Destra di Popolo.net

RENZI SI TOGLIE LA MIMETICA: “NON È IL TEMPO DELL’INTERVENTO MILITARE”

Febbraio 16th, 2015 Riccardo Fucile

“NON E’ IL MOMENTO DELL’AZIONE”   E BACCHETTA GENTILONI E LA PINOTTI

“Sulla Libia ci si era spinti troppo avanti, quasi a briglie sciolte a dichiarare che l’Italia è pronta a “combattere”, come ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni già  venerdì scorso, o addirittura a quantificare già  il numero di soldati da inviare, “cinquemila”, diceva il ministro della Difesa Roberta Pinotti in un’intervista ieri al Messaggero.
Parole un bel po’ sopra le righe, pericolosamente affrettate.
Tanto che il premier Matteo Renzi da ieri si è messo al lavoro per raddrizzare la rotta del governo: ieri sera con un’intervista al Tg1 e ancora oggi con un’altra intervista al Tg5. “Non è il momento per un intervento militare”, scandisce Renzi in una insolita versione estremamente diplomatica e cauta.
Bisogna “aspettare l’Onu”.
Le parole d’ordine sono “prudenza e attenzione: non si passi dall’indifferenza all’isteria o a reazioni irragionevoli”.
Magari sarà  stata anche colpa del caos sulle riforme costituzionali alla Camera, che ha assorbito l’attenzione del presidente del Consiglio da quando è tornato dal consiglio europeo giovedì notte.
Però la situazione è un po’ sfuggita di mano: è questa la sensazione al quartiere generale del capo del governo. Te la confidano a denti stretti.
Pare sia finita nel mirino anche l’intervista dell’eurodeputata renziana Simona Bonafè oggi al Corriere della Sera, con quel titolo: “Intervenire o no? Nessuna alternativa all’uso della forza, ma sotto l’egida dell’Onu”.
Una specifica, quella riferita alle Nazioni Unite, che non basta, per come la vede Renzi, impegnato da ieri ad invitare i suoi — ministri e parlamentari — alla cautela.
Non basta perchè bisognerebbe fermarsi prima, lasciar perdere toni che quasi dichiarano la guerra, unilaterale da parte del Belpaese che si sente minacciato.
L’affare Libia è materia delicatissima, la prima minaccia di guerra così ravvicinata per il giovane governo Renzi e — in tempi recenti — per l’Italia.
Va trattata con i guanti, nel rispetto delle trattative diplomatiche in corso e in attesa che le Nazioni Unite trattino la questione. E’ un test, una prova ad alto rischio per le arti diplomatiche dell’esecutivo italiano.
E’ per questo che il capo del governo corre ai ripari, mette in ordine la comunicazione.
La linea è: “Aspettare che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu lavori un po’ più convintamente sulla Libia, anche se è comprensibile che ci siano altre questioni: l’Ucraina, la Siria e l’Iraq, il Medio Oriente… In Libia non c’è un’invasione dello Stato islamico, ma alcune milizie che combattevano in Libia hanno iniziato a fare riferimento allo Stato islamico, che sta lavorando con una capillare opera di comunicazione e persuasione in Africa e Medio Oriente”.
E ancora: “Da tre anni in Libia la situazione è fuori controllo, lo abbiamo detto in tutte le sedi e continueremo a farlo. Ma la comunità  internazionale se vuole ha tutti gli strumenti per poter intervenire. La proposta è di aspettare il consiglio di sicurezza Onu. La forza dell’Onu è decisamente superiore alle milizie radicali”.
Dichiarazioni decisamente meno ultimative che riacciuffano un’Italia spinta sul baratro della guerra nel giro di tre giorni.

(da “Huffingtonpost“)

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NEW YORK TIMES: ALESSANDRO DI BATTISTA E’ IL “BALLISTA” MONDIALE

Febbraio 16th, 2015 Riccardo Fucile

IL DEPUTATO CINQUESTELLE VINCE LA SPECIALE CLASSIFICA DELLA TESTATA AMERICANA

Una citazione del New York Times non è cosa di ogni giorno.
Certo, quello guadagnato dal deputato M5s Alessandro Di Battista non è proprio un riferimento lusinghiero.
In un articolo firmato da Bill Adair e Maxime Fischer-Zernin dedicato alle più inverosimili bugie dai politici nel 2014 il membro del direttorio pentastellato si è guadagnato il primo posto.
Sotto accusa, le parole pronunciate da Di Battista alla manifestazione del Circo Massimo, il 13 ottobre scorso.
Rispondendo al ministro della Salute Beatrice Lorenzin che aveva definito la Nigeria un “paese tranquillo”, Di Battista aveva replicato: “il 60% è in mano agli estremisti islamici di Boko Haram, il resto del paese è in mano ad Ebola”.
Il New York Times cita a sua volta il premio “Balla dell’anno” assegnato dal sito italiano Pagella politica, che ha spiegato come il gruppo terroristico controlli una parte molto esigua del territorio.
Quanto alla diffusione del virus Ebola, i casi registrati nel Paese sarebbero stati soltanto 20, e il 20 ottobre scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità  ha giudicato la Nigeria Paese “Ebola-free”.

