Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
DUE ANNI DI VERGOGNOSI RINVII, ORA SI PARLA DELLA PRIMAVERA 2014 … LE STATUE SONO NELLA SEDE DEL CONSIGLIO REGIONALE, MA NESSUNO LO SA
Sono ancora pietosamente adagiati sul dorso, in una sala di palazzo Campanella a Reggio
Calabria.
Si trovano in quella posizione dal 23 dicembre 2009.
E 1.291 giorni cominciano a essere davvero troppi, anche per due statue.
Se poi quelle due statue sono i Bronzi di Riace, e la prospettiva è che rimangano lì almeno per altri otto mesi, giudicate voi.
Il Museo della Magna Grecia, dove sono stati esposti per ventotto anni nella pressochè totale indifferenza, è chiuso dalla vigilia di Natale di tre anni e mezzo fa causa restauri.
Doveva riaprire un anno dopo, in tempo per le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia.
Ma come sempre i lavori si sono rivelati interminabili, fra problemi tecnici, pastoie burocratiche e la solita inevitabile carenza di soldi.
Causata, manco a dirlo, dalla lievitazione abnorme dei costi: da 10 a 33 milioni di euro.
L’ultimo appalto da 5 milioni per l’allestimento delle sale con i fondi europei, che alla fine sono saltati fuori, doveva essere chiuso il 6 giugno scorso. Invece è slittato al 15 luglio.
E siccome il bando stabilisce 180 giorni dalla data di consegna dei lavori al vincitore della gara, ecco che se tutto andrà per il verso giusto ben difficilmente i Bronzi potranno tornare al loro posto prima della primavera 2014 inoltrata.
Nel frattempo restano dunque nel Consiglio regionale.
Dove si apprestano a trascorrere un quarantunesimo compleanno dal loro ritrovamento, avvenuto il 16 agosto del 1972 nelle acque di Riace a opera del sub dilettante Stefano Mariottini, piuttosto triste.
Vero è che si possono ammirare gratis, ovviamente supini.
Ma a patto di sapere che si trovano in quel posto.
Pensate forse che la città di Reggio Calabria sia disseminata di indicazioni su come raggiungere il luogo dove sono esposti? Niente affatto.
Dell’esistenza dei Bronzi di Riace non si trova traccia nemmeno nella home page del sito Internet del Consiglio regionale che pure li ospita.
Bisogna cliccare sul link della «visita virtuale» al palazzo Campanella, quindi entrare nella pagina del «Salone Federica Monteleone», cui è stato dato il nome di una sfortunata studentessa sedicenne morta nel gennaio 2007 per un errore medico, per apprendere che «l’aula attualmente ospita il laboratorio di restauro dei Bronzi di Riace». Stop.
Non una foto. Non una riga di spiegazione. Come se la presenza di quelle meraviglie dell’arte classica senza paragoni nei ritrovamenti archeologici di tutte le epoche storiche, non fosse niente più che un trascurabile dettaglio.
Del resto, basta dare un’occhiata ai dati del ministero dei Beni culturali per avere idea dell’attenzione che veniva riservata ai Bronzi di Riace anche quando erano esposti nelle sale del museo ora chiuso.
Le cifre dei visitatori paganti durante gli ultimi tre anni di apertura lasciano letteralmente di stucco: erano 61.805 nel 2007, 50.085 nel 2008, per scendere a 36.136 nel 2009.
Ovvero, un ventisettesimo delle persone che erano accorse a vedere i Bronzi a Firenze, trent’anni prima. Incasso del 2009, poco più di 132 mila euro: una miseria. Ma difesa con le barricate dalla città tutte le volte che qualcuno ha provato a ipotizzare anche il semplice trasloco temporaneo, naturalmente a pagamento, dei suoi inestimabili tesori fuori da Reggio Calabria.
Basta ricordare come dieci anni fa il progetto dell’allora governatore calabrese Giuseppe Chiaravalloti di realizzare copie delle due statue da mandare in giro per il mondo fu contrastato da un comitato «contro il trasferimento e la clonazione dei Bronzi di Riace» attraverso un referendum popolare che vinse con 30.564 «no» contro appena 186 «sì».
Da allora le cose sono andate oggettivamente di male in peggio, come dicono i numeri: colpa delle amministrazioni locali, del ministero, chissà .
Fatto sta che oggi un analogo «comitato per la valorizzazione e la tutela dei Bronzi di Riace» implora di riaprire il Museo per rimetterli in piedi al più presto.
Due sculture di importanza planetaria scandalosamente dimenticate per anni in una città che ha un disperato bisogno di sviluppo.
Pensate alla Francia, alla Germania o alla Gran Bretagna: in qualunque altro Paese civile una situazione del genere non avrebbe potuto che suscitare scandalo e provocare immediate reazioni.
Ma non qui, dove il silenzio assordante delle istituzioni e della politica è stata la risposta alle denunce dell’opinione pubblica.
Prime fra tutte, quelle di Antonietta Catanese, che sul Quotidiano della Calabria ha dedicato a questa vicenda pagine di fuoco.
L’ultima puntata della storia infinita riguarda la cosiddetta «fase 2» del restauro del Museo della Magna Grecia.
Si tratta di un progetto che risale a qualche anno fa e prevede l’ampliamento sotterraneo degli spazi. Autore, l’architetto Nicola Di Battista.
