Maggio 28th, 2014 Riccardo Fucile
“OCCORRE TORNARE A ESSERE UN MOVIMENTO COMUNITARIO E CAMBIARE LA COMUNICAZIONE”
“Bisogna sorridere di più e abbassare i toni: quando lo diceva qualcun altro era additato come dissidente”.
Su Twitter il deputato malpancista Walter Rizzetto ha commentato così il (presunto)
cambio di linea dettato da Grillo e Casaleggio dopo la batosta.
Perchè questo tweet?
Perchè prima del voto, quando qualcuno sollevava dubbi sui toni troppo forti, non veniva ascoltato. E spesso veniva accusato di essere un traditore.
Parlando con il Fatto, Pizzarotti ha auspicato “un Movimento che cammini da solo” e ha invitato tutti all’autocritica
Sono parole di buon senso e dovrebbero ascoltarle tutti, senza il paraocchi.
Nik il Nero, molto vicino a Grillo, ha reagito male: “Nel M5S si cammina tutti insieme come abbiamo sempre fatto, chi vuole camminare da solo si accomodi”
Conosco poco Nik il Nero, l’avrò visto un paio di volte.
Il deputato dissidente Tommaso Currò è stato durissimo: “Grillo deve dimettersi”. Lei condivide?
Non penso che debba andarsene. Se non fosse stato per lui, nessuno di noi sarebbe stato eletto. Ma ora servono spazi condivisi, bisogna aprire il Movimento al confronto.
Ora Currò rischia di essere espulso.
Lo stimo, è più un amico che un collega. Come tutti, anche lui deve avere la libertà di dire la sua opinione, senza temere conseguenze. Io sono sempre stato contro le espulsioni. E comunque Tommaso è un convinto sostenitore del Movimento: ma in questi mesi ha sofferto molto.
Il Pd è in pressing sui dissidenti. Conferma?
Sì, e non mi meraviglia. Penso che sia un passaggio naturale della politica. Ma io, anche per la mia storia, preferisco rimanere nel Movimento.
E se Renzi le chiedesse il voto sulle riforme?
Se il premier facesse proposte analoghe alle nostre, ad esempio sul reddito di cittadinanza, sarei pronto a confrontarmi.
Sta per arrivare una nuova ondata di uscite ed espulsioni dentro 5 Stelle?
Io credo che i cosiddetti ortodossi e i meno ortodossi debbano fare quadrato per ripartire.
Come?
Tornando a essere un movimento comunitario e cambiando il tipo di comunicazione. Dandosi regole chiare, rispettate da tutti.
Luca De Carolis
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Maggio 28th, 2014 Riccardo Fucile
SONO RADDOPPIATE LE POSSIBILITA’ DI CONVERGENZE PER IL PREMIER
Matteo Renzi, fino a prima delle elezioni, veniva accreditato (e criticato) per l’uso disinvolto di due
forni politici, come ai tempi di Andreotti e delle sue alleanze a corrente alternata con socialisti e comunisti.
Ma dopo la stra-vittoria di domenica, i forni, a sorpresa, sono diventati quattro, e quello che sta succedendo al loro interno si può considerare la prima e più visibile conseguenza del voto del 25 maggio.
Il primo forno era e rimane quello di Alfano e del Nuovo centrodestra. Ncd è l’unico alleato di governo sopravvissuto al grande tornado delle europee.
Grazie all’alleanza dell’ultimora con Cesa e l’Udc, ha superato la soglia del 4 per cento, mentre gli altri componenti della maggioranza, a cominciare da Scelta civica, si sono liquefatti.
Ma adesso, all’interno del partito del ministro dell’Interno, s’è aperto un dibattito: dobbiamo insistere a rappresentare un’alternativa a Forza Italia, anche se gli elettori al momento non ci hanno premiato, o scegliere di diventare la costola di destra del centrosinistra?