(da “Huffingtonpost“)

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BACIONI A FIRENZE: IL POLTRONIFICIO DI RENZI & BOSCHI

Febbraio 16th, 2015 Riccardo Fucile

LA GEOGRAFIA DEL POTERE CHE HA TRASLOCATO A PALAZZO CHIGI E DINTORNI NASCE TUTTA IN TERRA DI TOSCANA…. NON A CASO LI CHIAMANO IL GIGLIO MAGICO

Dalla Leopolda al Governo. Chi è rimasto al fianco di Matteo è stato premiato.
Da uomini del rottamatore, sono poi diventati normalizzatori di un Pd che è sempre molto più Margherita, molto più centro che sinistra.
Ma di rivoluzionario c’è rimasta la vecchia stazione Leopolda, i panel e le slide. Insomma, l’impressione di essere proiettati in un mondo politico del futuro e che nella realtà  è molto attaccato al passato.
Molto governativo. Ma con accento fiorentino.
Tanto che le persone al suo fianco sono state ribattezzate “giglio magico”.
Ma quasi nessuno è del capoluogo: arrivano tutti dalla provincia. Come lo stesso Matteo da Rignano sull’Arno, paesello alle porte di Firenze Sud che guarda la provicnia di Arezzo.
Giannizzeri e nani   Il consigliere più fedele di Renzi è Luca Lotti.
Siede nel cda della fondazione Open, cassaforte personale di Renzi, e nei palazzi cura i rapporti più delicati: forze dell’ordine, servizi segreti e il livello riservato degli uffici romani.
Oltre ad avere la delega fondamentale per chi ha fatto della comunicazione la sua fortuna: quella all’editoria.
La professione riconosciuta è infatti quella di sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega all’editoria.
Vuol dire tenere in pugno i giornali: è lui, e il suo dipartimento, che aprono o chiudono i finanziamenti pubblici agli editori.
Nato il 20 giugno 1982 a Empoli, vive a Montelupo Fiorentino, una cittadina di 13.000 abitanti a 22 chilometri da Firenze. Figlio del primo direttore della banca di Cambiano Marco Lotti e nipote del terracottaio Gelasio, Luca è cresciuto a Samminiatello, piccola frazione di Montelupo.
Il nonno prima e il padre poi hanno dedicato buona parte della vita alla tutela della terracotta. Luca si è fatto affascinare prima dal calcio, allenando la squadra femminile del paese, e poi da Renzi.
Le grandi passioni della sua vita sono queste. Altre non se ne conoscono pubblicamente.
Nel 2004, quando Matteo sbarca in Provincia, lo porta con sè come capo del suo staff. Nel giugno del 2009 Lotti è eletto in consiglio comunale a Montelupo, ma in quella stessa tornata elettorale Renzi diventa sindaco di Firenze e lui lo segue di nuovo.
Il 1° luglio 2009 è assunto a chiamata come responsabile della segreteria del sindaco, e nove giorni dopo, il 10 luglio, lo segue la moglie Cristina Mordini, impiegata nello stesso ufficio.
Quando Renzi conquista il Pd, Lotti lo segue nella segreteria nazionale, diventando responsabile dell’organizzazione e coordinatore.
Renzi premier? Lotti sottosegretario.
La sua carriera politica è dunque interamente scandita dalla benevolenza dell’amico Matteo.   Non è l’unico.
Altro protetto, cresciuto a pane e Renzi è Maria Elena Boschi.
Anche lei inserita nel cda della fondazione Open, di cui è ancora oggi direttore generale.
Nel 2009 lei sosteneva, insieme a Francesco Bonifazi, l’avversario alle primarie di Matteo: il dalemiano Michele Ventura.
Ma poi, con Bonifazi, è salita sul carro del vincitore. Oggi è più realista del reuccio.
E Renzi l’ha premiata. Prima nominandola in una controllata del Comune, poi ministro. Una fulminante carriera.
Anche lei, comunque, ha un suo gruppo di potere ben strutturato. Uomo cardine della sfera Boschi è l’avvocato Umberto Tombari, il professionista che ha battezzato verso la pratica legale una giovane Maria Elena ancor non folgorata dalla politica.
Nel suo studio la ragazza, appena laureata, svolse la pratica.
E Tombari, nei giorni del massimo splendore renziano, lo scorso maggio, è diventato presidente dell’Ente Cassa di risparmio di Firenze.
Un ruolo che, nel capoluogo toscano, vuol dire dirigere il potere come un vigile urbano fa col traffico.
Classe 1966 Tombari è legato anche a Renzi: fu l’attuale presidente del consiglio che gli chiese di guidare la partecipata del Comune Firenze mobilità .
Una società  chiave nella gestione delle casse fiorentine pari alla Firenze Parcheggi che aveva come amministratore delegato Marco Carrai, oggi anche lui nel cda dell’Ente cassa dove guida il comitato d’indirizzo.
