Aprile 27th, 2016 Riccardo Fucile
E SULLE FONDAZIONI GIRAVOLTA CLAMOROSA: FINO A UN ANNO PER GRILLO ERANO STRUMENTO DI CORRUZIONE
Il 25 aprile Davide Casaleggio, pubblicando in un post le volontà di suo padre Gianroberto appena scomparso, ha annunciato la costituzione di un nuovo blog che sostituirà quello di Grillo e diventerà la voce ufficiale del Movimento.
Una voce senza scopo di lucro, viene promesso, sganciata dall’azienda e collegata a un’associazione non profit, di nome Rousseau, che presto – anche se non sappiamo esattamente quando – evolverà in una fondazione.
La Stampa grazie alle sue fonti privilegiate è in grado di raccontare tre dettagli decisivi.
Il primo è che il dominio www.ilblogdellestelle.it è stato registrato a novembre del 2015 a nome «davide casaleggio – casaleggio associati».
Il blog precedente, www.beppegrillo.it, era registrato a nome «Emanuele Bottaro». (Da oggi è visibile una ulteriore modifica: come registrante la Casaleggio Associati è stata, in un secondo momento, sostituita dall’Associazione Rousseau).
Al di là dunque dell’operazione nominalistica, la migrazione da beppegrillo.it al blog delle stelle ha un effetto giuridico oggettivo: trasferire la proprietà materiale del dominio su cui gira tutta l’infrastruttura tecnica del Movimento (e molte delle sue scelte politiche chiave) su un dominio intestato in questo momento al solo figlio del cofondatore.
Il secondo dettaglio è che fino a ieri sera il dominio punta sul sito www.casaleggio.it. Anche se è stato aperto effettivamente un conto corrente bancario diverso, l’associazione Rousseau se vorrà utilizzare il blog delle stelle dovrà dunque avere integralmente a che fare con Davide Casaleggio.
Questo dice la legge italiana, anche nel caso in cui l’associazione avesse a breve una compagine allargata anche ad altri membri (magari qualcuno del direttorio).
È stato Gianroberto a volere tutto questo, come è stato lui – la seconda cosa è chiaramente scritta nel post – a indicare che la prossima tappa sarà la creazione di una Fondazione (forse intitolata proprio alla memoria del cofondatore del Movimento). Ma se finora le cose erano relativamente semplici, col passaggio della fondazione entriamo in un territorio complesso, sia dal punto di vista giuridico-economico, sia nella logica delle premesse originarie del Movimento.
È il terzo dettaglio decisivo che ci hanno posto davanti agli occhi le nostre fonti: cose che non tutti possono ricordare a meno che non sappiano molto della vita del blog e delle prese di posizione della Casaleggio associati in tutti questi anni.
Per farla breve: Beppe Grillo, il blog e l’intera struttura della Casaleggio fino all’altro ieri erano contrarissimi allo strumento delle fondazioni, peggio che mai le fondazioni «politiche».
«Dove ci sono le fondazioni c’è aria di corruzione», scriveva il blog esattamente un anno fa. Le fondazioni – in questo caso il bersaglio era la Fondazione ItalianiEuropei di D’Alema – sono «vere e proprie cassaforti dove far confluire soldi di provenienza totalmente sconosciuta e spesso illecita».
Si descriveva, non senza ragioni, l’opacità di uno strumento che non deve presentare bilancio, e gode di sgravi fiscali pesanti: «Questa mancanza di obblighi da parte delle Fondazioni, molto apprezzata dal malaffare, serve ad alimentare ulteriormente la corruzione ed è per questo che dove ci sono le Fondazioni, c’è aria di corruzione», si leggeva sul sito di Grillo.
Anche su questo, il M5S ha cambiato idea.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Aprile 27th, 2016 Riccardo Fucile
SFIDA IN TRIBUNALE, IL NUOVO MSI CHIEDE DI INIBIRE L’USO DEL SIMBOLO ALLA FONDAZIONE AN: “PENSANO DI ESSERE POTENTI PERCHE’ HANNO I MILIONI IN BANCA”… IL PRECEDENTE DI FIRENZE HA DATO RAGIONE AL NUOVO MSI
La «guerra (di carte bollate) della Fiamma» potrebbe costare cara a Fratelli d’Italia già alle prossime Amministrative di giugno.
Tutta colpa, a quanto pare, della Fondazione An che ha richiesto l’inibitoria dell’utilizzo del simbolo contro il Nuovo Msi di Maria Antonietta Cannizzaro e Gaetano Saya.
Scelta che, dopo la sentenza di Appello di Firenze di marzo che ha dato ragione a questi ultimi, potrebbe rappresentare un autogol.
«Si sono dati da soli la zappa sui piedi – spiega il presidente del Nuovo Msi Cannizzaro – Questo accade perchè c’è chi crede di poter avere sempre ragione anche quando tre giudici a Firenze hanno stabilito esattamente il contrario».
Andiamo con ordine.
Ieri mattina a Roma vi è stata la prima udienza del processo cautelare (ossia il ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile), per l’inibizione dell’utilizzo della Fiamma.
