Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
DEMOCRATICI DIVISI NELLE PRIMARIE TRA IL RENZIANO CALLIPO E IL BERSANIANO OLIVERIO (E IPOTESI CANDIDATO UNICO MINNITI)… IN FORZA ITALIA E’ GUERRA TRA LE CORRENTI DI FITTO E JOLE SANTELLI
“In Calabria vincerà il miglior perdente“, annota il senatore cosentino del Gal Paolo Naccarato. 
Il centrosinistra è dilaniato in uno scontro all’ultimo codicillo sullo svolgimento delle primarie.
Il centrodestra è imbrigliato dai desiderata di Francesca Pascale e da quelli di Raffaele Fitto.
Il Movimento Cinque Stelle è fermo al palo, senza un candidato, e con le spaccature romane a far da padrone.
Benvenuti alle Regionali 2014 di Calabria.
I pronostici già si sprecano, ma il conto alla rovescia deve ancora iniziare. Perchè la decisione del Tar di due giorni fa registra sì un passo in avanti, ma il presidente facente funzione della Regione Antonella Stasi avrà tempo fino al 15 settembre per indire la data delle elezioni.
Una data che dovrebbe oscillare fra la prima e la seconda decade di novembre.
E che di fatto pone fine ai continui rinvii, ai balletti di date e alla melina che da mesi va avanti.
A nulla è valso, insomma, il tentativo di un fronte bipartisan del consiglio regionale di approvare una legge elettorale ribattezzata Porcellissimum: una riforma del sistema di voto che ricorda in un certo senso il Porcellum prevedendo una soglia minima del 4% per i partiti disposti ad entrare in coalizione, e addirittura del 15 per chi, come il M5s, di coalizione non ne vuol sentire parlare.
Ma da questa settimana il Porcellissimum sarà soltanto un lontano ricordo. Perchè, spiega la parlamentare democratica Enza Bruno Bossio, “il consiglio regionale si riunirà (probabilmente l’11 settembre) e cercherà di mettere una pezza sulle questione sollevate dal governo, prima ancora che si pronunci la Corte Costituzionale”.
Ritocchi che dovrebbero abbassare la famigerata soglia del 15%, definita dai più una norma “anti-M5s”.
Archiviati i nodi burocratici e i cavilli che avrebbero impedito il ritorno alle urne, il discorso non cambia affatto registro quando si passa ad analizzare lo stato dei partiti che siedono in tutto l’arco costituzionale.
Centrosinistra e centrodestra traccheggiano da mesi. E a poche settimane dalla riapertura dei seggi lo scenario appare più incerto che mai.
Al Nazareno i giorni passano come nulla fosse. Le primarie del centrosinistra sono ancora circondate da un velo di mistero.
In un’assemblea regionale del Pd del 30 giugno, presente anche il vicesegretario nazionale Lorenzo Guerini, si mise a verbale: primarie sì, il 14 settembre.
Oggi, però, quella data non è confermata da nessuno. Perchè i vicesegretari Serracchiani e Guerini hanno promesso di fissarle quando la presidente facente funzioni Stasi annuncerà la data delle elezioni.
Posizione “lecita” annotano i renziani. Eppure c’è chi giura che alcuni big del Pd nazionale vogliano far saltare il tavolo delle primarie e puntare più su una candidatura unitaria, vicina alle posizioni del premier.
Nomi sull’indiscrezione raccolta, al momento non ne circolano. Anche se da più parti si ritiene che il punto di caduta di Palazzo Chigi potrebbe essere o il reggino Marco Minniti (sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dalemiano storico ma sempre governativo) o sul cosentino Ernesto Carbone, sentinella del renzismo a Montecitorio. Ovviamente, dal fronte bersaniano si alzano le barricate: “Nessuno può mettere in discussione le primarie”.
Ad ogni modo la “farsa”, che in certi momenti si trasforma in uno scontro, potrebbe consumarsi in un percorso, quello delle primarie, che al momenti ai nastri di partenza trova schierati: il renziano Gianluca Callipo (lontano parente del candidato dipietrista alle regionali del 2010, Pippo Callipo, quello che in solitudine raccolse il 12%, ndr), il “favorito” Mario Oliverio, ex presidente della provincia di Cosenza, voluto fortemente dai dirigenti-parlamentari della “ditta” Nico Stumpo ed Enza Bruno Bossio.
E l’outisider vendoliano Gianni Speranza, attuale primo cittadino di Lamezia Terme.
Il centrodestra — se possibile — è persino combinato peggio.
Non ha idea di quale possano essere i confini della coalizione. E sul territorio amplifica i dissidi nazionali di falchi e colombe.
Al momento la partita si concentra interamente dentro Forza Italia, in uno scontro acceso fra la fedelissima di Silvio Berlusconi, Jole Santelli (coordinatrice regionale di Fi), e il soldato di Raffaele Fitto, Giuseppe Galati.
Con la prima, Santelli — organica al cerchio magico di Francesca Pascale e Maria Rosaria Rossi — decisa a puntare sull’ex presidente della provincia di Catanzaro Wanda Ferro.
Una candidatura sponsorizzata da Maurizio Gasparri e da tutto il blocco ex An in regione, che piace a Silvio Berlusconi, e che sarebbe caldeggiata anche dall’ex governatore alfaniano Giuseppe Scopelliti.
