Destra di Popolo.net

LA “LETTIZZAZIONE” DEL PRIMO MINISTRO

Settembre 2nd, 2014 Riccardo Fucile

DIETRO LE NUOVE COMUNICAZIONI DEL GOVERNO L’INCUBO DEL “DISCORSO PROGRAMMATICO” CHE IL SUO PREDECESSORE USAVA PER TENERE A BADA I SUOI

A un certo punto sembra rendersene conto persino lui: “Vi sembrano le stesse proposte di cui si parla da anni? Ma noi le stiamo facendo e ci impegniamo fino al 2017”.
Matteo Renzi parla, tanto, tantissimo, anche se deve soltanto presentare un sito web pieno di annunci.
Sarà  il caldo, sarà  che questa volta non c’è il gelato polemico contro la copertina dell’Economist, ma all’improvviso Matteo Renzi pare trasfigurarsi in Enrico Letta, deliri mistici da fine estate.
I cronisti della sala stampa di palazzo Chigi sono abituati all’incubo nietzchiano dell’eterno ritorno: la storia si ripete, figurarsi la cronaca.
Eppure colpisce vedere la rapidità  con la quale anche il rottamatore fiorentino scolorisce assumendo in quel grigiore romano di cui Enrico Letta è stato il massimo interprete.
Mentre Renzi parla, par di vedere svanire i capelli, sembra diventare più secco, quasi gli si intravede un accenno di occhialetti lettiani.
Perchè troppo simile è lo stile e il contenuto.
Dunque: Renzi convoca i giornalisti, tre giorni dopo aver presentato il pacchetto di decreti Sblocca Italia (decreti che ovviamente non esistono in forma cartacea, solo accordi verbali tra ministri), per annunciare la trionfale nascita del sito passo  dopopasso.italia.it  .
Per raccontare come “cambiamo l’Italia”, per dare sostanza ai congiuntivi esortativi con cui il premier sottolinea la sua voglia di cambiamento (“Basta rendite di posizione, si cambi”).
Pessimo segnale per un leader quando deve darsi da fare per spiegare i suoi successi, è il segno che i giornali non se ne accorgono da soli.
Ricordate la versione web dell’Agenda Monti? E, soprattutto, il dimenticato sito di Letta100giorni.governo.it  , dove l’allora premier spiegava l’importanza di concentrarsi “ sempre di più sulle politiche proprio quando lo scontro nella politica sembra farsi incandescente” .
Le infografiche meticolose del passodopopasso non hanno più l’esuberanza irriverente delle prime dell’era renziana, quelle degli 80 euro, addobbate con incongrui dettagli (un pesciolino rosso) per far sorridere giornalisti in deliquio.
No, ora le tavole sono sobrie, un po’ sulla difensiva, con una somiglianza quasi inquietante con quelle di “Impegno Italia — 12 febbraio”: doveva essere il programma per il rilancio del governo Letta, è diventato il suo testamento.
Le priorità  di allora sono le stesse di oggi: Europa, crescita, disoccupazione, imprese, lotta alla burocrazia.
Uno dei sintomi della crisi di Letta era l’ossessiva successione di discorsi programmatici: uno ogni due mesi, sempre solenni, sempre più articolati, quando non puoi scegliere meglio promettere tutto.
Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme a fianco del premier in conferenza stampa, pronuncia una parola che mai si pensava compatibile con l’eloquio renziano (quello del “tanta roba”).
La Boschi spiega che il programma dei mille giorni, quello rilanciato dal sito passodopopasso, avrà  un passaggio parlamentare, ci sarà  una “parlamentarizzazione” degli annunci.
Non una fiducia, ovviamente, magari una mozione, un atto di indirizzo, una di quelle sottigliezze parlamentari che al pubblico del Tg1 cui si rivolge Renzi tendono a sfuggire.
I più sofisticati osservatori propongono questa interpretazione: il piano dei mille giorni è un nuovo programma, un po’ di rimpasto nel governo è inevitabile con la promozione di Federica Mogherini a Bruxelles, e quindi la “parlamentarizzazione” degli annunci sarà  un po’ l’inizio di un nuovo governo. Un Renzi bis. O un Letta bis, se la spinta propulsiva declinerà  ancora.
Le analogie possono continuare.
Il governo che doveva “cambiare verso all’Europa” si arrabatta con gli stessi stratagemmi del temporeggiatore Letta: rinvia il documento di economia e finanza con i conti pubblici, prova a sfangarla con qualche zero virgola di sconto dalla Commissione europea.
È quell’approccio del “cacciavite” che Renzi rinfacciava a Letta e che ora Stefano Fassina contesta a Renzi.
Fassina, ex bersaniano, quindi un po’ proto-lettiano, poi anti-renziano, poi normalizzato ora di nuovo critico (evoluzioni).
Anche nel programma lettiano c’era quella che Renzi presenta come sua personale novità : le scadenze (che qualche renziano osa già  chiamare “cronoprogramma”).
Letta ragionava — ingenuo — per trimestri, Renzi procede mese per mese. Che non si sa mai quando converrebbe votare.
C’è solo un dettaglio che rende ancora Renzi ben diverso da Letta: non si vede in giro Gaetano Quagliariello a guidare una qualche commissione di saggi.
Ma forse basta aspettare.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“BASTA ANNUNCI” E RENZI CI FA UNA CONFERENZA STAMPA

