Luglio 29th, 2013 Riccardo Fucile
SOGLIA DI ACCESSO PER IL PREMIO E SBARRAMENTO PIU’ ALTO
Un disegno di legge confezionato da Palazzo Chigi per ripulire il Porcellum almeno dei
suoi più evidenti vizi di legittimità costituzionale.
Rendere la legge elettorale «utilizzabile» nel caso in cui la legislatura finisse anzitempo, comunque prima che le riforme istituzionali vadano a compimento (non prima della fine del 2014).
L’iniziativa è stata messa a punto nella massima riservatezza in questi ultimi giorni dal presidente del Consiglio Enrico Letta, dal ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello e dal ministro per i Rapporti col Parlamento Dario Franceschini.
Proprio il responsabile delle Riforme non a caso da giorni rilascia interviste in cui si dice possibilista sull’eventuale modifica della legge elettorale «derubricandola » di fatto dal complesso pacchetto delle riforme, sebbene su questo punto il suo partito più volte si è detto pronto alle barricate.
Un peso non indifferente lo ha il Quirinale, che non perde occasione per sollecitare il superamento in tempi celeri del Porcellum.
L’iniziativa che l’esecutivo Letta sta per intraprendere non si può dire che sia stata concordata col Colle, ma di certo non risulterà sgradita
Tuttavia il terreno è minato, l’esito della sortita governativa tutt’altro che scontato, i veti incrociati ne insidiano la riuscita.
Non a caso il premier ha scelto la via del disegno di legge.
Mai avrebbe intrapreso quella del decreto, «impensabile» su un tema così sensibile.
La presentazione del ddl dovrebbe avvenire tra fine settembre e i primi di ottobre. Non a caso.
Obiettivo della missione è quello di disinnescare la mina della Corte Costituzionale.
Il 3 dicembre infatti la Consulta si pronuncerà sulla legittimità costituzionale della norma Calderoli.
Se verrà dichiarata l’incostituzionalità , si getterà ancor più nel caos l’inconcludente confronto tra i partiti.
Ecco allora che l’iniziativa governativa darebbe tempo e modo – se vi sarà la volontà politica – di approvare una miniriforma quanto meno in un ramo del Parlamento. In ogni caso, si tratterebbe di una “norma-ponte”, che potrà essere modificata a sua volta se il nuovo assetto istituzionale frutto della riforma complessiva lo richiederà . Intanto però bisogna correre ai ripari. E alla svelta.
In che modo però? Su quali linee si muoverà il ddl in cantiere a Palazzo Chigi?
Quattro sono le chiavi di volta del provvedimento, che incidono su altrettanti punti critici del Porcellum.
Il primo. L’introduzione di una soglia minima di accesso al premio di maggioranza, finora non prevista, e quella allo studio sarebbe del 40 per cento.
Il secondo. L’innalzamento della soglia di sbarramento per accadere al Parlamento. Finora alla Camera è pari al 4 per cento, elevando l’asticella per esempio al 5 o al 6 per cento si eviterebbe il rischio che forze minori se non minuscole possano varcare la soglia di Montecitorio e Palazzo Madama.
Quindi, la riduzione delle dimensioni delle attuali circoscrizioni elettorali. La conseguenza di quest’ultimo apparente tecnicismo sta nel fatto che si creerebbe un ulteriore sbarramento di fatto: il numero degli eletti per circoscrizione si ridurrebbe, intaccando la quota riservata ai cosiddetti resti, dunque alle forze minori.
Un quarto e ultimo “ritocco” riguarda il premio di maggioranza al Senato, che tornerebbe ad essere distribuito su scala nazionale anzichè regionale, come per la Camera, archiviando l’handicap che nelle ultime legislature ha reso più inconsistenti le maggioranze a Palazzo Madama.
Va da sè, che il ricorso al disegno di legge Letta lo considera l’extrema ratio, qualora fino ad allora –com’è più che probabile – maggioranza e opposizione non avranno raggiunto un’intesa.
Sempre che, a far precipitare tutto, riforme e Parlamento insieme, non sarà da qui a un paio di giorni la tempesta che potrebbe seguire alla sentenza in Cassazione a carico di Berlusconi.
In ogni caso, a sorpresa, un voto sulla legge elettorale ci sarà alla Camera già prima della pausa estiva e potrebbe essere foriero di nuove spaccature in maggioranza. Questa mattina infatti in piazza Montecitorio il democratico Roberto Giachetti, il berlusconiano Antonio Martino, il vendoliano Gennaro Migliore, con Arturo Parisi e Mario Segni annunceranno il successo nella raccolta di firme parlamentari (una quarantina, ben più delle dieci necessarie) per chiedere l’inserimento d’urgenza in calendario della norma che prevede il ritorno al Mattarellum.
Già la mozione di Giachetti che si muoveva su quel crinale, un mese fa, aveva spaccato il Pd.
Il copione si ripeterà entro due settimane, quando l’aula sarà chiamata a pronunciarsi sull’inserimento o meno in calendario della riforma prima della pausa estiva.