L’avvocato ha cresciuto un’altra stella del firmamento renziano, Anna Genovese che è diventata commissario della Consob.
Nelle fila dei giovani e forti (e renziani) milita Filippo Bonaccorsi a cui il premier ha affidato la cabina di regia del Miur per ristruttura 21.230 scuole italiane e un pacchetto da un miliardo di euro da gestire.
Fratello della deputata renziana e componente del consiglio di vigilanza Rai Lorenza Bonaccorsi, il 46enne Filippo, dirigente in Provincia e poi ex assessore della giunta Renzi, è un avvocato un po’ ragioniere e un po’ sceriffo a cui piace lo scontro frontale.
Nel 2011 Bonaccorsi mostrava i denti ai sindacati confederali riuscendo a privatizzare l’Ataf, l’azienda del trasporto pubblico fiorentino.
Altra pedina fondamentale del giglio magico è Antonella Manzione.
Da capo dei vigili di Firenze e direttore generale del Comune toscano a responsabile del dipartimento degli affari giuridici di palazzo Chigi.
In passato aveva ricorperto lo stesso ruolo di capo dei vigili anche a Livorno, ma in quel caso la sua stella non è che brillasse come oggi. La ricordano come un’onesta impiegata. Nulla di più.
Sorella di Domenico Manzione, ex magistrato e oggi sottosegretario agli Interni, per essere portata nel Palazzo Renzi ha dovuto imporla alla Corte dei Conti: la magistratura contabile, infatti, aveva bocciato l’incarico di Manzione a capo del dipartimento affari giuridici e legali di Palazzo Chigi perchè non aveva i requisiti. L’incarico quindi è stato “congelato” ma Renzi, in risposta, lo ha confermato mandando un nuovo contratto alla Corte dei Conti.
Imposta dunque nel cuore normativo del Governo, Manzione è uno dei dirigenti di massima fiducia dell’ex sindaco.
Meno traumatico lo sbarco di Tiberio Barchielli, fotografo di fiducia del premier nonchè originario di Rignano sull’Arno, alla presidenza del Consiglio, insieme a Filippo Sensi, ex vicedirettore di Europa e massimo esperto di comunicazione politica, fine stratega che adora agire dall’ombra da quando era assistente di Francesco Rutelli. Sensi è l’unico a non essere renziano dalla prima ora nè toscano.
Per il resto, anche le nomine, sono tutte dirette sul nucleo del giglio magico. L’avvocato del premier, per dire, Alberto Bianchi, tesoriere della fondazione Open, è stato nominato nel Cda di Eni.
Mentre il suo commercialista, Marco Seracini, fondatore della prima associazione che si è occupata di raccogliere fondi per finanziare l’ascesa renziana (la Link, creata nel 2007 e tra i cui fondatori figura anche Simona Bonafè) è stato inserito nel Cda dell’Enel.
L’elenco sarebbe realmente infinito. Disegnando l’intero sistema di potere renziano con incarichi e nomine assegnate ad honorem per amicizia e rapporti personali, emerge una sorta di albero genealogico in stile nobiliare al cui vertice c’è ovviamente il novello principe Mattteo e scendendo si trovano i suoi fedelissimi, parenti, amici, e parenti e amici dei fedelissimi. Come Lotti e la moglie.
Intrecci economici
Questo per quanto riguarda le poltrone politiche. Poi ci sono gli intrecci economici e finanziari.
E di questi se ne occupa per conto del principe il fidato Marco Carrai.
Basti dire che lo scorso settembre al suo blindatissimo matrimonio, con Matteo testimone di nozze, tra gli invitati c’era Michale Leeden, l’uomo dei servizi segreti americani già  consigliere di Reagan, e Fabrizio Viola, ad di Monte dei Paschi di Siena. E molti altri. Carrai porta a Renzi i finanziatori.
“Gli si dice: c’è uno bravo che ha bisogno di aiuto”, ha spiegato al Fatto mesi fa Carrai ricostruendo come è riuscito a raccogliere in pochi anni 4 milioni di euro per sostenere negli anni le campagne elettorali di Renzi.
Quattro milioni di cui meno della metà  si conosce la reale provenienza. Perchè la trasparenza è come la meritocrazia: concetti da usare come slogan ma a cui poi si preferisce la fedeltà  e l’amicizia.
Tra gli imprenditori amici del premier c’è anche Nerio Alessandri, patron di Technogym, fabbrica per attrezzi da palestra, l’ideologo e proprietario della catena di ristoranti Eataly, Oscar Farinetti e l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne.

