Luglio 16th, 2021 Riccardo Fucile
IN TRE GIORNI I RISULTATI DI TRE SETTIMANE, MA IN ITALIA IL “GOVERNO DEI MIGLIORI” CONTINUA A RINVIARE E AD ASCOLTARE DEGLI IMBECILLI
La decisione di Emmanule Macron, presidente francese, ha avuto un effetto dirompente sulla campagna vaccinale in Francia.
Dal momento in cui il Presidente ha comunicato che i luoghi pubblici saranno accessibili solo a chi è in possesso del green pass, il numero di cittadini che ha deciso di vaccinarsi è aumentato vertiginosamente.
Sono stati oltre tre milioni i francesi che hanno preso un appuntamento per immunizzarsi contro il covid-19, dopo che lunedì sera è stata annunciata la nuova policy nel paese.
A quanto scrive le Figaro, ben 2,6 milioni di francesi si sono iscritti su Doctorlib, il principale portale per fissare l’appuntamento per il vaccino. La sera stessa di lunedì lo hanno fatto in 874.400, martedì sono stati oltre 1,3 milioni e mercoledì 432mila. Praticamente si tratta dello stesso numero di appuntamenti registrati nelle tre settimane precedenti
La stragrande maggioranza di chi si è precipitato a vaccinarsi è giovane: il 60% di chi ha preso l’appuntamento per la prima dose ha meno di 35% e oltre l’85% ne ha meno di 50. Con gli appuntamenti presi su altre due piattaforme, Keldoc e Maiia, si arriva a 3,1 milioni di registrazioni per farsi vaccinare.
Nonostante la grande soddisfazione del governo, e il plauso della comunità internazionale, gli imbecilli sono scesi in piazza.
Il messaggio lanciato dalla Francia ha riacceso il dibattito in tutta Europa.
In queste ore anche l’ex esponente dei gillet gialli Chalençon ha attaccato il presidente Macron,”Ha dichiarato la guerra al popolo francese e continua sulla sua strada, quella che ha innescato i gilet gialli. L’obiettivo del presidente francese è la costituzione di un nuovo ordine mondiale e la distruzione degli Stati sovrani”.
Nonostante le opposizioni però sembra che la decisione presa dal governo transalpino abbia riscosso il successo desiderato.
In Italia si studia in questi giorni un modo per applicare la stessa scelta, tarandola sulle presunte esigenze del nostro paese. Le solite cazzate.
(da agenzie)
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Luglio 16th, 2021 Riccardo Fucile
INFATTI, VERREBBE MENO LA DIFFIDENZA DI CHI ADESSO LI EVITA, MA VALLO A FAR CAPIRE AGLI IGNORANTI
Ancora non è stato deciso nulla, anche se alcuni esponenti del governo (vedi il
sottosegretario alla Salute Sileri) ne hanno iniziato a parlare con insistenza.
L’ipotesi di imitare la Francia (e la Grecia, in parte) per quel che riguarda la certificazione verde per accedere ai locali al chiuso potrebbe diventare il prossimo tema di discussione all’interno del Consiglio dei Ministri.
Si parla, soprattutto, di green pass ristoranti per far accedere all’interno delle strutture (al chiuso) solamente cittadini vaccinati (o con tampone negativo, o certificato di Covid superato). Un’idea che sembra piacere anche ad alcuni tra i principali chef stellati italiani.
Nomi e ristoranti noti. C’è Carlo Cracco che al Corriere della Sera ha dichiarato:
“Poter garantire una sala sicura è il nostro sogno. Un ristorante Covid-free sarebbe bellissimo. Secondo me non è necessario avere il Green pass nelle aree esterne, nei dehors, ma se la misura passasse per le sale interne io non avrei problemi. Tutto pur di non richiudere per una nuova ondata di contagi”.
