Destra di Popolo.net

LA FIGURACCIA DI BONAFEDE E LA LEZIONE DI DIRITTO DI CAROFIGLIO A OTTO E MEZZO

Febbraio 20th, 2019 Riccardo Fucile

INCALZATO DALL’EX MAGISTRATO FA CAPIRE CHE NON HA NEMMENO LETTO GLI ATTI DEL TRIBUNALE DEI MINISTRI E NON SA PIU’ CHE RISPONDERE

Ieri i senatori della Giunta delle elezioni e delle immunità  parlamentari hanno negato l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini richiesta dal Tribunale dei Ministri di Catania.
Dopo il voto su Rousseau, condizionato da una palese distorsione delle informazioni date agli attivisti e da un modo assai curioso di porre la domanda, il MoVimento 5 Stelle ha deciso di negare l’autorizzazione a procedere affinchè il ministro potesse essere giudicato dinnanzi ad un tribunale del reato di sequestro di persona aggravato. Dopo aver difeso Salvini con il voto in Commissione ieri è toccato al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede andare a Otto e Mezzo per spiegare agli italiani perchè la decisione presa è stata quella giusta.
Le cose però non sono andate benissimo.
Non solo perchè il ministro ha continuato a parlare per tutta la puntata di un’inesistente giunta per le autorizzazioni a procedere, perchè evidentemente bisogna continuare a nascondere il fatto che la giunta si chiama “giunta delle elezioni e delle immunità  parlamentari“.
Bonafede ha ribadito che il ministro Salvini ha agito — così come tutto il governo — a difesa dei confini dell’Italia. Dimenticando però che i 177 naufraghi si trovavano a bordo di un’imbarcazione (Nave “Diciotti” della Guardia Costiera) e quindi già  sul territorio italiano.
«Chiariamo: qui non si parla dell’immunità  di un politico che si fa scudo del suo essere politico rispetto ad un atto che ha compiuto nel proprio interesse» dice Bonafede per spiegare che Salvini ha commesso un reato non per sè ma per gli altri.
Secondo Bonafede il ministro dell’Interno nel commettere quel fatto — che per pudore non osa chiamare “sequestro di persona aggravato” — ha agito nell’interesse preminente nazionale.
Bonafede dimentica, forse perchè non ha letto le carte, che contestualmente allo “stallo” sulla Diciotti negli stessi giorni sono continuati gli sbarchi dei migranti. Quando Lilli Gruber dice che «il governo non si è neanche riunito per prendere quella decisione» il ministro della Giustizia risponde «vabbè ma la decisione è collegiale».
Ma come farà  notare poco dopo Gianrico Carofiglio le decisioni del governo devono essere prese nelle sedi formali, ad esempio durante una riunione del Consiglio dei Ministri, Bonafede però non è stato in grado di indicare — perchè non c’è mai stato — durante quale CdM il governo abbia preso la decisione collegiale sul caso Diciotti.
Ma è nella seconda parte del programma che viene fuori la figuraccia di Bonafede.
Il ministro della Giustizia ha ripetuto una decina di volte che i parlamentari hanno letto le carte e che lo stesso hanno fatto gli attivisti, cui è stato presentato un riassunto sommario e un quesito con una struttura manipolatoria.
Chissà  se il ministro stesso ha letto le famose carte. La risposta è no.
Perchè quando Carofiglio (che è un ex magistrato) gli chiede se ha letto le 51 pagine del provvedimento del Tribunale di Catania «cosa ne pensa delle considerazioni dei giudici sul concetto di atto politico» ed in particolare sui limiti del significato di atto politico il ministro non risponde.
Visto che quello di Salvini è stato giudicato — dai senatori e dagli attivisti pentastellati — un atto politico in difesa del preminente interesse nazionale è importante chiarire qual è il perimetro dell’azione politica.
Insomma cos’è che può essere definito atto politico e cosa no, in particolare in relazione alla compressione dei diritti e delle libertà  individuali verificatasi sulla Diciotti.
«Allora dottor Carofiglio io non posso e non voglio commentare un atto dei magistrati» dice Bonafede, perchè «la magistratura non si interroga sulla legge costituzionale che dà  la possibilità  di dare l’autorizzazione a procedere o meno, giusto?».
Non è vero, perchè se il ministro avesse letto le carte saprebbe che il capo III del documento (pagine 8-14 nel testo trasmesso dalla Procura di Catania) si interroga proprio sulla competenza del tribunale dei ministri e sull’articolo 96 della Costituzione citato in lungo e in largo dagli esponenti del MoVimento.
Come lo studente che tenta di passare l’esame rispondendo alla domanda del docente ripetendo la domanda senza la forma interrogativa Bonafede dice che «il provvedimento si interroga sulla natura politica o meno di quell’atto e secondo il tribunale non c’è la natura politica». E fin qui ci siamo.
«Ma in base a quale argomento?» chiede Carofiglio. La risposta di Bonafede fa cadere le braccia: «su varie valutazioni, ora non sto a spiegare, spieghi lei».
Non si tratta di un tecnicismo, come vorrebbe far credere il Guardasigilli, perchè una possibile immunità  dall’azione penale di un ministro e quindi «la possibilità  di essere sottratti al principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge non vale quando siano stati aggrediti diritti fondamentali: non vale se viene colpita la vita, non vale se viene colpita la libertà  personale, non vale se viene colpita l’integrità  fisica».
In poche parole: c’è un limite — e per fortuna che c’è — a quello che un ministro può fare anche nell’interesse della Nazione.
Non sfuggirà  nemmeno a Bonafede come il sequestro di persona, ovvero «una condotta che privi la vittima della libertà  fisica e della locomozione, sia pure non in modo assoluto, per un tempo apprezzabile» sia proprio una lesione del diritto inviolabile della libertà  personale garantito dall’articolo 2 della Costituzione.
Forse Bonafede ritiene che un ministro (o un governo) possa privare arbitrariamente una persona della libertà  e far passare questa decisione — che nel nostro ordinamento è prerogativa del potere giudiziario   — come atto politico.
Non vengono i brividi anche a voi?

