Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
HA TROVATO LA SOLUZIONE: PER RIDURRE LA DISOCCUPAZIONE, BASTA ELIMINARE I LAVORATORI: 489 MORTI … E LUI PENSA AD ABOLIRE L’ART 18 PER FAR CONTENTI I SALOTTI BUONI DELLA SINISTRA IN AFFARI CON LA FINANZA INTERNAZIONALE
29 settembre: sono 489 i morti per infortuni sui luoghi di lavoro dall’inizio dell’anno +7,1 % rispetto allo stesso giorno del 2013.
Se si aggiungono i “diversamente assicurati” che non appaiono mai nelle statistiche delle morti sul lavoro, tra questi i morti sulle strade, in itinere e di categorie con assicurazioni proprie, diverse dall’INAIL, pensiamo si superano complessivamente i 1.000 morti (stima minima), ma per molte ragioni è impossibile avere un numero certo di vittime sulle strade, soprattutto di lavoratori con partita IVA individuale che muoiono sulle strade e che sono classificati come “morti per incidenti stradali“, mentre invece stavano lavorando o erano in itinere.
Ma le morti sui luoghi di lavoro che segnaliamo sono tutte documentate.
MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO NELLE PROVINCE ITALIANE (vanno almeno raddoppiati se si aggiungono i morti sulle strade e in itinere)
Valle d’Aosta (1 morto) Aosta 1. Piemonte (40 morti) Torino 16, Alessandria 8, Asti 2, Biella 0, Cuneo 10, Novara 3, Verbano-Cusio-Ossola 1, Vercelli. Liguria (8 morti) Genova 5, Imperia 0, La Spezia 1, Savona 1. Lombardia (52 morti) Milano 6, Bergamo 5, Brescia 8, Como 0, Cremona 6, Lecco 0, Lodi 2, Mantova 8, Monza 2, Brianza 1, Pavia 8, Sondrio 2, Varese 4. Trentino-Alto Adige (16 morti) Trento 4, Bolzano 12. Veneto (46 morti) Venezia 9, Belluno 3, Padova‎ 3, Rovigo 4, Treviso 5, Verona 12, Vicenza 7. Friuli-Venezia Giulia (6 morti) Trieste 1, Gorizia 0, Pordenone 2, Udine 3. Emilia-Romagna (43 morti)Bologna 4. Forlì-Cesena 6, Ferrara 6, Modena 5, Parma 7, Piacenza 4, Ravenna 8, Reggio Emilia 2, Rimini 1.Toscana (21 morti) Firenze 2, Arezzo 6, Grosseto 1, Livorno 1, Lucca 2, Massa Carrara 1, Pisa 6, Pistoia 1, Prato 0, Siena 0. Umbria (13 morti) Perugia 8, Terni 5.Marche (15 morti)Ancona 1, Ascoli Piceno 5 (compresi i 4 piloti del Tornado), Fermo 3, Macerata 2, Pesaro-Urbino 3. Lazio (36 morti) Roma 15, Frosinone 3, Latina 4, Rieti 6, Viterbo 8. Abruzzo (22 morti) L’Aquila 7, Chieti 8, Pescara 1, Teramo 6. Molise (7 morti) Campobasso 3, Isernia 4. Campania (31 morti) Napoli 9, Avellino 5, Benevento 4, Caserta 4, Salerno 9. Puglia (30 morti) Bari 13, Brindisi 0, Foggia 3, Lecce 8, Taranto 4. Basilicata (5 morti) Potenza 4, Matera 1. Calabria(14 morti) Catanzaro 3, Cosenza 4, Crotone 1, Reggio Calabria 1, Vibo Valentia 5.Sicilia (36 morti) Palermo 11, Agrigento 4, Caltanissetta 5, Catania 3, Enna 2, Messina 3, Ragusa 1, Siracusa 4, Trapani 3. Sardegna (11 morti) Cagliari 2, Carbonia-Iglesias 2, Medio Campidano 1, Nuoro 2, Ogliastra 1, Olbia-Tempio 0, Oristano 3, Sassari 0.
Quando leggete questa terribile sequenza ricordatevi sempre che se si aggiungono anche i morti sulle strade e in itinere i morti sul lavoro sono almeno il doppio e tante vittime sulle strade muoiono per turni dove si dovrebbe dormire, per orari prolungati e stanchezza accumulata, per lunghi percorsi per andare e tornare dal lavoro.
