Settembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
LA DEMOCRAZIA RISCHIA DI NON FUNZIONARE SE CHI GOVERNA NON E’ ALL’ALTEZZA
Anche se la legge elettorale ancora non c’è, le elezioni si avvicinano e gli aspiranti riscaldano i muscoli.
Tra i più tenaci candidati a capo del governo ce n’è uno giovanissimo (31 anni appena compiuti), facondo, con cipiglio, determinato e ubiquo, ma non ugualmente solido in quel che un tempo si chiamava “bagaglio culturale”.
Dalla sua bocca escono senza freno riferimenti storici e geografici sballati, congiuntivi strampalati, marchiani errori di fatto, slogan e progetti cervellotici (recentissimi l’Italia come smart nation e la citazione dell’inefficiente governo Rajoy come suo modello), anche quando si muove in quella che dovrebb’essere la sua specialità , cioè quel mix indistinto di nozioni e fatterelli politico-storico-economici che forma la cultura del politico di fila.
Inoltre, Luigi Di Maio (è di lui che parlo) non è laureato. Si è avvicinato al fatale diploma, ma per qualche motivo non lo ha raggiunto. Nulla di male, intendiamoci: pare che in quel mondo la laurea non sia più necessaria, neanche per le cariche importanti.
Nel governo Gentiloni più di un ministero è presidiato da non laureati e non laureate: istruzione e salute, lavoro e giustizia. Se questa non è forse la “prevalenza del cretino” preconizzata da Fruttero e Lucentini, è di certo la prevalenza dell’ignorante.
Infatti la legislatura attuale ha una percentuale di laureati tra le più basse della storia: di poco sopra il 68 per cento, un dato che mette tristezza a confronto col 91 per cento del primo Parlamento repubblicano…
Qualche settimana fa la Repubblica ha offerto lo sfondo a questo spettacolo, mostrando con tanto di tabelle che la riforma universitaria detta “del 3+2”, testardamente voluta nel 2000 dai non rimpianti ministri Berlinguer e Zecchino al grido di “l’Europa ce lo chiede!”, è stata un fiasco.
I laureati sono pochi, non solo nel ceto politico ma nel paese, in calo perfino rispetto a quelli del 2000, ultimo anno prima della riforma.
L’età media del laureato italiano è superiore ai 27 anni e la laurea triennale non serve (salvo che per gli infermieri) a nulla. I giovani che concludono il ciclo di 5 anni (il “3 + 2”) sono addirittura meno del totale di quelli che vent’anni fa si laureavano coi vecchi ordinamenti (durata degli studi 4, 5 o 6 anni). Per giunta, per completare la laurea triennale ci vogliono 4,9 anni, per quella quinquennale più di 7,4! Quindi, l’obiettivo principale della riforma, che era quello di aumentare il tasso di laureati, è mancato.
Le cause? Certamente non sono quelle che ha suggerito, nel suo intervento a Cernobbio agli inizi di settembre, la non laureata ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli: la colpa dei pochi laureati, ha suggerito (lei ex sindacalista!), è delle «famiglie a basso reddito», che non trovano più buoni motivi per spingere i figli a laurearsi. Non ha pensato, non avendolo frequentato, che invece è tutto il sistema universitario che andrebbe, come le case abusive, abbattuto e riprogettato. Quindi, se il paese è conciato così, come possiamo pretendere che il personale politico sia meglio?
Ma non è finita. Un altro guaio, più serio, sta nel fatto che il ceto politico attuale, e ancor più (si suppone) quello che gli subentrerà al prossimo turno, ha un record unico nella storia d’Italia, di quelli che fanno venire i brividi: i suoi componenti, avendo un’età media di 45,8 anni (nati dunque attorno al 1970), sono il primo campione in grandezza naturale di una fase speciale della nostra scuola, che solo ora comincia a mostrare davvero di cosa è capace.
Perchè dico che la scuola che hanno frequentato è speciale? Perchè è quella in cui, per la prima volta, hanno convissuto due generazioni di persone preparate male o per niente: da una parte, gli insegnanti nati attorno al 1950, formati nella scassatissima scuola post-1968; dall’altra, quella degli alunni a cui dagli anni Ottanta i device digitali prima e poi gli smartphone hanno cotto il cervello sin dall’infanzia.
I primi sono cresciuti in una scuola costruita attorno al cadavere dell’autorità (culturale e di ogni altro tipo) e della disciplina e all’insofferenza verso gli studi seri e al fastidio verso il passato; i secondi sono nati in un mondo in cui lo studio e la cultura in genere (vocabolario italiano incluso) contano meno di un viaggio a Santorini o di una notte in discoteca.
Prodotta da una scuola come questa, era forse inevitabile che la classe politica che governa oggi il paese fosse non solo una delle più ignoranti e incompetenti della storia della Repubblica, ma anche delle più sorde a temi come la preparazione specifica, la lungimiranza, la ricerca e il pensiero astratto, per non parlare della mentalità scientifica.
La loro ignoranza è diventata ormai un tema da spot e da imitazioni alla Crozza. I due fattori (scarsità di studi, provenienza da una scuola deteriorata), mescolati tra loro, producono la seguente sintesi: non si è mai visto un ceto politico così incompetente, ignorante e immaturo.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti, nelle parole, le opere e le omissioni.
Si dirà , come al solito, che il grande Max Weber lo aveva profetizzato già nel famoso saggio sulla Politica come professione (1919): «lo Stato moderno, creato dalla Rivoluzione» spiega «mette il potere nelle mani di dilettanti assoluti […] e vorrebbe utilizzare i funzionari dotati di preparazione specialistica solo come braccia operative per compiti esecutivi». Ma il povero Max non poteva prevedere le novità cool dei nostri tempi: per dirne una, la rabbiosa spinta che il movimento di Beppe Grillo avrebbe dato alla prevalenza dell’incompetente.
Il caso di Virginia Raggi, per esempio, è da trattato di sociologia politica.
Pronuncia carinamente l’inglese, ma è un’icona fulgente dell’incompetenza e dell’improvvisazione.
Lo mostra, tra le mille cose, il suo incessante fare e disfare alla ricerca di assessori, alti funzionari e dirigenti per le partecipate: li raccatta dalle più varie parti d’Italia, senza distinguere tra accademici e gestori di night, li licenzia di punto in bianco, non vede che la città affonda nella monnezza e nell’incuria e intanto, svagata e placida, esibisce al popolo sfinito la più granitica certezza del radioso futuro della Capitale.
Max Weber non avrebbe mai immaginato neppure che i destini della Capitale potessero esser telegovernati da un paio di signori che nessuno ha eletto, o che una deputata, che nella vita faceva la ragioniera, sarebbe arrivata a spiegare col forte caldo la lieve ripresa estiva del Pil.
Gli incompetenti si sono procurati ulteriore spazio sfruttando senza ritegno il tormentone del rinnovamento di generazione, che, partito dall’Italia, ha contagiato quasi tutt’Europa.
Esser giovane in politica è ormai un titolo di merito di per sè, indipendentemente dal modo in cui la giovinezza è stata spesa, anche se i vecchi sanno bene che la giovinezza garantisce con sicurezza assoluta solo una cosa: l’inesperienza, una delle facce dell’incompetenza.