«Il ricorso è stato proposto dalla Fondazione Alleanza Nazionale e dall’Associazione An – spiegano a Il Tempo Alberto Ramin e Luigi Fratini, avvocati dei neomissini – mentre il Nuovo Msi si è costituito con comparsa di costituzione, con domanda riconvenzionale». Tradotto: ci si costituisce nel giudizio, ci si difende e in più si chiede al giudice qualcosa contro colui che ha fatto il ricorso.
«Noi abbiamo richiesto che sia inibito a loro l’utilizzo della Fiamma – continuano gli avvocati – questo in virtù di molteplici elementi tra cui, quello più importante, la sentenza della Corte d’Appello di Firenze».
Quest’ultima, infatti, ha attribuito l’utilizzo del simbolo al Nuovo Msi, ribaltando la sentenza di primo grado che aveva dato ragione, invece, ad An guidata allora da Fini.
Il colpo di scena, a questo punto, potrebbe essere dato dalla tempistica.
Dalla prima udienza di ieri, infatti, il giudice ha previsto un termine di nove giorni per la produzione di nuovi documenti e per le repliche: dopodichè deciderà .
In tempo utile perchè la sentenza abbia un valore già nell’ambito delle elezioni amministrative di giugno.
Uno degli scenari? «Nel caso vincessimo noi – continuano i legali – la Fondazione An non potrebbe più utilizzare la fiamma e non può più disporne, ossia darla in concessione come ha fatto finora al movimento Fratelli d’Italia».
Uno scenario che potrebbe rivelarsi un handicap per il partito del candidato sindaco a Roma che da parte sua rivendica la diretta trasmissione ereditaria della Fiamma (tanto che la Fondazione ha autorizzato l’utilizzo del simbolo).
Da parte sua Cannizzaro non fa sconti: «Andiamo avanti, stiamo facendo le nostre liste, e anche su Roma scioglieremo presto il nodo».
E rivolta ai membri della Fondazione: «Pensano di essere potenti perchè hanno i milioni di euro in banca. Noi siamo la vera destra. Noi siamo i legittimi eredi del Msi, rifondato nel 2003 da Gaetano Saya».
Antonio Rapisarda
(da “il Tempo”)
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Aprile 27th, 2016 Riccardo Fucile
VOGLIONO CONQUISTARE ROMA, NON RIESCONO NEMMENO A RISOLVERE LE FAIDE INTERNE
Basta un post su Facebook per precipitare nel caos la Lega a Roma. 
Soprattutto se il post è firmato da Gian Marco Centinaio, capogruppo del Carroccio in Senato e commissario di Noi con Salvini nel Lazio e nella Capitale.
«Faccio le cose con entusiasmo, non mi sacrifico. Rinuncio a tutto pur di raggiungere gli obiettivi, rinunciando a tutto per far felici tutti. Quando poi mi rendo conto di aver lavorato per niente, di essere accoltellato alle spalle e di essere preso in giro… mi fermo. E non riparto».
Poche righe che scatenano più d’un interrogativo. A chi e a cosa si riferisce Centinaio?
Possibile che si stia dimettendo da coordinatore di NcS a Roma?
I dirigenti e i militanti romani prendono le parole come una vera e propria lettera d’addio.
Fabio Sabbatani Schiuma, membro del coordinamento romano e segretario di Riva Destra, ad esempio, risponde così al capogrupo: «Caro Gian Marco stiamo ingoiando bocconi amari tutti e tu per primo, per colpa di una cosa che a Roma chiamiamo infamia. Nella vita non esistono uomini che vincono e uomini che perdono, ma solo uomini che combattono o non combattono: io scelgo di combattere. Ma se ti fermi, mi fermo anch’io».
Sara Adriani, coordinatrice del X Municipio (Ostia) e vicinissima a Barbara Mannucci – anche lei componente del coordinamento romano – invece sprona Centinaio a «non mollare mai».
Colpisce tuttavia che a invitare Centinaio ad andare avanti sia solo l’ala che fa riferimento a Schiuma-Mannucci. In silenzio tutti gli altri esponenti di spicco della Lega a Roma.
Ieri i candidati al Consiglio comunale e nei Municipi hanno cominciato a recarsi dal notaio per firmare la candidatura.
Ma il caos che regna in Noi con Salvini a Roma lascia perplessi in tanti. In molti hanno notato, ad esempio, l’assenza di Centinaio all’apertura della campagna elettorale di Giorgia Meloni e all’inaugurazione della prima sede del Carroccio nella Capitale.
Eppure era presente tutto lo stato maggiore nazionale, nè sono mancate tensioni e insulti tra i componenti del coordinamento romano. A farne le spese Souad Sbai. Segno di un nervovismo crescente e di un movimento che sta preparando le liste elettorali senza ancora essere diventato veramente un partito, tra faide interne e reciproci scaricabarile.
Quanto alle liste, poi, i nomi pubblicati da Il Tempo rivelano trasformisti di professione, vecchi paracarri della politica romana, mestieranti e personaggi legati alla giunta Alemanno.