L’iniziativa l’ha presa il senatore Naccarato, un democristiano amico di Cossiga, cresciuto alla scuola di Gava, che sostiene che dalle urne è venuta una forte spinta a serrare al centro.
Per Alfano, che punta appena possibile a sostituire Berlusconi, è una prospettiva inaccettabile. Ma pare che all’interno del Ncd i ministri Lupi e Lorenzin non la pensino allo stesso modo.
Il secondo forno resta quello di Berlusconi. È il più largo e Renzi da sempre lo considera il più affidabile, complice l’amicizia fiorentina con Verdini, e a dispetto delle inevitabili polemiche che i due leader si sono dovuti scambiare in campagna elettorale.
Non appena incassata la sconfitta, il Cavaliere in persona ha ribadito la sua offerta di collaborazione l presidente del Consiglio, ricordandogli che senza i voti di Forza Italia le riforme in Parlamento non passeranno.
Il modesto 16,8 per cento racimolato nelle urne ha lasciato dentro Forza Italia molti scontenti (oltre che trombati sul campo) e ha aperto una discussione che come altre volte rischia di degenerare.
Ma siccome è stato Silvio a rivolgersi direttamente a Matteo, almeno su questo punto nessuno ha fiatato.
Il forno, così, è rimasto aperto, malgrado gli effetti letali dell’«abbraccio mortale» (come lo chiamarono Toti e Gelmini) con il leader del Pd.
Con il terzo forno, definibile il «forno Tsipras», cominciano le novità .
La lista intitolata al vincitore delle elezioni greche contiene diverse anime, ma due sono le principali: il gruppo di intellettuali europeisti schieratisi contro la Merkel e il suo «Fiscal Kompact», tra cui i primi eletti Barbara Spinelli e Moni Ovadia, e un gruppetto di Sel, che da sola non ce l’avrebbe mai fatta a superare lo sbarramento, ed è salita sul taxi Tsipras per avere una rappresentanza a Strasburgo.
A spingere per questa soluzione, festeggiata l’altra sera in tv da Vendola, è stato il capogruppo alla Camera Migliore, fautore da sempre di un riavvicinamento della sinistra radicale a Renzi e al governo.
Ed è lui adesso, in vista del semestre italiano di presidenza europea, a premere perchè la Tsipras italiana dialoghi con il presidente del Consiglio e lo stimoli a sfruttare un’occasione così importante per mutare l’indirizzo della politica economica a Bruxelles.
Un approccio così alto, che da Palazzo Chigi, va detto, non ha ricevuto alcun segno di assenso, e dentro Sel non da tutti è condiviso, non escluderebbe poi intese diverse anche nel Parlamento nazionale e in vista delle scadenze impegnative dei prossimi mesi.
Il quarto forno è il più clandestino e, viste le espulsioni fioccate nei mesi scorsi contro tutti quelli che hanno dissentito dalla linea ufficiale, all’interno del Movimento 5 Stelle nessuno è disposto a intestarselo dichiaratamente.
Ma i rumors che vengono dai parlamentari, a cui è stato impedito di commentare in qualsiasi modo il flop di tre giorni fa, dicono che non tutti sono convinti che Grillo possa cavarsela con una pillola di Maalox e quelle battute sul popolo dei pensionati con cui ha spiegato la sconfitta sul suo blog.
La questione che s’è riaperta, e di cui si discute già sulla rete e sui giornali più vicini al movimento, è se non sia stato un errore trattare Renzi esattamente come erano stati trattati Bersani e Letta, se invece per il futuro non sia meglio distinguere tra le riforme da rigettare totalmente e quelle da emendare, riconoscendone implicitamente il valore, e se infine non si debba valutare un comportamento parlamentare che potrebbe essere modulato, invece che ridotto quasi esclusivamente all’ostruzionismo e a spettacolari manifestazioni di protesta.