Emiliano Liuzzi e Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA GRANDEUR GIGLIATA: AEROPORTO, DOPPIONE COSTATO 150 MILIONI

Febbraio 16th, 2015 Riccardo Fucile

GLI AFFARI DELLA PREMIATA DITTA RENZI- CARRAI

“Useremo solo finanziamenti privati”. È scritto nero su bianco su una delibera della Regione Toscana, l’hanno detto e ripetuto per anni sindaci, assessori, amministratori: la realizzazione della seconda pista dell’aeroporto di Firenze sarà  pagata senza usare fondi pubblici.
Ma le intenzioni cambiano. Come i Governi.
E così una volta arrivato a Palazzo Chigi, Matteo Renzi, ha inserito nello Sblocca Italia 50 milioni di euro da spedire alla Adf, la società  che gestisce Peretola e che, guarda caso, è guidata da Marco Carrai, il fedele amico e fund raiser del premier.
Ma visto che l’Enac aveva sollevato dubbi sulla necessità  di creare una nuova pista per voli internazionali perchè una identica esiste già  ed è nella vicina Pisa, l’ostacolo è stato aggirato: gli aeroporti sono stati interamente privatizzati e uniti in un polo unico.
E soprattutto Roma ha stanziato altri 150 milioni di euro. E c’è chi sostiene che Renzi non faccia nulla.
Il via libera alla fusione tra Adf e Sat, società  di gestione dell’aeroporto Galileo di Pisa, è stato votato lunedì 9 febbraio.
I soci hanno votato ad ampia maggioranza: il sì è arrivato dai principali, quindi Comune e Provincia di Pisa, Fondazione Pisa e Camara di Commercio pisana.
Mentre i piccoli azionisti di Sat hanno espresso voto contrario.
La società  dello scalo pisano cambia anche la propria denominazione in Toscana Aeroporti Spa, società  quotata con sede legale a Firenze e sarà  guidata, con ogni probabilità , da Carrai.
Come ha riportato Carlotta Scozzari su Repubblica, da più di un anno le due società , Adf e Sat, hanno come prima azionista la Corporacion America, holding che fa capo alla famiglia Eurnekian e a Eduardo Eurnekian, noto in Italia per essere stato socio di riferimento della compagnia aerea Volare, fallita a inizio millennio.
Corporacion possiede il 53% di Sat e il 48,9% di Adf. A dare il via libera, alla fusione, al suo fianco, si sono schierati anche gli altri azionisti di peso.
A partire dall’Ente cassa di risparmio di Firenze, in Adf al 13%, la Regione Toscana guidata da Enrico Rossi (5%) e il Comune di Firenze (2,18 per cento) oggi affidato al sindaco ereditiere Dario Nardella.
Un’operazione prettamente renziana
Mentre a Firenze e Pisa la fusione andava in porto, a Roma il Palazzo si muoveva per stanziare fondi.
Il fedelissimo Luca Lotti è riuscito a far passare (per ammissione del viceministro alle infrastrutture, Riccardo Nencini) i nuovi fondi e la mattina del nove febbraio il ministro Maurizio Lupi firmava il via libera a “porre in essere ogni azione utile per sostenere l’attuazione degli interventi infrastrutturali programmati da Aeroporto di Firenze fino a un massimo di 150 milioni di euro”.
Inoltre si è impegnato a firmare e inviare “al ministero dell’Economia il decreto per l’intervento pubblico di 50 milioni per l’adeguamento infrastrutturale dell’aeroporto” tra cui la nuova pista da 2400 metri.
Quella che nessuno voleva. Neanche lo stesso Enrico Rossi: “Ci metto la faccia”, disse nell’ottobre 2013 esprimendosi contro l’ipotesi di una pista di lunghezza superiore ai due mila metri.
E aveva minacciato di andare “tutti a casa” se non fosse passata, in Regione, la variante per la pista dell’aeroporto.
Le prime ripercussioni si sono registrate sul piano politico.
La giunta di Pisa ha visto un assessore dimettersi e ventilare l’ipotesi di rimpasto, mentre in Regione si è aperto il fronte contro Rossi che fra l’altro è ricandidato presidente.
A dare battaglia per primi gli uomini del Prc. Il segretario Paolo Ferrero e la consigliera Monica Sgherri hanno sintetizzato facilmente: “Renzi spadroneggia e Rossi impara velocemente, il risultato sono soldi pubblici per l’ennesima opera inutile, dannosa e costosissima”.
Ancora: “Renzi continua a spadroneggiare in Toscana e il Governatore Rossi ad adeguarsi, sempre più a suo agio per altro. Parliamo di un vero e proprio nuovo aeroporto, l’opposto di quanto già  adottato dal Consiglio Regionale. Tutto appare funzionale solo alla sua ricandidatura”.
Ma certo è che Rossi nulla poteva per fermare o opporsi alla fusione.
Un progetto fortemente voluto da Renzi e realizzato dall’amico Carrai.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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I ROTTAMATORI DIVENTATI PICCOLI BOIARDI