Matteo Salvini sarebbe contrariato e avrebbe messo nel mirino il commissario romano e il suo cerchio magico. Da qualche giorno circolano voci su un ridimensionamento di Centinaio con l’arrivo di un subcommissario per mettere ordine nel movimento romano e verificare tutte le liste.
Circola il nome del deputato Stefano Borghesi, che sta già lavorando all’accettazione delle candidature a Roma. Un compito solo tecnico, non una verifica politica. Qualcuno ipotizza invece Armando Siri. Ma sull’arrivo di un supercommissario per verificare i candidati non arrivano conferme.
Di certo il presunto addio di Centinaio arriva anche Oltreoceano, con l’entourage di Salvini che da Philadelphia chiede chiarimenti sul post.
Non presunte ma effettive sono le dimissioni di Daniela Domanico, dirigente di Latina. La Domanico, medico di professione, sbatte la porta, inorridita dalla conduzione del partito nel Lazio tra mancanza di progettualità , ingressi di personaggi impresentabili e disgregazione.
Daniele Di Mario
(da “il Tempo“)
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Aprile 27th, 2016 Riccardo Fucile
LA SENATRICE DEM ANTICAMORRA: “IL PD HA SCARSA PERCEZIONE DEL RISCHIO COLLETTI BIANCHI”
“Matteo Renzi ascolta solo chi è portatore di grossi pacchetti di voti, mentre dovrebbe ascoltare anche chi non lo è. Tanti come noi non portano voti e per questo sono relegati ai margini”.
A parlare in un’intervista a La Stampa è Rosaria Capacchione, cronista del Mattino di Napoli che vive sotto scorta per le minacce della camorra, eletta nel 2013 in Senato con il Pd.
Un partito nel quale dice di non riconoscersi più dopo l’inchiesta antimafia sulla presunta corruzione e gli appalti truccati in favore del clan dei Casalesi, che vede indagato il presidente del Pd campano Stefano Graziano, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
“Ho abbracciato un progetto un progetto che in quel momento era rappresentato dal partito ma devo constatare che in quel partito non c’è la capacità di leggere certi fenomeni”, questa la dura analisi della Capacchione secondo cui tra i democratici “c’è una scarsissima percezione del pericolo che arriva dai colletti bianchi e dall’attività disinvolta di certe parti della Pubblica Amministrazione. I rimedi che si cercano sono spesso di facciata — continua la senatrice — l’esibizione del casellario giudiziario non serve a nulla, non quello il punto”.
Secondo la senatrice il punto è che “una volta i partiti facevano da argine contro le mafie“. La futura classe dirigente dei partiti si faceva le ossa nei circoli. Mentre adesso “quell’istanza di controllo è fallita”.
Perchè oggi “i circoli sono luoghi pressochè disabitati, le decisioni arrivano tutte preconfezionate e le voci di allarme vengono derubricate costantemente a echi di guerre tra correnti. Queste cose le dico e mi batto da tempo, inascoltata”, accusa la giornalista che punta il dito contro il segretario-premier: “Ascolta solo chi è portatore di grossi pacchetti di voti”.
E in Campania, “territorio intriso di cultura mafiosa”, anche nel Pd “c’è la corsa di certi personaggi a salire sul carro del partito che vince”.
“Che il Partito democratico della Campania fosse diventato oggetto di un arrembaggio piratesco da parte di affaristi privi di scrupoli e collusi, è cosa che abbiamo denunciato da molto tempo”, ha detto ieri a caldo subito dopo l’iscrizione nel registro degli indagati di Graziano.
E il suo futuro all’interno del partito dopo l’inchiesta che lo ha travolto in Campania? “Magari resterò anche iscritta al gruppo Pd a palazzo Madama, se i colleghi mi vorranno ancora tra loro. Di certo non mi candiderò alle prossime elezioni politiche. D’altronde io non sono una portatrice di voti controllati. E poi mi manca la possibilità di dire queste cose che ho sempre detto nel corso della mia carriera di giornalista, senza che vengano lette sempre col filtro dell’interpretazione partitica” conclude Capacchione che nel 2013 venne candidata alle politiche perchè “emblema della cultura della legalità nella lotta contro la criminalità organizzata, temi per noi di assoluta priorità che avranno bisogno di protagonisti nel nuovo Parlamento”, diceva il segretario dell’epoca Pierluigi Bersani.
Della stessa idea Andrea Orlando, allora responsabile giustizia e futuro Guardasigilli, che parlava di “un forte segnale di incoraggiamento a chi raccontando le mafie e la loro perversa azione contribuisce a combatterle. Con Rosaria entra in Parlamento una storia e una competenza importante per rafforzare gli strumenti di contrasto alla criminalitaà organizzata e per il riscatto civile del Mezzogiorno e del Paese”.
Il duro attacco alla classe dirigente del Pd da parte della Capacchione arriva a pochi giorni di distanza dalle parole di un’altra icona dell’antimafia in Campania, Roberto Saviano.