Il ddl del governo potrebbe essere la via d’uscita.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Luglio 29th, 2013 Riccardo Fucile
I FALCHI INVECE PUNTANO ALLO SCONTRO… LA STRADA DEL RINVIO
In mezzo c’è lui, il Cavaliere, che a 48 ore dall’udienza più gravida di conseguenze della sua vita, ha fermato le macchine: «Qui dobbiamo misurare ogni passo non in funzione della mia sola persona, ma guardando al governo e al Paese. Per quanto mi riguarda, ho detto e ripetuto che il governo, anche se dovessi essere condannato, resterà in piedi. Ma dai segnali che mi arrivano, a questo punto, non sono più tanto convinto che il Pd possa reggere».
Sempre lungimirante Berlusconi.
Come uno sciamano fiuta il pericolo e cerca il rimedio.
Ma al di là di possibili arti divinatorie, è assai probabile che al suo orecchio sia giunto l’allarme che sta maturando il casa dei Democratici.
A più d’uno, il premier Enrico Letta non si è tirato indietro dal rivelare una sua preoccupazione: «Sarà pure che Berlusconi, in caso di condanna, conferma il suo pieno appoggio al governo. Lo dice lui e lo ripetono i suoi. Ma il problema può essere un altro».
Un riferimento chiaro alla tenuta del suo partito, il Pd, dinanzi alla eventualità di dover proseguire l’alleanza con «un alleato condannato in via definitiva».
I rumors già si avvertono, si leggono sul web, e per la verità basta parlare con molti esponenti del Pd per cogliere subito la sensazione dell’imbarazzo, della difficoltà , dell’impossibilità ad andare avanti.
Per un Letta in forte fibrillazione, c’è dall’altra parte un Berlusconi che a ogni momento deve fare i conti con le colombe pronte a suggerirgli estrema prudenza. Gianni Letta in primis, ma anche Fedele Confalonieri.
E da ultimo l’avvocato Franco Coppi.
Con i primi due ha avuto un incontro super riservato. Ma tutti e tre sono convinti, pur se con differenti punti di vista, che una strategia dei toni bassi, della non aggressione dei giudici, possa solo giovare al processo.
Per questo il Cavaliere è stato costretto a smentire l’intervista a Maurizio Belpietro. Quel dare per scontata la condanna – «Non farò l’esule, come fu costretto Craxi, nè accetterò di essere affidato ai servizi sociali, come un criminale che deve essere rieducato, se si assumono la responsabilità di condannarmi vado in carcere» – è suonata come una gratuita provocazione.
Per carità , chi ci ha parlato, sa che Berlusconi la pensa proprio così, ma Coppi ritiene che dichiarazioni simili siano veleno gratuito
Va detto, ovviamente, che lo stesso Berlusconi incita i suoi alla protesta dura.
Ecco Daniela Santanchè, che ha cenato ad Arcore sabato sera con Denis Verdini, pronta a dire che «è pessimista» e sente odore di una condanna che «metterebbe in discussione il voto di 10 milioni di italiani, i quali certamente non resteranno in silenzio se si verificasse questo attentato alla democrazia».
Toni simili da Mariastella Gelmini in ansia per una sentenza «che potrebbe cambiare gli equilibri e danneggiare il Paese».
Di «cortocircuito democratico » e di «libertà di tutti in pericolo » parla Anna Maria Bernini
Tutto questo, dagli allarmi nel Pd alla pressione per una risposta dura nel Pdl, rende anche difficile scegliere la strada tecnica da seguire per l’udienza.
Berlusconi lo ha spiegato a Coppi che preme per individuare soprattutto le giuste mosse processuali. Per questo gli avrebbe detto: «Avvocato, io non sono Andreotti… da me e dalle mie scelte dipende la vita del governo e la storia del Paese ».
Rinvio o non rinvio dell’udienza, è stato questo il rovello domenicale che si è dipanato ad Arcore.
Una scelta da fare alla luce del retroscena politico che comporta.
Sul piano strettamente personale Berlusconi, stressato dall’attesa, vorrebbe chiudere tutto immediatamente. Eccolo dire: «Meglio sapere subito che soffrire un altro mese» confessa agli amici che lo chiamano di continuo.
Gli avvocati Ghedini e Coppi, soprattutto Coppi, credono alla strategia del rinvio sin dal giorno in cui la Cassazione ha fissato l’udienza per il 30 luglio.
Ma la decisione non è solo tecnica, a questo punto è soprattutto politica.
Per questo, per tutta la settimana, dagli avvocati è arrivato il continuo messaggio: «Noi siamo pronti a qualsiasi soluzione, la richiesta di rinvio, con tanto di motivazioni, è già pronta, ma alla fine soltanto lui vuole decidere alla luce della sue considerazioni politiche».
Tutto ruota intorno ai 25-30 giorni in più che la Cassazione potrebbe concedere a Berlusconi in caso di rinvio.
Certo, potrebbero prolungare la vita del governo, ma potrebbero anche impedire di aprire una finestra elettorale in autunno qualora il Pd dovesse far cadere il governo in caso di condanna.