Settembre 2nd, 2014 Riccardo Fucile

PRESENTATO A PALAZZO CHIGI IL SITO CHE ILLUSTRA IL PROGRAMMA DEI “MILLE GIORNI”. DAI PROCLAMI IL PREMIER PASSA AL GIORNO PER GIORNO

Se riusciamo a togliere questo e a rimetterlo…. Intanto, togliamolo”.
Alle spalle di Matteo Renzi, a Palazzo Chigi, lo schermo rimanda le immagini del sito “Passo dopo passo”.
Quello che dovrebbe illustrare la rivoluzione dei mille giorni. Che si vedono molto poco. “Vedere male…”, dice lui, lasciando in sospeso la frase. Perchè è un eufemismo.
C’erano una volta le slide e il logo con il pesciolino rosso. Era il 12 marzo, la prima conferenza stampa di Renzi come premier. Quella passata alla storia (e poi ridefinita dallo stesso presidente del Consiglio) la “televendita”: ore e ore di annunci, proclami, programmi.
Una furia comunicativa talmente energica da far dimenticare la presenza assai parziale di fatti. Sono passati cinque mesi e mezzo e persino il proiettore di Palazzo Chigi mostra la corda.
“I mille giorni sono la risposta a chi ci accusa di annuncite”, declama il premier. Eppure, questa volta non ci sono neanche gli annunci.
La conferenza stampa della ripresa per il primo settembre Renzi l’aveva annunciata già  qualche mese fa.
Poi, sembrava superata dagli eventi: per il 29 agosto era previsto il Cdm di fine estate. Una riunione venduta come “epocale”, definitiva.
Che poi si è svuotata di contenuti: nello Sblocca Italia c’è molto meno di quanto lui aveva lasciato intendere, molta parte della riforma della giustizia non esiste (non ci sono neanche i testi, bloccati da accordi che non si sono chiusi).
E la scuola? Direttamente rimandata a domani. E allora, ecco che venerdì Renzi rilanciava l’evento di ieri. Promettendo, ancora una volta, sorprese, ricchi premi e cotillon. Nulla di tutto questo.
Il premier arriva, abito scuro, cravatta viola, abbronzato ma piuttosto scarico, accompagnato da Graziano Delrio e Maria Elena Boschi. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio è visibilmente stanchissimo. Renzi lo definisce “il mio fratello maggiore”, ma poi lo lascia parlare poco.
Le differenze tra i due anche caratteriali e l’abitudine del Capo del Governo a fare tutto da solo evidentemente rendono difficile la coabitazione tra i due. Ma Delrio per ora resiste.
L’unica raggiante dei tre è la Boschi. Tubino azzurro, della stessa tonalità  degli occhi, sguardo di ferro, portamento di chi sa il fatto suo, interviene non a supporto di Renzi, ma a correzione.
“Il disegno di legge delega sul lavoro alla Camera…”, dice lui. E lei lo corregge: “No, è al Senato”. “Leggo tanti giudizi secondo i quali è finita la nostra luna di miele, sono gli stessi che leggevo prima delle elezioni, quindi portano bene”, inizia Renzi.
Sorriso che vuol essere smagliante, risulta tirato. Poi, ecco la presentazione del sito. “Un diario”, lo definisce. Che verrà  aggiornato giorno per giorno.
Non lo illustra, rimanda tutti al web. Gli è sorto il dubbio che procedere indicando sempre nuovi obiettivi, decisamente troppo ambiziosi per chiunque in questo paese possa essere controproducente? Pare di no.
“È giusto impiccarsi a una data? Sì, perchè l’espressione accountability non esiste in italiano, è un concetto di responsabilità  ampia, è l’idea che ciascuno debba rendere conto di ciò che fa”.
Un tempo, lo slogan di Renzi era “Adesso!”. Ora l’orizzonte sono i 1000 giorni, la fine della legislatura. “Questo è il giorno zero. Sul sito trovate il count down”.
I 1000 giorni, dice, avranno una formalizzazione anche parlamentare.
Che vuol dire? Un voto? “Non sarà  una fiducia”, dice la Boschi, prima che il premier riesca a fermarla, “ne abbiamo chieste anche troppe”.
Caparbiamente, ribadisce l’efficacia politica e comunicativa del cronoprogramma, che enunciò per la prima volta nella sala alla Vetrata del Quirinale, ricevendo l’incarico. Allora parlò di riforme, adesso sostanzialmente rivendica le linee guida. Il tutto è decisamente breve.
Rispondendo alle domande, il premier liquida le questioni ancor più velocemente. Rimpasto? “Ci occuperemo della sostituzione di un ministro tra il 24 e il 26 ottobre”. Ricorda gli 80 euro e cita il sito come la prova della sua “visione”.
Accenna alla battaglia vinta con la Mogherini. Senza enfasi. Guarda l’orologio, sembra meno a suo agio del solito nell’enunciazione.
L’articolo 18? “Un evergreen”, “dobbiamo rendere il nostro mercato del lavoro come quello tedesco”.
Non manca il siparietto finale con la Boschi. Lei spiega, versione maestrina: “Per quel che riguarda il pregresso, i decreti da attuare ereditati dai precedenti governi erano 889 oggi sono     528. Ma il lavoro del nuovo governo porta nuovi decreti, dunque complessivamente quelli da attuare sono 699”.
Lui richiede il numero in continuazione. Quando scioglie la seduta, la perplessità  serpeggia tra i giornalisti accorsi. Tutto qui?
Lui imperterrito twitta: “L’Italia la cambiamo, piaccia o non piaccia ai soliti noti esperti di palude. Mille giorni e l’Italia tornerà  leader, non follower”.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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GIANNI E PINOTTI