(da “NextQuotidiano”)

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LA PENOSA ARRAMPICATA SUGLI SPECCHI DI DI MAIO SUL SALVA-SALVINI

Febbraio 20th, 2019 Riccardo Fucile

A DIMARTEDI SPARA ALTRE BALLE, SMENTITE DAI FATTI, PER DIFENDERE IL SEQUESTRATORE DI PERSONE

«Se stiamo parlando del fatto che abbiamo aspettato qualche giorno per sentire dall’Unione Europea quali paesi erano disponibili a prendere quei migranti perchè se li facevi sbarcare non si faceva vivo nessuno e non ci dava una mano nessuno» così ieri a DiMartedì il bisministro, vicepremier e Capo Politico del MoVimento 5 Stelle Luigi Di Maio giustificava la decisione del suo partito di salvare Salvini dal processo per sequestro di persona aggravato.
Di Maio ha spiegato che ieri si è votato su un’azione di governo perchè «il tema vero di quella decisione è che è stata una decisione di governo che ha detto “noi ritardiamo lo sbarco perchè l’Europa ci deve dire in quali paesi vogliamo redistribuire i migranti“, modifica del Regolamento di Dublino che abbiamo sempre cercare di fare in questi anni e non ci siamo riusciti».
Vale la pena di ricordare brevemente la cronologia degli eventi: tra il 15 e il 16 agosto 2018 la nave Diciotti della Guardia Costiera effettua un’operazione di salvataggio di 190 migranti, in prevalenza di nazionalità  eritrea. Il 20 agosto la nave attracca a Catania con 177 migranti a bordo (13 erano già  stati fatti sbarcare a Lampedusa in esecuzione del protocollo sanitario. Fino alla tarda serata del 25 agosto il Ministero dell’Interno decide di non indicare il POS (Place of Safety) impedendo lo sbarco dei migranti.   In totale i migranti sono stati 10 giorni a bordo della nave, cinque fermi in porto. A bordo c’erano donne che avevano subito violenze e stupri in Libia.
Di quei 177 migranti 100 sono stati accolti dalla CEI nel centro di Rocca di Papa (in Italia) e 20 sono andati in Albania, che non è un paese dell’Unione Europea.
Secondo Di Maio però il “ritardo” faceva parte di una raffinatissima strategia per   costringere in qualche modo l’Unione Europea a farsi carico della propria parte dei migranti.
Gli accordi di redistribuzione prevedono però che possano essere ricollocati solo i richiedenti asilo.
E per sapere se un migrante è un richiedente asilo o meno è necessario farlo sbarcare per poter “processare” la sua richiesta in un “hot spot” e dare l’avvio all’iter.
Di Maio probabilmente ignora la procedura. Oppure sta mentendo agli italiani.
Non è stato quindi un problema di difesa dei confini nazionali, come invece sostenuto dai pentastellati in questi giorni.
Sullo sfondo c’è l’alleanza politica tra il ministro Salvini — accusato di sequestro aggravato di persona — e i paesi del Gruppo di Visegrad, ovvero quelli che si sono sempre rifiutati di farsi carico della redistribuzione dei richiedenti asilo.
Di Maio sostiene che la richiesta fatta dal Tribunale ai Senatori sia la seguente «si chiede ai senatori la persona che ha agito o il governo che ha agito ha agito come governo nell’interesse dello Stato o perchè gli andava di bloccare una nave?». In realtà  la richiesta è diversa e si chiede al Senato l’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini (e non del governo) per il reato di sequestro di persona aggravato (art.605 cp). Va fatto notare che il governo non ha però modificato con alcun atto normativo la procedura di salvataggio che si conclude con lo sbarco delle persone tratte in salvo in un POS indicato dal Dipartimento per le Libertà  Civili e per l’Immigrazione che fa capo al Ministro dell’Interno.
Allo stesso tempo il provvedimento richiama come la trattativa con la UE — sulla pelle dei migranti, nemmeno Di Maio lo nasconde ormai — non aveva avuto esito positivo. Tant’è che solo Irlanda, la Conferenza Episcopale Italiana e uno stato extra-UE si erano fatti avanti per il ricollocamento.
Non solo quindi le persone sono state trattenute illegittimamente a bordo della Diciotti ma il “ritardo” non è servito a nulla.
Del resto solo un ingenuo potrebbe pensare che nei 5 giorni del presunto sequestro sarebbe stato possibile intavolare una trattativa sulla modifica degli accordi di Dublino. Anche in considerazione del fatto che lo stesso ministro Salvini, appena insediato, aveva annunciato il no dell’Italia alle proposte di modifica. Verrebbe da chiedersi: lo ha fatto in nome del governo? E se sì perchè Di Maio ha tirato fuori la questione ieri sera?
A rendere ancora più ridicola la difesa d’ufficio di Salvini da parte del Capo Politico del M5S c’è il fatto che nelle famose carte il Tribunale dei Ministri mette nero su bianco che «in concomitanza con il “caso Diciotti”, si era assistito ad altri numerosi sbarchi dove i migranti soccorsi non avevano ricevuto lo stesso trattamento». L’arbitrarietà  della limitazione della libertà  di quei migranti, unita al fatto che a bordo non c’erano “persone pericolose”, ci fa capire come tutto quello che il governo va raccontando agli italiani sia una colossale balla.
Anche perchè se davvero Salvini avesse tutelato interesse preminente dello Stato allora ci sarebbe un risultato concreto: il trasferimento della maggioranza dei migranti a bordo verso altri Stati Membri della UE.
Quel trasferimento non c’è stato, anzi si potrebbe ipotizzare che tutta la vicenda abbia danneggiato l’immagine dell’Italia, che si è resa responsabile della violazione di numerose leggi e trattati internazionali.

(da “NextQuotidiano“)

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GRILLO SI SMARCA: “BASTA AGGRESSIONI A COLPI DI ONESTA’ E MANETTE”

Febbraio 20th, 2019 Riccardo Fucile

AD ASSISTERE ALLO SPETTACOLO ANCHE TRAVAGLIO, NESSUN ESPONENTE DELLA CASTA GRILLINA, FUORI I CONTESTATORI: “CI HAI VENDUTO A CASALEGGIO”

