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SI E’ SPENTA LAURA, LA VEDOVA DEL MINATORE ITALIANO EMIGRATO IN BELGIO E MORTO NELLA TRAGEDIA DI MARCINELLE

Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile

QUANDO GLI IMMIGRATI ERAVAMO NOI E I BELGI CI CHIAMAVANO MACARONI’

Camillo e Orlando Ferrante avevano poco più di vent’anni quando lasciarono la famiglia a Turrivalignani, il paese vicino a Pescara che allora contava non più di 500 abitanti.
Papà  Antonio faticava da operaio all’Italcementi in crisi, e dal 1946 ai giovani italiani le miniere del Belgio promettevano lavoro e benessere, specie in quella zona abruzzese chiamata il «triangolo della fame».
Così il maggiore, Camillo, era partito nel 1955, come tanti altri ragazzi, destinato alla miniera del Bois du Cazier a Marcinelle.
Il secondo, Orlando, era partito nel 1956, qualche mese prima della tragedia che l’8 agosto avrebbe ucciso 262 minatori, 136 dei quali italiani.
Anche i fratelli Ferrante, 26 e 23 anni, come altri sette compaesani erano discesi nel pozzo al turno del mattino e non erano mai più risaliti, perchè poco prima delle 8, a 975 metri sottoterra, un incidente o una distrazione aveva scatenato le fiamme che avrebbero rapidamente divorato uomini e cavalli lasciando solo 12 superstiti.
Mentre il più giovane era celibe, Camillo si era sposato per procura in maggio con Laura Di Pietro, sua compaesana e coetanea, delegando papà  Antonio a firmare le nozze civili in Comune.
Il matrimonio per delega avrebbe permesso alla sposa di raggiungere il marito all’estero. E così fu, infatti.
All’inizio di luglio il suocero, Antonio Ferrante, accompagnò a Milano la ragazza per consegnarla al treno diretto a Charleroi, e così i due novelli sposi Laura e Camillo si sarebbero abbracciati sulla banchina della stazione ferroviaria del distretto minerario di Marcinelle.
In attesa di trovare un appartamento, sarebbero andati ad abitare in una delle baracche che avevano ospitato i prigionieri di guerra polacchi, senza sapere che la loro storia, appena cominciata, sarebbe durata poco più di un mese.
Come tante altre «vedove bambine», anche Laura sarebbe subito tornata al paese: portando il lutto per una lunga vita, senza mai pensare di risposarsi.
Martedì pomeriggio, Laura Di Pietro è morta, a 87 anni.
Rimane una bella fotografia dei due ragazzi: lei più sorridente e più alta di lui grazie ai tacchi, lui con due baffetti scuri da uomo, dietro di loro la baracca del campo sterposo di Saint Nicolas. Lei in gonna e camicetta bianca, lui con un maglioncino chiaro di cotone, il braccio di lei sulla spalla di lui, quello di lui lungo la spalla di lei, sembrano avvinti (come l’edera) l’uno all’altra per sempre.
L’eleganza distingueva i minatori italiani dai belgi, che andavano a ballare con gli zoccoli il sabato sera, mentre i «macaronì» indossavano i mocassini.
Ora che Laura è morta, tocca a suo cognato Mario, il fratello di Camillo, tramandare l’epica tragica di una famiglia colpita due volte dalla ferocia del lavoro in miniera e dall’incoscienza degli amministratori belgi.
Mario aveva 8 anni quando avvenne quella che gli italiani di Marcinelle chiamano «la catastròfa»: «È stato papà  ad accompagnare prima Camillo e poi Orlando a Milano». I futuri minatori venivano raccolti in piazza Sant’Ambrogio: il protocollo italo-belga prevedeva che venissero poi sottoposti alle visite dai medici belgi nei sotterranei della Stazione Centrale.
«Abbiamo saputo dell’incidente dalla radio il giorno dopo, nessuno ci aveva comunicato niente. Papà  è partito subito e compare in una fotografia accanto al vescovo di Tournai che benedice le bare. Nostro padre sarebbe morto tre anni dopo in moto mentre andava a lavorare al cementificio».
Di secondo letto
Figlio di secondo letto (papà  Antonio era vedovo della prima moglie e i primi tre figli erano orfani di madre), Mario ricorda che anni fa assistette alla traslazione delle bare. Sbirciando dentro quella di Orlando vide solo un po’ di polvere e un pettinino: «I corpi sono ancora sepolti nelle miniere e le bare sono rimaste vuote».
Tra qualche giorno ci saranno le celebrazioni di rito, che vorrebbero tener viva la memoria della più grave tragedia mineraria europea.
Andare in Belgio per ricordare la catastrofe? «No – rispondeva Laura –, tu ci andresti nel posto dove è morto tuo marito a 26 anni abbruciato sottoterra? Io non ci vado».

