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ITALIA-GERMANIA: NELLA PARTITA DEL PIL CI MANCA UN RIVERA

Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile

C’ERA UNA VOLTA IL MITO DI “ITALIA-GERMANIA, 4 A 3”: OGGI LO SCARTO TRA I DUE PAESI SEMBRA INCOLMABILE… LORO HANNO BENEFICIATO DELL’EURO MA IL PRIMATO SE LO SONO CONQUISTATO. E ORA INCASSANO

Italia-Germania 4 a 3” è più di un simbolo. Oltre l’amore per il gioco del calcio è l’emblema di un riscatto personale che in quel 1970 coincideva con un futuro di speranze.
L’Italia si è crogiolata a lungo sul senso di quella partita e si è baloccatanell’idea che quel risultato continuasse a segnare i rapporti tra i due paesi.
Che quelle cifre costituissero la giusta ripartizione dei meriti e delle colpe.
L’ultimo ventennio ha rappresentato invece una doccia fredda. La Germania si è confermata quello che è quasi sempre stata, una potenza economica mondiale mentre l’Italia ha perso quota, andando in affanno nel processo di unificazione europea e accumulando un ritardo forse incolmabile. I numeri sono impietosi.
Un paese in pole position
Il paese di Goethe, Bach e Hegel è infatti la prima economia dell’Unione europea con un Pil che rappresenta il 29% di quello dell’Eurozona. Non si tratta solo di 2.700 miliardi prodotti ogni anno da una popolazione di 80 milioni o di una disoccupazione al 6,9%.
La Germania è anche il paese che sfrutta il settore manifatturiero, il 25,5% del Pil in cui occupa il 33% della manodopera europea del settore. È quella del surplus della bilancia commerciale con un attivo di oltre 188 miliardi di euro nel 2012.
Questa realtà  continuerà  a essere inaggirabile a prescindere dalle sorti dell’euro.
In particolare per l’Italia che ha nella Germania il primo partner commerciale. Nel 2013 l’interscambio bilaterale ha raggiunto circa 101 miliardi di Euro, quasi pari alla somma degli interscambi fra Italia e Francia e fra Italia e Regno Unito insieme.
La Germania è il primo Paese di provenienza di turisti stranieri nel nostro, con la cifra record di 10,2 milioni toccata nel 2012 e un afflusso di 6,4 miliardi.
Con queste premesse appare difficile per il nostro paese liberarsi dall’abbraccio tedesco anche se dovesse affermarsi l’ipotesi di un’uscita dall’euro.
Eppure, la Germania è indicata, e in parte lo è, come la regista delle politiche monetarie che hanno strozzato i paesi dell’area mediterranea a cominciare dalla Grecia.
Ma è davvero così? Chi propugna il ritorno a una moneta nazionale non ha dubbi.
I dati reali dell’economia consentono però qualche cautela.
La Germania, infatti, ha beneficiato più di tutti dalla moneta unica e dall’unificazione monetaria. La possibilità  di debellare, tramite l’euro, le svalutazioni competitive di concorrenti-alleati come Francia e Italia, è stata un elemento chiave.
Mentre tutti sono stati costretti a correre al ritmo dei successi dell’euro – cresciuto, sul dollaro, dallo 0,85 del 2001 all’1,59 del 15 luglio 2008 per poi ridiscendere all’odierno 1,36 — la Germania aveva già  quell’andatura nelle gambe.
Il paradosso è che non si tratta di un merito della “cattiva” Merkel ma del suo predecessore, Gerhard Schroeder.
Fu lui, al potere tra il 1998 e il 2005, a consentire all’industria tedesca di accumulare vantaggi competitivi a scapito del lavoro.
L’Agenda 2010 ha rappresentato un’abbuffata di riduzione degli oneri sociali per le imprese, facilitazioni nei licenziamenti, sviluppo dei lavori precari, stretta sulle pensioni che hanno abbattuto i costi della produzione.
La “cura Schroeder” ha distrutto la Spd, che da allora non si è più ripresa, ma ha consentito ad Angela Merkel di presentarsi come leader in grado, addirittura, di mitigare le misure di austerità  del cancelliere socialdemocratico e di vincere tre elezioni di fila.
Di quella stagione si ricorderanno in particolare i “mini-job” nati in seguito alle “leggi Hartz” che hanno coinvolto circa 5 milioni di lavoratori a 400 euro al mese.
Roba da far invidia a mezza Europa.
I meriti di Angela e quelli di Gerhard
La Germania di Angela Merkel ha approfittato di questa eredità  e poi dell’opportunità  offerta dalla moneta unica.
Le politiche di dosaggio dell’inflazione imposte alla Bce sono servite a tenere alta la quotazione dell’euro, a legare le mani agli alleati europei e a gestire al meglio il principale vantaggio competitivo tedesco ereditato dal crollo del muro di Berlino: lo sfondamento a est.
Qui, le fortune della Germania iniziano a separarsi dalle disgrazie degli altri paesi europei.
Un sistema industriale, quello orientale, dell’ordine di circa 600 miliardi di euro fu inglobato per l’87% da imprese della Germania occidentale e grazie a questa “annessione” — per utilizzare il termine dell’economista Vladimiro Giacchè, autore del libro Anchluss — il paese è dilagato verso l’intera Europa orientale con il suo mercato e, soprattutto, la sua forza lavoro a basso costo.
Si è così costituita un’area di influenza formata da un indotto a basso costo e da un mercato di sbocco.
Se gli investimenti esteri della Germania nel 1995 si indirizzavano per 19 miliardi in Francia, 7,3 miliardi nell’Europa orientale e 1,1 miliardi in Cina, nel 2012 questa proporzione cambia significativamente: cresce la Francia a 63 miliardi ma l’Europa orientale schizza a 83 e la Cina si amplia fino a 30 miliardi.
Ecco che emerge la seconda caratteristica tedesca e ne spiega il successo, l’internazionalizzazione.
La specializzazione in beni strumentali e in vetture di alta gamma consente alla Germania di beneficiare al meglio del boom dei paesi emergenti degli anni 2000. L’export sale dal 23,7% in relazione al Pil del 1995 al 51,9 del 2012, quello extra Ue sale dall’8,5 al 18%.
La Germania e il mondo
Il commercio con l’estero avviene al 57% nell’Unione europea, l’11,9% con i paesi europei extra-Ue, tra cui Russia e Turchia, il 16,3% con l’Asia e l’11,7% con l’America.
Accanto all’occidente si apre il mercato asiatico come dimostrano i risultati eccezionali della Volkswagen in Cina.
La Germania, quindi, ha certamente beneficiato del mercato unico e dell’unione monetaria ma le politiche della Ue sono state concertate da tutti i governi e l’intreccio delle economie dei principali paesi europei aiuta a capirne le ragioni.
Non è detto però che le cose non possano cambiare.
La Germania è un paese che sta invecchiando, alcune previsioni indicano per il 2060 nel 33% la quota di anziani sopra i 65 anni di età  con una popolazione che potrebbe scendere dagli 80 milioni ai 67.
Nel dibattito tedesco è forte l’allarme di trovarsi con una quota di anziani fortemente impoveriti nei prossimi decenni.
Lo stesso boom dei paesi emergenti si sta riducendo e paesi come Cina o Turchia inizieranno ben presto a costruire da sè i beni strumentali che oggi acquistano a Berlino. In questo cambiamento, anche il rapporto con l’Italia potrebbe mutare.
Ma servirebbe un paese che recuperasse i venti anni persi sul fronte della modernizzazione.
Fino ad allora, nel confronto con i tedeschi, non ci resta che ricordare la mitica “Italia-Germania, 4 a 3”.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL POLITOGO PASQUINO: “RENZI, GRILLO E BERLUSCONI ORMAI UNITI DAL BULLISMO POLITICO”

Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile

“SONO LO SPECCHIO DI UNA SOCIETA’ MALEDUCATA”

“Il bullismo politico a cui stiamo assistendo è destinato a crescere ed è lo specchio perfetto della società  italiana che è diventata maleducata”.
È questa l’opinione del politologo Gianfranco Pasquino, rilasciata all’HuffPost, a proposito dello scambio di insulti che stanno accendendo la corsa alle elezioni europee e amministrative del 25 maggio.
E in prima fila nello scambiarsi parole al vetriolo l’uno contro l’altro ci sono proprio i leader dei principali partiti italiani: Matteo Renzi, Beppe Grillo e Silvio Berlusconi.
Ormai non passa giorno in cui i “temi” usati nella campagna elettorale non siano accuse personali, offese, attacchi che esulano completamente dai contenuti dei programmi.
“Non illudiamoci – dice Pasquino -: questa situazione non cesserà . I toni accesi ormai sono diventati sistematici, anche se per motivi diversi. Da una parte abbiamo Beppe Grillo che si gioca tantissimo in questa tornata elettorale e deve diventare a tutti i costi il secondo partito”.
Dall’altra parte invece c’è Berlusconi, che proprio domenica scorsa ha paragonato il leader M5s a Robespierre “a chi promette – ha affermato l’ex premier – la Gerusalemme celeste portata in terra e poi quando arriva non fa niente e sottopone la popolazione ad un bagno di sangue”. “Berlusconi – spiega il politologo piemontese -, a differenza di Grillo, è in difficoltà  e per rimettersi in pista e guadagnare i voti persi deve conquistare le prime pagine dei giornali e quindi alza i toni. E non si preoccuperà  affatto di continuare su questa strada”.
Anche il premier Renzi non risparmia attacchi frontali ai suoi principali competitor, da ultimo bollando Grillo come sciacallo. Che ha contraccambiato paragonando il primo ministro a Genny ‘a carogna, il capo ultrà  del Napoli al centro delle cronache dopo la finale di Coppa Italia. “Anche Renzi – dice Pasquino – non è esente da questo linguaggio. Le parole che usa non sono sempre fini: pensiamo alla parola ‘rottamazione’ scelta come uno dei suo primi slogan e ultimamente al ‘professoroni’ per attaccare i docenti che l’hanno criticato per le riforme. Attenzione: così si insultano le competenze e le persone che hanno studiato”.
“Purtroppo – aggiunge Pasquino – sarà  molto difficile cambiare questo trend. Ormai siamo arrivati al punto in cui i politici non pensano più alle parole che utilizzano, ma si chiedono solo cosa sia utile per il proprio consenso elettorale. E così non si preoccupano di amplificare ogni giorno lo scontro e le volgarità  che hanno ormai invaso il nostro Paese”.
Un clima talmente aspro che anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha affermato di essersi sentito aggredito nell’ultimo anno e ha aggiunto che l’Italia ha bisogno “di un clima nuovo per pacatezza, rispetto reciproco, impegno e rigore nello sciogliere i nodi reali dello Stato democratico”.