Che in un’intervista a Sky TG24 ha detto (guarda): “Non credo nella giustizia neanche più per un secondo. In nome della giustizia si sono fatti i peggiori crimini ed ancora oggi vengono commessi. Credo nella bontà , credo nel bene fatto occhio che guarda nell’occhio, mano che stringe mano. Non ho alcuna speranza verso le istituzioni, non ho alcuna speranza verso la politica, non ho alcuna speranza verso i media”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 27th, 2016 Riccardo Fucile
IL DOSSIER SUI TUMORI “SILENZIATO” DA INTERESSI ECONOMICI E POLITICI… TRE GRAVI INCIDENTI IN 15 ANNI
«Basta fare i piagnoni», dice il presidente della Regione Giovanni Toti (Forza Italia),
commentando l’allarme sul Mar Ligure per il greggio fuoriuscito dall’oleodotto Iplom di Fegino.
«Basta politica fossile, investiamo sulle fonti rinnovabili», rilancia invece il Movimento 5 Stelle, mentre il Pd la risolve senza prendere posizioni.
L’importante è sapere bene di cosa si sta parlando, e quali partite politiche e sindacali si giochino dietro lo stabilimento petrolchimico di Busalla, poichè i depositi e i tubi di Fegino non esisterebbero se non ci fosse la fabbrica in Valle Scrivia.
La raffineria – una delle sedici totali presenti sul territorio italiano – soprattutto negli ultimi trent’anni ha dato lavoro a moltissime famiglie, lacerato una comunità , ottenuto impensabili, e in taluni casi irreversibili, sponde dai partiti, ammiccato a qualche conflitto d’interesse e goduto d’un discreto oscurantismo sulle informazioni in materia epidemiologica nel territorio dove aveva sede.
Da questa verità storica occorre ripartire, per decidere cosa fare ora che le due emergenze di solito in antitesi – ambientale e occupazionale – coesistono.
“Golpe” di scena
Nata negli anni ’30 in Piemonte (Iplom sta per Industria piemontese lavorazione oli minerali), insediatasi nel ’44 a Busalla, la società svolta nel ’62 con il consolidamento dei depositi in Valpolcevera e il collegamento fino al Porto Petroli di Multedo.
Ma il periodo cruciale, che segnerà nel male e nel bene il destino d’un pezzo di Liguria, è compreso fra 1988 e 2000: dall’azienda sull’orlo del baratro (amministrazione controllata, dipendenti più che dimezzati) a un incredibile rilancio. È in quell’arco temporale che la raffineria rivoluziona la politica produttiva, concentrandosi sulla cosiddetta “parte bassa” del barile, iniziando a sfornare vari tipi di gasolio e arrabattandosi per un paio d’anni mentre in Comune entra una mai vista maggioranza Dc-Pci, guidata da Luigi Traverso.
Dal Municipio fanno pressione sugli (altri) enti locali affinchè si pensi a un’alternativa, ricollocando i lavoratori rimasti.
Ma una «mozione di sfiducia costruttiva», promossa da un pezzo di maggioranza e da una parte dell’opposizione, ribalta tutto.
S’insedia un sindaco, Loris Maieron, che avrà per lungo tempo nella sua giunta uno storico dirigente Iplom, Luciana Meloni.
E la storia degli anni ’90 diventa una durissima contesa fra due anime agli antipodi nella medesima vallata: c’è chi detesta la fabbrica, e coloro che dalla fabbrica ottengono il pane.
Ne succedono di tutti i colori mentre la Regione, principale referente dei ministeri che devono rinnovare le concessioni, si gira spesso dall’altra parte.
Sarà l’allora superdirigente dell’Ambiente Corrado Clini, in seguito divenuto ministro e travolto da uno scandalo di mazzette, a dire sul finire degli anni ’90: «Noi abbiamo l’ultima parola, ma il parere degli enti locali, ancorchè non vincolante, è importantissimo».
Iplom intanto fa il suo: lievita di nuovo fino a 250 dipendenti (più altrettanti nell’indotto) foraggia le squadra di calcio, di pallavolo e il tessuto commerciale.
E soprattutto punta al bersaglio grosso nel 1998, con l’installazione d’un nuovo impianto per la desolforazione del gasolio.
Barricate degli ambientalisti, manifesti con eloquenti foto di aria e acqua inquinate, ma non è classificata come «modifica strutturale», quindi niente Valutazione d’impatto ambientale e lo stabilimento cresce.
Alle comunali busallesi del ’99 la lista civica degli ambientalisti, che ingloba simpatizzanti di Alleanza Nazionale e Rifondazione Comunista ed è guidata da un’esponente dei Verdi, arriva seconda su cinque e in sella resta il sindaco precedente. È il preludio del secondo successo fondamentale per Iplom sul piano politico, che si materializza nel 2000.
La Regione nel ’99 aveva formalizzato il parere favorevole al rinnovo delle concessioni ministeriali (presidente Giancarlo Mori, centrosinistra) chiedendo che non fossero di 30, ma di 15 anni. Il via libera arriva e prevede una scadenza nel 2013, che viene poi superata dall’Autorizzazione integrata ambientale.
Il dossier sui tumori
È un periodo clou anche per un altro motivo. Dopo anni di richieste cadute nel vuoto sulla realizzazione d’un vero studio epidemiologico in Valle Scrivia, che certifichi se c’è legame fra alcune malattie e l’esposizione alla raffineria, spunta la denuncia di Marina Vercelli, responsabile del Registro tumori all’Ist di Genova.