Febbraio 16th, 2015 Riccardo Fucile

DALLA LEOPOLDA ALLE PARTECIPAZIONI STATALI

Si sprecano le nomine di matrice toscana nei consigli d’amministrazione delle grandi partecipate statali: Rossella Orlandi, empolese, si è trovata dalla sera alla mattina l’Agenzia delle Entrate, Alberto Bianchi sta all’Enel, Fabrizio Landi a Finmeccanica, Elisabetta Fabri alle Poste, Marco Seracini all’Eni.
All’Eni è arrivata anche Diva Moriana, aretina trapiantata a Firenze vicepresidente di Intek la società  di Vincenzo Manes finanziatore di Renzi.
In Ferrovie c’è Gioia Ghezzi che ha in passato ha aiutato Renzi a Firenze a scrivere un progetto di legge sull’omicidio stradale.
E pure Federico Lovadina, 32 anni, tributarista fiorentino legatissimo a Boschi e Bonifazi.
Nel 2001 Renzi lo aveva nominato nel Cda di Mercafir, il mercato ortofrutticolo.
Ora sta nel Cda delle Ferrovie.
Toscano è anche Ferdinando Nelli Feroci, ambasciatore in pensione: è il commissario italiano in Europa al posto di Antonio Tajani.
I fedelissimi del premier-segretario (Boschi, Guerrini, Serracchiani, Lotti) controllano il 67% della direzione del Pd e appoggiano in pieno il suo progetto.
Nel gruppo anche i seguaci di Dario Franceschini.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LIBIA, UN DISASTRO FRUTTO DEGLI INTERESSI DI BOTTEGA DI FRANCIA E ITALIA

Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile

DOPO LA CADUTA DEL CRIMINALE GHEDDAFI, TROPPI INTERESSI EUROPEI HANNO IMPEDITO LA CREAZIONE DI UN GOVERNO CREDIBILE E AUTOREVOLE

Mentre l’Isis arriva a Sirte, evapora l’illusione che il Califfato potesse non materializzarsi a un braccio di mare dall’Occidente, e la realtà  presenta il conto degli errori.
Il primo fu la guerra senza strategia del dopoguerra, fidandosi come fece Sarkozy di personalità  che erano pilastri della rivoluzione libica e si rivelarono poi invece, alla caduta di Gheddafi, privi di qualunque leadership su un Paese che non era una nazione.
Ma prima, durante e dopo un intervento tutto calato dal cielo, c’è la divisione tra Paesi europei.
È la Francia anzitutto a premere sulla Nato prima e sul Consiglio di Sicurezza Onu poi per la copertura multilaterale ai bombardamenti francesi ed inglesi, cui si aggiungeranno per breve tempo anche gli americani.
Occorre detronizzare un feroce dittatore che ha fatto mitragliare il suo stesso popolo (era anche quella una primavera araba) dall’alto dei suoi Mig.
L’Italia si accoda per non lasciare le risorse energetiche in mano a francesi e inglesi. La Germania, invece, preda della sua storia di disinteresse al Mediterraneo, passa la mano.
Il risultato di decisioni in ordine sparso e frettolose, con una copertura dell’Onu altrettanto affrettata, è che la Libia è in guerra civile permanente.
Il territorio perfetto per le infiltrazioni qaediste prima, del Daesh oggi.
L’Europa non è riuscita neanche a decidere chi appoggiare dopo le ultime legislative: la Libia ne è uscita spaccata in due, ma a chi dare legittimazione?
Al governo di Cirenaica dove sono concentrati gli interessi francesi, o a quello della Tripolitania, dove sono i gasdotti italiani?
Adesso, si parla di un nuovo intervento militare, e con gli stivali sul terreno.
Per far cosa, lo ha consigliato un egiziano, il generale Al Sisi: metteteci un militare, ha detto nel recente giro delle Cancellerie europee.
Che servano, anche a fronteggiare il Califfato, i militari non c’è dubbio.
Meglio se è un loro avversario dichiarato come il generale Khalifa Haftar, che tuttavia essendo vissuto più in America che in Libia, e a quanto pare dalle parti di Langley, forse non gestirà  anche una qualche transizione con una qualche patina di «democrazia».
Ma prima di intervenire stavolta si potrà  evitare di andare in ordine sparso?
Si potrà  avere, Italia, Francia, Inghilterra, e anche Germania e Stati Uniti, una strategia chiara, anche per l’eventuale dopoguerra?

