Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile
COSA NON SI FA PER MANTENERE UNA POLTRONA
Il senatore del M5S Mario Michele Giarrusso ha fatto il gesto delle “manette”, incrociando i
polsi, verso i senatori dem che lo stavano contestando fuori dell’Aula della Giunta per le Immunità a Sant’Ivo alla Sapienza.
E la protesta, contro il pentastellato che poco prima aveva detto “Io non ho i miei genitori agli arresti domiciliari”, si è subito accesa.
“Un secondo dopo aver salvato Salvini, Giarrusso dei 5Stelle riscopre il più becero giustizialismo e ci mostra il segno delle manette, l’idea più barbara possibile che esista del confronto politico. Gli alleati sono sempre innocenti, gli altri in galera. Dr. Jekyll e Mr. Hyde”, scrive su Twitter Emanuele Fiano, della presidenza del Gruppo Pd della Camera. Oggi anche il consigliere laziale del MoVimento 5 Stelle Davide Barillari ha pubblicato una vignetta con le manette in riferimento ai genitori di Renzi.
Il clima ha cominciato a surriscaldarsi con l’arrivo, intorno alle 15, di una pattuglia di senatori del Pd. Sono venuti per attaccare vis a vis i senatori grillini che a loro detta stanno salvando Salvini per ordine di Casaleggio.
A guidare il plotone ci sono Simona Malpezzi e Teresa Bellanova, gli altri le seguono a qualche metro di distanza. Col passare dei minuti i senatori democratici diventano tanti, una trentina almeno. Le parti sono ribaltate.
I dem sono in piazza a gridare ‘onesta’, onesta”; i grillini sono dentro che votano e salvano Salvini dal processo Diciotti. Quando i senatori cominciano a uscire alla spicciolata, i senatori del Pd alzano voce e cartelli. Risparmiano Gasparri, De Poli, perfino Pillon. La loro protesta e le loro urla sono tutte per i pentastellati e in particolare per Mario Giarrusso.
Il senatore siciliano attende sull’uscio che si liberino le telecamere, alle prese con Gasparri. Attende di entrare in scena e intanto si accorge dei democratici che lo insultano. “Sei un burattino”, “vergognati”, “ti piace la poltrona eh?”, “restituisci tutto lo stipendio”.
E tanto altro. Lui sorride, spavaldo. Poi si volta e fa il gesto delle manette verso i colleghi del Pd.
Un gesto squallido da parte di chi ha la coda di paglia: con un sequestratore di persone aveva avuto l’occasione di schierarsi per la legalità e non lo ha fatto.
Con i familiari di un esponente politico di minoranza è facile fare i bulli, con un vicepremier ci vogliono le palle e una coerenza che pochi hanno.
Più facile fare i servi sciocchi.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile
L’ANALISI IMPIETOSA DI MARCO TRAVAGLIO
Siccome qualcuno aveva evocato il primo referendum processuale della storia, quello indetto da Ponzio Pilato fra Gesù e Barabba, possiamo tranquillamente dire che qui mancava Gesù. Ma ha rivinto Barabba.
E non perchè Matteo Salvini sia un bandito, anche se è (anzi ormai era) indagato per sequestro di persona aggravato di 177 migranti appena salvati dal naufragio.
Ma perchè, quando si chiede al “popolo” di pronunciarsi non su questioni di principio, ma su casi penali dei quali non sa nulla, la risposta che arriva di solito è sbagliata. E quella data ieri dalla maggioranza degli iscritti 5Stelle non è solo sbagliatissima: è suicida.
La stessa, peraltro, che auspicavano i vertici, terrorizzati dalla reazione di Salvini, cioè dalle ripercussioni sul governo e dunque sulle proprie poltrone.
Chi aveva sperato che gli iscritti dessero una lezione agli eletti, anzi ai “dipendenti” come li chiamava un tempo Grillo, facendoli rinsavire e rammentando loro i valori fondativi della legalità , dell’uguaglianza, della lotta ai privilegi di Casta, è rimasto deluso.