(da “il Corriere della Sera”)

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FICO IN SINTONIA CON IL GESUITA SPADARO E SEMPRE PIU’ LONTANO DAI RAZZISTI

Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA CAMERA AL CONVEGNO CON IL DIRETTORE DI CIVILTA’ CATTOLICA: “SONO UN NON CREDENTE, MA IL CROCIFISSO E’ E RIMANE IL SIMBOLO DELL’AMORE PER IL NEMICO, L’UOMO E’ DA SEMPRE UN MIGRANTE”

Roberto Fico, presidente della Camera, il grillino più alto in grado nelle istituzioni, varca per la prima volta il confine di Stato ed entra in Vaticano.
In realtà  si tratta di ‘una sede extraterritoriale’ un po’ defilata, al centro di Roma, nel palazzo del Vicariato vecchio a via della Pigna, ma sempre Vaticano è.
Di più: in una giornata in cui Famiglia cristiana, settimanale dei Paolini ha dato uno schiaffone in faccia al ministro dell’Interno, Matteo Salvini, con una copertina degna di un esorcista, e mentre infuria la polemica sul “crocifisso di stato”, e il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha messo in guardia dalle derive anti-rom che possono arrivare fino ad evocare le leggi razziali.
Accanto a Fico, il direttore della Civiltà  cattolica, Antonio Spadaro, che nell’uso strumentale del crocifisso, nel brandire il simbolo dei cristiani come un’arma contundente vede in azione una sorta di neocostatinianesimo , cioè vede evocata “un’appartenza senza fede”, un’identità  senza misericordia. “un confine (limes, appunto), un muro che – spiega illustrando ai presenti quanto a sua volta ha appreso da un amico musulmano argentino di Bergoglio – ogni volta che può il Papa tocca, per sanarlo, “per guarire il muro”. Il crocifisso non può essere “un BigJim qualunque” , “questo è blasfemo”.
“In hoc signo vinces”, si è tramutato nel corso della storia – secondo Spadaro – in “In God we trust” , ma può prendere un piano inclinato ancora più feroce, nel nazista ” Gott mit uns”.
“Steve Bannon (ex consigliere di Trump, ndr) e Aleksandr Dugin (filosofo russo, ndr), fanno un ricorso strumentale ai simboli religiosi, e ciò è molto pericoloso”.
Il Crocifisso, concorda Fico, anche per un non credente quale egli è – lo ripete due volte – è “il simbolo dell’amore per i nemici”.
“Papa Francesco rifiuta radicalmente l’idea dell’attuazione del Regno di Dio sulla terra, che era stata alla base del Sacro Romano impero e di tutte le forme politiche ed istituzionali similari, fino alla dimensione del ‘ partito'”.
Ancora: “Con Papa Francesco il discorso sulle “radici cristiane ” dell’Europa esce dalla disputa ideologica e dello schieramento per essere ricondotto al gesto della lavanda dei piedi” . Per questo Francesco vede nelle migrazioni “il nodo politico globale”.
Spadaro, uno degli uomini più vicini al Pontefice, contesta, bonariamente il titolo dell’incontro che si svolge nel cuore di Roma, a pochi passi dalla Camera dei deputati (tanto che Fico ha raggiunto “il Vaticano” a piedi), per confrontarsi (coordinati da Piero Schiavazzi ) sull’ultimo numero di “Limes”, la rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo, dedicato a Papa Francesco.
Sarebbe meglio non parlare di ,”Francesco e lo Stato della Chiesa” , dice, ma di “Francesco e il moto della Chiesa”.
Moto cioè movimento. Perchè se “la Chiesa non è un ospedale da campo, non è Chiesa”.
È per questo che la sintonia con Fico, che di un movimento è rappresentante (i 5stelle), più che spontanea è naturale.
Condita da una grande curiosità  da parte di tutti, perchè il Presidente della Camera mai era intervenuto – a differenza di Grillo, il guru fondatore – a commentare i documenti e le iniziative papali
La sala è piena (ci sono il ministro del Tesoro, il ministro della Difesa Trenta e tante autorità ). Fico mentre parla sfoglia le stampate dei discorsi papali. Richiama le “battaglie” dei 5stelle per l’acqua pubblica, per i beni comuni fuori dalla logica del profitto, parla di “dignità “, non solo degli abitanti del nostro Paese “che devono diventare, come quelli europei, cittadini”, ma dignità  anche “per tante persone che stanno arrivando da fuori. L’uomo da sempre è un migrante”.
Cita i punti di contatto con Francesco: l’attenzione ecologica e la ricerca di una svolta energetica: “Non si possono pensare in un mondo di risorse finite, produzioni infinite”.
Ecco, alla fine, l’impressione dell’osservatore è che, il presidente della Camera e l’altro Stato che è in Italia (la Santa Sede) si sono conosciuti e avvicinati, in modo proporzionale ed inverso rispetto al leader della Lega, Matteo Salvini .
A vederlo da fuori potrebbe marcare – a sua volta – un paradosso neocostantiniano ( che si nega e intanto si riafferma), ma Spadaro, da siciliano, cita Tommasi di Lampedusa, e sostiene che con Francesco non ci saranno Gattopardi: il moto prevale sullo Stato, e il tempo (e i suoi processi) sullo spazio e l’occupazione del potere.
Una rivoluzione innanzitutto spirituale, quella di Francesco, dice Spataro, un cambiamento innanzitutto personale, concorda Fico.