Ma l’ala berlusconiana se la dovrà vedere con un pezzo di Forza Italia, il blocco fittiano, eterodiretto da Galati.
Con il vicecoordinatore regionale Nino Foti (primo dei non eletti alla Camera che fa il tifo affinchè sia Galati il candidato per rientrare in Parlamento, ndr).
E, infine con il plenipotenziario di Ncd, Tonino Gentile. Un blocco compatto che punterebbe sulle primarie di coalizione “per condividere il futuro governatore con gli alleati più vicini”.
E proprio qualche giorno fa l’ex sottosegretario Gentile avrebbe avuto un incontro nella Capitale con Denis Verdini per discutere della candidatura di Galati a governatore.
Incontro non gradito all’ex Cavaliere. Che ha convocato per il pomeriggio dell’8 settembre un vertice per vagliare le candidature e le alleanze in vista delle amministrative di autunno e primavera bypassando la formula delle primarie: “Non le faremo perchè portano avanti il più demagogo”, sarà il ragionamento di Berlusconi. Ecco perchè in un contesto del genere l’ala alfaniana che fa capo a Gentile (vicino al coordinatore nazionale Quagliariello) non esclude uno scenario diverso, ovvero quella di schierarsi con il Pd.
A patto che “il candidato non sia Mario Oliverio”.
E di certo una soluzione del genere avrebbe un preciso significato: nel partito di Alfano in vista dei prossimi appuntamenti elettorale prevarrebbe la linea delle alleanze a geometria variabile, che qualche settimana fa ha animato uno scontro acceso fra Beatrice Lorenzin e Nunzia De Girolamo.
Non c’è traccia di candidati, invece, fra le fila del M5s che entro questo mese dovrebbe disputare le “regionarie” online.
Smentita, infatti, la notizia che voleva il re del tonno calabrese, Pippo Callipo, candidato alla presidenza della regione in deroga alle regole dei pentastellati, che prevedono candidature con requisiti ben definiti e stringenti: tra questi, l’iscrizione “storica” al blog di Beppe Grillo.
Tuttavia anche qui c’è chi racconta di profonde divisioni fra i componenti di origine calabrese del gruppo parlamentare al Senato.
Su tutti si registra, secondo alcune fonti, uno scontro al vetriolo fra il senatore Nicola Morra e il senatore Francesco Molinari.
Scontro smentito seccamente dall’entourage pentastellato: “Ma quale scontro, qui fila tutto liscio, perchè non vi preoccupate dei casini all’interno del Pd?”.
Giuseppe Alberto Falci
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
ORMAI E’ UN POSTICIPARE CONTINUO: DA POCHI MESI A TRE ANNI
Gli anni per vedere i risultati concreti delle riforme del governo Renzi passano da due a tre. Anzi, “minimo” tre.
Gli effetti delle misure messe in campo dal governo stentano ad arrivare, e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan si vede costretto ad ammettere che ci vuole più tempo del previsto.
Così corregge se stesso dopo poco meno di un mese, quando (il 17 agosto) si era detto “più che sicuro che le riforme che stiamo mettendo in campo porteranno benefici nel medio termine, ovvero nei prossimi due anni”.
Aveva forse manifestato troppo ottimismo, nel suo colloquio con la radio della britannica Bbc Radio4.
E quindi dietrofront: occorreranno “minimo” tre anni per avere “risultati visibili” dalle riforme strutturali, dice Padoan a Cernobbio.
Anno più, anno meno, la dichiarazione, passata un po’ in sordina, rende bene l’idea delle difficoltà del governo nel prevedere quando comincerà a riconoscersi la sua impronta.
Nel suo intervento al workshop Ambrosetti, il titolare di Via XX settembre ha rassicurato il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco: “Abbiamo abbastanza tempo per le riforme che aiutano a migliorare la finanza pubblica, a cominciare dal lavoro”.
Il riferimento è all’appello a “fare presto” le riforme, perchè di tempo non ce n’è molto, secondo Palazzo Koch.
Non solo: rivendicando il progresso fatto dalle misure messe in campo, Padoan ha aggiunto che l’introduzione di “parametri” nell’Eurozona per misurare e confrontare le riforme strutturali servirebbe a “creare fiducia” ma anche a “disciplinare” i Paesi.
“Ciò sarebbe utile per l’Italia e l’Europa”.
Il timore è quello di essere aspirati nel vortice dell’annuncite, ovvero che le mosse del governo vengano percepite come azioni di scarso impatto sull’economia.
Soprattutto dopo che i dati economici hanno chiarito lo stato dell’arte italiano: recessione e deflazione.
Allungando da due a tre anni il lasso di tempo per toccare con mano gli effetti delle riforme, Padoan prende tempo.
Dopo il suo invito agli italiani a “spendere gli 80 euro”, la misura che più di tutte ha deluso le attese, il ministro si lascia andare anche alla speranza: “Tutte le previsioni puntavano ad una crescita ed invece sono poi state riviste al ribasso, speriamo che non ci sia un terzo calo”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
OSPITE DELLA FESTA DELL’UNITA’ PER UN DIBATTITO, CAMBIA SEDE MA NON SEMINA I CONTESTATORI CHE STENDONO STRISCIONI DI PROTESTA
“Quando ho visto la nota del Ministero degli Interni che mi faceva presente possibili manifestazioni mi sono
preoccupata. Questa è la mia città , sono sempre stata in mezzo alla gente. Mi è dispiaciuto, è stato doloroso”.