Non sono segnalati a carico delle province le morti di autotrasportatori sulle autostrade.
Categorie con più morti sul lavoro: Agricoltura 42% sul totale, con il 68% di queste morti causate dal trattore . Edilizia 23,6%. Industria 9,2. Autotrasporto6,2%.
Il 29% di tutti i morti sui luoghi di lavoro ha oltre 60 anni. l’11,25% sono stranieri. Il 50% di tutte le morti sui luoghi di lavoro sono concentrate in 5 regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Lazio.
(da “cadutisullavoro.blogspot.it“)
argomento: Lavoro | Commenta »
Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
ANGELETTI: “RENZI NON CONOSCE NEANCHE LA COSTITUZIONE, SIAMO UN’ORGANIZZAZION DI TENDENZA, NON UN’AZIENDA”
La minoranza del Partito democratico è agguerrita. 
Pier Luigi Bersani concentra in una battuta i “ragionamenti stravaganti” del premier Matteo Renzi, secondo il quale “siccome abbiamo pochi occupati e molti disoccupati, togliamo l’art.18”: “In Germania hanno più occupati, e hanno l’articolo 18. Forse viene il dubbio che non c’entri un tubo l’articolo 18”, dice l’ex segretario ai microfoni di Fabio Volo a Radio DJ.
Per Bersani alla direzione del Partito democratico, in programma oggi alle 17, non ci sarà “alcuna spallata da parte della minoranza” ma la spallata “verrà dai fatti che hanno la testa dura”.
Grande opposizione al premier proviene anche da Matteo Orfini, presidente del partito, che su Twitter scrive: “Non correte, servono robuste correzioni” (al Jobs act, ndr).
Prima della riunione del pomeriggio, durante la quale Renzi presenterà ufficialmente il contenuto del Jobs Act, la minoranza Pd ha convocato una assemblea per fare il punto della situazione.
Attorno a un tavolo si vedranno i leader delle varie correnti, da Cesare Damiano a Pippo Civati, da Rosy Bindi a Gianni Cuperlo.
Prima dell’appuntamento al Nazareno si annunciano anche ulteriori riunioni dei membri della direzione che fanno capo alle diverse componenti, da Area riformista ai Giovani turchi. Tutti in fermento per quello che ha anticipato il premier alla stampa nei giorni scorsi: “Abolirò i contratti precari e l’art. 18”.
Cgil, Cisl e Uil, nell’incontro sui temi del lavoro hanno poi preparato la riunione del 6 ottobre a Roma, alla quale parteciperanno la Ces e tutti i sindacati europei, in vista del vertice dei governi europei sull’occupazione programmato a milano per l’8 ottobre.
“Siamo pronti all’estensione” dell’articolo 18 ai sindacati”. Così il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, arrivando alla sede della Cisl per partecipare all’incontro con i leader di Cisl e Uil sul Jobs act, replica al premier Matteo Renzi, che ieri aveva detto che i sindacati sono l’unica organizzazione con più di 15 dipendenti a non avere l’articolo 18.
“Ora siamo come tutti i partiti, la Chiesa e le organizzazioni di tendenza”, ha aggiunto Camusso.
Secondo la leader Cgil, il premier “ha detto ieri sera una cosa che non era mai stata detta in questo Paese: il punto è la garanzia alle imprese della libertà di licenziare. Questo mi sembra il punto su cui bisogna concentrarci”.
“Si può fare propaganda o fare un ragionamento serio ma – dice ancora Susanna Camusso – non mi pare che ci sia nè nella legge delega nè nelle parole del presidente del Consiglio l’intenzione seria di ridurre il precariato”.
Per Camusso, Renzi “non sa neanche che i co.co.co non esistono più, esistono altre forme di contratto come i voucher, i contratti a progetto, le associazioni in partecipazione”.
Attacchi al premier anche dal leader della Uil, Luigi Angeletti. “Renzi non conosce neanche la Costituzione, noi siamo una organizzazione di tendenza”.
Arrivando all’incontro con gli altri leader sindacali, Angeletti ha poi commentato l’intenzione del premier di ridurre il precariato e di abolire l’articolo 18 per i neoassunti: bisogna agire “senza togliere niente a nessuno ma dando le protezioni a chi non ha niente”.
