Novembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
MUSUMECI VINCE CON 97.236 VOTI DEGLI IMPRESENTABILI
“Trentacinque, trentacinque. E il listino: non dobbiamo chiedere niente a nessuno. A nessuno“. L’eterna estate di Palermo è appena finita: in cielo sono tornate le nuvole. E anche qualche goccia di pioggia.
Ma l’ex ministro Saverio Romano è raggiante: una mano in tasca, nell’altra il cellulare, in faccia un sorriso affilato di soddisfazione, mentre passeggia davanti al comitato elettorale di Nello Musumeci, due passi da via Libertà .
Sono da poco passate le 22 e 30 e il nuovo presidente della Regione sta per arrivare da Catania. Davanti al suo quartier generale la gente comincia a farsi numerosa per festeggiare la vittoria del centrodestra alle elezioni regionali.
È il ritorno al governo dell’isola, dopo cinque anni di stop, otto se si considera il ribaltone di Raffaele Lombardo che escluse le destre dalla maggioranza.
Il ritorno dei vasa vasa
All’epoca Forza Italia e i centristi di Totò Cuffaro sembravano scomparsi, evaporati, condannati all’estinzione. Un gioco di specchi: è bastato saper attendere per vederli tornare, uguali a prima, forse più forti di prima.
“A Belmonte Mezzagno ho preso 8 voti nell’Udc e 24 in Forza Italia“, si vanta l’avvocato Totò Cordaro, visto che in verità era candidato nella lista dei Popolari: pur di votarlo la gente ha scritto il suo nome a caso nella scheda.
Negli ultimi cinque anni di governo Crocetta è stato il volto del cuffarismo d’opposizione: ora è uno degli assessori in pectore del governo Musumeci. Con lui anche l’ex rettore Roberto Lagalla, che in curriculum ha un mandato da assessore alla Sanità di Cuffaro: sempre lui, il passato mai passato.
Lo spettro dell’ex governatore condannato per favoreggiamento alla mafia si allunga sulla serata quando arriva l’auto di Musumeci: il neo presidente scende e subito va in scena il ritorno dei vasa vasa. “Presidente”, gli dicono.
E giù il doppio bacio: smack, smack. “Nello“, gli urlano. E via l’incrocio di guance: smack e smack. Una festa.
L’arrivo di Miccichè, la fuga di Musumeci
Interrotta solo dall’arrivo — qualche minuto più tardi — di Gianfranco Miccichè, il redivivo vicerè di Silvio Berlusconi sull’isola che ha riportato Forza Italia ad alte percentuali dopo un lustro. “Possiamo dire che lei è il vincitore morale di queste elezioni?”, gli chiedono da Tagadà su La7. “Morali? Non ci sono morali…”, confessa lui prima di presentarsi al comitato del neogovernatore, abbracciato a Giuseppe Milazzo, il primo degli eletti di Forza Italia a Palermo, che di entrare da Musumeci proprio non ne vuole sapere.
“Ti garantisco che ti faccio entrare io”, gli urla Miccichè, fiondandosi dentro. Musumeci, però, deve andare via: e l’arrivo dell’alleato azzuro accelera — curiosamente — le manovre di avvicinamento all’uscita.
Tra la folla che occupa ogni centimetro quadrato del comitato, alla fine, i due arrivano soltanto a sfiorarsi per un secondo, forse due. Poi il neo presidente si defila, mentre dai seggi cominciano ad arrivare i nomi dei deputati eletti. E il numero delle preferenze.
Impresentabili ma decisivi
Sono gli stessi momenti in cui Musumeci sembra mettere le mani avanti. “So che incontrerò qualche problema. Ormai gli impresentabili appartengono all’archivio”, dice ai cronisti, incalzato ancora su uno dei temi più caldi della campagna elettorale: quello sui tanti candidati con pendenze giudiziarie che correvano in suo sostegno
Contrariamente alle aspettative, quindi, non è stato il volto pulito di Musumeci, il “fascista perbene“, a trainare il centrodestra, ma al contrario i ras acchiappavoti.
