Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
NIENTE REINTEGRO, SI POTRANNO ABBASSARE LE MANSIONI E LO STIPENDIO A TUTTI, ADDIO CASSA INTEGRAZIONE… MA PER L’ASSEGNO UNIVERSALE DI DISOCCUPAZIONE I SOLDI NON CI SONO
La legge delega approvata in commissione in Senato e nota alle cronache come Jobs Act è un
concentrato di ricette care alle imprese e all’impostazione economica cosiddetta neoclassica.
Ecco un breve riassunto dei punti più controversi.
Il contratto a tutele crescenti: si applicherebbe ai neoassunti e consentirebbe ai datori di lavoro di assumere e licenziare liberamente almeno nei primi tre anni di contratto. Il problema è che il modo in cui è scritta la delega lascia aperta la possibilità – che per Maurizio Sacconi è una certezza — di non applicare il diritto al reintegro. Demansionamento: durante “ristrutturazione o conversione aziendale” — cioè sempre — si potrà abbassare i compiti di uno o più lavoratori
Nuovi contratti di solidarietà : si potranno usare anche per assumere personale abbassando temporaneamente lo stipendio di tutti.
Addio Cassa integrazione: si restringe il campo di utilizzo e si preferisce slegare il sostegno al reddito del lavoratore dal suo posto di lavoro.
Per l’assegno universale di disoccupazione, però, non ci sono i soldi (per ora, dunque, solo addio alla Cig).
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Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
MA LE POLITICHE DI OFFERTA IN UNA CRISI DI DOMANDA NON SERVONO A NULLA, SALVO A FAR FELICE CHI AVREBBE ASSUNTO LO STESSO
Non si può dire che non sappia trasformare i problemi in opportunità .
Prendiamo la riforma del mercato del lavoro — cioè licenziamenti più facili e assunzioni meno onerose — quello che si tenta di fare con la legge delega chiamata Jobs Act.
Matteo Renzi non può non farla: glielo ha spiegato Mario Draghi nell’incontro agostano di Santa Maria della Pieve, glielo hanno detto tanto la Commissione Ue che Berlino, glielo ribadiscono ogni volta che possono il Fmi e le grandi banche anglo-americane.
Per venire a fare shopping di imprese italiane (attrarre capitali esteri, nel linguaggio corrente) serve comprimere i diritti di chi lavora
E lui lo fa, ma insieme attacca il sindacato che ha “creato il precariato”, “difende solo gli statali” fannulloni e se ne frega “dei diritti di chi non ha diritti”.
Parole di miele per quelli che al bar sostengono che “l’Italia l’hanno rovinata i sindacati” (non proprio elettori del Pd, in genere, ma in futuro…).
Andiamo con ordine.
Renzi — visto l’andazzo sui conti pubblici — per non farsi commissariare da Bruxelles è costretto a procedere a passo di carica sulla riforma del lavoro: vorrebbe almeno il sì del Senato (va in aula la settimana prossima) “prima dell’8 ottobre”, vale a dire del summit Ue sulla disoccupazione convocato a Milano.
Il tentativo, attraverso il “contratto a tutele crescenti”, di scardinare l’articolo 18 dei lavoratori che prevede (anche) il reintegro in caso di licenziamento illegittimo, ha però irritato non poco i sindacati (peraltro neanche convocati a palazzo Chigi): “Mi sembra che il presidente del Consiglio — ha scandito ieri la leader della Cgil Susanna Camusso — abbia un po’ troppo in mente il modello della Thatcher”, specie nell’idea che “la riduzione dei diritti dei lavoratori sia lo strumento che permette di competere”. Critica a cui Renzi ha risposto con un videomessaggio registrato nel suo studio di palazzo Chigi che inaugura la guerra ai confederali.
Tutto un florilegio delle critiche conservatrici al sindacato: dal passatismo alla contrapposizione tra tutelati e no, il tutto condito da maestose supercazzole. “La Camusso dice che pensiamo alla Thatcher — dice Renzi — ma noi non siamo impegnati in uno scontro ideologico del passato. Noi non siamo preoccupati di Margaret Thatcher, ma di Marta, 28 anni, chenon ha diritto alla maternità : aspetta un bambino ma a differenza delle sue amiche dipendenti pubbliche non ha nessuna garanzia. Abbiamo cittadini di serie A e serie B” (dal che si dedurrebbe che è colpa dei diritti delle sue amiche statali se Marta non ne ha).