(da “Huffingtonpost“)

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ILVA, COME PUO’ ANDARE A FINIRE

Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile

AL DI LA’ DELLE ESTERNAZIONI DI DI MAIO, GLI SCENARI POSSIBILI SONO SOLO QUATTRO

Il Sole 24 Ore riepiloga oggi in un’infografica quattro scenari per l’ILVA, ovvero i quattro modi in cui può chiudersi la partita infinita dell’acciaieria oggi contesa tra i desideri del governo entrante e i risultati della gara del governo uscente.
Il ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio ha avviato l’iter per annullare la gara ma ci sono molte incognite sulla possibilità  di perseguire l’obiettivo fino in fondo: la scelta di Di Maio, spiega il quotidiano, segue   l’articolo 21 nonies della legge 241 del 1990 sull’annullamento d’ufficio, citato nel famoso parere dell’Anac, che fa riferimento anche a responsabilità  connesse «al mancato annullamento del provvedimento illegittimo».
Spiega il quotidiano comunque che un eventuale annullamento in autotutela non escluderebbe il rischio di ricorsi da parte della cordata aggiudicataria, anche in assenza di penali applicabili per questo tipo di procedimento.
C’è da considerare anche un problema di tenuta dell’Ilva.
A meno di abbandonare definitivamente l’acciaio, aprendo una nuova gara si allungherebbero i tempi di diversi mesi e andrebbe rifinanziata la gestione commissariale per la sopravvivenza di un’azienda già  sull’orlo del collasso: si calcola che dalla gara ad oggi siano già  stati spesi 400 milioni
C’è poi da vedere il nodo dell’interesse pubblico: un punto quest’ultimo sottolineato dall’Anac nel parere in cui — è opportuno ricordare — precisava di essersi espressa «sulla base degli elementi comunicati» dallo stesso ministero «senza avere proceduto nè potere procedere a specifici accertamenti».
Poi: resta da capire che effetto produrrebbe uno scenario in cui si arrivasse a un accordo condiviso tra azienda e sindacati e dopo qualche giorno l’Avvocatura e i tecnici del governo optassero per l’annullamento della gara. Non solo.
Da vedere come l’alea della procedura condizionerà  il tavolo con i sindacati, che potrebbero temere di portare avanti un confronto che sarà  poi vanificato.
Un condizionamento che già  si registrò quando si attendeva il via libera dell’Antitrust Ue.
Infine, bisognerebbe appurare se esiste una cordata alternativa. Anche puntare sull’intervento pubblico della Cassa depositi e prestiti richiederebbe la presenza di un partner industriale ben strutturato pronto a subentrare nonostante l’alta incertezza politica di questi mesi.

(da “NextQuotidiano”)

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LA CRISI DI GOVERNO ARRIVERA’ IN AUTUNNO?

Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile

A FORZA DI SPUTTANARE SOLDI IN FLAT TAX E REDDITO CITTADINANZA ANDRANNO A RISCHIO I NOSTRI TITOLI DI STATO

Amedeo La Mattina e Ilario Lombardo sulla Stampa di oggi tratteggiano una situazione ancora difficile per la maggioranza di governo, che fa ancora la guerra al ministro dell’Economia Giovanni Tria e al suo interno non è abbastanza coesa.
Il nodo del contendere è sempre lo stesso: c’è chi vuole accelerare su reddito di cittadinanza e flat tax e chi, invece, guarda maggiormente agli investimenti produttivi per fare crescita.
Ovviamente nel secondo fronte il protagonista è Tria, ma c’è anche qualche suo inaspettato alleato in gioco:
Il pragmatico sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, spesso nei suoi colloqui ricorda di avere imparato, quando studiava economia alla Bocconi, che sono le imprese a creare ricchezza e posti di lavoro. E la sua lunga esperienza parlamentare, sempre alle prese con le manovre economiche, gli ha insegnato che già  a settembre è necessario avere chiaro cosa bisogna scrivere nella legge di bilancio da presentare entro il 15 ottobre.
Occorrono messaggi chiari ai mercati, prima ancora che a Bruxelles. Altrimenti sull’Italia si potrebbe abbattere, già  dopo la pausa estiva, una scure da parte di chi compra e vende i nostri titoli di Stato. E tutto questo mentre si va verso la fine del quantitative easing della Bce a guida Draghi.

(da “NextQuotidiano”)

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A BORDO DI OPEN ARMS: “QUELLO CHE FACCIAMO IN MARE DOVREBBERO FARLO GLI STATI”

Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile

DIARIO DI BORDO DI UN PARLAMENTARE DELLA REPUBBLICA… E SI SCOPRE CHE LA PROPOSTA ITALIANA DI ACCOGLIERE JOSEFA A CATANIA E’ ARRIVATA SOLO DOPO 10 ORE DALLA RICHIESTA DI SOCCORSO… AI MAGISTRATI SPAGNOLI DECIDERE SE E’ OMISSIONE DI SOCCORSO