E in questo senso i voti dei cosiddetti “impresentabili” sono stati fondamentali per portare Musumeci sulla poltrona più alta di Palazzo d’Orleans.
I 18 impresentabili di destra valgono 100mila voti
Novantasettemila duecentotrentasei. Sono i voti raccolti dai 18 candidati di centrodestra, sui quali ilfattoquotidiano.it aveva acceso i riflettori durante la campagna elettorale.
Non erano solo indagati o condannati, ma anche quelli con legami familiari o trascorsi personali che sollevavano più di qualche dubbio.
Molti di quei nomi — anzi, quasi tutti — sono finiti agli atti della commissione Antimafia, che però non ha ancora fornito gli elenchi di chi è in effetti un impresentabile e chi no. Nel frattempo in Sicilia si è votato. E alcuni di quei candidati sono entrati all’Assemblea regionale in sostegno di Musumeci. Altri, invece, sono rimasti fuori.
Ma il loro apporto è stato comunque fondamentale per la vittoria del governatore e dell’intera coalizione visto che hanno portato voti alle liste.
Musumeci, infatti, ha vinto le elezioni grazie ai 108.266 voti in più rispetto a quelli raccolti da Giancarlo Cancelleri. La differenza con le preferenze portate dai cosiddetti “impresentabili” è minima: undicimila voti. Senza contare quello disgiunto arrivato dagli discutibili candidati di centrosinistra. Come dire: senza quei candidati Musumeci e il centrodestra avrebbero vinto veramente per un pelo. Forse anche per questo ieri Cancelleri aveva polemizzato: dopo aver riconosciuto la sconfitta, aveva bollato le elezioni come “contaminate dagli impresentabili“.
Sette impresentabili eletti: chi sono
Ma chi sono i deputati che potrebbero vedersi appiccicare l’etichetta di “impresentabile” direttamente dalla commissione Antimafia dopo essere entrati a Palazzo dei Normanni? In totale hanno portato 51.706 voti . E molti vengono da Forza Italia.
Come Marianna Caronia, che ha preso 6.370 voti nel collegio di Palermo ed è indagata nell’inchiesta sugli appalti del trasporto marittimo regionale.
Sempre a Palermo il partito di Berlusconi riporta a Sala d’Ercole il veterano Riccardo Savona, capace di raccogliere 6.554 voti. Eletto con la destra nel 2012, passato a sinistra per sostenere Crocetta e ora tornato all’ovile azzurro. Il motivo? Nell’ottobre del 2013, durante un evento pubblico, Crocetta lo vide seduto in prima fila e inaspettatamente disse pubblicamente: “Chi ha fatto affari con Nicastri, Matteo Messina Denaro e la mafia deve uscire immediatamente”. Il riferimento era per i rapporti pregressi tra lo stesso Savona e l’imprenditore dell’eolico, al quale sono stati confiscati beni pari a un miliardo e mezzo di euro.
A Caltanissetta, invece, gli azzurri eleggono Giuseppe Federico con 5.437 preferenze: è a processo per falsa testimonianza perchè quand’era carabiniere avrebbe fornito un falso alibi a un collega, poi accusato di rapina.
Poi ci sono i Genovese: il giovane Luigi ha preso 17.359 voti che hanno consentito a Musumeci di superare il 51% in provincia, contro il 20 dei pentastellati. “Io non c’entro niente, merito di Luigi”, sorrideva ancora a scrutinio in corso il padre Francantonio Genovese, condannato a undici anni in primo grado per associazione per delinquere, truffa, riciclaggio, frode fiscale, peculato.
Il risultato record della provincia peloritana gode anche dei voti raccolti dal vulcanico Cateno De Luca: ne ha presi 5.418 correndo con l’Udc. Ritorna all’Ars con 6.557 voti Giuseppe Gennuso eletto a Siracusa nonostante un’indagine per truffa.