E sulla stessa lunghezza d’onda troviamo anche Niko Romito, titolare del ristorante “Reale” a Castel di Sangro (in Abruzzo):
“Quasi tutte le persone che entrano da me hanno già fatto la prima dose o addirittura la seconda. Credo che il Green pass al ristorante non cambierebbe nulla in termini di numero di clienti, anzi aiuterebbe le persone a capire che vaccinarsi è importante, per sé stessi e per gli altri. Non la vedo come una misura limitante, insomma, per me è corretto che nei luoghi pubblici si debba dimostrare di aver preso precauzioni contro il Covid”.
L’ipotesi (perché, al momento, non c’è nulla di definito e definitivo), dunque, sembra piacere ai volti più celebri della ristorazione italiana.
Al coro di Cracco e Romito, infatti, si aggiungono anche altre due voci. Lo chef Giancarlo Prebellini, in un’intervista rilasciata ad Huffington Post, ha candidamente affermato: “È comunque meglio chiedere il Green pass ai clienti piuttosto che vivere la situazione in cui siamo”.
Un pensiero condiviso anche dallo chef Pino Cuttaia: “Secondo me, non diminuirebbe il numero degli ospiti, anzi: questa modalità farebbe crollare le diffidenze di tanti che oggi non escono a mangiare fuori per la paura di essere esposti al virus”.
(da Huffingtonpost)
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Luglio 16th, 2021 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO REPUBBLICANO ERA RICATTABILE PER DIVERSI MOTIVI E “MENTALMENTE INSTABILE”
Cosa c’è di vero nella notizia pubblicata dal “Guardian” secondo cui all’inizio del 2016 Putin autorizzò i servizi russi a compiere un’azione di spionaggio e disturbo per sostenere Donald Trump, allora candidato repubblicano alla Casa Bianca contrapposto alla democratica Hillary Clinton?
Non è solo il risultato finale che, inaspettatamente, diede la vittoria a Trump dopo che i sondaggi avevano previsto un buon successo della Clinton, a farci ritenere che la notizia dell’autorevole giornale inglese, accompagnata da una dettagliata documentazione, sia un’informazione rispondente alla realtà.
Da tempo, e già nella campagna elettorale del 2016, circolavano voci e notizie che il candidato repubblicano era appoggiato dai russi che lo preferivano alla Casa Bianca non solo perché “mentalmente instabile” al punto tale da generare un’esplosione sociale che avrebbe indebolito gli Stati Uniti, ma soprattutto, per il fatto di essere ricattabile per diversi motivi.
Il primo riguardava una documentazione in possesso del Cremlino di comportamenti sessuali anomali che l’imprenditore edile americano aveva tenuto durante le visite in Russia, cosa del tutto probabile in considerazione che la trappola sessuale è un tipico strumento dello spionaggio.
Il secondo riguardava una questione finanziaria di debiti che Trump avrebbe contratto per iniziative imprenditoriali all’estero, debiti che erano stati ripianati con un intervento straordinario di una banca cipriota controllata dai russi.
Il terzo motivo, che poi è quello originario, riguarda l’ipotesi che Trump in tempi lontani sia divenuto “amico e collaboratore” dei russi ingaggiato tramite il padre cecoslovacco della sua prima moglie, che poi è divenuto fortunosamente candidato di successo alla presidenza.
Né io né altri possiamo essere certi che la documentazione apparsa in Inghilterra, per quanto sia stata verificare da esperti che l’hanno giudicata attendibile, sia davvero autentica e non sia stata invece prodotta da altri Servizi nel momento in cui è scoppiata una “guerra tiepida” tra Stati Uniti e Russia sull’attività degli hacker che già allora avevano rubato la posta elettronica dei democratici.
Ma non possiamo far finta che la notizia non esista. E che quella destabilizzazione che i russi volevano innescare tramite Trump non abbia avuto un seguito così drammatico da mettere in questione su iniziativa di Trump la credibilità degli Stati Uniti.
(da Huffingtonpost)
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Luglio 15th, 2021 Riccardo Fucile
RAPPORTO DELLA DDA DI ROMA: IL GIORNO PRIMA DELLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE L’INCONTRO INTERCETTATO DALLA PROCURA ANTIMAFIA
È il 4 giugno 2016. Il giorno prima delle Amministrative a Latina. 
