Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
“IL MERCATO DEL LAVORO NON PUO’ ESSERE UNA PORTA GIREVOLE FONDATA SUL PRECARIATO E SENZA RACCORDO CON LA POLITICA ECONOMICA”…”IL JOB ACTS ILLUDE: GLI INVESTITORI ESTERI NON SONO CERTO FRENATI DALL’ART. 18, MA DALLA INAFFIDABILITA’ DEL SISTEMA ITALIA”
Mesi fa, nel primo quaderno di Liberadestra “Verso il lavoro…con un piano” scrivemmo che il problema
italiano non è creare occupazione e basta, ma creare, attraverso il lavoro, condizioni di sostenibilità economica per lavoratori e famiglie — E’ infatti questa la condizione necessaria per stimolare la domanda interna, far ripartite i consumi e dare contenuti al concetto di “crescita”
Esempi di occupazione aumentata numericamente ma poi crollata con la crisi senza produrre alcun valore aggiunto al PIL e alla crescita del paese ne abbiamo sin dal ’97 — primi albori della flessibilizzazione del mercato del lavoro.
Se la riforma del mercato del lavoro deve essere “strutturale”, come viene annunciato da Renzi e come ci viene richiesto dall’UE, il governo deve quindi avere “memoria lunga” per non ripetere errori già commessi da altri, ma anche “ sguardo lungo” perchè deve ragionare in prospettiva
Perciò non deve mirare solo ad aumentare i posti di lavoro; se l’obiettivo è la rincorsa all’indicatore numerico, allora basta “cinesizzare” il mercato del lavoro italiano, innalzando sempre più il tasso di precarietà e trasformando il posto di lavoro in una porta girevole per più persone, o puntare su occupazioni saltuarie e poco remunerative come nel caso dei working poor tedeschi.
Se al contrario , l’obiettivo è quello di dare una spinta alla crescita reale del paese, ci deve essere qualcosa in più, qualcosa che vada oltre la rincorsa all’aumento formale del numero degli occupati
C’è bisogno che si espliciti un piano, ossia una strategia di crescita che sappia coniugare politiche del lavoro, politiche sociali, politiche di sviluppo all’interno di un recuperato ruolo di indirizzo dello Stato.
Perchè se è vero, come afferma sempre il Premier, che le riforme vanno fatte “ tutte insieme” a maggior ragione è vero che occorre inserire la riforma del mercato del lavoro in una più ampia strategia di crescita economica.
Oggi al contrario il dibattito è tutto sul piano formale, si ferma alla superficie del problema: come ridurre la tipologia dei contratti, come riformare le regole d’ingaggio, come riequilibrare il “peso” dei diritti del lavoratore con gli oneri delle imprese.
Tutti ambiti su cui si possono individuare sia aspetti positivi che elementi controversi ma si tratta di una discussione che prescinde completamente da qualsiasi riflessione circa il” dove “ e il “come” collocare le modifiche legislative.
Dal governo non è venuto nessun approfondimento su piani d’investimento, nuove linee di politica industriale, dimensionamento delle imprese, prospettive di internazionalizzazione, capacità competitiva e di produzione di valore aggiunto delle PMI…
La totale assenza di raccordo tra mercato del lavoro e sviluppo economico è sconcertante.
Renzi sembra non comprendere che non basta intervenire sulle modalità di accesso al lavoro per creare occupazione.
E’ miope concentrarsi solo sulla forma contrattuale che regola il primo impiego e non affrontare il nodo, assai più stretto, di come creare una filiera produttiva vincente, innovativa, e di qualità , capace di produrre più ricchezza e quindi nella necessità di assumere.
In questo deserto di prospettive, il Job Act gratta il fondo del barile coltivando l’illusione di creare più posti di lavoro senza comprendere che le imprese cercano soprattutto, anche (ma non solo) per l’enorme pressione fiscale, di sopravvivere.
Il governo accusa i suoi critici di sinistra di essere “ideologici” ma è anch’esso prigioniero della convinzione ideologica , propria di una certa cultura ultra liberista, secondo cui in Italia è difficile creare occupazione stabile per la rigidità del mercato del lavoro.
Per fare un solo esempio: come non riflettere sul fatto che la propensione degli investitori esteri a guardare all’Italia non è certo legata alla sorte dell’art. 18 bensì alla affidabilità e alla capacità di innovazione di tutto il sistema Italia?