(da “Huffingtonpost“)

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IL RETROSCENA: QUEL PATTO SEGRETO TRA ULTRA’ DAVANTI ALLA DIGOS

Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile

NEI SOTTERRANEI DELL’OLIMPICO L’OK ALLA PARTITA DECISO DA AZZURRI E VIOLA

C’è stato un punto di svolta nella notte degli spari sul calcio.
Sono le 21 e 15, dieci agenti della Digos sfilano dentro la pancia dello stadio Olimpico fino all’area ospitalità  nascondendo due ultrà  della Fiorentina: il passo è veloce, l’atmosfera tesa, molto tesa perchè la finale di Coppa Italia fra il Napoli e il club della famiglia Della Valle è appesa a un filo.
Chi devono incontrare i capi del popolo viola?
Ad aspettarli c’è «Gennaro ‘a carogna», pochi minuti prima seduto sulla balconata che divide la curva napoletana dal prato dello stadio.
«Noi non tifiamo. E voi?», la domanda agli avversari fiorentini.
«Anche noi resteremo in silenzio», la risposta di chi guida la curva della Fiorentina.
La trattativa è veloce. Pochi i protagonisti, ma decisi.
Il capo-ultrà  partenopeo aveva chiesto e ottenuto il colloquio con il capitano Marek Hamsik e ora il secondo tempo della partita più surreale del nostro calcio deve tradursi in un faccia a faccia fra capi popolo.
La Digos ascolta, lo Stato è presente. «Gennaro ‘a carogna» detta la sua agenda.
Come sta il tifoso ferito? È sotto i ferri o c’è dell’altro? E voi viola rispetterete il silenzio?
Tre interrogativi, tre risposte che vanno nella direzione cercata dalla curva partenopea.
E la sfida può cominciare.
Dentro i settori del tifo più acceso, però, qualcosa non torna. Non tutti sono d’accordo nel tapparsi la bocca una volta che il pallone prenderà  le sue direzioni in campo.
E allora? «Ci hanno tirato i bomboni per invitarci a stare zitti. Loro in basso, noi più in alto», racconta Pasquale.
Sono quasi ventimila nel settore Nord dello stadio Olimpico. Ventimila e divisi fra oltranzisti e chi vorrebbe gridare forza Napoli e basta.
«Ci chiedevamo cosa sarebbe potuto accadere se ci avessero aperto i cancelli. E se i romanisti si erano radunati là  fuori? Lo scontro sarebbe stato inevitabile…», così Ciro, calmo e appassionato tifoso.
Ma, là  dentro, nella parte calda della curva, «in molti parlavano di organizzarsi per andare a Catania dove avrebbe giocato la Roma in campionato.
Gli ultras del Napoli e quelli etnei sono gemellati, l’occasione era ghiotta», riprende il filo del discorso Pasquale.
Trattativa breve e riuscita, dunque. A Catania, ieri, non sono arrivati cento tifosi della Roma perchè il treno sbarcato in Sicilia si è presentato vuoto.
«C’era il rischio di agguati passando da Napoli», fa sapere un investigatore.
Passare da Napoli, oggi, per i giallorossi è come una dichiarazione di guerra che merita vendetta per la sorte dell’ultras in lotta con la vita.
«La finale di Coppa Italia all’Olimpico è stato il nostro fiore all’occhiello in questi anni, guardate come è andata Lazio-Roma dell’anno scorso. Ora si rischia di aver rovinato tutto», una voce dal Viminale.
E, l’Olimpico, adesso potrebbe diventare stadio vietato proprio per le finali.
A cominciare da Juventus-Napoli del prossimo agosto per la Supercoppa Italiana.

(da “La Stampa“)

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BERLUSCONI SI AUTOPENSIONA: “SARO’ PADRE DELLA PATRIA”

Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile

ASPETTANDO MARINA….