Raffaele Del Prete, secondo la Dda di Roma e la Procura pontina, sta ultimando la raccolta dei voti per Matteo Adinolfi, oggi eurodeputato della Lega, allora candidato al Comune con “Noi con Salvini”.
Quel giorno l’imprenditore, finito ai domiciliari martedì insieme al suo collaboratore Emanuele Forzan con l’accusa di scambio elettorale politico-mafioso, riceve nel suo ufficio Silvana Di Silvio e suo marito Luca Troiani.
Di Silvio non è un cognome qualunque a Latina: a portarlo sono gli esponenti di un clan definito mafioso dalla sentenza con cui la Cassazione a giugno a confermato le condanno ai due pentiti sulle cui dichiarazioni si basano questa e altre importanti inchieste: Renato Pugliese e Agostino Riccardo.
La Di Silvio e Troiani, ingolositi dai pagamenti che Forzan sta facendo negli ultimi giorni a Riccardo – trait d’union tra il clan e l’imprenditore –, offrono a quest’ultimo un pacchetto di voti.
Del Prete li sta raccogliendo, è la tesi dei pm, per fare eleggere Adinolfi, anche lui indagato per scambio elettorale politico-mafioso: in cambio punta agli appalti dei rifiuti nel capoluogo.
Così i due prendono carta e penna e, intercettati, si mettono a contare, facendo “i nomi delle persone che avrebbero votato”. Alla fine le preferenze sono 9.
In cambio Troiani, attivo nel settore della plastica, chiedeva a Del Prete due facilitazioni: una nei rapporti con una ditta toscana intenzionata a comprare da fornitori locali e l’altra nella sostituzione di un cassone dei rifiuti in un centro commerciale.
“Va bene”, acconsente Del Prete, l’importante era che i 9 votassero “solo per Adinolfi”. Che, poco dopo, entrava nell’ufficio.
Del Prete fa subito le presentazioni: “Matte’, lui è Luca”, dice l’imprenditore al politico, “ci dà una grande mano”. E assicura: i voti “se so’ nove, so’ certificati”.
“Poi se ci sta qualcuno in più te lo facciamo sapere”, aggiunge Silvana. Quando i due escono Adinolfi si informa: “Come si chiama? Io lei la conosco, mi sa”. Del Prete fa il nome: “ Lei è Di Silvio”. “Per dinci, Di Silvio proprio?”, domanda l’allora meravigliato candidato di Noi con Salvini. “Sì, Silvana Di Silvio”. “Non sembra una Di Silvio lei, però, eh”, commenta il politico. Però lo è, figlia di Antonio e parente di Ferdinando detto “Il bello”, ucciso da un’autobomba il 9 luglio 2003. Suo marito Luca è un noto pregiudicato, che pochi giorni prima dell’attentato era stato ferito a colpi d’armi da fuoco.
Adinolfi, annotano gli inquirenti, era “consapevole che fra le persone impegnate a sostenere la sua candidatura Del Prete avesse reclutato anche la coppia (…) evidentemente inserita nell’omonima famiglia, fatto che stupiva il candidato, ma al tempo stesso non sembrava preoccuparlo”. Raggiunto dal Fatto l’europarlamentare ha preferito non commentare.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 15th, 2021 Riccardo Fucile
ENNESIMA SPARATA SENZA SENSO PER NON PARLARE NEL MERITO DELLA NORMA
La senatrice leghista Erica Rivolta aveva cominciato il suo intervento di questa mattina al Senato definendo il dibattito sul Ddl Zan un mero esercizio oratorio, a cui lei evidentemente non deve aver preso parte.
Senza un ben preciso motivo, nel corso della sua relazione la senatrice Rivolta comincia una disamina sull’importanza del rispetto e il ruolo fondamentale che questo ha nella società moderna. E fin qui, nulla da dire.
