Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
QUATTROMILA SOLDATI, TRUPPE DI INTERVENTO RAPIDO SUPPORTATE DA MARINA, AVIAZIONE E BASI A EST
L’aggressione della Russia in Ucraina ormai è palese e la violazione degli impegni internazionali è “sfacciata”. 
E mentre l’Europa si chiede come rispondere sul terreno della guerra economica con Mosca, con Angela Merkel che ormai vede le sanzioni come un male minore rispetto all’aggressione russa, la Nato alza le difese a est.
Il vertice dei leader dell’Alleanza Atlantica, che giovedì e venerdì prossimo “in un mondo cambiato” si incontreranno in Galles per quello che il segretario generale Anders Fogh Rasmussen definisce “un summit cruciale nella storia della Nato”, darà il via libera al cosiddetto Rap (Readiness Action Plan, piano di intervento rapido) che riscrive le regole di risposta della Nato: una cura dimagrante delle linee di comando, con più esercitazioni, più integrazione, più preparazione di scenari, più prontezza di reazione, anche a quelle che i militari Nato chiamano “guerre ibride” o “guerre alla Putin” fatte pure di propaganda, destabilizzazione politica ed uso dei social media
Ma il nodo focale sarà la creazione di quelle che Rasmussen definisce ‘punte di lancia’ (spearhead).
Forze di intervento immediato che, nell’ambito della già esistente Forza di risposta, saranno in grado di intervenire “ovunque ci sia una minaccia” nel giro di due giorni: minieserciti pronti all’impiego in 48 ore, con il supporto di aviazione, marina e forze speciali.
Avranno a disposizione basi permanenti, con i depositi di munizioni e tutte le necessarie infrastrutture, nei paesi dell’est.
“Questa forza potrà viaggiare leggera, ma colpire duro se necessario” spiega Rasmussen.
Ufficialmente non si fanno ancora numeri, ma fonti Nato spiegano che dovrebbe avere una consistenza attorno a 4.000 soldati (una brigata), costituita con truppe a rotazione. Una struttura che sarà complementare ai corpi di spedizione Jef prospettati dal premier britannico David Cameron
Metteranno ‘paura’ alla Russia le ‘punte di lancia’?
Non è questo lo scopo, spiegano alla Nato, dove prima di tutto sottolinenano che “non minacciamo alcuna escalation, semmai ci prepariamo a rispondere a quella di Mosca”, poi ricordano che l’idea del Rap e delle ‘punte di lancia’ è sì nata per la situazione in Ucraina, ma esse potranno essere impiegate “ovunque nel mondo”.
Le basi però saranno all’est. Ed è lì che la Nato “sarà molto più visibile, per tutto il tempo necessario”, scandisce Rasmussen.
Che si dice “sicuro” che le ‘punte di lancia’ “avranno l’effetto deterrente necessario” per sconsigliare attacchi agli alleati.
Ma intanto Kiev annuncia che è cominciata la “grande guerra patriottica contro la Russia”.
Ed il premier polacco e futuro presidente del consiglio europeo Donald Tusk evoca lo spettro del 1939 che scatenò la seconda guerra mondiale.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
LA PROVOCAZIONE DOPO MESI DI PROVVEDIMENTI DISCIPLINARI E DI DENUNCE ALLA PROCURA… CERTIFICATI MEDICI A RAFFICA CHE PORTANO ALA PARALISI DELL’AMMINISTRAZIONE
“Siamo nelle mani di Dio”. Non sapendo più a che santi votarsi contro l’assenteismo dei dipendenti comunali, Giovanni Calabrese ha scritto direttamente a Gesù Cristo per chiedere un “miracolo”.
La singolare provocazione è opera del sindaco di Locri, ormai disperato dalla paralisi in cui versa la macchina amministrativa a causa dei “fannulloni”.
Così, dopo le denunce ai Carabinieri, alla Guardia di finanza, alla Procura della Repubblica e un numero corposo di provvedimenti disciplinari senza alcun esito, si è rivolto “ai piani alti” per chiedere un’intercessione contro “continue e ripetute condotte di alcuni dipendenti comunali che immobilizzano l’apparato burocratico e si comportano in maniera poco corretta sul posto del lavoro, tralasciando il senso del dovere”.
“Mi rivolgo a te – scrive Calabrese ormai disperato – non sapendo a chi altro rivolgermi. Sono costretto ad affermare che solo una minima parte dei dipendenti comunali lavora in modo serio e onesto, mentre tanti altri stanno a guardare in attesa che arrivi il fatidico “ventisette” per potersi vedere accreditato in banca l’importante, ma non sudato stipendio”.
Stando al racconto del primo cittadino, su 125 dipendenti comunali quelli realmente disponibili e impegnati “non sono mai più di 20-25”.
Gli altri sono pronti ad esibire certificati medici a raffica. Uno stillicidio che andrebbe dalla depressione, al mal di schiena, dall’impossibilità di stare in piedi per troppe ore all’incapacità fisica di svolgere lavori pesanti.
Così la città è ferma al palo. Non ci sono vigili urbani, gli uffici sono semideserti, nessuno cambia le lampadine dell’illuminazione pubblica, e anche le buche sull’asfalto restano in attesa di un gesto di “buona volontà “.
Ogni volta che il sindaco alza il telefono per chiedere a un dipendente di darsi da fare arriva puntale la “malattia”.
Racconta il primo cittadino: “Sono mesi che segnalo la rottura di un semaforo in pieno centro, ma nulla. Nessuno che abbia voglia di metterci mano. Chiedono ordini di servizio specifici, negli uffici si rimpallano la competenza e comunque il problema resta”.
Un esempio? “Mi si diceva che l’elettricista comunale, che ancora oggi continua a lavorare con modalità di libero professionista all’interno della pubblica amministrazione non poteva sostituire le lampadine perchè non c’erano soldi per comprarle e dovevano provvedere i cittadini. Grazie a qualche buon amico sono riuscito ad avere 15mila lampadine gratuitamente, ma non mi sembra che niente sia cambiato. Le lampadine sono tutte stipate in un deposito, molte zone della città continuano a rimanere al buio e l’elettricista continua ad essere “uccel di bosco””.