Antonella Rampino
(da “La Stampa“)

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CONVEGNO IN CHIESA DELLA SINISTRA SULLA “POLITICA ONESTA”: E DALLA SACRESTIA SPARISCE IL PC

Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile

L’APPELLO A GENOVA DI DON FARINELLA AL LADRO: “RESTITUISCIMI IL COMPUTER   E RITIRO LA DENUNCIA”

Venerdì pomeriggio nella sua chiesa ha raccolto rappresentanti di partiti e associazioni che vorrebbero una politica più pulita e onesta.
Ma mentre in chiesa si discuteva, in sacrestia qualcuno gli rubava il computer portatile contenente una versione della Bibbia con varie traduzioni, molto preziosa per don Paolo Farinella.
Così il prete di San Torpete, editorialista di Repubblica e Micromega lancia un appello al ladro: «A tutti coloro che erano presenti in San Torpete,   venerdì 13 febbraio dalle ore 17,00 alle ore 20,00. Mentre si parlava di legalità , etica, corruzione, difesa della buona politica e pulizia da ladri e corrotti … qualcuno mi ha rubato il Computer portatile Ultrabook che avevo lasciato in sacrestia perchè avrebbe potuto essere utile per le proiezioni delle diapositive.
Faccio appello al ladro o a colui che l’ha preso in prestito: nel pc è installata una Bibbia in ebraico, greco e in tutte le lingue del mondo, per me preziosissima come strumento di lavoro, insieme ad altri programmi che possono essere utilizzati solo da me.
Faccio presente che ho già  esposto denuncia alla Polizia Postale e spero che chi l’ha preso, se supera la password di accesso, possa connettersi ad internet o usare la posta perchè io non cambierò alcuna password o account perchè la Polizia spera che costui usi anche una sola volta internet o la mia posta con il mio pc.”
«Oggi – continua don Farinella – non conviene rubare pc o cellulari: non si possono utilizzare perchè si è beccati subito. Chiedo a chi ha preso il portatile, un Asus, di volermelo restituire e se viene di persona possiamo chiudere tutto con una stretta di mano e io ritiro la denuncia; oppure può lasciarlo in chiesa anche in forma anonima. Oppure fare un pacco e lasciarlo presso la Pasticceria Crema Cacao di via delle Grazie, angolo con via San Bernardo. Qualcuno mi ha suggerito se per caso non fosse un furto «politico» per vedere «dentro» il pc e potermi ricattare. Si accomodino, resteranno delusi amaramente. A tutti un caro saluto con più determinazione ad andare avanti, nel segno della legalità , della moralità  politica e personale e dell’impegno a servizio del bene comune, anche di chi ruba i pc non suoi».

Marco Preve
(da “La Repubblica”)