Poi il discorso prende una piega diversa, ed ecco che nel dibattito sul disegno di legge immaginato per tutelare la gente da reati per omotransfobia subentrano una serie di altri elementi che davvero poco hanno a che fare con l’oggetto della discussione in aula.
Prima il bullismo, ancora una volta citando i “grassi” come il collega di Forza Italia ieri. Giorni difficili per chi è in sovrappeso.
Poi il richiamo all’assenza di educazione e al rispetto che manca. Fino ad ora uno slogan per il Ddl Zan, sarebbe lecito pensare.
E’ sempre la stessa Senatrice che sottolinea l’importanza della famiglia, forse dimenticando che nel copione leghista si specifica sempre che siano necessario un papà e una mamma perché se ne parli.
Poi l’intervento entra nel vivo. Rivolta evidenzia come la violenza ci sia “anche nelle famiglie del Mulino Bianco”, forse facendo una bieco riferimento alla vicenda che ha interessato in questi ultimi mesi Beppe Grillo. Poi il cuore del suo discorso.
Secondo la Senatrice della Lega il dibattito sul Ddl Zan coinvolgerebbe il tema dello stupro, da parte di gente di buona famiglia, attraverso le pilloline nelle bottiglie.
Come, quando e perché questo sia stato affrontato nel corso del dibattito d’aula non è lecito saperlo.
(da NextQuotidiano)
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Luglio 15th, 2021 Riccardo Fucile
SANCITO L’ACCORDO, VIA AL NUOVO PRESUNTO CORSO
Incontro a Marina di Bibbona, in provincia di Livorno, tra Beppe Grillo e Giuseppe
Conte.
Il ‘padre’ del M5S e l’ex premier sono stati a pranzo insieme in un locale della località di mare dove il comico possiede Villa Corallina, il ristorante il Bolognese da Sauro.
Grillo e Conte, accompagnati solo dagli uomini della scorta, si sono presentati alle 14.30. Hanno ordinato un antipasto di pesce e una spigola al forno con verdure, conversando tra loro, sarebbe stato notato, in un clima molto cordiale. Alle 16 erano sempre al tavolo, in attesa del dolce preparato da Celeste, figlia del proprietario.
Si tratta di un appuntamento fondamentale per dare il via al nuovo corso del M5S dopo l’annuncio dell’accordo trovato tra i due, comunicato da Vito Crimi ai parlamentari in assemblea domenica scorsa.
La prossima tappa adesso è la pubblicazione sul sito del Movimento del nuovo Statuto, che poi va votato dall’assemblea degli attivisti 15 giorni dopo. Ma prima di questo, appunto, c’era la pace de visu.
E anche una preventiva discussione sui possibili esponenti del M5S che faranno parte degli altri nuovi organismi che coadiuveranno l’ex presidente del Consiglio alla guida del Movimento.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2021 Riccardo Fucile
IL PARTITO DELLA MELONI FUORI DALLA RAI… LE CONTRADDIZIONI DI FDI, ALL’OPPOSIZIONE MA ANCHE ALLEATO
Guido Crosetto, co-fondatore di FdI, oggi fuori dal Parlamento. Nei giochi del cda Rai resta escluso proprio il consigliere del partito di Giorgia Meloni, mentre entrano i nomi di Lega e Fi. FdI è stata fregata dagli alleati?
Ci sono letture diverse del voto di ieri. In primis quella istituzionale: è la prima volta nella storia della tv pubblica che all’opposizione non è dato nemmeno un diritto di tribuna. E’ il vulnus più grave, senza entrare nei rapporti con gli altri partiti di centrodestra e con il governo”
Non esiste una norma che imponga un consigliere di opposizione.
No, ma esiste un’impalcatura complessiva di pesi e contrappesi democratici. Poi certo: nei rapporti interni al centrodestra qualcosa non ha funzionato, qualcuno – Lega e Fi – ha forzato e qualcun altro – FdI – ha subito.