Roberta Pinotti, il Ministro della Difesa, non ha potuto parlare sotto al tendone dei dibattiti alla festa de l’Unità al Porto Antico di Genova.
Questioni di sicurezza, il rischio che arrivassero anarchici e contestatori, hanno suggerito di trasferire tra le quattro mura di palazzo San Giorgio l’intervista pubblica al Ministro.
Un allarme che però non ha cambiato altro nel programma di Pinotti.
Per quasi un quarto d’ora, prima del dibattito, ha girato tra gli stand, stringendo mani, rispondendo agli abbracci dei militanti.
I pacifisti sono però entrati nella nuova sala scelta per il dibattito, a palazzo San Giorgio, e hanno esposto la bandiera della pace e steso gli striscioni con scritto a caratteri cubitali: ‘No agli F-35′, ‘Questa ala costa cinque milioni’, e ‘Questo radar costa 10 milioni’
Appena una settimana fa è stato difficile gestire il dibattito sulle infrastrutture, con gli scontri tra militanti del Pd e giovani No Tav.
“Non potevamo correre il rischio di rivivere una situazione come quella dei giorni passati”, ha detto il segretario provinciale del Pd, Alessandro Terrile. “Lo schieramento delle forze dell’ordine per garantire la sicurezza non sarebbe stato compatibile con la Festa”.
Il ministro spiega: “È la prima volta che torno a parlare nella mia città¡. Ho sempre parlato tra la gente, sono sempre Roberta Pinotti”.
Infatti è questo che la gente non dimentica…
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
NON SI RIESCONO A RISOLVERE I PROBLEMI DEL MOTORE… “RISCHIAMO DI PERDERE ALTRI MESI”
Un super-caccia in super-ritardo.
Disegnato per missioni supersoniche, l’F35 continua invece a mancare ogni appuntamento.
Gli ultimi problemi sono spuntati nei motori: dopo l’incendio a bordo di fine di luglio, tutta l’attività di volo è stata limitata. Tanto da minacciare il destino dell’aereo più costoso della storia.
Il generale Christopher Bogdan, che dirige il progetto internazionale, mercoledì 3 settembre ha lanciato un ultimatum ai costruttori: «Entro fine mese devo avere tutti gli aerei pienamente operativi. Altrimenti dovremo cominciare a rivedere tutte le scadenze del programma».
Ma risolvere i guai tecnici dei propulsori non sarà facile: c’è il rischio che debbano venire in parte ridisegnati.
L’ennesimo guaio arriva proprio mentre nel parlamento italiano ricomincia il fuoco di sbarramento contro l’F35.
Sel ha sfidato il premier Renzi: «Perchè non fa una consultazione web sull’acquisto degli aerei? Con quei 14 miliardi si risolverebbero i problemi della scuola e si potrebbero sbloccare gli stipendi degli statali»
Ma anche nel Pd non mancano gli oppositori. Come Pippo Civati: «Con il costo di un singolo caccia si può finanziare Mare Nostrum per un anno e salvare migliaia di migranti». Il tema diventerà caldo con la discussione del rinnovo delle missioni militari.
Il ministro Roberta Pinotti per quest’anno ha congelato tutti i fondi destinati al velivolo, in attesa che il libro bianco della Difesa definisca le necessità delle nostre forze armate. Abbattere il programma garantirebbe un risparmio enorme: finora sono stati firmati contratti solo per sei esemplari.
Entrerebbe però in crisi il coinvolgimento delle aziende italiane, con l’impianto di Cameri destinato all’assemblaggio e alla manutenzione dei jet.
Mentre l’Aeronautica in pochi anni resterebbe senza cacciabombardieri: i Tornado sono in servizio da tre decenni e, soprattutto dopo il drammatico incidente di Ascoli, la necessità di rimpiazzi si mostra inevitabile.
Ma il nuovo aereo continua ad accumulare ritardi e non si sa quando diventerà pienamente operativo.
I problemi al motore non sembrano di facile soluzione.
Già a maggio la Pratt & Whitney, l’azienda che costruisce il propulsore, aveva scoperto difetti nella documentazione su alcune componenti in titanio, facendo causa al propulsore.
La notizia è stata tenuta segreta per tre mesi. Perchè nel frattempo è emerso un altro difetto, ancora più grave, che il 23 luglio ha fatto andare in fiamme il reattore di uno dei 156 aerei prodotti finora.
Tutti i voli sono stati bloccati per una settimana, per poi riprendere con limiti alle manovre e alla velocità , che impediscono di completare le prove. In alcuni elementi del motore infatti sono state scoperte delle crepe microscopiche, capaci però provocare l’incendio della turbina.
Ancora non si è capito come risolvere la questione. Il generale Bogdan ha detto che si stanno valutando due ipotesi. La prima prevede la sostituzione dei motori con altri di nuova produzione.
L’altra, più drastica, è quella di riprogettare una parte del propulsore: un’attività che richiederebbe mesi. Il rischio è che tutti gli aerei prodotti, inclusi quelli destinati all’Italia, debbano subire pesanti aggiornamenti.
Già mancano certezze sul software operativo che dovrà venire installato, perchè il sistema informatico non è stato ancora completato, e numerose altre componenti dovranno sicuramente essere riviste prima che l’F35 sia dichiarato “combat ready”.