Per realizzarlo si sarebbero resi disponibili altri 10 milioni di fondi europei, ma l’associazione Amici del Museo si è messa di traverso: le loro contestazioni riguardano il rischio di pregiudicare eventuali resti della necropoli ellenistica che si trovano sotto la costruzione.
Senza poi contare i problemi sollevati dal Comune di Reggio a proposito della viabilità . Eppure le chiacchiere stanno a zero.
Quei denari vanno tassativamente spesi entro il 2015, diversamente saranno perduti. Ma purtroppo è un film già visto, a dispetto dell’orribile primato nazionale della disoccupazione giovanile. In Calabria è arrivata al 53,5 per cento.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
LA NUOVA MAPPA DEGLI ATENEI DOVE STUDIARE COSTA DI PIU’
Studenti universitari “tartassati” dalle tasse come nel film di Totò.
In appena otto anni, gli iscritti negli atenei statali si sono assottigliati mentre le tasse universitarie sono cresciute del 50 per cento.
Con picchi, per alcuni atenei, di oltre il 100 per cento.
Il salasso emerge dai dati sui contributi degli studenti pubblicati dal Miur.
Un fenomeno, più volte denunciato dalle associazioni studentesche, che sarebbe anche all’origine del calo di matricole registrato in Italia.
Pagare mille e più euro all’anno per fare studiare un figlio all’università può diventare insostenibile per una famiglia.
Bastano alcuni esempi: dal 2004 al 2012 l’università del Salento ha aumentato le tasse del 167 per cento mentre quella di Reggio Calabria del 119 per cento.
Ma la stangata non riguarda solo i piccoli atenei.
Tra i grandi, spicca l’università di Palermo che ha raddoppiato i contributi (+110 per cento) e la Federico II di Napoli che oggi registra un aumento del 94 per cento.
Mentre l’ateneo più grande d’Europa, La Sapienza di Roma, si è contenuto: il carico per studenti e le famiglie è salito del 57 per cento
Sul fronte opposto, ci sono le università virtuose, tra cui Firenze, che ha ritoccato del 4,7 per cento appena il balzello e il Politecnico di Torino, più 14 per cento.
Mentre l’università pubblica più esosa in assoluto è il Politecnico di Milano, con una media di quasi mille e 700 euro.
Al confronto, gli 842 euro a studente del Politecnico di Torino e i 509 del Politecnico di Bari sono poca cosa.
«Un ragazzo – dice Marco Mancini, presidente dei rettori italiani – decide di non iscriversi per due motivi: l’incremento delle tasse universitarie, di gran lunga più alto rispetto a quello degli stipendi delle famiglie, e un diritto allo studio a dir poco claudicante ».
Su questo punto il nostro Paese ha la maglia nera.
«In Italia – continua Mancini – spendiamo una cifra ridicola: 260 milioni all’anno. In Francia sono un miliardo e 600 milioni, la Germania 2 miliardi. Ma di cosa stiamo parlando?».
L’aumento delle tasse – si giustificano gli atenei – è dovuto ai tagli imposti dall’ex ministro all’Istruzione Mariastella Gelmini.
«A partire dal 2008-2009, il sistema universitario italiano è stato colpito da un taglio di circa un miliardo di euro (su 7,45 circa) del Fondo di finanziamento ordinario. E non mi stupisce – conclude il presidente della Crui – se le tasse siano state incrementate. Credo che, costi quel che costi, l’ultima cosa da fare è aumentarle ancora».
Le tasse poi sono solo una parte della spesa per ottenere una laurea.
«Bisogna tenere conto di tutti i contributi extra, dai i test d’ingresso alla laurea», denuncia Michele Orezzi, portavoce dell’Unione degli universitari.
A questi occorre sommare affitti e mensa per i fuorisede, trasporti e libri.
Anche i giudici amministrativi si sono accorti che le tasse universitarie sono diventate troppo onerose.
Qualche mese fa il Tar della Lombardia ha condannato l’ateneo di Pavia – che aveva superato, nel 2012, il limite di tassazione studentesca in rapporto al finanziamento statale – a restituire oltre due milioni di euro di contributi non dovuti.
Dividendo l’intera contribuzione studentesca del 2004 (più di un miliardo e mezzo) per il numero di iscritti, otto anni fa ogni ragazzo pagava mediamente 632 euro di tasse.
Una cifra che nel 2012 è lievitata fino 947 euro.
Un dato indicativo, certo, perchè non tiene conto degli studenti esonerati.
Ma dà la misura di quanto costi studiare oggi.
«È indispensabile – conclude il rappresentante dell’Udu – che il governo e il ministro Carrozza pongano argini all’aumento indiscriminato delle tasse universitarie: già ora sono le terze più alte d’Europa ».
Salvo Intravaia
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
UN MILIARDO ALLA REGIONE LAZIO, 500.000 EURO AL PIEMONTE, 1,5 MILIARDI AI COMUNI
Quando un paio di settimane fa il telefono è suonato nella sua piccola impresa edile di Ivrea,
Gianluca Actis Perino non avrebbe mai immaginato che dall’altra parte del filo lo stava cercando il ministro dell’Economia. Fabrizio Saccomanni aveva un paio di domande per lui.
Perino è amministratore unico della Sicet, un’azienda edile di 15 dipendenti (cinque meno di due anni fa) che dopo molti mesi è riuscita a farsi pagare dalla provincia di Torino 720 mila euro di crediti scaduti per la manutenzione di due licei.