Il faccia a faccia tra il Cavaliere e i suoi due legali proseguirà oggi a Roma, dove il leader del Pdl torna per essere poi pronto a seguire l’andamento dell’udienza in Cassazione sin dalla mattina di domani.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Luglio 29th, 2013 Riccardo Fucile
IL GIUDICE DI PACE: “SE MI AVESSERO DETTO DEL PASSAPORTO KAZAKO L’AVREI LASCIATA ANDARE”
Nella fretta indiavolata di chiudere la partita dell’espulsione della moglie del dissidente
Ablyazov, la diplomazia kazaka offrì accidentalmente alle autorità italiane lo strumento per bloccarla e dare un finale diverso a questa storia.
Ad Astana infatti erano convinti (o qualcuno gliel’aveva suggerito) che fosse necessario dimostrare la falsità del passaporto centrafricano di Alma Shalabayeva per accelerarne il rimpatrio.
Quindi il 30 maggio l’ambasciata invia la nota n° 31 con la fotocopia dei due passaporti kazaki validi, e gli estremi di quello ritenuto falso, all’Ufficio immigrazione della questura di Roma.
E lì rimase, stando al racconto che il giudice di Pace Stefania Levori consegna a Mario Bresciano, il presidente del Tribunale di Roma incaricato dal ministero della Giustizia di chiarire perchè fu convalidato il 31 maggio il trattenimento di Alma al Cie di Ponte Galeria.
Premessa di quella espulsione lampo che sarebbe avvenuta dì lì a qualche ora.
LA VERSIONE DI LAVORE
«La nota dei kazaki non mi è stata recapitata – si legge nel verbale che Repubblica ha potuto visionare – nel fascicolo avevo il decreto di sequestro del passaporto centrafricano, il verbale della polizia di Fiumicino che lo giudicava contraffatto e due dichiarazioni dal Centrafrica».
In base a queste ultime, Alma Ayan (così si era presentata al giudice) era un soggetto conosciuto.
«Se avessi avuto altri documenti – sostiene il giudice di Pace – non avrei convalidato il trattenimento al Cie». Si sarebbe imposta una domanda, infatti: chi era veramente quella donna? Alma Ayan o Alma Shalabayeva? E l’unica risposta di senso a quel punto avrebbe portato una conseguenza: in quanto cittadina del Kazakhstan con due passaporti validi e due permessi di soggiorno, bisognava concederle un termine congruo per allontanarsi volontariamente dall’Italia. Senza espulsione, e con la possibilità di decidere in quale Paese andare.
«Ho solo applicato la legge, non ho ricevuto pressioni da nessuno », sostiene Lavore.
Non ci sono accuse, nel verbale. Non dice di essere stata ingannata, come invece conclude Bresciano nella relazione finale all’Ispettorato del ministero, che oggi arriva sulla scrivania del procuratore di Roma Pignatone.
Chi avrebbe dovuto mandarle quella nota?
L’UFFICO IMMIGRAZIONE
Già nel primo cablo n° 1614 inviato da Astana all’Interpol di Roma il 28 maggio si accennava ad «Alma Shalabaeva Boranbaeva, nata il 15 agosto 1966».
E con il cablo seguente, il n°1625, si dava conto nel dettaglio dei due passaporti kazaki da lei posseduti.
Quelle carte all’ufficio del giudice di Pace non arrivano. E nemmeno arriva – secondo la versione della Lavore – la nota dell’ambasciata kazaka inviata all’ufficio Immigrazione della Questura, guidato da Maurizio Improta.
Il Dipartimento di Pubblica sicurezza sostiene invece che nel fascicolo del giudice di pace c’erano tutte le note e i cablo.
«Peraltro – aggiungono le stesse fonti di polizia – durante l’udienza gli avvocati della donna informarono il giudice della sua cittadinanza kazaka, ma fu decisivo il fatto che la donna non aveva materialmente con sè i due passaporti. In quel momento era una clandestina, per la quale non era possibile la procedura di allontanamento volontario».
Bisognerà capire però se le carte sono arrivate tutte prima dell’udienza di convalida di quel 31 maggio, che si chiuse alle 11.20.
LA PREFETTURA INGANNATA?
È un fatto che l’espulsione pare decisione presa già il 29 maggio, con il provvedimento emesso dalla Prefettura. A quella data i cablo Interpol di Astana sono già arrivati a Roma. Il prefetto seppe di quelle note? No, stando alla motivazione del successivo decreto del 12 luglio. «Sono stati acquisiti elementi del tutto sconosciuti al momento dell’adozione e, come tali, non considerati dalle autorità giudiziarie».
È un fatto pure che il giudice di pace chiamato la scorsa settimana a giudicare sulla legittimità dell’espulsione abbia sì dichiarato «cessata la materia del contendere », ma nello stesso tempo abbia condannato la Prefettura al pagamento di un migliaio di euro di spese legali per il principio della “soccombenza virtuale”, una sorta di valutazione positiva indiretta sul merito del ricorso presentato dagli avvocati della donna kazaka.