Riesce a tornare a Palazzo dei Normanni anche Tony Rizzotto: è il primo leghista a varcare quella soglia. Ex esponente del Movimento per l’Autonomia, Rizzotto ha raccolto 4.011 preferenze da candidato della lista Noi con Salvini.
Quando era ancora un autonomista di marca meridionale, invece, l’allora governatore Raffaele Lombardo avrebbe voluto nominarlo al vertice della società pubblica Italia lavoro Sicilia. Essendo un dipendente pubblico, Rizzotto era però incompatibile per quel ruolo: e al suo posto venne nominata la sua ex fidanzata.
Gli undici non eletti che hanno portato voti
Quindi ci sono gli altri. Gli impresentabili — o presunti tali — non eletti ma che con i loro voti hanno trainato le liste. Ha preso 1.708 voti l’ex sindaco di Misilmeri, Pietro D’Aì. candidato con Diventerà Bellissima, la lista personale di Musumeci. Il suo comune è stato sciolto per mafia nel 2012.
Le accuse all’ex primo cittadino e agli altri amministratori vennero archiviate ma le valutazioni messe nero su bianco dal gip Luigi Petrucci non erano esattamente entusiasmanti.
A Misilmeri c’era “una gestione della cosa pubblica — scriveva il giudice — in talune occasioni francamente illecita ma senza che emergessero delitti collegati al sodalizio mafioso”.
Correva con il movimento di Musumeci, ma a Catania, Ernesto Calogero: 1.669 voti, nonostante una condanna in primo grado a quattro anni nel febbraio 2017.Il neo governatore dovrà rinunciare anche al fidato Santi Formica, escluso nonostante 6.003 persone abbiano scritto il suo nome sulla scheda: era stato condannato dalla corte dei Conti a pagare 370 mila euro per la storia degli extrabudget nella Formazione.
Ad Agrigento ha preso 4.220 preferenze con l’Udc Gaetano Cani, a processo con l’accusa di estorsione: avrebbe costretto alcuni docenti di un istituto paritario a firmare le “dimissioni in bianco” accettando compensi inferiori rispetto a quelli indicati in busta paga.
A Palermo, dove la lista dei Popolari, correva Roberto Clemente, recentemente condannato in primo grado a sei mesi per corruzione elettorale: ha contribuito con i suoi 5.520 all’elezione di due deputati.
Non è stato eletto neanche Antonello Rizza, candidato con Forza Italia, che ha ottenuto 4.929 voti nonostante l’arresto in piena campagna elettorale e i 22 capi d’imputazione in quattro procedimenti.
Resta fuori dall’Ars anche Riccardo Pellegrino, il nostaglico dei grandi boss di Catania e fratello di un imputato per mafia che ha preso 4.427 preferenze: il suo caso aveva infiammato la campagna elettorale.
Out anche Pippo Sorbello (1.949), Santino Catalano (2210), Roberto Corona (2.218), Giovan Battista Coltraro (2.752), Giovanni Lo Sciuto (5.477), Mario Caputo (2.448). Non siederanno all’Ars ma sono stati fondamentali per far superare lo sbarramento alle liste che li hanno candidati.
Consapevoli che si trattasse di scommesse sicure. Nonostante i problemi giudiziari o i trascorsi con qualche ombra, infatti, la gente li ha comunque votati.
D’altra parte la Sicilia è pur sempre quella terra dove è quasi abusato un modo di dire che suona più o meno così: megghiu ‘u tintu canusciuti di lu bonu a canusciri. Significa: meglio il cattivo conosciuto, del buono ancora da conoscere.
Un precetto che i capipartito sembrano seguire praticamente da sempre. E — a ben vedere — anche gli elettori.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
DE LUCA VOLEVA FARE IL SINDACO DI MESSINA MA ANCHE QUELLO DI TAORMINA… UNA VOLTA SI SPOGLIO’ A PALAZZO DEI NORMANNI
Era candidato a tutto, Cateno De Luca: all’Assemblea regionale, a sindaco di Messina ma
anche di Taormina.