L’ultima volta s’era alzato e se n’era andato.
Stavolta non avrebbe potuto neanche volendo visto che l’intervista di Silvio Berlusconi In mezz’ora di Lucia Annunziata si svolgeva a casa sua, causa i noti problemi di mobilità  connessi alla condanna.
L’ultima volta, vale a dire durante la campagna 2013, il fu Cavaliere con le sue sparate occupava il dibattito pubblico e recuperava nei sondaggi: era ancora il Giaguaro da smacchiare. Stavolta, al limite, è il terzo incomodo.
Non è che non ci provi: il repertorio, all’ingrosso, è il solito, l’impegno e la faccia tosta pure. Solo che non sfonda, è passato.
Per metà  dell’intervista, per dire, Berlusconi sembra un uomo che affidi il suo lascito ai posteri più che un candidato in cerca di futuro
“È un periodo difficile… Insomma non posso dire che sono allegro, ma sono sicuro che questo sarà  un periodo eroico”, spiega.
Buon per lui che l’autostima non gli manca, come pure una certa capacità  di rimozione dei fatti. “L’Italia non è un paese governabile e poi in vent’anni ha subìto quattro colpi di Stato”: il primo con Tangentopoli; il secondo quando “Scalfaro convinse Bossi” a far cadere il suo governo nel 1994; il terzo quando Napolitano — in concorso con ignoti — organizzò “la tempesta perfetta” che nel 2011 lo estromise da palazzo Chigi (“mi consigliò di dimettermi”); il quarto non s’è capito, ma probabilmente ha a che fare con la condanna e relativa incandidabilità .
Ora, dice ammiccando a future rivelazioni sul golpe (il terzo), “lascio alla storia chiarire tutti i fatti. Sono convinto che succederà  presto e io ne uscirò mondato da ogni accusa: io diventerò un padre della patria”.
In attesa della santificazione, ci resta un uomo che tenta come può di gestire il declino: non più asticella al 20% per Forza Italia, ma “oltre il 25”; Renzi ha “i vecchi vizi della sinistra” e vuole “una patrimoniale da 400 miliardi; “alzeremo le pensioni minime a mille euro” (le ultime due, le dice al telefono con una manifestazione di partito a Bari).
Sulla riforma del Senato un po’ rinnega l’accordo col premier e un po’ no.
“Renzi ha presentato un’ipotesi inaccettabile e io non credo che la presenteranno perchè sarebbe bocciata”: “Il nostro capogruppo al Senato Romani parla con il loro, Zanda, e stanno cercando di trovare un accordo”.
Non solo, pure lui è “in contatto quasi quotidiano” con Roberto Calderoli per “trovare una soluzione ragionevole”.
Il ministro Boschi, che ha firmato la proposta “inaccettabile”, non pare preoccupata: “Facciano pure. Noi aboliremo il Senato quanto prima”.
A parte il teatrino, c’è solo un momento in cui Silvio Berlusconi sembra avere una qualche visione del futuro: è quando, in sostanza, nomina Marina futuro capo di Forza Italia.
“Penso sarebbe un leader perfetto — sostiene — ma spero proprio che non accada. Comunque è una decisione che non riguarda me, ma mia figlia e soprattutto gli elettori”. Se ne parlerà  in autunno, in vista delle politiche, perchè “Renzi più di un anno, un anno e mezzo non dura”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CI SI METTE PURE FASSINO: IL SINDACO ALZA IL DITO MEDIO AL FILADELFIA AI TIFOSI DEL TORO

Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile

UN VIDEO SMENTISCE LA DIFESA DEL SINDACO CHE AVEVA NEGATO DI AVER FATTO IL GESTACCIO… MA SE TUTTI EVITASSERO DI RAGIONARE PER TRIBU’?

Il sindaco Piero Fassino ha alzato il dito medio ai tifosi che ieri lo hanno contestato al Filadelfia durante la giornata di festa in memoria del Grande Torino («Gobbo di m…»).
Quando in serata la notizia del gesto aveva iniziato a circolare, Fassino e il suo staff avevano categoricamente smentito di aver fatto una cosa simile.
Anche in un’intervista a La Stampa, il primo cittadino ha sostenuto: «Ma figuriamoci. Ho fatto una battuta rivolto a chi urlava dicendomi gobbo di m…. Ho detto: “Sarò anche gobbo, ma il gobbo è quel sindaco che ricostruisce lo stadio Filadelfia”».
Invece, oggi, un video diffuso su You Tube dimostra la smentita alla smentita.
Fassino – sotto il palco, bersaglio di cori – ha alzato due volte il dito medio ai granata. A questo punto la tensione e i cori contro il sindaco sino cresciuti.
Nel video – che riproduce anche al rallentatore il gesto – si sente poi una donna, tifosa granata, dire: “Non sono arrivata alla mia età  per farmi fare il dito medio dal sindaco”. Altre grida arrivano dallo stadio: “Vergognatevi”, e poi: “Ci sono i bambini….”.
A questo punto il sindaco è stato costretto a lasciare lo stadio.
E ai cori diventati ancora più duri contro il sindaco, Fassino risponde salutando con una mano.
Le immagini riprendono infine la Delta scura che si allontana rapidamente.