Gianfranco Fini
(da “Liberadestra”)
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Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
DUE CASI: IL SEGRETARIO DELLA LEGA DI MASERADA NON VIENE NEANCHE INQUISITO, NONOSTANTE IL REATO ESISTA E SIA EVIDENTE… IN INGHILTERRA CHI HA DATO DELLA SCIMMIA A BALOTELLI VIENE ARRESTATO
Non ci stancheremo mai di definire vergognosa la mancata contestazione alla feccia razzista nostrana del reato previsto dal nostro codice di istigazione all’odio razziale che prevede una pena di due anni di carcere.
Se la magistratira si svegliasse e facesse monitorare i social, sarebbero migliaia i soggetti che si vedrebbero recapitare una bella denuncia, capace di raddrizzare molti cervelli malati. Ne gioverebbero certamente gli psichiatri che avrebbero materia cerebrale su cui lavorare.
Quando lo ricordiamo sembriamo dei marziani: oggi due episodi confermano che siamo nel vero.
Il primo caso riguarda il segretario del Carroccio di Maserada, in provincia di Treviso, cche ha condiviso sul social network proposte agghiaccianti: da Hitler che risponde all’ex ministro Kyenge, fino ai suggerimenti su come intervenire in caso di nomadi in acqua
Le frasi choc del leghista su Facebook ‘Affogate gli zingari e fuoco agli immigrati’ e “Cosa si lancia ad uno zingaro che sta affogando? La moglie e i figli”.
La battutaccia, che forse nella mente del suo ideatore doveva far ridere, è stata postata su Facebook dal segretario di Maserada della Lega Nord Andrea Della Puppa, scatenando le inevitabili polemiche.
Ma quella del leghista non è stata una gaffe, visto che sul suo profilo si trova anche un’altra uscita davvero poco intelligente.
Poco prima del commento sui nomadi, Dalla Puppa ha infatti condiviso un montaggio di foto con protagonisti l’ex ministro Kyenge (vero pallino dei leghisti) e Hitler che “suggerisce” di dare fuoco agli immmigrati.
La presa di distanza di Luca Zaia, governatore veneto, si è limitata a una ridicola condanna dell’episodio e la richiesta a Della Puppa di scusarsi.
In altri Paesi il Puppaiolo sarebbe stato cacciato dal partito e inquisito dalla magistratura, in Italia un buffetto di Zaia mette tutto a posto.
Ma andiamo a vedere cosa accade per molto meno in Inghilterra.
Nella terra di Albione sono bastate poche parole, postate da alcuni utenti come risposta a un tweet di Mario Balotelli, perchè la polizia di Liverpool aprisse un’inchiesta per istigazione all’odio razziale, come confermato in mattinata da un portavoce.
Balotelli domenica pomeriggio aveva postato la frase “Man Utd.. Lol” per deridere gli avversari che in vantaggio per 3-1 cadevano rovinosamente per 5-3 sul campo del Leicester.
Al di là dell’opportunità del tweet, dato che il Liverpool il giorno prima ne aveva prese tre dal West Ham, il problema è che molte risposte sono presto tracimate nel puro odio razziale.
Tra le migliaia di repliche non sono mancati insulti come “scimmione”, “mangiatore di banane” o “prenditi l’ebola”.
Parole in libertà , che essendo state pronunciate in Inghilterra saranno però giustamente punite.
Gli esiti dell’inchiesta della polizia di Liverpool non si preannunciano leggeri.
Solo negli ultimi due anni sono stati arrestati diversi tifosi (di Arsenal, Chelsea e Millwall i casi più clamorosi) per aver rivolto epiteti razzisti agli avversari all’interno degli impianti.
E un tifoso del Liverpool e uno del Chelsea sono stati arrestati in flagranza di reato per avere fatto il gesto della scimmia.
Anche il razzismo sui social network non è tollerato oltremanica: condannato a due mesi per istigazione all’odio razziale a un utente che si lasciò andare a considerazioni razziste dopo il caso Muamba.
“Durante la stagione 2013-14 oltre il 50% delle segnalazioni per episodi di razzismo hanno riguardato i social network — spiegano da Kick It Out, gruppo contro la discriminazione razziale nel calcio molto attivo in Inghilterra — è ovvio che il fenomeno sia in continuo aumento perchè più difficilmente controllabile, per questo chiediamo l’aiuto degli altri tifosi”.
