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AUTORICICLAGGIO, ALTRA LEGGE TRUFFA: EVASORI E TRUFFATORI SONO ESCLUSI DAL REATO

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

ALLEGGERITO ANCHE IL FALSO IN BILANCIO, SPARITA LA NORMA INTERCETTAZIONI

E adesso arriva l’autoriclaggio soft.
Quasi un mese dopo la presentazione del pacchetto giustizia nel consiglio dei ministri, diversi quotidiani anticipano l’atteso testo sull’introduzione del nuovo reato, che punisce chi reimpiega in attività  economiche i profitti di un reato che lui stesso ha commesso (oggi il codice penale punisce solo che ricicla soldi altrui).
Ma, appunto, il risultato della consueta mediazione con Ncd e Forza Italia è una norma più morbida del previsto.
E’ pronto un altro testo molto atteso, quello sul falso in bilancio, anche questo però edulcorato e ispirato a grande cautela.
Il testo uscito dal ministero della Giustizia — solo pochi giorni fa il titolare Andrea Orlando smentiva “marce indietro” sul tema — stabilisce che possa essere accusato di autoriciclaggio solo chi investe soldi provenienti da reati che prevedono una pena massima di almeno cinque anni di reclusione.
Di conseguenza, non saranno chiamati a rispondere, se il testo dovesse diventare legge, per esempio i colpevoli di truffa, appropriazione indebita, infedele o omessa dichiarazione dei redditi.
Sono state recepite, insomma, le istanze di chi — non solo dal mondo politico — temeva che il reato di autoriciclaggio potesse diventare una sorta di “seconda punizione” per reati “diffusi” tra imprenditori e colletti bianchi, non necessariamente legati alla criminalità  organizzata.
A sollevare la questione, tra gli altri, era stato proprio un magistrato, il procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi, responsabile del pool per i reati economico finanziari, intervistato da Il Sole 24 Ore, che aveva paventato il pericolo che “il self laundering diventi il corollario di ogni reato economico”.
Ma non tutte le toghe la pensano allo stesso modo, anzi.
Il testo uscito dagli uffici del ministro Orlando di fatto affossa quello studiato per mesi da Francesco Greco, omologo di Rossi alla Procura di Milano, nonchè a suo tempo membro del pool Mani pulite.
Nel suo testo acquisito dalla Commissione finanze della Camera, il limite dei cinque anni non c’è.
Per di più, secondo i retroscena politici, i berluconiani avrebbero premuto su Orlando perchè anche l’autoriciclaggio da corruzione restasse escluso dalla punibilità .
Secondo il Corriere della Sera, anche “i tecnici del ministero dello sviluppo economico” avrebbero costribuito ad ammorbidire il testo.
Cala anche la pena prevista, da due a otto anni di reclusione (e una multa da 5 a 25mila euro), mentre l’ipotesi inizale fissava un minimo di tre anni.
Nell’autoriclaggio soft entra anche un’altra limitazione richiesta nelle ultime settimane dai critici del provvedimento.
La punibilità  riguarda solo il reimpiego di “denaro o altre utilità ” in “attività  economico-finanziarie“, “in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa”.
E non i fondi destinati a “all’utilizzazione e al godimento personale“.
In altre parole, chi per esempio utilizza i proventi di una tangente per comprare una villa o un’auto di lusso non incorre nel reato, perchè, così come è concepita, la legga va a punire l’inquinamento dell’economia sana, quindi per esempio l’apertura di un ristorante o l’acquisto di una quota societaria.
Dal punto di vista pratico, però, c’è chi teme che una distinzione del genere possa diventare oggetto di complicate disquisizioni in tribunale, rendendo più difficile l’applicazione della legge.
Per quanto riguarda il falso in bilancio, da un lato il testo del governo reintroduce la procedibilità  d’ufficio eliminata dal governo Berlusconi nel 2001 con la madre di tutte le leggi ad personam.
Ma restano “salvate” le imprese non quotate in Borsa: anche qui vince il principio di lasciare tranquilla la vasta area grigia dell’economia nostrana.
Per queste ultime, per avviare un’indagine serve una querela da parte “della società , dei soci e dei creditori”.
Per le società  quotate le pene vanno dai due ai sei anni , per le quotate da tre a otto. Ma c’è un’altra rilevante eccezione per i (relativamente) piccoli: se l’entità  del falso in bilancio non supera il 5% dell’utile o non comporta una variazione di patrimonio   netto superiore all’1%, la punibiità  è del tutto esclusa.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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DEMANSIONAMENTO, TELECAMERE E VIA ART 18: ECCO COME SARA’ IL JOBS ACT

