Marzo 9th, 2019 Riccardo Fucile
58 ANNI, DI THIENE, LEONE DI SAN MARCO SUL PROFILO FB DOVE SE LA PRENDE CON GLI IMMIGRATI
Pietro Dal Santo, 58 anni, di Thiene, venetista convinto, socio di un birrificio della zona, è l’uomo
che ha investito ieri un bambino di 14 mesi mentre era in fuga da un posto di blocco con il suo camion a Marostica.
Secondo una prima ricostruzione il piccolo, trasferito in ospedale con l’elicottero, era nel passeggino: ha subito l’amputazione di una gamba.
Il gruppetto familiare si trovava nei pressi di una curva nella quale è sopraggiunto il camion, che viaggiava ad alta velocità . Il bambino è stato sbalzato dal passeggino a causa dell’urto ed è finito a terra in gravissime condizioni.
Pietro Dal Santo stava scappando da un posto di blocco che aveva forzato poco prima: fermato ma a quanto pare piuttosto ubriaco, ha finto di prendere la patente e il libretto e ha spinto sull’acceleratore scappando verso la curva dove poi ha incontrato la famiglia con il bambino.
Trecento metri dopo è finito contro la panchina dove si trovava la famiglia: padre, madre, un altro bambino di 4 anni e il bimbo oggi in ospedale.
Pietro Dal Santo ha provato a scappare ancora, stavolta a piedi, subito dopo lo schianto, ma è stato catturato dai carabinieri che non sono però riusciti a sottoporlo al test alcolemico per via del suo rifiuto, che comporterà un’ulteriore denuncia.
Non appena la notizia si è diffusa in molti si sono presentati nei commenti dei giornali online veneti per chiedere vendetta accusando “gli extracomunitari”:
Invece Pietro Dal Santo è molto conosciuto in quell’area della provincia di Vicenza. Racconta oggi Repubblica che gli ultimi post sul suo profilo Facebook sono gli auguri ricevuti il 17 febbraio scorso, dopo aver compiuto 58 anni
Per il resto è una cascata di interventi con il leone di San Marco sullo sfondo. Se la prende con clandestini e comunisti, non nasconde la sua fede venetista e soprattutto la sua passione per la birra. In più di un’occasione si fa immortalare alle sagre della zona a bere, promuovendo spesso il marchio di un birrificio locale.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 9th, 2019 Riccardo Fucile
COSTRINGEVA I LAVORATORI A RESTITUIRGLI DUE TERZI DEL SALARIO
Pagava pastori e operai 25 euro al giorno per lavorare nelle sue proprietà fino a 13 ore. Cioè, meno di due euro all’ora.
C’era chi accudiva il gregge di pecore d’inverno, senza un riparo, senza luce e senza acqua. Questo è quanto sostengono i carabinieri e la procura dopo un’indagine a Valledolmo.
Finisce agli arresti domiciliari Gianfranco Pulvino, notaio del paese. Ad arrestarlo sono stati i carabinieri della compagnia di Lercara Friddi.
L’ordinanza è del tribunale di Termini Imerese dopo un anno di indagini coordinate dalla procura. Il notaio, 53 anni, è molto conosciuto in zona ed è il professionista di riferimento tra Valledolmo e Lercara Friddi. Le accuse nei suoi confronti sono pesanti: sfruttamento del lavoro, caporalato ed estorsione in concorso con un proprio collaboratore, L.f., quest’ultimo indagato.
I carabinieri sul territorio si sono accorti di alcuni agricoltori, undici in tutto, che partivano la mattina alle 6,30 e si ritiravano alla sera. Il notaio è gestore di un’azienda agricola intestata alla madre e ha terreni tra Valledolmo, Caltavuturo, Sclafani Bagni e Vallelunga Pratameno.
I militari hanno notato che gli operai erano al servizio del notaio e hanno avviato le indagini. L’inchiesta è partita nel luglio 2018 dagli investigatori della compagnia dei carabinieri di Lercara Friddi, coordinati dal maggiore e comandante Vincenzo Sieli, ed è terminata nel gennaio 2019. Gi operai verranno sentiti presto.