LA PROCURA DI ROMA
Quella nota, la n° 31, di certo arriva alla procura di Roma nello stesso giorno in cui si compie il destino di Alma e della figlia Alua, imbarcate su un aereo e riportate ad Astana.
Tra le 3 e le 5 del pomeriggio del 31 maggio, infatti, viene chiesto da Pignatone e dal sostituto Eugenio Albamonte un supplemento di istruttoria per concedere il nulla osta.
Ma la documentazione inviata dall’ufficio di Improta e che avrebbe potuto fermare tutto diventa al contrario decisiva per l’espulsione.
«Perchè – spiegano fonti della procura – la valutazione era limitata solo alla posizione processuale della Shalabayeva ». C’era da decidere cioè se la presenza di Alma in Italia fosse discriminante o meno per il procedimento che la vedeva, e la vede, indagata per falso.
L’unica, finora, di questa storia
Carla Bonini e Fabio Tonacci
(da “La Repubblica“)
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Luglio 28th, 2013 Riccardo Fucile
LA RELAZIONE: “FANNO FIGLI PER POI MANDARLI A CHIEDERE L’ELEMOSINA, SONO DEDITI AL FURTO E VIVONO DI ESPEDIENTI”
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.
Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà , con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.
Il testo tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912
(da “Rai news 24”)
Dedicato ai razzisti nostrani del 2000 privi di cervello e di memoria storica che della vera destra non hanno capito un cazzo.
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Luglio 28th, 2013 Riccardo Fucile
ANCHE SE LA CASSAZIONE CONFERMASSE I QUATTRO ANNI DI CONDANNA, TRE SAREBBERO COPERTI DALL’INDULTO, RESTEREBBE L’INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI…E PER IL CASO RUBY ESISTE “L’ASILO POLITICO” DI BRUXELLES: I MEMBRI DEL PARLAMENTO EUROPEO SONO COPERTI DALL’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE E A MARZO CI SONO LE ELEZIONI
Siano alla vigilia della sentenza della Corte di Cassazione sul processo Mediaset, dove
Berlusconi è imputato per frode fiscale e dove si presenterà con una condanna a 4 anni inflitta dal tribunale in primo grado e poi confermata dalla Corte d’appello di Milano.
In una intevista, poi parzialmente smentita, a “Libero”, il Cavaliere paventa un suo possibile arresto, dice che rinucerebbe ai domiciliari e alleventuale affidamento ai servizi sociali.
Un modo di drammatizzare l’evento forse, ma le cose stanno diversamente
Il problema infatti è che non è che sceglie il Cavaliere, soprattutto perchè i reati per il quale è imputato sono precedenti al 2006 e quindi coperti da indulto già finito nelle sentenze di primo grado e di appello.
Ai 4 anni della pena, infatti, andrebbero tolti i 3 previsti dall’indulto e con un anno di pena non si va in carcere.
Resterebbe invece la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.
C’è solo un modo perchè Berlusconi possa finire in carcere: se fosse condannato anche per il processo Ruby in via definitiva (cioè in Cassazione).
La legge del 2006 che ha regolato l’ultimo indulto infatti prevede che chi è recidivo nei 5 anni successivi vede revocato il beneficio (quindi la pena per il processo Mediaset tornerebbe di 4 anni).
Ma il processo Ruby non è ancora arrivato al primo grado, figurarsi qunado mai arriverà in Cassazione.
Nel frattempo la strategia è semplice, continuare a guadagnare tempo.
L’eventuale condanna passata in giudicato su Mediaset non impedirebbe a Berlusconi di candidarsi in primavera per le elezione europee, vedasi caso analogo anni fa perToni Negri.
E una volta eletto va ricordato che i membri del parlamento europeo sono coperti dall’autorizzazione a procedere come lo erano i parlamentari in Italia prima di tangentopoli.
Quindi anche in caso di condanna nel processo Ruby e il conseguente venir meno dell’indulto anche per il processo Mediaset, lo scudo dell’immunità di Bruxelles impedirebbe di fatto un suo eventuale arresto.
Senza contare che anche l’interdizione dai pubblici uffici in Italia richiede la conferma del Senato con passaggi che si possono far durare un altro anno.
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Luglio 28th, 2013 Riccardo Fucile
INVECE CHE ABOLIRLE INTANTO SI PROROGANO… E DIETRO LE CITTA’ METROPOLITANE RISPUNTANO LE ELEZIONI
Dimenticate il sodoku o la settimana enigmistica, se volete tenere sveglio il cervello sotto l’ombrellone seguite il processo legislativo di abolizione delle Province.
Dopo il disegno di legge costituzionale che dovrà cancellare la parola “Province” dalla Costituzione, il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge “recante disposizioni sulle città metropolitane, sulle Province, sulle Unioni e fusioni comunali”. Ma come, ancora le Province?
Ebbene sì, perchè per abolirle bisogna prima prorogarle, anche se soltanto come coordinamento di sindaci.
La linea è di trasferire le competenze dalle Province alle Città metropolitane, nel caso dei grandi centri, o alle Unioni di Comuni.