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

MANSIONI FLESSIBILI, CONTROLLO DEI LAVORATORI E TUTELE CRESCENTE, SALARIO MINIMO PER I CO.CO.PRO. E REVISIONE DEL NUMERO DEI CONTRATTI

La premessa è d’obbligo. L’emendamento alla legge delega sulla riforma del mercato del lavoro, che sintetizza l’accordo della maggioranza e le intenzioni del governo, è vago, come solo le leggi delega sanno essere.
E così, dell’annunciato contratto a tutele crescenti, che per i nuovi assunti sostituirà  il contratto a tempo indeterminato, non si sa molto, se non che il governo dovrà  normarlo, riscrivendo – su delega del parlamento, appunto – lo Statuto dei Lavoratori.
Sì conoscono però i testi di riferimento del premier, in materia, a cominciare dal lavoro del senatore Pietro Ichino.
Lo stesso vale per il tema delle mansioni, cioè   per quello che sarà  dell’art. 13 dello Statuto dei Lavoratori, dove però si lascia immaginare che le imprese avranno più possibilità  di demansionare, e potranno contare su mansioni più flessibili.
L’iter, comunque, è questo: il Senato dovrà  approvare la legge delega, che ha incassato per ora solo il via libera della commissione Bilancio, con i democratici che hanno votato compatti, nonostante i malumori espressi a mezzo stampa.
Poi la legge dovrà  essere approvata dalla Camera. Solo dopo, il governo, entro sei mesi dall’approvazione, la riempirà  di contenuti, sciogliendo definitivamente tutti i nodi, compresa l’entità  della sospensione dell’art. 18 per i nuovi assunti.
Le deleghe che il governo si farà  assegnare dal parlamento, al netto dei dettagli, annunciano però alcune importanti novità .
Ecco uno schema in costante aggiornamento.
ARTICOLO 18
Maurizio Sacconi è contento. Stefano Fassina dice che quella che ha in mente Renzi è una cosa «di destra». I sindacati pensano allo sciopero generale. Elsa Fornero dice che a lei il Pd ne ha dette di tutti i colori per molto meno. Anche se l’emendamento non cita espressamente l’art.18, in sostanza, il governo avrà  mandato di riformare il contratto a tempo indeterminato, che per ogni nuovo assunto diventerà  il «contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità  di servizio».
Il principio, su cui dovrà  applicarsi il governo è cioè questo: ogni nuovo assunto, sia alla prima esperienza lavorativa o sia un disoccupato che rientra nel mercato del lavoro, non avrà  da subito diritto alle stesse tutele garantite dal precedente contratto a tempo indeterminato, ma le otterrà  gradualmente. Quanto gradualmente,   appunto (e cioè per quando durerà  la sospensione dei diritti) lo dovrà  stabilire il governo.
La sospensione, stando alle dichiarazioni pubbliche dei dirigenti vicino al premier, e alle proposte già  depositate da alcuni deputati del Pd, e dal senatore PIetro Ichino (oggi in Scelta Civica), dovrebbe riguardare anche l’art.18.
DEMANSIONAMENTO
Oggi l’art. 13 dello Statuto dei lavoratori sancisce che «il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria   superiore che abbia successivamente acquisito».
In sostanza, se fai un lavoro per quel lavoro devi esser contrattualizzato e pagato. Il resto è un illecito, sia se si svolge una mansione superiore alla propria qualifica, sia se con una determinata qualifica si viene messi a svolgere una mansione inferiore, vedendo così ugualmente lesi i propri diritti, tra cui quello alla crescita professionale.
Il governo chiede di poter rivedere la   «disciplina delle mansioni, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità  e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento».
SALARIO MINIMO
Rispetto al testo precedente, con il suo emendamento il governo prevede di introdurre «anche in via sperimentale» il compenso orario minimo per le prestazioni di lavoro   subordinato, estendendolo però anche «ai rapporti di lavoro co.co.co., nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro più rappresentativi».
È questo l’unico punto non oggetto di contesa con i sindacati, anche se bisognerà  capire l’entità  del salario minimo, per evitare che possa rappresentare un autogol come è stato nel caso del contratto nazionale giornalistico, che ha visto sì stabilire delle tariffe minime che però, a detta dei precari, hanno solo reso legali paghe troppo basse.
RIORDINO
Anche per garantire l’efficacia del contratto a tutele crescenti, il governo avrà  poi mandato per l’«abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato».
Si deve sfoltire le numerose forme contrattuali, «al fine di eliminare duplicazioni normative e difficoltà  interpretative e applicative». Il governo dovrebbe predisporre «un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro»
TELECAMERE SUL POSTO DI LAVORO
Il governo, si legge nell’emendamento, «tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità  e della riservatezza del lavoratore», avrà  mandato di revisionare la «disciplina dei controlli a distanza» dell’attività  dei lavoratori. Il governo, in sostanza, dovrà  aprire all’uso delle telecamere sui luoghi di lavoro, ad oggi espressamente vietato dallo Statuto, e concessa «previo accordo con le rappresentanze sindacali» solo per garantire la sicurezza o per esigenze produttive.