La cosa è talmente ovvia che nel 2008 la ministra Marianna Madia, eletta in parlamento ventiseienne, non ancora laureata, dichiarò che la sola cosa che portava in dote era la sua “inesperienza” (sic).
La lista che ho appena fatto non contiene solo piccoli fatti di cronaca. Se si guarda bene, è una lista di problemi, perchè suscita due domande gravi e serie.
La prima è: a cosa dobbiamo, specialmente in Italia, quest’avanzata di persone che, oltre che giovanissime, sono anche I-I-I (“incompetenti, ignoranti e immaturi”)?
È la massa dei somari che prende il potere, per una sorta di tardivo sanculottismo culturale? Sono le “famiglie di basso reddito” della Fedeli, ormai convinte che i figli, invece che farli studiare e lavorare, è meglio spingerli in politica? Oppure è l’avanzata di un ceto del tutto nuovo, quello dell’uomo-massa, di cui Josè Ortega y Gasset (in La ribellione delle masse) descriveva preoccupato l’emergere?
«L’uomo-massa si sente perfetto» diceva Ortega y Gasset, aggiungendo che «oggi è la volgarità intellettuale che esercita il suo imperio sulla vita pubblica».
«La massa, quando agisce da sola, lo fa soltanto in una maniera, perchè non ne conosce altre: lincia».
È una battutaccia da conservatore? Oppure la dura metafora distillata da un’intelligenza preveggente?
Comunque la pensiate, queste parole non sono state scritte oggi, ma nel 1930. Forse l’avanzata della «volgarità intellettuale» era in corso da tempo e, per qualche motivo, non ce ne siamo accorti.
La seconda domanda seria è la seguente: la democrazia può funzionare ancora se conferisce responsabilità di comando a persone dichiaratamente I-I-I?
Forse in astratto sì, se è vero che (come pensava Hans Kelsen) la democrazia è «il regime che non ha capi», nel senso che chiunque può diventare capo. In un regime del genere, quindi, chiunque, anche se del tutto I-I-I e appena pubere, può dare un contributo al paese.
Napoleone salì al vertice della Francia a 29 anni e Emmanuel Macron (suo remoto emulo, dileggiato dagli oppositori col nomignolo di Giove o, appunto, di Napoleone) è presidente della Repubblica a 39. Nessuno di loro aveva mai comandato le armate francesi o governato la Repubblica.
Ma ammetterete senza difficoltà che tra loro e Luigi Di Maio (e tanti suoi colleghi e colleghe con le stesse proprietà , del suo e di altri partiti) qualche differenza c’è.
(da “L’Espresso”)
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Settembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
CENTINAIA DI PROFUGHI, MOLTI MINORI… IL LAVORO DELLE ONG, IL PARROCO CHE DONA PANE, LA GENTE TRA SOLIDARIETA’ E RABBIA
Ogni sera Pascal raggiunge la stazione e aspetta. Uno, due, tre, fino all’ultimo. Sono i treni che
portano in Francia.
Pascal ha sedici anni e un sogno: passare la frontiera. Per questo prova. Da queste parti lo si sente dire spesso, “provare” sta per tentare di varcare il confine, di passare la frontiera appunto.
Pascal prova da tre mesi, da quando è arrivato a Ventimiglia. Avanti e indietro sulle banchine, da solo o in compagnia. Arriverà , ti spiega. Chissà quante volte avrà vissuto quei momenti nella sua mente, il momento opportuno, con il convoglio in partenza, le porte che stanno per chiudersi, un salto e via, “verso una nuova vita”.
Non è facile, perchè Pascal viene dalla Costa d’Avorio, ha la pelle nera e sa che non appena proverà ad avvicinarsi al treno, sarà fermato.
Se mai ci arriverà , ad avvicinarsi al treno, con poliziotti, carabinieri, uomini dell’esercito che presidiano la stazione. Sono lì apposta, perchè come Pascal, la gran parte dei migranti che arriva a Ventimiglia ha la pelle nera e prova a passare, il loro pensiero dominante è raggiungere la Francia via ferrovia.
Specie il venerdì, quando alla “porta occidentale d’Italia” – così è chiamata Ventimiglia – si affolla un gran numero di visitatori: arrivano da Nizza, da tutta la Costa Azzurra, per il famoso grande mercato che si tiene in città .
I migranti, allora, approfittando della confusione, “provano” più forte. Ma aumentano pure i controlli, già assai stretti dopo l’attentato terroristico di Nizza del 2016. Ventimiglia appare come una città militarizzata.
E, viene da pensare, pure qualora i migranti riuscissero a passare, dalla Francia, che ha chiuso le frontiere in pieno regime da sospensione di Schengen, li rispediscono indietro.
Basta raggiungere, qualche chilometro più in là , la stazione di Mentone Garavan, la prima fermata dopo Ventimiglia, ed è già Francia.
All’arrivo dei treni si vedranno poliziotti della Police nationale, sei per quattro vagoni, indossare guanti neri di pelle e perquisire i convogli.
Guardano anche nei vani dei quadri elettrici: hanno ritrovati anche lì dei migranti che “provavano”. Morti. Altri sono morti lungo i binari, altri sul “passaggio della morte”, un sentiero tra i monti che collegano Italia e Francia.
Ma a questo Pascal non pensa. “No, non ho paura della polizia”, dice socchiudendo gli occhi mentre scruta un agente fermo sulla banchina di Ventimiglia.
Accanto a lui, Abdul, che viene dalla Guinea Conakry, annuisce e si alza il cappuccio sulla testa.
È venerdì, oggi potrebbe essere il giorno. Nel caso non riuscissero, resteranno qui stanotte per provare di nuovo sul far del mattino.
Dormiranno in stazione o nel piazzale antistante, che, nel frattempo si stanno riempiendo, cartoni, coperte, sacchi a pelo sistemati alla bell’e meglio, di giacigli improvvisati.
Perchè non andate al campo della Croce Rossa? “È troppo lontano da qui, mi fanno male i piedi – sorride Pascal – e poi voglio andare in Francia, voglio stare meglio”. Racconta Pascal, racconta: è arrivato in Italia quasi un anno fa, nel centro di Catania dove è stato per quasi nove mesi ha avuto qualche diverbio con l’educatore, quindi ha deciso di tentare di raggiungere la Francia.
Ed eccolo a Ventimiglia. È solo, dice che vorrebbe studiare per fare il giornalista. “Ma è difficile, lo so. Dormiamo un giorno qua, un altro là – sospira – non è vita questa. Guardaci, siamo i bambini della strada”.
I bambini, già . Pascal e Abdul sono poco più che bambini, per la legge minorenni stranieri non accompagnati. Sono tanti, qui a Ventimiglia, tra i migranti che, sebbene in numero inferiore dopo gli accordi tra Italia e Libia, continuano ad arrivare.
Va avanti da tre anni, un tempo che rende ormai inutile e insensato parlare di emergenza. “Dal secondo anno c’è stata una escalation di minori migranti non accompagnati”, dice l’assessore ai servizi sociali del comune di Ventimiglia Vera Nesci.