Dopo essere stato primo cittadino di Fiumedinisi, il suo paese, e della vicina Santa Teresa Riva.
Un’ubiquità politica che rientra perfettamente nei contorni di un personaggio eclettico e bizzarro, un golden boy di provincia in politica dall’età di 15 anni, protagonista di una carriera borderline, sempre a cavallo fra inchieste giudiziarie e iniziative a dir poco originali.
Candidato a tutto, sì. All’Ars entrò nel 2008, nelle truppe autonomiste di Raffaele Lombardo. Si mise subito in mostra.
Nel senso che si svestì pubblicamente nelle stanze del Parlamento, davanti ai commessi sbigottiti, e rimase nudo, avvolto solo nella bandiera della Trinacria e con la Bibbia in mano, per protestare contro l’esclusione dalla commissione Bilancio.
Con Lombardo, De Luca ha avuto sempre un rapporto conflittuale. Troppo ambizioso, questo Masaniello dell’entroterra messinese, per restare imprigionato nel recinto dell’Mpa. Prima della fine della scorsa legislatura, nel 2012, decise di correre da solo addirittura per il ruolo di governatore, alla guida del suo movimento – Sicilia Vera – fondato qualche anno prima.
La campagna elettorale si aprì con una convention in grande stile al teatro Politeama, roba da fare invidia alle kermesse di Berlusconi, e i muri delle città siciliane furono tappezzati dei suoi 3×6 con slogan reboanti: “Io rivoluziono la Sicilia. Scateno de Luca”, il più memorabile.
Non centrò l’elezione a Palazzo d’Orleans, naturalmente, anche perchè già azzoppato da un’inchiesta (e un arresto nel 2011) sul presunto sacco edilizio di Fiumedinisi. Prese l’1,2 per cento. Non si arrese.
Negli ultimi cinque anni ha fatto il sindaco di Santa Teresa Riva, forte sempre di un consenso che gli deriva anche dalla gestione di un’associazione, la Fenapi, che ora torna nella nuova inchiesta che gli irrobustisce la fama di “impresentabile”.
Da tempo con il suo avvocato, Carlo Taormina, battagliava per lo spostamento della sede – da Messina a Reggio Calabria – del suo processo per gli abusi edilizi di Fiumedinisi: su De Luca pende una richiesta di condanna a 5 anni.
Ma oltre a difendersi nelle aule giudiziarie, il pirotecnico leader di Sicilia Vera è nel frattempo andato all’assalto di Ars e Comuni.
Ha promesso di “prendere a calci nel culo i poltroni e i malati di professione” del municipio messinese, ma il primo passo della sua rentrèe in pompa magna nell’agone elettorale l’ha fatto candidandosi nelle liste dell’Udc per l’Ars e conquistando il seggio con più di cinquemila voti.
Solo ieri aveva scritto ai suoi elettori chiedendo scusa per il fatto di non poter ringraziarli a uno a uno: domani, spiega su Facebook, “c’è l’ultima udienza del mio calvario giudiziario che dura da 11 anni”.
Non aveva messo in conto, “Scateno”, l’ultimo imprevisto.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA DI MUSUMECI E’ RIUSCITA A ENTRARE GIA’ NEL GUINNESS DEI PRIMATI
Appena il tempo di chiudere le urne e un nuovo scossone politico giudiziario scuote Messina con l’arresto del primo deputato regionale appena eletto, che peraltro venerdi sera, nel comizio conclusivo della campagna elettorale in favore di Nello Musumeci, aveva annunciato la sua intenzione di candidarsi a sindaco di Messina.
La nuova Assemblea regionale dunque conta già il primo deputato arrestato. Era nelle file dei cosiddetti “impresentabili” del centrodestra.
Cateno De Luca, ex deputato regionale appena rieletto nelle file dell’Udc, dunque nello schieramento di centrodestra, con 5.418 voti, è finito agli arresti domiciliari per una brutta storia di evasione fiscale.