Altro giro, altro clichè: “Noi non pensiamo alla Thatcher, ma a quelli a cui non ha pensato nessuno in questi anni, che vivono di Co.co.co, condannati al precariato che il sindacato ha contribuito a creare preoccupandosi solo dei diritti di alcuni e non di tutti. Noi vogliamo regole giuste e non complicate. Se queste nuove regole spingono aziende, magari straniere, a investire in Italia e creare posti di lavoro sarà fondamentale per dare lavoro a chi non ce l’ha” (dal che si dedurrebbe che le multinazionali chiedono di eliminare il precariato e non, com’è, di estenderlo anche a chi oggi non ne è toccato).
Il finale è l’attacco al cuore di Camusso e soci: “Ai sindacati che contestano non chiedo di aspettare di vedere le leggi, ma questo: dove eravate mentre si è prodotta la più grande ingiustizia che c’è in Italia, cioè la divisione tra chi ha un lavoro e chi no, tra lavoratori a tempo indeterminato e precari? Avete pensato solo alle battaglie ideologiche e non ai problemi della gente” (dal che sembrerebbe, ma non succederà , che Renzi pensa di estendere il tempo indeterminato a tutti perchè lui pensa ai problemi della gente).
Applausi dalla destra ovviamente (Renato Brunetta: “Se il Pd non da retta alla Cgil votiamo il Jobs Act”), parecchia irritazione nell’ala sinistra del Pd.
Pier Luigi Bersani ha vaticinato che “saranno presentati molti emendamenti e non solo sul reintegro in caso di licenziamento ingiusto. Così si va ad aggiungere alla precarietà ulteriore precarietà , andiamo a frantumare i diritti: sarà battaglia”.
L’attuale formulazione dell’articolo 18, fa notare poi Cesare Damiano, “è stata modificata appena due anni fa con l’accordo di Pd e Fi e deve rimanere anche per i neoassunti”.
Piccola notazione finale: al di là dello scontro con Camusso, il premier dovrebbe sapere che politiche di offerta (come le riforme del lavoro) in una crisi di domanda non servono a nulla (se non a far felice chi avrebbe assunto comunque).
Marco Palombi
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Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
UN IMPRENDITORE TORINESE RACCONTA L’AFFITTO DEL CAPANNONE: “DOPO UN PO’ DI MESI HANNO SMESSO DI PAGARMI L’AFFITTO E PER TRANQUILLIZZARMI MI HANNO FATTO INCONTRARE IL PAPA’ DI MATTEO, MA I SOLDI NON LI HO PIU’ VISTI”
L’incontro con Tiziano Renzi dice di ricordarselo bene. 
“Il nome era sinonimo di garanzia. E invece il padre dell’attuale presidente del Consiglio si è prestato al gioco. Anche se disse di essere solo un uomo di paglia”.
Un gioco che Accursio Indelicato, imprenditore di Torino del settore immobiliare, sostiene gli sia costato 196.600 euro.
Scandisce ogni singola cifra di quella somma mai più incassata, dovuta per il suo capannone a Solero (Alessandria).
Lo aveva dato in affitto nel 2008 alla One Post spa, una società di spedizioni di cui era presidente Mariano Massone, figlio di quel Gian Franco che è indagato dalla procura di Genova insieme a papà Tiziano con l’ipotesi di bancarotta fraudolenta per il fallimento della Chil Post srl.
“Firmammo il contratto a giugno — racconta Indelicato — Mariano Massone prima disse di volere acquistare il capannone, poi capii che non aveva abbastanza soldi e glielo offrii in affitto. Aveva una certa fretta”.
Un fretta che più tardi l’imprenditore ha capito essere probabilmente legata alla necessità di lasciare la sede di Alessandria, dove nel 2008 avevano fatto visita forze dell’ordine e ispettorato del lavoro nell’ambito di un’operazione per contrastare l’uso indiscriminato di contratti di collaborazione a progetto, in cui era rimasta coinvolta anche la società Mail Service srl, di cui Tiziano Renzi era stato socio fino a febbraio 2006.
“Dopo la stipula del contratto, mi hanno pagato solo due trimestri d’affitto. Poi basta, hanno smesso di pagare”.
Si va avanti così fino all’inizio del 2010, quando Mariano Massone gli annuncia il subentro di Tiziano Renzi al posto della One Post e della sua volontà di acquistare il capannone attraverso la Chil Post, che allora era ancora in mano della famiglia Renzi: “Mariano Massone diceva di conoscere Tiziano da anni, di essere un vecchio amico del figlio Matteo”. Indelicato smette così di preoccuparsi per gli affitti non versati. Prepara il preliminare di compravendita e va all’incontro con il padre dell’allora sindaco di Firenze negli uffici della One Post.