Con la prospettiva poi di avere aerei delle prime serie molto diversi dai successivi modelli definitivi. Mentre finora nessun pilota italiano ha ancora volato sull’aereo.
Alfonso Contrera
(da “La Repubblica”)
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO AL LAVORO TEDESCO: “STRADA DI SACRIFICI E OPPORTUNITA'”….IL PRESIDENTE DELL’AGENZIA WEISE: “NON E’ DETTO CHE IN ITALIA FUNZIONI”
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi è disposto a giocarsi le prossime elezioni per portare a casa la riforma
del lavoro?
La domanda serpeggia da quando, nei giorni scorsi, il premier ha indicato nella ricetta tedesca il modello “da imitare” per rivoluzionare il mercato del lavoro italiano ormai ai minimi termini.
Perchè la riforma tedesca, avviata Gerhard Schrà¶der nei difficili anni del post-riunificazione, è costata cara all’allora cancelliere del Partito Socialdemocratico uscito poi sconfitto dalle elezioni del 2005.
Ecco com’è andata.
“Abbiamo iniziato a fare la riforma nel 2000, è stato molto doloroso e in parte autodistruttivo per alcuni partiti politici, ma era necessario per il Paese”, ricorda l’attuale segretario di Stato del ministero del Lavoro tedesco, Jà¶rg Asmussen ospite al Forum Ambrosetti di Cernobbio.
“Ma credo che oggi dobbiamo essere orgogliosi di uno sforzo che adesso restituisce i suoi frutti: abbiamo un tasso di occupazione da record. E l’abbiamo ottenuto attraverso uno sforzo collettivo, ma molto costruttivo, di sindacati, imprese e molti governi di diverso colore”.
Renzi sarà abbastanza coraggioso da prendersi il rischio?
L’ex membro del comitato esecutivo della Bce non si sbilancia, ma ha le idee molto chiare sulla strada da seguire: “La leadership si dimostra quando si guarda ai problemi del Paese, si vagliano le soluzioni possibili e si lotta per portare avanti le scelte migliori, spiegando pubblicamente ai cittadini i pro e i contro delle decisioni prese. Non quando si guarda ai sondaggi e si pensa al risultato elettorale”, sottolinea.
Più scettico sulla possibilità che l’Italia possa seguire la Germania il presidente dell’Agenzia Federale per il Lavoro, Frank-Jurgen Weise: “Una nazione libera deve disegnare il suo modello in base al contesto. Non bisogna dimenticare che prima del 2005 la Germania era il grande malato d’Europa — precisa a margine di uno degli incontri dell’Ambrosetti-. La nostra riforma è stata il frutto della nostra cultura: con un obiettivo comune sindacati lavoratori e imprenditori hanno lottato insieme contro la disoccupazione seguendo lo stesso modello. Non sono sicuro che possa funzionare anche per l’Italia”.
Di una cosa però è certo: “I politici devono fare le cose che vanno fatte. E’ noto che il risultato elettorale del 2005 sarebbe stato uno dei nodi quando abbiamo affrontato la riforma, ma la nostra è una storia a lieto fine: dopo un po’ i socialdemocratici sono tornati al governo. Del resto la situazione era disastrosa dopo la riunificazione e Schrà¶der non aveva scelta”.
E se questo è lo scotto da pagare per i politici, qual è quello che attende i cittadini se la via scelta sarà davvero quella tedesca?
Innanzitutto, precisa Asmussen, la strada non è lastricata di soli “sacrifici, ma anche di opportunità ”.
La nota dolente, però, è ben nota anche in nord Europa: “Voi avete da tempo un mercato del lavoro a due binari: chi è dentro è tutelatissimo, chi è fuori no. Ad esempio per i giovani è estremamente difficile entrarvi, bisogna quindi rendere loro l’accesso più facile e creare un nuovo bilanciamento tra le sicurezze di chi è dentro e l’agevolazione dell’ingresso sul mercato”.
E qui entra in gioco la famigerata flessibilità , che in Germania non si traduce però nel modo in cui la vorrebbero molti imprenditori italiani.
“Noi non intendiamo la flessibilità nel senso anglosassone di poter licenziare la gente quando si vuole, bensì in termini di numero di ore lavorate”, spiega Asmussen, riportando una posizione, questa sì, che a parole coincide con quella dell’esecutivo.
Il modello è molto lineare. “Magari sei pagato parzialmente, ma sei sicuro di mantenere il posto di lavoro. Mentre le ore di lavoro possono arrivare fino a zero per periodi molto limitati, il dipendente mantiene comunque il 60% della paga e nel frattempo riceve formazione”.
La flessibilità , insomma, è nel numero di ore che si adeguano alla situazione economica del momento.
Dal punto di vista delle tipologie contrattuali, invece, la regola prevede che un contratto a tempo determinato possa durare due anni e sia rinnovabile due volte “senza causale”.
Dopo di che il lavoratore non matura il diritto all’assunzione a tempo indeterminato, “l’azienda è libera di non assumere, il rischio c’è. Ma se ti tengono”, aggiunge Asmussen, “ti spetta un contratto stabile”.
Ma come fanno a campare i titolari dei famigerati mini job da 450 euro al mese, per fortuna esentasse, che riguardano 7 milioni di cittadini tedeschi?
“Se non guadagni abbastanza per vivere a livelli dignitosi il resto te lo dà lo Stato integrando lo stipendio: un principio garantito dalla nostra Costituzione“, spiega.