Trentotto sono ospitati al campo Roya, il centro per migranti in transito gestito dalla Croce Rossa italiana dove vivono anche uomini, famiglie e donne con figli piccoli – i minori dovrebbero essere ospitati in una struttura ad hoc – ma almeno altrettanti vivono per le strade della città e dormono, insieme ad altri trecento sfuggiti come loro all’inferno dei loro paesi e in gran parte diretti in Francia, in Inghilterra e in Nord Europa in cerca di miglior fortuna, lungo le sponde del fiume Roya, sotto il ponte del tratto della statale 20 che porta all’A10, la Genova-Nizza, l’Autostrada dei fiori.
Di fiori, qui sotto, nemmeno l’ombra. Sparuti ciuffi d’erba sbucano dalle coperte, dai tavolacci, dai cartoni, dai cumuli di rifiuti disseminati ovunque.
Immagini che inchiodano lo sguardo a sinistra, dove sono accampati gli afgani, di qua, dove ci sono gli africani, per lo più sudanesi. Niente bagni chimici, c’è solo il fiume che scorre lento e serve da gabinetto e, all’occorrenza, da abbeveratoio.
All’imbrunire sono tutti lì, occhi neri che ti scrutano mentre si tirano sul viso trapunte fruste. Un ragazzo ci fa segno di avvicinarci, indica una coperta marrone sotto la quale un ragazzone batte i denti. Ha la febbre alta, chiede aiuto. “Sto male, sto male”, ripete in arabo.
Daniela Zitarosa e Fitsum Debesay, operatrice legale e mediatore culturale di Intersos – a Ventimiglia insieme al medico Alessandro Verona per il progetto di assistenza e supporto legale rivolto soprattutto ai minori “Child protection unit” – chiamano l’ambulanza.
“Lo porteranno a Bordighera”, alza le spalle una giovane donna che sta raggiungendo un gruppetto intento a giocare a domino attorno a uno scatolone che fa da tavolino. Come a dire, scene già viste.
“Niente foto”, Khan si avvicina con tono imperioso. Ha 21 anni, viene dall’Afghanistan, ha un permesso di soggiorno di cinque anni, “ma no passaporto”. Vuole andare in Francia.
Perchè dormi qui e non al campo della Croce Rossa? “Vado domani, dopodomani”, risponde in tono di sfida. “Stiamo qui perchè da qui la stazione è più vicina e possiamo provare di più – aggiunge un ragazzino sudanese, tutto ossa – sono più di due mesi che dormo qua, sono stanco, ma prima o poi ci riuscirò”.
C’è pure chi a varcare la frontiera c’era riuscito e dalla Francia è stato rimandato in Italia. A Ventimiglia e poi da qui, a Taranto.
Yassin e Abdulgazim, 17 e 16 anni, entrambi sudanesi, erano convinti di avercela fatta, e invece si sono ritrovati su un bus che dal commissariato di Ventimiglia li ha portati, in un viaggio di circa 17 ore, in Puglia, al centro per l’identificazione e lo smistamento dei migranti, l’hotspot di Taranto.
Viaggi periodici, a detta dei tanti che dormono sotto il ponte, qui a Ventimiglia, piuttosto frequenti. In pratica, i migranti riconsegnati all’Italia dalla Francia alla frontiera di Mentone, vengono presi in custodia e portati, via bus, a Taranto.
“L’operazione farebbe parte di quella che viene definita politica di decompressione territoriale – spiega Daniela Zitarosa di Intersos – non è illegale, ma è inumana e molto costosa: da quel che ci risulta ogni viaggio costa oltre 5000 euro. Soprattutto, non ha senso logico. I migranti sono stati identificati al loro arrivo, perchè riportarli all’hotspot di Taranto? In moltissimi casi, poi, questi ragazzi tornano a Ventimiglia prima del bus della polizia”.
Yassin e Abdulgazim ci hanno messo quattro giorni per ritornare. “Da Taranto a Bari, scendendo e salendo dai treni sono arrivati a Roma”, traduce Fatsim e loro sorridono con quella specie di contentezza propria della gioventù, di chi ha tutta la vita davanti. “Non c’è problema, proviamo e riproviamo, fino a quando vinciamo”, dice Yassim che vuole studiare e lavorare in Francia.
Abdulgazim, invece, raggiungerà suo fratello in Inghilterra.
Nel gruppetto c’è un certo fermento: una scia di profumo annuncia un uomo, camicia bianca inamidata su un jeans nero, che, quando cronisti e occhi estranei all’ambiente si saranno ormai allontanati, si avvicinerà ai ragazzi.
Parlottano, sguardi furtivi, mentre un altro uomo, anche lui dalla pelle nera e ben vestito, in bicicletta fa su e giù tra i giacigli e i sacchi di immondizia. Saranno forse “passeurs”, i cosiddetti “middlemen”, i mediatori che mettono in contatto, incassando una percentuale, i migranti con persone disposte, dietro pagamento, a trasportarli, magari stipati nel bagagliaio di un furgone, oltre la frontiera?
A Ventimiglia ne parlano tutti, alcuni sostengono che la questione sia nota anche alla polizia, altri conoscono pure quanto costa “il passaggio”: tra i 150 e i 200 euro.
Certo, aggirare i controlli alla frontiera, anche in macchina, non è facile.
Sia a Ponte San Luigi sia a Breil la polizia francese non fa sconti e spesso perquisisce le automobili, come abbiamo potuto verificare.
Come che sia, i passeurs – e tutto il sistema non certo legale che hanno alle spalle – rappresentano una grande speranza per i migranti di Ventimiglia. E viene da chiedersi se preferiscano dormire sotto il ponte e non al centro gestito dalla Croce Rossa per avere maggiori possibilità di contatto con i mediatori.
“Penso che ci sia anche una controinformazione che li rende reticenti ad accedere al campo Roya – spiega Giulia Foghin, operatrice legale di Unhcr, presente a Ventimiglia all’interno del progetto Access e relocation – altrimenti non si spiegherebbero i motivi della loro scelta di restare sotto il ponte. Sulla strada dell’informazione, per rendere edotte queste persone sulle possibilità a loro disposizione e sui rischi dell’attraversamento irregolare, c’è molta strada da fare. Di contro, ci sono tanti attori validi sul territorio. Noi supportiamo le istituzioni su accesso alla procedura di protezione internazionale e protezione dei minori, affianchiamo gli operatori e offriamo consulenza a livello istituzionale per identificare e segnalare casi con esigenze specifiche come i minori non accompagnati. C’è una interlocuzione valida con Questura, Comune e Prefettura ed è un dato positivo”.
“Assessore, ma i migranti minori e per giunta non accompagnati non dovrebbero essere ospitati in un centro ad hoc?”.
Vera Nesci si sistema sulla sedia e premette: “Sono l’assessore di Ventimiglia a Scuola e Servizi sociali, ma sono un avvocato e in quanto tale, anche se il Comune è sempre un po’ il capro espiatorio di tutto quello che succede sul territorio, so che la nostra responsabilità e competenza specifica è per i minori”, scandisce, assicurandosi che io abbia scritto. Appunto, i minori attualmente sono ospitati al campo Roya per migranti in transito, insieme a uomini, donne e famiglie.
“La struttura ad hoc non c’è – risponde Nesci – e si è ritenuto di adibire uno spazio protetto all’interno del campo misto. Non posso tollerare comunque che mi si dica che qui per i minori c’è solo il campo Roya. Esiste un altro centro per minori sul territorio del nostro comune gestito da Croce Rossa comitato locale di Ventimiglia, col quale il Comune ha stipulato una convenzione per dieci posti per minori in transito. E poi li inseriamo nelle comunità educative della Liguria e del basso Piemonte. Proprio in questa zona di recente ne abbiamo trasferiti tre. Stiamo lavorando per individuare i tutori volontari, da Ventimiglia sono arrivate tre adesioni per le iscrizioni all’albo”. Poche, ma Nesci non concorda: “Di gente interessata ce n’è”.