Settembre 2nd, 2014 Riccardo Fucile

IN POLE POSITION PER GLI ESTERI, CON GRAN SOLLIEVO PER LA DIFESA E GLI INTERNI

Chi pensava di aver visto tutto il giorno di Renzi col secchio in testa o col gelato in mano ha dovuto ricredersi ieri, dinanzi al Renzi dei Mille Giorni (risposta italiana alle Mille e una notte, ma molto più fiabesca).
E non è finita qui, perchè voci insistenti danno Roberta Pinotti e Angelino Alfano in pole position per gli Esteri, con gran sollievo per la Difesa e per l’Interno.
La Pinotti è quella che, alle primarie del Pd a Genova, arrivò terza: ma solo perchè correvano in tre (se erano in sedici, arrivava sedicesima) e che l’altro ieri, alla notizia che il marò Latorre aveva un malore, s’è scapicollata in India per accudirlo (senonchè, complice il fuso orario, al suo atterraggio il malato era già  guarito).
Alfano invece è Alfano. E intendiamoci: l’idea che uno così non tenga più le mani su polizia e servizi segreti è rassicurante.
Ma ne sfugge l’attinenza con gli Esteri. Se è per questo, i precedenti esperimenti alla Giustizia, alla segreteria Pdl e all’Interno hanno dimostrato la sua assoluta incompatibilità  con qualsiasi incarico e la sua enciclopedica incompetenza su qualunque materia.
Il che lo rende perfetto per qualsivoglia poltrona: essendo negato per tutto, può fare tutto con la medesima impreparazione.
Va detto, per inciso, che un ministro degli Esteri dovrebbe parlare qualche lingua estera, mentre il nostro conosce una sola parola straniera (o meglio, quella che lui crede una parola straniera): “vucumprà ”.
Il mese scorso, giunto in ritardo a Strasburgo su un volo disturbato dal vento, si scusò con la commissaria europea Cecilia Malmstrà¶m che l’aspettava, inerpicandosi temerario sulla lingua inglese: “Sorry… de uà ind…”.
La Malmstrà¶m, svedese dunque padrona dell’inglese, lo guardò esterrefatta, poi tradusse materna e protettiva: “Ah, the wind”.
Insomma: l’Angelino da esportazione ci regalerebbe soddisfazioni mai provate neppure ai tempi di Frattini Dry. Che, a differenza di Alfano, s’impegnava poco, non proferiva verbo e, a ogni crisi internazionale, veniva colto a svernare su un atollo caraibico o ad abbronzarsi su una pista da sci.
Anche perchè i partner europei, conoscendone la mondana indolenza e la decisiva inutilità , si scordavano di invitarlo ai vertici.
Al contrario Angelino, pur essendo un altro pelo superfluo della politica, s’impegna e si agita moltissimo, parla e twitta senza sosta. Nessuno, sventuratamente, l’ha mai visto a riposo.
Tanto Frattini era pigro e innocuo, quanto Alfano è attivo e pernicioso.
Soprattutto per se stesso, il suo partito (prima il Pdl, ora Ncd) e il suo dicastero. Ogni volta che apre bocca, cioè sempre e di solito fuori sincrono rispetto ai rari pensieri che l’attraversano, fa danni.
Fortebraccio diceva di Tanassi: “Tace perchè, essendo riuscito ad avere un’idea, ha paura che gli scappi”.
Alfano invece, al primo segno di vita del suo neurone, inizia a parlare. Poi però s’inceppa: bocca aperta a fermo immagine, sopracciglia aggrottate, allarme degli astanti che temono una paresi e, mentre chiamano l’ambulanza, lo vedono improvvisamente sbloccarsi per dire cose di devastante inutilità .
Il 9 marzo era a Sky a commentare la notizia di tre bambine uccise a Lecco. E lì, forse ispirato dalla toponomastica, giurò ieratico: “Non daremo scampo a chi ha compiuto questo gesto efferato e ignobile, inseguiremo l’assassino finchè non l’avremo preso, poi lo faremo stare in carcere fino alla fine dei suoi giorni: ora convoco i vertici della polizia”.
Invano la conduttrice tentò di frenarne l’empito e, a gesti, di comunicargli che la madre era stata arrestata da un pezzo e aveva confessato.
La polizia s’era dimenticata di avvertirlo, non capacitandosi del fatto che fosse davvero il ministro dell’Interno.
Se ora passasse agli Esteri, però, con almeno un paese intratterrebbe ottimi rapporti: il Kazakhstan. E sarebbe comunque un buon inizio, anche per le ottime relazioni di Astana con Mosca.
Putin poi adora gli italiani che lo fanno ridere. L’altroieri ha detto: “Se voglio, arrivo a Kiev in due settimane”.
Appena vedrà  Alfano si correggerà : “Già  che ci sono, in tre settimane vengo a Roma”.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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UCRAINA, I FILO RUSSI AVANZANO AD EST, POLONIA IN ALLARME