“Basta con la storia degli scontrini, ora bisogna far diventare intelligenti quelli della Lega, che vivono in un altro mondo…”, dice Beppe Grillo.
Ennesima data del suo Insomnia, al teatro Brancaccio. A poche ore dal voto della giunta che ha detto no al processo per Matteo Salvini. Con il contributo decisivo dei senatori M5S. E fuori un gruppo protesta: “Ci hai venduti a Casaleggio”.
Nel copione di Grillo la politica è sempre di sfondo, tra molti rimandi ma sempre tra le righe, con la fase difficile dei 5 Stelle che diventa per un attimo oggetto di autosatira, oppure chissà : “Basta essere aggressivi, ci sono quelli del Pd che ci gridano onestà  onestà , noi che rispondiamo con le manette… basta, dovremmo confessargli che stiamo portando avanti le loro cose”.
In platea non c’è nessuno dei big del Movimento, ormai il fondatore è quasi un corpo estraneo; e infatti saluta il direttore del Fatto Marco Travaglio seduto in sala, fa intendere di aver letto e condividere le pesanti critiche del giornalista dopo il salvataggio dal processo per Matteo Salvini deciso sulla piattaforma Rousseau.
Però più di così Grillo non va, eretico ma non troppo, critico ma senza specificare davvero. “Sono diventato un comico governativo, ma come si fa? Per strada mi gridano di tutto, pensano che io possa fare qualcosa. Cosa volete da me?!”, e tutti ridono. E ancora: “I grillini? Non ci sono più”.
Grillo scherza su Salvini che gira per l’Italia come una trottola, “si traveste da pompiere, da ‘negro””, però salta di palo in frasca, quando tocca la politica non offre mai un concetto di senso compiuto al pubblico: il comico vorrebbe dire, forse vorrebbe confessare ciò che pensa davvero ma – evidentemente – non può.
Fuori dal teatro, prima dell’inizio dello spettacolo, vecchi ed ex attivisti del Movimento con i cartelli “Grillo traditore” litigavano con nuovi e intransigenti militanti sostenitori del governo. Un gruppo rimprovera al cofondatore di aver lasciato il Movimento nelle mani del vicepremier. “Da mai con i partiti ad alleati di governo della lega ladrona: il cambiamento”, recita un cartello. “Ci hai venduti a Casaleggio”, è un’altra delle scritte. E ancora: “Rousseau-Trouffeau”. E c’è chi chiede: “Grillo, dimettiti da garante”. Sicchè il comico per entrare ha dovuto seminare tutti col taxi, infilandosi di nascosto da un ingresso secondario. Inconvenienti del mestiere, qualunque esso sia.

(da agenzie)

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L’OMBRA DELLA SCISSIONE NEL M5S: SI INIZIA A PRONUNCIARE LA PAROLA TABU’

Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile

IL VOTO SULLA DICIOTTI SPACCA IL MOVIMENTO, ORMAI DIVISO IN DUE…     E ORA I DISSIDENTI SONO DIVENTATI TANTI

Quando Mario Giarrusso esce dal portone dello stabile in cui il Movimento 5 stelle ha appena votato No al mandare alla sbarra Matteo Salvini, viene investito da un’onda.
È un gruppo di senatori del Partito democratico che alzano il coro “onestà  onestà ” e sventolano cartelli con l’hashtag #decidecasaleggio. È un’immagine che fa male.
Ed è il paradigma che spiega meglio di ogni altra cosa perchè nel Movimento è iniziata a circolare una parola che anche nei momenti più bui è rimasta un tabù: scissione.
Non perchè, al momento, qualcuno la stia organizzando, non perchè, tra i più, sia un auspicio concreto. Ma è inevitabilmente entrata nei discorsi tra i capannelli dei parlamentari.