E ancora. I controlli sull’abusivismo edilizio non esistono e “il personale addetto alla raccolta dei rifiuti continua ad essere colpito da improvvisa malattia ed il carico di lavoro ricade solo ed esclusivamente su pochissimi addetti ai quali va il ringraziamento della città “. Insomma, costretti a far da sè quotidianamente. Calabrese, ad esempio, nei mesi scorsi si è messo alla guida del pulmino che accompagna i ragazzini diversamente abili, perchè chi doveva fare da autista era “malato”.
Una volta ha comprato 30 sacchetti di bitume a freddo e con il vicesindaco e un unico volenteroso operaio si è messo a tappare le buche nell’asfalto.
Capitolo a parte quello dei vigili urbani. Su sette due non possono stare in piedi più di tre ore, uno può lavorare solo da seduto e gli altri non sono più efficienti.
Racconta il sindaco: “Dopo aver verificato personalmente centinaia di effrazioni, ho chiesto ai vigili per iscritto di iniziare a fare multe alla gente che parcheggia sui marciapiedi. Risultato? In un mese intero, zero. Niente di niente”.
Inutili anche le denunce. Una mattina Calabrese arriva in municipio alle 8.30 e non trova nessuno. Vuote le stanze, vuoti gli uffici. Deserto. Chiama la Guardia di finanza e chiede una verifica. Dopo poco arriva qualcuno, ma nella sostanza non cambia niente.
Altri certificati e lo stesso lassismo di sempre. Non c’è medicina che tenga, forse serve davvero solo un miracolo.
Da qui lo sfogo di Calabrese: “Dovrei dimettermi e darla vinta a questa gente? No, non esiste. Ci sono bravi dipendenti che meritano il mio rispetto, operai che farei diventare dirigenti per il loro impegno. Poi ci sono i più che invece non hanno alcun amore per la loro città , nè per i cittadini che li pagano. Si parla tanto di rendere la pubblica amministrazione efficiente, ma qualcuno dovrebbe spiegarmi come fare visto che non abbiamo strumenti”.
Giuseppe Baldessarro
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
IL CONO DI GROM, IL GOURMET FARINETTI, MISTER TECNOGYM: TUTTI GLI IMPRENDITORI CHE BENEFICIANO DELLA PUBBLICITA’ DEL PREMIER E CHE RICAMBIANO CON DONAZIONI E COMPLIMENTI
Mangia il gelato, ordina un panino gourmet, si allena sul tapis roulant, saluta il piumino, tornato finalmente di
moda.
Il tutto, ovviamente, in favore di camera.
Matteo Renzi è il primo premier che usa se stesso, e l’istituzione che rappresenta, per promuovere alcuni prodotti, e con loro, dice, «il made in italy».
Quello che sembra ormai normale, però, e che nel piano del premier è un tassello dell’operazione simpatia, nel cinema, si chiama product placement: lo sponsor paga, e in una scena del film compare il suo logo, così, nel modo più naturale possibile.
Una perfetta scena di product placement, è il carretto di Grom, la catena di gelaterie, che entra nel cortile di palazzo Chigi, convocato dal premier per replicare alla copertina dell’Economist.
Un foglio di carta copriva i loghi più appariscenti, sulle fiancate del triciclo, ma le “G” erano comunque scoperte, e il gelataio aveva grembiule e cappellino brandizzati, ignorati dalla disattenta censura.
Grom non ha pagato per lo spot e la visibilità ottenuta, ma grazie alla comparsata nel mezzo di una conferenza stampa istituzionale è finito sui giornali di mezzo mondo.
Il premier voleva promuovere «il gelato artigianale», dice, ma perchè ha scelto Grom e non una delle tante altre gelaterie, magari ancora più «artigianali»?
Perchè Grom, così come Eataly o Technogym, è un’azienda che gode di ottima reputazione, sicuramente, che piace a molti, perfetta per un governo sempre in cerca di un consenso plebiscitario.
E poi, però, perchè Guido Martinetti, patron delle gelaterie, con Federico Grom, ha sempre speso buone parole per il premier: «Con Renzi c’è un linguaggio comune, la stessa velocità , la voglia di andare incontro a cose nuove».
Lo disse, pubblicamente, già ai tempi delle primarie con Bersani, incurante di esser stato per mesi dato come possibile candidato del centrodestra berlusconiano.
Non una tariffa, dunque, ma un endorsement, sembra garantire la comparsata in una delle tante gag che il premier confeziona per la stampa.
Renzi coinvolge il più possibile aziende amiche, fan di sempre, punti di riferimento. Oscar Farinetti, ovviamente, è il più citato.
Il patron di Eataly sostiene Renzi da tempo, dalla prima Leopolda. È sempre prodigo di complimenti, e si è dimostrato pronto ad aprire il portafoglio, per sostenere l’ascesa del fiorentino: a Torino, nel 2012, non ci pensò due volte a saldare il conto del PalaIsozaki, “lingoto” di Renzi. 5 mila euro.
E Renzi ricambia. Ancora sindaco di Firenze ma già segretario del Pd, si presenta all’inaugurazione del nuovo store cittadino (oggi al centro delle cronache per lo sciopero dei dipendenti, contro i molti contratti non rinnovati), si fa fotografare con le insegne belle grandi dietro le spalle.
Pubblicità gratuita. E poi, a chi altri avrebbe potuto ordinare il pranzo per i membri della segreteria del partito, riunita ancora a Firenze. A Eataly, ovvio.
E il «pranzo al sacco» finisce su tutti i giornali.
Renzi lo fa per promuovere le eccellenze italiane, dice.