Il valore dello strumento, invece, lo chiarisce Weise: “Serve un bilanciamento tra flessibilità e precariato — dice — e i mini job sono una via per abbassare le barriere di ingresso al mondo del lavoro, per restituire alla persona la capacità di spesa e una sicurezza minima. E’ una spesa aggiuntiva per noi, ma l’ingranaggio con essi è ripartito”.
La “spesa aggiuntiva” per l’ammortizzatore sociale tedesco arriva da un contributo assicurativo del 3% sui salari che viene pagato per metà dalle imprese e per l’altra dai lavoratori.
Della gestione del denaro si occupa l’Agenzia Federale del Lavoro, un sistema che con la riforma è stato unificato e centralizzato e tocca capillarmente il territorio con un migliaio di centri per l’impiego.
“Oggi il budget che deriva dai sindacati, dalle imprese e dal fondo tasse, mi permette di muovermi in tutto il Paese con un’unica struttura e la medesima qualità — rivendica Weise -. Con il risultato di avere molti soldi da investire a livello decentralizzato per coprire la domanda locale. Per le aziende, ma anche per i singoli individui. La regola è che la politica mi dice cosa fare, mentre come farlo è mia responsabilità ”.
Ruolo chiave anche per i sindacati e la contrattazione collettiva che i tedeschi non hanno affatto accantonato, garantisce Asmussen: “Abbiamo accordi di contrattazione collettiva a livello di settore nei quali sono state inserite delle deroghe per affrontare specifiche situazioni. Quindi c’è sempre un contratto collettivo, la negoziazione non è totalmente decentralizzata a livello aziendale”.
Come ci si è arrivati? “So che il decentramento della contrattazione è un tema forte in Italia. In Germania c’è stato un accordo con i sindacati che hanno raccolto l’offerta della politica. Ora c’è un altissimo tasso di occupazione e i sindacati tedeschi possono dire che il precariato funziona”, è la versione di Weise.
Insomma, riassume Michael Burda, professore di Macroeconomia e Lavoro alla Humboldt University di Berlino: “C’è bisogno di fiducia reciproca e di pazienza: in 3-5 anni i risultati si vedranno”.
Già , ma intanto il pensiero corre agli stipendi che si potrebbero assottigliare.
“Non necessariamente: se alzi la produttività allora il salario può salire. Questa è la strada migliore: bisogna lavorarci giorno dopo giorno. Non è un risultato che possa essere raggiunto con la politica monetaria”, chiosa Asmussen ricollegandosi così al ruolo della Banca Centrale europea di Mario Draghi che sta puntando il dito proprio sulle riforme strutturali ormai improcrastinabili.
Tanto da esortare i Paesi d’Europa a cedere un po’ di sovranità su questo fronte per arrivare a un risultato.
Un invito che il ministro italiano dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha già raccolto con l’obiettivo di condividere il progetto di un “growth compact” con i suoi colleghi europei che parteciperanno al prossimo Ecofin in calendario per venerdì a Milano.
“Ci vuole cooperazione a livello europeo per innescarela poi a livello dei singoli Paesi membri in tutte le tre aree: fiscale, monetaria e di riforme strutturali. C’è bisogno di tutto insieme. La Bce non può risolvere i problemi da sola”, conclude Asmussen, che non ha evidentemente smesso di sostenere Draghi
Franz Baraggino
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
LO ZAR HA IN MANO LE CARTE VINCENTI ANCHE SE E’ ALLE PRESE CON I DANNI PROVOCATI DALLE SANZIONI… DALLA SVALUTAZIONE DEL RUBLO ALLA CRISI DELLA BORSA DI MOSCA
Cara stolida, impotente, divisa Europa, inutile fingere di non capire, di credere nelle tregue sollecitate dai cannoni invasori, di immaginare che creando un “cordone” Nato di sicurezza con cinque (piccole) basi a Est si possa indurre a più miti consigli il Cremlino.
E’ solo fumo negli occhi, illusioni politiche, parole che pesano nemmeno il tempo d’essere pronunciate.
Sul fronte occidentale, infatti, nulla di nuovo. Tra poco ricomincia il freddo, le case dei tedeschi, degli italiani, di gran parte degli europei dovranno essere riscaldate in buona percentuale con il gas erogato da Gazprom, mica c’è Washington a rifornirci di prezioso combustibile e per di più ai prezzi concorrenziali dei russi, tantomeno con il chimerico gas di scisto…
Quindi è inutile fare la voce grossa, esercitarci nel teatrino dei muscoli e degli schieramenti contrapposti, così tanto strombazzati dai mass media che alzano toni e ingrossano titoli, nessuno vuole rischiare la catastrofe per l’Ucraina e questo, prima di tutti, lo sa benissimo il cinico ed abile Vladimir Vladimirovic Putin.
I suoi “cessate-il-fuoco” sono prese in giro, documentate regolarmente dai satelliti spia Usa.
Le sue pretese, al contrario, sono chiare e ben definite, e questo fin dall’inizio degli scontri in Crimea e poi nella regione di Donetsk.
L’equazione è semplice: non solo la Russia minaccia la pace nel Vecchio Continente, ma è Putin a dettare le regole del Grande Gioco, e non vi è Obama che possa alzare la voce con annunci bellicosi di riarmo alle frontiere orientali della Nato per impedirglielo.