Più della rivoluzione verticistica dei 5 stelle annunciata negli ultimi giorni da Luigi Di Maio, è stato il caso Diciotti a far deflagrare una bomba all’interno di quell’universo.
Un senatore spiega: “Ma tu ti rendi conto? Lui ieri ha detto che Travaglio ha strumentalizzato i nostri sindaci. Questo più di tutto ti fa capire di che casino stiamo vivendo”.
Perchè il direttore del Fatto quotidiano è un punto di riferimento del mondo pentastellato. Uno scontro così duro fra stelle di universi tangenti non si era mai visto.
Così ecco che un altro onorevole di Palazzo Madama si sgancia da un capannello di colleghi: “Qui non si capisce più niente, se continuiamo così dopo le europee ci dividiamo, o magari anche prima, tra chi vuole stare al governo e ingoia qualunque cosa dalla Lega e chi vuole tornare a essere il M5s di una volta”.
Poi osserva sospettoso: “Sta registrando? Ah no, allora se mi cita la querelo”.
Una situazione liquida, magmatica.
I dissidenti ai quali Paola Taverna ha indicato la porta in una tesa riunione di gruppo sono più di quanti non siano mai stati.
Guardano a Roberto Fico più che a Beppe Grillo: solo il presidente della Camera potrebbe orchestrare un’operazione politica che abbia un respiro, magari con il fondatore come nume tutelare. Fantapolitica, certo.
Ma è un fatto che fino ad appena una settimana fa ragionamenti del genere non erano di casa da queste parti. E che i Movimenti 5 stelle mai come oggi siano due, che vivono quasi da separati in casa.
“L’etica è anzitutto un avvenimento”, scriveva Alain Finkielkraut.
E il voto sulla Diciotti è stato il fatto che ha polverizzato i principi su cui il 33% degli italiani ha dato fiducia ai 5 stelle, almeno a sentire chi critica le scelte del capo politico.
Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura della Camera e uomo considerato vicino a Fico, esce allo scoperto: “C’è qualcuno che dice che il 41% (dei voti sul blog favorevoli al processo per Salvini, n.d.r.) deve andarsene, qualcun altro vuole etichettare il 41% come dissidenza. Io so invece che il 41% e pronto a mobilitarsi e vuole chiedere conto della direzione di questo governo, vuole più coerenza”.
“Qualcuno dice che deve andarsene”, “mobilitazione”.
Beppe Grillo che porta il suo spettacolo a Roma, al Brancaccio, è atteso da un gruppo di attivisti che si sono sentiti traditi. Gianluca Cancelleri, influente colonnello siciliano, ribadisce la fiducia alla leadership ma si rammarica: “Avremmo dovuto votare l’autorizzazione a procedere
Nel Transatlantico del Senato c’è chi gira con sguardo attonito, e parla di “percentuali che non ci faranno superare la soglia di sbarramento se continuiamo così”, iperboli che non certificano la realtà  ma uno stato d’animo da impazzimento sì, mentre il leader è chiuso a Palazzo Chigi per l’ennesimo vertice su reddito di cittadinanza e quota 100.
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è costretto a giocare sulla difensiva, a spiegare che il voto in Giunta non costituisce “una svolta garantista”.
Giarrusso va in giro a spiegare che rimane manettaro. Se non bastasse la parola quando passa davanti ai senatori del Pd che lo contestano alza le mani e mima il gesto delle manette ai polsi. “L’etica è anzitutto un avvenimento”, scriveva Alain Finkielkraut.