Settembre 2nd, 2014 Riccardo Fucile

SUL FRONTE COMBATTE UNA LEGIONE STRANIERA: SPAGNOLI, FRANCESI E ITALIANI

Russi , certo. Ma tra i calcinacci e le barricate della «Nuova Russia » devastata dai bombardamenti dell’esercito di Kiev ci sono guerriglieri arrivati da tutto il mondo, per combattere al fronte nell’Est ucraino.
E lo fanno in entrambi gli schieramenti, filo-russi e lealisti.
Nella carneficina che ha già  fatto scavare quasi tremila tombe, Angel lo spagnolo e Viktor il francese sono a Donetsk con la tedesca Margherita, disposti a morire insieme a decine di stranieri per difendere una terra cui non appartengono.
Francesco, italiano con una lunga militanza tra i neofascisti di Casa Pound, sta dall’altra parte della barricata, coi filo-governativi, insieme a Mikael lo svedese. Con centinaia di polacchi e combattenti arrivati da mezzo mondo per arruolarsi nei battaglioni volontari, si affiancano in battaglie altrui al demoralizzato esercito di Kiev.
Oltre ai francesi e agli spagnoli che ha intervistato, Paula Slier di Russia Today dice che tra le file dei ribelli separatisti a Donetsk ci sono anche «serbi e polacchi, britannici, israeliani e tedeschi»
Mentre i leader del mondo occidentale pianificano e varano sanzioni per punire Putin della “invasione” russa, un’altra invasione strisciante di ragazzi è in corso proprio dai loro stessi Paesi. «Siamo qui per difendere i civili: per favore, salvate la gente del Donbass », dicono Angel Davilla Rivas e Munoz Perez, spagnoli poco più che ventenni, alla telecamera a Donetsk. Mostrano orgogliosi tatuaggi di Lenin e Stalin: «Non sono e non siamo terroristi nè mercenari, sono gente che difende la propria casa. Le televisioni occidentali non dicono la verità , questa gente non vuole attaccare Kiev ma solo difendersi, e non capisce perchè il governo ucraino li attacca e li uccide. Vogliono solo vivere in pace, chiedono che sia rispettata la volontà  che hanno espresso con il referendum, in cui all’80 per cento hanno detto sì all’indipendenza ».
«Io a Putin non mi inchino», dice sul fronte opposto filo-governativo il ceceno Ruslan Arsayev al freelance Oliver Carroll, che lo intervista per Mashable News.
Armato fino ai denti, ha un gattino sulla spalla e una storia di guerra e guerriglia che affonda le radici nella sua famiglia: un fratello, dice, era coinvolto nel dirottamente di un aereo russo in Turchia, costato la vita a due persone; l’altro era un dirigente nel governo clandestino ceceno nella terribile guerra con Mosca.
Ora combatte contro i separatisti nel battaglione volontario Aidar in cui militano, secondo quanto riferiscono a Carroll, anche ucraini e bielorussi, e «fino a poco tempo fa anche due canadesi, o forse svedesi ».
Svedese è per certo Mikael Skillt, uno che combatte «per la sopravvivenza dei bianchi» nel famigerato battaglione Azov, pesantemente infiltrato dai neonazisti ucraini di Pravi Sektor.
Alla Bbc ha detto di essere pronto a combattere anche per Assad, che è contro il «sionismo internazionale », e nelle arcane ragioni della passione politica estrema, in Siria potrebbe trovarsi dalla stessa parte dei francesi Viktor Lenta e Nikola Perovic (di origine serba), oggi in prima linea tra i ribelli del Donbass: intervistati da Le Monde , spiegano che «la Russia è l’ultimo baluardo alla globalizzazione », ma in Francia avevano fondato un movimento di supporto proprio ad Assad.
Da un tetto della povera Donetsk, la deliziosa capitale del Donbass svuotata sotto i colpi di artiglieria sparati dall’esercito di Kiev e dai battaglioni volontari che combattono al suo fianco, la giovane e bella tedesca Margherita Zeider dice che non poteva «rimanere a guardare come i nazisti ucraini ammazzano i civili», e per questo ora è lì a difendere il Donbass casa per casa. Ma sono stranieri anche le «molte decine di polacchi» catturati dai ribelli all’aeroporto di Donetsk.
Dalla Serbia erano invece arrivati 205 volontari: «Si uniranno alla brigata “Sevic”», annunciava a luglio Igor Strelkov, l’ex “ministro della Difesa” del Donbass. Secondo il nuovo leader dei ribelli, Aleksandr Zakharchenko, anche turchi e romeni aiutano la causa.
Accanto al neonazista svedese Skillt, nel battaglione Azov combattono il 47enne francese Gaston Besson e l’ultracinquantenne italiano Francesco Saverio Fontana, nome di battaglia “Stan”, fascista militante dagli Anni Settanta, amico di Gabriele Adinolfi e del fondatore di Casa Pound, Gianluca Iannone.
Su Twitter affronta una giovane appassionata militante “tedesca e socialista”, Steiner1776: «Sei morta», le dice.