A spingere in questo senso sono anche i senatori exM5s espulsi e riuniti nel gruppo parlamentare di «Democrazia attiva», che potrebbe presto ingrossare le sue file, e caratterizzarsi, su certi temi con aperture al governo.
Diventando, appunto, il quarto forno di Renzi.
Marcello Sorgi
(da “La Stampa”)
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Maggio 28th, 2014 Riccardo Fucile
IN 21 FRA INDAGATI E CONDANNATI TOTALIZZANO 1,2 MILIONI DI PREFERENZE: PIÙ DI TSIPRAS E NCD
Nonostante il mancato (e sempre abbondante) apporto di Silvio Berlusconi, un titolare irrinunciabile, il partito indagati &condannati ha raggiunto il quorum: i 21 candidati — fra eletti e trombati — hanno registrato 1,242 milioni di voti, un 4 per cento quasi in scioltezza, un passo (lungo) avanti al gruppo l’Altra Europa con Tsipras, sorpassata anche la coppia Ncd-barra-Udc.
Il capofila e capolista, senza piombare in astrusi calcoli algebrici, è il pugliese Raffaele Fitto: 284.547 preferenze, 4 anni in primo grado, 3 imputazioni (corruzione, abuso d’ufficio e finanziamento illecito).
E l’ex ministro, non un novizio, legittimamente rivendica il testimone da Berlusconi. L’eterno giovane Fitto ha staccato di molto Aldo Patriciello (111.554), che non ha sfigurato.
Riabilitato dal Tribunale di Campobasso il 14 maggio di un anno fa, Patriciello fu condannato a 4 mesi per finanziamento illecito, sentenza definitiva per una mazzetta da 16 milioni di lire (anni ’90) per la campagna elettorale di Michele Iorio.
Arruolato di recente, e per questo governatore dimissionario in Calabria, Giuseppe Scopelliti (42.210, Ncd-Udc) ha sfiorato il secondo piazzamento in lista di Filippo Piccone, già parlamentare: Scopelliti è terzo e pieno di speranza.
Perchè se Lorenzo Cesa (56.991), deputato, indagato per finanziamento illecito, dovesse rinunciare al seggio di Strasburgo, Scopelliti andrebbe al “ballottaggio” interno con Piccone e l’ampia immunità europea sarebbe più vicina.
Oggi comincia a Cagliari il dibattimento per l’imputato Renato Soru (182.687), rinviato a giudizio per evasione fiscale (e indagato per aggiotaggio), ma apprezzato in Sardegna e anche in Sicilia: non era agevole strappare un seggio europeo.
Il democratico Nicola Caputo (85.846), avviso di conclusa indagine per truffa, l’ha scampata per qualche migliaia di voti, e così Giuseppe detto Giosi Ferrandino (82.189), rinviato a giudizio per falso ideologico e distruzione di bellezze naturali, non potrà entrare in aula a Strasburgo assieme al collega.
Armando Cusani (55.401) paga una congiuntura sfavorevole, roba da bizzarro allineamento di pianeti: Forza Italia s’è sgonfiata e la senatrice Alessandra Mussolini (medaglia di argento dietro Tajani, circoscrizione Centro) vuole espatriare.
Oltre che in politica, Cusani è molto impegnato in Tribunale: condanna in primo grado a un anno e otto mesi per abuso d’ufficio e, sempre in primo grado, due anni per abuso edilizio.
Il ritorno di Gianni Alemanno (44.853), ex sindaco di Roma e origini baresi, è un fallimento, netto. Senza cariche da oltre un anno, all’ex missino non resta che l’indagine (romana) per finanziamento illecito.
‘O miracolo non riesce a Clemente Mastella (60.336), risorto per un mandato a Strasburgo con Forza Italia, l’ex ministro è inchiodato a Ceppaloni, e poi rinviato a giudizio a Napoli per associazione a delinquere, imputato ancora a Napoli per tentata concussione e abuso d’ufficio.