(da “Huffingtonpost”)

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GRILLO CONTESTATO IN SERATA A ROMA DA ATTIVISTI M5S: “CI AVETE TRADITO, SIETE DIVENTATI I PORTAVOCE DI SALVINI”

Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile

LA PROTESTA DAVANTI AL TEATRO BRANCACCIO: CHIEDONO CHE IL FONDATORE DEL M5S SI DIMETTA DA GARANTE

“Ci avete tradito, Grillo si dimetta da Garante”. Con tanto di cartelli un gruppo di attivisti, che fanno riferimento all’associazione del M5S del 2009, attende Beppe Grillo al teatro Brancaccio, dove il Garante terrà  il suo show Insomnia.
A guidare la protesta Francesca Benevento, consigliera del Municipio XII di Roma.
“Hanno tradito i nostri valori per le poltrone, sono diventati dei portavoce di Salvini”, spiega Benevento esponendo un cartello con un elenco di dossier dove, a suo parere, il M5S ha voltato faccia ai suoi elettori: dalla Tav al Tap, dalla libertà  vaccinale al “no” all’immunità  fino al “no” alla lottizzazione della Rai”.
“No Casaleggio, No Di Maio dal M5S”, recita un cartello mentre un’altra attivista, su un foglio, esprime il proprio dissenso sul voto online sul caso Diciotti: “Rousseau-Trouffeau”.
“Da mai con i partiti ad alleati di governo della Lega padrona”, dicono
Davanti al teatro arrivano anche militanti con le bandiere del Movimento. E nasce un battibecco tra i due gruppi: “Ma non vi vergognate?”. La replica: “Lecchini”.
Una divisione emersa nelle ultime ore sullo stesso blog delle Stelle. Con tante manifestazioni di scoramento da parte degli iscritti.
Ai due fronti contrapposti del Movimento si aggiunge la protesta degli Ncc. “A causa vostra 80mila persone resteranno senza lavoro. Vergognatevi, vi siete calati le braghe col sindacato taxi!”, grida un manifestante.