Per promuovere i piumini della Moncler, Renzi usò l’assemblea del Pd: «Io i paninari non li ho mai sopportati» disse simpatico il premier, prima di infilare una serie di complimenti per l’azienda, prima francese e ora italiana.
Un bell’assist, sicuramente, alla vigilia della quotazione in borsa. L’uomo dei piumini, Remo Ruffini ringrazia: «sono parole che fanno piacere».
Le aziende scelte per gli spot, però, hanno spesso dimostrato, in un modo o nell’altro, di sostenere le causa.
Come Tecnogym, marchio di attrezzi e macchine da palestra.
Il premier, in piena campagna elettorale per le europee, in favore di decine di telecamere, sale di prima mattina sulla ciclette. Indossa una magliettina gialla aderente. Il logo è ben visibile. Technogym, appunto.
È la prima volta che un premier si fa fotografare in ciclette. È la prima volta che lo fa brandizzato.
Technogym è un’eccellenza, sicuramente, è un leader mondiale. «Gli americani hanno inventato il fitness, noi abbiamo inventato il wellness”, ha detto una volta Nerio Alessandri, mister Technogym. Dove? Alla Leopolda, ovviamente.
Sul canale Youtube della fondazione del premier, Bigbang, ancora si trova il video: «caro Matteo» dice Alessandri, «questo paese non ci sta più facendo sognare». Alessandri tifa, supporta, interviene, organizza.
Una volta riuscì quasi a regalare a Renzi l’occasione per uno scatto insieme a Bill Clinton.
Sarebbe stato utilissimo, ai tempi delle primarie contro Pier Luigi Bersani, ma saltò perchè qualcuno anticipò la notizia.
Luca Sappino
(da “L’Espresso“)
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
UNA VISIONE DEL POTERE SENZA GABBIE ETICHE E SENZA AVERE CAPACITA’ DI RIEMPIRLO DI IDEE E CONTENUTI
È adatto Matteo Renzi al compito che si è preso? “Is he fit to govern?”.
Mi sembra che si stia avvicinando il tempo di farsi anche su di lui la domanda che ha dannato tanti altri premier italiani, e non solo, in questa crisi che dura da ormai sei anni
Diamo per scontato la risposta da parte delle artiglierie dei Renzi-fan, diventati oggi così radicali e insultanti da far sembrare i grillini dei perfetti gentiluomini.
Intorno all’inquilino di Palazzo Chigi si è formato infatti un dogma di “infallibilità “, una narrativa che passa da trionfo a trionfo , una vulgata del genere “durerà venti anni”, il mantra “a lui non c’è alternativa” ripetuto da amici e ancor più da nemici.
In una sorta di sindrome di Fukuyama, autore de “la fine della storia”, presto smentito dalla storia stessa.
Un leader tuttavia dura tanto quanto è efficace la sua azione di governo.
E al momento Matteo Renzi , a dispetto dei molti fuochi d’artificio che circondano la sua persona, è in un punto molto critico della sua forza politica.
Non è questione nè di immagine nè di buone maniere, di cui non ci interessa assolutamente nulla.
Si tratta di risultati – materia che rimane molto ostica per il giovane presidente.
Il più atteso dei suoi provvedimenti, lo Sblocca Italia, è intanto stato giudicato quasi unanimemente inferiore alle esigenze della drammatica situazione del paese.
E se una parte di inadeguatezza era da mettere in conto, visto che Renzi è in sella da soli sei mesi, e non ha la colpa di una difficile situazione che dura da anni, non è invece giustificabile la inadeguatezza del metodo con cui il premier si sta confrontando con le reali condizioni del paese.
Fa testo di questa inadeguatezza il percorso di preparazione e le conclusioni del primo Cdm d’autunno – insieme sono purtroppo la fotografia di un governo segnato dalla approssimazione amministrativa.
Abbiamo assistito a vicende incredibili, che per qualunque altro esecutivo avremmo stroncato sul nascere.
Surreale il percorso della riforma della scuola. Non c’è nulla di meno serio di un premier che su un argomento così delicato per le famiglie e le decine di migliaia di lavoratori del settore, non lavori insieme al suo ministro; un premier che pochi giorni prima di proporre questa riforma scenda in campo con pirotecniche affermazioni tipo “vi stupirò”, salvo poi ritirare l’intero progetto evidentemente non pronto, con la flebile scusa dell’ingorgo.
Surreale anche il percorso della riforma del lavoro, che ha subito lo stesso travaglio di quella della scuola, con un ministro, Poletti, che un giorno annuncia, un giorno nega quel che ha detto. E il riemergere di un tema, l’abolizione o meno dell’articolo 18, che ha a lungo diviso il paese, e che certo meritava di essere trattato , non fosse altro per capire cosa ne pensa il governo, e che è stato però seppellito sotto un aggettivo, in questo caso “superato”.
Ma se la voce lavoro è dispersa, la voce giustizia, la più delicata da vent’anni a questa parte, è finita dritta dritta di nuovo nelle secche dello scambio politico, irretita nelle fibrillazioni della maggioranza e delle preoccupazioni di Silvio Berlusconi.
Stesso destino per le risorse fresche, i milioni promessi per il rilancio dell’economia, passati da 43 miliardi, oppure 30, altre cifre vaganti, a infine solo a 3,8.
Nel complesso, persino le azioni giuste, che riguardano soprattutto la semplificazione normativa, sbiadiscono in rapporto a tutta la retorica dei mesi passati – Renzi, ricordate, è lo stesso leader che solo sei mesi fa accusò il suo predecessore Enrico Letta di usare “il cacciavite” laddove, disse, per cambiare l’Italia ci voleva “una rivoluzione”.
Altro che cacciavite – al suo primo incontro con il mondo reale della vita dei cittadini Renzi ha fatto soprattutto manutenzione.
La nomina della Mogherini a Lady Pesc sembra segnare invece l’azione internazionale del premier di ben altra caratura di quella mediocre nazionale.