Quanto all’intenzione di Renzi di parlare della questione articolo 18 direttamente con i lavoratori, il leader della Uil ha liquidato la cosa con una battuta: “Mi immagino voglia parlare con 17 milioni di lavoratori dipendenti, ci vorrà un po’ di tempo visto che non vuole parlare con chi li rappresenta”.
argomento: Lavoro | Commenta »
Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
“INVECE CHE INVOCARE NUOVE REGOLE, GLI IMPRENDITORI RITROVINO IL CORAGGIO DI INVESTIRE”
Dottor Bertelli, lei che guida un grande gruppo come Prada, ritiene che Matteo Renzi abbia fatto bene a mettere in campo la contrapposizione sull’articolo 18?
«Era abbastanza prevedibile che sull’articolo 18 si sarebbe aperta una contesa forte e ora occorre trovare una soluzione. Ma se, come qualcuno dice, l’articolo 18 è diventato un simbolo che in Europa chiedono di togliere in cambio di una maggiore flessibilità sulle regole di bilancio, allora penso che dovremmo andare in questa direzione».
È sicuro che senza articolo 18 si riuscirà ad avere più crescita e più lavoro in Italia?
«Su questo ho miei dubbi, poichè l’articolo 18 riguarda un numero molto limitato di lavoratori. Io credo che invece di invocare nuove regole per il lavoro le imprese dovrebbero puntare di più su sè stesse. Per rimettere in moto la crescita occorre che gli imprenditori ricomincino a investire, trovino il coraggio di conquistare nuovi mercati all’estero mettendo a rischio una parte dei loro capitali».
Ma lo scontro in atto tra le forze politiche sul lavoro rischia di provocare una crisi di governo. Renzi deve andare avanti lo stesso?
«La realtà è che molti politici hanno paura che Renzi riesca a fare le riforme prendendosi tutti i meriti e diventando così troppo forte e troppo autonomo. Ecco perchè il disegno sarebbe quello di fare cadere il governo ma senza andare a elezioni e promuovere un nuovo esecutivo che distribuisca il merito delle riforme su un più ampio spettro politico».
La critica più ricorrente è che il governo abbia messo troppa carne al fuoco e rischia di non portare a casa niente. È così?
«È normale che con tanta carne al fuoco qualche bistecca si brucerà . Ma io dico che per fare le riforme dello Stato occorre lo sforzo di tutti, remando nella stessa direzione, e che queste saranno sicuramente perfettibili.
Anche all’interno del Pd stanno crescendo i malumori.
«Essendo il Pd nato con tante anime diverse, che Bersani e D’Alema siano uniti e che non abbiano la stessa visione di Renzi mi pare abbastanza scontato».
Giovanni Pons
argomento: Lavoro | Commenta »
Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
LA LEGGE ITALIANA NON E’ UN’ANOMALIA: DOSSIER DEL MINISTERO DEL WELFARE…DA NOI PESANO I TEMPI LUNGHI DELLE VERTENZE GIUDIZIARIE
Licenziati e poi reintegrati. 
Accade in Italia, ma anche in tanti altri paesi europei: Austria, Germania, Grecia, Irlanda, Olanda, Portogallo, Svezia e pure in Gran Bretagna, paese del common law.
E il ritorno nel posto di lavoro non è del tutto escluso nemmeno in Francia, Finlandia, Spagna o Lussemburgo, in caso di licenziamento illegittimo.
Insomma la reintegra, come la chiamano i giuslavoristi, «non costituisce un’anomalia tutta italiana».
Così scrivono i ricercatori di “Italia Lavoro”, il braccio operativo del ministero nelle politiche attive per il lavoro, in un dossier, “La flessibilità in uscita in Europa”, che fa un’analisi comparativa dettagliata sulle regole dei licenziamenti individuali e collettivi nei paesi europei.
Ne esce un quadro di tutele piuttosto estese sulla base di un principio sancito nella Carta sociale europea: i lavoratori licenziati senza valido motivo hanno diritto «ad un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione ».
Con il suo reintegro in versione ridotta dopo la legge Fornero (vale per i licenziamenti discriminatori e quelli camuffati da motivi economici) l’Italia è in buona compagnia nel prevedere la possibilità che un lavoratore ingiustamente licenziato possa tornare al proprio posto di lavoro. In genere spetta al giudice (anche questa non è un’anomalia italiana) decidere, ma sono previsti casi di ricorso ad un arbitro per la conciliazione (possibile pure da noi).
Ciò che distingue molto l’Italia dagli altri paesi è, piuttosto, la durata dei procedimenti giudiziari: in media intorno ai due anni contro i quattro-cinque mesi della Germania, stando ad un’indagine dell’Ocse.