L’aereo atterra a Palma di Maiorca con un po’ di ritardo. Uscito dall’aeroporto, intorno alle 16, chiamo Riccardo Gatti, il capo missione. Durante quella precedente, comandava la Astral su cui erano imbarcati Erasmo Palazzotto, Marc Gasol e Annalisa Camilli. Mi spiega come raggiungere la nave. Salgo su un taxi e mi avvio.
Arrivo alla Open Arms intorno alle 16:45.
Il vento alza la polvere sul molo, al Dique de L’Oeste. Salgo a bordo. Mi portano subito a fare un rapido giro della nave che un tempo, tra le altre cose, è stata anche un mezzo dei bomberos (i vigili del fuoco). Il tempo di completare gli ultimi preparativi, degli abbracci con i volontari che sbarcano dopo l’ultima missione, la 47, e poi via. Lasciamo il molo e poco dopo siamo fuori dal porto.
È cominciata la missione 48 della Proactiva Open Arms. Ogni missione è una cosa a se stante. Al ritorno si chiude una pratica e se ne apre un’altra. È necessario per dare ordine al lavoro, per tutelare i membri dell’equipaggio e definire, rispetto alle singole missioni, gli ambiti di eventuali responsabilità . Il Capitano di questa missione è sottoposto a indagine. La guerra contro le Ong la fanno anche così.
Siamo appena partiti e il lavoro procede con un suo ordine. La squadra dei soccorritori mette ordine tra i materiali e distribuisce le dotazioni personali più importanti. La prima è costituita da un giubbotto salvagente molto particolare. Un tubolare leggero che passa intorno al collo e con due cinghie sotto alle gambe e che, mi dicono, si gonfia al contatto con l’acqua. Se cadi in mare ti tiene su. Ma non è ingombrante quando ti devi muovere a bordo come per gli altri giubbotti. Poi la “divisa”: due magliette, due paia di pantaloncini, un frontale. Una lucetta che si fissa sulla fronte con una fascia elastica e che serve a muoversi sulla nave durante la notte. Quando è buio e le luci sono spente.
Comincio a conoscere gli altri. Il personale medico è costituito da due dottoresse. Entrambe italiane. Giovanna e Marina. L’anno scorso hanno passato 8 mesi sulle navi nel Mediterraneo
Marina è stata molte volte in Africa. Tra queste in Sierra Leone per l’ebola. Sono loro che si sono prese cura di Josefa dopo il salvataggio. E sì, le hanno anche messo lo smalto alle unghie. Perchè la cura non è solo medicalizzazione. È anche umanità , affetto, rispetto e relazione. Spiega a me e a Valerio, un free lance romano che lavora per AP, come ci si comporta di fronte alle più frequenti patologie che si incontrano dopo un salvataggio.
E come riconoscerle. Malattie respiratorie (il più delle volte legate al freddo e all’umidità ), le ustioni chimiche che ti portano via la pelle come se fosse un guanto. Si producono quando stai per molto tempo a contatto con i combustibili, nella stiva dei barconi o in acqua dove galleggia la nafta dopo un naufragio. È necessario spogliare subito le persone, lavarle abbondantemente e dotarle di vestiti puliti. O in mancanza di questi, delle coperte termiche. Per capirci quelle che fuori sembrano d’oro. Sono efficaci, a patto che avvolgano un corpo nudo e asciutto.
Mentre parla sorride. Ha un tono e parole rassicuranti. “Quando non è strettamente necessario, cerco di non usare i guanti. Stringere la mano o fare una carezza a mani nude è un’altra cosa. Stabilire un contatto conta molto. Abbiamo a che fare con persone traumatizzate”. Cura. Appunto.
Ora è il momento di stabilire i turni.
Ognuno deve sempre sapere cosa deve fare. Così, se qualcosa non va, sappiamo con chi prendercela mi dice, sorridendo, il capo missione. Ci sono tre squadre di quattro persone. Due formate da tre soccorritori e un giornalista. Oltre a Valerio a bordo c’è Juan, un fotografo della Reuters. 55 anni, di origine Argentina che vive e lavora a Madrid. Poi la mia, con Riccardo Gatti e le due dottoresse. I turni ruotano. Un giorno “limpieza” (pulizia di tutti gli spazi comuni, bagni, corridoi e ponte), quello seguente cucina. Il terzo riposo. Ogni giorno però, sei ore a testa di guardia. A gruppi di tre. Il mio è quello che va dalle 6 alle 9 del mattino e dalle 18 alle 21 della sera.
È arrivata l’ora della cena. La prima a bordo. Riso e un curry di verdure. Alle 22 sono a letto. Si balla e all’inizio fatico a prendere le misure della mia cuccetta. Quella di sopra in un letto a castello.
23 Luglio 2018
Alle sei arrivo sul ponte e Ricardo, l’ufficiale che ha guidato nella notte, mi spiega che abbiamo ballato perchè c’era “mare di fondo” (un onda lunga e vecchia che residua da una situazione di vento precedente).
Mi mostra gli strumenti fondamentali, il radar, la radio, il sistema di navigazione. Guardandolo si capisce che tra dove siamo e il sud della Sardegna ci sono 20 ore di navigazione. Intanto il sole è sorto. E illumina una piccola nave. Piena di umanità . Alle 10:00 Riccardo ha un collegamento con Agorà . Poco prima mi aveva raccontato di essere nato in un piccolo paese lombardo, vicino a Pontida. Ci viene da ridere.