Ma, parlando appunto di guerra, come in Italia, così a Bruxelles non abbiamo sentito nessun discorso di contenuti accompagnare la nomina.
Non sappiamo oggi più di ieri perchè abbiamo chiesto il posto di Lady Pesc.
Perchè vogliamo creare un nuovo detente contro la Russia, perchè temiamo una seconda guerra fredda, perchè pensiamo che solo noi Italiani possiamo essere un ponte fra russi e Occidente, perchè pensiamo che i russi possano aiutarci in Medioriente – o forse sono essenziali solo a noi italiani perchè così abbiamo una leva in più in Occidente?
Di quale di queste opzioni si tratta? Esattamente per cosa ci batteremo sul cosiddetto scacchiere mondiale? Siamo con Kissinger che chiede di ridefinire tutti gli strumenti di intervento, siamo per definire una nuova frontiera occidentale, siamo per un ribaltamento di alleanze in Medioriente, o per nuovi fronti militari? Siamo per i diritti umani o per la realpolitik? Siamo per bombardare Isis con Assad, e l’Iran, e vogliamo pagare per gli ostaggi, o liberarli impiegando le forze speciali? Insomma cosa pensa Renzi, premier del nuovo mondo?
Per ora abbiamo soltanto sentito ripetere la frase “mediazione” a ogni angolo. Speriamo che basti.
Ma se non ha parlato di politica estera, Renzi ha però fatto un commento per festeggiare la nomina di Mogherini: “questa nomina indica che c’e’ una nuova generazione al potere”. E questa frase è in fondo il vero cuore della sua identità politica- il raggiungimento del potere.
Un potere formale, materiale, riconoscibile in una serie di posizioni per sè e per tutti i suoi associati.
Non c’è nessun disprezzo in quel che dico. Il potere è l’anima della competizione pubblica da sempre. Non per tutti, non sempre, ma afferrarlo e esercitarlo è la ragione per cui si scende – o non si scende – in politica.
O, almeno, in un certo tipo di politica .
E nella piattaforma renziana, fin dall’inizio, il potere ha un ruolo centrale, sotto forma di rottamazione, annuncio di un ricambio generazionale fatto con maniere decise. Obiettivo del tutto legittimo, parte della dinamica dell’evoluzione, e base molto forte della popolarità che ancora gonfia la bandiera renziana.
Su questa piattaforma Renzi si è rivelato geniale, e degno erede di quella grande scuola della Dc che ha visto in Andreotti il suo maggior e più pragmatico rappresentante, quello del potere che logora solo chi non ce l’ha.
Come un treno, ha saputo cogliere le debolezze del suo partito, del sistema burocratico romano, delle classi dirigenti italiane prima e quelle europee dopo.
È riuscito a intimidire con insulti alcuni di loro, altri li ha invece piegati con la seduzione della sua energia, altri ancora facendo leva sull’opportunismo di chi ama i vincenti.
La sua è stata una visione del potere senza gabbie etiche, solo e puramente funzionale. Non ha mai avuto dubbi infatti sulla natura tattica delle alleanze, e così come non ha esitato a far fuori Enrico Letta, così ha risdoganato e rimesso al centro senza nessuna spiegazione l’arcinemico del suo stesso partito, Silvio Berlusconi; o ha distrutto e rivivificato carriere a seconda dei voti che aveva necessità di raccogliere su questo o quel provvedimento.
Che la priorità assoluta dei primi sei mesi della sua attività di governo sia stata la riforma del Senato ha senso solo in questo percorso.
Non è in sè sbagliato. Come si diceva è una idea che viene da una onorata e molto lunga tradizione – il potere si giustifica col potere perchè solo il potere autorizza il cambiamento. Renzi in questo sfoggio di forza ha infatti affascinato e addomesticato quasi il 50 per cento del paese.
C’è un solo problema in questo schema, e che ora si presenta alla sua porta.
Dopo la conquista, il potere occorre riempirlo di fatti, di idee, di proposte.
E su questo Renzi arriva tardi e male. E non solo perchè non ha i soldi. Anzi.
Arriva tardi e male perchè in questi mesi non ha saputo o voluto raccordarsi davvero con il paese, e la sua crisi.
Il suo orizzonte è stato il più politicista di tutti i leader più recenti. Proprio perchè concentrato sulla presa dei centri di potere.
Ma non ha saputo mai spiegare a tutti noi perchè si sta sempre peggio, cos’è che non funziona nelle nostre città e come mai l’Italia ha continuato a scivolare verso dati economici negativi.
Non lo abbiamo visto parlare con nessun poveraccio, salvo i suoi giri veloci e le sue pacche sulle spalle. Ha visitato a mala pena qualche fabbrica, della lunga vicenda della Alcoa non ha preso mai nota, ha fatto i suoi gesti di potere disprezzando Squinzi e i sindacati, ma ha visto Landini che è ‘nuovo’ e cool ma non sembra avergli parlato a sufficienza da capire che lui e Landini vivono in luoghi diversi.
Parla tanto di quote rose, ma non parla mai di aborto, di diritti, di bambini uccisi da madri a da padri in depressione.
Non ha mai fatto una filippica sull’onestà collettiva, sulla evasione fiscale, in compenso abbiamo tante filippiche su gufi e invidiosi e specie altre.
Non ha mai detto una parola sul disagio dei giovani, sul degrado che alcol droga e bassi affitti hanno scatenato questa estate sul nostro territorio nazionale, in compenso fa docce gelate, e prepara una mossa smart via l’altra, un permanente girotondo di discorsi, conferenze stampa, convegni – oggi sappiamo già della conferenza stampa di mercoledì e poi del convegno europeo di venerdì e poi della la visita all’Onu prima anticipata da quella – e dove altro? – alla Sylicon Valley.
Ma soprattutto sembra non aver mai albergato nella sua testa l’idea che un paese in gravissima crisi c’è bisogno di un qualche misura speciale.
Forse di una idea di unità nazionale che non sia solo il suo patto con Berlusconi e Ncd a fini di raccattare i voti che gli servono.