Il sindaco è fuori Ventimiglia. Enrico Ioculano (Pd) – che proprio per la questione migranti si era autosospeso dal partito, per poi farvi rientro – ha vietato con un’ordinanza, successivamente revocata, la distribuzione del cibo ai migranti, ha detto no al vescovo Antonio Suetta per un progetto di accoglienza nell’ex convento dei Maristi e, in accordo con la Prefettura, ha chiuso il centro per famiglie donne e minori allestito presso la chiesa di Sant’Antonio nel quartiere delle Gianchette, spostando i migranti che vi erano ospitati presso il campo Roya.
L’amministrazione ha puntato tutto sul centro gestito dalla Croce Rossa, insomma. E, pare di capire, la linea per il futuro sarà ancora questa. Nonostante Schengen: di qui a breve la sospensione dovrebbe cessare, ma secondo Nesci, “chissà , non è detto non decidano di prorogarla”. E dal Comune potrebbe arrivare una nuova ordinanza di allontanamento dal ponte dove dormono tutti i migranti che non vogliono andare al campo Roya.
“In vista della stagione invernale, col freddo che sta arrivando – precisa l’assessore – stiamo valutando la possibilità di una nuova ordinanza per portarli nella struttura”. Una vittoria per il comitato di quartiere di via Tenda – Gianchette, che in passato ha chiesto – e ottenuto – la cacciata dei migranti dalla chiesa di Sant’Antonio?
“Guardi, il centro delle Gianchette è stato chiuso – contestualmente alle modifiche apportate al campo Roya per accogliervi donne, famiglie e minori – perchè non c’erano le condizioni igienico sanitarie per istituzionalizzarlo, non rispondeva ai criteri per ospitare donne e bambini e poi creava qualche disagio in zona. Per l’accoglienza ai migranti una parte di ventimigliesi s’è data da fare, poi ci sono gli indifferenti che restano tali fino a quando non si va a toccare i loro interessi”.
Da qui, quindi, l’opposizione all’apertura del Cas per minori – quando ormai sembrava cosa fatta – che doveva sorgere tra la marina e la zona del borgo?
“Quella è una zona turistica, magari una struttura lì per loro avrebbe potuto creare qualche problema – taglia corto Nesci – Noi dobbiamo mediare tra la tutela di chi è ospite e quella di chi ospita. Ritengo comunque sia importante ascoltare i ventimigliesi”.
Alle Gianchette, quartiere popolare a qualche chilometro dal centro, si respira aria tesa. È una domenica insolita. Da qualche giorno circola una voce che ha fatto scattare di nuovo l’allarme. È tornata la paura che i migranti – “quegli infedeli” li definisce qualcuno scandendo bene le parole salvo poi minacciare “di non scrivere una parola” – possano tornare nella chiesa di Sant’Antonio, come è accaduto per 440 giorni durante i quali il parroco, don Rito Alvarez, con il supporto della Caritas e di oltre cento volontari, aveva dato loro pasti caldi e un posto dove dormire.
Dal 14 agosto, giorno in cui il centro è stato chiuso, anche su invocazione del comitato di quartiere, è passato poco più di un mese, e ora pare che dal due ottobre nella chiesa di Sant’Antonio si comincerà a distribuire il pane ai poveri.
Quando dall’altare il parroco ufficializza l’iniziativa, mormora fastidio e disprezzo il gruppetto di persone ai primi banchi che prima della messa gli aveva chiesto spiegazioni – agitandosi sullo scranno quando don Rito, leggendo il Vangelo del giorno aveva scandito “Così gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi”.
Aspettano il prete fuori dalla chiesa, vogliono rassicurazioni che il pane sarà distribuito solo ai poveri “bianchi”.
Don Rito non ha dubbi, “per me i poveri sono poveri, senza distinzioni, nè per il colore della pelle nè per altro. Un pezzo di pane non si nega a nessuno”, risponde lui allentandosi il colletto.
Non lo dice chiaramente, ma si aspetta altri insulti, nuove critiche come quelle che ancora gli riservano per i 440 giorni in cui la chiesa di Sant’Antonio è rimasta aperta ai migranti.
“Hanno detto che io prendevo i soldi dal Governo, dal Comune e allora li ho esortati a denunciare. Chiunque abbia le prove di una cosa del genere vada in commissariato e mi denunci, subito”.
Lo sguardo gli si addolcisce quando pensa al periodo dell’accoglienza ai migranti. “È stata una bella esperienza, si è creata una famiglia ed è un peccato sia finita”, sospira il prete e guarda un ragazzetto che gioca sul sagrato della chiesa. Ha fondato una missione in Colombia, il suo paese d’origine, per recuperare i bambini soldato e i bambini sfruttati nelle piantagioni di coca “e anche la mia come tante nel mondo, riceve un grande sostegno dalla solidarietà degli italiani. L’accoglienza se fatta bene è una risorsa, se fatta male sarà sempre un problema”.
Alle Gianchette, e in generale a Ventimiglia, non tutti sono contrari ai migranti. Maria, che tanti dei ragazzi arrivati a Ventimiglia chiamano “mamma Maria”, con il marito Saro e le loro due figlie hanno aperto la loro casa, beccandosi attacchi e l’accusa di “prendere soldi”.
E Silvia, maestra elementare, con alcune colleghe, aiuta questi uomini e queste donne ad imparare l’italiano. A pochi passi dalla stazione ferroviaria, c’è il bar “Hobbit” di Delia Buonomo, già ribattezzata “la barista dei migranti” e da questi ultimi “mamma Africa”, che offre cibo e la possibilità di ricaricare il telefonino.
A via Tenda, da due mesi, c’è lo spazio Eufemia, creato e gestito da associazioni culturali non solo di Ventimiglia, che consente ai migranti arrivati in città di navigare in internet “e magari collegarsi via Skype in Sudan per parlare con qualche parente”, dice Sofia, che studia antropologia negli Stati Uniti ed è venuta qui a dare una mano. Ogni sera, nel piazzale parcheggio di fronte al cimitero, i volontari di alcune associazioni francesi raggiungono Ventimiglia per portare cibo e prime cure mediche ai migranti.
Li vedi arrivare con macchine furgonate, allestire i banchetti, stendere due grossi tappeti nello slargo di asfalto, sotto gli occhi vigili dei ragazzi in fila già da un’ora prima. E dei poliziotti che controllano, anche i documenti, di chi non conoscono.
E poi c’è la Caritas, che, nella sua sede, da quando è stato chiuso il centro della Chiesa di Sant’Antonio ha ripreso a distribuire anche ai migranti colazione e pranzo.