Durante un convegno a Venezia (4 ottobre 2001) rende noti i dati di uno studio parziale ma inquietante: «Emergono, con inaspettata evidenza, gli incrementi di rischio significativi per il cancro all’occhio e all’encefalo. Inoltre, per un certo numero di sedi si osservano valori tendenzialmente più elevati per laringe, prostata e linfomi… L’ipotesi di studio da valutare è il rapporto tra esposizione ai processi di raffinazione del petrolio e incremento dei tumori del sistema nervoso».
L’assessore alla Salute della Regione Roberto Levaggi (centrodestra, oggi sindaco di Chiavari) dice che le cause potrebbero essere molteplici e non va escluso «il traffico». Fatto sta che quello studio preliminare non è mai stato approfondito, per capire se fosse la punta di un iceberg o un abbaglio.
Vinta buona parte della battaglia, e garantito il lavoro a 500 famiglie del posto, Iplom fa i conti nel quindicennio successivo con tre gravi incidenti (l’ultimo è quello di pochi giorni fa).
Incidenti e investimenti
Investe quasi 200 milioni in apparati di sicurezza, ottiene certificazioni di qualità e gode d’una sorta di silenzio-assenso dalla maggioranza di centrosinistra guidata in Regione da Claudio Burlando fra 2005 e 2015: «Tanto decide Roma», la sintesi della replica sempre fornita a chi protesta.
Nel 2010 l’azienda ottiene la fondamentale Autorizzazione integrata ambientale (ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo) e poco dopo va a regime il potenziamento degli impianti nel cosiddetto progetto “Autoil 2”.
Per dieci anni, dal 2004 al 2014, il sindaco di Busalla è Mauro Valerio Pastorino, un medico che definisce «incompatibili» la fabbrica con il paese, ma sa che ormai non si può risolvere la questione con un colpo di bacchetta magica e scrive a mezzo mondo per chiedere che i controlli siano più seri.
Nel 2014 non può più ricandidarsi e vince le elezioni di nuovo Loris Maieron, quello del 1991, mentre dopo un anno tramonta Burlando e torna in Regione il centrodestra con l’exploit di Giovanni Toti.
Negli ultimi giorni il segretario della Filctem-Cgil genovese, Antonio Grifi, che sta trattando la cassa integrazione dei dipendenti bloccati dopo il sequestro degli impianti di Fegino, l’ha detto chiaro: «È in gioco il lavoro, il rischio zero non esiste».
Una comunità magari può accettare per un po’ il compromesso. Ma deve sapere, davvero, quant’è il rischio e di cosa.
(da “il Secolo XIX”)
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Aprile 27th, 2016 Riccardo Fucile
L’ACCUSA DELLA PROCURA: “VENTI PUNTI PERICOLOSI SU TUTTO L’OLEODOTTO”
Da tre anni i vertici di Iplom erano a conoscenza di una ventina di «punti critici», «pericolanti», tratti di tubazioni dell’oleodotto «assottigliate».
I primi accertamenti della Procura cominciano sembrano mettere un disastro tutt’altro che imprevedibile (timeline) .
La domanda che si stanno ponendo gli inquirenti, coordinati dal procuratore capo Francesco Cozzi, riguarda quelle ultime manutenzioni, compiute nel 2013: cosa è stato fatto negli ultimi tre anni?
Perchè non si è intervenuti prima che la pressione del greggio sventrasse un tratto della conduttura, riversando nel Polcevera 700 metri cubi di petrolio?
Le prime risposte arrivate dall’azienda, possono sostanzialmente essere riassunte così: «Avevamo già effettuato alcune riparazioni, altre erano in corso».
Ma, a questo punto, tutto questo dovrà essere affrontato nel dettaglio. E non solo per ragioni investigative.
Cozzi sul punto è chiaro: «Ci sono altri punti critici». In altre parole: se non saranno messi a posto, l’attività della raffineria non può riprendere, perchè non ci sono sufficienti garanzie sulla sicurezza.
L’azienda si è già vista rigettare un’istanza di dissequestro e ne ha appena presentata un’altra. Intanto incombe la cassa integrazione per 250 dipendenti.
(da “il Secolo XIX”)
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Aprile 26th, 2016 Riccardo Fucile
SANTELLI, BUONFIGLIO E BOCCHINO RACCONTANO LO STUDIO PREVITI E L’AMBIENTE “RELAZIONALE” IN CUI E’ NATA PROFESSIONALMENTE LA RAGGI
Vecchi uomini di mondo, quelli che comandavano a destra, quando la giovane Raggi si faceva le
ossa nello studio Previti. O nello studio Sammarco.
Antonio Buonfiglio, avvocato come la Raggi e ai tempi parlamentare di peso della destra romana spiega, senza tanti giri di parole: “A me pare ovvio che se diventi presidente di una società , come è accaduto alla Raggi con l’Hgr, ti ci mette l’azionista, in questo caso la Rojo legata a Panzironi, d’intesa con lo studio. Ed è evidente che se ti ci mettono sei uno di fiducia. Fiducia tecnica o politica? Fiducia punto”.