Luca Sappino

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IL CASTING DI BERLUSCONI: 100 NOMI UNDER 35 PER RIFARE FORZA ITALIA

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

DECISA LA FUSIONE TRA I CLUB E IL PARTITO

Silvio Berlusconi rade al suolo Forza Italia. L’aveva ricostruita dieci mesi fa. Dell’attuale gruppo dirigente resterà  poco o nulla.
Dalle minacce si passa alla fase operativa.
Marcello Fiori dal primo ottobre diventerà  coordinatore del partito, ieri pomeriggio al termine del vertice di Palazzo Grazioli con i responsabili regionali dei club “Forza Silvio”, il leader lo ha incaricato di coordinare la fusione degli stessi club con il partito. Dei parlamentari il capo non vuole più sentir parlare. Tanto meno li vuole vedere. Dall’agenda è sparita la prevista assemblea con i gruppi di Camera e Senato, onorevoli spariti dai radar.
È solo l’inizio. Entro la fine di ottobre a Villa Gernetto saranno presentati i cento giovani sui quali Berlusconi scommette per il rilancio.
Tutti rigorosamente under 35, amministratori, professionisti, giovani imprenditori, comunque «non professionisti della politica».
Sono stati selezionati in gran segreto in queste settimane dal consigliere politico Giovanni Toti, dall’ex sindaco di Pavia (under anche lui) Alessandro Cattaneo, da Deborah Bergamini.
Intanto, da oggi i seimila club Forza Silvio diventeranno altrettanti presidi del partito sul territorio e i venti responsabili locali incontrati ieri da Berlusconi affiancheranno da vice i coordinatori regionali forzisti.
«Inutile, il partito dà  segni di stanchezza, dopo vent’anni aveva bisogno di rinnovarsi » ha spiegato l’ex Cavaliere piuttosto motivato al pranzo nella residenza romana con Giovanni Toti, lo stesso Marcello Fiori, la responsabile comunicazione Bergamini.
La missione, come ripeterà  poi nel pomeriggio ai giovani e sconosciuti responsabili dei club, è semplice: «La gente non ne può più della vecchia politica, se vogliamo riconquistarla dobbiamo aiutarla, fornire servizi».
È la politica dei club, appunto.
Appuntamento a breve a Villa Gernetto.
Ma chi sono? Che fanno? Da dove vengono questi ragazzi?
I talent scout giurano che nella selezione l’aspetto estetico non ha influito, ma certo vanta una presenza destinata a bucare il video Andrea Romizi, 35 anni, neo sindaco di Perugia, come Mariachiara Fornasari, avvocato, trentenne, coordinatrice forzista di Brescia. Federica De Benedetto, a dispetto dei suoi 29 anni ha conquistato 20 mila preferenze alle Europee nella circoscrizione Sud, dove Maria Tripodi, anni 32, di preferenze ne ha raggranellati quasi 16 mila.
Carlo Bagnasco, classe ’77, è sindaco di Rapallo, il suo collega Giacomo Massa primo cittadino di Gottolengo, provincia di Brescia, di anni ne ha addirittura 28, professione: studente.
Ma è un trentenne anche Pietro Tatarella, neo capogruppo al Comune di Milano e Giorgio Silli, assessore a Prato e già  responsabile nazionale Immigrazione.
Ma l’elenco è lungo. Ha 35 anni il sindaco di Avola in Sicilia, Luca Cannata, Christian Leccese, imprenditore e vicesindaco di Gaeta ha 33 anni, è coordinatore dei club Forza Silvio del Lazio.
Lo è della Campania il trentenne Pietro Smarrazzo, 38 invece Stefano Balloch sindaco di Cividale del Friuli, a capo dei club di quella regione, e poi Pietro Spizzirri, 32 anni calabrese.
Nella magic list com- paiono anche gli intraprendenti fratelli Luca e Andrea Zappacosta con la loro Azzurra libertà  (1200 giovani iscritti) promotori di una manifestazione di partito giovedì a Perugia.
Tutto è in movimento. Atmosfera tetra tra i deputati forzisti ieri in Transatlantico. Tanto più che Berlusconi lancia segnali sempre più concilianti verso Renzi: «Per lui il momento è delicato, il Pd rischia di implodere, D’Alema e Bersani sono tornati, se la riforma del lavoro ci convince, la votiamo» raccontava preoccupato all’incontro coi club.
Francesca Pascale, a La7, ieri sera non era da meno: «Di Renzi non diciamo, speriamo…».