Saccomanni aveva letto quel mattino un articolo sulla Stampa in cui l’imprenditore spiegava le sue difficoltà e l’ha fatto cercare.
Ma più che congratularsi, chiuso nel suo ufficio di Via XX Settembre a Roma, il ministro voleva capire: quanto è difficile trasferire concretamente una somma dai conti del Tesoro fino a quello di un uomo che, spiega Perino, deve scegliere se comprare un nuovo camion per l’impresa «o dare da mangiare ai figli»?
I dati, di per sè, fanno pensare sia quasi impossibile.
È almeno da febbraio che il governo, allora guidato da Mario Monti, promette di pagare almeno 20 miliardi di debiti commerciali arretrati entro quest’anno.
Sei mesi più tardi la contabilità esatta dei progressi è disarmante: il 27 giugno scorso il Tesoro ha trasferito alla regione Lazio 924 milioni, con i quali la giunta in teoria dovrebbe iniziare a pagare le imprese creditrici entro 30 giorni; l’altro ieri poi dai conti di Via XX Settembre sono partiti altri 448 milioni di «anticipazione di liquidità » per il Piemonte.
«In corso » sono anche dei pagamenti di circa 500 milioni dal Tesoro agli altri ministeri perchè questi a loro volta saldino i propri creditori, mentre la Cassa depositi e prestiti ha trasferito 1562 milioni a 1500 comuni che ne hanno fatto richiesta.
In tutto, giunti già a metà del 2013, si tratta di poco più di tre miliardi sui venti da saldare.
Ma per ora sono solo bonifici partiti da certi conti dell’amministrazione pubblica verso altri conti di altri rami dell’amministrazione pubblica.
Alle imprese, di quei tre miliardi, è arrivata appena una frazione di entità per ora ignota.
Lo Stato ritiene di avere circa 90 miliardi di debiti commerciali arretrati (un quadro più preciso si dovrebbe avere solo in settembre), ma non ha la minima idea di quanto sia già stato versato al creditore finale nel settore privato.
La telefonata di Saccomanni a Ivrea, e il suo impegno evidente nel saldare i debiti alle imprese, suggeriscono che alla radice del problema non c’è la riluttanza del governo. Sembra un fenomeno più complesso: una colluttazione dell’amministrazione statale con se stessa per arrivare, prima o poi, all’obiettivo enunciato.
Basta dare un’occhiata al calendario degli incontri del Tesoro con le Regioni per capire quanto il processo possa essere tortuoso.
I tecnici del governo hanno incontrato quelli della Calabria, del Molise, della Liguria e della Toscana a maggio per i debiti contratti fuori dal settore sanitario.
Ma siamo a luglio e i trasferimenti di denaro fra burocrazie non sono ancora avvenuti. La Calabria e la Toscana non hanno ancora presentato un «piano dei pagamenti», al Molise e alla Liguria manca anche una «norma di copertura». Quasi tutte le altre giunte sembrano essere addirittura ancora più indietro.
Non è chiaro il motivo per cui una Regione debba passare un atto di legge («norma di copertura») semplicemente perchè è in ritardo nel saldare i fornitori.
Wolfgang Munchau, sul Financial Times, ha provocatoriamente scritto che legiferare per saldare il dovuto è un gesto da amministrazione insolvente: deve modificare il quadro di legge per fare semplicemente ciò che (altrove) sarebbe normale.
Nè è chiaro a cosa serva un «piano dei pagamenti», come se il calendario dei giorni di ritardo, nel Mezzogiorno a volte più di mille, non facesse già fede abbastanza.
Ma, appunto, forse proprio questo strumento è ciò che manca. In certi momenti Saccomanni deve sentirsi come in una lotta contro i mulini a vento.
L’altro giorno persino il presidente Giorgio Napolitano si è spinto a dare al ministro tecnico il suo sostegno esplicito, un gesto inusuale in mezzo alle baruffe fra i partiti e fra i rami della burocrazia pubblica.
Perchè anche il capo dello Stato senz’altro lo sa: più difficile che pagare 20 miliardi di arretrati in un solo anno, c’è solo pagare venti miliardi nella seconda metà dell’anno che ormai resta.
Federico Fubini
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL CAPO RELAZIONI ESTERNE PREANNUNCIO’ IL SUO GESTO ALL’AMMINISTRATORE FABRIZIO VIOLA: “E’ URGENTE, DOMANI POTREBBE ESSERE TROPPO TARDI”… DUE GIORNI PRIMA DI TOGLIERSI LA VITA: “VORREI GARANZIE DI NON ESSERE TRAVOLTO DA QUESTA COSA”
“Stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!! ”. David Rossi aveva scritto all’amministratore delegato, Fabrizio Viola, prima di scegliere la via peggiore per uscire dalla vicenda del Monte dei Paschi di Siena. Rossi, capo della comunicazione di Rocca Salimbeni, mercoledì 6 marzo alle ore 20 circa ha aperto la finestra del suo ufficio e si è gettato nel vuoto.
Un gesto su cui pensava da lunedì. Quando, alle otto e 13 minuti, scrive a Viola, in quei giorni a Dubai. Una mail fin troppo chiara, già dall’oggetto: aiuto, “help”.
Un messaggio di posta inviato per conoscenza anche a un’altra figura di vertice della banca.
Una mail alla quale però nessuno inizialmente risponde.