Arriva la telefonata. Lui risponde con calma. Parole semplici. “No guardi, non ci interessa replicare a Salvini”. Il ministro della propaganda e del cinismo ha appena rilanciato il suo carico di insulti e veleno contro ong e “buonisti”, come li chiama lui. Che poi, se noi siamo buonisti e se essere buonisti è un titolo di demerito, evidentemente a lui piace essere un “cattivista”. Riccardo continua: “La nostra non è una battaglia politica. Facciamo solo ciò che abbiamo sempre fatto. Andiamo dove c’è bisogno di noi. A salvare la vita di chi rischia di perderla.”
Niente di più politico. E potente. Quando finisce cominciamo a parlare. C’è Marc, il capitano. Mi arrangio con il mio, quasi inesistente, spagnolo. Marc non è un attivista. Ma stando qui si è fatto un’idea. È lui che mi parla della scelta fatta dopo il salvataggio di Josepha e il ritrovamento dei cadaveri di un bambino e di un’altra donna.
Andare in Spagna, rifiutare la proposta di Catania, avanzata dal governo solo dopo 10 ore. Ore piene di insulti. E di minacce. Le ore della Fake News. Salvini pronuncia quella parola pochi minuti dopo la diffusione delle immagini. Immagini di morte. Le immagini della sua colpa e della colpa del governo Italiano, del suo collega, il cittadino Toninelli. Stanno trascinando nella vergogna un intero Paese. Porti chiusi. Marc (42 anni) lo dice in modo semplice e diretto: “Noi non ci fidiamo. Se cambia la situazione noi torniamo. Se cambiasse la situazione in Libia andremmo anche lì. In fondo, l’obbiettivo finale, è non dover andare più in mare. A fare quello che facciamo. Dovrebbero farlo le istituzioni, gli Stati. Non noi. A noi tocca una supplenza.”
Già . Ha ragione. In fondo è così semplice da capire. L’Italia, il mio Paese, lo faceva. Mare Nostrum si chiamava la missione. Voluta dal governo Letta a cui io facevo opposizione, ma che, su questo punto, ebbe la forza e la dignità  di reagire dopo la catastrofe del 3 ottobre 2013 davanti alle coste di Lampedusa.
Poi quella missione è stata cancellata. E Salvini non era ancora arrivato. Poi hanno fatto accordi con la Libia, con un governo che non controlla nemmeno l’intera città  di Tripoli. E hanno trasformato gli scafisti in carcerieri. Nel frattempo avevano bombardato i barconi. Ecco perchè ora usano gommoni cinesi che si rompono dopo poche ore. Altro che “Pull Factor” degli aiuti. Poi hanno imposto il “codice di condotta” alle Ong per impedirne sostanzialmente il lavoro ed è cominciata una impressionante campagna di delegittimazione. Su cui è prontamente salito Di Maio. “Le Ong sono Taxi del mare” disse. Una vergogna. Ma anche allora Salvini non c’era. Furono i governi Renzi prima e Gentiloni poi a fare tutto questo. Col ruolo decisivo dell’allora ministro Minniti.
Poi Salvini è arrivato davvero. Gli avevano aperto le porte e steso un tappeto rosso. E ha fatto Salvini. È andato oltre.
Anche per questo sono qui. Perchè la Costituzione ci dice che le funzioni pubbliche vanno esercitate con disciplina e onore. E, allora, di fronte ad un governo che ogni giorno calpesta l’onore di un intero Paese esercitando il potere di lasciar morire persone che potrebbero essere salvate, bisogna pur fare qualcosa.
24 luglio 2018
Durante le guardie si prende nota di ogni comunicazione tra le varie autorità  costiere e i natanti, per capire cosa accade e in ogni caso per avere traccia di tutto ciò che succederà  e ogni due ore viene inviata una mail alla MRCC di Roma per comunicare data,orario e coordinate. Alla Marina Spagnola la stessa mail viene inviata due volte al giorno. Alle 10 di mattina e alle 22 della sera.
Dopo la guardia c’è il turno di cucina. In realtà  non cuciniamo (e la cosa mi dispiace perchè cucinare è una cosa che amo fare), ma è necessario apparecchiare per i due turni di mensa. Attorno al tavolo riescono a mangiare al massimo 11 persone e noi siamo in 19. Alla fine, dopo aver mangiato anche noi è il momento di lavare i piatti e pulire cucina e sala da pranzo. Quello che colpisce è che c’è sempre qualcuno che, pur non avendo alcun obbligo, si offre di aiutare. E nessuno dimentica mai di sorridere e ringraziare. Probabilmente è necessario se si vuole convivere in un ambiente che ti costringe ad una promiscuità  continua.
Nel pomeriggio due ore di esercitazioni. Prima una anti incendio. Poi quella di abbandono della barca. Il Capitano ci spiega che è necessario imparare almeno le nozioni fondamentali. Che durante una emergenza possono diventare decisive. Dopo la fine si discute di come è andata mentre i due pompieri provano l’equipaggiamento da indossare in caso di interventi particolari. Sono le 20 e la cena stasera comincia un po’ più tardi.