E’ il bis della situazione al Copasir. Ma non è anche colpa di FdI che sta con un piede all’opposizione e con l’altro dentro un’alleanza con due partiti di governo? Cosa si aspettavano di diverso?
Scusi, ma un partito che ha legittimamente deciso per motivi politici di non far parte della grande coalizione che oggi governa, cosa dovrebbe fare? Harakiri? Certo che è il bis del Copasir. Sta emergendo nel centrodestra il problema che FdI ha evidenziato da subito, e difatti Meloni aveva proposto l’intergruppo parlamentare per sedersi a un tavolo e sciogliere i nodi che si sarebbero posti ogni giorno accettando l’idea di governare con gli avversari. Se Lega e Fi avessero detto sì, oggi secondo me non ci sarebbero questi problemi. Invece, c’è una contraddizione che è diventata una ferita e che si allarga ogni giorno.
E si allargherà ulteriormente, se leghisti e azzurri vanno avanti sulla strada della federazione?
Le scelte politiche di alto livello non sono mai origine dolosa di problemi ma le scelte di spartizione di potere, se fatte contro gli alleati, alla fine lasciano un segno. Spero che nei prossimi giorni ci sia un chiarimento politico. Osservo questa partita dall’esterno, ma mi sembra necessario che i partiti coinvolti si confrontino. Se questa ferita non verrà sanata farà infezione. E’ stato fatto uno sfregio all’opposizione, dalla maggioranza e dai sedicenti alleati politici. Attenzione però: gli esecutori materiali sono stati Lega e Fi ma spetta a tutta la maggioranza farsi carico della minoranza e non si può liquidare il tutto come una problematica interna al centrodestra.
Come sanarla, questa ferita? L’azzurro Elio Vito ha chiesto che sia attribuita a FdI la presidenza della Vigilanza, che oggi è guidata da Fi con un ulteriore corto circuito tra controllante e controllato. Lei è d’accordo?
E’ una proposta giusta. FdI non l’ha mai rivendicata, si sarebbe accontentata della situazione come era prima. Adesso non so cosa succederà. Conseguenze politiche saranno inevitabili: nella vita se prendi uno schiaffo, lo restituisci.
(da Huffingtonpost)
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Luglio 15th, 2021 Riccardo Fucile
IMPLODE IL CENTRODESTRA SUL CDA, CON LA MELONI RIMASTA FUORI
La mossa in anticipo di Mario Draghi, che la settimana scorsa di concerto con il
ministro dell’Economia Daniele Franco ha scoperto le carte sul rinnovo del Cda Rai, ha spiazzato quasi tutti i partiti.
Dal Parlamento la partita si sarebbe volentieri posticipata, ma il premier non era dello stesso avviso: dopo l’annuncio, oggi il Consiglio dei ministri ha proceduto alle nomine di Carlo Fuortes come amministratore delegato e di Marinella Soldi in qualità di presidente.
A quest’ultima serviranno ora i due terzi dei voti in Commissione di vigilanza per ottenere l’incarico. I 5 stelle mugugnano, ventilando il rischio di responsabilità sull’indagine che ha coinvolto Matteo Renzi e Lucio Presta per il documentario “Firenze secondo me” trasmesso da Discovery, del quale Soldi è stata ai vertici. Non sono bastate le smentite dell’interessata, all’epoca come anche in questi giorni: “La decisione, la negoziazione dei diritti ed ogni atto propedeutico alla realizzazione del documentario sono estranei alla mia persona, in quanto verificatesi successivamente alla mia uscita dal Gruppo Discovery, effettiva dal 1 ottobre 2018”.
Serpeggiano i dubbi tra i pentastellati, il senatore Alberto Airola ammette le sue “enormi riserve”. Ma alla fine il segnale non arriverà: “Non avrebbe senso con i giochi già fatti – dice un pentastellato di governo – ingoieremo il boccone, che non ci piace, e andremo avanti”.