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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CONSULTA: BRUNO AFFONDATO, VIOLANTE RESTA A GALLA

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

FUMATA NERA NUMERO 14…. FORZA ITALIA RINUNCERà€ ALL’INDAGATO, PRONTO PANIZ

Ennesima porta in faccia. Nuova una fumata nera. La quattordicesima. Questa volta tramite scheda bianca.
Così ieri Partito democratico, Forza Italia, Nuovo centrodestra e Scelta civica hanno votato nella seduta comune del Parlamento per eleggere i due giudici mancanti della Corte costituzionale.
Un modo per prendere tempo e per preservare ancora i due candidati, Donato Bruno e Luciano Violante.
Ma se il primo viene dato già  per morto, il secondo invece potrebbe ancora farcela. “In questi giorni continuo a parlare solo del tempo, sono diventato un grande meteorologo. Ma se volete che parli d’altro, posso dirvi qualcosa anche sul Toro”, osserva Violante, senza sbilanciarsi in nessun modo, tranne che sulla sua fede granata.     La partita, però, si è complicata parecchio.
E la luce in fondo al tunnel sembra ancora lontana.
Dopo la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati a Isernia del senatore azzurro, infatti, l’intenzione del Pd è quella di salvare il soldato Violante, ovvero fare in modo che l’ex magistrato non finisca inghiottito nel gorgo che sta sommergendo Bruno.
Fino a ieri i due viaggiavano a braccetto. Con il destino dell’uno legato a quello dell’altro. E Forza Italia a mandare chiari segnali che, se fosse caduto Bruno, anche il Pd avrebbe dovuto indicare un altro candidato.
Ora però la situazione è cambiata. Violante potrebbe farcela anche senza Bruno.
Il prossimo voto è previsto per martedì 30. Dal partito berlusconiano fanno sapere che in questi giorni Bruno, o per lui l’avvocato Franco Coppi, andrà  a Isernia per avere conferma dell’indagine.
E a quel punto potrebbe essere lo stesso forzista a fare un passo indietro.
Nel frattempo, per facilitare le cose, sono stati eletti i due giudici mancanti del Csm. Sono Pierantonio Zanettin, area Forza Italia, con 525 voti, e Paola Balducci, area Sel, con 521.
In questo modo la partita del Csm è stata sganciata da quella della Consulta. Sulla quale si è deciso di prendere tempo.
La scusa è perfetta: oggi 25 parlamentari saranno a New York per una missione Onu. Quindi meglio soprassedere per una settimana.
E dare tempo ai partiti di trovare la quadra.     “Auspichiamo un esito positivo per martedì prossimo”, recita la nota congiunta di Pietro Grasso e Laura Boldrini.
La sensazione è che, se il Pd è intenzionato a fare le barricate su Violante, Forza Italia sembra meno disposta a immolarsi per Bruno.
“Siamo soddisfatti per l’elezione dei due giudici del Csm, recependo così l’invito di Napolitano. Ora il Csm può lavorare”, afferma Paolo Romani, che ieri, insieme a Denis Verdini, ha incontrato Lorenzo Guerini, Luigi Zanda e Roberto Speranza. “Nelle prossime ore Bruno verificherà  l’esistenza o meno dell’indagine nei suoi confronti. Se non c’è nulla, come credo, si va avanti con questo ticket e il Pd non avrà  più scuse per mettere veti sul nostro candidato. In caso contrario, sarà  lo stesso Bruno a fare un passo indietro”, spiega Romani.
Insomma, il caso Bruno verrà  risolto da Bruno stesso.
Romani, però, non chiarisce se in tal caso Violante potrà  essere eletto lo stesso insieme a un altro candidato di Forza Italia.
Dunque, mentre Violante continua a galleggiare, Bruno sembra già  affondato. Resta solo da vedere se il senatore azzurro si trascinerà  dietro l’ex magistrato. “Violante è sopravvissuto al passo indietro di Catricalà  e resisterà  anche a quello di Bruno, ma oggi (ieri, ndr) abbiamo fatto bene a proteggerli votando scheda bianca.
Vedremo martedì, anche se su questa partita sembra giochino altre vicende”, osserva il deputato democratico Giacomo Portas.
La pensa così anche Augusto Minzolini. “Ormai questa elezione è diventata la cartina di tornasole su cui si riverberano altre fibrillazioni, a partire da quella della minoranza del Pd contro il Job act. E il rinvio di una settimana indebolisce entrambe le candidature”, afferma il senatore azzurro.
Bruno, da parte sua, ostenta sicurezza. “Sono ancora in campo”, dice ai colleghi a Palazzo Madama.
Mentre Speranza a Montecitorio blinda Violante. “Il nostro candidato è e continuerà  a essere lui”.
Da ieri, però, si è aperta una settimana di trattative febbrili. E se sul caso Consulta si scaricano altre tensioni, è anche vero che il braccio di ferro sulla Corte     potrebbe complicare la vita al     cammino del governo Renzi.
In panchina, intanto, si scaldano anche altri giocatori.
Su quella azzurra è tornato in pista Maurizio Paniz, su cui potrebbero convergere i voti della Lega.
Mentre su quella democrat ci sono Augusto Barbera e Stefano Ceccanti.
Su Violante, intanto, il Pd incassa il via libera di Sel, dopo che i voti democratici sono stati decisivi per l’elezione al Csm dell’ex verde Balducci.