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LA BANDA DEL BUCO: ALL’ETRURIA PRESTITI FACILI AI SOLITI AMICI

Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile

IL CDA APPROVà’ UNA NORMA CHE CONSENTIVA AI MANAGER DI ELARGIRE FINO A 20 MILIONI CON UNA SEMPLICE FIRMA

Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio è l’unico istituto di credito quotato in Borsa sottoposto a commissariamento.
I primi dati ufficiali parlano di una esposizione complessiva di circa 3 miliardi di euro, tra sofferenze e debiti verso altre banche, a fronte di un patrimonio netto di appena mezzo miliardo di euro.
Ed emerge la tendenza della banca a elargire prestiti facili.
Non solo, ma il Consiglio di amministrazione — ha riportato ieri Repubblica — si era approvato una norma nel regolamento che consentiva ai membri del board di ottenere fino a 20 milioni di euro in affidamenti per se stessi, sue società  o amici.
Il tutto con una semplice firma.
Il lavoro dei commissari di Bankitalia nominati mercoledì dal ministero dell’Economia si annuncia decisamente delicato e promette molte sorprese.
Scoperchiare i segreti di una banca è sempre garanzia di trasparenza.
Quando i conti del Credito Cooperativo Fiorentino finirono in Procura si scoprì che il presidente Denis Verdini aveva usato quella banca come bancomat per gli amici, a cominciare da Marcello Dell’Utri cui aveva concesso una linea di credito illimitata e senza garanzia che superò i 10 milioni di euro.
L’inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena è stato un altro vaso di Pandora.
Si scoprì che dalle casse della sola Fondazione uscirono oltre 17 miliardi di euro in appena quattro anni e distribuiti a pioggia ad associazioni di amici, politici, imprenditori. Sarà  un caso dunque che i vertici di Banca popolare dell’Etruria stiano valutando di presentare ricorso al Tar contro il commissariamento.
Ma la situazione dell’istituto, a quanto ha spiegato la stessa Banca d’Italia, è a dir poco drammatica.
Mediobanca ha registrato in Banca Popolare dell’Etruria crediti dubbi alla clientela per 1,69 miliardi di euro, pari al 22,9%, il livello massimo tra le banche popolari; di queste, 770 milioni di euro sono sofferenze.
I crediti dubbi valgono tre volte tanto il patrimonio netto.
I commissari straordinari, Riccardo Sora e Antonio Pironti, su richiesta Consob hanno comunicato che “di seguito a quanto già  rappresentato al mercato, risulta ampliata la situazione di insufficienza patrimoniale del gruppo rispetto ai requisiti prudenziali”, pertanto “non risulta possibile fornire elementi di dettaglio sulla situazione della banca”.
I problemi dell’Etruria erano già  stati evidenziati in un’ispezione di Bankitalia nel corso del 2013 e conclusasi nel 2014 con una multa di oltre due milioni di euro ai vertici, tra cui a Pier Luigi Boschi, padre del ministro per le riforme Maria Elena.
Perchè va ricordato che la vicenda riguarda anche un esponente del governo.
Non solo perchè figlia dell’ormai ex vicepresidente (presente nel cda dal 2011), nè perchè possiede azioni (poche) della banca e nè perchè nell’istituto lavora anche il fratello Emanuele, ma per il decreto varato a sorpresa dall’esecutivo il 20 gennaio che obbliga le popolari a trasformarsi in società  per azioni.
Decreto che ha movimentato gli acquisti sui titoli di queste banche, in particolare di quella dell’Etruria che ha registrato un aumento del 62% in pochi giorni. Movimenti dubbi su cui Consob e Procura di Roma hanno già  avviato indagini.
Non è dunque una partita semplice quella che si trovano di fronte i commissari di Bankitalia ma che, come detto, già  conoscevano la situazione dell’Etruria.
Fotografata in una relazione redatta dal governatore Visco il 23 settembre 2014 nella quale si elencano tutte le problematiche dell’istituto individuate dalla Vigilanza.
In particolare sei irregolarità : “Violazione delle disposizioni sulla governance”, “carenze nell’organizzazione e nei controlli interni”, “carenze nella gestione e nel controllo del credito”, “carenze nei controlli”, “violazioni in materia di trasparenza”, “omesse e inesatte segnalazioni agli organi di vigilanza”.
Una relazione che spinse Bankitalia a multare i vertici dell’Etruria per complessivi 2,5 milioni di euro. Pier Luigi Boschi fu multato per 144 mila euro.
Inoltre i vertivi della banca furono costretti a rinnovarsi e invitati a trovare una soluzione per il già  grave deterioramento del patrimonio: trovare una banca con cui potersi unire così da assorbire le perdite.
Ma i tentativi sono andati a vuoto e la semestrale presentata a settembre registrava già  3 miliardi complessivi di sofferenze.
Infine mercoledì, mentre il cda si stava riunendo per registrare i conti, Bankitalia è stata costretta a chiedere il commissariamento dell’istituto.
Da domani si apre una settimana complessa per la popolare, esclusa dalle contrattazioni di Piazza Affari.
Da banca dell’oro a banca del buco.

Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“PERDONIAMO I DUE MARO’, MA PER I NOSTRI MORTI NESSUNO HA CHIESTO SCUSA”

Febbraio 15th, 2015 Riccardo Fucile

PARLA LA FAMIGLIA DI UNO DEI PESCATORI UCCISI: “PER LUI NEANCHE UNA CORONA DI FIORI O UNA PREGHIERA”