Non va sigillato il racconto meridionale senza citare Paolo Romano (11.882), arrestato una settimana fa, in teoria ritirato, ma comunque raggiunto da un’empatia elettorale,inutile e un po’ inquietante.
Altra circoscrizione, altri temerari.
Giampiero Samorì (13.160), che ci aveva già provato per il Parlamento, viene respinto anche in Europa.
Stavolta, l’imprenditore s’è accoccolato in un cantuccio di Forza Italia, basso in lista, senza dover fondare un partito, che gli è costato oltre mezzo milione di euro. Nulla. Ma ci sarà occasione per Samorì, ex pupillo di Berlusconi, e dunque indagato a Roma per associazione a delinquere finalizzata all’ostacolo per le funzioni di vigilanza, appropriazione indebita, bancarotta fraudolente e riciclaggio.
Ha perso senza farsi notare nè sentire il duo — ex Forza Italia ora Ncd-Udc — Gabriele Albertini (11.447, indagine per calunnia aggravata a Brescia) e Guido Podestà (7.898, imputato a Milano per falso ideologico).
Da Anna Petrone (71.661, avviso di conclusa indagine per peculato) a Franco Bonanini (3,689, rinviato a giudizio per associazione a delinquere per truffa ai danni dello Stato), i 21 del partito inquisiti non hanno deluso.
O rovesciando il concetto, gli elettori non li hanno delusi.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 28th, 2014 Riccardo Fucile
SILVIO RIUNISCE I BIG: “LE PRIMARIE? SI FARANNO SOLO PER DECIDERE LA PREMIERSHIP”…MARINA: “LA MIA CANDIDATURA NON ESISTE”
«A questo tavolo mi sembra che nessuno abbia intenzione di mettere in discussione la mia
leadership, se non sbaglio, i risultati sono sotto gli occhi di tutti e senza di me non so come sarebbe finita». Ora di cena, a Palazzo Grazioli – dove Silvio Berlusconi è rientrato per rimettere insieme i cocci di un partito a pezzi – siedono i big.
C’è soprattutto Raffaele Fitto, che con i suoi 284 mila voti è l’unico vincitore forzista delle Europee e ha subito parlato di primarie e nuovo partito.
La tensione è alle stelle, il leader è più che irritato, racconta chi è andato a trovarlo e lo ha sentito nelle ore precedenti.
Quella sorta di “opa” lanciata su Forza Italia l’ha gradita poco.
Il “cerchio magico” delle Pascale, Rossi, di Toti si sente sotto attacco. Al tavolo siede anche Denis Verdini, pure lui ormai nel mirino del clan ristretto.
Ma ci sono pure i capigruppo Brunetta e Romani, Mariastella Gelmini e Deborah Bergamini. Toti non c’è, impegnato nella diretta a Ballarò.
A Berlusconi preme solo di blindare la leadership, che quel 16 per cento ha fatto vacillare per la prima volta.
Teme il complotto, considera una minaccia la richiesta di primarie. Vi scorge un invito implicito a farsi da parte.
Anticipa per ciò la resa dei conti rispetto all’ufficio di presidenza confermato per oggi, a dispetto di chi gli aveva suggerito di rinviarlo, e sarà aperto ai coordinatori regionali. C’è una bomba interna da disinnescare. E lo fa a modo suo.
Spiega quale linea detterà oggi: «Io resto alla guida del partito, se poi a qualcuno non va bene è sempre libero di dirlo o di andare via».
Forte del fatto che anche ieri in tv Raffaele Fitto ha ribadito che Berlusconi «è e resta la nostra guida». Diverso è il discorso sulle primarie tanto invocate. «Non ho nulla in contrario – è il ragionamento del leader – Si faranno quando dovremo costruire la coalizione dei moderati in vista delle politiche e dovranno servire per scegliere il candidato premier del centrodestra».