Senza ancora un capo legittimato, i 5 stelle faticano a trovare una linea, qualunque essa sia. Il consigliere d’amministrazione votato da sei commissari su otto, Antonio Palma, è stato scartato su imposizione di Giuseppe Conte per tramite di Vito Crimi per fare spazio ad Alessandro Di Majo, avvocato gradito all’ex premier. I gruppi sono sfibrati e delusi, le forze si concentrano sulla vituperata riforma della giustizia, difficile un colpo di testa sulla presidenza Rai, anche per lo sgarbo istituzionale che deriverebbe da un atto così palesemente ostile nei confronti di Draghi.
Tuona l’Usigrai, il sindacato interno, che grida alla lottizzazione, contro una legge che “consente ai partiti di prendersi tutto il banco”. E il banco in effetti è stato preso, ma quel meccanismo perfetto che era stata la lottizzazione si inceppa di fronte allo spariglio di Draghi.
Sbandano i 5 stelle, implode il centrodestra. Che si racconta unito, Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia a braccetto cantando, ma si muove in ordine sparso. Il Carroccio e gli azzurri si spartiscono la torta da forze politiche che appoggiano il governo, Giorgia Meloni e i suoi rimangono tagliati fuori.
Vengono eletti Igor De Biasio in quota via Bellerio e Simona Agnes per le truppe di Silvio Berlusconi. Matteo Salvini manda avanti il responsabile Editoria del partito, Alessandro Morelli: “I due unici consiglieri indicati dal centrodestra lavoreranno per garantire il pluralismo”.
C’è una critica non proprio velata a Soldi e Fuortes, considerata vicina a Renzi, la prima, “un amico di Veltroni” il secondo, che pur gode di approvazione bipartisan, con felicitazioni che sono arrivate, per esempio, anche da Virginia Raggi e Carlo Calenda. Ma c’è soprattutto un messaggio ai sodali di Fdi.
Non basta, decisamente non basta. “Serve un riequilibrio, altrimenti c’è una deriva totalitaria” tuona Fabio Rampelli, meloniano di lungo corso e vicepresidente della Camera, che invoca un intervento “delle massime autorità italiane”, qualunque cosa significhi. Viene convocata in tutta fretta una conferenza stampa, Ignazio La Russa sbotta: “La Russa sbotta: “Mai nell’Italia repubblicana si era arrivati a una Rai monocolore, anche se i colori della maggioranza sono diversi. Mai la maggioranza si era riservata tutti i posti possibili e immaginabili. Se ne deve occupare Mattarella”. Molto improbabile che il Quirinale si muova, mentre il forzista Elio Vito suggerisce una “compensazione” con la presidenza della Commissione vigilanza, al momento in mano al partito di Berlusconi.
Subito fermato dal suo partito per bocca del capogruppo Paolo Barelli: “Quell’incarico non può e non deve essere messo in discussione perché le norme sono chiare”. C’era una volta la lottizzazione.
(da Huffingotonpost)
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Luglio 15th, 2021 Riccardo Fucile
DAI 15.000 EURO SUL CONTO UNA VOLTA FINITO L’INCARICO DA PREMIER ALLA VILLA DA 1,3 MILIONI COMPRATA 3 MESI DOPO
Vedi alla voce insabbiare. La cosa più bella, sul caso Matteo Renzi, è uno stato d’animo giornalistico ben raccontato dalla prima pagina di Libero di oggi: “La vendetta dei Pm: Renzi indagato”.
Un titolo straordinario perché rivela un certo umore, un sentimento dei media, gli effetti di un’ottima campagna di depistaggio, la tanta voglia di taroccare una notizia che i signori dell’informazione trattano quasi controvoglia.
Renzi è di nuovo indagato, e la colpa, secondo i giornali amici, non è sua, o di una imputazione che andrebbe come minimo verificata, ma dei suoi presunti persecutori togati. Ed ecco il fatto (a dir poco clamoroso) oscurato nel racconto pubblico di questa vicenda.
I magistrati hanno scoperto che Renzi ha preso dall’agenzia dell’amico Lucio Presta 700mila euro firmando un contratto per tre programmi televisivi: il primo, un documentario, è stato realizzato (ma scopriremo tra poco a che prezzo).
