Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
“POSSIBILI PROVVEDIMENTI”? A CASA SENZA STIPENDIO, CI SIAMO ROTTI I COGLIONI
Ha deciso di non sottoporsi alla vaccinazione anti Covid e così ha contagiato cinque pazienti. È la storia di un’infermiera No vax che opera nel reparto di chirurgia dell’ospedale San Jacopo di Pistoia.
In questi giorni la Asl Toscana Centro valuterà la posizione della donna, insieme a possibili provvedimenti. I cinque risultati positivi sono stati scoperti dopo che tutti i pazienti del reparto erano stati sottoposti a tampone in seguito alla positività dell’infermiera.
Le loro condizioni sarebbero buone, come spiega La Nazione, e sarebbero stati tutti trasferiti in isolamento. I 32 restanti e risultati negativi continuano ad essere monitorati giorno per giorno.
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
SIAMO ALLA DITTATURA DELLA MINORANZA
Meno male che Mattarella c’è. Meno male che lo ha detto, “vaccinarsi è un
dovere”. Ecco, perché, con il solleone di ferragosto, sarà stato Lucifero, mettiamola così, il discorso sulle vaccinazioni si è come interrotto.
Come se uscir fuori dalla catastrofe che ci ha resi meno liberi, con una lunghissima scia di lutti in questi ultimi due anni non dipendesse dal vaccino, ma dalla tolleranza con chi non si vaccina.
Il dibattito pubblico, con Landini, segretario Cgil, maestro ciarliere si è rapidamente ripiegato sull’opportunità del Green pass, a mensa, a scuola, al ristorante. Come se, per difenderci dalla dittatura della maggioranza si finisse, per amor di libertà, per invocare quella della minoranza, di dittatura.
I dati però ci dicono che:
1) 4.058mila over 50 ancora non si sono vaccinati (oltre due milioni nella fascia tra 50 e 59 anni), nemmeno la prima dose;
2) Aumentano i ricoveri (3.692 il 20, su rispetto ai 3.627 del 19, dall’ultimo bollettino del ministero della Salute), gli ospedali sono stressati e costretti a riaprire reparti Covid perché affluiscono positivi gravi perlopiù non vaccinati e sono costretti, di nuovo, a trascurare pazienti con altre patologie;
3) sono tutti, o quasi, non vaccinati i morti per Covid delle ultime settimane (“Il parametro dei decessi è evidentemente legato a quello dei contagiati ricoverati. Secondo l’Istituto superiore di Sanità l’incidenza delle infezioni è 10 volte più bassa nei vaccinati, quindi quello che comincia ad emergere era un dato atteso”, ha detto Roberto Cauda, direttore dell’Istituto di malattie infettive del Policlinico Gemelli di Roma).
Il 90% dei ricoverati in terapia intensiva non è vaccinato. E’ del 97,16% l’efficacia vaccinale contro i decessi tra chi è stato immunizzato con 2 dosi e chi non ne ha fatta neppure una e quasi dell′84% per chi ha avuto una dose sola, secondo il monitoraggio Iss.
Eppure i sindacati della scuola si sono presentati alla trattativa con il ministro dell’Istruzione invocando i tamponi gratuiti per i non vaccinati. Landini ha dovuto parlare tre volte in dieci giorni per chiarire all’opinione pubblica che il suo sindacato è per la vaccinazione, ma, il ma resta.
Tutti vogliono tornare alla normalità, ma non mi venire a chiedere se mi sono vaccinato… Sono gli stessi che nel pieno del Covid ti davano del deficiente, dai retta li ammucchiano come morti per Covid ma non è così, tutto interesse delle case farmaceutiche a fartelo credere e i virologi sono complici, e poi non si è mai visto nella storia un vaccino trovato così rapidamente, fa male, anzi malissimo, se va bene ti stanno dando il 5g, vaccino o non vaccino, guariamo lo stesso, anzi mai stato meglio (se seguiamo il paradosso di questi ragionamenti, tra qualche anno resteranno vivi solo i non vaccinati…).
Nella vita quotidiana, ma anche nella storia se ne sentono e se ne sono sentite di ogni. Dal complotto pluto-giudaico-massonico alle scie chimiche, agli odierni terrapiattisti. Quelli che la sanno lunga ti guardano e ti commiserano. Come se gli oltre 36 milioni di vaccinati con due dosi siano tutti novelli figli della lupa e vittime di una ideologia totalitaria.