Paolo G. Brera
(da “La Repubblica”)

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URLA, SPINTONI, E’ CAOS STASERA ALLA FESTA DELL’UNITA’ TRA NO TAV E MILITANTI PD

Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile

BLOCCATO IL DIBATTITO SULLE INFRASTRUTTURE, POI IL SERVIZIO D’ORDINE DEL PD RESPINGE L’ASSALTO

Tensione altissima e tafferugli tra una ventina di No Tav e i militanti del Pd alla Festa dell’Unità  di Genova.
Un gruppo di antagonisti stasera ha letteralmente invaso lo spazio dibattiti alla Festa dell’Unità  di Genova dove il vicesindaco Stefano Bernini e l’assessore regionale alle Infrastrutture Raffaella Paita stavano per iniziare il dibattito.
Dopo qualche momento di tensione con la sicurezza del Pd, guardati a vista dalla polizia – che però non è intervenuta, su indicazione stessa dei dirigenti democratici –   il gruppo ha imbrattato con vernice rossa il cartellone della festa e hanno urlato slogan contro la Tav, il Pd e contro il procuratore di Torino Giancarlo Caselli.
A questo punto , mentre dal gruppo di No Tav   salivano grida di “fascisti” agitando i bastoni delle bandiere, i militanti del Pd, tra cui i segretari regionale e provinciale Giovanni Lunardon e Alessandro Terrile, ma anche molti dei presenti, hanno letteralmente spinto fuori i contestatori dallo spazio dibattiti dove la discussione è ripresa mentre molti degli astanti gridavano “democrazia, democrazia” e sullo striscione imbrattato – sono state lanciate anche alcune uova –   è stato aggiunto “Genova è democratica”.
I contestatori sono risaliti su per i vicoli lasciando l’area di piazza Caricamento, mentre gli uomini della sicurezza restano nella piazza, dove la maggioranza degli stand commerciali ha chiuso i battenti.
“E’ una cosa inaccettabile, le persone che hanno costruito queste feste sono le stesse che si sono battute per la democrazia – dice l’assessore regionale alle Infrastrutture Raffaella Paita, che insieme a Bernini era invitata a partecipare al dibattito.

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PRESCRIZIONE, E’ CORSA A SALVARE BERLUSCONI DAL PROCESSO DI NAPOLI

Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile

NCD PREME PER EVITARE IL PROCEDIMENTO SULLA COMPRAVENDITA DEI SENATORI

Il governo Renzi ha appena approvato la riforma della giustizia penale — in realtà  un insieme di deleghe che richiedono diversi passaggi prima di diventare legge dello Stato — ma già  scoppia la prima grana.
Non a caso, sul tema caldo della prescrizione.
Il testo approvato allunga i tempi di “scadenza” dei reati, pur con un farraginoso meccanismo a singhiozzo, ma con una clausola che potrebbe far comodo anche a molti politici sotto processo: le nuove norme riguarderanno solo i processi già  conclusi in primo grado il giorno (al momento indeterminato) dell’entrata in vigore della legge.
Ma l’Ncd, a quanto racconta il Messaggero, non è soddisfatto e preme per mettere in sicurezza il processo per corruzione in corso a Napoli a carico di Silvio Berlusconi sulla compravendita di senatori.
Che con le norme attuali è destinato a morire nell’autunno del 2015, e non c’è speranza che per quella data arrivi una sentenza di Cassazione, ma con quelle nuove, in caso di condanna in primo grado, potrebbe resuscitare.
Così gli alfaniani punterebbero a cambiare la norma transitoria in modo che le nuove regole valgano solo per i reati commessi dopo l’entratata in vigore della legge.
“RIFORMA DELLA GIUSTIZIA”. MA I TESTI NON CI SONO.
Oltre al congelamento della prescrizione per due anni in caso di condanna di primo grado, i testi approvati dal cdm del 29 agosto prevedono lo stop ai ricorsi in Cassazione se un imputato ha avuto sentenze “conformi” in primo grado e in appello, sia in caso di doppia condanna sia di doppia assoluzione; limiti all’utilizzo e alla pubblicazioni delle intercettazioni telefoniche, con tutele ulteriori per chi è stato   ascoltato senza essere indagato.
Almeno secondo le bozze diffuse dalle agenzia di stampa Public policy, dato che al termine del cdm sulla riforma della giustizia e sullo “sblocca Italia” il governo, di nuovo, non ha diffuso i testi approvati.
In più, sul fronte caldo della giustizia penale si tratta comunque di ddl delega, che il Parlamento dovrà  approvare, dando appunto al governo la delega di legiferare in materia con un decreto legislativo.
Solo a quel punto i provvedimenti entreranno in vigore.
Di conseguenza i testi potrebbero cambiare, anche perchè, scrive Public policy, nei testi approvati dal consiglio dei ministri è apposta la clausola “salvo intese”. Significativo il commento di del consigliere politico di Forza Italia Giovanni Toti: “Nella riforma della giustizia ci sono alcuni passi nel senso giusto, ma molto timidi, come la responsabilità  civile dei magistrati; altre cose che vanno nella direzione opposta come il blocco della prescrizione, il ritorno al falso in bilancio e l’autoriciclaggio che non sono utili alla giustizia”.
Sul fronte della prescrizione — oggetto di scontro perenne tra centrodestra e centrosinistra – le bozze confermano le alchimie emerse nelle ultime settimane.
Dal deposito della sentenza di primo grado, in caso di condanna, si prevede la sospensione del corso della prescrizione e la necessità  di arrivare all’appello entro due anni, si legge all’articolo 3 della bozza di ddl sulla riforma del codice penale.
La bozza prevede che il tempo ricomincerà  a correre, recuperando anche la sospensione, nel caso in cui la sentenza di appello sia di assoluzione.
Le nuove regole varranno soltanto per le sentenze di primo grado emesse dopo l’entrata in vigore della legge (ma su questo è già  scontro).
Inoltre, viene prevista una sospensione di un anno dopo la sentenza di appello in attesa del giudizio di Cassazione.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’IMPRESA DI RESISTERE ALLA CRISI IN UN PAESE STANCO SENZA PIU’ PASSIONI

Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile

LA NOSTRA SOCIETA’ SEMBRA AVER PERSO MORDENTE, SLANCIO, CAPACITA’ DI PROGETTO E DI PROTESTA

Nel Tramonto dell’Occidente – libro che negli anni Venti ebbe un enorme successo peril suo pathos epocale e il suo miscuglio di intuizioni geniali ed enfasi apocalittica zeppa di strafalcioni logici – Spengler annunciava che la civiltà  occidentale – per lui sostanzialmente germanica – esaurito il suo slancio faustiano di espansione e di conquista sarebbe presto morta.
Il suo ultimo stadio sarebbe stata una sua pallida ed esangue copia collocata vagamente in Oriente, fra la Vistola e l’Amur, presto destinata a spegnersi.
Non è il caso di lasciarsi affascinare dai bagliori della decadenza – già  la musica e il suono della parola «Occidente» hanno una seduzione di declino – nè dai profeti quasi sempre soddisfatti di proclamare sventure e impermaliti, come Giona, quando tali sventure non si avverano.
Se la nostra civiltà  occidentale ha certo le sue gravi difficoltà , nelle altre parti del mondo e nelle altre culture non si sta molto bene.
È innegabile tuttavia che la descrizione di quella civiltà  spenta e opaca, priva di passioni, che Spengler situa in un’Europa orientale semiasiatica, assomiglia all’atmosfera che, da non molto tempo ma sempre più diffusamente, si è creata nel nostro Paese.
La crisi economica sembra provocare non tanto una lotta per la sopravvivenza, quanto una fiacca rassegnazione.
Certamente vi sono molti individui che lottano, con le unghie e con i denti, per la loro esistenza e per la dignità  della loro esistenza.
Sono essi i protagonisti, i combattenti di questa difficile battaglia. Quello che resiste è il più autentico capitalismo legato ancora all’iniziativa individuale, al rapporto diretto tra il lavoro e il profitto, alla piccola attività  ed impresa, mentre il grande capitalismo dei tronfi ed inetti signori del mondo, sempre più anonimi e scissi dalla dura realtà  del lavoro, è spesso largamente, talvolta criminosamente colpevole della crisi.
Ma la nostra società  sembra aver perso, in generale, mordente, slancio, capacità  di progetto e di protesta, passione.
Ciò che manca, da qualche tempo, è soprattutto la passione politica, che ha contrassegnato – con le sue lotte, i suoi furori, le sue faziosità , i suoi ideali – la vita del Paese dal Dopoguerra (i diversi antifascismi, lo scontro tra comunismo e democrazia liberale, la tumultuosa crescita economica che portava con sè tensioni, entusiasmi e progressi sociali) agli anni dei governi Berlusconi, che scatenavano ancora amori e odi.
L’ultima fiammata di irruente accensione degli animi è stato il Movimento 5 Stelle, che tuttavia non solo sembra affievolirsi, ma che non pare essere stato, a differenza di altre formazioni pur tendenti all’estremismo, una componente organica del Paese
L’Italia sembra vivere stanca, depressa ma senza drammi, indifferente alla politica ovvero al proprio destino, giacchè la politica è la vita della Polis, della comunità .
Un Paese senza.
Fra i negozi vuoti spiccano le trattorie e i ristoranti, decisamente più frequentati; la gola è l’ultimo appetito a morire, resiste alla depressione e alla mancanza di senso più del sesso.
Speriamo di non essere alle soglie di un abisso, come negli anni Venti; in ogni caso, manca quella frenesia trasgressiva e disperata di vita che c’era in quegli anni sciagurati ma vivi e che risuona nelle canzoni di Brecht o nelle musiche di Cabaret.
La nostra esistenza assomiglia piuttosto a quella di un personaggio di Gozzano, Totò Merùmeni: «E vive. Un giorno è nato, un giorno morirà ».

Claudio Magris
(da “il Corriere della Sera”)