Gianluca Roselli

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PATTO DEL NAZARENO, IL “CORRIERE DELLA SERA”: “ODORE DI MASSONERIA, SIANO PUBBLICI I CONTENUTI”

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

FERRUCCIO DE BORTOLI ESPRIME UN GIUDIZIO NETTO SUL PREMIER E SULLA “DISARMANTE” SQUADRA DI GOVERNO

Una squadra di governo “in qualche caso di una debolezza disarmante“, in cui “la competenza appare un criterio secondario“, composta da ministri “scelti per non fare ombra al premier”.
Ma sopratutto un patto del Nazareno che eleggerà  il nuovo capo dello Stato e che è in “odore di massoneria“.
Nel giorno in cui il Corriere della Sera lancia il restyling della versione cartacea, il direttore Ferruccio De Bortoli esprime un giudizio netto sul premier, sul suo operato e sull’accordo alla base delle riforme istituzionali stretto con Silvio Berlusconi.
Il direttore affida il proprio pensiero all’editoriale che inaugura il nuovo corso grafico, un editoriale in cui l’eleganza delle espressioni non nasconde un giudizio negativo sulla scelta dei ministri e il modo in cui Matteo Renzi concepisce e affronta il proprio mandato.
La sentenza è contenuta nelle prime battute dell’articolo: “Devo essere sincero: Renzi non mi convince“, esordisce De Bortoli che ha avverte il premier: “Se vorrà  veramente cambiare verso a questo Paese dovrà  guardarsi dal più temibile dei suoi nemici: se stesso”.
Perchè se è vero che “una personalità  egocentrica è irrinunciabile per un leader”, quella del presidente del Consiglio “è ipertrofica”.
E non tanto questione di personalità , quanto di contenuti: la sua “muscolarità  tradisce a volte la debolezza delle idee, la superficialità  degli slogan”.
Perchè “l’oratoria del premier è straordinaria, nondimeno il fascino che emana stinge facilmente nel fastidio se la comunicazione, pur brillante, è fine a se stessa” e “un profluvio di tweet non annulla la fatica di scrivere un buon decreto”.
”In Europa — avverte il direttore del Corriere — meno inclini di noi a scambiare la simpatia e la parlantina per strumenti di governo, se ne sono già  accorti”.
I tratti della personalità  del presidente del Consiglio non sono il suo unico limite. Secondo il direttore del quotidiano di via Solferino, a pesare negativamente è la composizione della squadra di governo, infarcita di fedelissimi e composta in base al criterio della toscanità : “Renzi ha energia leonina, tuttavia non può pensare di far tutto da solo. La sua squadra di governo è in qualche caso di una debolezza disarmante. Si faranno, si dice. Il sospetto diffuso è che alcuni ministri siano stati scelti per non far ombra al premier. La competenza appare un criterio secondario.
Circondarsi di forze giovanili è un grande merito — continua De Bortoli — lo è meno se la fedeltà  (diversa dalla lealtà ) fa premio sulla preparazione, sulla conoscenza dei dossier. E se addirittura a prevalere è la toscanità , il dubbio è fondato“.
Una gestione applicata anche al Partito Democratico: “Le controfigure renziane abbondano anche nella nuova segreteria del Pd, quasi un partito personale, simile a quello del suo antico rivale, l’ex Cavaliere”.
Ma “l’interrogativo più spinoso”, come lo chiama De Bortoli, sorge qualche riga dopo: “Il patto del Nazareno finirà  per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria”.
De Bortoli parla di “sospetti”, ma l’accusa è netta e il giudizio impietoso: alla vigilia dei decisivi passaggi parlamentari delle riforme costituzionali e della legge elettorale che costituiranno il nuovo architrave istituzionale dello Stato, il direttore del Corriere punta i fari contro le molte contraddizioni alla base dell’accordo tra il Partito Democratico e Forza Italia.
Un termine forte “massoneria”, difficilmente usato da De Bortoli soltanto per indicare la natura segreta dell’accordo.
Un patto che, è il secondo interrogativo sollevato, riguarderebbe anche la televisione pubblica, primo produttore culturale del Paese, storicamente al centro degli interessi della politica e ora oggetto di un’intesa dai contenuto opachi tra il capo del governo e quel Silvio Berlusconi già  padrone incontrastato dell’offerta televisiva privata.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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RENZI FA PURE IL BUTTAFUORI: “JOBS ACT O NON VI RICANDIDO”