“Durante le strette di mano Tiziano Renzi fece una premessa. ‘Tanto io sono solo un uomo di paglia’, disse. Dimostrò di fidarsi totalmente del suo amico Mariano Massone e di trovare l’affare interessante e proficuo per entrambi. Quel giorno si parlò di prezzi e pagamenti. Il signor Renzi aggiunse di avere ancora bisogno di valutare alcuni aspetti legati alle sue società e alle modalità di pagamento”.
Passano i mesi e i trimestri non pagati.
L’imprenditore però si fida, del resto gli hanno fatto incontrare uno come Tiziano Renzi. Nel frattempo One Post apporta delle modifiche all’interno del capannone senza chiedere alcun permesso.
Ancora promesse sul versamento degli affitti in arretrato e sull’acquisto del capannone da parte della Chil Post.
Poi gli ispettori del lavoro arrivano anche nel capannone di Solero. “A quel punto — ricorda Indelicato — mi sono deciso a mandarli via”. Massone libera gli spazi, promette di nuovo che rientrerà del debito.
Ma a ottobre 2010 arriva la sorpresa: “Venni a sapere che tutte le quote di Chil Post erano state cedute dal padre di Renzi a Gian Carlo Massone, il padre di Mariano.
Un signore anziano mi hanno detto, io non l’ho mai incontrato”. L’imprenditore torinese i suoi soldi non li ha più visti e, seguito dall’avvocato Alberto Pantosti Bruni, ha avviato una pratica di recupero crediti.
Se oggi si fa una visura camerale su Mariano Massone, a suo nome risultano 34 protesti per un totale di oltre 170mila euro. One Post nel 2010 ha cambiato nome in Directa srl ed è fallita nel novembre del 2013.
Il resto è sulle cronache di questi giorni, con i pm di Genova che indagano su un altro fallimento, quello di Chil Post.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI GENOVA È INTERESSATA NON SOLO ALLA FINE DELLA SOCIETà€ “CHIL” MA ANCHE A QUELLA DELLA “MAIL SERVICE SRL” NEL 2011… PER LA “EVENTI 6” ORA RISCHIA ANCHE LA MADRE
Non è soltanto per un fallimento di tre anni fa, come lamenta Tiziano Renzi.
Gli accertamenti della Procura di Genova stanno ricostruendo l’intera vita imprenditoriale del padre del premier.
Tutte le società nate nella casa di Rignano sull’Arno, i passaggi di proprietà , i rapporti tra i singoli soci, la rete di contatti, gli scambi commerciali. Tutto.
Un lavoro che porta almeno fino al 2006. E alla Mail Service Srl, una società di cui il padre del premier era socio di maggioranza, con il 60% del capitale, e che nel 2011 è stata dichiarata fallita.
Proprio come la Chil Post che, secondo l’accusa, è stata svuotata del ramo aziendale sano, e poi accompagnata al cimitero finanziario da Gian Franco Massone con debiti per 1 milione 150 mila euro.
La Mail Service potrebbe rappresentare un precedente utile al fine delle indagini perchè sembra attuare uno schema poi ripetuto.
La Mail Service nel 2004 aveva un capitale sociale di diecimila euro e dopo tre trasferimenti e numerosi passaggi di proprietà nel 2011 è stata dichiarata fallita con un passivo da brividi: 37 milioni 493 mila 568 euro.
Come la Chil Post anche la Mail Service è passata dalle mani di Renzi senior a quelle di Massone, nell’ottobre 2006.
Non in quelle di Gian Franco, però, ma in quelle del figlio Mariano.
Ed è quest’ultimo infatti a essere indagato per la bancarotta fraudolenta della Chil insieme a Tiziano Renzi e non il padre Gian Franco.
Gian Franco fa solo da prestanome per il figlio Mariano che il 3 novembre 2010, quando il padre riceve da Tiziano Renzi la proprietà della Chil, ha già all’attivo la chiusura di tre società e cambiali in protesto per oltre 250 mila euro.
Il giovane Massone, classe 1971, ha un curriculum che attira gli investigatori.
Le tre società di cui negli anni diventa amministratore unico, nel giro di poco tempo dichiarano il fallimento: Directa, M&M Trasporti e One Post Adriatica.
Stessa sorte tocca ad altre due aziende di cui è socio, Aesse e Mostarda.