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IL VALORE CIVICO PIU’ CONDIVISO DAGLI ITALIANI? L’AMBIENTE

Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile

IL VOTO NON E’ PIU’ UNA VIRTU’… IL COMPORTAMENTO MENO ACCETTABILE? GETTARE RIFIUTI IN STRADA

Esiste una ricchezza del Paese che non compare nelle statistiche ufficiali del Pil o negli indicatori che descrivono lo sviluppo: il capitale sociale.
È quella ricchezza collettiva data dalla fiducia, dal senso di responsabilità  verso gli altri e le istituzioni, dai comportamenti nei confronti dell’ambiente, della comunità , di ciò che appartiene alla collettività .
Si è progressivamente posta attenzione a questa dimensione perchè il capitale sociale costituisce una precondizione per lo sviluppo, è l’humus nel quale si possono coltivare le qualità  sociali indispensabili per la crescita di una comunità .
Fra le molte disomogeneità  che caratterizzano l’Italia, sicuramente anche quella relativa al capitale sociale non fa eccezione.
Lo possiamo osservare individualmente viaggiando lungo lo Stivale, lo troviamo analizzato da diversi studi socio-economici: rispetto delle regole, comportamenti civici, forme di solidarietà  e mondi associativi sono diffusi in modo diversificato e con intensità  diverse nel Paese.
L’indagine LaST (Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa) ha provato a verificare in che misura un insieme di comportamenti che sul piano della collettività  sono considerate accettabili, cercando di delineare una misura del grado di appartenenza a una comunità  civica degli italiani.
Per marcare maggiormente la legittimazione sociale di taluni modi di agire, consideriamo qui quanti hanno espresso una totale inaccettabilità  di quelli proposti.
La classifica che ne scaturisce vede, su tutti, svettare due condotte ritenute dalla quasi totalità  assolutamente non accette: gettare rifiuti nei luoghi pubblici (96,3%) e compiere atti vandalici come forma di protesta (91,6%).
Sensibilità  ambientale e rispetto delle proprietà  (privata) costituiscono due dimensioni fondamentali nel definire il perimetro delle virtù civiche italiche.
Più staccate troviamo altre due azioni che paiono avere un grado maggiore di tollerabilità : fingere di essere ammalati per assentarsi dal lavoro (78,3%) e non pagare le tasse o cercare di pagarne meno del dovuto (72,3%).
Per circa un quarto degli italiani la dimensione dell’evasione (dal lavoro e dalle tasse) può avere una giustificazione.
Appaiate, poi, troviamo un gruppo di azioni che vede ulteriormente allargarsi l’alone di plausibilità : denigrare l’avversario politico (53,2%), bloccare i lavori di interesse pubblico (52,0%), farsi raccomandare (51,3%).
Sicuramente il clima politico surriscaldato che il Paese ha vissuto in questi anni e il peso di visioni particolaristiche influiscono nel rendere ragionevoli simili modi di agire.
Lo stesso (mal) funzionamento del mercato del lavoro nazionale, poi, induce a cercare forme di aiuto informali per ottenere un’occupazione. Infine, al fondo della classifica si colloca la forma di partecipazione politica per eccellenza: votare alle elezioni.
Solo un terzo (34,8%) degli italiani considera questo come un atto assolutamente dovuto al quale non è opportuno sottrarsi.
Una volta di più, troviamo conferma del distacco che serpeggia nei confronti della politica da parte degli italiani.
Per cercare una sintesi delle diverse valutazioni e individuare un profilo del senso di «comunità  civica» degli italiani si sono sommate le diverse risposte e individuati così 4 gruppi prevalenti.
Il primo è costituito dai «civici rigorosi» (42,8%) ovvero da quanti hanno considerato tutte le opzioni proposte assolutamente inammissibili. Seguono i «civici accomodanti» (30,8%) ovvero coloro che ritengono talvolta ammissibili solo alcuni dei comportamenti elencati.
Infine, quasi appaiati, abbiamo i «civici permissivi» (15,2%) e gli «anomici» (11,2%).
Si tratta, rispettivamente, di chi ritiene legittimati almeno due fra le condotte ipotizzate e quanti ne avallano almeno la metà . In generale, questi esiti differenziano in modo sufficientemente netto gli orientamenti della popolazione.
Un senso di «comunità  civica» è più diffuso fra le donne, i più adulti (oltre i 50 anni), i non attivi sul mercato del lavoro e ha un basso livello di studio. Viceversa, un maggior grado di permissività  e «anomia» è rinvenibile fra i maschi, le generazioni più giovani (fino a 34 anni), chi possiede un titolo di studio medio-alto.
È opportuno rilevare come altri fattori siano discriminanti. In primo luogo, l’appartenenza geografica. I residenti del Nord (soprattutto a Nord Est) hanno un più spiccato senso civico rispetto a quanti vivono nel Centro-Sud.
Tuttavia, in queste aree non mancano i «civici rigorosi» che sono in misura analoga a quelli del Nord. Piuttosto, a pesare è la quantità  degli «anomici» che è più elevata della media. In altri termini, nel Centro-Sud gli orientamenti della popolazione risultano più polarizzati.
Infine, la dimensione della morale religiosa e dell’interesse verso la politica rappresentano, una volta di più, un sostrato fondamentale per coltivare le virtù civiche.

Daniele Marini
Università  di Padova

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DAL CHIUSO PER FERIE AL CHIUSO PER SEMPRE: SETTEMBRE NERO PER I COMMERCIANTI

Settembre 1st, 2014 Riccardo Fucile

ECATOMBE DI BAR, LIBRERIE, RISTORANTI   E NEGOZI DI ABBIGLIAMENTO: MIGLIAIA DI ESERCIZI COMMERCIALI NON RIALZERANNO PIU’ LE SARACINESCE