Roosvelt fece i lavori pubblici, Marshall finanziò la ripresa europea, Mussolini risanò le paludi.
E lui ha qualche compito cui tutti noi possiamo concorrere, ha in mente una chiamata alla responsabilità di lavoratori e imprenditori, come in Germania ad esempio, o la ripresa viene automaticamente fuori dal suo inarrestabile presenzialismo?
Si è mai chiesto Renzi perchè i suoi 80 euro non hanno funzionato? Dove li ha messi la gente che li ha ricevuti? Sotto il materasso? Ha saldato i debiti pregressi? Nemmeno con quei dieci milioni di Italiani che ha concretamente e generosamente aiutato lo abbiamo mai visto parlare.
Il premier si fa sempre un punto di far sapere di fregarsene delle opinioni dei suoi critici. Ma le cambiali arrivano anche per lui.
E nel caso di questi ultimi giorni la conseguenze del suo stile di lavoro si sono viste
Alla fine di questa girandola di gestione di potere, arrivato al dunque delle misure da decidere per il paese, i tanti suoi progetti sono poi stati filtrati, messi in ordine e limitati da uomini più saggi e più vecchi di lui.
Le sue ambizioni meravigliose si sono scontrate con la fermezza del ministro del Tesoro nel tenere i piedi per terra nei conti, nella fermezza di Napolitano di non prestarsi a giochi di illusionismo politico, e con la figura imponente di Mario Draghi diventato ormai il real player politico anche per l’Italia, oltre che per l’Eurozona.
Alla fine, spenti i fuochi artificiali, il Renzi che esce da Palazzo Chigi e naviga nel mondo reale è nei fatti un premier tenuto continuamente a balia da altri.
Un premier decisamente messo al suo posto di ragazzino. E non solo dalla copertina dell’Economist.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
ALFANO PASSEREBBE AGLI ESTERI AL POSTO DELLA MOGHERINI… LA GIANNINI RISCHIA IL POSTO
“Vorrei rimescolare il puzzle”. Matteo Renzi non usa le parole della vecchia politica, ma la sostanza non cambia. 
A Palazzo Chigi, dopo la nomina di Federica Mogherini in Europa, si pensa un rimpasto e non a una semplice sostituzione del ministro degli Esteri.
Cioè a un movimento di pedine più corposo in previsione di un mandato lungo “mille giorni”.
Renzi ha cambiato la velocità di marcia della sua azione di governo. Non più Speedy Gonzales con il rischio di qualche pericoloso scivolone, ma un ritmo più lento, che dia anche agli interlocutori europei il respiro di un cammino davvero realizzabile, di un’agenda concreta di riforme.
Renzi ripete a tutti i suoi interlocutori che c’è tempo per decidere chi prenderà il posto della Mogherini. Ma questo tempo serve anche ad aprire un tavolo con gli altri partiti della maggioranza per cercare di far girare la ruota anche in altri dicasteri.
Si parte dalla Farnesina e si parte da Angelino Alfano.
Il premier vuole convincerlo a lasciare la poltrona del Viminale. Aveva già provato a farlo al momento della formazione dell’esecutivo, a febbraio. Non riuscì nell’impresa evitando sola la conferma della carica di vicepremier.
Adesso tornerà alla carica garantendo al leader di Ncd il ministero degli Esteri, cioè un posto di pari peso. “Proveremo a fare breccia”, ha detto Renzi ai suoi collaboratori.
È un dossier, quello del rimpasto, non ancora sul tavolo.
Alfano per esempio non ha ancora ricevuto nessun segnale diretto da Renzi. Ma a Palazzo Chigi qualcuno ha già iniziato delle riflessioni. È vero che il Quirinale preferirebbe una semplice sostituzione.
È la strada maestra, non si aprirebbe nemmeno la discussione sull’eventuale nuovo voto di fiducia a un governo rimpastato.
Lo spostamento di Alfano alla Farnesina e la sua sostituzione agli Interni con Graziano Delrio sarebbe un normale avvicendamento interno alla stessa squadra di governo.
Più delicata l’ipotesi di toccare altre caselle. Come l’Istruzione, dove Stefania Giannini appare in bilico. Dove Renzi vorrebbe mettere una donna del Partito democratico perchè ai suoi colleghi di partito ha detto chiaramente: “La scuola deve diventare un tema costitutivo del Pd”.
Secondo lui Largo del Nazareno dovrebbe concentrare tutti i suoi sforzi sull’istruzione, farne il suo elemento identitario.
Agli Esteri il favorito rimane Lapo Pistelli. Ma se Alfano fa un’apertura, quel posto è suo.
Il titolare del Viminale oggi potrebbe aver cambiato idea. Dopo aver portato a casa l’operazione Frontex Plus per la questione degli sbarchi, aver coinvolto maggiormente l’Europa dopo mille appelli e allarmi, il ministro dell’Interno potrebbe essere tentato di lasciare una poltrona che scotta e che sarà chiamata ad affrontare ancora l’emergenza immigrazione.
In alternativa ci sono altre donne. Per Roberta Pinotti sarebbe solo un cambio dentro la stessa squadra e per la Difesa si fa ancora il nome di Alfano.
Diverso il discorso per Marina Sereni, vicepresidente della Camera, e per Elisabetta Belloni, oggi direttore del personale della Farnesina.
È solo un’illusione invece il coinvolgimento di Andrea Guerra. L’ex ad di Luxottica era stato chiamato a febbraio e disse no per rimanere in azienda. Oggi è libero, ma non sarà nel governo.
Al di là delle formule politiche, e Renzi preferisce sicuramente l’inglese “reshuffle”, sarà un vero e proprio rimpasto se si apriranno caselle slegate all’inevitabile sostituzione di Mogherini.
Come quella dell’Istruzione. L’idea di un cambio della Giannini è apparsa evidentemente a tutti i partecipanti a una recente riunione con Renzi incentrata sulla scuola.