(da agenzie)

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DOVE C’E’ LA LEGGE SALVINI PERDE: LA CASSAZIONE STABILISCE CHE IL DECRETO SICUREZZA NON PUO’ ESSERE RETROATTIVO

Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile

LE DOMANDE PER I PERMESSI DI SOGGIORNO INOLTRATE PRIMA DELL’ENTRATA IN VIGORE DEL DECRETO DEVONO ESSERE GIUDICATE SECONDO LA NORMATIVA PRECEDENTE

La Corte di Cassazione ha stabilito che il decreto sicurezza Salvini è irretroattivo: ossia, le domande per i permessi di soggiorno presentate prima del decreto dovranno essere giudicate secondo la normativa precedente.
Se rilasciato, il permesso avrà  la dicitura ‘casi speciali’, della durata di due anni: dopodichè, opererà  il nuovo regime.
La portata del provvedimento Salvini viene quindi in qualche modo ridimensionata, anche se sono temporaneamente.
La Corte è giunta al verdetto partendo dal ricorso di un cittadino della Guinea cui il tribunale di Napoli aveva detto no alla domanda di protezione internazionale o umanitaria. Si è posto per la Cassazione il problema di quale normativa applicare, visto che la nuova legge, al momento dell’udienza era già  entrata in vigore.
Per arrivare alla decisione, la Cassazione ha preso atto che il decreto sicurezza ha previsto espressamente due commi che disciplinano i permessi già  rilasciati (che rimangono in vigore, anche se alla scadenza saranno applicate le nuove disposizioni) e quelli non ancora rilasciati, ma per i quali la commissione territoriale ha già  accertato i presupposti per il rilascio del permesso umanitario (in questo caso, visto che tale permesso non è più previsto, al termine dell’iter sarà  rilasciato il permesso per ‘casi speciali’).
Rimangono dunque fuori i casi ancora da decidere o per i quali c’è stata una prima decisione negativa per il migrante.
La prima sezione civile della Cassazione ha quindi applicato il principio giuridico che “la legge non dispone che per l’avvenire” anche a questo caso, per non creare “disparità  ingiustificate e irragionevoli di trattamento dovute esclusivamente ad un fattore del tutto estrinseco e accidentale quale la durata del procedimento di accertamento”.
Il cittadino straniero, sulla base delle norme modificate dal decreto del 2018 – scrive la Corte – “ha diritto a un titolo di soggiorno fondato su ‘seri motivi umanitari’ desumibili dal quadro degli obblighi costituzionali ed internazionali assunti dallo Stato, che sorge contestualmente al verificarsi delle condizioni di vulnerabilita’, delle quali ha chiesto l’accertamento con la domanda. La domanda, di conseguenza, cristallizza il paradigma legale sulla base del quale deve essere scrutinato”.
Precisa inoltre, che “il potere-dovere delle commissioni territoriali di accertare le ragioni che possano residuare dal diniego delle cosiddetti protezioni maggiori”, come lo status di rifugiato, resta, “ancorche’ rimodulato alla luce della significativa compressione delle ragioni umanitarie realizzata dal decreto legge 113 del 2018”.

(da agenzie)

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SALVINI E’ SALVO, IL M5S NON ESISTE PIU’, ORMAI E’ PEGGIO DEI VECCHI NOTABILI DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile

IL POTERE PUZZA, MA CI SI ABITUA PRESTO

Dai, non era mica un referendum, ci siete cascati, e avete dato la risposta esatta. Bravi. Bene. Bis. Il montepremi è il potere. Certo il potere puzza, è vero, ma ci si abitua in fretta.
Così il fantastico sistema Rosseau anche oggi ha fatto la sua porca figura: si e incrinato un paio di volte, si è attorcigliato in una domanda in cui per votare no dovevi scrivere sì e per votare sì dovevi scrivere no (nemmeno Grillo è riuscito a trattenersi da una sana presa per il culo per un quesito che avrebbe scombussolato gli ormoni ai tempi di Cirino Pomicino) e poi, per il dubbio di non avere incasinato abbastanza il tutto hanno detto che c’era da difendere la Ragion di Stato, mica Salvini.
Peccato che la Ragion di Stato non abbia personalità  giuridica, nemmeno partita iva e quasi sempre nella storia nemmeno dei mandanti che non fossero oscuri.
E così Salvini è salvo e il Movimento 5 Stelle non esiste più: esiste un partito che ha imparato a impastare il potere con la scaltrezza di qualche vecchio democristiano rivestendo tutto di un sotto vuoto spinto 2.0 che funziona sempre in questi tempi di rete, di social e di piccoli meme che ci inondano dappertutto.
C’è un piccolo problema, però: il sistema innanzitutto fa acqua da tutte le parti. Ci sono state elezioni in qualche sperduta isola del mondo che hanno avuto meno falle informatiche di un sistema che invece costa come la NASA sotto forma di contributo volontario dei portavoce (ma voce di chi?) parlamentari.
Poi c’è il 41 per cento di persone che ha votato no. E quel 41 per cento, c’è da scommetterci, sarà  incazzato nero perchè in realtà  ha rispettato lo statuto, pensa te che inutili sognatori, e invece si ritrova il ministro nutellaro pronto a festeggiare con qualche selfie udibile domani mattina.
Una domanda faziosa, un appunto a metà  giornata che invitava a dare la risposta giusta, una masnada di servi che hanno specificato che si dovesse votare contro il processo a Salvini, un incredibile Di Maio che si è ricordato di essere portavoce e ancora una volta il sistema Rosseau che è stato pompato dalla solita propaganda grillina che ha martellato su tutti i social.
Bravi, la risposta è giusta. Il problema è che qui ha vinto di sicuro Salvini e sarà  difficile immaginare cosa succederà  al Movimento.
Certo, ora tutti diranno che bisogna rispettare il volere popolare, anche se per la prima volta il Movimento 5 Stelle si ritrova a dover avere a che fare con una numerosa minoranza. E non sono abituati, eh, no.
Che ne faranno? Spereranno (invano) di avere iscritti disposti a discutere?
E se sì, dove discuteranno, visto che non ci sono mai stati luoghi di discussione?
E soprattutto come comunicare un dato che, come sempre, comprende una complessità  che andrebbe rispettata? Di certo, per l’ennesima volta Salvini gode. Contenti voi.