I fatti sono piuttosto semplici, conseguenti all’atteggiamento putiniano: un giorno il capo del Cremlino assume la parte di colui che auspica la pace e propone la tregua, il giorno dopo indossa i panni del Conquistatore, di colui cioè che ridarà alla Russia il suo impero perduto a causa del Grande Errore — ossia la inopinata dissoluzione dell’Unione Sovietica.
La doppiezza di Putin è l’essenza del suo profilo diciamo così “professionale”, di spia allevata dal Kgb (“lo si resta per sempre”, ha lui stesso detto più volte nei raduni coi vecchi ex compagni dei servizi segreti sovietici); del dominus di un regime che si puntella sul concetto di “democratura” (sorta di dittatura pseudodemocratica) e sulla dottrina militare che considera “minacce supplementari” e intollerabili la progressione continua della Nato verso le sue frontiere, il dispiegamento di nuovi armamenti occidentali nei Paesi baltici, soprattutto la situazione in Ucraina: considerazioni, queste, espresse sulla Rossiskaja Gazeta di qualche giorno fa (più esattamente, il 4 settembre).
Anzi, cara Europa bruxelliana e renziana, Putin si può permettere di giocare la sua Telesina a carte scoperte.
Nella sua recentissima visita in Mongolia, quando ha presentato il suo piano di pace immediatamente seguite dalle dichiarazioni dei rappresentanti delle repubbliche autoproclamate confermano che la Russia si orienta verso la stabilizzazione di uno Stato non riconosciuto che si chiama “Nuova Russia“, sul territorio dell’Ucraina.
Cito l’editoriale di Gazeta.ru del 6 settembre: “Le frontiere georgrafiche di questo territorio qualificato zona di sicurezza nel piano di Putin sono ancora fluide, ma il loro significato geopolitico è evidente sia per la Russia che per l’Ucraina”.
Tant’è che la dirigenza della Repubblica popolare del Donetsk (l’autoproclamata RPD) sta per avviare a Mosca dei colloqui per gestire l’erogazione di gas russo nel Donbass, secondo quanto ha dichiarato il ministro della Sicurezza della RPD, tale Leonid Baranov.
Il gasdotto in questione passa nella regione di Lugansk per confluire in quella del Donetsk, e pure questo è un segnale ben preciso, e propagandistico: l’indipendenza energetica da Kiev.
Come la volontà di entrare nell’area monetaria di Mosca, adottando il rublo.
E’ una partita che Putin non si può permettere di perdere: difendendo “i diritti delle popolazioni russofone” (concetto basilare ufficiale russo amplificato dai media asserviti al regime, ossia quasi tutti), vuole mettere in discussione la governabilità dell’Ucraina, vuole cioè un cambiamento di potere a Kiev, un ritorno cioè all’ovile. La guerra in Ucraina, dunque, è diventata una questione “esistenziale” per il regime russo, una battaglia in cui Putin mette in gioco tutta la sua credibilità .
Forte di un consenso schiacciante, sinora, quasi del 90 per cento.
Ma è un consenso solido in apparenza: tutto dipende dal successo finale.
Per questo sono stati mobilitati i migliori e più efficienti reparti dell’esercito, dell’aviazione della marina.
I costi della mobilitazione sono ingenti, si accumulano ai danni economici provocati dalle sanzioni, alla svalutazione del rublo, alla negatività della Borsa di Mosca, alle perplessità degli oligarchi amici del Cremlino.
Per questo, nell’ottica putiniana, è necessario il ritorno della riottosa e ribelle Kiev nell’ovile russo.
Rea, l’Ucraina, di avere scelto un modello di sviluppo “occidentale” (ed estraneo a quello proposto da Mosca); di avere chiesto l’aiuto della Nato e di volere entrare nell’alveo dell’Unione Europea.
Il vero disegno di Putin è rendere ingovernabile l’Ucraina, alimentando il caos e sollecitando la frantumazione territoriale ad Est.
Nell’impegnativo e sfacciato sostegno ai ribelli c’è sia la vendetta del Cremlino, sia l’esigenza di dimostrare — più all’interno della Russia che all’esterno — che la sovranità russa è quella imperiale e non quella mutilata dal crollo dell’Urss.
Del resto, lo stesso Mikhail Gorbachev, l’ultimo presidente dell’Unione Sovietica, ha ricordato che aveva proposto a suo tempo le trattative su “unione economica, unica difesa e unica politica estera”, nonchè la delicata questione relativa allo status di Sebastopoli — storica base navale della Flotta Russa Meridionale del Mar Nero. Questione risolta brutalmente con le armi da Putin.
Il quale non intende cedere di un millimetro. Ogni passo indietro, per lui, sarebbe ammissione di debolezza.
La sua Unione Euroasiatica — velleitaria replica alla Ue — mostra già qualche crepa e parecchie riluttanze (segnatamente da parte del Kazakhistan e persino della Bielorussia).
Quanto ai separatisti ucraini, costoro non hanno la benchè minima intenzione di organizzare elezioni legislative per entrare alla Rada, il parlamento ucraino.
I bombardamenti su Mariupol, che stanno incrinando questa precarissima tregua, hanno chiaramente lo scopo di conquistare uno sbocco sul mare per le regioni del Donetsk e del Lugansk.
Per quel che se ne sa, o per quello che lasciano trapelare i media russi, il piano di pace perorato da Putin prevede il ritiro delle truppe di Kiev dai due territori e la soppressione di ogni posto di controllo su quel pezzo di frontiera che unisce le due regioni alla Russia.