Gli altri due programmi, invece, a distanza di quattro anni non hanno mai visto la luce.
Il primo, su cui all’epoca si favoleggiava di una formidabile asta, è stato venduto. Ma i pm hanno anche scoperto che la cifra del contratto è…. Mille euro. Altra notizia interessante: questa fattura non è stata mai pagata.
Quindi, il saldo teorico dell’agenzia Presta è questo: 700mila euro dati all’ex premier. Incasso teorico a fronte di questa impresa: mille euro. Incasso contabile reale: zero. Mica male, no? Se fossimo nel mondo delle favole si potrebbe dire: forse è un investimento andato male. Nel mondo reale una domanda bisogna farsela.
Invece la vicenda scompare, affogata dalla consueta narrazione vittimistica renziana. Ecco La Repubblica, in perfetto stile Gedi: “Quelle inchieste che tengono l’ex premier sulla graticola”. Quindi la colpa è “delle inchieste”, non di questi numeri che ballano.
E subito dopo, sempre nel titolo, c’è il virgolettato del martire di Italia Viva: “Ma a me nessuno fa paura”. Ovviamente Renzi si guarda bene dal spiegare o chiarire: “È tutto in regola”, dice. Cosa, di grazia?
Anche il Giornale sembra in linea con l’ufficio stampa leopoldino: “Attacca le toghe, Renzi indagato”.
Quindi è vittima con dolo: non è indagato per questi bilanci sbarazzini, ma perché le toghe (cattive) ovviamente, si vogliono vendicare. Renzi martire della libertà di opinione, perseguitato solo perché ha minacciato di firmare i referendum radicali: e in realtà, a bene vedere, se le toghe fossero scaltre dovrebbero gioire: il sostegno di Renzi, dopo il 2016, è una buona garanzia per far fallire un quesito referendario.
Ma torniamo alla rassegna stampa. Solo con il Corriere della Sera si tira un sospiro di sollievo, perché il titolo del quotidiano di via Solferino è ineccepibile: “Renzi e Presta indagati per il documentario su Firenze: finanziamento illecito”.
Ecco, il tema che sparisce dal dibattito è questo: qualcuno ha dato 700mila euro a Renzi, senza guadagnare un solo euro in cambio.
Ma siccome Renzi è stato Presidente del Consiglio, ha amministrato la cosa pubblica, ha gestito le nomine in Rai, se qualcuno lo paga 700mila euro, più di Alberto Angela, per un documentario che ne costa mille, qualche domanda è giusto farsela.
Soprattutto perché la storia di questo milione di euro del leader di Italia Viva non comincia con questo avviso di garanzia.
Inizia il 18 gennaio 2018 quando, ospite di Nicola Porro in una puntata di Matrix in piena campagna elettorale, Renzi dice al giornalista: “Le mostro l’estratto conto del mio conto corrente bancario!”. Il colpo di teatro è perfetto: nel saldo si legge che l’ex premier può contare solo su 15.859 euro.
Peccato che cinque mesi dopo, La Verità riveli che l’uomo di Rignano sta comprando a Firenze una villa da 1,3 milioni di euro. E che la notizia susciti parecchio scalpore, se è vero che i coniugi Renzi in quei giorni pagano ancora una rata mensile di 4.250 euro per il mutuo della loro vecchia casa di Pontassieve (che all’epoca non è stata ancora stata venduta).
Da dove vengono, allora, i soldi per il villone di Firenze? Mistero.
Renzi, inaugurando la sua strategia, non lo dice. Lamenta una intrusione nella sua vita privata (già allora) spiega che vende la sua villa di Pontassieve. E dice: “Sono stato eletto parlamentare e prendo un ottimo stipendio. Non avendo più attività di Governo – aggiunge – posso avere ulteriori entrate e persino prendere un mutuo”.