Ma intanto, la vita sta cambiando per tutti, anche per la minoranza che reclama libertà. Ma che, Mattarella a parte, continua a trovare sponda nell’irresponsabilità di molti partiti di maggioranza contrari a tutto, in nome della libertà, qualcuno anche figlio di una tradizione che l’ha sempre negata preferendo legge e ordine, ma guarda un po’: nella fase demagogico-populista si perde il senso delle radici.
Oggi i commercianti rivendicano anche per il futuro il green pass e quelli che presumono di rappresentarli politicamente lo hanno osteggiato, sciroppandosi obtorto collo la determinazione di Draghi-Figliuolo-Speranza.
A scuola, per le cautele e le osservanze libertarie di cui sopra, il rischio serio alla ripresa dell’anno scolastico è il caos. Il ministro Bianchi oggi invita a rispettare il green pass, ma nella nota esplicativa che ha inviato ai presidi li esorta a controllarlo ogni giorno.
E sapete perché? Per non discriminare chi non ce l’ha. Ma chi non ce l’ha, chi ha deciso di recarsi al lavoro dove, necessariamente, avrà moltissimi contatti umani, ha con ragione diritto a tutelare la sua libertà di scelta o deve, al contrario, assumersi delle responsabilità erga omnes?
Non si sarebbe nemmeno iniziato a parlare di scuola in presenza e fine della Dad senza i vaccini. Tra i “liberi di” ci saranno anche moltissimi genitori e, al momento, più di centottantaseimila dipendenti della scuola, secondo il più aggiornato report sulle vaccinazioni.
Le scuole sono più o meno ottomila, non sfugge che diversi non vaccinati (chiaramente sono fuori da qualsiasi discorso coloro che non hanno potuto vaccinarsi per evidenti motivi di salute, i fragili, ma nessuno gli chiede di farlo, se non di tutelarsi) ci saranno in ogni edificio, con rischi per loro e per tutti. Lo Stato, il ministero devono tutelare loro o chi ha fatto il suo dovere con responsabilità?
Chi ha tra i cinquanta e i sessant’anni (molti dei non vaccinati stanno in questa classe di età) ricorda la trafila delle vaccinazioni, i richiami, le attese, i segni indelebili (ma privi di conseguenze sulla salute) rimasti per uscire da una fase pre industriale e costruire l’Italia del dopoguerra.
Non si sono chiesti i nostri genitori se fosse opportuno o no farci iniettare antivaiolosa, antipolio, antitetanica, antidifterica e tanto altro ancora. Sì, certo, obietta il No vax, ma la sperimentazione era stata più lunga. I No Vax non nascono oggi e si sono espressi anche su altri vaccini moderni e testati esigendo accoglienza e rispetto per i loro figli, non vaccinati, a scuola.
Insomma, i nostri padri, responsabilmente, e non inconsapevolmente, hanno scelto per noi e per il Paese. C’era l’obbligo vaccinale. Ecco, in una fase come questa, che rischia di essere infinita se non si prendono decisioni chiare e distinte, lo Stato deve assumersi la responsabilità della vaccinazione di tutti.
Se è vero come è vero che sia l’unica strada per uscire da questo tunnel eterno, per raggiungere rapidamente l’immunità di gregge, per ammalarsi meno, per svuotare gli ospedali, per tornare a vivere e non guardare più indietro, come, tra l’altro, dice il quasi 100% degli scienziati, allora il governo abbia il coraggio di valutare l’obbligo vaccinale per il Covid e di farsi carico di tutte le conseguenze di questa scelta. O, in alternativa, decidere sanzioni e sospensioni.
Anche per far sentire meno idioti quelli che il vaccino lo hanno già fatto. A tutela di tutti, non solo di loro stessi.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
“IL PROBLEMA NON SI RISOLVE CON SLOGAN, LA PARTITA SI GIOCA NEL PAESE E I CORRIDOI UMANITARI NON BASTANO”
In Afghanistan ci sono 18 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria; 400mila civili, di cui la metà bambini, in fuga.
Solo nel 2021 sono stati uccisi 550 bambini, mentre 3 milioni e 700mila bambini e bambine non vanno a scuola, già da prima dell’arrivo dei talebani.
È partendo da questi dati che Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, lancia l’allarme sulla situazione in Afghanistan in un’intervista a Fanpage.it.
La crisi, spiega, è umanitaria ed esiste da prima dell’arrivo dei talebani al potere. E la soluzione non può essere solamente quella dei corridoi umanitari, per Iacomini: “È un’azione efficace ma che non copre i numeri di un esodo”.