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

IN GITA NEGLI USA, IL MOLESTATORE SERIALE ORA MINACCIA PURE I DISSIDENTI DEL SUO PARTITO

“Il Partito democratico non caccia nessuno. Diciamo che chi dovesse dire no alla riforma del lavoro risponderà  davanti agli elettori di non voler bene alla ditta”.
Così ragionano gli uomini del premier (e il vocabolo scelto per indicare il Pd non è puramente casuale, a proposito di appropriazioni) mentre le minoranze sono sul piede di guerra.
Fanno riunioni su riunioni, presentano emendamenti alla legge delega sul lavoro, chiedono incontri, provano a mettere i puntini sulle i.
In testa Bersani, che affonda: “Renzi governa con il mio 25%: mi va bene, non chiedo riconoscenza, ma rispetto”.
Renzi e i suoi, però, tirano diritti. Fino alla minaccia finale: “Mettiamo che ci fosse un numero tale di no da mettere in discussione il governo. Mettiamo che si arrivasse a far cadere la legislatura: chi ne è responsabile certo non può pensare di essere ripresentato”.
Con le liste bloccate previste dall’Italicum, certo. Ma con il proporzionalissimo Consultellum in vigore?
“Le liste vanno votate dalla Direzione”, chiarisce un renziano. E in direzione — manco a dirlo — il segretario-premier ha la maggioranza assoluta. Per ora le quotazioni di una rottura finale vengono date al 10-12%.
Un margine di rischio evidentemente c’è. Il voto in Senato è stato spostato alla settimana prossima (dopo la direzione prevista per lunedì).
Le larghe intese con Berlusconi o la fine della legislatura le minacce di Renzi più o meno velate sul piatto, nel caso che la legge delega dovesse passare grazie ai voti determinanti di Forza Italia.
Intanto, c’è una settimana di trattativa.
La giornata di ieri era iniziata con un’assemblea dei senatori del Pd, con il ministro del Lavoro Poletti e il responsabile economico del partito, Taddei.
Segnali di apertura (condizionata e poco chiara) dal governo. Sulla possibilità  di reintegra per un lavoratore licenziato per motivi illegittimi “ci sono soluzioni aperte”, dice Poletti.
Il gruppo non vota. La giornata è lunga.
Alle 12 alla Camera si riuniscono i capi delle sotto-correnti del partito. Ovvero leader (o aspiranti tali) delle minoranze che marciano “divise e invise” (copyright di un renzianissimo).
Ci sono Pippo Civati, poi Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre per Area Riformista (non a caso non c’è il capogruppo, Speranza, che a rompere con Renzi non ci pensa neanche).
C’è Gianni Cuperlo (che ha fondato Sinistra Dem). E poi Rosy Bindi, Francesco Boccia (ex lettiano), Franco Monaco (prodiano).
Insieme nel nome dell’anti-renzismo. Sull’articolo 18 si consuma la battaglia finale: da una parte la sinistra del partito gioca la sua ultima battaglia riconoscibile; dall’altra Renzi ci tiene, da una parte, ad offrire a Europa e imprenditori stranieri la sua eliminazione, dall’altra ha un gusto particolare ad asfaltare anche questo simbolo.
Parla la Serracchiani: “Per come conosco io Renzi credo non accetterà  diritti di veto da parte di nessuno. Nel metodo la ‘ditta’ ha le sue regole che funzionano allo stesso modo, indipendentemente da chi è in maggioranza: quando eravamo minoranza, le abbiamo accettate”.     Dalla riunione della mattina arriva l’indicazione per 7 emendamenti, firmati da circa 40 senatori. Ci sono bersaniani, ma anche civiatiani i “dissidenti” della riforma del Senato, da Chiti, a Mineo, da Tocci e Mucchetti .
Il più importante, quello che chiede l’articolo 18 dopo tre anni di assunzione.
Cruciale la richiesta che arrivino prima le misure per rinforzare gli ammortizzatori sociali e rendere efficienti i centri per l’impiego.
Ma i 40 firmatari sono pronti a tradursi in 40 voti contrari? Difficile dirlo, anche se per mandare sotto il governo (senza il soccorso azzurro) ne servono molti meno (la maggioranza dispone di circa 12 voti di vantaggio).
Il governo pensa a una mediazione. Per ora, il punto di caduta possibile potrebbe essere quello di rendere possibile il reintegro dopo 10 anni di assunzione. Un po’ poco.
Magari col passar dei giorni l’asticella scenderà .
Mentre i renziani continuano a mandare segnali di fuoco, Fassina e D’Attorre hanno chiesto una riunione col premier prima della direzione. Poi, ieri sera, a Montecitorio, l’Assemblea di Area riformista: un centinaio di parlamentari, big compresi.
Anche chi c’era parla di “tanta buona volontà , ma nessun guizzo”.
E nessuna strategia su come gestire lo scontro con Renzi. Aveva detto Bersani: “Leggo che starei lavorando per chissà  quale piano. A Renzi e agli altri dico, state sereni, ma veramente”.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PALAZZO PIGI (BATTISTA)