Come dire, i tempi sono prematuri, le primarie si faranno quando si andrà al voto e non riguarderanno la leadership di Forza Italia ma la scelta dell’anti-Renzi.
Il bastone del comando nel partito resta e resterà in mano a lui.
Anche perchè nello statuto non è prevista nemmeno la carica di segretario. Un messaggio assai esplicito all’indirizzo di Fitto.
Non a caso, ieri pomeriggio, da Milano, Marina Berlusconi ha lasciato filtrare attraverso l’Ansa il suo disinteresse (attuale) alla successione dinastica, che definisce «una suggestione»: la sua è «una candidatura che non c’è».
Mossa mediatica ben studiata ad Arcore per sgomberare per adesso il campo da
qualsiasi ipotesi sul futuro che finirebbe con l’indebolire la leadership del padre.
Berlusconi una concessione a Verdini, Fitto e alla “vecchia guardia” si prepara a farla invece oggi. «Apriremo in autunno la fase congressuale» preannuncia.
Una serie di assise locali, con tanto di tesseramento, che porti a un congresso nazionale, da tenere magari nella primavera 2015. Lo convince poco l’idea di dar vita a una sorta di segreteria ristretta, nuovi incarichi, nuove deleghe. Roba da veteropartito.
La realtà è quella drammatica del “Report voti Forza Italia-Pdl” che gli hanno consegnato ieri e che fotografa il progressivo tracollo già noto, ma con i numeri nudi e crudi: dalle Politiche 2008 (13.951.901 voti), passando per le Europee 2009 (10.797.296) e le Politiche 2013 (7.477.885), fino al capolinea delle Europee 2014 (4.605.331 preferenze).
«Se mi facessi da parte, il partito scomparirebbe» è stato il suo commento amaro.
Il leader allora frena per ora sulla ripresa del dialogo con l’Ncd.
Le uscite ultime di Alfano, bollate come «arroganti », sono per lui il segnale che un confronto è impossibile nell’attuale posizione di debolezza. Non così con la Lega con la quale l’intesa sarà rafforzato dalla firma di alcuni dei referendum da loro proposti, come anticipato da Toti.
Al tavolo delle riforme invece Berlusconi resterà seduto, nonostante la cerchia ristretta prema in queste ore per farlo saltare, dopo il dèbacle elettorale.
L’ex Cavaliere ha garantito personalmente a Renzi che non farà passi indietro.
E così sarà .
(da “La Repubblica“)
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Maggio 28th, 2014 Riccardo Fucile
LA LINGUA BATTE DOVE RENZI VUOLE
Siccome, crocianamente parlando, “non possiamo non dirci renziani”, il carro del vincitore di Flaiano non basta piu.
Per raccogliere tutti i neofiti demorenziani travestiti da antemarcia che sbarcano da ogni dove alla spicciolata, a bordo di zattere di fortuna rigurgitanti di carne umana, ci vuole almeno un cargo.
La Marina Militare pattuglia le coste per prestare ai profughi i primi soccorsi, nella nuova operazione ribattezzata dal Viminale “Matteum Nostrum”.
La Protezione civile fa sapere che i richiedenti asilo al Nazareno e a Palazzo Chigi verranno alloggiati in strutture provvisorie di raccolta, i Cir (Centri identificazione e riciclaggio), in attesa di essere smistati in ministeri, enti pubblici, banche, municipalizzate, cda sfusi.
Nel frattempo, si prega di non spingere.
La foto di gruppo del nuovo Stato Maggiore in versione Pellizza da Volpedo, scattata la Notte della Vittoria, cela alcuni renziani dell’ultim’ora, folgorati sulla via di Pontassieve fra il secondo exit poll e la prima proiezione: l’efebico ex bersaniano Roberto Speranza, lievemente scolorito per via della trielina usata per svaporare le ultime macchie di giaguaro; e il batracico ex bersaniano Nico Stumpo, opportunamente nascosto dietro una stangona.