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Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
SE ALLA PROSSIMA VOTAZIONE I PRIMI DUE NON PASSANO, I PATTISTI DEL NAZARENO COSTRETTI A CAMBIARE CAVALLO PER SBLOCCARE LA SITUAZIONE
Ancora una fumata nera. Poi si cambia cavallo. 
Con dispiacere per Luciano Violante a cui però il destino ha riservato uno schema diabolico per cui se cade Donato Bruno cade anche lui, l’ex presidente della Camera, l’ex toga rossa che ebbe il merito, nel biennio ’92-94, di certificare l’intreccio tra politica e mafia.
“Merito” che ovviamente è una grave colpa per certa destra per cui l’ex magistrato resta “il diavolo giustizialista responsabile dell’anomalia giudiziaria in Italia”.
Ma la politica è una scienza perfida dove la logica spesso non fa premio sui fatti. “Simul stabunt, simul cadent” dice, con amarezza, un esponente della segreteria del Pd che segue il dossier Consulta-CSM.
Se cade uno, in questo caso Bruno, cade anche l’altro, cioè Violante.
E da qui si deve ricominciare nel racconto della settimana parlamentare.
Ettore Rosato, segretario d’aula del Pd è tra i titolari del dossier nomine Consulta (due giudici) e Consiglio superiore della magistratura (due membri laici) rinvia tutto a domani, lunedì.
“Il problema adesso è Bruno. È vero che è indagato? Che storia è questa dell’affidamento della consulenza dal suo collega di ufficio? Attendiamo risposte. Che sono decisive. E che lo devono essere soprattutto per Forza Italia. È chiaro che deve interpellare la coscienza e l’opportunità politica la scelta se mandare o meno alla Corte Costituzionale, il giudice delle leggi, una persona indagata”.
Per sospetta corruzione negli atti di un fallimento (Ittierre).
Di opinione opposta Francesco Nitto Palma, ex Guardasigilli, falco tra i falchi. “Non si usi adesso questa storia della consulenza che è vecchia, infondata quindi strumentale” tuona il senatore azzurro alludendo a “quella parte del Pd che non vuole Violante e allora usa Bruno per far saltare il banco”.
Nelle file azzurre c’è chi ricorda come “sia stato il premier martedì scorso a dire una volta per tutte che un avviso di garanzia non puà³ rovinare una carriera politica”.
Dunque martedì sarà l’ultimo tentativo per il ticket Violante/Bruno alla Consulta e Zanettin-Balducci al CSM.
Un poker che è una partita sola. O vince. O perde.
Un’occhiata ai numeri. Il quorum per la Consulta è 570 voti, i 3/5 degli aventi diritto del Parlamento, percentuali alte nate per un Parlamento bipolare ma che adesso sconta il fatto di aver tre e anche quattro teste.
Il recinto della maggioranza più Forza Italia conta 650 voti, più che sufficiente per blindare il poker di candidati senza dover cercare alleanze tra le opposizioni.
Così si è ragionato finora.
Ma le tredici votazioni andate a vuoto hanno dimostrato che le opposizioni – Sel, M5S e Lega – sono invece decisive.
Manca un centinaio di voti.
Spiega un azzurro che ha studiato i flussi dei voti analizzando le schede: “Una trentina di Fi non voterà mai Violante considerato un giustizialista che non si è mai ravveduto nonostante le apparenze. Ugualmente c’è un zoccolo duro del Pd di circa 30-40 che non vuole votare l’ex magistrato perchè troppo legato a vecchie logiche. Sono venuti meno anche una decina di voti dei centristi e una ventina di Ncd”.
A sentire il Pd, invece, è tutta colpa degli azzurri “tanto che noi continuiamo a far votare entrambi i candidati”.
Ma il segreto dell’urna è l’alibi perfetto per i franchi tiratori.
Il presidente Napolitano ha fotografato in poche parole l’empasse imbarazzante che tiene bloccato il Parlamento. “Basta con le rivendicazioni di posizioni settarie, pensate prima al bene comune, evitate il rischio di una paralisi istituzionale” ha scritto la scorsa settimana. Gli hanno risposto picche.
E nonostante il Pd abbia coinvolto Sel e Berlusconi in persona si sia messo a fare telefonate ai leghisti, giovedì, nella tredicesima votazione, a Violante sono mancati ancora 28 voti (542) e a Bruno 43 (527).