C’erano i vertici del Partito democratico, i capigruppo e i parlamentari esperti. Il premier ha detto a tutti che per il Pd la battaglia della formazione era fondamentale, che doveva diventare una bandiera del partito.
Chi è uscito da lì ha pensato: “Perchè sia davvero una bandiera ci vuole un ministro del Pd”. Naturalmente, la Giannini sconta anche il fatto di appartenere a un partito praticamente scomparso alle elezioni, Scelta civica, e che in alcune sue componenti appare ormai una corrente del Nazareno.
È un discorso che vale per le percentuali ridotte del Nuovo centrodestra. Ma su questo Alfano pensa di avere le spalle coperte.
Per ridurre la delegazione dell’Ncd (3 ministri) sarebbe inevitabile un passaggio parlamentare. Con tutti i rischi del caso per Renzi.
Goffredo De Marchis
(da La Repubblica”)
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
“SI AUMENTI PIUTTOSTO L’INFORMAZIONE AI TURISTI”.. L’ASSESSORE ALL’AMBIENTE DELLA REGIONE LOMBARDIA CLAUDIA TERZI: “AVEVO STIMA PER LE AUTORITA’ TRENTINE, DEVO RICREDERMI”
Da parte delle autorità trentine “mi aspettavo un ripensamento, un passo indietro. Ad oggi nulla è irreparabile, ma ormai dovrebbero rinunciare a questa ricerca”.
A dirlo è Claudia Maria Terzi, assessore all’Ambiente della Regione Lombardia, a due settimane dall’inizio della ‘caccia’ all’orsa Daniza, che il 15 agosto aveva aggredito un cacciatore di funghi. Mentre in Trentino si sono tenute due manifestazioni di protesta contro la cattura dell’animale, “la posizione di Regione Lombardia è sempre stata chiara”, sottolinea Terzi.
Per gli orsi “stiamo portando avanti un progetto che favorisca il ripopolamento e non intendiamo fermarci”.
Si tratta di ‘Life Arctos’, sostenuto da più partner, tra cui proprio la Provincia autonoma di Trento, insieme a Wwf e Università La Sapienza, che intende tutelare la specie dell’orso bruno su Alpi e Appennini.
“Ho sempre avuto – continua Terzi – grande stima per le attività del Trentino verso tutto ciò che aveva a che fare con l’ambiente e la natura, ma adesso devo ricredermi. Non capisco questa presa di posizione”.
Secondo l’assessore regionale, piuttosto, sarebbe il caso “di sviluppare una maggiore attività di informazione ai turisti, perchè convivere non è impossibile”.
Il progetto Arctos, finanziato dalla Comunità europea “non riguarda solo il ripopolamento, ma investe proprio sull’informazione”.
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
LA PINOTTI VA IN INDIA, LA MOGHERINI FA FINTA DI NON ESSERE COMMISSARIA UE: “RIPORTIAMOLI IN ITALIA”: MA CI DOVREBBE PENSARE LEI
Uno dei due marò trattenuti in India, Massimiliano Latorre, ha avuto ieri sera un malore per il quale è stato
necessario il ricovero in ospedale.
Latorre, secondo quanto si è appreso, ha reagito bene alle prime cure dei medici del reparto di neurologia dell’ospedale di New Delhi, dove è stato ricoverato.
Il ministro della Difesa Pinotti, saputo dell’accaduto, si è recata in India per accertarsi personalmente delle condizioni di salute del militare ed anche per stare vicino ai suoi familiari, che in questo periodo si trovano a New Delhi
I medici del dipartimento di neurologia dell’ospedale di New Delhi, dove è ricoverato il fuciliere di Marina, Massimiliano Latorre, dopo il malore accusato ieri, «si sono dichiarati soddisfatti di come ha reagito alle prime cure». È quanto si legge in un comunicato del ministero della Difesa.
Riportare i marò in Italia rimane una delle priorità del Governo italiano, afferma il ministro degli Esteri Federica Mogherini che, appena informata del malore che ha colpito Latorre, ha contattato la compagna del marò, Paola Moschetti, per esprimerle la vicinanza sua e del governo.
«Sono vicina a Massimiliano Latorre cui auguro con tutto il cuore di rimettersi al più presto», ha detto Mogherini, aggiungendo: «Come è sempre stato in questi mesi, seguiamo ogni giorno il caso dei due fucilieri di Marina con l’obiettivo di riportarli in Italia: per il governo è una priorità ».
Parole già sentite centinaia di volte da parte degli esponenti dei governi che si sono succeduti in questi due anni e mezzo, ma iniziative concrete nessuna, salvo quelle diplomatiche che non hanno portato a un ben nulla.
La Mogherini, nvece che commentare la notizia come un comune cittadino, dovrebbe ricordarsi del ruolo che ricopre, sia in Italia che in seno alla Ue, e farsi promotrice di nuove iniziative, non di chiacchiere.
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
RINVIATO A GIUDIZIO PER ISTIGAZIONE A DELINQUERE, HA RIFIUTATO IL RITO ABBREVIATO PERCHE’ IL PROCESSO SAREBBE STATO A PORTE CHIUSE: “ANDRO’ ALLA SBARRA PER ATTACCARE NON PER DIFENDERMI”
No, è che mettere sotto processo le parole di uno scrittore è il medioevo del diritto, una manna per i violenti antimoderni che, protetti dalla sigla No Tav, hanno trasformato la Val di Susa in un centro sociale a cielo aperto e ora spacciano gli incendi e gli assalti per reati d’opinione. Come se fossero tutti scrittori con la lingua sciolta. Per la procura di Torino è terrorismo.
Non ti senti prigioniero dei No Tav?
«Ma no. Loro sono solidali e basta, non mi domandano nulla, organizzano letture pubbliche dei miei libri, sono vicini come sempre, sono anni che manifesto con loro. Sono ribelli civili, certamente non terroristi ».