Ora “bisogna salvare questa popolazione”, ma “il problema non si risolve per slogan”. La partita si giocherà “all’interno del Paese” e la paura è quella che i bambini siano ancora più esposti a “pratiche nefaste” come flagellazioni, costrizioni, arruolamento tra le truppe, matrimoni precoci.
Si parla molto dei pericoli per le donne in Afghanistan ora, ma poco dei bambini. Quali sono per loro i rischi maggiori?
Cerchiamo di inquadrare la situazione: siamo sicuri di parlare della situazione attuale? Dobbiamo parlare di quello che succede da qualche anno, dobbiamo guardare ai dati di inizio 2021, con un quadro molto preoccupante. Solo nel 2021 sono stati uccisi 550 bambini, 1.400 sono rimasti feriti, è un quadro nel quale ci sono 18 milioni di persone che hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria e di questi 10 milioni sono bambini. Al netto di quello che accade, che ci mette ansia come vedere le braccia di mamma e papà che danno i figli alle truppe in partenza perché sono disperati, questo cambio di regime espone a un certo tipo di atteggiamento gli avversari politici, ma io sorrido quando sento parlare di corridoi umanitari subito, di non dialogo coi talebani; ma la domanda è chi si prende cura di questi 18 milioni di persone, con bambini che entro un anno se non ricevono assistenza sanitaria rischiano di morire? Con quale criterio parliamo di corridoi umanitari e non ci poniamo il problema della situazione umanitaria del Paese, Ue e comunità internazionale devono mettere alla prova il nuovo governo su questo.
Ci sono due ordini di preoccupazioni: quella politica e siamo d’accordo, abbiamo evidenza di bambini reclutati come soldati, flagellati, donne chiuse e rastrellamenti, ma accanto a questo abbiamo anche evidenze di una situazione umanitaria catastrofica che non può essere derubricata ai corridoi umanitari. Il problema non si risolve per slogan, è serio, quando sento parlare di classe politica che si è indignata e dice di essere dalla parte del popolo, allora stampiamo le dichiarazioni e ricordiamoglielo quando si porrà il tema dei profughi, se si è dalla parte del popolo lo si è fino in fondo. Oggi nel Paese i numeri parlano di una crisi umanitaria senza precedenti. Noi sappiamo che non avremo risposte subito, restiamo nel territorio, stiamo gestendo due campi sfollati a Herat e Kabul, con centinaia di migliaia di bambini in condizioni difficili, ci interessa che venga dato accesso sicuro, rispetto dei diritti umani.
Quali sono le questioni da porre, quindi?
Ci sono 400mila persone in fuga, la metà sono bambini: come facciamo ad assisterli? Quali sono le vie di accesso? Bisogna fare quello che non è stato fatto negli ultimi anni per Siria, Iraq, ovvero non bisogna spegnere la luce. Oggi sul bagnasciuga siamo tutti indignati, ma tra un mese in campagna elettorale parleremo ancora di Afghanistan? Il corridoio umanitario può essere la soluzione per 18 milioni di persone in fuga? Bisogna salvare questa popolazione, che negli ultimi 20 anni si è trovata in una condizione difficile, a differenza di altri scenari complessi dove ancora restano le truppe straniere, in Afghanistan non c’è stata quella osmosi con la popolazione che porta al nation building. Vanno aperte le vie di accesso interne, continuare con altre Ong il nostro lavoro, l’obiettivo è salvare vite di bambini e bambine dialogando con tutti.
Cosa potrebbe succedere per i minori nel Paese? Che conseguenze dirette temete ci possano essere?
Noi abbiamo un rischio di tipo politico, come l’arruolamento tra le truppe, perché una cosa sono le dichiarazioni in tv dei leader e un’altra le tribù nelle province. Poi c’è il rischio di un aumento dei matrimoni precoci. Ricordiamo che parliamo di un Paese che già prima non era bello per vivere l’infanzia, ultimo in tutte le classifiche sulla povertà, sui bambini soldati, sui matrimoni precoci. Rischiamo che ricomincino una serie di pratiche nefaste nei confronti dei bambini: flagellazioni, costrizioni, limitazioni dei diritti fondamentali. Il timore è che avvenga questo a luci spente, quando come di abitudine le spegneremo. Il secondo timore è di natura umanitaria, noi abbiamo previsto un milione di bambini morti alla fine dell’anno sotto i 5 anni per malnutrizione, ce ne aspettiamo altri 3 milioni in condizioni critiche. Esiste un problema di approvvigionamento, nei campi per sfollati mancano cibo, medicine, elettricità. C’è una grande attenzione, giusta, sacrosanta, ai temi politici come il rispetto delle donne, la protezione di chi ha collaborato con chi c’era prima, ma dall’altra il timore è che nessuno pronunci la parola emergenza umanitaria, catastrofe umanitaria. Come intendete salvare queste persone? È all’interno del Paese che si giocherà la partita più grande, quello dei corridoi umanitari secondo me non è un tema.
