADER OCCIDENTALE A TESSERE LE LODI DEL REGIME…. BERLUSCONI INVITO’ GLI ITALIANI AD ANDARE IN VACANZA IN KAZAKISTAN
Salabayeva e Alua, moglie e figlia dell’oppositore kazako Mukhtar Ablyazov, sono ora nelle mani del dittatore Nursultan Nazarbayev.
Dopo che lo scorso 29 maggio il ministro degli Interni e segretario del Pdl, Angelino Alfano, ha mandato una cinquantina di uomini armati della Digos a prendere le due donne, che sono state poi espulse dall’Italia, accusate di avere passaporti falsi. Un’accusa che è stata poi smentita dal tribunale di Roma, secondo cui l’espulsione non andava autorizzata perchè i documenti erano in regola.
Adesso la parola spetta a Nazarbayev: un vecchio amico dell’Italia e di Silvio Berlusconi.
Il 1 ottobre 2010 il Cavaliere fu infatti accolto a braccia aperte dal dittatore quando raggiunse Astana, capitale del Kazakistan, per il vertice Ocse.
Nulla di cui stupirsi visto che, come ha detto lo stesso Berlusconi, Nursultan è “un caro amico”.
L’ex premier, ultimo dei 68 tra capi di Stato e governo ad arrivare nella capitale kazaka, fu ricevuto con un saluto molto caloroso da parte del dittatore.
“Ho visto dei sondaggi realizzati da un’autorità indipendente che ti hanno assegnato il 92% di stima e di amore dal tuo popolo”, disse Berlusconi rivolgendosi al leader kazako, sottolineando che “è un consenso che non può che fondarsi sui fatti” e invitando tutti ad “andare in vacanza in Kazakistan”.
Non solo.
Un anno prima, nel 2009, Nazarbayev giunse in Italia con una folta delegazione di ministri per un incontro tra le due Nazioni.
Al termine del bilaterale, il Cavaliere si complimentò per l’impressionante crescita demografica del Paese.
“Credo che si possa veramente sviluppare una vasta gamma di collaborazione“, disse allora Berlusconi, “con un Paese che ha grandi risorse naturali e una grande crescita demografica”.
Una Nazione che, aggiunse con un sorriso davanti a Nazarbayev, “dimostra la grande vitalità di tutti i maschi kazachistani”.
Nella stessa occasione, Berlusconi non riuscì a trattenere anche la “grande invidia” per il fatto che il suo ospite fosse riuscito a costruire “in otto anni una città da un milione di abitanti”.
Un modello che il Cavaliere disse di voler prendere come riferimento per ricostruire l’Aquila, ammettendo in tono scherzoso che si trattava di una “missione complicata, visti gli ostacoli burocratici che si frappongono in Italia”.
E in quell’occasione il Cavaliere si spinse anche oltre, spiegando di aver visitato in Kazakistan “una diga a forma di fiore da cui mettendo una mano sul pulsante si illumina una città ” e concludendo con un’altra battuta: “Ovviamente ho pensato di fare lo stesso in Sardegna“.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
LA PRINCIPALE ACCUSA AL ROTTAMATORE: “CAMBIA SPESSO IDEA”
«L’idea del correntone anti-Renzi è una follia. Io con Renzi ho parlato tante volte. Ma è una
persona che ha l’abitudine di cambiare spesso idea e anche di fare la vittima». E comunque, «che sia chiaro a tutti che non permetteremo a nessuno di far cadere il governo» .
Mercoledì sera, Roma, quartiere Testaccio, ristorante Antico Forno – tra l’altro a pochi metri dalla casa di Enrico Letta – prenotato per una trentina di persone.
Amici e compagni, vecchi e nuovi.
E lui, Massimo D’Alema, il politico che rispetto ai «tavoli» rimane ancora fedele alla sua vecchia regola, «capotavola è dove mi siedo io».
È in quella sede che il presidente di ItalianiEuropei lascia intendere ai suoi che la base del suo dialogo con Renzi – che avrebbe dovuto aspettare un giro e candidarsi alle primarie per la leadership del centrosinistra – di fatto non c’è più.
Perchè il sindaco di Firenze, che questo dialogo l’aveva reso pubblico omettendo il nome di D’Alema («I capicorrente vengono a sussurarti all’orecchio di aspettare un giro»), nella versione dalemiana, è ormai un ragazzo che cambia spesso idea.
Al tavolo del ristorante di Testaccio c’è anche un dalemiano con un piede fuori dall’emisfero del Lìder Maximo.
Come Nicola Latorre, le cui simpatie renziane sono in continua ascesa, convinto che «o Matteo si candida adesso alla segreteria o non avrà una seconda possibilità ».
La serata è all’insegna del dialogo e della riflessione, e quindi D’Alema ascolta e dialoga con tutti.
Ma le sue colonne d’Ercole sono fissate. «Il governo non si tocca in nessun caso».
L’eco della cena dei dalemiani arriva ieri pomeriggio al Nazareno, a quella che doveva essere un’iniziativa dei fedelissimi di Bersani destinata a aprire i primi varchi per la candidatura alla segreteria di Stefano Fassina.