In esecuzione di un provvedimento emesso dal gip di Messina, militari del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza e della compagnia dei carabinieri di Messina sud lo hanno arrestato come promotore di un’associazione per delinquere finalizzata alla realizzazione di un’evasione fiscale da un milione e 750mila euro. Arresti domiciliari anche per Carmelo Satta.
Il giudice ha disposto anche il sequestro preventivo per equivalente sia nei confronti dei due arrestati che della società Fenapi, attorno alla quale sarebbe stata imbastita la truffa.
Le indagini hanno individuato un intreccio societario che faceva capo alla Fenapi, riconducibile a De Luca e Satta, e alla Federazione nazionale autonoma piccoli imprenditori, utilizzato per un sistema di false fatture che avrebbe consentito l’evasione di imposte dirette e indirette.
Secondo l’accusa, la Federazione nazionale piccoli imprenditori imputava costi inesistenti alla Fenapi, che poi le trasferiva l’imponibile utilizzando il regime fiscale di favore di cui gode. Indagate a piede libero altre otto persone.
Il leader di Sicilia Vera, questo il nome del suo schieramento, era già stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta per i lavori realizzati a Fiumedinisi, il paese del Messinese di cui era sindaco e dove le sue aziende edili si sono aggiudicate i lavori.
La Procura ha chiesto la sua condanna a 5 anni e a 4 anni per suo fratello Tindaro. De Luca aveva proposto ricorso in Cassazione per spostare il processo a Reggio Calabria, ma la sua istanza è stata respinta e il processo attende ora la sentenza a Messina nelle prossime settimane.
(da agenzie)
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Novembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
PARADISE PAPERS, SPUNTANO I COLOSSI DEL GAS E BANCHE STATALI DI MOSCA
Quando il segretario al commercio degli Stati Uniti Wilbur Ross è stato interrogato dai
giudici per chiarire il suo ruolo di ex vicepresidente della Banca di Cipro, che ha una lunga storia di finanziamenti a favore degli oligarchi legati a Putin, si è limitato a rispondere che quei russi non erano suoi partner.
Finita l’udienza, un gruppo di senatori democratici gli ha anche scritto una lettera per saperne di più sui legami tra la banca cipriota, i russi, l’amministrazione Trump, la sua campagna elettorale e l’organizzazione che porta il nome del presidente. A quella lettera Ross non ha mai risposto.
Ma da quanto emerge ora dai Paradise Papers , le nuove carte riservate dei paradisi fiscali, un database con 13,4 milioni di documenti ottenuti dal giornale tedesco Sà¼ddeutsche Zeitung e condivisi con il Consorzio internazionale dei giornalisti d’inchiesta (Icij), Wilbur Ross trae profitto dai legami d’affari con il cerchio magico del presidente russo Vladimir Putin. Il ministro americano risulta infatti titolare di partecipazioni in un’azienda di trasporti tra i cui proprietari compaiono il genero di Putin e un altro magnate russo, sanzionato dal dipartimento del tesoro statunitense proprio per i suoi legami con la cerchia di Putin.
LA CONNECTION RUSSO-AMERICANA
Ross è un investitore miliardario nel settore finanziario, che si è liberato di buona parte, circa l’80 percento, delle sue partecipazioni aziendali prima di entrare a far parte dell’amministrazione di Donald Trump a febbraio.
Tuttavia, quello che non si sapeva, è che ha mantenuto le sue quote nell’azienda di trasporti Navigator Holdings Ltd, una società offshore creata nelle isole Marshall nell’Oceano Pacifico, di cui è stato anche presidente. Nel 2016 Ross e altri investitori detenevano il 31,5 percento dell’azienda, che dal 2014 ha ricevuto i maggiori profitti, per un ammontare di oltre 68 milioni di dollari, da un colosso russo del gas, chimica e petrolio, la Sibur. Basandosi sulla quotazione di mercato del 30 ottobre 2017, il valore è di circa 179 milioni di dollari.