Traguardo ancora più lontano per l’avvocato senatore Pier Antonio Zanettin (candidato di Fi al CSM) e per l’avvocato penalista Paola Balducci, ex deputata di Sel, attuale membro del CSM della Corte dei Conti, entrambi destinati a palazzo dei Marescialli.
I quattro giorni di pausa nelle votazioni dovevano servire a definire la partita una volta per tutte.
“Ci siamo, basta ancora poco, martedì si chiude” diceva giovedì pomeriggio Lorenzo Guerini, vicepresidente del Pd.
Ma è intervenuta, come spesso accade, la cronaca giudiziaria.
Con la storia di Bruno indagato, a sua insaputa, dalla procura di Isernia per “interesse privato del curatore negli atti del fallimento”.
La vicenda è quella del fallimento della Ittierre, colosso dell’abbigliamento entrato in crisi nel 2009.
Bruno in quanto avvocato è finito sotto la lente dei magistrati per via di una consulenza da 2,5 milioni che gli sarebbe stata affidata da Stanislao Chimenti che però è anche socio dello studio legale.
La nomina fu decisa dall’ex ministro Scajola. Bruno era presidente della Commissione Affari costituzionali
L’interessato smentisce tutto. “Sono tranquillo, Berlusconi non mi molla. Chimenti non è un mio socio, ha solo una stanza nel mio studio ed era libero di nominare una persona di fiducia”. La parcella di 2,5 milioni “era il minimo della tariffa meno il 10 per cento”.
Ma la partita è tornata avvelenata. “O domani si chiarisce la posizione di Bruno o è chiaro che non possiamo mandare alla Corte uno sospettato di corruzione negli atti di un fallimento” mormora, neppure a voce bassa, la sinistra – e non solo – del Pd. A cui, vale la pena ricordare, Bruno non è mai stato bene perchè “amico di Previti”.
Provvidenziale sarebbe, domani, comunque prima delle votazioni, un comunicato ufficiale della procura. Ma sarebbe un inedito assoluto. Ecco che allora sarà fatto l’ennesimo tentativo. Ma l’ultimo. “Poi si cambiano partita e cavalli” dicono sia dal Pd e che da Forza Italia. Sarebbe allora la volta dei Professori, Augusto Barbera per il Pd e Giovanni Guzzetta per Forza Italia. Zanettin-Balducci seguirebbero a ruota. Al Csm.
A Violante potrebbe andare meglio a novembre, quando Giorgio Napolitano dovrà nominare altri due giudici costituzionali. Il Quirinale andrebbe a fare quello che non ha voluto fare il Parlamento. Ceffone per ceffone, sarebbe un pareggio.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
COMUNICATO STAMPA DELLA CORTE: “SONO SOLO STATI REGISTRATI, MAI STATI DICHIARATI AMMISSIBILI”
La Corte europea dei diritti umani, contrariamente a quanto affermato venerdì scorso dagli avvocati Piero Longo e Niccolò Ghedini, non ha ancora preso alcuna decisione sull’ammissibilità dei ricorsi pendenti presentati da Silvio Berlusconi.
Lo ha dichiarato all’Ansa l’ufficio stampa della Corte, specificando che i ricorsi sono stati solo registrati.
Venerdì 19 settembre prima l’avvocato Ghedini, poi l’avvocato Longo avevano spiegato che la Corte aveva deciso di esaminare uno dei ricorsi: in particolare quello che riguardava il taglio dei testimoni nel processo Mediaset che ha portato poi alla condanna definitiva in Cassazione del leader di Forza Italia.
Dopo la condanna a quattro anni di carcere — di cui tre condonati da indulto — Berlusconi da inizio maggio ha iniziato a scontare la pena in affidamento ai servizi sociali nell’istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone per un periodo che, se non violerà le prescrizioni del Tribunale di Sorveglianza di Milano, durerà complessivamente poco più di 10 mesi.
L’ex premier ieri, parlando alla scuola di formazione politica di partito, aveva garantito ai suoi che il verdetto sarebbe stato annullato. ”Io, oggi non sono completamente libero. Dobbiamo saper vendere meglio il nostro martire che abbiamo in casa.”.
Per quanto riguarda la fissazione della discussione Ghedini aveva detto di sperare “che questo possa avvenire già entro quest’anno. E siamo fiduciosi che le nostre doglianze possano essere accolte”.