Fino ad arrivare alla Mail Service portata al fallimento nell’ottobre 2011 con un buco da 38 milioni di euro dopo essere stata ceduta da Massone ad Alberto Cappelli che, ipotizza il curatore fallimentare, figura solo come testa di legno.
Così per la Chil interviene il padre.
Ma i rapporti con Tiziano Renzi li ha Mariano. La Chil Srl e la Mail Service negli anni tra il 2004 e il 2006 hanno la sede sociale nello stesso indirizzo: Via Scajola 46 a Firenze.
Sono gli anni in cui Matteo Renzi figura come dirigente dell’azienda di famiglia.
E lo stesso Gian Franco, interpellato da Giacomo Amadori su Libero, ha confidato: “Tiziano Renzi l’ho visto una sola volta in vita mia, quando mio figlio mi chiese di portargli il pesto al casello dell’autostrada”. Generosità ligure.
Come siano nati i rapporti tra la famiglia Massone e Renzi è un altro dei punti che gli inquirenti stanno tentando di ricostruire.
La conferma arriva dal procuratore capo, Michele Di Lecce, che sottolinea ogni volta che può quanto sia ancora difficile avere un quadro complessivo dell’inchiesta. “Siamo appena all’inizio”, ripete. “Infatti a Tiziano Renzi noi abbiamo solo notificato la proroga delle indagini”.
E “la notizia dell’avviso di garanzia, a quanto ci è dato sapere, è trapelata da Firenze non da qui”, aggiunge Di Lecce anche per rimandare al mittente le accuse di giustizia a orologeria nei confronti del premier impegnato nella riforma.
Al momento l’unico reato ipotizzato è la bancarotta fraudolenta ma l’indagine, come detto, si è estesa anche ad altre società dell’universo renziano, a cominciare dalla Eventi 6 di Laura Bovoli, madre del premier, che secondo l’accusa riceve le attività sane della Chil Post e salva il tfr di Matteo Renzi.
“I capi d’accusa come il numero delle persone coinvolte potrebbero aumentare, ma le indagini sono ancora in corso e stiamo ricostruendo tutti i rapporti nel dettaglio”, aggiunge Di Lecce.
Sono inoltre tuttora in corso le verifiche sui creditori della Chil indicati dal curatore fallimentare: 19 aziende che vantano oltre un milione di euro dalla società .
C’è il Credito Cooperativo di Pontassieve, presieduto dal renziano Matteo Spanò, con cui l’azienda aveva un debito di 496 mila euro.
Insoluto anche un prestito da 50 mila euro con la Unicredit, altri 72 mila con la Bmw, 178 mila euro con l’immobiliare e poi 15 mila d’affitto della sede, multe del Comune e persino le gomme per l’auto.
Questo è quanto lasciato nella Chil da Tiziano Renzi prima di cederla a Massone.
Ma solo dopo aver trasferito alla Eventi 6, società della moglie, i contratti in essere, i beni e il tfr del figlio.
Ferruccio Sansa e Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
PARTECIPAZIONE DELUDENTE: PER DIVENTARE CANDIDATO GOVERNATORE DELL’EMILIA BASTANO 266 VOTI, IN CALABRIA 183… E C’E’ CHIEDE UNA CERTIFICAZIONE INDIPENDENTE DEI RISULTATI
«Beppe chiudi tutto!». «Ma davvero siamo così pochi? Siamo pochissimi, fa spavento, senza Grillo il
movimento praticamente non esiste!».
Sono scorati i commenti dei militanti al post con cui il Movimento 5 stelle annuncia i vincitori delle “Regionalie” di Calabria ed Emilia Romagna.
C’è chi augura in bocca a lupo ai vincitori, ma anche chi ricorda — senza nominarla — che la vincitrice in Emilia Romagna, la candidata alla presidenza della Regione, è stata oggetto di un ricorso al tar del Lazio.
Giulia Gibertoni, modenese di Mirandola, docente a contratto di semiotica alla Cattolica di Milano, nel suo video di presentazione si definisce ricercatrice precaria e parla di quello che i 5 stelle dovrebbero fare in Europa.
Non fa alcun riferimento al lavoro in Regione, perchè il video è quello che aveva girato in vista delle europee: elezioni che credeva di aver vinto prima di essere raggiunta a Bruxelles da una telefola nata che le annunciava che, per un riconteggio, aveva perso di due voti e doveva cedere il posto.
Su questa storia, un’attivista di Parma ha fatto ricorso al tar del Lazio.
Ma le cose sembrano risolte dalla votazione di giovedì, in cui Giulia ha surclassato tutti con 266 voti. La seconda arrivata ne ha 167.