Ma poco dopo le 13, Rossi rinnova la sua preoccupazione: “Ti posso mandare una mail su quel tema di stamani? È urgente. Domani potrebbe già essere troppo tardi”.
E inizia così un drammatico scambio di mail, agli atti dell’inchiesta sul suicidio di Rossi aperta dalla Procura di Siena, in cui vengono ricostruiti gli ultimi giorni di vita dell’ex braccio destro di Giuseppe Mussari.
E, soprattutto, lo stato d’animo in cui Rossi era ormai costretto a vivere.
David sente la pressione addosso.
Pochi giorni prima, il 19 febbraio, ha subito la perquisizione in casa e in ufficio, i giornali scrivono che lui è ritenuto il trait d’union tra i vecchi vertici, Mussari e Alessandro Vigni, per accordarsi sulle versioni da fornire agli inquirenti.
E, come se non bastasse, viene poi accusato di essere il responsabile della fuga di notizie sull’azione di responsabilità decisa dal Consiglio di amministrazione della banca il 28 febbraio contro gli ex vertici di Mps, Nomura e Deutsch Bank.
Notizia che appare su due quotidiani il giorno successivo e della quale, ricostruiscono gli inquirenti, Rossi non era stato messo al corrente.
Tant’è che aveva confidato ad alcuni familiari di sentirsi ormai escluso dalle informazioni sensibili della banca.
Tre giorni dopo, su denuncia presentata da Viola, la Procura avvia un’indagine per insider trading, finalizzata a individuare il responsabile della fuga di notizie.
Il cinque marzo per questo vengono perquisiti abitazioni e uffici di due componenti del Cda: Michele Briamonte e Lorenzo Gorgoni. Rossi no.
Mercoledì sei marzo l’agenzia di stampa Reuters alle ore 18.49, a mercati chiusi, pubblica il take sulla quantificazione del danno: “Mps, danni da 700 milioni a Nomura, 500 a Deutsche, in solido con Mussari e Vigni”. Rossi alle 19 comunica alla moglie: “Tra mezz’ora sono a casa”.
Ma qui, ipotizzano gli inquirenti, inizia l’ora fa presente le preoccupazioni relative al suo possibile coinvolgimento nelle inchieste, il timore che le voci che avvelenano Siena e Rocca Salimbeni sul suo conto possano aver trovato terreno fertile in Procura. Scrive a Viola l’intenzione di voler parlare con i magistrati, per sapere cosa vogliono. “Mi hanno inquadrato male”, scrive, tra l’altro
E ancora, sempre nella stessa corposa mail: “Vorrei garanzie di non essere travolto da questa cosa, per questo lo devo fare subito, prima di domani”.
Sono le 14 e 12 di lunedì 4 marzo.
Dopo dodici minuti arriva la risposta di Viola: “La cosa è delicata. Non so e non voglio sapere cosa succederà domani. Lasciami riflettere”.
Rossi insiste, sente la necessità di parlare con gli inquirenti. Ha bisogno di rassicurazioni da parte dell’amministratore delegato. E riceve però un consiglio: di alzare il telefono e chiamare la Procura.
Viola è stato sentito dagli inquirenti anche in merito a questo scambio di mail.
E ieri, contattato telefonicamente dal Fatto Quotidiano, ha risposte per mezzo dell’ufficio stampa che in quei giorni era in vacanza con i figli a Dubai.
David era a Siena. E non chiederà più aiuto a nessuno, stando a quanto ricostruito dagli atti. E, forse deluso dalle risposte ricevute, si scusa anche con Viola.
I due giorni successivi, secondo quanto ricostruito agli atti dagli inquirenti, David vivrà in “costante tensione”, “aveva paura — riferisce uno dei testimoni sentiti — di essere persino arrestato”
L’inchiesta, aperta contro ignoti per istigazione al suicidio, era inizialmente stata affidata al pm Nicola Marini, magistrato di turno la sera di mercoledì sei marzo.
Ma gli sviluppi l’hanno intrecciata all’indagine “madre” sul Monte dei Paschi di Siena e a quella per insider trading, ed è divenuta di competenza anche degli inquirenti titolari degli altri fascicoli: Aldo Natalini, Antonino Nastasi e Giuseppe Grosso.
Lo scambio di mail, insieme ad altro materiale e nuove testimonianze raccolte solo nell’ultimo mese, hanno dato un nuovo impulso alle indagini.
Il procedimento aperto per istigazione al suicidio sta ora andando verso l’archiviazione.
Davide Vecchi
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
LA LEGA NON INCANTA PIU’, NEMMENO NEI SUOI LUOGHI SIMBOLO
A Cassano Magnago, il comune del varesotto che ha dato i natali a Umberto Bossi, la serata
dedicata al senatur è andata quasi deserta.
Giovedì sera sotto la grande tensostruttura dell’area feste si contavano a malapena un centinaio di persone, la gran parte intervenute solo per approfittare della possibilità di ballare il liscio.
Terminata la musica, infatti, il tendone si è ulteriormente svuotato, lasciando lo stanco Bossi a lanciare proclami di rinascita davanti ad una ventina di militanti affezionati, in un’atmosfera decadente, da fine dell’impero.
Bossi ha promesso il ritorno della Lega forte, ha annunciato “una sorpresa che alle prossime elezioni vi lascerà di stucco”, ma senza svelarne i contorni.