E poi ci sono stati gli accertamenti sulla busta paga: l’importo indicato era quello previsto dal contratto nazionale del lavoro (65 euro). Ma, poi, il notaio e il suo fidato collaboratore avrebbero ottenuto i due terzi di quella paga indietro sotto le minacce di licenziamento.
Ad accompagnare i lavoratori in banca, per riconsegnare gli assegni, sarebbe stato il braccio destro di Pulvino. Spiegano dai carabinieri: “Giocava sul fatto che si confrontava con padri di almeno tre figli e in condizioni di analfabetismo”.
Ma il notaio avrebbe pensato anche agli imprevisti e aveva fornito un vademecum in cui indicava cosa dire in caso di controlli ispettivi da parte degli organi di vigilanza.
(da agenzie)
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Marzo 9th, 2019 Riccardo Fucile
SAVIGLIANO: L’UOMO ITALIANO HA PATTEGGIATO 4 ANNI E 9 MESI, TOLTA LA POTESTA’ GENITORIALE
Violentata dal padre a quattro anni. E’ accaduto in provincia di Cuneo, l’uomo ha patteggiato ed è
stato condannato a quattro anni e nove mesi di carcere per violenza sessuale aggravata dal gup di Cuneo Alberto Boetti. È un operaio trentenne del Saviglianese.
La moglie ha trovato sullo smartphone del marito un video che riprendeva un atto di violenza sulla figlia e lo ha denunciato. Il padre è stato arrestato lo scorso agosto e le indagini sono state condotte dal pubblico ministero Chiara Canepa, specializzata nei reati contro le cosiddette “fasce deboli”, e dai carabinieri.
La moglie aveva già avuto dei sospetti. La bambina aveva raccontato che il papà faceva “cose strane” con lei nella doccia e aveva detto di sentire dolori al basso ventre.
E’ stata la nonna materna ad accorgersi per prima che qualcosa non andava e a confrontarsi con la figlia, che ha chiesto aiuto a un’associazione di volontariato che aiuta le donne in difficoltà . Una visita ginecologica alla bambina ha riscontrato un’infezione vaginale a trasmissione sessuale. La prima denuncia è partita dall’ospedale “Santissima Annunziata” di Savigliano.
Ora la bambina è seguita da uno psicologa. Lìuomo non è più suo padre: la sentenza gli ha tolto la potestà genitoriale oltre ad impedirgli per sempre di avere lavori o incarichi che abbiano a che fare con i minori.
(da agenzie)
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Marzo 9th, 2019 Riccardo Fucile
SI RITORNA ALL’IPOTESI DEL PAPOCCHIO DOVE TUTTI POTRANNO CONTINUARE A DIRE SI’ E NO ALLA TAV A SECONDO DEL PROPRIO ELETTORATO
Un’altra capriola può salvare capra e cavoli, governo ed elezioni europee.
La soluzione è la «clausola della dissolvenza, una regola che permetterebbe la revoca dei bandi Telt in qualsiasi momento, ipotesi tecnica di cui si parla da almeno un mese.
Capriola più capriola meno, tanto affanno nel rivendicare la paternità della dissolvenza puzza di una non-decisione mezza presa.
L’escamotage consisterebbe nel permettere che lunedì Telt faccia partire i bandi per i lavori «con riserva», in modo che le aziende italiane e francesi si possano candidare agli appalti e (soprattutto) i consiglieri di amministrazione di Telt non vengano in futuro chiamati a rispondere del danno erariale che potrebbero procurare al Paese bloccando tutto.
I consiglieri sono stati chiari: senza un mandato esplicito del governo non vogliono rischiare di essere chiamati a rispondere di un buco che si misurerebbe in centinaia di milioni. In futuro, grazie alla riserva, sarà sempre possibile non approvare i capitolati d’appalto appellandosi all’interesse nazionale.
È il punto sui cui starebbe lavorando Conte. Il premier avrebbe anche concordato che sarà lui ad annunciare l’eventuale compromesso. Ha esposto il petto alle bordate polemiche di questi giorni, ha ben diritto a un piccolo risarcimento d’immagine.
Gli osservatori più attenti notano che nella giornata di oggi i segnali di papocchio in atto non sono mancati.