Oggi sono circa 150 al giorno, in estate si è arrivati a quota cinquecento. “L’accoglienza in chiesa, ricordiamo servizio a costo zero, era provvisoria, è vero – spiega il direttore della Caritas Ventimiglia Sanremo, Maurizio Marmo – ma chiedevamo di individuare una soluzione alternativa che tenesse presenti le esigenze di tutti i migranti. La scelta di concentrarli tutti, comprese donne, famiglie e minori al campo Roya, che è un campo di transito e sorge in una landa desolata e desolante, non è la soluzione ottimale. Infatti tanti migranti non ci vanno. E credo che non abbia risolto i problemi del quartiere, che lamentava qualche disagio, soprattutto la sera. E ci sono stati anche dopo la chiusura del centro della chiesa”.
Ed eccolo qui il campo Roya, circa quattro chilometri e poco meno di minuti di macchina dalla città , costantemente presidiato dalle forze dell’ordine.
Per arrivarci potresti seguire anche la carovana di migranti che dal ponte delle Gianchette lo raggiunge, a piedi. Entri e non puoi fare a meno di notare il tornello da stazione ferroviaria: serve per disciplinare l’ingresso, che prevede anche il rilevamento di impronte digitali.
“Uno dei motivi – concorderanno Zitarosa di Intersos e Marmo di Caritas – per cui tanti migranti scelgono di non andarvi. È vero, le impronte gli sono già state prese, ma loro temono questo ulteriore controllo, molti pensano che così saranno obbligati a restare in Italia”.
Al momento il campo di transito, prima per soli uomini, poi allargato ai minori quindi alle donne e alle famiglie ospita circa 340 persone – in gran parte provenienti dal Sudan ma ultimamente si registrano una quarantina di persone dal Bangladesh – “ma non tutti pernottano, magari cenano e poi escono”, precisa il responsabile pro tempore, Agostino Teti, di Croce Rossa Italiana.
I posti letto sono 430, dislocati in due grosse tende e moduli abitativi da sei posti ciascuno. Un bambino che insegue una palla introduce all’area delle famiglie, un uomo chinato fronte a terra a quella dedicata alla preghiera. Tra una zona e l’altra transenne avvolte in teli di plastica verde.
Bagni e docce per le donne e le famiglie a ridosso dei servizi igienici per gli uomini. Una sistemazione non ottimale che Intersos, Medici senza frontiere, Terres des Hommes, Weworld, organizzazioni impegnate a vario titolo nell’aiuto ai migranti di Ventimiglia hanno segnalato come criticità al Prefetto e al vicesindaco.
Tra le più rilevanti: servizi igienici scarsi, niente spazi riservati ai giochi per i bambini nelle zone delle famiglie, nessun operatore legale specializzato per i minori non accompagnati.
“Nel momento in cui si è deciso di accogliere al campo famiglie, donne e minori – precisa Zitarosa di Intersos – vanno adottate soluzioni ad hoc, non puoi metterli in una situazione di promiscuità come quella in cui si trovano. E vanno individuate figure specializzate per dare risposte adeguate alle loro esigenze, a partire da quelle medico sanitarie”.
“Certo, tutto può essere migliorato – sospira Teti della Croce Rossa – noi facciamo il possibile, gli ospiti sono visitati dai medici dell’Asl, collaboriamo con le organizzazioni per l’assistenza legale e con tante associazioni che organizzano molte iniziative” e indica sotto un tendone due signore che fanno lezione di disegno a un gruppo di giovani.
Intanto Futula, che ha otto anni, viene dalla Nigeria e sta nel campo con la mamma Margaret e il fratellino Bright, chiede una saponetta per lavare i panni. E un bimbo che dice di chiamarsi Mohamed insegue la sua palla e irrompe nel campo dove un gruppo di giovani sta giocando a calcio.
“Ciao, io voglio stare in Italia”, dice Cusmane, 20 anni, del Ghana, che nella struttura fa anche il barbiere e ha fatto domanda per ottenere i documenti necessari. Come Mohamed arrivato in Italia dal Sudan Darfur, da tre mesi. E Margaret, la mamma di Futula, che ha già ottenuto la protezione sussidiaria per cinque anni.
“Qui la situazione, tutto sommato, è tranquilla – ci spiega la Croce Rossa – la presenza dei minori non accompagnati, per quel che mi risulta, è momentanea, scaturita da una emergenza. A breve, comunque, arriveranno otto nuovi moduli abitativi, per altri 48 posti letto”.
Si va a pranzo, molti rientrano, altri escono. Vanno al ponte, si preparano per la serata, vogliono “provare”. Fuad, 17 anni, vuole andare in Francia. Con lui ci sono altri ragazzi, dicono di avere varcato la frontiera e raccontano di maltrattamenti subiti dalla polizia francese.
E torna in mente la denuncia di Amnesty international di inizio anno, sui “controlli ai confini del diritto” alla frontiera franco-italiana. C’è chi dice gli siano state tagliate le scarpe, un altro racconta che la polizia ha utilizzato cani privi di museruola per spaventarli.
“Nell’ambito del progetto Child Protection Unit” svolgiamo informativa sulla legislazione e i servizi al territorio, supporto per pratiche legali, monitoraggio degli abusi di legge perpetrati su di loro, tutela e protezione di minori e vulnerabili – spiegano da Intersos – Dalle testimonianze e dai documenti raccolti ci risulta che la polizia francese non sempre valuta i singoli casi dei minori non accompagnati, che ne avrebbero diritto come stabilisce la Dichiarazione dei diritti del fanciullo. I ragazzi ci raccontano le violenze, anche psicologiche, cui a volte sono sottoposti e il fatto che vengano messi sul primo treno e rimbalzati in Italia come pacchi, senza che fosse presente ai controlli della polizia neanche un interprete, un mediatore culturale, è inaccettabile. Quanto all’accoglienza a Ventimiglia, non possiamo che continuare ad essere preoccupati. I minori non accompagnati dovrebbero avere un centro a loro dedicato, così come le donne con bambini. Anche tra i migranti qui ci sono donne vittima di tratta, da gennaio abbiamo raccolto autodenunce e segnalato una decina di casi. Ebbene, nel campo, tra l’altro misto, per i loro sfruttatori è più facile raggiungerle e controllarle e per noi è più complicato contattarle per aiutarle a uscirne. La tratta riguarda anche minori uomini, sappiamo che in Francia si sono registrati molti casi di minorenni nigeriani sfruttati sessualmente”.
Ma tra questi ragazzi dei rischi non importa a nessuno, ora la speranza di cambiare vita è più forte. E come ogni giorno anche la domenica pomeriggio, mentre il sole si riflette sulle mostrine dei poliziotti che la presidiano, affollano la stazione. Vogliono “provare”.
Un ragazzo, tutto treccine e sorrisi, saluta, si avvicina, e in un italiano stentato, mi chiede: “Signora, tutto bene? Va mica in Francia?”.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
MA IMPEGNI E RISCHI SONO TUTTI A CARICO DELL’ITALIA… ALLA PRESIDENZA RESTA IL FRANCESE CASTAING
La guerra di Roma sui cantieri navali francesi Stx si chiude con una mezza sconfitta. Fincantieri diventerà proprietaria del 50% dell’azienda d’Oltralpe e non del 51% come chiedevano a gran voce i ministri Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda.
I francesi avranno l’altra metà delle azioni che saranno spartite fra lo Stato, l’azienda pubblica francese della cantieristica militare Naval Group (ex Dcns) e un gruppo di fornitori della regione di Saint-Nazaire.
In compenso Parigi presterà per dodici anni l’1% della sua quota in Stx a Fincantieri, che resterà un sorvegliato speciale del governo francese.