Ha parlato di Ius Soli, ricordando come solo la legge Bossi Fini abbia permesso al nostro paese di “evitare l’invasione da parte di cento milioni di immigrati”.
A chi si aspettava le solite bordate contro il suo successore Roberto Maroni, Bossi ha risposto picche: “Voi giornalisti site qui solo per dire che la Lega è divisa, ma questa sera non dico niente”
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL GOVERNO HA PROMESSO 200.000 POSTI DI LAVORO MA SONO CIFRE GONFIATE CHE COMPRENDONO ANCHE I TIROCINI FORMATIVI… DIMENTICATE LE PARTITE IVA, PENALIZZATO CHI STUDIA…E LE STAFFETTE GENERAZIONALI SAREBBERO POCO RISOLUTIVE
Duecentomila posti di lavoro per i giovani, tre miliardi di euro stanziati, due punti percentuali in meno di disoccupazione.
Dall’approvazione del del sull’occupazione fino ai giorni scorsi, il governo Letta ha diffuso una significativa serie di numeri e dati trionfali sui piani del suo esecutivo.
Eppure, nonostante tutte queste cifre, i conti non tornano.
«Ora le imprese non hanno più alibi per non assumere», ha spiegato Enrico Letta presentando le sue misure. Tutto questo dopo una battaglia (di slogan) secondo cui l’unico modo di creare posti di lavoro per i giovani era la “staffetta generazionale” e i contratti di solidarietà per i più anziani: mandarne a casa una parte, convertirli part-time, diminuire loro lo stipendio in modo da fare entrare in azienda qualche ragazzo.
Un clima di “terrore generazionale” poi sfumato nel nulla: staffetta e contratti di solidarietà espansivi sono troppo onerosi per lo Stato.
E allora via al miliardo e mezzo per l’occupazione giovanile, e poi all’altro miliardo e mezzo dell’Unione Europea.
Partiamo dalle cifre.
Il primo miliardo e mezzo di stanziamenti c’è, ma è ripartito nei prossimi cinque anni.
Trecento milioni nel 2013, 100 milioni nel 2014, 150 milioni nel 2015 e così via.
Di questi, 500 milioni sono destinati solo al mezzogiorno.
Gli stanziamenti, poi, non sono tutti diretti all’occupazione, ma anche a tirocini e stage formativi. Ovvero a quegli strumenti con cui i giovani precari vanno avanti da anni in attesa di un lavoro, per poi passare da un contratto precario all’altro.
Proprio sui contratti Letta è intervenuto eliminando i vincoli temporali per il rinnovo imposti dalla Riforma Fornero.
Per il sindacalista Sergio Bellavita (Fiom e Rete 28 aprile) si tratta di «Uno scandalo, cancellano proprio quelle due cose contro il precariato inserite nella riforma Fornero».
Ma torniamo ai numeri. Si è detto 200mila posti di lavoro per i giovani: non è vero.
Centomila potrebbero diventare i nuovi posti di lavoro – dati ben lontani dalla realtà per l’economista Tito Boeri – e i restanti 100mila sarebbero tirocini e percorsi formativi.
Il ministro Giovannini ha parlato di riduzione del 2 per cento dei giovani disoccupati, ma la statistica di riferimento è quella dei giovani fino ai 24 anni, in cui la disoccupazione è conteggiata al 25 per cento, dato ben lontano da quel 41 per cento di disoccupazione giovanile reale, che prende l’arco di vita fino ai 29 anni. In un paese in cui, tra la maturità a 19 anni (nel resto d’Europa avviene un anno prima) e le lauree 3 + 2 l’età naturale per il conseguimento del titolo arriva proprio ai 24 anni. Insomma, non si interviene su chi cerca lavoro ma sui “Neet”, quelli che non cercano lavoro e non studiano.
Passiamo ora lo youth guarantee, il progetto dell’Unione Europea per favorire l’occupazione giovanile.
«Abbiamo triplicato i fondi europei per l’occupazione giovanile, portiamo a casa un miliardo a mezzo», ha insistito il premier.
Ma anche qui i fondi, fino a pochi giorni prima, dovevano essere un miliardo e 80 milioni, diventati poi un miliardo e 580 milioni.
Non si capisce a quale matematica si affidi questo governo parlando di cifra triplicata. –
Sugli 8 miliardi di copertura europea, inoltre, per il biennio 2014/2015 solo sei sono anticipabili, per cui è improbabile che si recuperi interamente il miliardo e mezzo italiano.
LA STAFFETTA GENERAZIONALE
Le misure del governo Letta sul lavoro sono figlie di un percorso che parte sul piede di guerra generazionale.
Fino a pochi giorni fa l’idea per creare nuovi posti era quella della staffetta generazionale: far fuoriuscire dalle aziende i dipendenti anziani, convertendoli part-time o mandandoli in pensione, per inserire giovani dipendenti.
Ma sono bastati pochi giorni per capire che un’impresa del genere non è realizzabile perchè troppo onerosa: lo Stato dovrebbe infatti pagare comunque i contributi pieni a queste persone. Che, inoltre, dovrebbero accettare su base volontaria.
Dopo che la proposta sembrava archiviata oggi il governo ci riprova: chi vuole andare in pensione dopo i 62 (con 35 di contributi) potrebbe farlo perdendo l’8 per cento della pensione. Per Fabio Mangiafico, funzionario Fiom di Milano: «La staffetta generazionale non è una soluzione miracolistica, sono diffidente. Un conto è applicarla nella grande industria tedesca, un altro pensare alla piccola e media impresa italiana».