Dal primo gennaio 2014 a fianco delle Province-zombie (che resistono finchè non cambia la Costituzione) nasceranno finalmente le Città metropolitane, rimaste sulla carta per oltre 20 anni: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria.
Nei primi sei mesi di vita devono soltanto approvare lo statuto poi, si spera, le Province svaniranno e si prenderanno altri poteri.
Il lettore medio si chiederà : che senso ha abolire le Province se al loro posto compaiono Città metropolitane che hanno la stessa forma e circa le stesse competenze?
Risposta: invece che consiglieri provinciali, giunta, presidente eccettera ci sarà semplicemente una riunione dei sindaci dei Comuni dell’area della Città metropolitana. Quindi niente elezioni provinciali, niente stipendi dei consiglieri, niente poltrone da assessori.
Tutto così semplice? Ovviamente no: l’articolo 4 della legge prevede che il “sindaco metropolitano” (che sostituirà il presidente della Provincia) sia di diritto il sindaco del Comune capoluogo e che il Consiglio metropolitano sia eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali del territorio.
C’è anche una seconda opzione: le Città metropolitane possono darsi anche uno statuto con “elezione a suffragio universale del sindaco metropolitano e del Consiglio metropolitano”, con apposita legge elettorale da approvare entro tre anni.
Rispuntano le elezioni, quindi. Ma soltanto come competizione tra sindaci (per diventare super-sindaco metropolitano) e tra consiglieri comunali (per diventare super-consiglieri metropolitani).
Unico dato positivo: la doppia carica non prevede doppio stipendio.
Ma questo è il meno, forse.
A Roma, che è il caso più complicato, i Comuni che non aderiscono (devono scegliere) alla Città metropolitana rimarranno sotto l’ombrello della Provincia-zombie, che continuerà a d esistere “limitatamente al territorio residuo rispetto a quello della Città metropolitana di Roma Capitale”.
E Città e Provincia dovrebbero spartirsi risorse e personale secondo le competenze che hanno.
Un virtuosismo amministrativo che dovrebbe compiersi rispettando l’ultimo comma del disegno di legge, secondo cui “dall’attuazione della presente legge non possono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”.
Il solito Antonino Saitta, presidente dell’Upi, solleva il punto dei dipendenti delle Province “che a seguito dello svuotamento delle funzioni dovranno essere trasferiti ai Comuni singoli o associati con tutti i rischi di mobilità che tale processo comporta”.
Vi siete persi? In effetti è complicato.
Ma potrebbe diventare molto peggio se questa maggioranza non riuscisse ad approvare il disegno di legge costituzionale in tempo.
Che succede se le Province restano in Costituzione anche al termine della fase transitoria? O se le Province attuali — in gran parte commissariate — non approvano la riforma per diventare coordinamenti di sindaci?
Chissà . Meglio non scoprirlo mai.
Ma se il governo cerca di infilare l’abolizione definitiva delle Province nel progetto più ampio di riforma della Costituzione in discussione, le possibilità di una serena approvazione diminuiscono parecchio.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 28th, 2013 Riccardo Fucile
PROGRESSI NELL’USO DELLE RISORSE MA MANCA UN RIFERIMENTO AI LIMITI DELLE STESSE
La legislazione dell’Unione europea ha stabilito più di 130 distinti target ambientali ed
obiettivi da raggiungere tra il 2010 e il 2050, secondo il rapporto “Towards a green economy in Europe — EU environmental policy targets and objectives 2010—2050″, pubblicato dall’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), «Insieme, questi possono fornire traguardi utili per sostenere la transizione dell’Europa verso la “green economy”».
Presentando il corposo rapporto di 50 pagine l’Aea sottolinea che «La “green economy” è emersa come una priorità nella discussione politica degli ultimi anni. Ma cosa significa, in pratica, questo concetto e come si può misurare il progresso verso questo obiettivo strategico?».
Il nuovo rapporto tenta proprio di rispondere a queste due domande e fornisce alcune risposte attraverso una panoramica completa degli obiettivi ambientali e degli obiettivi stabiliti dalle normative dell’Ue per il quarantennio 2010-2050, fornendo esempi di analisi dei progressi realizzati.
Una definizione a nostro avviso corretta, ma interpretabile in quanto non sembra presupporre il concetto di limite.
Ad esempio l’uso per quanto efficiente di una risorsa può comunque condurne al sovra sfruttamento.
Minando quindi gli equilibri di un pianeta che resta finiti nei suoi limiti fisici.
La risposta sulla green economy sta nella sua definizione data dall’Aea: «E’ un modello economico che mira ad aumentare la prosperità , utilizzando le risorse in modo efficiente, oltre a mantenere la resilienza dei sistemi naturali che sostengono la società ».
Con il suo “Environmental indicator report 2012”, l’Aea ha intrapreso la sua prima analisi dei progressi fatti in Europa nella transizione verso la green economy, utilizzando indicatori per valutare l’efficienza delle risorse e per affrontare la resilienza degli ecosistemi.
I risultati dimostrano un andamento “misto”, anche se suggeriscono che l’Ue abbia fatto più progressi nel migliorare l’efficienza delle risorse che nel salvaguardare la resilienza degli ecosistemi.