I giornali si accontentano di questa spiegazione, del super-acquisto non si parla più. Renzi si compra anche una Mini Cooper da 29mila euro, mentre dalla dichiarazione patrimoniale si apprende che nel 2017 ha guadagnato solo 29mila euro lordi.
Ma non è finita: nel novembre del 2019, un’inchiesta di Emanuele Fittipaldi, su L’Espresso, rivela da dove arrivano quei soldi.
Per poter stipulare il rogito, Renzi (si era ben guardato dal dirlo), aveva ottenuto un prestito generosissimo e difficile da decrittare a prima vista grazie ai soldi ricevuti dalla madre di un imprenditore fiorentino.
Si tratta di Riccardo Maestrelli, che in passato è stato un generoso finanziatore della fondazione renziana e che, grazie al Presidente del Consiglio, è stato nominato alla Cassa Depositi e Prestiti. Dalla famiglia Maestrelli sono arrivati (fate attenzione alla cifra) 700mila euro.
All’inizio Renzi replica duro a tutte le notizie: “Ho restituito tutto, denuncerò L’Espresso per violazione del segreto bancario”.
Ma intanto il caso monta e diventa molto imbarazzante. Senza la segnalazione della banca per la normativa anti-corruzione il movimento di denaro non sarebbe stato tracciato. E così l’ex premier è costretto ad una nuova correzione del tiro: “Dovendo effettuare un anticipo bancario ho fatto una scrittura privata con un prestito concesso e restituito nel giro di qualche mese, quattro mesi circa”.
Per togliersi dall’imbarazzo di un caso che ha una doppia valenza politica ed economica, insomma, Renzi ha bisogno di una cifra molto importante. E dove la va a prendere? Da Presta, ovviamente: così non si può capire l’importanza di questa inchiesta, se non si capisce che quel contratto “televisivo” era già un enorme “bancomat” con cui l’ex presidente sanava la situazione dopo mille polemiche.
Se non altro perché il percorso era stato questo: i soldi sul conto corrente dell’anziana signora, che erano serviti per il prestito a Renzi, arrivavano dalla Cassa di Risparmio di Firenze, e arrivavano dalla Pida spa.
E cos’era la Pida? Una holding fiorentina fondata dal marito della madre di Maestrelli e in quegli anni gestita dai tre figli della signora e dalla stessa Anna Picchioni. La Pida non aveva iscritto il finanziamento nel suo bilancio.
La causale del bonifico era: “Pagamento in conto acquisto 25 partecipazione Mega srl”. Il nome di Renzi non appariva in nessun modo. Il giorno dopo questa operazione era stato fatto un bonifico di pari importo, da quello stesso conto, a un altro aperto dal leader di Italia Viva presso il Banco di Napoli.
Il 13 giugno i due coniugi Renzi, ritiravano i fondi chiedendo 4 assegni per 100mila euro ciascuno che sarebbero serviti per pagare la caparra. Il giorno prima di andare a comprare la sua villa da 1,3 milioni di euro, dunque, Renzi non aveva un solo euro per l’acconto.
Solo alla vigilia dell’acquisto incassa questa cifra, con cui dispone gli assegni di cui sopra. Quando si ritrova sotto il rischio di una inchiesta e di una polemica e deve risolvere in qualche modo la questione del prestito, onorandolo, Renzi ottiene con perfetto tempismo il contratto provvidenziale di Presta.
Ecco perché non c’è nessuna persecuzione nei suoi confronti: non un filone di inchieste pretestuose, ma un unico percorso intorno ad un unico problema. I finanziatori cambiano, insomma, ma i soldi sono sempre gli stessi. Ecco perché Renzi non ha nessun pretesto per alimentare il suo pianto vittimistico.
Ovviamente può sempre dire che i giornalisti che indagano sulle sue risorse lo facciamo “per invidia”, come scrivono i suoi supporter sui social. E questa è l’unica cosa certa: anche io – infatti – vorrei comprarmi una villa e avere un amico che mi presta 700mila euro per poterlo fare.
(da TPI)
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