Per salvare Salvini, i 5Stelle dannano se stessi.
Nemmeno le parole sagge e oneste dei tre sindaci di punta — Appendino, Nogarin e Raggi — raccolte ieri dal Fatto sono servite a restituire la memoria alla maggioranza della “base”.
È bastato meno di un anno di governo perchè il virus del berlusconismo infettasse un po’ tutto il mondo 5Stelle.
E l’impietoso referto del contagio è facilmente rintracciabile nelle dichiarazioni dei senatori che già da giorni volevano a tutti i costi salvare Salvini e nei commenti sul Blog delle Stelle dei loro degni iscritti che li hanno seguiti anzichè fermarli sulla strada dell’impunità .
Dicono più o meno tutti la stessa cosa: siccome ora governiamo noi e la Lega, decidiamo noi chi va processato e chi no, alla faccia dei giudici politicizzati che vorrebbero giudicare le nostre scelte unanimi per rovesciare il governo.
Questo, in fondo, era il messaggio in bottiglia mal nascosto nella decisione di affidare agli iscritti una scelta che avrebbero dovuto assumere, senza esitazione alcuna, il capo politico Di Maio e il suo staff. Una scelta naturale, quasi scontata, quella dell’autorizzazione a procedere, che era stata annunciata fin da subito, quando arrivò in Parlamento la richiesta del Tribunale dei ministri su Salvini: “Vuole il processo? Lo avrà ”. Ma poi era stata prontamente ribaltata, peraltro senza mai essere ufficializzata, quando Salvini aveva cambiato idea intimando con un fischio ai partner di salvarlo dal processo. Riuscendo nell’impresa di spaccarli a metà .
Ergo, a decidere la linea del primo partito d’Italia, sono i capricci dell’alleato-rivale.
Che ha imposto ai 5Stelle un voltafaccia pronunciato a mezza bocca, senza nessuno che se ne assumesse la paternità e la responsabilità .
Un atto non dovuto, gratuito (il governo non sarebbe certo caduto sulla Diciotti) di sottomissione a Salvini: lo stesso che prende i 5Stelle a pesci in faccia sul Tav, le trivelle e prossimamente sull’acqua pubblica, straccia spudoratamente il Contratto di governo e poi pretende l’asservimento totale degli alleati senza restituire nemmeno un pizzico di lealtà . Così le storiche parole d’ordine di Beppe Grillo e la lezione di Gianroberto Casaleggio — “Ogni volta che deroghi a una regola, praticamente la cancelli” — sono finite nel dimenticatoio, con la scusa che “questa volta è diversa”, “non è come con gli altri governi”, “non ci sono di mezzo le tangenti”.
Ma “solo” un sequestro di persona, che sarà mai. E tanti saluti a quei fresconi dei sindaci Raggi, Appendino e Nogarin, più volte indagati o imputati non certo per storie di vil denaro, ma per atti compiuti nell’esercizio delle funzioni di governo, che mai hanno detto una parola contro i magistrati e si sono sempre difesi nei, non dai processi.
Certo, qualcuno avrebbe votato diversamente se il caso Diciotti fosse stato presentato sul blog in maniera corretta e veritiera, e non nel modo menzognero e truffaldino studiato apposta per subornare gli iscritti (il No per il Sì al processo, e viceversa; il quesito cambiato in corsa ieri mattina per blindare ancora meglio il Sì all’impunità ; il sequestro di persona spacciato per un banale “ritardo nello sbarco”; l’invocazione del salvacondotto per “l’interesse dello Stato”, del tutto sconosciuto alla norma costituzionale, che consente il no al processo solo in caso di “interesse pubblico preminente” o “costituzionalmente rilevante”).
Ma la perfetta identità di vedute fra la maggioranza degli eletti e il quasi 60% degli iscritti votanti è un dato di fatto da prendere in considerazione per quello che è: i vertici hanno ormai la base che si meritano, e viceversa.
Però, da ieri, il M5S non è più il movimento fondato dieci anni fa da Grillo, Casaleggio e decine di migliaia di militanti.