Da oggi occhi aperti e un clima più teso durante i turni di guardia. Siamo ancora a 200 miglia dalla zona SAR di fronte alla Libia. Ma già  qui, di fronte alle coste tunisine non è infrequente incrociare barconi e gommoni di migranti.
A un certo punto vediamo una nave che non è segnalata dagli strumenti. Saliamo sul pennone dove c’è un binocolo più potente. Il marinaio esperto guarda e dice: pescano tonni…intanto ho agganciato le celle telefoniche tunisine. E sono riuscito a chiamare casa, finalmente.
25 Luglio 2018
La mattina comincia con un delfino. Ne vedremo altri nel corso della giornata. Ma il primo, un grosso esemplare ci salta intorno per un bel po’. Attraversa la linea di navigazione da destra a sinistra più volte. Sotto la prua. E Salta. E sembra che si giri in acqua per guardarti e salutare. Corro a fargli una foto per mandarla a mio figlio.
Intorno alle 15 dopo quasi 72 ore di navigazione ininterrotta, siamo arrivati nella zona SAR libica.
Fino ad adesso nessun avvistamento e nessuna comunicazione rilevante intercettata dalla radio. Solo qualche peschereccio e qualche barca di avvoltoi. Mi spiegano che capita spesso di vederne. Sono piccole imbarcazioni che escono per pescare ma cercano, tra una battuta e l’altra, qualche gommone vuoto da rivendere. In fondo, chiosa Riccardo Gatti, si tratta soltanto di poveracci. Altri disperati. Adesso operare qui è più difficile.
Prima era MRRC di Roma a chiamare e inviare le coordinate per orientare le ong. Ora, mi dicono, non accade più. Spetta ai libici,come vuole il governo italiano.
Ma cosa fanno i Libici, come operano e come intendono il soccorso lo abbiamo visto con la vicenda drammatica del salvataggio del 17 luglio. Durante la missione 47 della Open Arms e della Astral, dove era imbarcato Erasmo Palazzotto.
La verità  è che i Libici non sono attrezzati e soprattutto che quando intercettano una barca che fugge dalle loro coste, quello che fanno, anche senza lasciar persone in mare, non si chiama salvataggio ma cattura. Qui c’è una questione fondamentale. Chi parla di fermare, azzerare, impedire gli sbarchi, aggiungendo che si tratta del solo modo di evitare la morte in mare, non ha alcun interesse per la vita di chi fugge. Per la loro storia, individuale e unica.
Non per nulla le convenzioni internazionali, proibiscono come un crimine il respingimento collettivo. Ma soprattutto, non fa i conti con una verità  semplice da capire, se capire resta un obbiettivo.
Le partenze, almeno quelle che prevedono il rischio molto concreto di perdere la vita propria e di quanto si ha di più caro come un figlio o una figlia, si fermano se si azzerano le ragioni che ti spingono a una scelta tanto disperata.
E quelle ragioni hanno un nome. Che spesso fa rima con Occidente e dunque anche con Italia. Si chiamano guerra (magari combattuta con bombe e armi vendute anche da noi), persecuzione, ma anche fame. Povertà  assoluta. Assenza di qualsiasi prospettiva di futuro.
Ci penso mentre ricomincia il mio turno di guardia. Quello serale. Mi hanno insegnato a usare il binocolo per guardare l’orizzonte. E il mare, questo mare nostro, è bellissimo e grande. Di una grandezza che cogli solo se ci stai in questo modo. Pensare di chiuderlo, trasformarlo in un enorme cimitero a cielo aperto, è un crimine contro l’umanità . La storia. Le culture millenarie che lo circondano. Chi è complice, chi non trova il modo di reagire, ne risponderà . Davanti alla Storia.
26 Luglio 2018
Sveglia alle 5:30. Alle 6 comincia il turno di guardia. Salgo sul ponte e mi accorgo che siamo quasi fermi. Ricardo Sandoval mi spiega che andiamo a 3 nodi. È la velocità  di pattugliamento. Sul radar abbiamo alla nostra destra un piccolo puntino. Stiamo aspettando per capire se “entra”. Se si dirige verso di noi. Cioè verso nord, verso le coste dell’Europa. Navighiamo poco oltre le 24 miglia. È il limite di sicurezza. Il nuovo limite. 12 miglia sono la distanza che misura le acque territoriali vere e proprie.
Entro le 24 però, lo stato frontaliero può esercitare una serie di diritti, tra cui quello di costringerti a seguire in porto le proprie unità . E con i Libici i rapporti non sono buoni. Prima era tutto diverso. Interventi e salvataggi si svolgevano anche molto più vicino alle coste. Vicino. Se cadi in mare e non sai nuotare, un miglio diventa già  una distanza insormontabile.
Difficile, per la verità , anche se sai nuotare. Stiamo discutendo della possibilità  di mandare una lancia. Sono gommoni veloci con cui si effettua la fase più immediata e complessa del salvataggio. Arrivano rapidamente nel punto sensibile e, se trovano persone, le riportano a bordo della nave, che, nel frattempo, può avvicinarsi.
Mentre scrivo avvistiamo una nave della guardia costiera libica. Si muove parallelamente a noi…