(da “La Stampa“)

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INTERVISTA A MARCO TARDELLI: “CHE PENA QUEI POLITICI RIMASTI IN TRIBUNA, DOVEVANO ANDARE FUORI DAI COGLIONI”

Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile

“IN INGHILTERRA ORA PARLANO DI “ITALIANI ANIMALI”… “LE AUTORITA’ SANNO BENE CHI SONO: VADANO A PRENDERLI E LIBERINO IL CALCIO”

A un passo dai 60 anni, a Marco Tardelli sono rimaste più domande che risposte: “Ai politici in tribuna vorrei chiedere: ma quando avete visto parlare Hamsik con quel tipo appollaiato sulla curva, non avete pensato di scendere in campo o andar definitivamente fuori dai coglioni? Via dallo stadio, da un posto ormai irrimediabilmente trasformato in arena, in cui si chiedeva il permesso per giocare a un capo ultrà  e in cui si fischiava ripetutamente l’inno nazionale?”.
Con la solita chiarezza espositiva, l’uomo che emozionò Pertini a Madrid e vide da testimone oculare la notte dell’Heysel, osserva lo sport di un’esistenza intera morire a poco a poco: “E basta di dire che va tutto bene e che quello che è accaduto l’altra sera non ha nulla a che vedere con il calcio.
La dinamica della sparatoria non è chiara e forse l’episodio è un regolamento di conti, ma è evidente che sono storie che nascono ai margini di un mondo che va completamente riformato. Ci vogliono leggi durissime. Io sono in Inghilterra, a Londra. Qui hanno sconfitto gli hooligans. Ieri sera parlavano degli italiani e ci dicevano ‘animali’. Non riuscivo a dargli torto. Dentro e fuori dall’Olimpico c’erano gli animali. E con gli animali selvatici non si è gentili. Non si tratta. Ci si difende”.
È indignato?
Disgustato. Se mi passa il paragone, in Italia non si è trattato neanche con le Brigate Rosse. Come si possa scendere a patti con i capi della curva mi rimane incomprensibile.
Le autorità  negano.
Le autorità  sanno perfettamente il tessuto sociale che è alla base di chi orchestra il gioco e detta le regole. Sanno cosa succede nelle curve. Vadano a prenderli. Liberino il calcio.
Come diceva Capello è prigioniero degli ultrà ?
Di un universo in cui il presidente di una delle più importanti società  italiane permette al suo capitano, Hamsik, di andare a parlare con un ceffo che ha una maglietta che incita all’assassino di un poliziotto. Ma le sembra possibile? Ma De Laurentiis non ha niente da dire in merito? La verità  è che in Italia nessuno fa niente. Non si muove una foglia. La politica prende le distanze, passano due ore e si ricomincia sempre da capo.
In tribuna c’era molta politica.
Mi pare che il Presidente del Senato, Grasso, non abbia detto cose eclatanti nè fatto la scelta giusta. Di fronte a quello scempio avrebbe dovuto andarsene immediatamente e si è mostrato debole. Scrivere che si sarebbe voluto essere altrove su un social network non equivale a lasciare la propria poltrona. Il teatro per marcare le distanze e dare l’esempio c’era. È mancato il coraggio.
Manca sempre?
Sempre. Anni di ragionamenti sulla violenza negli stadi e poi siamo sempre a chiederci come fanno i petardi a superare i controlli. Sabato a Roma c’era un’atmosfera tremenda, un’insopportabile aria di ricatto. Ecco, il pallone è ricattato da persone che hanno interessi economici radicati. Bisogna iniziare a colpire quelli, togliere ai teppisti la base d’approvigionamento, reagire con l’esclusione alla radice. Altrimenti non se ne esce.
Succederà  qualcosa?
Mi piacerebbe, ma ne dubito. Lega e Federazione hanno le loro colpe, ma la responsabilità  principale è della politica. Ogni domenica, dalle serie minori alla serie A si spendono milioni per controllare l’ordine pubblico. Forse è ora di ripensare al sistema in toto. Stabilire la sanzione e ristabilire il concetto di condanna. Se non è troppo tardi o troppo ingenuo credere possa accadere davvero.