Tra i proprietari principali della Navigator ci sono Kirill Shamalov, genero di Putin, e Gennady Timchenko, oligarca sanzionato dagli Usa per le sue attività nel settore dell’energia. secondo il dipartimento del tesoro americano, è direttamente legato a Putin. E c’è anche Leonid Mikhelson, che controlla un’altra compagnia energetica colpita dalle sanzioni decise dagli Stati Uniti per punire l’intervento russo nella guerra civile in Ucraina.
Molti dei fondi di private equity che gestiscono questi investimenti sono stati creati e gestiti da Appleby, il grande studio professionale che ha la sede centrale alle Bermuda. Appleby è una delle due società specializzate nella creazione di offshore che sono al centro della colossale fuga di notizie dei Paradise Papers.
In quanto segretario (cioè ministro) al commercio, Ross esercita oggi una forte autorità sulle politiche economiche internazionali degli Stati Uniti ed è una voce molto influente anche nei rapporti con la Russia. Un nemico storico dai tempi della guerra fredda con il quale gli Usa sono tornati ad avere relazioni sempre più tese in seguito all’invasione della Crimea nel 2014 e alle indagini americane sulle interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, dirette a favorire Trump e a danneggiare la candidata democratica Hillary Clinton.
Dai documenti dei Paradise Papers ora emerge una catena di società e accordi commerciali (partnership) con base nelle isole Cayman, attraverso i quali Ross continuava a mantenere la propria partecipazione sulla Navigator. Sono relazioni dubbie, secondo gli esperti consultati dal consorzio Icij, con possibili conflitti d’interesse tra doveri pubblici di imparzialità e attività economiche private. «A parte gli aspetti legali, sarei molto preoccupato se qualcuno nel governo degli Stati Uniti guadagnasse facendo affari con i russi, e vorrei sapere come stanno i fatti», ha commentato Richard Painter, avvocato responsabile dei controlli sull’etica pubblica durante l’amministrazione di George W.Bush.
GLI UOMINI DI MOSCA DENTRO TWITTER E FACEBOOK
Ma gli affari con la Russia rivelati dalle carte dei Paradise Papers si estendono anche alla Silicon Valley.
Nei documenti infatti spunta anche il nome di un grosso investitore di Twitter e Facebook, che a sua volta ha legami con due aziende di stato russe. Una delle aziende in questione è la banca Vtb, che ha dirottato 191 milioni di euro in un fondo d’investimento, chiamato Dst Global, per comprare una grossa partecipazione in Twitter nel 2011. Sempre dalla parte russa compare una filiale del gigante dell’energia di Mosca, la Gazprom Investholding, che ha finanziato una società offshore, partner della stessa Dst Global, in un grosso investimento su Facebook.
A guidare queste operazioni e a fare da punto di connessione tra gli investitori è il miliardario Yuri Milner, 55 anni, nato a Mosca, con un passato di studi all’università della Pennsylvania. Tornato in Russia, Milner prende in mano le sorti incerte della Mail.ru, un’azienda russa di posta elettronica, trasformandola nel primo provider di email del paese. Poi, nel 2005, forma la società Digital Sky Technologies (Dst) e tre anni dopo diventa partner del miliardario russo-uzbeko Alisher Usmanov, che diventa quindi il principale azionista del fondo di investimento Dst Global, che Milner crea nel 2009.
Gli interessi di Milner guardavano alla California e al fiorente mercato della tecnologia. Milner, e altri partner, hanno ottenuto ingenti guadagni dall’investimento nei due colossi americani, rivendendo poi le loro partecipazioni, poco dopo il lancio in borsa di Facebook nel 2012 e di Twitter nel 2013.
Questo non significa che il Cremlino sia riuscito a esercitare la propria influenza su Twitter e Facebook, come precisa il consorzio Icij, o che abbia ricevuto informazioni riservate sulle due società americane grazie agli investimenti legati a Milner. Ma le carte documentano un fatto prima sconosciuto: già anni risulta prima che la Russia si immischiasse nelle elezioni presidenziali statunitensi nel 2016, i magnati legati al Cremlino allungavano i propri interessi finanziari nei social media americani. Una scoperta che oggi, mentre il Congresso sta investigando su questi giganti della tecnologia per la massiccia diffusione di informazioni false durante la campagna di Donald Trump per la Casa Bianca, potrebbe aprire un altro fronte del Russiagate.