Molte meno gli altri: a Parma Patrizia Adorni è subentrata a una rinunciataria che aveva raccolto appena 15 voti.
Va peggio in Calabria. Nelle ultime ore gli attivisti erano in fermento per la presenza nella prima lista del fratello della deputata Dalila Nesci (già fidanzata dell’ex capogruppo Riccardo Nuti).
Alla fine, Diego Antonio ha preso solo due voti. E qualcuno — nella fazione opposta a quella della Nesci — pensa che non sia un caso.
Che lo staff abbia voluto evitare di far sorgere nuove polemiche sulle parentopoli del Movimento («Ha preso i voti suoi e della sorella. E i genitori? Neanche un eremita farebbe così poco»).
In realtà , in lista ci sono anche persone con 1 voto solo, e tra quelli che ce l’hanno fatta Enrico Natale Barbuto eletto nella circoscrizione di Vibo Valentia — si è fatto bastare le sue 8 preferenze.
Mentre il candidato governatore — Cono (Nuccio) Cantelmi, avvocato di Catanzaro, fondatore dell’associazione Ereticamente — ne ha ottenute 183
Adesso toccherà mettersi a lavoro per raccogliere le preferenze vere (le elezioni regionali le prevedono) «e non sarà facile», presagisce il senatore Franco Molinari: «Basta gridare e lamentarsi, in questo finora siamo stati bravissimi, dobbiamo essere in grado di fare proposte concrete per far uscire la Calabria da questa situazione».
A differenza delle altre volte, però, la maggioranza dei parlamentari non parla più di grande lezione di democrazia.
I numeri esigui dei votanti deludono tutti. I deputati che hanno già chiesto in una lettera aperta a Grillo e Casaleggio che un ente terzo verifichi il voto on line (come fu per le “Quirinarie”) non sono gli unici a non fidarsi.
La richiesta di trasparenza è ormai la coda di ogni votazione.
E almeno per ora, è rimasta inascoltata.
Annalisa Cuzzocrea
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Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DELLA CISL ROMPE IL FRONTE SINDACALE: “DISPONIBILI A RIVEDERE ART 18”
Ed ecco che arriva inaspettata una ghiotta palla che Matteo Renzi potrebbe cogliere al balzo per isolare la Cgil e additare il sindacato di Susanna Camusso come l’ultimo baluardo di una battaglia di retroguardia.
Perchè, dopo che nei giorni scorsi era filtrata l’irritazione della Cisl per la fuga in avanti nell’organizzazione di manifestazioni unitarie che si opponessero alla riforma del lavoro messa in piedi dal governo (“Che fanno, decidono e poi ci chiamano per avvertirci?”, commentavano ambienti vicini alla direzione), oggi è Raffaele Bonanni in persona a rompere gli indugi.
Attaccando frontalmente la segretaria nazionale della Cgil: “La Camusso dovrebbe astenersi a dire quello che dice, a fare quei commenti sulla Thatcher e via discorrendo. Il premier è Renzi, e volenti o nolenti, ci stia simpatico o meno, è con lui che dobbiamo confrontarci”.
Ma il leader abbruzzese va oltre. Con parole sprezzanti nei confronti del sindacato amico: “Il casino di questi giorni tra il Pd e la Cgil è solamente una faccenda di partito, che attiene a quelli là . L’articolo 18 è ormai diventato un’ossessione”.
Bonanni non ne parla apertamente, ma dal suo entourage si lascia trapelare che l’ipotesi di una manifestazione unitaria dei sindacati confederali si avvia ormai verso il tramonto.
Nessuna azione di rottura, quanto piuttosto tante piccole manifestazioni locali per interloquire e dare risposte alla propria base.
Come se non bastasse, dalla Cisl arrivano aperture sostanziali verso il progetto riformista dell’esecutivo: “Nel 2001 dissi già che era una baggianata fare dell’articolo 18 una cartina tornasole dei diritti dei lavoratori – ha spiegato intervenendo al convegno ‘Insieme verso il futuro’, dei Dem-Pop di Beppe Fioroni – il problema è semmai tutelare i paria che non hanno diritti”.
Poi Bonanni specifica la clausola per la quale il suo sindacato potrebbe dare disco verde al Jobs act: “Per noi va bene rimettere mano, rivedere l’articolo 18. E va bene discutere di tutele crescenti, a patto che vengano inclusi e garantiti i co.co.co, le false partite Iva e i tanti associati in partecipazione”.
Un argomento, questo, che fa registrare un punto di contatto con gli avversari cigiellini.