“È una disperazione, tristissimo. Le cose stanno addirittura peggiorando. Ci vuole qualcuno che inverta la rotta”. Ma chi?
La risposta alla signora Maria, commerciante storica nel centro dello shopping romano, non ce l’ha nessuno.
A causa della crisi, in tutte le città  italiane, è un’ecatombe di bar, librerie, ristoranti, negozi di abbigliamento e di cosmetici.
Tanto che oggi, 1° settembre, migliaia di esercizi commerciali non rialzeranno più le saracinesche dopo la chiusura estiva.
“Vede — spiega Maria, commerciante dallo spirito battagliero che negli ultimi anni si è dovuta scontare con una burocrazia sempre più insidiosa e una soffocante pressione fiscale — laggiù ci sono due negozi e un bar che hanno affisso sulla vetrina ‘chiuso per ferie’, ma so per certo che non riapriranno”
I numeri ufficiali ancora non ci sono per confermare questa che è più di una sensazione e che si percepisce camminando per le vie del commercio lungo lo Stivale. Ma i dati previsionali di Confesercenti non lasciano dubbi.
A luglio e agosto hanno cessato l’attività  circa 5.463 imprese, contro appena l’apertura di appena 2.603.
In altre parole: ogni 2 chiusure, c’è stata una sola apertura con la situazione più grave che si registra nelle regioni meridionali, dove si concentra quasi un terzo delle chiusure complessive.
Ma le nuove attività  sembrano, comunque, destinate ad avere una vita sempre più breve. Previsioni, che se dovessero essere confermate, confermerebbero un trend negativo da oltre un anno, in linea con quello registrato nell’estate del 2013, fino ad ora l’annus horribilis per il commercio al dettaglio.
Sempre secondo l’Associazione degli esercenti, a giugno 2014 oltre il 40% delle attività  aperte nel 2010 (circa 27mila imprese) è già  sparito, bruciando un capitale di investimenti di circa 2,7 miliardi di euro. E un’impresa su quattro dura addirittura meno di tre anni.
ROMA
Amara realtà , certificata sul campo, anche da un altro negoziante di via Cavour, arteria commerciale sempre nel cuore di Roma. “Dopo la pausa estiva — ci ha raccontato — resteranno chiusi un paio di locali che, comunque, espongono il cartello con le indicazioni delle ferie”.
Quello che, infatti, non c’è scritto sui cartoncini (affissi obbligatoriamente per legge) è tutta un’altra storia ancora più mortificante.
Chiudono imprese che hanno anche una lunga attività  familiare alle spalle e che per pudore non riescono ad ammettere la propria sconfitta, schiacciati tra tasse, contributi all’Inps, l’apertura dei centri commerciali e il calo di clienti.
L’ultimo colpo di coda per la dignità  di un piccolo imprenditore — fabbrica o negozio che sia lo spirito italico è sempre lo stesso — che preferisce chiudere senza clamore, magari approfittando delle ferie.
Così come conferma Confesercenti: “Solo a fine anno, con il mancato rinnovo della tessera all’associazione, scopriamo che un socio ha chiuso e che la sua attività  è scomparsa
PALERMO
“Sopravviviamo a stento, è un fallimento. Se non arriva un aiuto, siamo una barca che sta andando a fondo”, si confessa Roberto, titolare di un negozio a Palermo che sottolinea: “Anche sulla saracinesca della storica gioielleria Fiorentino è affisso un cartello con cui si comunica alla clientela che l’attività  rimarrà  chiusa per ferie dall’1 agosto al 15 settembre. Mi sembrano delle ferie eccessivamente lunghe per il momento economico che stiamo vivendo. Mi sembra più un escamotage per nascondere con pudore il fallimento”.
TORINO
E capita anche a chi era aperto da 83 anni di abbassare per l’ultima volta la serranda. È la storia della storica libreria Dante Alighieri di Torino, fondata da Giovan Battista Fogola. In questi giorni di ritorno dalle vacanze, i fratelli Nanni e Mimmo Fogola faticano a trovare le parole per spiegare ai clienti increduli il perchè di questa decisione.
“Negli ultimi anni — si confessano — gli affari sono diminuiti, le spese sono aumentate e il contesto generale di crisi non ha aiutato. Forse avremmo dovuto chiudere già  negli scorsi anni, ma era una scelta troppo sofferta”.
Così dal 30 di settembre, la libreria che ha ospitato poeti come Giuseppe Ungaretti, presidenti della Repubblica e attori del calibro di Vittorio Gasmann chiuderà .
FIRENZE
E fra i commercianti in crisi, neanche i saldi estivi hanno aiutato. “I clienti entrano, guardano, chiedono il prezzo e vanno via. In passato c’era la fila fuori, quest’anno niente”.
Anche a Firenze, passeggiando per le vie del centro storico sono tanti i cartelli “chiuso per ferie”. E un barista a 200 metri dal Duomo annuncia: “Chiudo tutto e me ne vado all’estero, non ce la faccio più”.
Un altro ammette: “Ho tenuto alzata la saracinesca anche per tutto il mese di agosto. Era la prima volta che lo facevo, sperando di far quadrare i conti. Meglio sarebbe stato andare in vacanza”.
Andamento fotografata dall’Istat con le vendite al dettaglio ferme nel mese di giugno 2014 rispetto a maggio. E in discesa del 2,6% su base annua. Il bonus di 80 euro del governo Renzi non ha avuto effetti immediati sui consumi degli italiani.
Intanto, per gli esercenti che da oggi riaprono i battenti la strada si fa in salita.
“C’è la doppia batosta Tari/Tasi da pagare e le consuete tasse che vanno saldate a settembre dopo la pausa estiva”, spiega Mauro Bussoni, segretario generale Confesercenti. “Come se non bastasse, sui piccoli commercianti si è abbattuta dal 2012 anche la liberalizzazione delle aperture del commercio.
Introdotta dal Salva-Italia con lo scopo di rilanciare consumi e occupazione, è stata un vero flop: i previsti effetti benefici sono tuttora ‘non pervenuti’ e il settore ha perso tra il 2012 e il 2013 oltre 100mila posti di lavoro tra imprenditori e dipendenti, registrando allo stesso tempo 28,5 miliardi di minori consumi di beni da parte delle famiglie”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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