In risposta alle domande di Icij, Milner ha dichiarato che tutti gli investimenti, inclusi gli affari con Twitter e Facebook, sono sempre stati basati su criteri di merito aziendale e non hanno niente a che vedere con la politica. E ha confermato che la banca Vbt era uno dei partner che hanno contribuito a finanziare l’investimento su Twitter. Secondo Milner, meno del 5 percento dei fondi gestiti dalla sua azienda arrivano da istituzioni del governo russo.
Dietro alla Gazprom Investholding c’è ancora Usmanov, una figura dalle forti connessioni politiche in Russia, che per anni ha gestito la compagnia. Usmanov è anche un importante investitore privato, con partecipazioni in diversi settori. E ha preso parte, assieme a Milner, anche alle trattative per gli investimenti su Twitter e Facebook. Il Cremlino, da parte sua, ha più volte usato Gazprom Investholding per importanti accordi di carattere politico e strategico, come ha riferito al New York Times un esperto, Ilya Zaslavskiy, consulente di Kleptocracy Initiative, un progetto dell’Hudson Institute a Washington: «Si tratta di un potente strumento economico e politico».
La banca Vbt è nota per essere un attore importante nel sistema politico russo. Il suo direttore, Andrei Kostin, è un alleato dichiarato di Putin. «Da un lato è una banca, ma dall’altro è uno strumento del Cremlino», spiega Sergey Aleksashenko, esperto di banche russe della Brookings Institution, che ha lavorato nel direttivo della Vtb negli anni ’90: «Quella banca è pronta a fare qualsiasi cosa chieda il Cremlino».
Anche la Vtb ha confermato al consorzio Icij di aver investito in Twitter attraverso la società Dst Global di Milner. La banca ha inoltre dichiarato di aver venduto la propria partecipazione con profitto, ma senza alcuna motivazione politica. Milner da parte sua ha sottolineato che anche in precedenza la Vtb aveva fatto affari, attraverso la Borsa di Londra, nella Silicon Valley.
Un portavoce di Gazprom Investholding ha confermato di aver fatto prestiti a una società offshore denominata Kanton Services, che dai documenti esaminati risulta azionista di alcuni veicoli di investimento usati da Dst Global negli accordi con Twitter e Facebook. Ma la società ha negato il coinvolgimento di alcun pubblico ufficiale russo. La stessa Kanton Services è però legata in diversi modi all’oligarca Usmanov. Dai documenti dei Paradise Papers, infatti, risulta che tutti gli investimenti di Kanton erano gestiti da un consulente finanziario, Leon Semenenko, noto per essere socio in affari dello stesso Usmanov.
(da “L’Espresso”)
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Novembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
LETTERE MINATORIE E PACCO DI LIBRI NAZISTI PER IL PRIMO CITTADINO CHE ORA VIVE SOTTO SCORTA
Ben tre lettere minatorie, con minacce di morte contro la sua persona e i propri famigliari, recapitate in Comune in pochi mesi: il 26 maggio, 25 agosto e 2 novembre, giorno dei morti.
Ed un pacco “regalo” contenente 4 volumi di chiara impronta nazifascista in cui si invoca la pulizia etnica e si auspica la morte per chi favorisce l’arrivo dei profughi.
Sono questi inquietanti segnali, uniti a insulti e minacce anche di ritorsioni fisiche sui social, con alcuni siti insolitamente attivi e monotematici, ad aver spinto ieri mattina il sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano ad uscire dall’angolo.
E, dopo mesi di indagini riservate da parte della polizia, a denunciare pubblicamente la situazione: «Più che per me sono dispiaciuto e preoccupato per la mia famiglia. E, soprattutto, trovo intollerabile il clima che si è creato. Se posso arrivare a comprendere che un cittadino qualunque possa attribuire a me la responsabilità della situazione migratoria, visto che rappresento l’istituzione più vicina, non posso in alcun modo giustificare la strumentalizzazione politica», sottolinea.