(da “TPI”)

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“DOVEVAMO ESSERE IL CAMBIAMENTO, SIAMO DIVENTATI PEGGIO DEGLI ALTRI”

Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile

PAOLO BARROS, ATTIVISTA M5S E CONSIGLIERE AL IX MUNICIPIO DI ROMA: “COME MAI PER TAV E TAP NESSUNO HA INDETTO CONSULTAZIONI SU ROUSSEAU? O SI CHIEDE IL PARERE DELLA BASE SOLO QUANDO FA COMODO?”

“È stata una mossa completamente sbagliata, contro i valori del Movimento Cinque Stelle”. Paolo Barros, attivista romano M5S e consigliere del IX municipio della Capitale, è molto critico sia verso l’esito del voto online sul caso Diciotti, sia verso la scelta di sottoporre agli elettori la questione sulla piattaforma Rousseau.
“Da una parte mi aspettavo questo risultato, ma non possiamo pensare di ricorrere alla piattaforma solo per quello che ci fa comodo”, dice Barros a TPI.it.
“Per altre decisioni, come quelle su trivelle, Tav e altro, non si è chiesto niente a nessuno: qualcuno ha scelto per tutti. Quando fa comodo invece le tattiche cambiano”.
“Inoltre, la piattaforma Rousseau aveva un senso fintanto che non stavamo al governo. Ora che siamo stati votati da 11 milioni di italiani, rimettersi al voto di 52mila persone su Rousseau non è democratico”, sottolinea.
Paolo Barros, che si è espresso in passato contro il decreto sicurezza voluto da Matteo Salvini, alla fine di gennaio ha subito quello che lui ha definito un “atto intimidatorio” dal M5S, venendo rimosso dalla commissione Scuola, cultura e sport del IX municipio per essere trasferito a quella sull’urbanistica, materia su cui — per sua stessa ammissione — non ha nessuna competenza.
Ora non nasconde la sua amarezza: “Noi dovevamo essere il cambiamento, ora siamo diventati come gli altri, se non peggio. Dovevamo azzerare la vecchia politica, invece ci siamo alleati con il partito più vecchio in Italia, la Lega, per andare a fare danni con questo contratto di governo. Io sono stato coerente dall’inizio, esprimendo il mio dissenso verso quest’alleanza e verso il decreto Salvini in particolare”.
“Il Movimento Cinque Stelle con questa votazione ha mostrato di essere diventato qualcos’altro”, aggiunge Barros. “La battaglia contro l’immunità  era uno dei nostri cavalli di battaglia, il prossimo a cadere quale sarà ? Manca solo la regola dei due mandati!”
Insieme agli altri attivisti M5S ha pensato a un gesto per dissociarsi da questa scelta?, gli chiediamo.
“Prima di fare qualsiasi cosa aspetterò il voto politico in Aula, lì si vedrà  se c’è ancora speranza o se il Movimento Cinque Stelle ha perso i suoi valori di partenza”, risponde Barros. “Salvini non è sopra la legge. E se fosse capitato a uno di noi del Movimento? Cosa sarebbe successo?”
Le conseguenze della scelta di fare da scudo a Salvini, secondo l’attivista M5S, saranno pesanti: “Con questa mossa abbiamo perso una grossa fetta di elettori. Stiamo già  perdendo molti consensi, che stanno andando all’alleato di governo. Secondo me non ci si difende dal processo, ma ci si difende nel processo. Guardiamo il caso della Raggi e gli altri”.
“Io non ho votato, non partecipo a questo giochetto”, conclude netto. “Bisogna prendersi le proprie responsabilità , e non fare lo scaricabarile. Se è stata una decisione politica di tenere quelle persone in mare, andando contro la legge, la politica si deve prendere le proprie responsabilità ”.