Aggiunge: «E poi non si discute mai di quanto mette l’impresa, ma sempre dei lavoratori». Per Sergio Bellavita: «La “staffetta” fa ricadere il peso dei nuovi posti di lavoro sulle spalle dei lavoratori».
IL BONUS ASSUNZIONI
Le misure del dl sull’occupazione comprendono il famigerato bonus per le nuove assunzioni: un contributo di 650 euro (pari al 33 per cento del salario) per l’impresa che assume un giovane fra i 18 e 29 anni a tempo indeterminato. Il bonus dura 18 mesi per i nuovi assunti e 12 mesi per i contratti a termine trasformati in tempo indeterminato.
Sono tre le condizioni da rispettare: essere stati disoccupati per almeno sei mesi, avere familiari a carico, non aver studiato oltre la licenza media.
Una errata interpretazione dell’Ansa nel fine settimana ha creato l’equivoco: critiche pesanti sono piovute da più parti sul provvedimento perchè colpevole di incentivare i giovani ad abbandonare gli studi. In realtà , specificano dalla Presidenza del consiglio: “Le misure non si escludono a vicenda, è necessaria solo una delle tre condizioni per accedere al bonus”.
PRECARI
Eppure il messaggio è passato: chi studia sbaglia.
Chi ha oltre i 29 anni ed è senza lavoro può arrangiarsi. Chi di mese in mese salta da un lavoretto all’altro è da considerarsi occupato.
Neanche un accenno alle Partite Iva, che crescono in maniera esponenziale, con 550mila nuove aperture solo nel 2012.
Dall’altro canto si riducono i termini temporali tra un’assunzione (precaria) e la successiva.
La vituperata Riforma Fornero, infatti, aveva istituito il limite di 60 giorni per riassumere una persona il cui rapporto di lavoro iniziale avesse durata inferiore a 6 mesi, e 90 giorni se il rapporto superava i sei mesi.
Ora Letta e Giovannini riportano questi limiti a 10 e 20 giorni. Dice Bellavita: «Scandaloso, cancellano quelle due cose contro il precariato inserite nella riforma Fornero».
Aggiunge Mangiafico: «Rivedono quelle due garanzie per i contratti a termine, complimenti. Tolgono il maquillage dei precari dalla riforma Fornero».
CONTRATTI DI SOLIDARIETA
“Sono la strada maestra”, ha affermato nelle scorse settimane il ministro Giovannini.
Cesare Damiano, dal suo canto, ha ricordato come il modello “espansivo” dei contratti di solidarietà possa funzionare per realizzare la staffetta: i dipendenti vecchi prendono meno in busta paga e col surplus si assumono giovani.
Ma in realtà , in questa maniera, in Italia i contratti di solidarietà non sono mai stati utilizzati: «I contratti di solidarietà espansivi sono quelli che potrebbero venire utilizzati per la staffetta generazionale, a differenza di quelli difensivi.
La normativa è del 1984 ma non è una situazione diffusa», spiega Michela Spera, dell’ufficio tecnico della Cgil.
Il modello utilizzato ad oggi corrisponde a quello difensivo, in cui si tagliano gli stipendi per evitare gli esuberi, che di solito vengono annunciati in precedenza: è questo il caso dell’ospedale San Raffaele di Milano e del call center Almaviva.
Ma perchè, mentre ieri i sindacati si battevano per applicare la solidarietà , sono oggi governo e imprese a chiederla?
«Cosa è cambiato? Che ci si fa meno problemi a ricorrere ai contratti di solidarietà perchè sono finiti i soldi per la cassa integrazione. Ma stiamo sempre pensando al breve periodo… », spiega Federico Bellono, funzionario Fiom di Torino.
Nel frattempo l’Istat ci ricorda che a maggio il tasso di disoccupazione è salito al 12,2 per cento, 0.2 punti percentuali in più rispetto ad aprile e 1.8 rispetto allo stesso mese del 2012.
E’ il nuovo massimo storico.
Michele Azzu
(da “l’Espresso”)
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
VOTO DI SCAMBIO TRA POLITICA E MAFIA, L’ALTOLA’ DEL PDL
Il famoso 416-ter del codice penale. I berlusconiani, già nella scorsa legislatura, ne
bloccarono una nuova stesura per renderlo utile e contestabile.
Si apprestano a fare altrettanto anche in questa.
Il Pdl tenta di svuotare la riforma, di annacquarla, propone un testo che è addirittura un passo indietro rispetto alla norma del 1992, firmata da Scotti e Martelli, e uscita dalla penna di Falcone.
Gli avvocati berlusconiani non vogliono neppure sentir parlare di «promessa» di voti, che pure è l’attuale versione del codice, pretendono che si parli di «accordi». Impongono che, laddove si parla di «erogazione di denaro o altra utilità », questa sia «indebita» e comunque «economicamente valutabile ».
Chiedono un «procacciamento dimostrato» dei voti. Insomma, vogliono che i magistrati contestino il delitto di voto di scambio politico-mafioso solo se hanno la prova certa, quasi una fotografia, del passaggio di voti.
Il che è impossibile salvo mettere una telecamera nelle cabine.
Letta e Cancellieri, premier e Guardasigilli, hanno promesso un testo efficace.