E’ questa la soluzione di compromesso arrivata dal vertice di Lione fra il premier Paolo Gentiloni e il presidente francese Emmanuel Macron, che ha imposto all’Italia anche impegni sul fronte dei livelli occupazionali di Stx. “Se le promesse non verranno mantenute, la Francia potrà recuperare il suo prezioso 1% e togliere a Fincantieri il suo ruolo dominante”, chiarisce il quotidiano francese Le Monde nell’edizione del 27 settembre.
“E’ una sorta di ‘privatizzazione ad elastico’”, prosegue il giornale d’Oltralpe precisando che l’operazione consentirà ad entrambi i governi di cantare pubblicamente vittoria.
“Gli italiani perchè, come desideravano, otterranno il 51% che conferisce il controllo dei cantieri francesi per appena qualche decina di milioni — prosegue Le Monde — I francesi perchè, senza dover ricredersi completamente, metteranno fine ad un conflitto imbarazzante con l’Italia e manterranno un occhio vigile su un sito considerato strategico”.
La composizione del futuro cda di Stx è sintomatica: 4 membri spetteranno a Fincantieri, 2 allo Stato francese e 1 a testa a Naval group e lavoratori, e alla presidenza rimarrà Laurent Castaing, attuale direttore generale dei cantieri di Saint Nazaire.
Fincantieri avrà il “potere di rimuoverlo o di separare gli incarichi di presidente e amministratore delegato se lo riterrà necessario”.
L’intesa resta comunque fonte di imbarazzo per Padoan e Calenda che avevano escluso la possibilità di un accordo senza il 51% delle azioni in mano a Fincantieri.
E, alla fine, sono invece solo riusciti a spuntare la promessa che, allo scadere dei dodici anni di prestito, l’1% francese possa passare a Fincantieri.
Salvo naturalmente un nuovo dietrofront francese che potrà essere motivato da fatti di natura eccezionale.
Questo aspetto non è particolarmente confortante per l’azienda guidata da Giuseppe Bono che avrà la maggioranza in consiglio e potrà nominare ad e presidente di Stx.
Anche perchè Parigi non è nuova ai ripensamenti. Soprattutto quando in ballo ci sono settori strategici come la cantieristica. Non si può trascurare il fatto che il passaggio di mano del 51% di Stx a Fincantieri era stato sostanzialmente già validato dall’ex presidente Francois Hollande.
Ma la questione era poi stata nuovamente rimessa in discussione da Macron in nome dell’interesse nazionale.
Non solo. Nell’intesa fra Roma e Parigi sono entrate le attività di cantieristica civile, ma non quelle di tipo militare che è la vera partita che interessa la Francia. Su questo fronte il vertice di Lione segna solo l’inizio delle trattative i due Paesi che dovrebbero portare ad uno scambio azionario fra Fincantieri e Naval group.
Ma il tema è decisamente delicato e nulla esclude che possa coinvolgere anche Leonardo (ex Finmeccanica) secondo termini e modalità tutte ancora da definire.
Per ora l’unica certezza è la nascita di un gruppo di lavoro per studiare un’alleanza sulla cantieristica che si allarghi al settore militare. Senza contare che, come riferisce Le Monde, i francesi sperano l’intesa su Stx metta “fine allo psicodramma franco-italiano”.
Soprattutto perchè fra i due Paesi ci sono in ballo ben altre questioni da affrontare a stretto giro.
Innanzitutto quella che riguarda il futuro di Telecom Italia, controllata dalla Vivendi di Vincent Bollorè, finanziere vicino al presidente Macron.
L’argomento non è stato ufficialmente sollevato nel corso del vertice di Lione. Anche perchè il comitato tecnico di Palazzo Chigi ha fatto slittare a giovedì il giudizio definitivo sull’applicabilità di poteri speciali pubblici su Telecom.
Del resto, come ha spiegato il premier Gentiloni al quotidiano Le Figaro la querelle Telecom-Vivendi è “una partita fra privati”.
Anche se di mezzo ci sono non solo le strategiche reti di telecomunicazioni dell’Italia e i cavi sottomarini di Sparkle, ma anche il futuro di Mediaset.
Un tema quest’ultimo particolarmente delicato visto che, come ricorda Le Monde, il ritorno sulla scena politica di Silvio Berlusconi, “deciso a proteggere Mediaset dagli appetiti di Vincent Bollorè”, potrebbe complicare la campagna d’Italia di Vivendi.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
IL TRIBUNALE, SOTTO LA PRESSIONE MEDIATICA, AVEVA DECISO DI FERMARE IL SEQUESTRO A 2 MILIONI DI EURO, QUELLI TROVATI, INVECE CHE A 48… GIUSTAMENTE LA PROCURA NON CI STA: COMODO CHE TUTTI POTESSERO FARE COSI’
La vicenda del sequestro dei conti della Lega Nord, disposto dopo la sentenza di primo grado nei
confronti di Umberto Bossi e Francesco Belsito per la maxi truffa allo Stato, potrebbe diventare un caso giuridico .
La procura di Genova sta infatti valutando se impugnare, con ricorso al Riesame o alla Cassazione, la decisione del tribunale di fermare i sequestri a quanto trovato finora, ovvero a poco meno di due milioni di euro.
“Non è una decisione contro la Lega – ha detto il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi – ma una richiesta di chiarimenti per decidere in modo certo, e ci auguriamo con intervento del legislatore, su una materia che ha aspetti ancora non del tutto chiari”
L’orientamento giurisprudenziale, a oggi, è quasi sempre stato quello di continuare a sequestrare somme di denaro alle persone giuridiche beneficiarie del frutto del reato commesso da un altro soggetto fino al raggiungimento di quanto previsto dalle sentenze.
Nei giorni scorsi, invece, il tribunale genovese ha invertito la tendenza stabilendo che il blocco si ferma a quanto trovato al momento dell’esecuzione del provvedimento.
“Se dovessimo decidere di impugnare – spiega Cozzi – lo faremmo per farci dire in modo chiaro, soprattutto per il futuro, quale è il limite”.
I sequestri erano scattati dieci giorni fa quando la Gdf aveva bloccato il denaro nei conti sparsi in tutta Italia. Era stata la stessa procura a chiederlo dopo che il tribunale, a luglio, aveva disposto la confisca di quasi 49 mln di euro in seguito alla condanna di Umberto Bossi, dell’ex tesoriere Francesco Belsito, e dei tre ex revisori contabili.
Il provvedimento aveva sollevato polemiche tra il segretario della Lega Matteo Salvini, che aveva parlato di un attacco alla democrazia, e il procuratore Cozzi, che aveva sottolineato come si fosse agito a tutela di Camera e Senato. Era stato lo stesso procuratore a sedare gli animi in un incontro con i legali del Carroccio, proponendo uno sblocco delle somme dietro garanzie.
(da “Il Secolo XIX“)
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Settembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
ZAIA, CHIAMPARINO, EMILIANO VINCONO TRA I PRESIDENTI DI REGIONE… NARDELLA, BRUGNARO E BORGNA TRA I SINDACI… LA RAGGI CROLLA ALL’88° POSTO… TOTI PERDE TRE POSIZIONI
Luca Zaia è il governatore più amato d’Italia, Crocetta il meno apprezzato; tra i sindaci, Nardella
conquista il primo posto in classifica, mentre scivolano Gori e Appendino e la Raggi sprofonda all’88esimo posto: questo emerge dal Monitor Index Research, il monitoraggio semestrale che indaga la soddisfazione nei confronti di chi governa Regioni e città .