È questo che genera incertezza per gli imprenditori. Più che il reintegro in sè, le imprese temono l’incertezza che può condizionare non poco la loro operatività .
Roberto Mania
(da La Repubblica”)
argomento: denuncia | Commenta »
Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
E UNO DEGLI UOMINI PIU’ RICCHI D’ITALIA DIFENDE ANCHE MARINO
Francesco Gaetano Caltagirone si schiera con Matteo Renzi. “Sta mostrando pochissima disponibilità ad essere manipolato, e gli va riconosciuto. È dotato poi di una grande energia e di un forte desiderio di risolvere i problemi. Ed è giusto che non si arrenda a quella continua mediazione tipicamente italiana. A tavola c’è un bicchiere per l’acqua e uno per il vino. Se si mescolano i due liquidi, si ottiene una bevanda assai mediocre. Insomma, l’assidua mediazione è nemica dell’eccellenza. Soprattutto se si tratta non di idee, ma di interessi”.
In un’intervista al Corriere della Sera l’imprenditore, uno degli uomini più ricchi del Paese, patron dell’omonimo gruppo, attivo su diversi fronti dall’edilizia all’editoria (ad esempio Il Messaggero), nonchè vice presidente di Generali Assicurazioni, parla dell’Italia, ma soprattutto della sua città , Roma.
“I mali di Roma fanno parte dei mali d’Italia, e in più Roma ha i mali di Roma”. Caltagirone afferma di “soffrire assistendo alla sua attuale decadenza”, che è questione di lunga durata.
Se La Grande Bellezza è “un gran film” su Roma, la bellezza “non basta per una città contemporanea”.
Per Caltagirone “io posso avere la più bella Ferrari del mondo, ma senza carburante non mi serve a niente. Roma è sicuramente la più bella città del pianeta, ma oggi le manca il carburante. Un tempo era per esempio la sede dell’Iri, dell’Ina, della Stet, della terza banca italiana, cioè il Banco di Roma. Oggi Roma ha meno banche di una capitale di un piccolo Paese, come Lisbona o Atene”.
L’imprenditore osserva a Roma da un lato “la fine di una cultura industriale” e dall’altra “la riduzione del peso dello Stato centrale, della devoluzione di molte mansioni alle Regioni e l’emigrazione di grandi realtà fuori Roma forse non difesa abbastanza dai precedenti sindaci. Meglio Milano — aggiunge Caltagirone — al declino dell’industria ha risposto attirando terziario e servizi. Applausi”.
Caltagirone non affonda la sua critica nei confronti del sindaco Ignazio Marino.
“Quando seppi di Marino, mi sembrò l’ennesima scelta verticistica di un partito che mandava lì un proprio uomo per poterlo manovrare. Non è stato così”.
Questo perchè sebbene lo abbiano chiamato “il Marziano a Roma”, conoscendolo “non è certo un marziano. Penso — prosegue — che possa rappresentare un valore per Roma se continuerà con la sua indisponibilità a essere manovrato, se si circonderà di persone di livello che ha cominciato a fare. Sono insomma convinto che possa contribuire a moralizzare questa città , per togliere di mezzo le famose incrostazioni, dalle piccole ai grandi sistemi”.
Non apprezza tuttavia la scelta di pedonalizzare i Fori Imperiali: anzi, si dice “dispiaciuto”, perchè “poter passare ogni giorno di fronte alle radici stesse della città e di una così grande civiltà sprona a grandi cose e ne mantiene un legame vivo, attuale”.
(da “Huffingtonpost“)
argomento: economia | Commenta »
Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
BERSANI: “NON CI SARA’ NESSUNA SCISSIONE”… CAMUSSO: “STAVOLTA RENZI PERDERA'”
Renzi «stia sereno», il rischio di scissione «non esiste proprio», dice Pier Luigi Bersani. 
«Una mediazione si può fare, è solo una questione di volontà politica», scrive Cesare Damiano.
Sembrano rassicuranti le dichiarazioni dei principali esponenti della minoranza Pd in vista della Direzione sul Jobs Act, oggi alle 17 in diretta streaming.
Ma l’opposizione interna non ha alcuna intenzione di accontentarsi del reintegro del lavoratore nel solo caso del licenziamento discriminatorio
Norma che neanche ci sarebbe bisogno di scrivere, sottolineano in coro i sindacati: è già nella Costituzione.