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Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
“E’ PER GENTE COME LUI CHE I GIOVANI GAY SI SUICIDANO”: IL COMMENTO DELLA CANTANTE DOPO LE INDEGNE PAROLE DEL FUTURO ALLEATO DELLA MELONI
Lo fa apposta, Gianluca Buonanno, a spostare sempre più in alto l’asticella delle sue provocazioni. 
Questa volta, però, ad averne abbastanza delle uscite per nulla raffinate dell’europarlamentare leghista e sindaco di Borgosesia è Fiorella Mannoia.
La cantante, sul suo profilo Facebook, si è sfogata in un lungo attacco nei confronti di Buonanno, per le sue ultime dichiarazioni sui gay: “Altro che matrimonio, al massimo ai gay offro una banana”, aveva detto a La Zanzara il leghista.
Così la Mannoia ha scritto sul suo profilo: “E’ anche per gente come questa che ragazzi si suicidano perchè non reggono più all’emarginazione, all’isolamento, allo scherno. Sono stanca di questa gentaglia e la chiamo con il nome che merita: MERDA”.
Non solo: nel suo post la cantante, riferendosi a Buonanno, scrive che è “anche la gente come questo signore ad armare le mani di quelli che ammazzano un diciottenne dopo averlo torturato e seviziato, solo perchè gay, è anche per gente come questa se questa intolleranza sfocia nelle tragedie quotidiane che tutti conosciamo”.
Fiorella Mannoia esprime quindi tutta la sua indignazione per le ultime frasi pregne di omofobia del sindaco di Borgosesia, ultime di una lunga serie.
Intervistato da La Zanzara Buonanno ha affermato che “se mi chiedessero di celebrare nozze gay nel Comune dove sono sindaco direi che è meglio che si facciano un Tso. Fosse per me li schederei: visto che vogliono pubblicizzare il loro amore, segniamoli su un registro”. E infine: “Altro che matrimonio, al massimo ai gay offro una banana. O un’insalata di finocchio”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
NEL 2010 LA BCC DI PONTASSIEVE ELARGISCE SENZA GARANZIE IPOTECARIE IL MEGAPRESTITO, POI LA BANCAROTTA…E IL PRESIDENTE DELLA BANCA EBBE POI L’INCARICO DAL SINDACO DI FIRENZE DI GESTIRE I MUSEI DELLA CITTA’ CON INCASSI MILIONARI
Il principale creditore della società per il cui fallimento è indagato il padre di Matteo Renzi, è una banca che ha da anni fra i suoi principali dirigenti un fedelissimo dell’attuale primo ministro.
L’istituto di credito che erogò un prestito da mezzo milione senza ipoteche, mentre Tiziano Renzi era l’unico proprietario della genovese “Chil Post” poi fallita, è infatti il Credito cooperativo di Pontassieve, paese adottivo dell’attuale premier.
Dal 2008 siede nel consiglio d’amministrazione, che oggi presiede, Matteo Spanò, amico d’infanzia del premier.
Il maxi-finanziamento, finora non rientrato, è uno dei punti cruciali nell’inchiesta per bancarotta fraudolenta costata a Tiziano pochi giorni fa un avviso di garanzia.
Al termine dell’ormai consueta precisazione sulla giustizia a orologeria il procuratore Michele Di Lecce assicura che le indagini guarderanno anche a possibili «stranezze e abnormità » presenti nella lista dei creditori.
Il verbo coniugato al futuro è piuttosto indicativo dello stato dell’arte.
È passato quasi un anno dal deposito della relazione del perito nominato dal tribunale di Genova sul fallimento della Chill Post che ha portato all’accusa di bancarotta fraudolenta nei confronti di Tiziano Renzi, padre di figlio piuttosto celebre, ma siamo ancora agli inizi.
I tempi lunghi, per tutti
Con questo tipo di vicende funziona così, sostengono in Procura, dove si stupiscono dello stupore.
Quasi tutte le inchieste sui fallimenti necessitano di una proroga delle indagini, dovuta a ulteriori consulenze e accertamenti in arrivo. Tempi lunghi per tutti. Anche per chi porta un cognome eccellente.
«Sono dettati solo da esigenze processuali», dice piccato Di Lecce «Noi non prendiamo nessuno in ostaggio».
A tal proposito il procuratore fa sapere che i contributi e il trattamento di fine rapporto versati all’attuale presidente del Consiglio costituiscono «fatto lecito interno a un’azienda» e sono archiviati alla voce «affari suoi».
La vendita a condizioni particolari delle quote della Chill Post non è l’unica anomalia segnalata ai magistrati liguri.