Malcom Pagani
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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INTERVISTA ALLA VEDOVA RACITI: “RENZI SI DICE DISPIACIUTO, MA NON BASTA”

Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile

“LO STATO ALL’OLIMPICO C’ERA E HA PERMESSO CHE QUELL’INDIVIDUO INNEGGIASSE ALLA LIBERTA’ DI UN ASSASSINO”… “MIA FIGLIA MI HA DETTO: BASTA, ME NE VOGLIO ANDARE DALL’ITALIA”

“Ho acceso il televisore, ho visto quel soggetto che indossava la maglietta ‘Spaziale libero’. Il tempo è tornato indietro di 8 anni quando non vendendo Filippo rientrare per cena accesi il televisore e ascoltai in diretta la notizia della sua morte.
Al funerale mio figlio, Alessio di 8 anni, ha indossato i gradi del padre per dimostrare che il suo onore sarebbe divenuto suo. E da quel giorno è iniziato il calvario giudiziario durato 8 anni. Ho seguito due processi perchè a differenza di Micale, a Spaziale mancavano 6 mesi per diventare maggiorenne ed è stato giudicato dal Tribunale dei Minori. Era come se tutto venisse rinnegato da quell’immagine”.
Marisa Grasso, 40 anni, è la vedova dell’ispettore Filippo Raciti ucciso il 2 febbraio del 2007 durante gli scontri nel derby di serie A tra Catania e Palermo mentre tentava di impedire che gli ultrà  locali entrassero in contatto con gli ospiti palermitani.
Per omicidio preterintenzionale sono stati condannati a 8 anni Antonino Speziale e a 11 anni Daniele Micale.
Un oltraggio alla memoria di suo marito.
“Certo. Mia figlia che oggi ha 23 anni e studia Giurisprudenza mi ha detto: “Mamma io me ne voglio andare dall’Italia, non ci sto bene, le cose non cambiano perchè devo stare qui a soffrire?”. Ho pensato ai tanti giovani che incontro nelle scuole, nelle parrocchie, nei club delle tifoserie di tutta Italia dove, da volontaria, vado a insegnare legalità  e mi sono detta: a cosa servono le parole se questi sono gli esempi di rappresenta le Istituzioni? Lo Stato c’era all’Olimpico e ha permesso che quel soggetto inneggiasse alla libertà  di uno degli assassini di mio marito.
C’era il Premier Renzi, il Presidente del Senato Grasso. Nessuno le ha telefonato?
Sì, ieri mi ha chiamata Renzi, il Ministro dell’Interno Alfano, il portavoce del Presidente del Senato. Renzi si è scusato dicendo che non ha visto in tempo reale, ha promesso che si informerà  e mi farà  sapere. Tutti dispiaciuti ma a me non basta, io voglio sapere se quel soggetto è tornato a casa liberamente, quali provvedimenti adotteranno affinchè una simile vergogna non si ripeta. Per quanto una telefonata di solidarietà  possa essere gradita, non cancella ciò che è stato permesso. Gli onesti non debbono subire, debbono pretendere il rispetto delle regole. Sto ricevendo manifestazioni di sdegno e di vicinanza da ogni parte d’Italia, mamme che hanno perso figli poliziotti e non solo, figli che hanno perduto i padri. Mio marito nei suoi 21 anni in Polizia ripeteva: i giovani si cibano di esempi e noi dobbiamo sfamarli.
Cosa pensa degli applausi ricevuti dagli agenti condannati per l’omicidio di Aldrovandi dai colleghi del Sap?
Che la divisa va indossata con onore e chi non merita questo onore non deve indossarla per rispetto alla stragrande maggioranza dei poliziotti che ho conosciuto che condividono i valori di mio marito.