E anche nella «Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea», ricorda Stefano Fassina, aggiungendo che neanche l’affidamento dei licenziamenti impugnati a un arbitro piuttosto che a un giudice può essere un compromesso accettabile.
«Chi ha responsabilità di dirigere deve cercare una sintesi», insiste Bersani, chiarendo che non accetterà «prendere o lasciare sull’articolo 18» e tanto meno «uno slittamento di destra nel merito dei problemi»
Dalla parte opposta il leader Ncd Angelino Alfano, che nel programma di Maria Latella “L’Intervista”, su SkyTg24, taglia corto: «Renzi sta proponendo delle cose giustissime. Io non voglio giocare al rilancio, ma la riforma del lavoro dovremmo farla subito e per decreto».
I sindacati stamane si riuniscono per cercare una posizione comune nella battaglia a tutela dell’art.18.
Battaglia che ha concrete possibilità di successo, dice la leader della Cgil Susanna Camusso: «Credo che ne abbiamo, perchè credo che il Paese ne abbia bisogno», risponde a Lucia Annunziata nel programma “In mezz’ora” su RaiTre.
La Cgil fa asse con la Fiom di Maurizio Landini: tutti pronti, se serve, per lo sciopero generale.
Mentre il leader della Uil Luigi Angeletti suggerisce a Renzi, per uniformare le tutele sul lavoro, di «non togliere niente a nessuno e dare a quelli che non hanno».
Rosaria Amato
(da “La Repubblica”)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI SI VENDE PURE IL TFR COME SE I SOLDI FOSSERO SUOI
“Cancelleremo i cococo, i cocopro, i coccodè e tutto quello che è stato il precariato in questi anni, daremo contratti con più diritti e chi vuole avere un figlio avrà le stesse tutele degli altri”.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi usa il salotto di Fabio Fazio su Rai3, a Che tempo che fa, per sparare le ultime cartucce: oggi la direzione del Partito democratico, mercoledì torna in aula al Senato il Jobs Act.
La linea è chiara: a parole nessun compromesso con la minoranza del partito, nessuna soluzione intermedia come quelle circolate in queste settimane.
I dissidenti del Pd sono battaglieri ma prudenti. L’ex segretario Pier Luigi Bersani nega l’ipotesi di scissioni, ma lo fa con una formula minacciosa: “Stia tranquillo, Renzi, stia sereno”.
E quando Renzi twittò #Enricostaisereno, sappiamo che fine ha fatto il governo di Enrico Letta pochi giorni dopo.
Dal Corriere della Sera Massimo D’Alema lamenta che il premier concorda le riforme soltanto con la “vecchia guardia del centrodestra” di Silvio Berlusconi e Denis Verdini e poi impone quegli accordi al partito “con il metodo del centralismo democratico”.
Il premier è determinato a procedere come uno schiacchiasassi, sa che sostituire i contratti precari con un contratto unico a tutele crescenti privo di articolo 18 (i licenziati senza giusta causa possono sperare solo in un risarcimento ma non nel reintegro al loro posto, a meno che non ci sia stata discriminazione) serve a lanciare un messaggio simbolico alla finanza internazionale.
Erik Nielsen, il capo economista di Unicredit, nella sua nota domenicale scrive: “L’Italia è indietro rispetto ad altri Paesi che hanno implementato buoni compromessi di riforme, ma si prepara a recuperare il tempo perduto”.
Lo schema è questo: dimostrare forza e controllo piegando le resistenze sull’articolo 18 e poi ottenere dall’Europa margini di manovra per riformare gli ammortizzatori sociali.
Il premier ha capito che nella comunicazione deve abbinare i due messaggi: aboliamo l’articolo 18 per aiutare le imprese ma aboliamo anche i contratti precari, rendendo tutti precari.
Simona Bonafè in tv arriva a dire che il Pd può fare quello che vuole perchè ha preso “il 48 per cento” (in realtà il 40,8, e nei sondaggi l’intervento sull’articolo 18 non è molto popolare, è contrario il 65 per cento degli italiani, secondo Ixè).
Angelino Alfano, ministro dell’Interno e leader di Ncd, per creare un po’ di scompiglio invoca il decreto legge — che spaccherebbe il Pd — mentre il sindacato prova a dare segni di vita.