Anche l’elenco delle aziende e delle persone che aspettano ancora di vedere i loro soldi sarà oggetto di controlli e verifiche, come confermato dal procuratore.
A vincere per distacco sugli altri pretendenti in termini di crediti da esigere è il Credito Cooperativo di Pontassieve, piccola banca con sede nel paese dove risiede Matteo Renzi, che «intorno al 2010», come afferma un alto dirigente dell’istituto, concede un mutuo da mezzo milione di euro a una azienda che opera nel Genovese, a quell’epoca già in fase terminale, che da almeno un anno, così risulta dal prospetto dello stato passivo redatto dal tribunale, aveva già smesso di pagare affitti e fornitori. Le condizioni poste dalla banca non erano draconiane.
Si tratta di un mutuo chirografario a lungo termine, che in genere viene richiesto e concesso per importi molto contenuti.
Non è stata richesta alcuna garanzia ipotecaria, ma solo la garanzia personale del richiedente o di terzi.
Il fatturato al lumicino
Nell’ottobre di quel fatidico 2010 Tiziano Renzi cederà per la cifra in apparenza simbolica di 3.878 euro l’unico ramo d’azienda produttivo e in attività , la distribuzione dei giornali in Liguria e non solo, all’azienda di famiglia presieduta da Laura Bovoli, sua moglie.
Nel 2009 e nel 2010 il fatturato della filiale genovese dell’azienda è ormai ridotto ai minimi termini.
Nonostante l’entità dell’importo, il Credito Cooperativo di Pontassieve non ha chiesto il fallimento della Chill Post. A farlo sono stati i secondi e terzi in classifica, Asti Asfalti e Mirò Immobiliare, che reclamavano rispettivamente 228.648 e 178mila euro. L’istituto toscano si è limitato a domandare in seguito l’inserimento formale nell’elenco dei creditori che intendono rivalersi sui responsabili del fallimento.
Il ruolo del Credito Cooperativo di Pontassieve
La banca del paese è l’unico filo di questa storia che in qualche modo può condurre all’attuale presidente del Consiglio.
L’attuale presidente del Credito Cooperativo di Pontassieve, in carica dal 2010, ex consigliere di amministrazione dal 2008 al 2010, è il quarantenne Matteo Spanò, amico del presidente del Consiglio fin dalla tenera età e suo uomo di fiducia.
Appena diventato sindaco, Renzi gli affidò la guida dell’associazione Muse, che gestisce gli spazi museali di Palazzo Vecchio e tutti i musei civici di Firenze, una specie di cassaforte cittadina.
L’ex boy scout Spanò, ai vertici dell’Agesci, l’associazione di categoria, è stato uno degli organizzatori della Route, l’evento che nell’agosto appena trascorso ha riunito 35 mila scout nel parco di San Rossore, con la partecipazione straordinaria, durata due giorni, di Matteo Renzi
Le eventuali colpe dei padri non devono ricadere sui figli, ma anche viceversa.
Le verifiche svolte finora dalla Procura e le candide dichiarazioni del diretto interessato hanno chiarito il ruolo molto marginale svolto nella vicenda da Gianfranco Massone, l’imprenditore piemontese di 75 anni che ha rilevato i resti della Chill Post mediante acquisto delle quote detenute da Tiziano Renzi.
A essere indagato è invece suo figlio Mariano. Non proprio un socio ma certo una figura che ricorre spesso nei complicati affari liguri del papà del presidente del Consiglio.
(da Secolo XIX e Corriere della Sera“)
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Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
CON SOMME STANZIATE DAI PRECEDENTI GOVERNI, NON SONO NEANCHE RIUSCITI A PAGARE QUANTO HANNO SPACCIATO IN TV COME REALIZZATO
La missione è miseramente fallita.
I debiti delle imprese con la pubblica amministrazione non verranno saldati integralmente entro il 21 settembre come promesso solennemente da Matteo Renzi.
I numeri ufficiali — spiegano fonti del Mef – verranno diffusi tra domenica e lunedì, ma le ultime rilevazioni dicono già da ora che siamo lontani, lontanissimi dell’obiettivo che il governo si era fissato.
L’antipasto della brutta notizia l’ha dato in settimana il ministro Pier Carlo Padoan, intervistato a Porta a Porta, rivelando con qualche giorno di anticipo lo stato dell’arte: i pagamenti sono a quota 31-32 miliardi.
E i numeri ufficiali diffusi nei prossimi giorni, filtra da via XX settembre, si discosteranno poco da questa cifra.