È qualcosa di radicalmente diverso, che ancora non conosciamo appieno e di cui dunque non possiamo immaginare il destino.
Ma che non promette nulla di buono, se la maggioranza emersa ieri dal blog resterà tale, scoraggiando e allontanando la pur cospicua minoranza di pentastellati rimasti coerenti e fedeli ai valori originari.
Qui non è questione di presunte svolte a destra o a sinistra. E non è in ballo l’eterno giochino tra ortodossi e dissidenti, o fra dimaiani, fichiani e dibattistiani.
Ma qualcosa di ben più profondo. Se il M5S perde la stella polare della legge uguale per tutti, gratta gratta gli resta ben poco, perchè quello era il fondamento di tutte le altre battaglie, l’ubi consistam della sua diversità , anzi della sua alterità rispetto ai vecchi partiti. I quali non mancheranno di rinfacciarglielo a ogni occasione: “Visto? Ora siete come noi. Benvenuti nel club”.
Dalle stelle alle stalle.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile
IL DOCUMENTO IN 12 PUNTI VOTATO A TRAMATZA DA MILLE PASTORI
Prezzo del latte ovino subito a 80 centesimi e poi 1 euro a regime, azzeramento dei Consorzi di
tutela, distribuzione più equa dei profitti all’interno della filiera: sono alcune delle proposte rilanciate dai pastori sardi riuniti a Tramatza (Oristano) e contenute in un documento suddiviso in 12 punti e approvato all’unanimità per alzata di mano.
Una controproposta che dovrebbe andare ad integrare l’accordo siglato sabato scorso a Cagliari col ministro dell’agricoltura Gian Marco Centinaio, che ha raggiunto una prima intesa su 72 centesimi al litro e ha stabilito una tregua di tre giorni alle proteste. Tregua che però è durata soltanto una notte.
Tra i punti principali l’attivazione di “tutte le procedure capaci di portare il prezzo del latte ovino da subito a 80 centesimi fino ad 1 euro + iva” per coprire i costi di produzione. Richieste quindi, “le dimissioni volontarie ed irrevocabili di tutti i membri del consiglio di amministrazione del Consorzio di tutela del Pecorino Romano Dop da depositare in prefettura contestualmente alla firma dell’accordo”.
Analoga procedura viene richiesta per il Consorzio del Pecorino sardo e per il Consorzio del Consorzio di tutela del Fiore Sardo.
Nel loro documento i pastori contestano alle amministrazioni dei consorzi “incapacità di tutelare e vigilare sulla produzione e sui livelli produttivi del prodotto finito; assenza di partecipazione dei soci conferitori di latte (soprattutto conferitori di latte e industriali) all’attività sociale; scarsa trasparenza nel consiglio di amministrazione; scarsa trasparenza nella documentazione dei singoli produttori di latte depositata presso il consorzio”.
Infine la richiesta di una “distribuzione più equa dei profitti all’interno della filiera dei prodotti lattiero caseari”.
Un obiettivo da raggiungere, spiegano gli allevatori, “facendo firmare al soggetto venditore (industriali della trasformazione) all’atto della vendita del formaggio, clausole nelle quali venga dichiarato che il livello di remunerazione della materia prima utilizzata è tale da coprire i costi di produzione”.
Prevista poi “la nomina di un prefetto con compiti di analisi, sorveglianza e monitoraggio delle attività di filiera”.
“Non ci stiamo abbassando i pantaloni: abbiamo iniziato la trattativa parlando di un’euro al litro e all’euro dobbiamo arrivare a fine campagna”.
È quanto spiegato dal palco dell’assemblea a Tramatza dai pastori che hanno studiato la controproposta insieme a un gruppo di “tecnici”. Una sottolineatura per risponde alle perplessità espresse da alcuni allevatori.
“Il prezzo del Pecorino Romano – hanno detto – è salito in pochi giorni di 1,50 euro. E ora anche la grande distribuzione ci potrebbe dare una mano: questo aiuterebbe il prezzo a salire”.