L’attesa dell’ufficializzazione da parte della Corte europea dei diritti umani per conoscere meglio tempi e dispositivo del ricorso, anche per comprendere bene quali scenari giudiziari avrebbero potuto aprirsi, è finita.
Già venerdì Strasburgo non aveva comunicato al governo italiano l’accettazione di alcun ricorso presentato da Berlusconi.
La prassi consolidata della Corte prevede che un ricorso potenzialmente ritenuto ammissibile venga comunicato allo Stato interessato in modo tale che questi possa difendersi.
Oggi la comunicazione ufficiale che l’ammissibilità del ricorso dell’ex Cavaliere non è stato ancora deciso.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
“IL FARDELLO DEL DEBITO ITALIANO E’ UN PROBLEMA PER TUTTI NOI”…”E’ INGENUO PENSARE CHE L’ECONOMIA POSSA RIPARTIRE DANDO ALLE IMPRESE LA FACOLTA’ DI LICENZIARE”
“La situazione economica italiana è insostenibile e porterà a un default sul debito a meno che non ci sia un
improvviso e duraturo cambiamento nella crescita. Se così non fosse, il futuro dell’Italia nell’eurozona sarebbe in dubbio, e di fatto lo sarebbe il futuro dell’euro stesso”.
E’ quanto si legge in un editoriale del Financial Times, a firma Wolfgang Munchau. Secondo il quale “Matteo Renzi, il primo ministro italiano, ha promesso riforme radicali, ma non ha ancora realizzato nulla. E comunque, questo non basta.
La sostenibilità del debito italiano richiede politiche a livello europeo che finora sono state escluse. E’ qui che si deciderà il successo o il fallimento dell’eurozona”.
Senza crescita del pil non c’è via di uscita dalla “trappola”
Se anche nel 2015 e 2016 l’economia rimarrà stagnante, ricorda Munchau, “il rapporto debito/pil salirà fino al 150%”.
Anche se proprio lunedì l’Istat ha diffuso i dati sul pil ricalcolato sulla base del nuovo sistema di contabilità pubblica Esa 2010, dati che comportano una revisione al ribasso anche per i parametri di finanza pubblica.
Il debito/pil 2013, in particolare, cala al 127,9%. Si tratta però di puri effetti contabili. Mentre l’unica via d’uscita dal circolo vizioso, spiega l’editorialista, consiste dunque in una crescita solida dell’economia, che deve essere “più veloce di quella del debito”. Il fatto è che il Paese “non ha gli strumenti” per stimolarla: al contrario del Giappone, che ha un rapporto debito/Pil del 200% ma è ancora considerato “solvente”, Roma “non può abbassare il tasso di interesse“, “non ha banca centrale che possa finanziare con la moneta i suoi debiti”, “non ha un tasso di cambio da poter svalutare”. Naturalmente tutte queste leve esistono ancora: sono nelle mani della Bce di Mario Draghi.
Ma “i tassi di interesse dell’Eurozona sono ancora a zero”, “la Bce non sta (ancora) comprando titoli di Stato italiani” e “l’euro dovrebbe svalutarsi di circa il 60 per cento perchè l’Italia possa ottenere una svalutazione di portata simile a quella del 1992, quando la lira lasciò temporaneamente il sistema monetario europeo“.
“Ingenuo pensare che economia riparta se imprese possono licenziare”
E le invocate riforme economiche, che tutti indicano come indispensabili e salvifiche? “Possono contribuire alla crescita nel lungo periodo, ma è un po’ ingenuo pensare che l’economia ripartirà miracolosamente una volta che le imprese potranno licenziare il loro personale”.
L’aggiustamento economico necessario “va molto al di là di qualche riforma strutturale.
L’Italia ha bisogno di cambiare il sistema legale, di ridurre le tasse alla media dell’Eurozona e di migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione“.
“In altre parole, deve cambiare l’intero sistema politico“, scrive Munchau, che in passato non ha risparmiato critiche al governo tecnico di Mario Monti ma nemmeno alla Cancelliera Angela Merkel, rea di un eccesso di rigore.
Solo Draghi può “comprare tempo” per Roma
In questo quadro, secondo l’editorialista, “le speranze migliori risiedono in un programma di acquisto di titoli da parte della Bce” che “dia tempo ai tassi di inflazione di tornare normali, all’economia europea di riprendersi e al governo italiano di implementare almeno alcune riforme”.