(da “TPI”)

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GALLO (M5S): “C’E’ UN 41% DI GRILLINI CHE E’ PRONTO A MOBILITARSI”

Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile

“NON LIQUIDEREI FACILMENTE LA VOTAZIONE SUL CASO DICIOTTI”

A Luigi Gallo, presidente della Commissione Cultura della Camera, viene attribuita grande prossimità  con il presidente della Camera, Roberto Fico.
Diventa quindi particolarmente significativo il suo richiamo al Movimento 5 Stelle dopo la votazione su Rousseau che ha deciso di approvare l’immunità  a Matteo Salvini nel caso Diciotti.
“Non liquiderei così facilmente questa votazione” dice Gallo in un post su Facebook, sottolineando che oltre al 59% dei favorevoli all’immunità  per Salvini c’è un 41% che chiede di cambiare ed è pronto a mobilitarsi per un ritorno ai valori fondanti del Movimento.
“Il 41% degli iscritti al M5S chiede ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi del M5S. Il 41% è un numero enorme – sottolinea Gallo – E’ un 41% fatta di persone diffuse in tutto il paese, sono carne e vita di cittadini attivi che credono in un sogno da almeno 10 anni, sono cittadini che ogni giorno si impegnano, sono consiglieri comunali che dedicano la loro vita al bene comune, sono sindaci che rischiano ogni giorno. Questi cittadini si sono innamorati di un programma votato da 11 milioni di cittadini. Programma, valori e principi che il M5S è chiamato a realizzare, a raccontare, a rivendicare in modo trasparente nel Paese ma anche al suo partner di governo. La Lega fa la Lega, il M5S deve fare il M5S”.
Proprio il ritorno al Movimento delle origini è il cuore del ragionamento di Gallo. “Il M5S ha un suo programma su immigrazione e deve rivendicarlo, ha una sua idea di solidarietà , ha dei suoi valori sull’incontro tra diversità  e deve rivendicarla, poi alcuni punti si raggiungeranno, altri no ma dobbiamo chiarire dove abbiamo ceduto e dove siamo riusciti a realizzare la nostra visione. Non si può abdicare ad avere una visione politica per i nostri cittadini su ogni singolo tema, ad avere un messaggio culturale per il Paese. Tante sono le cose fatte bene ma ci sono anche gravi errori. C’è qualcuno che dice che il 41% deve andarsene, qualcun altro vuole etichettare il 41% come dissidenza. Io so invece – conclude Gallo – che il 41% è pronto a mobilitarsi e vuole chiedere conto della direzione di questo governo, vuole più coerenza”.
Non mancano altre voci critiche dentro il Movimento 5 stelle. Gregorio De Falco è stato molto critico negli ultimi mesi sulla linea politica del Movimento, al punto da essere stato espulso dal gruppo: “Il voto online è stato un errore politico della dirigenza che ha tentato di coprirsi le spalle – dice oggi il senatore – Credo che il parlamentare del Movimento debba seguire il programma, che prevede l’eliminazione delle garanzie”.
Secondo De Falco “l’unico risultato conseguito con il voto on line è stato quello di spaccare il Movimento”.
Altra voce tradizionalmente molto critica con i vertici è Ugo Forello, consigliere comunale M5S di Palermo. “Il risultato delle consultazioni rappresenta un risultato sorprendente” dice, “oltre il 40% dei voti, nonostante la costruzione tendenziosa ed errata del quesito, nonostante l’indirizzo e le pressioni espresse dai vertici del Movimento, hanno difeso uno dei principi fondamentali per cui i 5 stelle sono nati – dice Forello – Paola Nugnes, Elena Fattori, il Presidente Roberto Fico, i sindaci Raggi, Appendino e Nogarin e tantissimi altri portavoce nazionali e locali rappresentano oggi la vera e genuina faccia dei 5 stelle”.

(da “Huffingtonpost“)

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