La Regione si dice disposta a garantire attraverso la Sfirs (Società Finanziaria Regione Sardegna) fino a 18 milioni di euro per ritirare le eccedenze pari a 30mila quintali di pecorino romano. Nello stesso tempo l’associazione delle Banche italiane (Abi), per voce del rappresentante sardo Giuseppe Cuccurese, ha annunciato la proroga dei fidi in essere ai trasformatori fino a dicembre 2019. Questo consentirà alle imprese lattiero casearie di avere maggiore liquidità per evitare che siano costretti a smaltire in fretta il pecorino e quindi a svenderlo.
Il terzo punto fondamentale riguarda gli istituti di credito che concederanno un anno di tempo in più ai pastori per pagare le rate dei prestiti personali.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile
ARRETRANO TRASPORTI, INDUSTRIE CHIMICHE E FARMACEUTICHE… ORDINATIVI IN CALO DEL 5,3%
Il fatturato dell’industria italiana, a dicembre 2018, diminuisce del 3,5% rispetto a novembre, subendo il ribasso più forte sul mercato estero.
Lo rileva l’Istat, che su base annua segna una caduta del 7,3% (dato corretto per gli effetti di calendario).
Si tratta della flessione tendenziale più accentuata dal novembre del 2009. Male anche gli ordinativi: a dicembre calano dell’1,8% rispetto al mese precedente, a causa delle perdite subite sul mercato estero.
Su base annua la flessione è del 5,3% (dato grezzo), la più ampia dal luglio del 2016. Anche sul ribasso tendenziale pesa soprattutto la cattiva perfomance registrata fuori confine.
La flessione, spiega l’Istat, riguarda in maniera diffusa tutti i settori, ma è particolarmente ampia nel settore degli altri mezzi di trasporto (23,6%), dove si confronta con un dato particolarmente positivo nell’anno precedente. Molto in calo su base annua anche l’industria farmaceutica (-13,0%) e l’industria chimica (-8,5%).
“Sono dati che fanno riflettere e che impongono un dovere ed una responsabilità di tutto il Paese a reagire ad un contesto economico che sta rallentando che è arrivato anche in casa essendo il nostro un Paese ad alta vocazione all’export”, osserva il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia.
Quanto invece alla flessione congiunturale registrata nell’ultimo trimestre del 2018, è pressochè di pari entità sui mercati interno ed estero, anche se in termini di ordinativi è il mercato estero a segnalare una prospettiva più sfavorevole.
Nel corso del 2018 il fatturato ha mostrato un andamento tendenzialmente stabile nei primi nove mesi, con un peggioramento nell’ultimo trimestre. Però nel complesso, nella media dell’anno il fatturato dell’industria presenta, comunque, una dinamica moderatamente espansiva rispetto al 2017, anche al netto della componente di prezzo.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile
IN SERATA A PARIGI MANIFESTAZIONE CONTRO L’ONDATA DI ATTACCHI ANTISEMITI IN TUTTO IL PAESE
Ottanta tombe del cimitero ebraico di Quatzenheim, in Alsazia, nell’est della Francia, sono
state profanate. La scoperta è avvenuta oggi, nel giorno in cui in tutta la Francia sono attese marce contro l’antisemitismo dopo il moltiplicarsi di atti antisemiti nel Paese (quello in Alsazia è solo l’ultimo).
Il presidente Emmanuel Macron ha fatto sapere che non parteciperà alla manifestazione unitaria contro l’antisemitismo promossa dai partiti politici per le ore 19 in Place de la Rèpublique a Parigi e in tante altre città di Francia.
Il presidente aveva annunciato che si sarebbe recato alle 18:30 al Memoriale della Shoah, con il presidente dell’Assemblea Nazionale Richard Ferrand e del Senato Gèrard Larcher, per “ricordare i fatti, per ricordare che questi fatti sono la morte certa della nostra storia e per dire che la Repubblica è un blocco di fronte a tutto questo”, ma poi ha cambiato programmi
“L’antisemitismo – ha ribadito – è la negazione della Repubblica e della Francia”. Il capo dello Stato ha quindi insistito sulla necessità di “fare Repubblica, vale a dire stare insieme”, “educare”, “formare” nel “rispetto dei valori che ci hanno costituito”.