A In mezz’ora di Lucia Annunziata su Rai3 Susanna Camusso, della Cgil, ammette però di non riuscire neppure a parlare con il premier: quando gli telefona “ci sono sempre segretarie molto gentili che rispondono” e lui invece di richiamare risponde via lettera.
Il lavoro è il punto politicamente più delicato, ma la legge di stabilità non sarà da meno.
Renzi conferma una misura su cui erano circolate indiscrezioni nei giorni scorsi: la possibilità di mettere parte del Tfr, il trattamento di fine rapporto, in busta paga.
Per come lo accena il premier, funzionerà così: le banche prendono i prestiti straordinari dalla Bce, sono incentivate (o costrette) a darli alle imprese che, a quel punto, avendo liquidità possono rinunciare a parte di quel prestito mascherato dal lavoratore che è il Tfr.
E chi vuole potrà averne subito una parte da spendere. Così saliranno i consumi.
Ma la misura è complessa e i numeri ancora incerti.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano)
argomento: Renzi | Commenta »
Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
E NELL’ESCLUSIVA SINGULARITY UNIVERSITY CHI C’ERA TRA GLI ORATORI? LA FIGLIA DEL LOBBISTA BISIGNANI
Un paio di amici che lavorano in una delle famose start-up della Silicon Valley — peraltro non
molto sospettabili di essere gufi, rosiconi o anziani dalemiani — mi hanno fatto notare un po’ incazzati due cosette sulla recente visita di Renzi in zona che, in effetti, mi erano sfuggite e che forse vale la pena di condividere.
La prima è che il premier — a San Francisco per parlare alla comunità dei geek e per portare investimenti in Italia — ha snobbato centri come l’Università della Californa di San Francisco e Berkeley (andando a Stanford solo per una cena esclusiva).
In particolare ha stupito il bidone a Berkeley, un’università pubblica, da sempre nelle primissime posizioni del ranking mondiale, che forse avrebbe reso bene il messaggio di un ateneo non privato che funziona.
Renzi ha scelto invece di incontrare i ricercatori alla Singularity University, una piccola università privata, molto costosa e che non rappresenta granchè la realtà della ricerca.
Insomma, un’ovattata bomboniera per ricchi.
Poi Renzi ha fatto sapere dagli Stati Uniti che vorrebbe “importare il modello universitario americano”: anche qui, non esattamente un esempio e un messaggio d’amore per le pari opportunità per chi proviene dai gradini più bassi della piramide sociale, ecco.
By the way, alla Singularity, tra gli oratori selezionati, c’era un’allieva d’eccezione, Lucrezia Bisignani, figlia del potente lobbista Luigi: cosa di cui la ragazza non ha ovviamente alcuna responsabilità — ci mancherebbe — ma anche questa scelta non è stata esattamente un messaggio di chi ci tiene far emergere i ‘venuti dal nulla’ sui ‘nati bene’, ecco.
E lasciamo stare che il giorno dopo Luigi sia scagliato contro Della Valle e per Renzi, nella nota rissa dei salotti nostrani, che naturalmente non c’entra niente, almeno si spera.
(“da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it”)
argomento: denuncia | Commenta »
Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
CON LA RIFORMA FORNERO E’ GIA’ POSSIBILE ALLONTANARE I DIPENDENTI PER MOTIVI ECONOMICI.. TRA ACCORDI, RINUNCE E PROCESSI, ALLA FINE LA MAGGIOR PARTE DEI LAVORATORI SCEGLIE L’INDENNITA‘
«L’articolo 18? Stiamo discutendo di un tema che riguarda 3mila persone l’anno in un Paese che ha 60 milioni di abitanti», ha detto nei giorni scorsi il premier Matteo Renzi.
Si sbaglia: secondo i dati ufficiali del ministero del Lavoro, solo nel gennaio-giugno 2014 ha riguardato 8537 persone.
Potrebbero essere 15-16 mila per l’intero anno in corso.
Pochi, tanti? Noi abbiamo cercato di rispondere alla seguente domanda: quante persone vengono effettivamente licenziate per «giustificato motivo oggettivo» (sono i cosiddetti «licenziamenti economici» di cui si sta discutendo) nelle aziende con oltre 15 dipendenti? La risposta esatta a questa domanda è impossibile darla, per una serie di paradossi legislativi, amministrativi e statistici.
Consultando gli unici dati disponibili, quelli del ministero del Lavoro, possiamo dire soltanto che dall’agosto del 2012 (data di entrata in vigore della riforma Fornero del mercato del lavoro) fino al giugno 2014, 39.405 lavoratori sono passati per i meccanismi giudiziari previsti dalla legge.