Il direttore esecutivo dell’Aea, Hans Bruyninckx, ha detto che «Questo rapporto dimostra che, mentre siamo riusciti a concordare una vasta gamma di politiche per la protezione dell’ambiente, l’attuazione di queste politiche resta una sfida. Stiamo facendo alcuni progressi verso l’obiettivo dell’Ue di creare una green economy, ma dobbiamo mantenere alta la pressione fino al 2020 ed oltre».
“Towards a green economy in Europe” individua 63 targets giuridicamente vincolanti (legally-binding targets) e 68 obiettivi non vincolanti (non-binding) fissati dalla politica dell’Ue per il periodo 2010-2050.
Dei 63 obiettivi giuridicamente vincolanti, 62 scadono nel 2020 o prima e l’Aea avverte che «La maggior parte degli attuali target e degli obiettivi possono essere visti come passi intermedi verso la transizione alla green economy, perchè nella maggior parte dei casi eradicare i problemi richiederà un impegno a lungo termine, oltre il 2020».
Il nuovo quadro proposto dal rapporto rappresenta una base completa per valutare i progressi compiuti in passato e per prendere in considerazione le prospettive per soddisfare i futuri target ed obiettivi della politica ambientale europea.
L’Aea riassume in 5 punti i progressi verso i target ambientali dell’Ue.
1) L’Ue ha l’obiettivo non vincolante di ridurre entro il 2020 il consumo di energia a livelli del 20% inferiori alla proiezioni business-as-usual . Sebbene questo implichi che il consumo debba essere poco inferiore al livello della metà degli anni ’90, il trend da allora è stato verso l’alto. Quindi è probabile che il raggiungimento degli obiettivi al 2020 richiederà una più forte attuazione delle politiche e, eventualmente, ulteriori impulsi di politica.
2) Accanto a politiche volte a mitigare i cambiamenti climatici, l’Ue ha diverse politiche per aiutare gli Stati membri ad adattarsi. La Commissione europea incoraggia tutti gli Stati membri ad adottare strategie globali di adattamento. Entro la metà del 2013, 16 Stati membri hanno raggiunto questo obiettivo.
3) Per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico, l’Ue ha generalmente compiuto buoni progressi verso gli obiettivi di emissioni fissati nel 2010 dalla strategia tematica sull’inquinamento atmosferico . Il raggiungimento di tutti i target per il 2020 richiederà ulteriori sforzi. Solo nel caso del particolato fine (PM 2,5) c’è un evidente necessità di accelerare in modo significativo gli sforzi per ridurre le emissioni. Il modelling suggerisce anche che il raggiungimento degli obiettivi è tecnicamente fattibile per tutti gli inquinanti tranne che per le PM 2.5.
4) Secondo un altro obiettivo “non-binding”, entro il 2020 la produzione pro capite di rifiuti dovrebbero essere in forte declino. Ma l’Aea evidenzia che «La produzione di rifiuti mostra un trend che, se estrapolato, suggerisce che l’Ue dovrebbe mancare per poco il suo obiettivo per il 2020. Tuttavia, la tendenza è certamente ambigua ed il declino della produzione dei rifiuti dal 2007 è incoraggiante.
5) Gli Stati membri hanno anche un altro obiettivo legato ai rifiuti: lo smaltimento in discarica vicino allo zero entro il 2020, però tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, o meglio le politiche e le infrastrutture per gestire davvero tutto il ciclo dei rifiuti, tanto che il rapporto conclude: «L’estrapolazione dei trend point, con un calo da 179 kg pro capite nel 2011 a 114 kg pro capite nel 2020, in modo da raggiungere l’obiettivo di discarica vicino allo zero, sembra richiedere un cambiamento radicale nelle pratiche di gestione dei rifiuti».
In questi cinque punti, sembrerebbe che come al solito siano negletti i flussi di materia, che per un orizzonte di sostenibilità devono essere contabilizzati e ridotti al pari di quelli di energia e che quindi dovrebbero godere della stessa considerazione.
In realtà nel testo si legge, anche se sotto il capitolo “Rifiuti” (significativo pure questo), la volontà di perseguire il piano Resource Efficient Europe che noi sappiamo bene aver assai chiara l’importanza della materia e della sua rinnovabilità .
Una magra consolazione, comunque, perchè tutti coloro che a differenza di noi non avranno voglia di leggersi le 50 e passa pagine del documento, si fermeranno a dar notizia se va bene delle sole iniziative — buone sia chiaro ma non esaustive — per contrastare i cambiamenti climatici e dare alternativa e rinnovabilità all’uso dell’energia.
(da “Greenreport.it“)
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Luglio 28th, 2013 Riccardo Fucile
E’ AVVENUTO IN UNA STRUTTURA ALBERGHIERA DELLA “CIVILE” RICCIONE: “LO SFRUTTAMENTO E’ DIFFUSO IN QUESTA ZONA E LE ISTITUZIONI NON FANNO NULLA”
Una laurea nel settore turistico, un fidanzato a Rovigo, la famiglia lontana in Sicilia e un lavoro, precario, in Riviera.