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

IL TUTTOLOGO DEL “CORRIERE” CHE E’ CADUTO NELLA TRAPPOLA DELL’AMMISSIBILITA’ DEL RICORSO DI SILVIO ALLA CORTE EUROPEA

Ora che s’è scoperto che la Corte europea dei diritti dell’uomo non ha mai dichiarato ammissibile uno dei ricorsi presentati da B. contro la sua condanna definitiva al processo Mediaset, il pensiero corre affettuoso e solidale a Pierluigi Battista.
Stiamo parlando, l’avrete capito, del tuttologo del nulla che pontifica sul Corriere e nei talk show su tutto lo scibile umano, dalla politica alla giustizia, dagli interni agli esteri, dalla cronaca nera alla botanica, con la medesima enciclopedica incompetenza. Venerdì scorso, non appena l’on. avv. Niccolò Ghedini ha comunicato che “la Cedu esaminerà  il ricorso sulla violazione del giusto processo”, Battista non s’è limitato, come ha fatto il quotidiano che pietosamente ospita i suoi scritti, a registrare la versione del legale di B.
No, è subito partito in tromba, senza por tempo in mezzo.
Non, ci mancherebbe, a chiamare qualcuno e verificare la notizia.
Ma a prenderla per buona, senza peraltro capirla, e a commentarla di getto, sulle ali dell’entusiasmo: “Non erano manifestamente infondate le doglianze di Berlusconi sui modi con cui si era arrivati alla sua sentenza”.
Non specificava quali sarebbero “i modi” e che cos’avessero di strano, anche perchè sono gli stessi che toccano ogni giorno a milioni di imputati: solo un po’ più tardivi del solito, grazie a una trentina di leggi ad personam nel frattempo confezionate da B. Dettagli.
“Per il condannato Berlusconi è indubbiamente una vittoria morale”. Ecco, morale.
E “non ammetterlo non sarebbe onesto”. No che non lo sarebbe.
E “sarebbe poco onesto non riconoscere che per la giustizia italiana si è scritta in Europa una brutta pagina”. Ma certo: condannare un frodatore fiscale per frode fiscale, che orrore.
“Una giustizia orgogliosa e sicura di sè non dovrebbe nemmeno essere sfiorata dal sospetto di avere anche solo marginalmente violato i diritti di un cittadino”. Giusto, nemmeno marginalmente.
“Oggi appare meno limpido il tono perentorio con cui si è decisa la decadenza di Berlusconi dal Senato in applicazione restrittiva della legge Severino”.     Già : la Severino stabilisce la decadenza automatica dei condannati sopra i 2 anni e B. ne aveva presi 4, però era chiaro che quel tono perentorio e restrittivo (decaduto e basta, così, ex abrupto, mentre si poteva farlo decadere solo un pochino, un giorno sì e uno no, o magari a ore alterne) nascondeva qualcosa di losco.
Battista, occhio di lince, l’aveva capito subito. E con lui anche “quel Violante, ironia della storia, la cui candidatura alla Consulta viene in questi giorni sabotata dai franchi tiratori”.
Ma allora ditelo che c’è del marcio in Danimarca. Ora però “la correttezza delle procedure nel corso dell’iter che ha portato alla condanna dev’essere riesaminata”. E che figura ci facciamo?
“La pagina di Strasburgo non è una buona notizia per lo standard ‘civile’ della nostra giustizia”. Ci facciamo sempre riconoscere.