Francoforte dovrebbe comprare non solo Asset backed securities e covered bonds, come annunciato il 4 settembre, ma anche “altri tipi di strumenti finanziari: per esempio “bond del Meccanismo europeo di stabilità (il cosiddetto fondo salva-Stati, ndr) e della Banca europea degli investimenti”.
La Commissione “potrebbe poi usare la Bei per lanciare un grande programma di emissione di titoli per finanziare infrastrutture”.
E all’Italia non resta che sperare che “parte di questi interventi si trasmetta all’economia reale”.
Renzi “ha promesso riforme ma non ha realizzato nulla”.
E interventi nazionali “non bastano” — Ma le previsioni di Munchau non sono rosee: “Sono ottimista sul fatto che questi programmi avranno un notevole effetto positivo sull’Eurozona nel complesso, ma molto meno sul loro impatto sull’Italia”.
“Abbiamo bisogno di un’azione politica estrema e coordinata per permettere all’Italia di crescere, sostenere il debito e in definitiva rimanere dentro l’Eurozona”, è la conclusione del columnist del Ft.
“Matteo Renzi, il primo ministro italiano, ha promesso riforme radicali, ma non ha ancora realizzato nulla. E comunque, questo non basta. La sostenibilità del debito italiano richiede politiche a livello europeo che finora sono state escluse. E’ qui che si deciderà il successo o il fallimento dell’eurozona”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
A PROCESSO PER FINANZIAMENTO ILLECITO SULL’ ACQUISTO DI UN IMMOBILE
Un’altra grana giudiziaria per il regista forzista del Patto del Nazareno.
Il gup del tribunale di Roma ha disposto il processo per i senatori di Fi Denis Verdini e Riccardo Conti e di Angelo Arcicasa, ex presidente di Enpap (ente di previdenza degli psicologi), per la vicenda di una “cresta” da 18 milioni di euro legata alla compravendita di un immobile in via della Stamperia, nel centro della capitale.
Nel 2011 l’immobile fu acquistato dall’Enpap per 44,5 mln di euro da una società , amministrata da Conti, che poche ore prima l’aveva comprata per 26 milioni.
Il giudice Nicola Di Grazia ha accolto le richieste del pm Erminio Amelio e stabilito che il processo, a Verdini, Conti ed Arcicasa, dovrà cominciare il 9 gennaio prossimo, davanti alla IX sezione del tribunale.
Nei confronti di Arcicasa e Conti l’accusa contestata dalla procura è quella di concorso in truffa aggravata legata alla plusvalenza, appunto; mentre Verdini, che nell’operazione di compravendita non ebbe alcun ruolo, deve rispondere di finanziamento illecito assieme al suo collega di partito.
L’ex coordinatore del Pdl avrebbe, infatti, ricevuto da Conti circa un milione di euro pochi giorni dopo la compravendita dello stabile.
Secondo gli atti Conti dovrà rispondere anche del reato di omesso versamento dell’Iva per oltre 8 milioni e 680mila euro.
In questo ambito nell’ottobre dello scorso anno i pm chiesero ed ottennero dal gip il sequestro per equivalente di appartamenti, titoli, conti correnti bancari, automobili e quote societarie.
I difensori hanno posto in rilievo che il giudice di grazia ha ritenuto inutilizzabili le intercettazioni relative al procedimento.
Il caso della vendita dell’immobile di via della stamperia fu sollevato da un servizio del telegiornale di la7.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
COME MAI IL CONTABALLE OGGI HA CAMBIATO IDEA?
Se è vero che molti di coloro che oggi avversano la riforma dell’articolo 18 in passato sono stati nettamente
più aperti al cambiamento, è anche vero che lo stesso Matteo Renzi aveva manifestato idee diametralmente opposte a quelle che lo stanno portando allo scontro con il mondo sindacale.
Ospite di Michele Santoro nell’aprile del 2012, incalzato sulla necessità di riformare lo Statuto dei lavoratori, l’allora sindaco di Firenze escludeva categoricamente di voler incalzare il governo da questo punto di vista.
Anzi. “Non c’è un imprenditore che mi abbia detto che l’articolo 18 per lui è un problema”, spiegava il rottamatore a sostegno della tesi che la forma attuale dello Statuto dei lavoratori non ostacolasse la creazione dei posti di lavoro.
“È un problema solo del dibattito mediatico”, chiosava Renzi.
A dimostrazione che in Italia la politica è in mano a dei pagliacci che cambiano idea a seconda della convenienza e degli imput che ricevono dal potere finanziario.