Grasso, il presidente del Senato, ne ha presentato uno. Zanda, capogruppo al Senato, lo ha garantito. Ferranti, al vertice della commissione Giustizia della Camera, ha certificato il varo della nuova versione entro l’estate. Invece non sta andando così.
La riscrittura del reato, che il Pdl non ha voluto introdurre nella legge anti-corruzione, tarderà ancora.
Ecco che ieri in Transatlantico – giusto mentre Pd, Pdl e Scelta civica votavano assieme il ddl sulle carceri, arresti domiciliari fino a sei anni e messa in prova, contro Lega, M5S e Fratelli d’Italia, riuniti in un’opposizione sfrenata – si poteva assistere alle trattative che i due ralatori, sul voto di scambio, Davide Mattiello del Pd e il montiano Stefano Dambruoso, cercavano di intessere, testo alla mano, con i berlusconiani.
Martedì, in commissione, scadono gli emendamenti, ma le distanze sui testi sono tali da far saltare il voto e pure il dibattito in aula calendarizzato dal 15 luglio.
Prima di spiegare in cosa consiste la frenata del Pdl, bisogna citare la battuta, non smentita, che Fabrizio Cicchitto ha fatto durante la riunione del gruppo Pld a Montecitorio di mercoledì: «C’è un emendamento sulla mafiosità delle promesse di voto in campagna elettorale. Se passa, ci arresteranno tutti, da Roma in giù».
Di che si tratta?
L’attuale 416-ter dice così: «La pena del 416-bis si applica anche a chi ottiene la promessa di voti in cambio dell’erogazione di denaro».
Il testo su cui adesso trattano i relatori Dambruoso e Mattiello è questo: «Chiunque si accordi per il procacciamento di voti, in cambio della promessa o dell’erogazione di denaro o di altra utilità economicamente valutabile, è punita con la reclusione da 4 a 10 anni».
Niente da fare. Il Pdl fa muro.
Il capogruppo Enrico Costadice che non va bene. Dice no il presidente della commissione Affari costituzionali Francesco Paolo Sisto.
Tutti dicono che «l’ultima parola spetta ad Angelino ». Inteso Alfano.
Vogliono che quel «si accordi» venga espunto e sostituito con un ben più blando «accetti».
Non gli è bastato aver già fatto cambiare il testo, eliminando la prima versione «chiunque chiede o accetta la promessa di procacciamento di voti».
La tesi è chiara ed è tombale per il reato che non ha mai funzionato ed è sempre stato contestato dai magistrati, perchè comporta la prova provata della richiesta di voti, del voto effettivo, del denaro corrisposto in cambio.
Ma, dove la mafia detta legge, i rapporti tra un politico o aspirante tale e un capomafia o picciotto che sia, non vanno così.
La scenetta tipo è la seguente. S’incontrano un candidato sindaco e il mafioso. Il primo dice «certo che mi potresti dare una mano».
Il mafioso risponde «non ti preoccupare, ci pensiamo noi».
Il sindaco replica «se tutto va bene vedrai che ce ne sarà per tutti».
Dice il Pd: quell’aspirante sindaco sa di aver di fronte un mafioso,chiede voti, quindi commette un delitto e va perseguito.
Il Pdl, all’opposto, sostiene che non è affatto detto che il sindaco abbia la certezza di avere di fronte un mafioso, che si limita lecitamente a chiedere voti, la sua è solo una promessa di qualcosa in cambio di voti che non c’è la prova che siano stati dati, quindi non c’è il reato.
Ricostruzione diabolica e distruttiva.
Un modo per non incriminare nessuno e mettere nel nulla la riforma.
Per questo, in queste ore, lavora il Pdl.
La strategia è prendere tempo. Proprio come per le deleghe nel caso dei vice ministri. Alfano, all’Interno, si tiene ben stretta quella per la Pubblica sicurezza, che contiene il controllo della commissione per pentiti di mafia e testimoni, e non la dà al vice Filippo Bubbico.
Ugualmente, al Senato, il Pdl è guardingo sulla legge che istituisce la commissione Antimafia.
Il testo è passato ieri in commissione, non c’è un rafforzato richiamo, che in verità non è stato messo neppure alla Camera, sulle stragi politicomafiose.
E non è detto che il ddldiventi legge entro agosto.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
AVVERTIMENTO DI FRANCESCHINI: “ANDANDO AVANTI COSàŒ IL RISCHIO C’È”… IL RENZIANO RICHETTI: “SE MATTEO NON SI CANDIDA, IL PARTITO SI SFASCIA”
Che stiano ostacolando Matteo Renzi in tutti i modi è un fatto.
E se alla fine lui non si candiderà al congresso, il rischio che molti non si riconoscano più nel Partito Democratico è un fatto altrettanto concreto”.
Matteo Richetti, renziano della prima ora, la vede così.
E allora, la parola “scissione” lanciata nel dibattito organizzato ieri dai bersaniani da Dario Franceschini (che arriva per ultimo) prende forma e sostanza.
“In questi mesi siamo passati a riconoscerci non più come exMargherita ed ex Ds. Ma addirittura come comunisti e democristiani. Attenzione: è pericoloso”.
Poi “il monito”. O forse la minaccia. Un modo per dire a Bersani che così non va. “Non possiamo metterci in un clima di lacerazioni. Dobbiamo difendere il mescolamento che è l’antidoto a quel rischio che c’è, se non vogliamo essere ipocriti”.