«Quando esponenti politici attribuiscono al sindaco la colpa dell’arrivo dei migranti, pur conoscendo i nostri sforzi e sapendo che a Ventimiglia la situazione è indissolubilmente legata alla frontiera e certo non alla mia presenza in Comune, sicuramente non c’è alcuna buona fede. Si tratta di un atteggiamento pericoloso che può fomentare comportamenti insensati in persone con dei problemi».
A ribadirgli solidarietà è stato tutto il mondo politico.
(da “il Secolo XIX”)
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Novembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
PER LA SERIE “CERCATE SEMPRE DI FARVI CONOSCERE” LA DIRETTRICE DEL CORO LILLI LAURO, CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA, FA L’ENNESIMA GAFFE ISTITUZIONALE
La ripresa del video è quella che è, una diretta Facebook dall’interno di un salone che, si
saprà poi, è un circolo della Valbisagno.
Sullo sfondo, in abitino nero e tacco d’ordinanza, microfono in mano, capello biondo in piega, la protagonista: Lilli Lauro, pasionaria del centrodestra che, tra i tanti incarichi (capogruppo forzista in regione e Comune, consigliera in Città metropolitana), somma la delega assessorile dei rapporti con i Municipi per conto della giunta Bucci.
Ed è proprio ad eletti e simpatizzanti del centrodestra nella vallata, protagonisti della cena, che lei si rivolge: la diretta, tra applausi e fischi d’incoraggiamento, la vede ringraziare tutti per l’impegno che ha portato ad avere nove consiglieri (tre a testa per Lega e Forza Italia, due lista Bucci e due Fratelli d’Italia) nella Media Valbisagno, da Staglieno a Prato, un territorio che sembrava inespugnabile nella tradizionalmente rossa Valbisagno.
Ma la soddisfazione porta la vulcanica Lilli su una strada un po’ troppo sicura di sè: e infatti chi si trova su Facebook, e in particolare sulla bacheca di qualche consigliere la fatidica sera del 30 ottobre, ascolta queste frasi: “ E forse non ci abbiamo creduto abbastanza, perchè se ci credevamo può darsi che si potevano ribaltare le cose — dice, ribaltando intanto grammatica e sintassi – Però io credo che nulla è perduto perchè, come sapete, dopo due anni si può mandare a casa il presidente e questo è quello che dobbiamo assolutamente fare! Missione mandare a casa D’Avolio!”
Roberto D’Avolio, presidente di centrosinistra del Municipio IV con alleanze innovative (vicepresidente è un grillino, Jimmy Pedemonte) non vede il video in diretta ma qualche amico pensa bene di salvarlo e girarglielo.
Così tutti possono ancora sentire che la Lauro, parlando di D’Avolio, aggiunge: “Per carità niente di personale, però è sempre stato dall’altra parte… starei più tranquilla se ci foste voi come assessori e non dei semi grillini che pensano solo al loro attraversamento pedonale…” .
Lo sconcertato — e anche un po’ arrabbiato -D’Avolio affida a un comunicato la perplessità sulla mancanza di rispetto istituzionale della Lauro. “So bene che tra due anni si può chiedere la sfiducia verso il presidente, lo facciano se lo vorranno — riconferma al telefono — ma ritengo inaccettabile che una persona con una delega assessorile venga in Municipio, discuta insieme a tutti noi dei problemi del territorio com’è accaduto tre settimane fa e poi, in una serata privata, dica che la priorità è mandarmi a casa perchè non sto dalla sua parte politica. Io penso che la sua priorità dovrebbe essere quella di occuparsi del benessere dei territori e del confronto corretto con i Municipi; tanto più quando ci sono possibili intese per i problemi veri della vallata. Com’è possibile ora, rapportarsi con lei e considerarla credibile?”
(da “La Repubblica”)
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