Tanti sono i lavoratori che hanno ricevuto la comunicazione del loro datore di lavoro di volerli licenziare.
Non siamo in grado di dire esattamente quanti di costoro abbiano perso il posto: ragionevolmente, si può stimare che almeno tre su quattro (dunque 30 mila circa) alla fine abbiano lasciato la vecchia azienda in cambio di una somma di danaro.
Facciamo un passo indietro.
La riforma Fornero del 2012 ha già intaccato in modo significativo l’articolo 18, rendendo possibile (ad alcune condizioni) il licenziamento individuale in una azienda con più di 15 dipendenti.
Ricordiamo anche che il licenziamento senza reintegro è possibile anche per «giusta causa» (se il dipendente ruba) e per «giustificato motivo soggettivo (se non lavora).
E ci sono i licenziamenti collettivi in caso di crisi aziendale.
Quando un datore di lavoro vuole fare un «licenziamento economico», in base alla legge deve avviare una procedura obbligatoria di conciliazione presso la direzione provinciale del Lavoro.
Se l’ufficio non risponde in sette giorni il licenziamento è valido (è successo a 490 persone nel primo semestre 2014).
Questo tentativo di conciliazione può sfociare in una causa giudiziaria se le parti non si mettono d’accordo (2563 su 8047 sempre nel primo semestre).
Oppure in un accordo (4310 situazioni): il lavoratore accetta dei soldi e se ne va (la stragrande maggioranza dei casi) o l’azienda rinuncia al licenziamento (solo 428 casi).
In conclusione, certamente degli 8537 lavoratori «pre-licenziati» nei primi sei mesi dell’anno, 4372 hanno finito per perdere il posto.
A parte 1174 casi indicati misteriosamente come «altro», del destino dei 2563 andati in tribunale non sapremo mai esattamente nulla.
Perchè, come spiegano gli esperti, per una strana dimenticanza non è stato assegnato un «codice amministrativo» a questo tipo di cause.
Che dunque non sono rilevate statisticamente.
Secondo le rilevazioni della Cgil, considerate attendibili, nel 2013 nell’80-90% il giudice avrebbe dato ragione al lavoratore, reintegrandolo nel posto di lavoro.
Ma due terzi dei lavoratori reintegrati avrebbe scelto comunque di lasciare il vecchio posto in cambio di un’indennità , maggiore di quella che avrebbe spuntato inizialmente. Gli scarni dati disponibili consentono di sviluppare alcune considerazioni.
Si conferma che in testa alla classifica delle «comunicazioni obbligatorie» ci sono le Regioni dove maggiore è l’attività economica, come la Lombardia, il Lazio e il Veneto. Come fa notare l’ex sindacalista e parlamentare Giuliano Cazzola – sulla base di un recentissimo documento dell’Isfol – «appena approvata la riforma Fornero c’è stata da parte dei datori di lavoro più fortemente motivati a licenziare una immediata attivazione. Questo, insieme alla forte crisi congiunturale a cavallo tra 2012 e inizio 2013, ha fatto sì che inizialmente i numeri dei licenziamenti economici siano stati più importanti».
Alla fine quasi 40 mila casi di avviato licenziamento nelle imprese con più di 15 dipendenti in 24 mesi (se il trend sarà costante, potrebbero essere 17 mila nel 2014) non sono obiettivamente moltissimi.
Ma neanche così pochi, dicono in casa Cgil.
Primo, perchè non sarà mai possibile misurare (finiranno nell’elenco delle «dimissioni volontarie») tutte le situazioni in cui il lavoratore, informato più o meno garbatamente della volontà del suo datore di lavoro di licenziarlo in cambio di soldi, accetta l’assegno e si licenzia.
Dunque, dicono i sindacalisti, anche con l’articolo 18 riveduto e corretto da Elsa Fornero, i licenziamenti individuali con indennizzo (tra quelli «nascosti» e quelli ufficializzati con la comunicazione) esistono eccome.
Togliere il potere deterrente dell’articolo 18 servirà solo a diminuire l’importo dell’assegno per il lavoratore che perde il suo impiego.
E a favorire la cacciata dalle aziende dei lavoratori che verranno considerati, caso per caso, «problematici».
Roberto Giovannini
argomento: Lavoro | Commenta »