E che ci serva di lezione: “non bisognerebbe mai più sottovalutare gli argomenti di chi si considera vittima di un sopruso giudiziario”.
Tutti innocenti, anche i condannati definitivi: presunzione d’innocenza eterna, anzi “una storia infinita, ma piena di insegnamenti”.
L’altroieri, purtroppo, la storia infinita è finita subito.
La Corte di Strasburgo fa sapere di non aver preso alcuna decisione sui ricorsi di B., neanche sulla loro ammissibilità . Ghedini si era portato un po’ avanti. E Ballista dietro.
Pareva financo conoscere le motivazioni dell’inesistente verdetto: “un passaggio giuridico sorprendente per tutti, forse anche per la difesa di Berlusconi, certamente per chi ha considerato il ricordo come ennesimo espediente dilatorio e ostruzionistico”, insomma: “A Strasburgo dicono che il ricorso di Berlusconi non fosse poi così infondato”.
Sventuratamente non era vero, a Strasburgo non dicono nulla e non han deciso nulla, neppure se sia il caso di decidere qualcosa.
Nella grigia Cedu, si sa, le giornate sono lunghe e noiose, così Ghedini ha deciso di fare uno scherzo, ottenendo l’immediata complicità  dei giudici.
Restava da trovare il pollo che avrebbe abboccato al volo, ma non è stato difficile.
Ora sono tutti lì, dietro il muro, che si sbudellano dalle risate.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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NCD = NON CONOSCONO DECENZA

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

QUATTRO SENATORI DEL PARTITO DI ALFANO VOGLIONO IL VITALIZIO ANCHE IN CASO DI SCIOGLIMENTO ANTICIPATO DELLE CAMERE

Due senatrici e altrettanti senatori del partito senza elettori di Anonimo Alfano hanno presentato un ordine del giorno che per la sua sfacciataggine meriterebbe di essere promosso a ordine del secolo.
Con una prosa strepitosamente democristiana, la banda dei quattro chiede di «valutare l’opportunità  di consentire, in via eccezionale e straordinaria, con una norma di natura transitoria la possibilità …» vabbè, tagliamo corto: vogliono il vitalizio anche in caso di scioglimento anticipato della legislatura.
Il Razzi di Crozza (ma persino quello vero) al confronto è un apprendista.
Dopo lo smascheramento della furbata, il coordinatore del Ncd (Non conoscono decenza) è stato costretto a cascare dal pero e a ritirarla, con l’aria offesa di chi non ne sapeva niente.
Si tratta del professor Quagliariello, uno dei «saggi» di questa Repubblica di sventati. Pare sia rimasto basito davanti a una simile esibizione di sfrontatezza, così lontana dalle abitudini parche e riservate degli alfanoidi.
Deve essergli sfuggito che alla Regione Lombardia un solo partito non ha votato l’abolizione dei vitalizi ai consiglieri: il suo.
Ma torniamo al quartetto delle meraviglie — Esposito, Langella, Chiavaroli e Bianconi — due uomini e due donne, perchè anche la faccia tosta ha diritto alle quote rosa.
In fondo si battono per il benessere e l’avvenire dei loro seguaci: se stessi.
Perchè trovare qualcun altro che li voti, la prossima volta, sarà  dura.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)

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