“Ogni volta che un francese viene insultato, minacciato, o peggio ferito od assassinato perchè ebreo – ha avvertito – rappresenta la Repubblica”.
“Nella Repubblica non spetta agli ebrei difendersi ma alla repubblica difenderli”, ha proseguito il presidente, bocciando però la proposta di una trentina di deputati di equiparare l’antisionismo all’antisemitismo.
“Non penso che penalizzare l’antisionismo sia una buona soluzione”.
Nei giorni scorsi a Parigi era stato attaccato con insulti antisemiti il filosofo Alain Filkienkraut.
In mattinata è arrivato l’annuncio dell’ennesimo gesto antisemita commesso nella notte; “Circa 80 tombe” sono state profanate in un cimitero ebraico, nella città di Quatzenheim, nella Francia orientale, hanno annunciato le autorità locali, definendo l’accaduto come un “odioso atto antisemita”.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile
VALANGA DI CRITICHE ED EPITETI DA PARTE DI ATTIVISTI STORICI E UNA ONDATA DI ADDII
Ieri Luigi Di Maio ha avuto la bella idea di pubblicare sulla sua pagina Facebook uno status in cui ringraziava gli iscritti per il voto su Rousseau che ha salvato Salvini.
“Con questo risultato i nostri iscritti hanno valutato che c’era un interesse pubblico nella vicenda Diciotti. Sono orgoglioso di far parte dell’unica forza politica che interpella i propri iscritti, chiamandoli ad esprimersi“, ha scritto Di Maio.
Ma dopo qualche minuto il post è diventato un tiro a segno in cui, accanto ad alcuni di altro segno politico che lo sfottevano, sono cominciati a comparire commenti di attivisti da sempre e che hanno annunciato il loro addio ai grillini dando del buffone all’attuale capo politico del M5S
La maggior parte delle lamentele ha puntato sull’omologazione tra M5S e “altri partiti”.
In tanti hanno criticato il dietrofront sull’immunità parlamentare, forse perchè Dino Giarrusso stranamente non li ha convinti.
E c’è anche chi ha ficcato il dito nella piaga, ricordando l’accoglienza ricevuta dai deputati e senatori pugliesi a Taranto qualche giorno fa.
E chi ha cancellato direttamente la sua iscrizione al MoVimento dopo il risultato.
Un massacro vero e proprio che continua ancora in questi minuti in un uragano di commenti negativi.
E che magari avrà i suoi effetti già alle prossime elezioni europee.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile
MASSONI, RICICLATI EX AN, PD, UDC E FORZA ITALIA… SOTTO PROCESSO PER APPROPRIAZIONE INDEBITA E’ CAPOLISTA IN GALLURA
Domenica si voterà in Sardegna per il rinnovo del consiglio regionale e l’elezione del
Presidente. Da una settimana il ministro dell’Interno sta battendo l’isola per gli ultimi giorni di campagna elettorale e di promesse.
Dopo l’Abruzzo la Lega vuole sfondare in un’altra regione della fu terronia. E soprattutto significherebbe ridimensionare ulteriormente il M5S che alle politiche aveva fatto l’en plein in terra sarda.
La cesura con il MoVimento si vede anche da alcuni dettagli.
Piccolissimi e ormai irrilevanti pure per il partito di Di Maio che curiosamente durante la campagna elettorale non ha minimamente affrontato il tema degli impresentabili.
Qualcuno si ricorderà di quando l’onestà era una delle bandiere del M5S, al punto che alle regionali siciliane del 2017 l’allora candidato presidente Giancarlo Cancelleri aveva pubblicato una lunga lista di impresentabili candidati con il centrodestra e il centrosinistra.