Poco più della metà , almeno, dell’obiettivo da raggiungere: 60 miliardi.
L’insuccesso della sfida lanciata dal premier era scritta già nel suo stesso dna.
A partire da un problema di fondo, non secondario: a quanto ammontavano questi debiti? Qual era la cifra da raggiungere?
I 91 miliardi stimati nel 2013 dalla Banca d’Italia, e a cui si è fatto affidamento in molte occasioni, con il passare del tempo si è rivelato un numero sovrastimato.
O almeno, il ministero dell’Economia a partire da quest’anno ha ridotto sensibilmente il target.
Fino a quando, a maggio, il ministro Padoan ha scoperto le carte, spiegando che la cifra da aggredire era di circa 60 miliardi.
Per questo il governo ha messo sul piatto, in quattro interventi distinti — il primo addirittura porta ancora la firma del governo Monti — fino a 57 miliardi di risorse per saldare tutti i pagamenti attraverso anticipazioni di liquidità agli enti locali.
A luglio 2014, data dell’ultimo aggiornamento dello stato di avanzamento del rimborso, a disposizione di Comuni, Province e Regioni erano stati messi a disposizione circa 30,1 miliardi, 26,1 quelli effettivamente pagati alle imprese.
Di questo passo, l’obiettivo del pagamento integrale sarebbe stato impossibile da raggiungere anche in un orizzonte molto lungo.
Per questo si era passati a un secondo binario, più agile, per ottenere i rimborsi.
Un sistema che consente alle imprese di iscriversi alla piattaforma di certificazione del Ministero per chiedere la “bollinatura” del proprio debito che lo Stato si impegna a fornire entro 30 giorni pena la nomina di un commissario ad acta, con le quali le imprese possono presentarsi in banca e ottenere uno “sconto” della fattura.
Vale a dire ricevere il pagamento direttamente dall’istituto, che preleva una sorta di commissione dell’1,9% sul credito.
Il secondo binario messo in campo dal governo potrebbe dare una spinta decisiva, ma sul mantenimento della promessa del premier (ribadita a Porta a Porta con l’impegno di Bruno Vespa all’ormai famoso pellegrinaggio a Monte Senario in caso di successo di Renzi), la cui nuova scadenza slitta inevitabilmente almeno all’inizio del prossimo anno, gravano almeno ancora due incognite importanti.
La prima riguarda l’ultimo passaggio del nuovo sistema di sconto delle fatture.
Il monitoraggio del Mef infatti si conclude una volta che il debito viene effettivamente certificato.
Che poi l’impresa riesca effettivamente ad incassare il denaro spettante, per via XX settembre, è altra questione.
E su cui comunque il governo non può più fare molto.
In altre parole può conoscere con ragionevole certezza quanti crediti, e per quale importo, sono stati certificati ma non quanti poi sono stati realmente pagati. E gli stessi 31-32 miliardi stimati dal ministro che verranno confermati nei prossimi giorni, leggermente al rialzo, includono anche queste somme.
Ufficialmente conteggiate come pagate, ma tecnicamente ancora no.
C’è poi una seconda questione che il governo tiene deliberatamente sotterranea nella discussione pubblica.
Non tutti i debiti pesano in modo uguale. La stragrande maggioranza è costituita da debiti di parte corrente, una minoranza in conto capitale.
La distinzione non è una sottigliezza finanziaria ma è invece cruciale per l’equilibrio dei nostri conti.
Se i primi infatti pesano solo sul debito ma non sul deficit, i secondi gravano direttamente anche sull’indebitamento netto.
Significa, in parole povere, che il saldo di questi debiti dev’essere coperto recuperando risorse fresche oppure sfruttando i margini del disavanzo — ormai praticamente esauriti — sotto il 3%.
Non è un problema da poco.
Anche perchè all’inizio del settembre il governo, attraverso il sottosegretario all’Economia Giovanni Legnini, si è impegnato pubblicamente a saldare anche quest’ultima categoria di debiti.
Stimando, forse in modo eccessivamente ottimistico, in circa 5 miliardi la cifra complessiva. E impegnandosi ad “affrontare la questione nella legge di stabilità ”. Leggi, trovare le risorse.
In una manovra già lievitata a quota 20 miliardi e con 15 miliardi di tagli di spesa prenotati, altri cinque miliardi da reperire non sono esattamente l’obiettivo più facile per il ministro Padaon.
Anzi, con ragionevole certezza, si può dire che anche questa è a tutti gli effetti una missione impossibile.
(da “Huffingtonpost“)
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