In prima fila si spellano le mani gli ex giovani turchi, ora neorenziani di mezza eta, Orfini, Verducci e Fassina.
Il terzo non è la moglie di Fassino, ma l’impavido dissidente antirenziano che dava a Matteo dell’“ex portaborse”un po’ “berlusconiano”; secerneva “vergogna per l’incontro Renzi-Berlusconi”; e lasciò il governo Letta quando Renzi lo chiamo “Fassina chi?”.
Ora, opportunamente sedato, esalta il “Renzi valore aggiunto”, “la chiara leadership” del Caro Leader, “la squadra sui territori”, in vista della “missione difficile di grandissima responsabilita”.
Quale? “La possibilita straordinaria di cambiare l’agenda della politica europea” verso “la svolta all’insegna dell’allontanamento dall’austerity e della crescita del lavoro”.
Il suo, naturalmente. Un Jobs Act personale: che s’ha da fa’ per campa’.
Nel reparto CRSR (Convertiti al Rottamatore per Salvarsi dalla Rottamazione) svetta Dario Franceschini, che due anni fa cinguettava: “Bersani ragiona, Renzi recita”. Infatti, se ragionasse, non l’avrebbe fatto ministro della Cultura.
Come disse Andrea Orlando, “basta passare con Renzi che si diventa nuovi, quando si passa con Renzi si diventa nuovi anche se non lo si e di curriculum”. Tipo lui, che ora fa il ministro della Giustizia.
Il veltroniano (corrente Alitalia) e poi bersaniano Matteo Colaninno nota “un grande patrimonio del Pd che ora avra una responsabilita ancora piu grande di cambiare l’Italia e guidare una nuova fase dell’Europa” (sempre volando Alitalia).
E Bersani, quello che “Renzi e un pazzo” e “ho salvato il cervello ma non lo do a Renzi”, che ne e di lui? “Complimenti a Matteo Renzi” e “adesso prendiamoci le nostre responsabilita in Italia e in Europa”. A Matte’, ricordate del mio cervello.
E Max D’Alema, quello che “Renzi e’ ignorante e superficiale”e“non ha mai letto un libro in vita sua”? Ora “Renzi e un grande leader”, ma “non si arriva al 40% senza un grande partito”.
Capotavola e sempre dove si siede lui. Specie se la tavola e la Commissione europea e Matteo non ci manda Letta. Le cambiali si pagano.
Il giovane vecchio Gianni Cuperlo fu gia avversario di Matteo alle primarie, ma controvoglia. Rifiutò l’ingresso nella Segreteria renziana per gli inaccettabili “attacchi personali” del leader destrorso. Reclamò financo le dimissioni del neopremier da segretario.
Ma — si scopre ora — lo fece obtorto collo. Anch’egli e’ un renziano della prima ora: prima clandestino, ora palese dinanzi al “risultato storico” e all’“ebbrezza del 4 davanti allo 0” (lui era abituato allo 0 senza il 4 davanti).
Dunque Matteo torna un compagno, molto rosso fra l’altro: “Il Pd e la prima forza del progressismo e del socialismo in Europa”. Stringiamci a coorte e “riapriamo il cantiere”, appena esce Greganti.
Nella sezione Massaie Rurali, scintilla il sorriso pudico di Federica Mogherini. Non rideva cosi da quando esalto’ la “straordinaria vittoria” (di Bersani alle prime primarie contro Renzi).
Sentendo poi Matteo parlare di politica estera, twitto con l’hashtag “#terzaelementare”: “Ok, Renzi ha bisogno di studiare un bel po’ di politica estera… non arriva alla sufficienza, temo”.
E ancora: “Confermo: Matteo, lascia stare la politica #estera e di #difesa, #Obama e #F35 compresi. Ti conviene, dai retta…”.