Ruolo “tecnico”, ripete la candidata pentastellata.
Il riferimento è alla società di cui era presidente, l’Hgr di cui era azionista l’assistente di Panzironi, il braccio destro di Alemanno finito nei guai per Parentopoli e per Mafia Capitale.
Così “tecnico”, il ruolo, da essere omesso dal curriculum che la Raggi ha presentato al momento dell’annuncio della candidatura, perchè forse imbarazzante politicamente.
E così tecnico da non aver capito il contesto: “Gloria Rojo (amministratore delegato di Hgr, ndr) – precisa la Raggi – era presente in studio e la conoscevo come tale. Ho scoperto che lei ha avuto incarichi da Panzironi quando voi ve ne siete occupati, quindi molto più tardi, nel 2012-2013”.
Tecnica la professionalità , politica la relazione, in un intreccio in cui i confini tra tecnica e politica si confondono.
Questa è la logica del centrodestra, negli anni del potere romano (e non solo).
Jole Santelli prima di diventare parlamentare di Forza Italia si fece le ossa proprio nello studio Previti: “Sono studi particolari — racconta – in cui si trattano affari importanti. Voglio dire che chi entra nello studio Previti o nello studio Sammarco è un tipo di avvocato particolare, non è uno che fa patrocinio gratuito. E che, stando dentro, acquisisce una serie di relazioni”.
Previti e il suo studio. Alemanno e il suo sistema di potere, negli anni del governo a Roma. Feudi diversi di poteri chiusi, dove la politica è tutto e tutto è politica.
E il mondo dei Sammarco, dove la Raggi lavora, è parte integrante della galassia Previti, cioè di quel sistema di relazioni, non sempre trasparenti e finite in più di un’inchiesta, fra magistrati, avvocati, imprenditori e politici che ruotava intorno all’ex ministro della Difesa del primo governo Berlusconi.
Una galassia della vera destra, tra tribuna dell’Olimpico e Roma nord, che nella Capitale ha raccolto una parte importante dell’eredità andreottiana, compresa una nebbia fitta nel porto, intesa come un tribunale dove finivano insabbiate le inchieste scottanti prima che al Tribunale arrivasse Pignatone.
Figuriamoci cosa contava rispetto alla grande abbuffata del sottogoverno alemanniano, l’incaricuccio alla giovane Virginia, in uno dei tanti contatti tra lo studio che conta e l’amazzone di un ras, come Panzironi.
Già , perchè la Rojo fu una delle 41 assunte da Panzironi all’Ama, ribattezzate come le “41 amazzoni”, messe lì appunto, senza concorso e per una logica di legami politici. La stessa per la quale l’ex ad di Ama sarebbe stato condannato a 5 anni e tre mesi, in relazione alla Parentopoli di Ama. Condanna arrivata dopo la detenzione per Mafia Capitale.
Vecchi uomini di mondo, quelli della destra di allora.
Italo Bocchino, che non era nella corrente di Alemanno ma che lo conosceva bene, parla col distacco di chi commenta una roba da ragazzini: “Vabbè, si capisce come è andata. La Raggi sta allo studio Sammarco, questa qui, questa Gloria Rojo, l’assistente di Panzironi si rivolge allo studio Sammarco per farsi seguire la società . Non c’è niente di male. L’hanno messa lì, magari nell’ambito di un sistema di rapporti e relazioni tra uno studio, come quello Sammarco e Panzironi, e un ras di peso di allora”. Molto di peso.
Così di peso che Alemanno verga, subito, una nota: “Non ho dato mai indicazione o consenso a nessuno per costituire una simile società nè ero a conoscenza di questa attività svolta dalla signora Gloria Rojo e da Franco Panzironi”.
Come a dire, io non c’entro, tesi credibile perchè, come sa chi va il mondo, non è che scomodi il sindaco per l’ultima delle nomine.
Giovane della bottega Previti, presidente di una società quasi a sua insaputa, la giovane Raggi respira l’aria delle stanze che contano sia pur non da protagonista. Prosegue Bocchino, in vena di ricordi: “Non mi scandalizzo, figuriamoci. Altro che Raggi nello studio Previti ci entrarono figure ben più pesanti. Gliene dico una: quando vincemmo le elezioni del ’94, chiedemmo a Davigo se voleva diventare ministro della Giustizia e lui declinò dopo aver sentito Borrelli e a Di Pietro di andare agli Interni. La Russa andò a sondare, poi facemmo un incontro proprio nello studio Previti. C’erano Berlusconi, Di Pietro, Letta, Tatarella, io e ovviamente Previti. Se ci entrò Di Pietro, non ci poteva fare uno stage la Raggi? Certo, capisco che per lei è imbarazzante dirlo nel momento in cui è candidata”.
E nel momento in cui il suo slogan, uno dei tanti, è: “La legalità e la trasparenza dovranno essere il nostro faro”.
Panzironi è in carcere, Previti condannato e interdetto dai pubblici uffici.