Lui sarebbe tra i primi indiziati a veleggiare verso il centro con l’ex Rottamatore.
Al Nazareno quella di ieri sembra una direzione, con l’espulsione conclamata di una parte del partito, quella che fa capo a Renzi.
Pier Luigi Bersani chiama a raccolta le correnti per “Fare il Pd” (“Ma negli anni da segretario, che ha fatto?”, ironizza Lino Paganelli, anche lui renziano).
I “suoi” uomini ci sono tutti. Al banco della presidenza Alfredo D’Attorre, Maurizio Martina e Stefano Fassina.
In prima fila c’è il segretario, Guglielmo Epifani. E tra il pubblico i ministri Zanonato e la Carrozza.
Certo, l’idea del ricongiungimento con Massimo D’Alema non funziona.
Lui se ne sta defilato. Non interviene, resiste un’ora, poi se ne va. Bersani neanche lo sente. D’altra parte ha riunito la sua corrente l’altroieri sera per blindare Cuperlo (ma alcuni hanno obiettato che è troppo di sinistra).
Bersani punta su un altro nome: Roberto Speranza o lo stesso Epifani.
“Maurizio Martina: prima dalemiano, poi veltroniano, poi fassiniano, poi bersaniano, ora fassiniano, nel senso di Fassina”: la descrizione — polemica — che ben racconta il clima è di Gianni Cuperlo.
Che sta in un angolo, riflette se intervenire o meno, e alla fine lo fa: “Il congresso non passi da un accordo tra capi corrente che hanno già condizionato la nostra vita e anche qualche risultato”. Come dire: il candidato doc sono io.
Renzi e i suoi non si fanno vedere (a parte uno sventurato, Giacomo D’Arrigo, che ci capita per caso). Veltroni neanche. I Giovani turchi disertano. Passa il ministro Andrea Orlando.
“Mah, se avessero presentato una candidatura quest’incontro avrebbe avuto un senso. Così…”. Enrico Letta manda in rappresentanza Marco Meloni. Più che altro cortesia.
Resiste l’amicizia del premier con Bersani? “Sì, ma a patto che la pressione anti — Renzi non diventi eccessiva”.
Letta è un altro che in caso di scissione non potrebbe che pendere verso il centro.
In prima fila sono seduti Beppe Fioroni e Franco Marini. Ma l’iniziativa prende una piega imprevista da subito.
Alfredo Reichlin, il padre nobile, attacca: “Non sono qui per aggregarmi a un correntone contro Renzi. Non credo che la sinistra esista in natura, tanto meno il Pd. Facciamo solo chiacchiere su regole e nomi e non abbiamo ancora definito il tema del congresso, che dovrebbe essere dove va l’Italia. Se non risolviamo questa questione, un pezzo andrà a destra e uno a sinistra”.
Marini concorda: “Il rischio c’è”.
Bersani, rivitalizzato dalla battaglia interna, dice ancora una volta che non si può parlare di “partito protesi”.
Nel suo perfetto stile, Renzi appare in serata al Tg 5. “Se mi voglio candidare non devo certo chiedere il permesso a D’Alema”.
I suoi lo descrivono come stanco e sfibrato da questa ennesima guerra sulle regole.
La scissione? “In termini di appartenenze antiche di Dc ed ex Pci è una cosa che non ci appartiene”, dicono dal suo staff.
Ma il punto è un altro: se Renzi non si candida, (forse) finisce il Pd.
Tanto per parafrasare il D’Alema di qualche mese fa.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 5th, 2013 Riccardo Fucile
E’ QUESTA LA CIFRA PAGATA AL GURU AMERICANO CHE GLI HA CURATO LA CAMPAGNA ELETTORALE… LO HA CONSIGLIATO DI ESSERE PIU’ AGGRESSIVO FACENDOGLI CROLLARE I CONSENSI
David Axelrod, il guru americano della comunicazione ingaggiato da Mario Monti per
aiutarlo in campagna elettorale, è costato molto caro al professore: ben 450mila euro.
Una cifra astronomica – che ancora grava sulle casse di Scelta Civica – soprattutto se paragonata ai risultati ottenuti.
Data inizialmente sopra il 20, alla fine ha raccolto un ben più modesto 10 per cento.
Raccontano poi che Axelrod a Roma si sia visto solo un paio di volte e che fosse un pool di giovanotti arrivati freschi dagli States a suggerire le mosse della breve campagna.
Spronando l’ex premier ad essere “more tough” (più duro) verso gli avversari, ed in particolare con il Cavaliere.
La stessa ricetta consigliata a Obama nelle ultime presidenziali, dove riuscì a recuperare su Romney screditandone l’immagine.
Un’aggressività che nel caso di Monti non ha pagato. Anzi, molti ritengono che proprio i toni accesi del professore abbiano disorientato l’elettorato.
Sempre da Oltreoceano gli arrivò il suggerimento di mostrare il “volto umano”, portandolo a comparsate tv come quella da Daria Bignardi dove adottò il cucciolo Empy.
Anche i suoi collaboratori ritengono che senza il guru, oltre a risparmiare, il risultato avrebbe potuto essere diverso.
Ed ora che il professore è tornato a fare la voce grossa nel governo qualcuno teme che dietro la scelta ci sia ancora il retaggio del mago Usa
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