Chi avesse ancora dei dubbi sul gran rottamatore e su chi lo pilota è servito.
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Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
SONDAGGIO ISPO: PER IL 55% DEGLI UNDER 35 LA RIFORMA PEGGIOREREBBE LE CONDIZIONI DI LAVORO… ANCHE TRA TUTTI GLI ITALIANI PREVALE IL NO ALL’ABOLIZIONE
Il dibattito sull’opportunità o meno di abolire l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori o, quanto meno, di limitarne la portata divide da molti anni il Paese.
Tutti i tentativi avanzati sin qui di eliminarlo sono falliti. E anche adesso la questione è fonte di conflitti e fratture anche — specialmente — all’interno del Pd, il partito del presidente del Consiglio.
Si tratta, in realtà , di un dibattito non solo — e non tanto — ideologico, quanto di una questione che prende spunto da una corrispondente frattura nell’opinione pubblica.
La quale, rispetto alla possibile abolizione dell’articolo 18, si spacca a metà con una significativa accentuazione di opinione contraria.
Ad esempio, il 45% degli italiani ritiene che l’abolizione dell’articolo 18 comporterebbe un peggioramento delle condizioni di tutti i lavoratori italiani.
Questa opinione è particolarmente accentuata tra i più giovani, che si affacciano al mercato del lavoro: tra i 25-34enni supera il 55%.
Tra costoro, meno di un terzo è del parere opposto. Il disaccordo con questa affermazione raggiunge al massimo il 41% nel complesso della popolazione.
Ancora, è una minoranza, sia pure molto consistente, ad aderire ad alcuni degli argomenti espressi da quanti (politici, economisti, analisti) sono favorevoli all’abolizione.
Ad esempio, il 43% è d’accordo che l’eliminazione dell’articolo 18 renderebbe più dinamica l’economia del Paese, ma il 47%, ancora una volta, con una accentuazione significativa tra i più giovani, non è d’accordo.
E il 41% pensa che un provvedimento siffatto migliorerebbe le possibilità di lavoro per i giovani (ma questo parere è assai più diffuso tra gli anziani che tra i giovani stessi), a fronte di una percentuale maggiore — il 47% — che non è d’accordo.
È significativo il fatto che la contrarietà all’idea che l’abolizione dell’articolo 18 possa favorire l’occupazione dei giovani è più diffusa al Sud, ove, come si sa, i tassi di disoccupazione di questi ultimi sono molto maggiori.
Ancora, la maggioranza relativa degli italiani (47%) non pensa che l’abolizione dell’articolo 18 porterebbe più uguaglianza tra lavoratori precari e lavoratori dipendenti, a fronte del 39% che è invece di questo parere.
Tale orientamento è confermato dalla numerosità delle adesioni all’idea che l’abolizione dell’articolo 18 “indebolirebbe i lavoratori senza apportare vantaggi per l’occupazione”, opinione sostenuta da una parte del Pd e che trova il consenso del 46% degli italiani, a fronte del 40% che dissente da questa affermazione.
Insomma, la maggioranza relativa degli italiani non ritiene che l’abolizione dell’articolo 18 possa favorire l’economia.
È vero che il 39% afferma che questo provvedimento “permetterebbe di salvare alcune aziende in crisi”, ma è vero anche che una percentuale maggiore — il 48% — è di parere opposto.
Nè gli italiani paiono ritenere che l’abolizione dell’articolo 18 sia utile per l’occupazione. Solo poco più di un terzo (36%) ritiene che sia “un provvedimento doloroso che però va accettato per contribuire a sbloccare il mercato del lavoro”, mentre più di metà della popolazione è di parere opposto.
Solo a condizione che l’abolizione dell’articolo 18 sia accompagnata dall’introduzione di ammortizzatori sociali adeguati per i licenziati, la maggioranza relativa, il 46%, acconsente al provvedimento.
Ma anche introducendo questa cautela, il 40% è comunque contrario.
Insomma, gli italiani non sembrano favorevoli: più di metà — il 54% — ritiene che l’eventuale abolizione dell’articolo 18 finirebbe col rendere i lavoratori dipendenti più ricattabili dal datore di lavoro.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
L’ART. 27 DELLO STATUTO LO PREVEDE ESPRESSAMENTE SU TEMI RILEVANTI: RENZI RISCHIEREBBE DI ESSERE SCONFESSATO DALLA BASE
Come in Scozia, la frattura del Pd sulla riforma del lavoro potrebbe sfociare in un referendum. Gli iscritti
del Partito democratico verrebbero chiamati a pronunciarsi sull’abolizione del reintegro in caso di licenziamento previsto dall’articolo 18.