E invece, come dopo un colpo di scena che finisce per spiazzare tutti, la riunione dell’area «Fare il Pd» si trasforma nel punto d’incontro di tutti i «governisti».
Di tutti quelli che, per proteggere l’esecutivo dalla tensioni congressuali, hanno come unico obiettivo quello di evitare le condizioni perchè il sindaco di Firenze scenda in campo.
I ministri in quota del Pd si presentano tutti.
Ci sono Dario Franceschini e Flavio Zanonato, Andrea Orlando e Maria Chiara Carrozza. Manca solo il premier.
Ma il messaggio da portare alla «ditta» è chiarissimo.
«La verifica all’interno della maggioranza è andata benissimo», confida Franceschini ai suoi, che per una parte hanno disertato l’evento. «Persino Brunetta», è l’entusiasta rivendicazione del ministro dei Rapporti col Parlamento, «durante la riunione ha detto che il governo deve durare cinque anni. Adesso vogliamo far casino noi? ».
La risposta alla domanda retorica è nel fuoco di fila pro governo che si sente in tutti gli interventi, a cominciare da quelli degli ex popolari.
E Renzi è il convitato di pietra a cui tutti i messaggi sono indirizzati.
«Il nostro modello di partito è quello di David Serra e Flavio Briatore? », chiede ironicamente Beppe Fioroni, convinto che «le regole del congresso non possono essere costruite contro Letta, altro che Renzi».
E si fa vedere anche Franco Marini: «Questo governo sta facendo di più di quello che pensavamo possibile».
E quando tocca a Franceschini salire sul podio, ecco che il neo-ministro contesta quella frase sui «piccoli passi» che il sindaco di Firenze aveva detto durante l’intervista alla Faz: «Questa sfida la stiamo affrontando benissimo. In un momento del genere, che cosa possiamo fare se non piccoli passi? Dovremmo fare grandi annunci? Persino se fosse tra noi De Gasperi – è la chiosa franceschiniana – «si sarebbe mosso nello stesso modo di questo governo».
Una risposta anche a Bersani, che qualche minuto prima era tornato evocare il governo di cambiamento.
Segno che le tensioni, anche nel fronte anti-renziano, ci sono ancora, eccome. D’Alema, nel frattempo, aveva abbandonato l’incontro lanciando dietro di sè poche parole: «Non c’è un correntone anti-renziano. Renzi ha sbagliato a non esserci, gioca un po’ a fare la vittima».
La convinzione generale, quando il sipario cala, è che adesso bisognerà solo capire se il sindaco di Firenze scenda in campo o no.
Nel secondo caso, le iscrizioni al congresso saranno rivoluzionate.
E anche il «no» di Epifani, che continua a negare il suo interessamento alla riconferma, potrebbe essere rivisto
Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
ORA LE PARTI TORNANO DAL GIP
Il giudice non si convince e non archivia l’inchiesta per mafia nei confronti dell’ex presidente del Senato Renato Schifani: udienza dunque fissata per il 23 luglio, quando le parti – la Procura che ha chiesto l’archiviazione e lo stesso attuale capogruppo del Pdl al Senato – saranno convocate davanti al Gip Piergiorgio Morosini.
Che ascolterà le ragioni che hanno indotto i pm Nino Di Matteo e Paolo Guido a formulare la richiesta e le eventuali osservazioni dei legali di Schifani, chiamato in causa da quattro pentiti e invischiato in un’indagine aperta quando occupava la seconda carica dello Stato.
Per evitare fughe di notizie (che ovviamente c’erano state lo stesso) l’ufficio diretto da Francesco Messineo aveva iscritto l’allora presidente del Senato con uno pseudonimo curioso, «Schioperatu»
Nel giorno in cui la corte d’assise di Palermo respinge le eccezioni di incompetenza territoriale e funzionale nel processo sulla trattativa Stato-mafia, stabilendo dunque che il dibattimento rimanga nel capoluogo siciliano, a Schifani viene notificato il provvedimento del Gip Morosini, poco convinto dalla decisione di chiudere la vicenda con un’archiviazione, chiesta, prima della partenza per il Guatemala, dall’ex procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia. Nonostante vi fossero una serie di elementi a carico dell’indagato, avevano scritto gli inquirenti, mancavano riscontri certi, oggettivi e individualizzanti.
Non erano sufficientemente provate, in particolare, le accuse del pentito di Villabate, Francesco Campanella, che aveva parlato della vicinanza di Schifani al boss di Villabate, Nino Mandalà , e dei presunti favori che l’esponente politico avrebbe fatto, quando era avvocato e consulente del Comune a cinque chilometri da Palermo, sulle vicende del piano regolatore del paese.
Sullo stesso fronte, quello dei piani regolatori, un altro collaborante, Innocenzo Lo Sicco, ex costruttore, aveva affermato che Schifani sarebbe riuscito a «salvare» un palazzo abusivo, nel centro di Palermo, facendo approvare, apposta per quell’edificio, una sanatoria edilizia nazionale.
L’indagine, già stata archiviata una prima volta, era stata riaperta nel 2010, a seguito delle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza.
Riccardo Arena
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