N. Fratoianni
(da “Huffingtonpost“)

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GLI SGOMBERI A ROMA E LA PERFIDIA DEL MALE

Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile

LE FINTE SOLUZIONI PROPOSTE SONO SOLO PATACCHE, MAI MESSE PER ISCRITTO… INFATTI LE PERSONE SGOMBERATE DALL’EX FIERA DI ROMA ORA SONO PER STRADA

Martedì sono state sgomberate dall’ex Fiera di Roma 36 persone. Tra loro 20 minori, 2 disabili adulti, 4 donne incinta.
Non è stato uno sgombero improvviso: le famiglie si trovavano lì dal 2012, dove erano state collocate dal Comune di Roma durante “l’emergenza neve”, in alcuni container forniti dall’amministrazione comunale unitamente ad alcuni bagni chimici.
Erano state avvertite da tempo dall’amministrazione che avrebbe dovuto restituire l’area libera da “persone e cose”. E così si è avviata una fase di interlocuzione: “proviamo a trovare un’area alternativa” si sono sentiti ripetere le persone, “potremmo fare così; a no c’è quest’altra possibilità , vabbè vedremo…”; ma la conclusione di fondo era sempre la stessa: “state tranquilli, nessuno rimarrà  per strada”
In realtà  volevano solo ottenere che le famiglie lasciassero “docilmente” il luogo dove avevano vissuto — poveramente, ma dignitosamente — negli ultimi sei anni. E questo è avvenuto: nessuna sceneggiata, nessun giornalista, nessun ricorso.
Le famiglie che preparano le povere cose e l’ennesimo funzionario del Comune che rassicura: “ora uscite da qui, poi venite in ufficio e troviamo una soluzione; potrebbe essere questa… o forse quest’altra…”.
Tutto avviene in tranquillità , le famiglie escono, si recano al Dipartimento Politiche Sociali (sic.!) e dopo rapidi colloqui ne escono con un nulla di fatto: l’unica proposta è quella di dividere le famiglie. Donne e bambini da una parte, uomini dall’altra.
Una proposta che è una non proposta: sarebbe facile dire “da papà ” (va molto di moda…) “non lo farei mai”; ma è una proposta stupida perchè va contro la ragionevolezza e contro il diritto.
E ogni operatore sociale sa, che è una proposta che i Rom non hanno mai accettato: serve solo a poter dire “abbiamo offerto, ma loro non hanno accettato”.
Ciò che il Comune ha puntualmente comunicato via agenzia ieri sera. Ma a che servono “buone soluzioni proposte” se non risolvono le cose? Le soluzioni se non risolvono, non sono buone. Nel caso specifico, sono finte. Serve poi a riproporre un classico: “è colpa loro”.
Ma le famiglie non si dividono, è sempre stata l’unica loro forza: stare insieme.
“Il Comune di Roma non ha strutture di accoglienza per famiglie”, mi è stato detto. E allora non sgomberiamole le famiglie! Soprattutto quando non è necessario.
La perfidia del male è anche questo: l’inganno, la denigrazione e anche l’umiliazione.
Stanotte infatti quelle persone hanno dormito in strada (e chi sa quanto ancora dovranno dormirci), mentre le loro casette erano chiuse dietro a un cancello incatenato.
Perchè per restituire l’area “libera da persone e cose” si è partiti dagli esseri umani? Bambini, anziani, una donna con sindrome di down. Perchè?
Qualcuno oggi o un domani dovrà  rispondere.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA AL DEPUTATO RADICALE RICCARDO MAGI, PRESENTE ALLO SGOMBERO DEL CAMPING RIVER

Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile

“LA RAGGI ORA DEVE DARCI TUTTA LA DOCUMENTAZIONE, FINORA NON CI HA TRASMESSO NEANCHE L’ORDINANZA, POI AGIREMO DI CONSEGUENZA”

Raccontaci che cosa sta succedendo in questo momento
Siamo arrivati questa mattina, lo sgombero stava finendo, c’ erano ancora delle persone che portavano fuori dal campo degli oggetti personali. Ricordiamo che qua c’ era stato un intervento della forza pubblica poco tempo fa molto duro che aveva di fatto distrutto molte delle roulotte e dei container e resi inutilizzabili e distrutte le pareti delle le finestre e gli intern. Uno sgombero molto pesante e la cosa grave di questa azione di questa mattina che è avvenuta nonostante ieri ci fosse stata una pronuncia della Corte europea dei diritti dell’ uomo che aveva chiesto una sospensiva da qualsiasi azione fino al ventisette cioè fino a domani, chiedendo inoltre dei chiarimenti su alcuni casi di alcune persone vulnerabili. Invece deve esserci stata un po’ a sorpresa una ordinanza della Sindaca Raggi che non siamo riusciti ancora a vedere, l’ abbiamo richiesta questa ordinanza, che ha utilizzato i poteri di autorità  per motivi sanitari. Risulta veramente difficile capire questi motivi tecnici perchè questa è la condizione di questo campo stabilmente, anche nell’ ultimo anno e sicuramente ora le persone che sono qui fuori non vivono condizioni sanità  igienico sanitari migliori di quelle che vivevano stamattina
Il Comune dica di aver offerto delle strutture dell’ amministrazione…
Da quello che noi abbiamo appreso parlando con le persone in realtà  c’e’ persino molta incertezza sui numeri: alcuni operatori qui hanno parlato di centotrenta centocinquanta persone presenti stamattina, altri di addirittura duecento trenta duecentocinquanta. In realtà  è stata offerta a un numero minimo di loro un’accoglienza in strutture del Comune. A qualcun altro è stata offerta la soluzione della separazione del nucleo familiare quindi donne e bambini da una parte separati rispetto al padre, una soluzione che tra l’ altro non rispetta neanche l’ interesse dei minori.
Adesso bisognerà  bene capire quali sono le motivazioni che sono alla base di questa accelerazione: come sapete ieri c’è stato un incontro tra il ministro Salvini e la sindaca Raggi: questo è il risultato del fallimento del piano di superamento dei campi rom della Giunta Raggi che oggi ha deciso di salvinizzarsi e che di fare un intervento i forza pubblica sovrapponendosi alla Corte europea dei diritti dell’ uomo.
Che cosa farete?
L’ operazione è stata gestita a livello comunale, non c’è stato un coinvolgimento diretto della Prefettura, ora vogliamo venire in possesso di tutta la documentazione e quindi dell’ordinanza della sindaca, della risposta che il Comune ha dato in merito alle osservazioni e alla sospensiva della Corte europea dei diritti dell’ uomo, e poi vedere in maniera dettagliata se e quante soluzioni alternative sono state proposte. Poi agiremo di conseguenza.