E nel curriculum, la candidata omette le sue esperienze “tecniche”, iniziate in quel lontano 2003, epoca del suo praticantato, quando parecchi giovani il giorno della condanna di Previti suonavano il clacson sotto lo studio simbolo dell’arroganza del potere che non vuole essere processato.
Lei invece in quello studio andava a prendere ordini per fare i giri di cancelleria.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 26th, 2016 Riccardo Fucile
NASCE “ROUSSEAU”, GIALLO SULLO STATUTO, MALUMORE TRA I PARLAMENTARI
A Milano è il giorno della prima riunione politica tra Direttorio e Davide Casaleggio, dopo la morte del co-fondatore pentastellato.
A Roma invece sono già tutti molto interdetti.
I parlamentari 5 Stelle aspettano con ansia delucidazioni sul futuro del Movimento e temono un accentuarsi del verticismo: “Casaleggio jr. parla solo con Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista”, lamentano i grillini tra i corridoi del Senato e di Montecitorio.
E infatti tutto il Direttorio, il giorno dopo l’annuncio ufficiale della nascita dell’associazione Rousseau, ha incontrato Casaleggio jr. per conoscere qualche dettaglio in più rispetto a ciò che è stato rivelato in un post apparso sul blog di Beppe Grillo.
Il vicepresidente della Camera avrebbe dovuto presiedere i lavori d’Aula e invece è volato nel capoluogo lombardo per fare un punto sui prossimi passi e anche per decidere come riempire il nuovo Blog delle Stelle.
A Roma però i deputati si domandano tra loro: “Ma questa associazione a cosa serve?”. E quello a fianco risponde: “Nella prossima assemblea dobbiamo parlarne per forza. Non possiamo lasciar correre”.
La creazione dell’Associazione è per tutti una novità assoluta, soprattutto perchè — viene fatto notare — un’associazione esiste già e ha il nome di “Movimento 5 Stelle”. Lo stupore nei volti dei grillini è evidente poichè mai avrebbero immaginato che il blog di Beppe Grillo sarebbe andato in pensione per lasciare spazio al Blog delle Stelle.
Cosa significa? “Significa — dice a taccuini chiusi un senatore 5 Stelle — che Grillo sta delegando i temi politici sempre di più al Direttorio e che Davide Casaleggio non vuole più sostenere le spese onerose come ha fatto fino ad ora. Dobbiamo farcela da soli”.
La nuova associazione, infatti, non a scopo di lucro, come scrive il figlio del co-fondatore, sarebbe stata fondata per raccogliere risorse finanziare e per permettere al Movimento di andare avanti da solo rendendosi indipendente.
Anche perchè il nuovo sistema di democrazia partecipata, che prende il nome di piattaforma Rousseau, secondo quanto ha lasciato intendere Davide Casaleggio, avrà dei costi molto elevati.
Dell’associazione, tuttavia, non si conosce ancora lo statuto e, nonostante la trasparenza più volte annunciata dai 5Stelle, non è noto — almeno ufficialmente – neanche chi sono il presidente e i soci.
La raccolta fondi però è già partita. Sul blog appare il codice Iban e viene specificato che il bonifico va intestato ad “Associazione Rousseau”.
La finalità dell’Associazione è contenuta sempre in un post, che Gianroberto Casaleggio avrebbe voluto pubblicare per annunciare la nascita dell’associazione: “Fino ad oggi gli sviluppi sono stati legati alle risorse che ho potuto dedicare a beneficio del Movimento 5 Stelle, ma oggi la velocità e l’importanza del Movimento rischierebbero di essere rallentate”.
Poi la nuova creatura “confluirà nella fondazione Gianroberto Casaleggio”.
Segno, anche quest’utlimo, che la rivoluzione è in atto e che il Movimento 5 Stelle sta cambiando. Nessuno, tra i pentastellati, ha dubbi su questo. I dubbi, tra i parlamentari, riguardano però tutto il resto e i nuovi assetti.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 26th, 2016 Riccardo Fucile
IL COISP POSTA UNA FOTO ; “CI PRENDONO IN GIRO”, FATTA GIRARE DAI SOLITI QUATTRO IMBECILLI RAZZISTI… MA NON SA CHE ESISTE UN FILMATO CHE SBUGIARDA GLI INFAMI
Mentre i grandi della Terra si riuniscono e si confrontano e mentre in mare si continua a morire,
in un tentativo disperato di fuggire da guerra e violenze, in Rete non mancano gli esempi di chi diffonde il sospetto che alcune immagini e notizie relative a naufragi e tragedie non siano vere.
L’ultimo caso ieri, quando sull’account Twitter del Coisp, il Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia, è stata pubblicata una foto relativa a un episodio del dicembre 2015.
‘Il naufragio…’ è il testo postato insieme alla foto, in cui una freccia rossa evidenzia la posizione di un ragazzo, molto più in alto rispetto a quella degli altri profughi.
In testa all’immagine tre opzioni, in cui non manca il sarcasmo. “I casi sono tre: o è alto 7 metri, o cammina sulle acque come Mosè, o ci stanno tirando per i fondelli”.
La foto gira sui social network già da mesi, serve alla propaganda dei soliti mentecatti razzisti che nessuno ha ancora pensato di assicurare alle patrie galere.