E questo riporta in primo piano la questione dello status dei territori separatisti.
La mossa è astuta: Mosca non intende annetterli come ha fatto con la Crimea, perchè questo alimenterebbe l’inevitabile guerra civile (ci sono stati già 2600 morti).
Unica concessione eventuale, il riconoscimento formale da parte della Russia nel caso in cui l’Ucraina, spalleggiata dall’Occidente, tentasse la riconquista.
In ogni modo, il rischio è che le due autoproclamatisi repubbliche popolari (RPD e RPL, Repubblica Popolare di Lugansk) diventino delle cosiddette “bombe territoriali”, come è successo nel caso della Transnistria in Moldavia, dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia in Georgia.
Zone d’influenza russa, cuscinetti contro la Nato. Riposizionamento di missili, revisioni delle strategie militari, ma quel che conta di più, l’apertura di un ciclo di negoziati con Kiev sotto l’egida di Mosca.
E qui, di nuovo, siamo al gioco delle parti.
Putin come l’uomo che vuole la pace, ma anche come quello che può scatenare l’inferno. Bisogna dargli atto che, appena il “concerto delle nazioni” occidentali strepita e grida “al lupo, al lupo!”, egli si mostra disponibile al colloquio, per sabotarli appena le cose non vanno come Mosca desidera.
Negli ultimi sei mesi, è successo già tre volte.
L’obiettivo di Putin è smorzare le rappresaglie. E’, soprattutto, seminare zizzania all’interno del fronte europeo. Ciò gli riesce benissimo.
Perchè il primo vero punto debole è l’intrinseca debolezza politica e militare dell’Ucraina. Che vanta un esercito di 800 mila uomini.
Peccato che solo il dieci per cento di queste forze fossero in grado di battersi al momento dell’inizio delle ostilità , in un territorio vasto tre volte l’Italia e che solo un migliaio di essi fossero stati utilizzati “immediatamente”.
Cosa che i servizi d’intelligence russa conoscevano perfettamente.
E’, in fondo, questo lo stesso scenario vigliacco che si sviluppò durante la crisi moldava e poi, sei anni fa, in Georgia.
Qualcuno dice che Putin si comporta come un bullo in una scuola per bene.
Senza dimenticare che una certa Europa è stata già conquistata — anzi, sarebbe meglio dire: acquistata — dalla Russia: l’Europa degli affari, delle mazzette legate al business dell’energia e delle materie prime, dei politici prezzolati dal Cremlino, e questa è una guerra assai più insidiosa da debellare.
Leonardo Coen
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
NON NE POTEVA PIU’ DELLA DERIVA DEL PARTITO… VA A PRESIEDERE L’AIAD, ASSOCIAZIONE DELLE AZIENDE LEGATE ALL’AEROSPAZIO E ALLA SICUREZZA
Guido Crosetto trova lavoro. 
L’ex sottosegretario alla Difesa nell’ultimo governo Berlusconi, poi fondatore di Fratelli d’Italia e candidato con poca fortuna alle Politiche del 2013 e poi alle Regionali ed Europee della primavera scorsa, il Gigante di Marene sta per essere assunto in Finmeccanica, da dove spiccherà il volo per andare a presiedere l’Aiad, la federazione delle aziende legate all’aerospazio, la difesa e la sicurezza.
Una vera e propria lobby della quale fanno parte i principali gruppi del settore in Italia, con le torinesi Alenia e Avio, e in cui la parte del leone spetta a Finmeccanica. L’indiscrezione, rimbalzata in queste ore su una rivista di settore, è confermata dallo stesso Crosetto.
Quasi provvidenziale questa designazione, che verrà formalizzata nell’assemblea dell’Aiad del 15 settembre.
Da mesi, infatti, Crosetto una totale disaffezione nei confronti della politica, forse anche dopo aver visto diventare Fratelli d’Italia, considerata una sua creatura politica, la riedizione di Alleanza nazionale, anche se in sedicesimi: una prospettiva tutt’altro che allettante per un liberale convinto come l’ex esponente pidiellino.
Fondamentali, secondo fonti romane, le buone relazioni all’interno di Finmeccanica, impegnati in un vasto progetto di recupero della credibilità del management dopo gli scandali che l’hanno coinvolta, e con lo stesso ministro della Difesa Roberta Pinotti, che ne apprezza le competenze.
(da “Lo Spiffero”)
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
POSSIBILE UN RIENTRO TERAPEUTICO IN ITALIA PER 3-4 MESI… UN GIORNALE INDIANO SOSTIENE CHE I DUE MILITARI AVREBBERO SPINTO IL CAPITANO DELLA NAVE A SCRIVERE CHE I PESCATORI ERANO ARMATI
Si avvicina il rientro in Italia di Massimiliano Latorre.
Il ministro degli Esteri indiano Sushma Swaraj ha dichiarato oggi a New Dehli che se la Corte Suprema concederà l’autorizzazione al rientro in Italia di Latorre per ragioni umanitarie “noi non ci opporremo”.
Il ministro ha ribadito “non faremo opposizione ad una decisione della Corte”. Stamattina la Corte suprema indiana – su richiesta della difesa – aveva esentato esentato Massimiliano Latorre dall’obbligo di firma presso il commissariato di polizia per due settimane per le sue condizioni di salute.