L’apparentemente inflessibile Di Maio, durante la conferenza stampa pomeridiana a Palazzo Chigi, per la prima volta non ha parlato di sospendere o bloccare i bandi ma s’è fermato un attimo prima: chiarendo che si tratta di «non vincolare i soldi degli italiani».
Insomma, far partire i bandi con riserva permetterebbe al governo di avviare la «ridiscussione» promessa dal contratto di governo e annunciata da Conte.
Salvini ha rinviato tutto a lunedì, incurante del fatto che Di Maio lo abbia richiamato all’ordine e un «weekend di lavoro». Per ora le agende non contemplano un incontro tra i due, ma domani i vicepremier saranno entrambi a Milano.
(da “La Stampa”)
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Marzo 9th, 2019 Riccardo Fucile
VERSO LA PUBBLICAZIONE DEI BANDI, MA ORMAI LA CRISI E’ AMPIA… COMUNQUE VADA A FINIRE, M5S E LEGA SEPARATI IN CASA
Guardate le due istantanee di giornata. Salvini, sicuro e ai limiti della strafottenza, augura a tutti
buon week end, parte per Milano, fa sapere che prima di martedì non tornerà a Roma, ovvero a bandi della Tav già pubblicati.
E tanti saluti, con tanto di rassicurazioni finali su “nessuna crisi, nessuna nostalgia del passato”.
Luigi Di Maio, visibilmente scosso, in conferenza stampa a palazzo Chigi, lo invita a un incontro (mentre l’altro è già in volo), esterrefatto per le rudi modalità dell’alleato, e soprattutto quella parola “bandi”, la sua irrinunciabile linea del Piave, neanche la nomina, con l’atteggiamento di chi spera in un accordo, fino all’ultimo momento, terrorizzato dall’eventualità di una crisi.
È evidentemente un leader in difficoltà , sinceramente incredulo di quel che sta accadendo, che fatica a prendere atto che il perno attorno a cui ha costruito l’intera operazione di governo — perno politico, ma anche umano, personale — si è seriamente incrinato.
Perchè, nell’attesa di un gesto di benevolenza, di una telefonata del leader della Lega, se tutto è fermo, tutto parte.
E tutto è fermo, perchè non è in agenda nessuna riunione di governo, nessuna iniziativa politica del premier, nessun sussulto del leader pentastellato. E in questa situazione tutto parte perchè, ricorda il capogruppo leghista Molinari, “sospendere i bandi non è legalmente percorribile”.
Parliamoci chiaro, siamo a un cambio di fase, al netto delle parole sulla crisi che c’è, che non c’è, perchè chi la persegue vuole addossarla all’altro, e così via secondo le classiche modalità della politique politicienne.
Comunque vada a finire questa storia, a tratti surreale, sulla Tav, il vaso si è rotto.
E la “coalizione” di governo assomiglia già a un insieme di cocci sul campo, al netto dei giochi delle parti, perchè il governo non ha più una agenda comune, ma due agende separate. Agende politiche, che vanno ben oltre questo o quel provvedimento.
Ricapitolando: Salvini, sulla Tav, ha già vinto perchè incassa quel che gli sta a cuore, al netto di come sarà infiocchettata la questione a parole. E Di Maio ha già perso, perchè, come sul caso Diciotti, è un leader che, al dunque, si trova di fronte a un bivio drammatico, identitario tra il “salvare il governo” e il “salvare l’anima”.
L’altro giorno, a margine della riunione dei suoi parlamentari, il leader M5s, preoccupato, ha chiesto a uno dei suoi: “Come ne usciamo da questa situazione?”. L’altro gli ha risposto: “In piedi”.
Perchè cedere su questo equivale a uscirne in posizione orizzontale. E dunque è costretto a “salvare l’anima”, con una mozione del giorno dopo che saranno pubblicati i bandi, anche se, per combattività di espressione, a molti la sua vis pugnandi è sembrata come la rivoluzione nella canzone di Giorgio Gaber “oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente”.
Ma la questione va ben oltre la Tav, epifenomeno di una crisi più ampia.