Pochissimi ne parlano: dopo tanti anni in Italia c’è di nuovo uno scrittore sotto processo. Il reato è d’opinione e dunque Erri De Luca va difeso a prescindere. E però, quando con la sua Audi blu mi accompagna alla metropolitana e mi dice «vedrai che mi condanneranno», gli rispondo che non gli faranno quest’altro favore.
«Favore? Se vuoi ti elenco le grane in cui mi hanno messo. E i rischi penali che corro». E devi pagare anche gli avvocati. Lì, la grana è che non vogliono farsi pagare».
Gli dico pure che, da quel poco che so di procure, il nuovo capo di Torino non l’avrebbe neppure incriminato.
«Non credo che io possa piacere ad Armando Spataro». Non saprei, ma non c’entra nulla. «Certo, lui è quello che ha tenuto testa agli americani».
Malinconico ma sorridente, estremista triste ma ironico, De Luca sa che il tribunale è il tempio dove tutti gli artisti sognano di essere santificati: «A gennaio, nel processo, mi comporterò da parte lesa».
Insomma la procura di Torino, incriminandolo per istigazione a delinquere, lo ha promosso a diavolo dello spirito, come Marinetti, Guareschi e Pasolini, Moravia e Testori, Bianciardi, Tondelli e per ultimo Aldo Busi, che si presentò in aula vestito di bianco e poi telefonò alla mamma: «È andata male. Mi hanno assolto ».
Perchè mai, chiedo, dovrebbero invece condannare te che hai detto qualche brutta castroneria contro i treni veloci?
«Io non sono contro i treni. Sono contro “quel” treno veloce, perchè “quella” montagna è velenosa. Bucarla significa liberare amianto…».
So che i No Tav si arrabbieranno ma, pazienza, a questo punto ci fermiamo: «Lo so, non sei qui per fare un dibattito sulle ottime ragioni dei No Tav».
La scienza e l’ermeneutica del movimento mi ricordano l’opuscoleria rivoluzionaria degli anni settanta che spiegava il mondo in trenta pagine e permetteva di citare il valore-lavoro saltando la lettura di Marx, manuali del pensiero veloce che oggi, via web, mettono i “rivoluzionari” in confidenza con la geologia, l’economia, l’ecologia, l’ingegneria…
E però come è arrivato a fare l’elogio del sabotaggio lo scrittore più prolifico d’Italia? «Non so quanti libri ho pubblicato. Credo più di 60».
E sono romanzi e racconti asciutti, misurati e poetici. Certamente è uno degli autori più letti e più amati, non solo a sinistra.
«Per fortuna vanno bene. Cominciai a scrivere a sei anni: la storia di un pesce che si ribellava alle favole di Esopo. Oggi Feltrinelli non riesce a starmi dietro. E ogni tanto pubblico, gratis, per piccoli editori».
Il viso è scavato, la biografia è quella del vagabondo inquieto: «Sono scappato di casa a 18 anni: da Napoli a Roma, un letto in una camera ammobiliata in via Palestro». Perchè ti chiami Erri? «Mia nonna era americana. Ma scrivo Henry come l’hanno sempre pronunziato: Erri».
Piace ai suoi lettori romantici che sia stato muratore, operaio, camionista e autista nella Belgrado bombardata.
Non cammina ma incede, con lo zainetto di libri.
È stato «responsabile del servizio d’ordine romano di quella Lotta continua che il gruppo dirigente non avrebbe dovuto sciogliere».
Ha lavorato in Africa, «dove mi sono ammalato di ameba e malaria, e forse per questo sono rimasto così magro».
Da quando i libri gli hanno dato l’agiatezza – «mai stato così bene anche se io mi costo pochissimo» – scala le montagne: «In onore di mio padre alpino imparo a fare i conti con me stesso e con la mia fatica».
Le pareti di roccia sono come i testi sacri che, ormai da anni, studia e traduce: «Un altro modo per arrivare in alto».
Vive vicino a Bracciano: una vita mite, da poeta, «in mezzo agli alberi» che pianta «per pagare il mio debito alla natura».
Da solo? «Mia madre è stata con me per 19 anni. Era una mamma napoletana che, per amore del figlio, si era reclusa».
Scrive sempre, «ma non con l’orologio». Racconta così l’inizio delle sue giornate: «Mi alzo presto e leggo testi sacri. Poi, se il tempo me lo permette, vado a nuotare nel litorale romano. Non sono socievole. Con gli amici mi diverto ma, se posso, preferisco stare zitto».
Scuola? «Pessimo. Studiavo molto e rendevo poco. E odiavo la filosofia perchè la mia professoressa, un gran personaggio, aveva una voce che non sopportavo fisicamente. Vera Lombardi si chiamava. Era la sorella di Riccardo Lombardi».
Come tante eccellenze letterarie, detestava la scuola ma non l’imparare.
E infatti alle lingue difficili è arrivato da autodidatta: «Traduco dall’ebraico, dallo yiddish e dal kiswahili, un dialetto che si parla in Tanzania ».
Contestato dagli esegeti cattolici, ha tradotto la Bibbia (Feltrinelli) «alla lettera della lettera per cogliere lo spirito dello spirito della lingua ebraica» scrisse Beniamino Placido: «Ce ne fossero di don Chisciotte come lui».
Non si è mai sposato: «L’ho chiesto un paio di volte ma mi hanno detto no». E a te non l’hanno chiesto? «Se l’hanno fatto non me ne sono accorto ».
Dice di non avere mai indossato la cravatta «tranne a Cannes quando mi hanno chiamato nella giuria del festival».
È del 1950 e ancora oggi «sento l’appartenenza a quella generazione che voleva cambiare il mondo e l’ha solo migliorato ».
Per chi voti? «Non ho mai votato. Per me è come la renitenza alla leva».
Chiama gli anni di piombo “anni di rame” «perchè c’era come un filo di metallo conduttore attraverso cui si propagava ogni lotta, ogni impegno, ogni fierezza».