Al tempo stesso i giudici avevano chiesto al governo un parere sulla richiesta di ritorno a casa di Latorre, colpito da ischemia.
L’udienza è stata aggiornata al 12 settembre.
Secondo fonti giudiziarie, l’istanza esaminata oggi dalla Corte Suprema per ottenere un rientro terapeutico in Italia del Fuciliere Massimiliano Latorre menziona un periodo di tre o quattro mesi necessari al suo completo ristabilimento.
Nel caso di una concessione del permesso, la Corte porrebbe delle condizioni a garanzia che, si è appreso, l’Italia è pronta ad accettare.
Proprio mentre si apre uno spiraglio nella vicenda dei marò, nuove accuse piovono sui militari italiani dalle autorità indiane attraverso la stampa locale.
Secondo quanto riportato oggi dal quotidiano indiano Hindustan Times, i fucilieri di Marina coinvolti nell’incidente che il 15 febbraio 2012 provocò la morte di due pescatori indiani al largo del Kerala “presumibilmente cercarono di coprire il loro operato spingendo il capitano della petroliera Enrica Lexie a inviare un rapporto per le organizzazioni internazionali di sicurezza marittima in cui si sosteneva che i pescatori erano armati e che questo fu alla base della decisione di sparare”.
Una fonte del ministero dell’Interno indiano che ha richiesto l’anonimato ha detto al giornale che “il capitano della Enrica Lexie generò un rapporto via e-mail in cui si sosteneva che sei dei pescatori a bordo del peschereccio St. Antony erano armati”.
“Ma gli investigatori indiani – dice ancora la fonte anonima – verificarono che tutti gli undici pescatori a bordo erano disarmati. Non c’erano armi sul peschereccio”.
Il giornale scrive inoltre che, secondo dati a sua disposizione, la e-mail fu mandata ad una organizzazione per la sicurezza marittima che l’avrebbe poi inoltrata all’International Maritime Organisation, agenzia dell’Onu per il rafforzamento della sicurezza marittima.
“Ma quando durante le sue indagini l’Agenzia nazionale per la sicurezza (Nia) indiana ha interrogato il capitano (Umberto Vitelli) della Enrica Lexie – ha detto infine la fonte degli Interni – questi ha negato di essere stato testimone dell’incidente e della sparatoria, dichiarando di aver redatto la e-mail sotto la pressione dei fucilieri di Marina accusati. L’obiettivo era quello di presentare i pescatori come pirati”.
Fonti della polizia anti-terrorismo Nia, scrive infine il quotidiano, non hanno voluto commentare queste dichiarazioni, limitandosi a rispondere che “presenteremo il rapporto con i capi di accusa al tribunale che deve processare i due militari (Massimiliano Latorre e Salvatore Girone) una volta che tutte le questioni sollevate saranno state risolte dalla Corte Suprema”.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
MA L’ASSIST NON CONVINCE BERSANI
«Sentiamoci domani». Dalle parole ai fatti, Matteo Renzi nel retropalco della Festa dell’Unità di Bologna dà
appuntamento a Roberto Speranza, leader della corrente “Area riformista” che unisce i bersanian-dalemiani, per mettere a punto già oggi la segreteria unitaria da varare giovedì.
Ne ha parlato dal palco, un po’ a sorpresa, di unità , dopo gli stracci che erano volati tra i dem nei giorni scorsi.
Le accuse di essere “un uomo solo al comando” lanciata a Renzi da D’Alema, da Bersani, da Fassina e ancora ieri da Cuperlo e da Civati devono avere colpito nel segno.
O forse, come osserva Civati, sa che la litigiosità e gli scontri nel “suo” partito lo indeboliscono anche nel ruolo di premier. E che la solitudine è una cattiva compagna.
Bersani tra la folla della Festa si commuove solo un po’ meno di Errani, quando il premier ricorda che ha fatto venire «un coccolone» a tutti per via dell’aneurisma cerebrale che l’ha colpito.
Però sa che il PdR, il Pd di Renzi resterà assai lontano dalla “ditta”, dal modello-partito da lui voluto.
«Io sono sempre stato unitario, la parola “unitaria” mi piace da matti – commenta l’ex segretario che va a stringere la mano al premier alla fine del comizio, ma avverte – bisogna vedere cosa significa…»
Se Renzi non si è fidato della minoranza dem, la minoranza non si fida di Renzi e della promessa di una gestione unitaria del Pd
È vero che ieri è la giornata ecumenica, che Matteo trova il modo di citare e ringraziare tutti i 4 segretari che il Pd ha avuto e annuncia il «tutti insieme in segreteria a patto che non si pongano veti e non si voglia una rivincita» delle primarie. Però «non è facile rimettere insieme i cocci», commenta Nico Stumpo.
Sia Bersani che Cuperlo da Bologna avevano attaccato: «Non basta un uomo solo al comando»; «Le critiche a Matteo non sono lesa maestà ».
Renzi pensa a una segreteria unitaria con Leva, Amendola, Campana, Fiano.
La metafora della collana per cui quel che conta «non sono le perle ma il filo», riguarda i militanti e anche la comunità -partito.
Civati ammette che «Matteo ha cambiato verso sul partito, certo stiamo a vedere cosa accade davvero perchè al tema ha dedicato venti secondi. Il problema di Renzi è trovare le persone giuste per l’organizzazione e gli enti locali.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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