Rivelata dalle dichiarazioni di Gianluigi Paragone, che non ha perso la sua verve giornalistica, a proposito dei incontri di Giorgetti con i “poteri forti”, qualcuno smentito, qualcuno confermato, ma negli incontri di quel livello le smentite sono di rito, sarebbe stupefacente il contrario.
Ed è una ricollocazione politica di fondo della Lega a livello europeo, certo sul terreno dell’Alta velocità , ma che porta più lontano.
È una mutazione genetica del sovranismo alla vigilia delle elezioni europee, un processo di istituzionalizzazione, che muta il leghismo che si appresta a certificare la sua vocazione maggioritaria. E, al tempo stesso, muta il terreno su cui è stato costruito il fragile edificio di governo.
Pensate solo ai mondi incontrati da Giorgetti e pensate a chi e come aveva scritto la prima versione del contratto di governo, nel rapporto con l’Europa. È l’opposto. Si spiega così la dichiarazione di Tria sulla Tav, in contemporanea al tour del sottosegretario alla presidenza, l’atteggiamento filofrancese di Salvini, la pressione del Nord, inteso come governatori ma anche come “blocco sociale” che mai ha digerito il reddito di cittadinanza e lo vedrebbe saltare se si tornasse al voto.
È fin troppo ovvio dire che Salvini non vuole rompere, perchè semmai deve essere l’altro a farlo, ma non c’è un solo atto che rappresenti un appiglio per il suo alleato, anzi la “bontà ” delle parole con cui nega la crisi fa il paio con la “cattiveria” dei comportamenti, propri di chi ha messo nel conto le elezioni anticipate, se l’alleato, chiamiamolo ancora così, deciderà di non piegarsi.
“La crisi è già aperta” dice, vivaddio per la sincerità , Stefano Buffagni, uno dei pochi, bisogna dire la verità , che da giorni va dicendo “siamo pronti a tornare al voto”.
Voto che consentirebbe di fuggire dalla responsabilità di una manovra correttiva, praticamente già scritta nei numeri di una crescita ben al di sotto delle previsioni e negli indicatori di una realtà più testarda dei proclami. Perchè una cosa è chiara.
O si vota a ridosso delle europee. O si vota la prossima primavera, non si sono mai viste le elezioni a settembre e i comizi sotto gli ombrelloni. Dunque, dopo una manovra assai complicata. Un altro tunnel, ben più complicato della Val di Susa.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 8th, 2019 Riccardo Fucile
“LUNEDI’ PARTONO I BANDI? MARTEDI’ PRESENTIAMO UNA RISOLUZIONE IN PARLAMENTO PER DIRE NO ALLA TAV”… BUFFAGNI: “LA CRISI E’ GIA’ APERTA”… SALVINI MINIMIZZA PERCHE’ HA PAURA DI FINIRE IN GALERA: IL 20 SI VOTA SULL’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE
“Se Salvini decide davvero di rifiutare il dialogo, lunedì partono i bandi, e il giorno dopo presentiamo noi una risoluzione in Parlamento per dire no al Tav”. È su questa linea che la war room di Luigi Di Maio riunita a Palazzo Chigi si alza e si dirige verso la sala stampa di Palazzo Chigi.
Il capo politico del Movimento 5 stelle si presenta con gli occhi scavati da poche ore di sonno, evidentemente spiazzato dalla mossa del collega vicepremier, che ha fatto le valige ed è tornato a Milano salutando tutti e dando appuntamento a lunedì.
È in quel preciso momento della mattinata che cala il buio in casa 5 stelle, con il leader e gli sherpa pronti a una tre giorni di girandole di incontri in vista della pubblicazione delle manifestazioni di interesse che avverrà il primo giorno della prossima settimana, e costretti a rivedere improvvisamente la strategia.
Perchè fonti 5 stelle e di Palazzo Chigi fin dal mattino accreditavano un vertice serale, salvo poi cambiare improvvisamente versione dopo la porta sbattuta in faccia dal segretario della Lega.
“La crisi è a un passo”, ammette candidamente uno dei più stretti collaboratori del leader pentastellato. “La crisi è già aperta”, lo sorpassa a destra Stefano Buffagni.