Nel frattempo però sono successe alcune cose. Il M5S ha candidato e fatto eleggere degli “impresentabili” alle politiche del 4 marzo e a giugno ha formato un governo proprio con la Lega.
Chissà magari è per questo che dal M5S non si è levato un fiato sugli impresentabili della Lega alle regionali.
In compenso molti ex leghisti hanno “denunciato” la presenza nelle liste di massoni, presunti massoni, veleni e riciclati vari.
Come già venuto alla luce in altre regioni del Sud ed emerso da una recente inchiesta di Report anche in Sardegna la Lega di Salvini è un partito sostanzialmente inesistente.
Ne dà un ritratto poco lusinghiero oggi Tommaso Rodano sul Fatto Quotidiano che tra delatori, rivalità e ripicche dipinge i contorni di un partito che non c’è ma che allo stesso tempo ambisce a diventare maggioranza.
Iniziamo con i cosiddetti riciclati, pronti a salire sul Carroccio del vincitore ci sono ad esempio Michele Pais che è già passato per Alleanza Nazionale,Pdl e Forza Italia.
Dai giovani di FI proviene Pierluigi Saiu (era il coordinatore regionale) mentre Tittino Sebastiano Cau è in lista con la Lega dopo un’esperienza nell’UDC e in Energie per l’Italia (il partito fondato da Stefano Parisi, candidato sindaco a Milano contro Beppe Sala).
Da Alleanza Nazionale proviene anche il cagliaritano Ignazio Artizzu (già consigliere regionale) i cui volantini sono stati avvistati sulla guardiola del Comune di Cagliari.
Ci sono, o meglio c’erano visto che è stato allontanato e ha rassegnato le dimissioni, anche i massoni.
Si tratta di Giovanni Nurra che ha deciso di candidarsi lo stesso però con l’Unione Democratica Sarda a sostegno di Christian Solinas, il candidato sostenuto dal Centrodestra.
Nurra non era un leghista qualsiasi visto che era il Coordinatore del Nord (l’area del sassarese) ovvero il numero tre della gerarchia leghista sull’isola.
Nurra ha spiegato che la Sardegna dovrebbe esprimere la sua classe politica. Nonostante le rivendicazioni autonomiste della Lega in Sardegna comandano quelli del Nord.
Il Commissario infatti è il deputato Eugenio Zoffili, che è di Erba (Como) ed è stato capo della segreteria di Salvini.
Dalla Lombardia viene anche Luca Erba, candidato ad Oristano. Il vicecommissario invece è Dario Giagoni, attualmente sotto processo a Tempio con l’accusa di appropriazione indebita.
Giagoni è capolista in Gallura.
Su di lui fa molta ironia sui social un ex leghista Sardo, Marco Marchi, che su Facebook ha pubblicato il video di un fantasmagorico comizio dove spiega che anche la Sardegna (come tutti i luoghi geografici) ha un Nord, proprio come il Nord leghista.
Di Giagoni circola anche l’audio di una telefonata — smentita dall’interessato — dove spara a zero sui leghisti sardi soprattutto sul coordinatore regionale.
La prossima udienza del processo a carico di Giagoni è fissata per il 21 febbraio, tre giorni prima del voto. Lui proclama la sua innocenza e confida in un’assoluzione. Il MoVimento 5 Stelle, solitamente sempre pronto a cogliere certi assist, tace.
Dulcis in fundo c’è il rischio esclusione delle liste.
Un elettore ha presentato infatti ricorso ai tribunali di Sassari e Oristano contro la presunta adesione “fittizia” di Lega, Sardegna Civica, Forza Italia Sardegna, Energie per l’Italia e Sardegna in Comune che avrebbero (il condizionale è d’obbligo) evitato la raccolta grazie all’adesione di un “garante” che secondo chi ha presentato il ricorso era però di comodo.
La Lega lo ha fatto appoggiandosi a Paolo Luigi Dessì, consigliere del Partito Sardo d’Azione che però nel frattempo si è candidato con un’altra lista.