Marianna Madia, appena vide Matteo in tv con Bersani, tagliò corto: “Solo Bersani ha la statura da presidente consiglio”, “Voto Bersani, e il miglior premier che l’Italia possa avere”.
Fortuna che poi arrivo’ Renzi, se no chi le faceva ministre?
Sempre stata renziana pure Pina Picierno, fin da quando si laureò con una tesi sul pensiero politico di Ciriaco De Mita, poi passò a Franceschini e poi a Bersani, ma solo per finta, infatti twittava nel suo italiano malcerto: “Qualcuno dica a Renzi che l’Onu ha appena stabilito che deve studiare”, “Bella supercazzola di Matteo Renzi sui diritti”, “La soluzione per Matteo Renzi e’ piu discoteche in Iran”, “Lo slogan Adesso di Matteo Renzi? Lo ha lanciato Franceschini nel 2009, mazza che svolta!”, “M’avanzano un sacco di cappellini della campagna di Renzi, che faccio li spedisco a lui o libero il mio garage?”, “Il pluripensionato Vespa andrebbe rottamato prima di tutti. Peccato che Renzi non la pensi cosi”, “’Se perdiamo le primarie il partito non tocchi i rottamatori’, dice Renzi. Ma per chi ci ha preso, per Renziani?!”. Camuffamento perfetto, prima del coming out.
Pronti con le transenne: arrivano Alfano e Casini, noti frequentatori di se stessi. Dall’alto del 4,4%, Piercasinando spiega che lui piu che altro fa parte del 41% di Renzi: “Questo voto ha premiato il governo e anche chi lo sostiene”.
Angelino Jolie invece trova che il 4,4 e un trionfo: “noi siamo un pilastro del governo”, “ha vinto la speranza contro la rabbia, il polo del buongoverno contro quello della pura protesta”.
Ergo “siamo tutti piu forti” perche “il nostro mezzo punto percentuale e stato ben sacrificato”: “se avessimo preso lo zero virgola per cento in piu tutti voi avreste parlato di un risultato piu che soddisfacente”, ma in fondo “con le condizioni che si sono determinate — il Pd al 41% — lo consideriamo comunque un buon risultato”.
Un po’ come se l’Atletico Madrid dicesse: “Se il Real non ci rifilava quattro gol, vincevamo facile con uno: dunque e andata di lusso”.
Se avanzano transenne, tenerne qualcuna da parte per la prorompente iniziativa politica di Luis Alberto Orellana e Francesco Campanella, candidati alla guida del neonato gruppo senatoriale degli ex grillini, quelli che promettevano di lasciare Palazzo Madama.
E invece no, troppo forte la tentazione di passare alla Storia accanto della Rivoluzione Renziana: restano a pie’ fermo in poltrona e chiedono le dimissioni di Grillo, non si sa peraltro da che cosa.
Il virile apporto dei renzastellati prendera l’atletico e ginnico nome di “Democrazia Attiva”, e saranno dolori per tutti i passivi
La libera stampa, fiera e compatta, marcia patriotticamente come un sol uomo al fianco del suo Generalissimo.
Nella conferenza stampa dopo il Trionfo, a un cenno convenuto del capo del Capo, scroscia fra i giornalisti il marziale e scattante applauso a Sua Eccellenza il Portavoce, al secolo Filippo Sensi.
Frattanto, su Twitter e Facebook, ritmano armonici e tacitiani i bollettini della Vittoria. Francesco Bei (Repubblica ): “Stasera mi prende cosi. Malinconia. Sara per aver gioito troppo?”, “A questo punto spero davvero che roberto gualtieri ce la faccia” (ma si che ce la fara’, daje). Annalisa Cuzzocrea (Repubblica ): “Quando non sai piu che pesci prendere, c’e la lettera al figlio di kipling”, “E stasera c’e anche #gazebo @welikechopin #ilgiornoperfetto”. Torna finalmente a rifulgere il sole sui colli fatali di Roma.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 28th, 2014 Riccardo Fucile
IN BALLO LA GESTIONE DEL PARTITO LASCIATA A QUAGLIARELLO E SCHIFANI
Come si fa a sopravvivere dopo l’uragano elettorale che ha portato il Pd oltre il 40%? Chi dovrà
evitare di finire inghiottito dal monocolore renziano?