I toni si fanno sempre più forti fino a quando interviene Salvini con una nota: “Nessuna crisi di governo, nessuna nostalgia del passato. Con il buonsenso si risolve tutto”.
E a stretto giro ecco Di Maio: “Io voglio che si rispetti il contratto e non si faccia cadere il governo, questo è buonsenso”.
La reazione di Di Maio, per indole e per difficoltà , non è violenta. Risponde alle domande dei giornalisti battendo sul tasto del rispetto del contratto, della lealtà , dell’attesa di un weekend di lavoro.
È iniziato il gioco del cerino. I 5 stelle sono all’angolo, e l’exit strategy è tra le più complicate. Ma non hanno alcuna intenzione di forzare la mano.
Un Consiglio dei ministri potrebbe deliberare il blocco dei bandi. I pentastellati avrebbero la maggioranza, il governo esploderebbe per un atto unilaterale.
Così la strategia è diversa: se il pressing su Salvini (che non è nuovo alla tattica dell’eclissamento meneghino quando la tensione si alza) fosse infruttuoso i bandi partissero pure. “Noi però il giorno dopo portiamo in Parlamento un voto sul Tav. E se Salvini lo vota insieme a Berlusconi e Zingaretti sarà lui ad assumersi l’onere della crisi”.
Il momento è delicatissimo, la posizione tra le più complicate.
Beppe Grillo e Alessandro Di Battista (il quale se lo scenario rimanesse questo starebbe valutando in silenzio una candidatura europea) hanno fatto arrivare i propri messaggi di approvazione della linea del leader.
E un intervento, più di tutti, ha colpito il vicepremier nell’assemblea fiume dei parlamentari tenutasi giovedì sera.
Quello di Alberto Airola, dna no-Tav per eccellenza, che ha minacciato di andarsene in caso di sì all’opera, che ha ingoiato a forza il rospo della Diciotti. “Lo sapete che io sono una testa dura su questo — il senso del discorso di Airola — ma sono orgoglioso di come il Movimento sta affrontando questa situazione”.
Luigi Gallo, uomo vicino a Roberto Fico, in piena notte tuonava: “Se qualcuno si è detto stanco di questo modo di procedere con la Lega? Ma tutti!”.
E su un possibile congelamento dei tempi ha sfornato quasi un aforisma: “Ogni passo in più che si fa in avanti costa un po’ più di fatica tornare indietro”.
“Noi lo sappiamo perfettamente che i bandi si potrebbero sospendere — spiega un colonnello del capo — ma ormai ci siamo spinti troppo in là . Qualsiasi cedimento sul punto farebbe esplodere gli uomini di Roberto”. E proprio su questo Di Maio ha lanciato un messaggio in bottiglia: “La sospensione? In gioco ci sono i soldi degli italiani, voglio garanzie che si faccia sul serio”
Il vicepremier ha condiviso una serie di ragionamenti con i suoi, e anche a una cena tenutasi nella notte di giovedì.
Presenti Alfonso Bonafede, Stefano Patuanelli, Francesco D’Uva e Sergio Battelli, luogotenente con delega all’Europa. Rompere adesso sarebbe complicatissimo. Si andrebbe incontro a un ridimensionamento sicuro dei voti, e alla necessità di un’ulteriore svolta a 360° sulla regola dei due mandati (già messa in conto).
Ma sul piatto della bilancia c’è il momento in cui, mai come prima, il corpaccione dei parlamentari 5 stelle si è saldato attorno al capo, e l’argomento della possibile rottura facile volano da campagna elettorale.
“Che succede se la questione si ripresenta, mettiamo, dopo le europee, con Luigi sfibrato dall’aver dato il via libera ai bandi e Salvini che ripropone lo stesso schema. Lì non ne usciremmo veramente”.
Sì, la questione è tutta politica perchè la geometria con cui i 5 stelle stanno costruendo i prossimi giorni prevede al momento che, al netto di colpi di scena, lunedì si avvii il Tav, e che solo dopo i 5 stelle cerchino la certificazione che l’alleato vuole far saltare il banco.