(da Radio Radicale)

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SGOMBERO CAMPING RIVER, PAGINA BUIA PER I DIRITTI UMANI IN ITALIA: IL GOVERNO ITALIANO CALPESTA LA DECISIONE DELLA CORTE EUROPEA

Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile

400 AGENTI MOBILITATI PER UN’OPERAZIONE DI POLIZIA USO MEDIA… NESSUNA PROPOSTA ALTERNATIVA NOTIFICATA PER ISCRITTO

«Ci mancava il buonismo della Corte Europea dei diritti dei Rom» e ancora «Strasburgo non fermerà  la legalità ». Così il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha commentato nei giorni scorsi la decisione della Corte Europea (CEDU) di sospendere lo sgombero dell’insediamento rom Camping River fino a venerdì 27 luglio, sospensione che aveva l’obiettivo di monitorare la situazione del “campo” e garantire che non venissero violati i diritti umani fondamentali delle circa 300 persone rom che risiedono nell’insediamento dal 2005.
Nonostante lo stop di Strasburgo, il Comune di Roma ha iniziato oggi — con un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine — le operazioni di sgombero forzato del Camping River.
Alle famiglie residenti non è stata notificata alcuna proposta scritta di soluzione abitativa alternativa e solo a una ristretta minoranza è stato offerto un alloggio alternativo.
Per quanti lo hanno accettato ciò ha comportato la divisione del nucleo famigliare. Un centinaio di persone rimaste escluse si trovano attualmente in prossimità  del campo.
Rappresentanti di Associazione 21 luglio seguono da questa mattina le operazioni e si sono recati sul posto in quanto Osservatori dei diritti umani, ma non è stato consentito loro (nè alla stampa) di entrare.
«L’azione di oggi segna un’altra pagina buia dei diritti umani in Italia — ha commentato Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio — una gravissima violazione dei diritti, un gesto scellerato che oltretutto offende in maniera sprezzante l’autorità  e le funzioni della Corte Europea. Un centinaio di uomini, donne e bambini, già  in condizioni di estrema fragilità  saranno esposte ad un’ancora maggiore vulnerabilità . Da oggi vivere in Italia, e nella città  di Roma, non significa vedersi garantiti i diritti umani fondamentali».
Associazione 21 luglio sta valutando le azioni più opportune per rispondere allo sgombero forzato organizzato in data odierna in deroga alla decisione assunta nei giorni scorsi dalla Corte Europea.

(da Associazione 21 luglio)

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AVVENIRE ATTACCA SALVINI: “NESSUN UOMO E’ MAI UN PARASSITA”

Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile

DURA PRESA DI POSIZIONE DELLA COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO DOPO LE PAROLE RAZZISTE DI SALVINI: “USA LE PAROLE UTILIZZATE CONTRO GLI EBREI”

Duro richiamo della Chiesa a Matteo Salvini.
Dopo l’affondo di ieri di “Famiglia cristiana”, (“vade retro Salvini”), oggi “Avvenire” lo attacca invece sul caso rom: “Nessun uomo è mai un parassita”.
Con questo titolo, il quotidiano della Cei contesta le ultime dichiarazioni del ministro sui rom.
In un editoriale in prima pagina, Marco Impagliazzo, il presidente della Comunità  di Sant’Egidio scrive: “Lascia perplessi il linguaggio di un importante ministro della Repubblica a proposito di una minoranza variegata presente in Italia da tempo, quella dei rom: parlare come ha fatto Salvini di 30.000 persone che si ostinano a vivere nella illegalità , definendole sacca parassitaria, suona pregiudiziale verso una intera comunità , oltre che non corrispondente alla realtà “.
Impagliazzo sottolinea che “le parole sono importanti, hanno un valore e un peso. Se si tratta di personaggi pubblici, addirittura di figure istituzionali, l’uso delle parole è ancora più delicato perchè vengono diffuse, amplificate, giungono alle orecchie di un pubblico vasto. Queste parole possono influenzare le opinioni pubbliche e spesso sono dette proprio a questo scopo”.
Il presidente della S.Egidio inoltre ricorda che “la definizione parassiti è stata utilizzata per gli ebrei e chi conosce la Storia sa che da questa e altre definizioni si è passati a emarginare e poi considerare nemica quella minoranza, con le conseguenze tragiche che sappiamo. Dove ci sono problemi di illegalità  – osserva Impagliazzo – li si affronti come prevede la legge”.
L’uno due di “Famiglia cristiana” e “Avvenire” non è casuale. Il mondo cattolico alza la voce contro il ministro dell’Interno e la sua politica muscolare contro migranti e rom, dando voce a una malumore già  assai diffuso e che si è manifestato nel digiuno di padre Zanotelli e di don Ciotti con le magliette rosse.

(da agenzie)

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