Sandra Amurri

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CODA DI PAGLIA E BUGIE: LA POLITICA DOPO GENNY

Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile

MA PER LA FEDERAZIONE NON E’ SUCCESSO NULLA

Sabato è stato il giorno in cui i confini della legge — e della liceità  della pratica sportiva nel nostro Paese — si sono incarnati nel parlamentino andato in scena allo stadio Olimpico di Roma tra il povero Marek Hamsik, capitano del Napoli, e il nerboruto Genny ‘a carogna, capotifoso partenopeo con maglietta inneggiante all’assassino di un poliziotto.
Testimoni: un paio di silenti funzionari (forse del Napoli, forse della sicurezza).
Coro greco: gli ultrà  campani (con petardi e fumogeni).
Spettatori: le istituzioni della Repubblica — il presidente del Consiglio Matteo Renzi, quello del Senato Piero Grasso, una pletore di seconde e terze file del potere — a guardare dalla tribuna d’onore, indecisi a tutto, persino ad andarsene davanti allo scempio di quanto rappresentano (ma Grasso avrebbe tanto voluto, ha scritto su Facebook).
Se sabato è il giorno del ministro Genny e del prefetto Marek, domenica è quello della coda di paglia istituzionale: non siamo nemmeno all’esprit de l’escalier — quello di chi trova la risposta puntuta solo quando è sulle scale di casa — ma al tentativo di rimozione dei fatti attraverso una tecnica che, per rimanere alla metafora calcistica, si potrebbe definire “buttare la palla in tribuna”.
Comincia, di mattina, il Questore di Roma, Massimo Maria Mazza: “Non c’è stata nessuna trattativa tra Stato e ultrà  per far giocare Napoli-Fiorentina, i 45 minuti di ritardo sono dovuti al fatto che la società  campana ci ha chiesto tempo per far riscaldare i calciatori”.
Superiori esigenze atletiche, insomma. Ma non solo: c’era pure quel problema che “si stava diffondendo la notizia che il ragazzo ferito fosse morto” e “i tifosi hanno chiesto di avere un colloquio coi giocatori per avere informazioni”.
E così, invece di un annuncio dall’altoparlante, c’è stato il colloquio tra il buon Gennaro e Hamsik, il quale — interrotto il riscaldamento — s’è subito informato sul referto clinico di Ciro Esposito.
I telespettatori, per sovrammercato, hanno potuto godersi la maglietta “Speziale libero” del capo tifoso.
Quanto alla gestione dell’ordine pubblico, dice Mazza senza accenno di sorriso, “è andato tutto molto bene”.
Seguiamo il ragionamento del Questore: alla fine s’è giocato (in ritardo, per carità , ma non è colpa nostra); gli scontri tra opposte tifoserie sono stati pochi; le magliette anti-Raciti vabbè, sono sfuggite, pure i petardi e i fumogeni, ma non si può avere tutto.
E la sparatoria? Quello “è stato un fatto imponderabile, fatto da una persona sola che ha agito a volto scoperto a dimostrazione che non si tratta di un agguato premeditato da parte di altre tifoserie”.
Il classico pazzo solitario, insomma, personaggio che apre il secondo atto — per così dire — della sceneggiata con cui già  sabato la Questura ha comunicato ai media che la sparatoria non aveva alcun rapporto con la partita. Che la cosa sia stata innescata da odio tra i gruppi ultrà  romanisti e napoletani, evidentemente, per il questore non rileva
Una volta che Mazza ha ricostruito i fatti da par suo, ci ha pensato Angelino Alfano a portare la discussione sulla Luna: “Nessuna trattativa tra Stato e ultrà . Non sta nè in cielo nè in terra”, mette a verbale il ministro dell’Interno negando l’evidenza.
Poi, già  che c’è, butta lì il suo contributo: “Sto pensando al Daspo a vita, a divieti di accesso a vita allo stadio per chi viola determinati comportamenti. Ci sto veramente pensando”, rimarca come a sottolineare l’enormità  della cosa.
Matteo Renzi, invece, non ritiene di intervenire. Il suo gesto simbolico — almeno quanto la sua impotente presenza all’Olimpico — è stato telefonare alla vedova Raciti: idea non originalissima, visto che ieri l’hanno fatto pure Alfano, Grasso e il capo della polizia Pansa.
I sindacati di polizia, comunque, non hanno gradito l’onore del proscenio concesso a Genny e alla sua maglietta: il Sap — quello degli applausi agli agenti condannati per la morte di Aldrovandi — ne ha approfittato per attaccare il capo della polizia e pure il Consap è stato della partita.
Pure la politica ha dato il solito, spiacevole spettacolo da campagna elettorale (Grillo se l’è presa con Renzi, Vendola con Grillo, Gasparri con Renzi e Napolitano ).
Fa eccezione, va detto, la nota di Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd: “È una sconfitta complessiva che pesa sul mondo dello sport, su noi che facciamo politica e su tutti i corpi dello Stato”.
Perfetto il riassunto: “Tre tifosi feriti, uno grave, sparatoria, fischi e petardi durante l’inno, la resa di tutto il sistema di sicurezza al benestare dei capi tifosi per l’inizio della partita, un campione del Napoli costretto a 15 minuti di trattativa con gli ultras, petardi in campo di cui uno contro un pompiere”.
Che dire di più?

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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‘A CAROGNA FOR PRESIDENT: IL MONDO RIDE DI NOI

Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile

E’ VERO, NON C’E’ STATA ALCUNA TRATTATIVA, HA DECISO TUTTO IL FIGLIO DI UN CAMORRISTA

Ha ragione il questore di Roma: “Con gli ultras del Napoli nessuna trattativa”.
Infatti l’altra sera all’Olimpico ha deciso tutto Gennaro De Tommaso, per gli amici Genny ‘a Carogna, figlio di un camorrista, un arresto per droga e vari Daspo all’attivo, troneggiante a cavalcioni sulla grata fra curva e campo, senza trattare con nessuno.
Non è tipo da negoziati, Genny. È un un riformista decisionista che non conosce mediazioni. Non perde neppure tempo a parlare, anche per oggettivi limiti espressivi. Gli basta gesticolare. E poi parlava per lui la scritta sulla t-shirt nera, inneggiante all’ultrà  catanese condannato per l’assassinio del commissario Raciti.
Dunque pendevano tutti dalle sue labbra, a parte i Vip in tribuna Monte Mario che fingevano di non vedere.
Oltre ai presidenti e ai patron di Napoli e Fiorentina e agli eterni padroni del calcio e dello sport specializzati da una vita nell’arte dello struzzo, erano riconoscibili la seconda e la quarta carica dello Stato, cioè i presidenti del Senato Piero Grasso e del Consiglio Matteo Renzi, e la presidente dell’Antimafia Rosi Bindi.
Diversamente dagli altri tifosi, rassicurati da versioni edulcorate della sparatoria per evitare altro sangue, sapevano benissimo che in quei minuti, al Policlinico Gemelli, lottava tra la vita e la morte un ragazzo “sparato” da un altro ultrà , per l’occasione romanista.
Sapevano che la partita si giocava soltanto per motivi di ordine pubblico, cioè per scongiurare una seconda e ancor più grave carneficina.
Vedevano — come tutti, in diretta, in mondovisione — che per giocarla occorreva il nullaosta decisivo di Genny e di tutti quelli come lui, capaci di scatenare l’inferno a un cenno convenuto. Vedevano che la Prefettura, la Questura, la Polizia e le autorità  sportive, emblemi di uno Stato impotente e inesistente e di un calcio sotto ricatto permanente, avevano affidato all’energumeno l’ordine pubblico e le loro poltrone.
Sentivano le bordate di fischi all’inno nazionale. Assistevano al lancio di razzi e bombe carta sulle forze dell’ordine e sui vigili del fuoco.
Ma a nessuno è venuto in mente di alzarsi e andarsene, di dissociarsi da quello spettacolo indegno e dimostrare all’Italia, o almeno al resto del mondo, che esiste ancora uno Stato e che la classe politica è un filo migliore di Genny ‘a Carogna.
Invece niente, nemmeno un plissè. Un po’ meno a disagio dei calciatori, le “autorità ” confabulavano, ridacchiavano e consultavano nervosamente gli orologi, in attesa spasmodica di godersi lo spettacolo “sportivo”.
Lo statista Grasso, quello che se Napolitano è fuori diventa capo dello Stato, twittava a scarico di coscienza una frase memorabile, degna di Biscardi: chi ha sparato al ragazzo “non è un tifoso, è un delinquente”. Gliele ha cantate chiare.
Poi, a favore di telecamera, dichiarava: “Sono stato più volte in procinto di abbandonare il campo, ma dobbiamo stabilire se i fatti sono legati alla partita o no, e comunque bisogna fare una riflessione perchè questi episodi in futuro non si ripetano. Spesso il malessere sociale trova in queste occasioni il modo per esplodere in violenza senza senso. Non possiamo accettarlo e bisogna reagire. Il messaggio di Papa Francesco avrebbe dovuto far riflettere, ma se le reazioni sono state queste c’è da riflettere”.
Ecco, lui era in procinto, però ora occorre una riflessione e soprattutto una reazione, e poi il malessere sociale, e Papa Francesco. Certo, come no.
Anche Angelino Jolie, presunto ministro dell’Interno, twitta: “Nessuna trattativa tra Stato e ultras. Come Stato, siamo e saremo in grado garantire l’ordine pubblico”.
Il che, detto da uno che non s’è accorto del sequestro di una dissidente e della sua bimba deciso nel suo ufficio mentre lui era chissà  dove, è pienamente coerente.
In un paese decente, dopo quelle scene, salterebbero all’istante il prefetto e il questore di Roma, infatti in Italia non accade nulla.
Qui le massime cariche dello Stato legittimano o coprono la trattativa con la mafia, figurarsi con gli ultras.
Poi ci sono le cosiddette autorità  sportive, mummificate. L’eterno Giancarlo Abete, presidente Federcalcio, trova che “il calcio è vittima di situazioni che vanno oltre. Siamo pronti a fare la nostra parte per invertire la tendenza, senza se e senza ma. Riflettiamo sull’idea di dare ai club il potere di vietare a vita lo stadio a certi tifosi”.
Ma certo: a cacciarli dagli stadi dovrebbero essere gli stessi club che foraggiano e vezzeggiano tutti i Genny ‘a Carogna con biglietti omaggio e trasferte gratis, essendone ostaggi spesso in preda alla sindrome di Stoccolma. Le classiche volpi a guardia del pollaio.
Mario Pescante, membro del Cio dopo aver presieduto il Coni degli scandali e fatto il deputato e il sottosegretario allo Sport, non trova di meglio che dare la colpa alla Costituzione: “Occorre più severità , ma quando portai la legge in Parlamento nel 2004, la ritirai frettolosamente per la ribellione trasversale, tra chi invocava la Costituzione, la più bella Costituzione del mondo com’è noto, e chi il garantismo, ed ecco i risultati”.
Signori, pietà : tappatevi la bocca e sparite. Non prima, però, di aver tributato il giusto riconoscimento istituzionale a Genny ‘a Carogna.
È vero, ha inneggiato a un assassino, ma l’han fatto anche un ex premier (con Mangano) e decine di agenti del Sap (con gli omicidi di Aldrovandi).
È vero, ha precedenti penali, ma in Parlamento è in buona compagnia.
In più, diversamente da Alfano, è sempre al posto giusto nel momento giusto. E decide, senza inutili concertazioni, da vero uomo del fare.
La nomina a ministro dell’Interno gli spetta di diritto.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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