Con il gran treno della Torino-Lione che avrebbe già mosso i propri passi, guardando seraficamente dal finestrino i governi che verranno.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 8th, 2019 Riccardo Fucile
LA TATTICA DELLA FUGA GLI E’ CONGENIALE, I PRECEDENTI SU PRESCRIZIONE E DECRETO FISCALE
Quando il gioco si fa duro, i duri abbandonano il campo. 
Sembra una tattica studiata quella di Matteo Salvini di smentire all’istante le ipotesi di nuovi e – almeno nelle intenzioni di chi le fa filtrare – risolutivi vertici di governo quando le cose nella compagine gialloverde iniziano a mettersi così male da far rimbalzare più volte l’espressione “crisi di governo”.
Di fronte allo stallo sulla Tav e in seguito ad alcune indiscrezioni che fissavano per questa sera un altro vertice con il premier Conte e l’omologo Di Maio per venire a capo della faccenda, il vicepremier leghista ha tagliato corto: “Oggi non c’è nessun vertice, ne riparliamo lunedì”. Problema: lunedì il Consiglio di amministrazione di Telt, la società italofrancese incaricata di costruire il tunnel ferroviario, dovrebbe pubblicare i bandi per 2,3 miliardi di appalti necessari all’avvio dei cantieri del tunnel di base.
Proprio quello che i 5 Stelle, come certificato dopo l’incontro di Di Maio con i suoi parlamentari ieri sera, non vogliono. “Non si possono vincolare i soldi degli italiani se non si arriva prima a una decisione”, ha detto il vicepremier grillino in una conferenza stampa a Palazzo Chigi convocata per l’occasione. “Quindi non mi si può dire ci rivediamo lunedì. Questo è un weekend che deve essere di lavoro”. Di Maio ha perciò chiesto al premier Conte di “non vincolare” risorse pubbliche.
Salvini però non ha avuto fretta nel rispondere al suo alleato di governo, per cui non è dato sapere come M5S e Lega pensano di uscire indenni dal week-end.
Mentre si fa strada l’ipotesi, avanzata dal leghista Siri, di pubblicare i bandi lunedì “con la clausola di dissolvenza prevista dal diritto francese”, emerge però una costante nelle reazioni di Salvini nelle fasi di maggior frizione con M5S: quella di chiudere la porta accampando altri impegni come giustificazione.
Così è successo, ad esempio, in occasione dello scontro più duro prima di quello odierno sulla Tav.
A ottobre scorso scoppia il caos sul decreto fiscale: Di Maio va nel salotto televisivo di Bruno Vespa e denuncia la manomissione del testo ad opera di una “manina” leghista, con l’introduzione di una maxisanatoria con annessa depenalizzazione dell’antiriciclaggio. I toni si fanno accesi, con accuse reciproche su presunti “aggiustamenti” successivi all’approvazione collegiale e su altrettanto presunte incapacità di comprensione elementare del testo letto ad alta voce in Cdm: “Conte leggeva e Di Maio scriveva”, disse Salvini.
Giovedì 18 ottobre si fa quindi largo la possibilità di un vertice risolutivo convocato per sabato, ma il leader del Carroccio nega: “Consiglio dei Ministri? Io sabato ho l’appuntamento con la Coldiretti e soprattutto con i miei figli. Il Paese è importante ma sono importanti anche i figli”, dice da Bolzano, dove si trova per la campagna elettorale per le Regionali.
“Spero che smettano tutti di fare polemiche, non possiamo convocare consigli dei ministri per riapprovare decreti già approvati ma chiamerò Conte che è una persona squisita”.
Per quanto squisita, il premier non gli risparmiò una replica piccata: “Se ci sarà Salvini al Cdm di sabato non lo so, perchè c’è anche la campagna elettorale al Nord. Il Cdm si svolgerà , l’ho convocato io, il premier sono io e decido io che si svolga un Cdm”. Alla fine, per la cronaca, il leader della Lega decise di partecipare al vertice.
Il mese successivo si imponeva la necessità di un altro imprevisto vertice dopo le nuove frizioni tra gli alleati, questa volta sulla riforma della prescrizione. I grillini hanno provato a inserirla attraverso un emendamento parlamentare al Ddl Anticorruzione ma la mossa fatta “dalla sera alla mattina” lascia di stucco i leghisti. La preoccupazione dei 5 Stelle è, in sintesi, quella di restare “fregati”, dando il via libera al Senato al decreto Sicurezza di matrice leghista ma restando indietro alla Camera sulla riforma della prescrizione di matrice grillina.