La Romagna dei sogni si è trasformata in un incubo per Tiziana, la ragazza di 33 anni siciliana che due notti fa ha dovuto dormire in spiaggia dopo che la sua datrice di lavoro, un’albergatrice di Riccione, l’ha cacciata lasciandola senza un tetto in piena notte. Motivo? Si era ribellata a uno stipendio da fame, 800 euro per quindici ore di lavoro, e alla decisione dell’albergatrice di ridurglielo ulteriormente.
Giornate di lavoro a tappe forzate le sue: la mattina a fare l’animazione per i bambini, i figli degli ospiti dell’hotel, sia in spiaggia che in albergo.
Poi portarli a spasso la sera, sia i piccoli che i loro genitori, ignari di quanto guadagnasse quella loro animatrice preparata e gentile, che conosce tre lingue.
Ma non basta: la sera Tiziana doveva anche badare al figlio dei padroni dell’hotel e metterlo a letto.
“Proprio come baby sitter era stata assunta”, spiega al fattoquotidiano.it Sandra Polini dell’associazione Rumori sinistri, che in queste ore sta assistendo Tiziana.
La situazione è andata avanti così fino a mercoledì, quando la datrice di lavoro ha detto che le avrebbe ridotto lo stipendio.
Se non le andava bene poteva andarsene. La ragazza non ha accettato e poco dopo si è ritrovata la sua stanza in albergo sbarrata.
Se firmava la lettera di dimissioni volontarie avrebbe potuto dormirci per poi andare via l’indomani, altrimenti l’uscita era servita. Un vero ricatto.
Tiziana allora ha chiamato i Carabinieri che, secondo la ricostruzione della ragazza, hanno preso atto della situazione e l’hanno messa a verbale, ma non hanno potuto fare molto altro.
Trovatasi per strada, Tiziana ha dovuto dormire in spiaggia, visto che la sua residenza è troppo lontana, tra Ferrara e Rovigo e a quel punto erano le due di notte.
È a questo punto che è entrata in gioco Rumori sinistri. “Avevamo già preso contatto con lei nei giorni scorsi e voleva migliorare la sua situazione di lavoro”, spiega Manila Ricci. Forse era stato proprio questo incontro a rendere consapevole Tiziana dei propri diritti. Peraltro già un mese fa, il 22 giugno, lo stesso albergo era stato oggetto di due visite ispettive: la Guardia di finanza e la Direzione territoriale del lavoro avevano trovato 11 lavoratori irregolari su 14, tra i quali anche un albanese senza permesso di soggiorno e con delle false generalità riportate su una patente rilasciata in Inghilterra.
Tra i lavoratori in nero c’era anche Tiziana, che aveva iniziato il 16 giugno, pochi giorni prima.
Dopo i controlli e le multe, il locale è rimasto comunque aperto. “A quel punto l’hanno assunta, ma con un contratto da 15 ore alla settimana. In realtà le faceva in un giorno”, spiega ancora Sandra Polini.
“Era il primo anno che Tiziana lavorava in Romagna. E in tanti anni di lavoro in giro per l’Italia non le era mai capitata una cosa del genere”.
Superata la notte, accompagnata da Sandra, Tiziana è andata alla Direzione territoriale del Lavoro per denunciare la situazione.
A ‘incastrare’ l’albergatrice a questo punto ci sono non solo le parole di Tiziana e i precedenti di giugno.
Forse anche altre lavoratrici a questo punto potrebbero parlare: “Ci sono persone che prendono molto meno di Tiziana. Donne, italiane, che non arrivano a 700 euro per le pulizie, in quello stesso albergo”, spiega Sandra Polini.
Ma attenzione a non pensare che il caso di Tiziana sia isolato: “Lo sfruttamento è un fenomeno endemico qui a Riccione in questa stagione e riguarda centinaia di strutture alberghiere”, spiega Manila Ricci.
Proprio in questi giorni lei e i ragazzi dell’associazione (che fa parte della rete sindacale della ADL Cobas) hanno iniziato una campagna che li porterà in giro per la Riviera a fare come da sportello mobile per tutti i lavoratori stagionali sfruttati.
David Marceddu
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 28th, 2013 Riccardo Fucile
“L’ITALIA HA ANCORA TANTA STRADA DA FARE, IN SVEZIA VI SONO MINISTRI NERI SENZA NESSUN PROBLEMA”
“Minacce e insulti non mi fermano, guardo oltre. Certo, a volte torno a casa e mi sento stanca.
Penso a quanta strada ancora deve fare questo nostro Paese”.
Cècile Kyenge, il primo ministro nero della Repubblica italiana, parla con la solita cadenza lenta e calma.
Non perde la sua stoffa da grande incassatrice, ma si vede che l’ennesimo attacco l’ha colpita a fondo e che avverte il peso crescente attorno a lei.
La Kyenge, d’origine congolese, ha due giovani figlie, di 20 e 17 anni, e un marito italiano, Mimmo, di professione ingegnere: “Lui è un po’ preoccupato per me – ammette – io però non perdo la serenità , anche se adesso sono in pensiero per la sicurezza delle mie figlie”.