Ma ieri, chi sa per quale motivo, è stata pubblicata sul profilo del sindacato senza alcuna presa di distanza, senza commenti.
E per questo, scatenando una pioggia di commenti. E la lapidaria reazione di Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.
“Non era necessario quell’umorismo dozzinale per avere conferma che il Coisp è un sindacato necrofilo. Viene da dire: lasciate che i morti seppelliscano i morti”.
La reazione sul web.
Molti non riescono a credere che cose del genere compaiano su pagine ufficiali di forze dell’ordine, come Paolo Mercuri, che â€si augura che l’account sia stato hackerato: “Per favore ditemi che la vostra password è stata rubata da un fascistello 16enne ubriaco!” o Marco, che aggiunge ironia all’ironia: “ovvio, lo sanno tutti che i naufraghi non esistono. Ma non erano i carabinieri quelli poco astuti?”. Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia, ad esempio, chiede: “Ci spiegate questo disgustoso tweet?”.
Gli altri sindacati prendono le distanze.
Daniele Tissone, segretario del sindacato Silp-Cgil: “Sarcasmo fuori luogo e inaccettabile, la maggioranza dei poliziotti è distante da atteggiamenti e battute di questo tipo”.
“Un atteggiamento decisamente fuori luogo che offende in primo luogo le migliaia e migliaia di vittime di un tragico esodo, figlio delle guerre e della povertà . La stragrande maggioranza degli operatori di polizia è impegnata in prima linea per salvare vite e, per tale motivo, riteniamo, come Silp Cgil, di condannare chiunque posti o retwitti foto che sono, peraltro, delle autentiche bufale, messe in giro ad arte per alimentare sentimenti di autentica intolleranza”.
Lo “sconforto” dei Funzionari. Lorena La Spina, segretaria nazionale dell’Anfp. “Sono sconfortata. Si può liquidare il problema della foto rilanciata ieri su twitter come uno dei tanti “piccoli equivoci senza importanza”, ma questo goffo tentativo di sviare l’attenzione dal deprecabile messaggio che a quella immagine ed alle domande che sarcasticamante la corredano è indissolubilmente collegato, non muta la sostanza dell’accaduto. Pubblicare, postare, twittare un’immagine significa, infatti, appropriarsi del suo significato, condividerne i contenuti.
Cos’è il Coisp.
Il Coisp di Franco Maccari (ex sindacalista del Sap), è il settimo sindacato su ordine di rappresentatività che conta circa 7700 iscritti su oltre 97mila appartenenti alla Polizia di Stato. Si proclama “indipendente”, ma fa “cartello” con i sindacati sedicenti di destra Sap e Consap. Sulla legittima difesa, ha questa posizione: “Chi muore commettendo un reato è vittima delle proprie scelte”.
Il 27 marzo del 2013 il Coisp organizzò un sit in sotto l’ufficio di Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo ucciso dalle botte di alcuni poliziotti. Il Coisp in quell’occasione non manifestò in favore della madre del ragazzo massacrato, ma in solidarietà con i poliziotti che furono condannati in via definitiva a sei mesi per averlo ucciso. Il Coisp, infine, aveva querelato la madre di Aldrovandi, il sindaco di Ferrara, e Ilaria Cucchi.
La replica del Coisp.
Risponde Franco Maccari, segretario nazionale: “È una foto come tante che gira su Internet da mesi, ogni domenica pubblichiamo una serie di foto. La didascalia non l’abbiamo scritta noi perchè era già sulla foto che ritraeva uno sbarco di migranti siriani. Francamente non penso che potranno metterci sulle spalle l’etichetta di razzisti. Sono davvero perplesso”.
Quindi se ne deduce che per un sindacato di polizia si possa riprodurre qualsiasi foto che “gira su Internet”, presentazione tarocco compresa, senza verificarne la fonte.
Andiamo bene…
I tweet di protesta.
Giancarlo Albricci è tra chi rivendica la veridicità dell’episodio: “Dovete solo vergognarvi a distribuire questa immagine che rappresenta un fatto reale. Vergogna!”.
E c’è anche chi, come â€@luca_g438, non ha alcuna voglia di scherzare e riporta la discussione alla tristezza di tragedie come queste, richiamando a riflettere: “Quanto sarcasmo fareste se ci fossero i vostri figli là ? Vergogna infinita!”.
La verità sul fatto
La foto è utilizzata da chi vuol far credere che le drammatiche immagini dei naufragi dei migranti siano frutto di una “propaganda mediatica”.
Il Co.I.S.P. riprende la tesi di chi, nello scatto, ha notato un ragazzo che non sembra in difficoltà come i suoi sfortunati compagni di viaggio.
L’immagine invece corrisponde al vero, come testimonia anche un video girato dalla guardia costiera turca che ha effettuato le operazioni di soccorso.
Il naufragio di un’imbarcazione è avvenuto nel Mar Egeo a dicembre 2015, a causa del quale hanno perso la vita almeno quattro bambini.
Tutto ripreso dal video che il Coisp non ha verificato.
Ora abbia il buon gusto di chiedere scusa.
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