Nella casa linda e spoglia della famiglia di Celestine Galestine, ucciso esattamente tre anni fa dai militari di una petroliera italiana, una volta tanto si ride di gusto.
Dora, la vedova di Celestine, ha una voce argentea in un corpo massiccio, e sorridono con gli occhi bassi anche i figli Derrick, 21 anni, al terzo anno di ingegneria, e Jwen, 13 anni.
È il racconto di un sacerdote del Kerala di ritorno da un anno in Italia a riportare un po’ di buon umore nel terzo anniversario di una vicenda dolorosa che coinvolge diverse famiglie: anche quella di Ajesh Binki, il giovane tamil ucciso il 15 febbraio 2012 insieme a Celestine su una barca da pesca scambiata per una goletta di pirati, così come le famiglie dei due marò italiani sospettati di aver sparato.
Padre Tommy era stato parroco in Abruzzo e ricorda a Dora di quando lo scorso anno si recò a visitare i suoi ex parrocchiani.
«Una signora mia amica era molto arrabbiata con l’India perchè secondo lei teneva in ostaggio ingiustamente Massimiliano La Torre e Salvatore Girone. Allora propose a un gruppo di persone che era con lei di sequestrarmi per uno scambio…».
Anche Dora è una kadel puram kaar , il popolo della spiaggia, uomini e donne che conoscono il mare e odiano le grandi navi che da tutto il mondo vengono a pescare con enormi reti nelle acque internazionali lasciando senza cibo i pescatori locali.
Per questo – ci dice il loro leader – «gente come me e Celestine deve andare sempre più al largo con delle barchette e il rischio che comporta, come si è visto ».
Tutti nel villaggio di Muthakkara conoscono bene le ultime vicende: le dure prese di posizioni dell’Ue rivolte all’India, l’operazione al cuore di La Torre e l’autorizzazione dei giudici al rinvio del suo rientro per il processo, che non si è ancora celebrato nè sembra destinato a iniziare presto.
Ma per Dora è un capitolo chiuso. «Ho già  detto di non serbare alcun rancore – ci spiega – e per me i due marò possono tornare per sempre dalle loro famiglie, perchè so bene cosa significa l’assenza di chi è caro».
Seduto col fratello e la madre sotto al ritratto del padre morto, il figlio maggiore Derrick ci tiene però a dire che – a parte aver ricevuto i soldi per gli studi di ingegneria – «nessuno ci ha mai chiesto scusa».
Anche su questo l’ambasciata italiana di Delhi preferisce mantenere il silenzio, per timore che ogni azione o parola possa essere male interpretata.
Lo stesso riserbo hanno quasi sempre seguito La Torre e Girone, mentre una speciale agenzia investigativa nazionale, la Nia, prepara i documenti dell’indagine per i magistrati di una Corte altrettanto speciale.
Neanche sul fronte del governo indiano c’è disponibilità  a parlare per confermare un’eventuale trattativa in corso. «È tutto in mano alla magistratura », è la posizione ufficiale.
A due passi da casa Galestine incontriamo A. Andrews, il leader dell’associazione dei pescatori del distretto, secondo il quale «spetterebbe a noi il diritto di processare e condannare i responsabili ».
«Se le famiglie hanno perdonato – dice Andrews sotto a un colorato crocifisso di Cristo che pende su una parete – noi non lo faremo mai. È nella nostra tradizione punire chi uccide degli innocenti».
In un paese dove migliaia di processi aspettano molto più di tre anni per rendere giustizia, la vicenda dei marò resta un caso a sè, per il clamore internazionale e i troppi dettagli ancora avvolti nel mistero.
La fantomatica nave greca, le presunte segnalazioni dei militari alla barca “pirata” in rotta di collisione, le raffiche di mitra sparate da 20 metri di altezza e destinate in teoria a finire in acqua, la decisione del capitano di entrare in porto e consegnare i due marò.
La rabbia delle comunità  locali – come ci racconta un testimone di quei giorni a Kochi – montò a maggio quando ai due marò consegnati dal capitano alla polizia del Kerala fu concesso di stare in un albergo da 10mila rupie a notte, 180 dollari, con pasti di uno chef italiano, e ospitalità  per 20.30 persone in occasione degli arrivi dei familiari.
Al loro seguito c’erano sempre anche tre ufficiali di Marina, un colonnello dei carabinieri e una psicologa, con un cambio trimestrale del team, tanto che per tagliare le spese ormai stratosferiche si pensò di affittargli una casa.
La fine delle costose missioni è arrivata con la decisione di ospitare Girone e La Torre nell’ambasciata di Delhi.
Da allora nessun rappresentante dell’Italia è tornato in Kerala, nè ha mai pensato di mandare un segno a lungo atteso da Dora e dai suoi figli che non credono più alla giustizia degli uomini: «Almeno una corona di fiori o una preghiera» – dicono – in occasione delle tre messe celebrate ogni vigilia del 15 febbraio nella chiesetta del Bambin Gesù, dov’è sepolto un onesto pescatore scambiato per pirata.

Raimondo Bultrini
(da “La Repubblica”)

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