In questo caso l’appiglio è un altro articolo, il numero 27 dello Statuto del Pd, ovvero la consultazione vincolante dei tesserati su temi di grande rilevanza.
La possono chiedere il segretario, la direzione a maggioranza, il 30 per cento dei delegati dell’assemblea nazionale oppure il 5 per cento degli iscritti.
Una sfida tra il sì o il no che le opposizioni interne sono convinte premierebbe le loro ragioni sconfiggendo Renzi.
Se il premier cerca davvero lo scontro finale, il referendum può scattare davvero.
Avrebbe certo il sapore della rivincita, ma è uno strumento difficilmente criticabile dai renziani perchè rivolto direttamente ai cittadini.
Eppure la minaccia di questa arma finale contrasta con i tentativi per l’accordo che le due partiti stanno facendo in queste ore.
«È una extrema ratio », ammette il bersaniano Alfredo D’Attorre. Per il momento siamo di fronte alle prove muscolari.
Quelle del premier, sotto forma di video e lettere agli iscritti.
Quelle della minoranza che conferma gli appuntamenti di domani. Una riunione con Civati, Cuperlo, Fassina, Damiano, D’Attorre e forse il lettiano Boccia per valutare insieme la linea da tenere in Parlamento sulla legge delega.
In serata poi, al gruppo del Pd alla Camera, si riunisce l’assemblea dei parlamentari bersaniani di Area Riformista.
Circa 110 persone tra deputati e senatori. Nel mirino non solo il Jobs Act ma anche la legge di stabilità .
Sono messaggi di forza che gli sfidanti si lanciano e che scontano anche la futura assenza di Renzi, impegnato nel viaggio americano per una settimana.
In questa categoria rientrano anche l’annunciato voto contrario, a prescindere dalla disciplina di partito, di Stefano Fassina. E la dichiarazione di Pier Luigi Bersani che sentenzia: «Su questa materia esiste la libertà di voto».
In realtà , Renzi legge spiragli di apertura. Nelle prese di posizione della Cisl e della Uil che spaccano il fronte sindacale. Nel sostegno di Confindustria. Persino nelle parole di Bersani «che, al di là della questione personale, mi sembra pronto a ragionare», lascia detto il premier ai collaboratori prima di partire per gli States.
Non a caso nella trattativa, che per Largo del Nazareno conduce come al solito Lorenzo Guerini, Renzi ha fatto sapere che «lo strumento del decreto legge è escluso ».
Sta in piedi soltanto come arma di pressione, ma non è quello che cerca Palazzo Chigi. Sarebbe davvero una dichiarazione di guerra.
Renzi punta invece a marcare il confine tra vecchio e nuovo con il suo discorso di lunedì prossimo in direzione. Lo farà sottolineando che accanto alla flessibilità sui licenziamenti, cioè una riduzione dei diritti attuali, se ne guadagneranno altri per i precari attraverso un’indennità di disoccupazione universale (i soldi, 2 miliardi, verrebbero subito stanziati nella manovra) e le tutele per la maternità .
È possibile inoltre accorciare i tempi per il contratto a tutele crescenti. Ossia, l’assunzione a tempo indeterminato potrebbe essere anticipata da 3 anni a 2 anni. Dopo di che rimarrebbe il reintegro per discriminazione. «Mi pare ovvio. Quello non si tocca», spiega Renzi quando illustra il suo piano.
Togliendo il decreto dal tavolo, la discussione sulla legge delega potrebbe essere più semplice. Ma la minoranza chiede di definire bene i poteri del governo.
«La smetta con gli ultimatum e la propaganda – avverte Gianni Cuperlo – e chiarisca meglio cosa vuole mettere nella delega». Le riunioni di domani serviranno a fare il punto sugli emendamenti da presentare alla Camera e al Senato
«Non faremo una battaglia di conservazione – dice D’Attorre – . Cerchiamo di imporre il modello tedesco riscrivendo anche l’articolo 18. Pensiamo a dei miglioramenti e siamo sicuri che Renzi se ne renderà conto leggendo le nostre proposte. Così troverà un punto di sintesi».
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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