Nel Nuovo Centrodestra si è aperta una «questione politico-esistenziale» che spinge Alfano e Lupi a dover decidere se lasciare il governo e dedicarsi totalmente al partito. Nei gruppi parlamentari il problema è considerato esiziale, non più rinviabile.
Il ministro delle Infrastrutture, eletto eurodeputato, sta seriamente valutando di lasciare il suo dicastero e volare a Strasburgo: avrebbe tempo e mani libere per far crescere una creatura politica rachitica del 4,3.
Una percentuale, tra l’altro, che non appartiene tutta all’Ncd perchè almeno l’1%è attribuibile all’Udc (Casini insinua che il partito guidato da Cesa avrebbe portato di più, il 2% dei voti).
Ci sono alcuni problemini non secondari all’arrivo di Lupi. Il primo. Chi andrebbe al suo posto alle Infrastrutture? Si aprirebbe la sarabanda nel partito e poi abbandonare quella casella così importante nel governo significherebbe correre il rischio di perderla definitivamente.
Il secondo è che in via Arcione, sede dell’Ncd, chi guida la baracca c’è già e sono Quagliariello e Schifani.
Ma il terzo problemino è ancora più pesante: con Lupi di fatto segretario, Alfano verrebbe oscurato.
I più diplomatici del Nuovo Centrodestra sostengono che la scelta di Lupi di lasciare l’esecutivo per il Parlamento europeo e per il partito sarebbe fatta di comune accordo. Insomma, Angelino rimarrebbe il leader di fatto.
Ma c’è una versione maliziosa che circola, quella secondo cui Maurizio vorrebbe far scendere di un gradino il ministro dell’Interno responsabile di un risultato elettorale più che deludente.
Un risultato, dicono gli autori di questa versione maliziosa, che nel «democratico Nuovo Centrodestra non viene discussa in nessuna sede, mentre si critica l’antidemocratica Forza Italia che domani (oggi, ndr) riunisce l’ufficio di presidenza».
Per evitare l’arrivo di Lupi, dovrebbe essere Alfano a dimettersi dal ministero dell’Interno e occuparsi a tempo pieno del partito.
Una richiesta che gli viene fatta da molto tempo. Ma lui non sembra intenzionato a fare questo passo. È convinto che tutti, Lupi compreso, dovrebbero rimare al proprio posto e far lavorare tranquillamente Quagliariello e Schifani.
È convinto anche che l’Ncd si rilancerà garantendo la governabilità e facendo valere con forza le proprie idee e proposte, a cominciare dal fisco.
Una presenza che smentisca il monocolore renziano. Ma sono in molti nello stesso Ncd a dubitare che ciò possa accadere, soprattutto se al ministero dell’Economia rimarrà il viceministro Casero che non sarebbe in grado di battersi per trovare gli 80 euro da dare anche alle partite Iva.
C’è un dibattito aspro e poco visibile nel partito di Alfano.
Un confronto e una divisione che riguardano anche le prospettive politiche. Schifani ieri ha detto che l’obiettivo resta quello di costruire un partito di centrodestra alternativo al Pd che, alle prossime elezioni, non sia condannato alla «medaglia di bronzo». Da soli è impossibile.
L’alleanza con Berlusconi, Salvini e Meloni è sempre più lontana.
Si apre allora un’altra ipotesi: governare con Renzi e con lui poi stringere un patto elettorale per le Politiche.
L’Ncd diventerebbe quello che erano i liberali e repubblicani per la Dc.
Un satellite.
Amedeo Lamattina
(da “La Stampa”)
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