A chi la insulta, il ministro per l’Integrazione rivolge solo un invito. “Faccio mio quanto detto qualche giorno fa dalla mia figlia più piccola: dovete viaggiare di più e confrontarvi con altre culture, così vi aprirete al mondo”.
Prima l’invito allo stupro, poi il paragone a un orango, quindi i manichini insanguinati e il lancio di banane. Non è sfiancata da tutti questi attacchi?
“Non posso nascondere che a volte mi sento stanca del ripetersi di insulti tanto pesanti. Non me li aspettavo così forti. Ma non mi fermo o concentro sugli attacchi in sè, provo a guardare avanti, a riflettere sul disagio che dobbiamo cogliere dietro a questi avvenimenti e a quali siano le risposte migliori che la politica e la società intera possano dare”.
A garanzia della sua sicurezza, lei è sottoposta a una stretta protezione da parte delle forze di polizia. Come vive questa vita blindata?
“All’inizio mi affaticava molto, venivo da un’esperienza di vita diversa, di condivisione, di associazionismo. Poi mi sono in parte abituata. Ma per me il contatto umano resta indispensabile e ancora oggi lo ricerco in tutti i modi”.
Cosa pensano di questa nuova vita le sue figlie?
“Loro mi vengono spesso a trovare, mi incoraggiano, mi fanno sentire la loro vicinanza, mi telefonano, mi mandano sms affettuosi e spiritosi. Mi spingono ad andare avanti. Mi rendono orgogliosa di loro. Parliamo molto assieme. Condividono il mio modo di ragionare, le cose importanti sui cui puntare nella vita, l’attenzione a non farsi distogliere dagli obiettivi prefissati. Penso spesso alle mie figlie, alla loro serenità e anche alla loro sicurezza”.
Giulia, sua figlia più piccola, recentemente ha invitato i razzisti a viaggiare e a conoscere meglio il mondo. Lei che ne pensa?
“È un invito che condivido: solo il confronto garantisce una maggiore apertura mentale e culturale”.
Dopo l’ennesimo attacco, suo marito non è preoccupato per lei?
“Sì, un po’ lo è. Ma sa che non bisogna farsi fermare e che si deve andare oltre”.
Insultando lei, si insultano indirettamente molti degli immigrati che vivono e lavorano nel nostro Paese. Qual è la reazione delle comunità straniere?
“Le comunità in questi giorni mi sono molto vicine, condividono il percorso che sto facendo. Io mi sento di rappresentarle tutte. Faccio notare che da ministro ho pienamente garantita la mia sicurezza, ma molti oggi subiscono violenze analoghe e sono senza protezione: non mi riferisco solo ai migranti, ma a tutti i “diversi”. Anche loro meritano sicurezza e io sento il dovere di dargli voce e risposte”.
Da ministro ha trovato un Paese più arretrato e meno accogliente di quello che credeva?
“Credo che si debba aprire una riflessione. In altri Stati europei, come la Svezia, ci sono ministri neri, ma non succede a loro quello che accade a me in Italia. Non potevo immaginare reazioni tanto violente. Certo, veniamo da percorsi diversi. Da noi la comunicazione sui migranti ha puntato tutto sulla clandestinità e la delinquenza”.
Cosa deve fare allora la politica?
“È l’Italia intera che ha tanta strada da fare; per troppo tempo si è sottovalutato l’aspetto culturale dell’immigrazione e l’apporto che questa dà al Paese”.
Quali sono le responsabilità istituzionali di questa sottovalutazione?
“Sì, non è solo questione di società civile, la riflessione va aperta anche a livello istituzionale. E chi riveste cariche pubbliche o leadership politiche dovrebbe capire l’importanza delle parole che pronuncia”.
C’è chi scrive che un medico oculista non c’entra nulla con l’integrazione. Insomma lei non avrebbe le competenze necessarie. Cosa risponde?
“La mia vita racconta un’altra storia. Ma questa frase, che ho letto, non sarebbe stata scritta se ci si fosse informati. Purtroppo molte persone parlano anche solo per farsi pubblicità “.
Lei ha twittato che il 30 luglio con l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) parte l’elaborazione di un piano. Di cosa si tratta?
“Sarà un piano contro il razzismo che coinvolgerà lavoro, sport e scuola per cercare di sensibilizzare a tutte le diversità . Si tratterà di rinforzare gli strumenti già in nostro possesso e di avviare un serio lavoro culturale. Sarà un impegno condiviso con le associazioni, gli enti locali e gli altri ministeri competenti”.
Insomma, gli attacchi e gli insulti non rischiano di rallentare la sua agenda?
“In un certo modo, gli attacchi rinforzano me e il Paese”.
Si spieghi meglio.
“Le reazioni a questi insulti, che vedo sul territorio, finiscono per unire l’Italia “buona” e forse contribuiranno a risvegliare molte di quelle coscienze che in questi anni si erano un po’ assopite”.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
argomento: Razzismo | Commenta »