E anche ogni attentato.
«Gli attentati li abbiamo subiti » .
Non parlo delle bombe nelle piazze e sui treni che tutti hanno subito, parlo degli omicidi feroci, dei vili spari alla nuca, alle gambe… «Ci fu una guerra».
Secondo De Luca nessun terrorista di quegli anni dovrebbe stare ancora in prigione.
È di quelli che pretendono la soluzione generazionale: «Terroristi? Vado a trovarli in carcere, anche se li conosco poco: sono casi clinici. Ci vado come si va in un lazzaretto. Vorrei che uscissero anche per non vederli più».
Hai davvero nostalgia di quegli anni orribili?
«Nessuna. Mi piacerebbe che gli intellettuali tornassero a sporcarsi con le cose del mondo. E da quella storia non mi sento ancora sciolto, sentimentalmente ».
E vuole dire, con Borges, che «qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consiste in realtà di un solo momento: quello in cui un uomo sa per sempre chi è».
Ecco all’ingrosso com’è fatto De Luca e da dove viene il suo esecrabile errore sulla val di Susa.
C’è persino il “Poveri ma belli” della zia Lorella De Luca, «che è morta da poco a Santa Marinella », tra le ragioni antiche che lo portano all’idea bizzarra che il sabotaggio di un cantiere sia una ribellione giusta e che le cesoie siano benemerite: «Ma ti pare che se davvero avessi voluto istigare alla violenza avrei parlato di cesoie? E quanti significati ha in italiano la parola sabotaggio?».
Tanti. Ma il processo non sarebbe giusto neppure se il significato fosse solo quello che i pm hanno contestato, violando le antiche saggezze sulla libertà di cattivo pensiero: “cogitationis poenam nemo patitur”.
Perchè credi che ti condanneranno?
«Perchè hanno messo in piedi un tribunale speciale che ha fatturato più di mille procedimenti giudiziari».
Ti assolveranno.
«Scommettiamo una cena al Tram Tram, a San Lorenzo, dove l’antipasto di alici fritte è magnifico».
Prima del processo, De Luca pubblicherà un pamphlet sul diritto di parola: «Non ho intenzione di difendermi ma di attaccare».
E infatti ha rifiutato il rito abbreviato «perchè sarebbe stato a porte chiuse».
Ecco: un libro che finisce in tribunale è il libro che meglio onora il proprio atto di nascita, come sanno bene i pubblicitari che per uno straccetto di scandalo sarebbero disposti a tutto.
Dunque il chiasso e il fumo e la maledizione come attributo d’onore e pozzo profondo dell’arte sono le sole ammissioni che mi concede: «È vero. È come se avessi vinto un premio letterario».
Francesco Merlo
(da “La Repubblica”)
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Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
DIPENDENTI COSTRETTI A VERSARE 4.000 EURO PER ESSERE ASSUNTI DA UNA COOPERATIVA
Quanto sareste disposti a pagare per avere un lavoro da seicento euro al mese? 
Non serve arrovellarsi troppo, una cooperativa sociale di Padova ha stabilito la cifra congrua: 4000 euro. Questa è la somma che la Codess, membro della Legacoop sociali, chiede ai propri dipendenti neoassunti.
Che, almeno sulla carta, sono molto più che semplici dipendenti.
In molti casi, la Codess preferisce infatti che i propri lavoratori divengano automaticamente soci della cooperativa.
Anzi, «è la condicio sine qua non per essere assunti», spiega Chiara, che per poco più di 600 euro al mese, fino a poche settimane fa, lavorava come educatrice in un asilo nido pubblico di Modena gestito dalla coop padovana.
Ed è diventando soci che il posto di lavoro diventa particolarmente “caro”.
A prescindere dall’ammontare dello stipendio, che mediamente si aggira tra i 600 e i 1200 euro al mese, un socio lavoratore deve sborsare innanzitutto 3000 euro per comprare la propria quota sociale (molto salata rispetto a quanto chiedono le altre cooperative), soldi che vengono restituiti solo nel caso in cui il contratto di lavoro venga rescisso e il socio chieda di riavere indietro il proprio denaro.
Altri 1000 euro devono invece essere versati alla Codess a fondo perduto (quindi senza possibilità di poterli mai rivedere), a titolo di tassa di ammissione soci.
Niente paura, però, i 4000 mila euro non bisogna consegnarli subito e in contanti. La cooperativa li scala in piccole e comode rate mensili dalla busta paga.
Non parliamo di piccole cifre. La Codess ha infatti circa 3000 dipendenti di cui oltre l’80 per cento è anche socio.
In questi anni la cooperativa è cresciuta molto, diventando una tra le più grandi nel settore sociale, capace di aggiudicarsi appalti pubblici in tutta l’Italia centro settentrionale, dal Veneto al Piemonte, passando per l’Emilia Romagna e la Toscana.
Lo scorso anno è riuscita a raggiungere un fatturato che supera gli 85 milioni di euro con un utile di 250 mila euro.
Ma non è tutto oro quello luccica, ci tengono a sottolineare i vertici di Codess, che in passato hanno fatto parte del direttivo regionale di Legacoop in Veneto: le amministrazioni locali pagano con molto ritardo e per questo la società è “costretta” a chiedere i soldi ai propri dipendenti, è la spiegazione che ci hanno fornito nella nota scritta che ci hanno inviato.
Ai soci lavoratori di Modena il “prelievo” dalla busta paga non è andato giù.
Tramite la Cgil modenese, hanno contestato i mille euro della tassa di ammissione soci e, dopo una lunga trattativa, la Codess ha preferito restituire i soldi ai dipendenti, evitando un processo davanti a un giudice.
Quello emiliano è tuttavia l’unico caso di restituzione della tassa in Italia.
Il prelievo sulla busta paga degli altri lavoratori della Codess, per ora, continua.
Giorgio Mottola
(da “il Corriere della Sera”)
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