L’emendamento viene ritirato e poi riformulato ma è chiaro che senza un confronto tra Di Maio e Salvini non se ne fa nulla.
Il 6 novembre entrambi sono ritornati dai rispettivi viaggi, il primo dalla Cina, il secondo dal Ghana. Spuntano le solite indiscrezioni che vogliono a breve un chiarimento tra i due ma il leghista prontamente smentisce: “Ma quale vertice! Stasera vedo la Champions. Ho un vertice con rigatoni, ragù e Champions League”, dice.
Il giorno seguente, stessa storia: “Con Di Maio ci vediamo domani, il mio obiettivo è arrivare a domani sera senza litigi, guardare Betis-Milan e portare a casa almeno un pareggio. E poi domani c’è pure il Consiglio dei ministri”, ma “stasera sono libero”.
Dopo due giorni, Salvini è presente di buon mattino al vertice con Di Maio a Palazzo Chigi: il grillino in una intervista al Fatto Quotidiano aveva appena messo in chiaro che “o si trova l’accordo sulla prescrizione o salta il Governo”.
Al termine della riunione il compromesso dà il via libera all’inserimento della riforma nel ddl Anticorruzione, ma solo a partire dal 2020.
Nessuno, però, in realtà ha ben chiari i termini dell’accordo: secondo M5s la nuova prescrizione scatta automaticamente a partire dal 2020, secondo la Lega è subordinata comunque all’approvazione della riforma Bonafede sul processo penale. In altre parole: un pasticcio politico. Sulla Tav si va lentamente delineando uno scenario simile, attraverso le “clausole di dissolvenza” per la pubblicazione dei bandi.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 8th, 2019 Riccardo Fucile
NE’ PREOCCUPAZIONE, NE’ MEDIAZIONE… NON STA CADENDO IL PAESE, AL MASSIMO CADE UN GOVERNO
Cosa pensi, in cuor suo, il capo dello Stato di un governo che rischia di cadere su una galleria e di questa gigantesca confusione, a pochi giorni dalla presentazione dei bandi per avviare i cantieri, dopo mesi di chiacchiere allegre, è immaginabile. Ma non è oggetto di questo articolo.
Lo è invece cosa intende fare Mattarella nelle prossime ore, per scongiurare un’eventuale crisi, o come abbia in mente, nel caso, di affrontarla.
O se ha intenzione, in queste ore, di ricorrere alla proverbiale moral suasion per impedire una figuraccia in mondovisione di un governo che in modo goffo e scomposto mette a rischio impegni sottoscritti e votati dal Parlamento.
E la risposta è nulla. Proprio così: nulla.
Non c’è nè un clima di preoccupazione — voi sapete: il presidente è sempre preoccupato per definizione, quando c’è uno snodo politico, stavolta no – nè c’è un tentativo di mediazione in atto, come pure avvenuto in altri momenti, come sulla manovra quando, sia pur con discrezione, il capo dello Stato fu un soggetto attivo nel comporre uno scontro deflagrante con l’Europa, nei giorni in cui lo spread bruciava titoli di Stato.
Questo “stare a guardare” dice molto. E non tanto che, in fondo, non pensa che gli eventi possano precipitare nei prossimi giorni e che, come spesso accade in questo governo, c’è una sproporzione tra parole ultimative e compromessi dell’ultimo istante. Magari finirà così anche questa volta. Sono altri tempi.
Nella Prima Repubblica, il governo sarebbe caduto in diretta tv ieri sera, alle prime dichiarazioni di Salvini e Di Maio, altri tempi.
La lontananza del capo dello Stato da questa vicenda dice, semplicemente, che Mattarella non vuole sporcarsi le mani in questo pantano.
Non sta cadendo il Paese, eventualmente cade un governo, oppure non cade, comunque la responsabilità ricade sui suoi protagonisti. Il che può avvenire per mille ragioni.