L’indagine è stata condotta attraverso interviste telefoniche su «un campione stratificato per caratteristiche socio-demografiche e geografiche» nel periodo marzo-giugno 2017.
Governatori, Zaia è in test
Dunque è il presidente del Veneto il più amato d’Italia: lo apprezza il 58,3% dei cittadini intervistati, al secondo posto si piazza Chiamparino (56,4%), presidente del Piemonte, eletto con il Pd, che in un anno ha guadagnato ben 6 posizioni, accrescendo il consenso del 6,2%; sul terzo gradino del podio, Michele Emiliano (Puglia), che nel 2016 guidava la classifica ed è scivolato di due posizioni, conquistando il 56,1% dei consensi.
Salgono di un posto, rispettivamente, Enrico Rossi (Pd, Toscana), con il 53,3%, e Maurizio Marcello Pittella della Basilicata (53,5%); scende invece Giovanni Toti (Forza Italia), presidente della Liguria, che ha dovuto cedere 3 posizioni perdendo lo 0,6%.
Ha perso punti anche Nicola Zingaretti (Pd): il presidente della Regione Lazio è scivolato dalla settima alla nona posizione e il suo consenso è sceso sotto la soglia del 50%.
In ascesa, invece, Roberto Maroni (Lega Nord), alla guida della Lombardia, che dagli ultimi posti della classifica nel 2016 è salito all’undicesima posizione, guadagnando 5 punti e mezzo
La prima donna in classifica è Catiuscia Marini, governatore dell’Umbria, al 13esimo posto (45,6%); dopo di lei Debora Serracchiani (Pd), presidente del Friuli Venezia Giulia, quartultima in classifica (44,7%).
Si conferma all’ultimo posto il siciliano Rosario Crocetta, prossimo alla scadenza, con solo il 26,8% dell’apprezzamento.
Chi sale e chi scende fra i sindac
Sempre secondo questa ricerca, il miglior sindaco d’Italia è Dario Nardella, ex deputato Pd, alla guida di Firenze dal 2014: il 62,1% dei suoi concittadini ha espresso soddisfazione nei confronti del lavoro svolto dalla sua amministrazione.
Al secondo posto l’imprenditore e dirigente sportivo Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, eletto con il centrodestra: rispetto a un anno fa ha guadagnato due posizioni e il 61,5% dell’apprezzamento.
Balzo in avanti per Federico Borgna, riconfermato per la seconda volta sindaco di Cuneo lo scorso giugno al primo turno: rispetto a un anno fa, lo ha apprezzato il 5,5% in più della popolazione; in quarta posizione Matteo Ricci (Pd), primo cittadino di Pesaro.
Chi ha perso punti è stato invece l’imprenditore Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, a capo di una coalizione di centrosinistra, passato dal vertice della classifica al quinto gradino: in un anno ha perso due punti e mezzo.
La prima donna sindaco in classifica è Silvia Marchionini di Verbania, che si è aggiudicata il quattordicesimo posto; bisogna scorrere sino al ventunesimo per trovare la seconda, la “grillina” Chiara Appendino, primo cittadino di Torino, che però, dopo la “luna di miele” con la sua città , ha perso terreno balzando indietro dalla decima alla 21esima posizione.
Da segnalare la buona performance dell’ex “grillino” Federico Pizzarotti: rieletto a giugno sindaco di Parma con la sua lista Effetto Parma, rispetto al 2016 ha guadagnato diverse posizioni ed è salito al 56,3% di apprezzamento.
La classifica Indexcittà rappresenta i sindaci che superano il 55% di soddisfazione sull’operato espressa dai cittadini, per cui non sono presenti i primi cittadini delle due maggiori città , Giuseppe Sala, sindaco di Milano, e Virginia Raggi, sindaco di Roma, rispettivamente al 49esimo posto con il 54,3% e all’88esimo con il 44,4%.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
TRA I NUOVI MITI DI SALVINI E MELONI ANCHE SOSTENITORI DI HITLER, COMPLOTTISTI, RAZZISTI E SPIE
Negazionisti, sostenitori del Fà¼hrer, membri di formazioni identitarie, persino ex collaboratori della
Stasi, la polizia segreta del regime della Germania Est.
È un curriculum piuttosto variopinto quello dei neodeputati di Afd, Alternative Fà¼r Deutschland, il partito populista di destra che ha preso il 12,6% dei voti alle elezioni, ottenendo 94 seggi al Bundestag. Il partito, nato come espressione di alcuni professori di Amburgo nell’ottica di portare in Germania una differente visione economica, è stato pian piano scalato da personaggi discutibili e da ex membri di formazioni identitarie apertamente xenofobe.
Un’avvisaglia di quello che sarebbe avvenuto si ebbe quando nel 2015 Bernd Lucke, fondatore del partito, lasciò la formazione dichiarando che la strada intrapresa si era spostata troppo a destra.
Un secondo indizio è arrivato con l’annuncio di Frauke Petry, la leader del partito, di non correre come candidata cancelliera al Bundestag.
L’ultimo, il giorno dopo le elezioni, quando la stessa Petry ha dichiarato che non farà parte del gruppo parlamentare di Afd al Bundestag: l’ennesimo segnale della lotta intestina in corso all’interno del partito tra l’ala moderata e quella più radicale, con quest’ultima che si sta affermando sempre di più.
E proprio all’ala radicale appartiene Alice Weidel, il membro più controverso dello schieramento populista, nonchè Spitzenkanditatin (candidata cancelliera) insieme ad Alexander Gauland.
La trentottenne è famosa soprattutto per le sue grandi contraddizioni: lesbica, risiede a Biel in Svizzera, dove la sua compagna originaria dello Sri Lanka cresce i due figli della coppia aiutata da una profuga siriana.
Non ci sarebbe nulla di male se poi pubblicamente Weidel non fosse apertamente contro l’immigrazione, contro i matrimoni omosessuali e sostenesse la famiglia tradizionale.
La candidata cancelliera, che ha ottenuto un dottorato in Economia e ha lavorato per Goldman-Sachs, è nota per il suo cosmopolitismo. Ma ha acquistato notorietà quando è diventato pubblico il contenuto di una mail privata in cui sosteneva che la Germania sarà “inondata da popoli di culture straniere come arabi e zingari“, il che porterà una “sistematica distruzione della società borghese”.
Tutto questo spinto dai “nemici della Costituzione che ci governano”, mentre Angela Merkel e i membri del governo venivano definiti “maiali“.
Insieme a lei guida il partito Alexander Gauland, 76 anni, un trascorso nella Cdu, considerato il vero leader di Afd.
Famoso per il suo desiderio di eliminare la segretaria di Stato all’Immigrazione, Aylan à–zoguz, di origine turca, in passato ha difeso strenuamente Bjà¶rn Hà¶cke, membro di Afd nello stato della Turingia, secondo il quale “non tutto di Adolf Hitler sia da buttar via”, mentre il monumento berlinese all’Olocausto è “una vergogna”.