Il rischio è l’azzeramento delle liste della Lega a Sassari e Oristano.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile
LA GIUNTA DELLE IMPUNITA’ NEGA L’UGUAGLIANZA DEI CITTADINI DAVANTI ALLA LEGGE: 16 GLI AMICI DEL SEQUESTRATORE, 6 I CONTRARI… TRANQUILLI, GLI ITALIANI NON DIMENTICHERANNO
La giunta per le immunità del senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere del tribunale di Catania contro il ministro Matteo Salvini per il caso della nave Diciotti.
La decisione è stata presa a maggioranza: 16 voti contro il processo e 6 a favore.
I numeri dimostrano che tutti i componenti cinquestelle della giunta (erano in 6 e non in 7 perchè la vicepresidente Grazia D’Angelo questa notte ha partorito una bambina) hanno votato compatti.
No anche da Lega, Forza Italia, Fdi e Autonomie.
Si al processo invece dal Pd (4 componenti), Pietro Grasso (Leu) e Gregorio De Falco (Misto).
Il dossier passerà adesso all’esame dell’Aula di Palazzo Madama, che entro il 24 marzo dovrà ratificare o contraddire la proposta votata oggi.
Una folta delegazione di senatori del Pd ha inscenato una protesta dentro il cortile di Sant’Ivo alla Sapienza davanti all’aula della giunta.
“Armati” di cartelli con le scritte: “#Vergogna”, “#decideCasaleggio” “#Lachiamavanoonestà , i parlamentari hanno sfilato nel cortile davanti ai giornalisti.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2019 Riccardo Fucile
FRASI OFFENSIVE CONTRO L’ORDINE GIUDIZIARIO, MA RISCHIA SOLO UNA MULTA
Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sarà processato a Torino prima dell’estate. 
Il vicepremier è accusato di vilipendio all’ordine giudiziario per aver pronunciato, nel febbraio 2016 durante un comizio a Collegno, frasi offensive contro la magistratura italiana.
Il pm titolare dell’inchiesta, Emilio Gatti, ha ottenuto dal tribunale una data per l’udienza preliminare, che si terrà appunto prima dell’estate.
L’iniziativa dei pm è solitamente il preludio di una citazione diretta a giudizio (per questo reato non è prevista la celebrazione dell’udienza preliminare).
Il pubblico ministero, come da prassi, dovrà ora firmare il decreto per la citazione diretta in giudizio di Salvini.
La procura di Torino guidata dal Pg Francesco Saluzzo ha rigettato la richiesta dei legali del vicepremier Matteo Salvini di avocare il fascicolo che vede il leader della Lega indagato per vilipendio dell’organo giudiziario (art. 290 del codice penale).
Si parla delle frasi pronunciate dal segretario della Lega Nord nel febbraio 2016: «Qualcuno usa gli stronzi che mal amministrano la giustizia. Se so che qualcuno, nella Lega, sbaglia sono il primo a prenderlo a calci nel c… e a sbatterlo fuori — aveva detto Salvini -. Ma Edoardo Rixi è un fratello e lo difenderò fino all’ultimo da quella schifezza che è la magistratura italiana che è un cancro da estirpare. Si preoccupi piuttosto della mafia e della camorra, che sono arrivate fino al Nord”.
Salvini si riferiva all’indagine sulla Rimborsopoli ligure che vedeva l’allora l’assessore del Carroccio, che oggi è sottosegretario ai Trasporti, tra i rinviati a giudizio.
Il reato è previsto dall’articolo 290 del codice penale. Il reato è punito con una multa che varia tra i mille e i 5mila euro.
Il PM Emilio Gatti ha notificato qualche mese fa a Salvini l’avviso di conclusione indagini, che di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio.
Spiega oggi La Stampa che per la citazione diretta in giudizio c’era bisogno dell’autorizzazione rilasciata dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede comunicata agli uffici giudiziari di Torino il 9 ottobre 2018 in ossequio all’articolo 313 del codice penale, senza la quale le accuse sarebbero andate incontro a un’inevitabile — nel senso di obbligatoria — archiviazione.
(da agenzie)
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