Quelle che si vedono, come la Tav o magari quelle che non si vedono, perchè una eventuale crisi oggi, poichè equivarrebbe al ritorno al voto, consentirebbe di evitare uno scoglio che già si intravede all’orizzonte, al netto della retorica dell’anno bellissimo. Ovvero quella “manovra correttiva” praticamente già scritta nei numeri di una crescita ben al di sotto delle previsioni e negli indicatori di una realtà più testarda dei proclami.
A dirla tutta sono apparsi anche un po’ patetici i tentativi di tirare in mezzo il capo dello Stato, come se in questa vicenda fosse un soggetto attivo. Addirittura i ben informati nei Palazzi raccontano che la conferenza stampa di Conte pomeridiana sia stata chiesta proprio per evitare che, una volta salito al Colle per il Consiglio supremo di Difesa, si lasciasse “avvolgere da Mattarella” lasciando solo Di Maio su una posizione oltranzista.
Se la situazione dovesse precipitare, e fino a quel momento non resta che aspettare e guardare, senza cambiare agende e programmi, a quel punto si muoverà come prevede la Costituzione e una lunga prassi.
Se c’è una maggioranza che vuole andare avanti, si va avanti, se c’è una maggioranza per il “voto” non farà nulla per impedirlo, limitandosi a certificare le posizioni, senza che ciò appaia a favore di uno o dell’altro.
Sbaglia chi gli attribuisce, altro riflesso condizionato, la volontà di tenere questo Parlamento, a dispetto dei santi e degli umani.
Un conto era lo scioglimento lo scorso anno, a legislatura iniziata, un conto sarebbe oggi. Finchè il quadro non precipita sta olimpicamente a guardare. Atteggiamento che contiene un giudizio incorporato.
Quello di una situazione che, parafrasando Flaiano, in attesa di capire quanto sia grave, non è seria.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 8th, 2019 Riccardo Fucile
IGNOBILE SCENA ALL’USCITA DAL COMMISSARIATO: PARENTI E AMICI ACCLAMANO I DELINQUENTI, LA POLIZIA STA A GUARDARE
Nella zona di San Giorgio a Cremano, si è consumata la violenza sessuale ai danni di una ragazza
di 24 anni nell’ascensore della circumvesuviana.
Gli aggressori sono stati tre e sono stati tutti riconosciuti. Si tratta di Antonio Cozzolino, Alessandro Sbrescia e Raffaele Borrelli.
I tre protagonisti della vicenda sono stati trattenuti in commissariato dalle ore 2.00 alle ore 8.30 del mattino.
Al termine dell’interrogatorio, i tre ragazzi sono usciti e sono stati acclamati dalla folla di parenti e conoscenti che li attendeva.
Fuori dal commando di polizia, infatti, c’erano, parenti, conoscenti e amici che hanno incominciato a piangere e a mostrare nei confronti dei tre aggressori segni di approvazione e conforto
Un padre ha anche applaudito. E loro hanno sorriso.
Una scena penosa che deve interrogare tutti e far pensare a quanto peso abbia la responsabilità dei genitori rispetto ai figli che commettono atti violenti o criminali.
Tra i tre, scrive Il Mattino, è “Sbrescia a farsi notare maggiormente per la propria esuberanza. Una caratteristica sempre al limite tra stravaganza e illegalità , visti i precedenti per droga che il ragazzo, classe 2001, vanta a curriculum.
Uno dei tre è figlio di una famiglia benestante dei quartieri alti.
Il consigliere regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli ha preso un’iniziativa: “Uno dei capitoli più inquietanti della triste vicenda dello stupro nella stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano sono gli applausi e gli incoraggiamenti rivolti ai colpevoli dai genitori. Scene censurabili che vanno ben oltre l’accettabile. Abbiamo dato mandato all’avvocato Angelo Pisani per valutare gli estremi per l’avvio di un’azione legale che permetta di censurare l’atteggiamento di queste persone. Allo stesso tempo sto valutando gli estremi per procedere con un’azione volta a chiedere la revoca della patria potestà e della capacità genitoriale dei soggetti che hanno incitato e applaudito i figli, accusati di un reato particolarmente grave”.
(da agenzie)
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