Se i capilista spiccano per le loro idee controverse, gli altri eletti non sono da meno. Un esempio è Sebastian Mà¼nzenmaier, che con i suoi 28 anni è uno più giovani neodeputati.
Ex membro del partito antislamico Libertà (Die Freiheit) e in attesa di giudizio per aver causato lesioni gravi: nel 2012 con gli hooligans del Kaiserslautern avrebbe malmenato alcuni tifosi della squadra del Mainz.
Sempre in Freiheit ha militato Bernhard Ulrich Oehme, candidato Afd in Sassonia. Sul fronte antisemita, invece, si trova Martin Hohmann del Land dell’Assia. Ex membro della Cdu, venne cacciato per aver sostenuto la presunta censura da parte della storia dello sterminio di migliaia di persone causato dagli ebrei durante la rivoluzione bolscevica.
Con lui fa coppia il capo di Afd a Lipsia, Siegbert Droese, tristemente noto per avere un auto targata “AH 1818”, dove A e H sono le iniziali Adolf Hitler e 18 è il simbolo dei circoli neonazisti per indicare il Fà¼hrer.
L’esponente della Sassonia è inoltre considerato vicino a Pegida, il movimento anti-islamizzazione della Germania che ha chiari richiami al nazionalsocialismo.
La lista è ancora lunga e tra personaggi discutibili entra c’è senza dubbio Wilhelm von Gottberg, 77 anni, poliziotto ormai in pensione, che definisce l’Olocausto come “un utile strumento per criminalizzare i tedeschi”. In una pubblicazione sul Titelseite des OstpreuàŸenblatts, Gottberg ha ripreso le tesi neofasciste dell’italiano Mario Consoli, secondo il quale “sempre più Stati stanno oscurando la verità sull’Olocausto”, definendo lo sterminio degli ebrei come “un mito, un dogma che rimane privo di qualsiasi ricerca storica libera”.
Oltre ai negazionisti, però, in Afd c’è anche altro. Per esempio i complottisti come Peter Boehringer, sostenitore della teoria del Nuovo Ordine Mondiale: in pratica una rete segreta starebbe assumendo il dominio del mondo.
Frank Magnitz, invece, difende la tesi della Germania assorbita come “paese preda” degli alleati. Lo stesso ha anche pubblicato una foto in cui i media sono presentati come un plotone di esecuzione che spara ad una donna chiamata “verità ”: l’ennesimo esempio che testimonia come in Germania sia tornata di moda la Là¼genpresse, cioè la retorica della delegittimazione della stampa, ideata a suo tempo da Joseph Goebbels.
C’è anche chi se la prende con la nazionale di calcio tedesca, come Beatrix von Storch della sezione di Berlino, che ha dichiarato di preferire una squadra formata da “tedeschi” a una composta da discendenti di migranti.
Il suo obiettivo al Bundestag? Abolire l’Ufficio dell’integrazione e avviare una “commissione d’inchiesta” contro Angela Merkel.
Ma c’è anche chi ha un passato insospettabile, come Jens Maier, ex membro di Spd. “Dichiaro il culto della colpa finalmente terminato” ha detto durante un’intervista, mentre in passato ha mostrato simpatia per gli estremisti di destra norvegesi e per l’assassino Anders Behring Breivik, autore della strage sull’isola di Utà¸ya.
Tra i più anziani una menzione speciale è per Detlev Spangenberg, 73 anni. Appartenente alla destra sassone di Afd, la sua vita correva tra l’est e l’ovest della Germania. Cresciuto nella Repubblica Democratica Tedesca è poi diventato membro di Cdu nel Land della Nordrhein-Westfalen.
Lasciato il partito democratico cristiano, è entrato nel gruppo di destra radicale “Lavoro, Famiglia, Patria” apertamente antislamico e per il ripristino delle frontiere del 1937.
Ultimamente è tornato al centro della cronaca per il suo passato: è stato informatore segreto della Stasi, con tanto di nome in codice, Bruno. Nella “Stasi-Connection” c’è anche Enrico Komming, ex membro delle guardie Oriente del reggimento tedesco Feliks Dzierzynski al servizio della polizia segreta della Germania Est, simpatizzante dei nazionalisti.
Si è fatto segnalare anche perchè su facebook cantava insieme alla figlia la prima strofa dell’inno tedesco, quella vietata visto che veniva utilizzata nella Germania nazista.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
IL SOLITO SCARICABARILE LEGHISTA: “E’ COLPA DEL GOVERNO”… LE ASSOCIAZIONI: “FAMIGLIE AL COLLASSO”
A farne le spese sono stati diversi malati gravissimi, per esempio affetti da Sla (sclerosi laterale amiotrofica). E per di più quelli con i redditi più bassi, che in Lombardia fino all’anno scorso potevano contare su un assegno di cura regionale da mille euro mensili più un bonus assistenziale del comune tarato sull’Isee che poteva raggiungere gli 800 euro.
Ma dall’inizio dell’anno la giunta guidata da Roberto Maroni ha tagliato la cumulabilità dei due contributi.
E così quei malati che per vivere hanno bisogno di un assistente, ora, con i soli mille euro regionali, rischiano di non poterselo più permettere. “Eppure anche disabili gravi e gravissimi hanno diritto a poter vivere nella propria casa e non dentro una residenza sanitaria come polli in batteria”, protesta Marina Mercurio, referente in Lombardia del Comitato 16 novembre, un’associazione che riunisce malati di Sla e loro familiari.
Il Comitato 16 novembre è una delle associazioni che a maggio insieme ad Aisla (Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica), Viva la vita e associazione Aldo Perini, hanno scritto al governatore Maroni chiedendo un incontro per risolvere la questione.
Ma per ora nessun appuntamento è stato messo in agenda.
E in una lettera firmata da Maroni la giunta ha scaricato ogni responsabilità sul governo: “I criteri ministeriali per l’annualità 2016 hanno ampliato le condizioni e le patologie per la qualificazione di ‘disabilità gravissima’, allargandone la platea dei potenziali beneficiari senza tuttavia adeguare proporzionalmente le risorse”.
Più persone di prima, insomma, hanno diritto ai contributi provenienti dal Fondo nazionale per le non autosufficienze, ma le risorse sono quelle di prima: “Alla nostra Regione sono assegnati 60.879.000 euro per il 2016, soltanto 234mila euro in più rispetto all’annualità precedente. L’incoerenza è stata segnalata al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali in più occasioni. Purtroppo senza esito. La giunta regionale non ha potuto far altro che mitigare gli effetti dell’intervento ministeriale destinando il 60% delle risorse nazionali assegnate — contro il 50% dell’anno precedente — alle persone con disabilità gravissime”.
Ma le associazioni non ci stanno. Perchè anche se la platea è aumentata a parità di fondi, nulla vieta alla Regione di metterci risorse proprie, magari introducendo una tassa di scopo: “Come è possibile che non si riescano a reperire ulteriori risorse dai fondi regionali da destinare ai disabili gravissimi così da permettergli di continuare a vivere con dignità a casa propria? — si chiede Mercurio -. Una famiglia che prima riusciva ad assumere seppur con fatica un assistente, ora collassa. Per gestire malati così complessi ci vogliono oltre 3mila euro al mese. I piani alti di Regione Lombardia non vogliono capire quanto sia faticoso e logorante per un coniuge, fratello, padre, madre, figlio assistere da soli il proprio caro”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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