L’Unicef continua ad operare sul campo in Afghanistan: ci sono stati già riscontri di violenze e situazioni problematiche?
Noi siamo nelle 11 province, con il nostro staff. Nei confronti del nostro staff no, noi stiamo aspettando delle risposte, abbiamo chiesto degli accessi. Il tema è che in una situazione di conflitto c’erano evidenze di vario genere, oggi con una situazione pacificata speriamo che i bambini vadano a scuola. Non abbiamo avuto ancora risposta, ma chiediamo se ci continueranno a far fare il nostro lavoro.
Siete riusciti ad avere contatti con i talebani e le nuove autorità locali e nazionali? L’operatività dell’Unicef in Afghanistan è ancora garantita?
Ancora non ho evidenze di contatti ufficiali, abbiamo con il nostro team inoltrato alcune richieste, ci auguriamo che vengano accolte le famiglie con i bambini quanto prima. I talebani in alcune zone ci hanno chiesto, per la nostra sicurezza. di sospendere le operazioni.
Uno dei problemi principali in Afghanistan riguarda l’istruzione: i bambini e le bambine potranno continuare ad andare a scuola o con i talebani c’è il rischio che questo non avvenga più?
È tutta una partita da giocare, perché ci sono 3 milioni e 700mila bambini che di fatto non vanno a scuola. Non in virtù dei talebani, questo è il quadro del Paese. Di questi 2,2 milioni sono bambine. Noi dobbiamo sostenere la continuità dell’istruzione, fare in modo che continuino perché l’istruzione è la risposta a emergenza, a scuola in alcuni casi vengono anche nutriti, tengono occupate le giornate. Poi ci sono 8 milioni di bambini che non hanno acqua, c’è il tema della siccità molto grave. L’Afghanistan è uno dei due Paesi in cui c’è ancora la Polio endemica, non deve essere interrotta la vaccinazione dei bambini. Noi abbiamo chiesto al governo di intervenire altrimenti ci sarà una strage. Già alcuni progetti sono stati interrotti per via delle ostilità, poi ci sono state le scuole chiuse tra Covid e conflitto. In questo Paese di fatto il Covid più il conflitto hanno visto 9,5 milioni di ragazzini senza istruzione.
L’altra emergenza è quella dei profughi: quanti sono i bambini che con le loro famiglie stanno cercando di scappare dal Paese?
Abbiamo contato 200mila bambini in fuga, è un numero non reale, il numero è molto più grande, vanno sommati agli sfollati già presenti nel Paese, dobbiamo verificare nei centri di accoglienza che si stanno creando, non abbiamo in mano un censimento di chi è riuscito a uscire passando il confine con i Paesi vicini. Ad oggi ci sono 400mila persone in movimento, la metà sono bambini. Secondo me il numero dei profughi sarà enorme e questo è il secondo punto che va di pari passo con l’emergenza umanitaria. Alla comunità internazionale chiede: come intendiamo affrontarla? Non si può piangere la modalità con cui viene lasciato un Paese, un popolo disperato e poi non farsi carico di questo popolo, perché già c’è chi non lo fa, ci vuole un impegno serio, sereno per affrontare questa situazione. Fa ridere quando si dice che non si dialoga con i terroristi, allora con chi si deve dialogare per salvare 10 milioni di bambini?
La proposta di istituire i corridoi umanitari serve e può essere sufficiente?
È presto per i corridoi umanitari. Abbiamo verificato che è un’azione efficace ma che non copre i numeri di un esodo, rischia anche di essere una misura discriminante rispetto a una popolazione enorme in difficoltà. Portiamo fuori 18 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza? Quando parliamo di corridoi parliamone con cognizione di causa, oppure facciamoli tutti. E poi: chi facciamo uscire? In base a quale criterio? E tutti gli altri? Perché non ci ascoltano? Perché non si dice che i riflettori vanno accesi sulla crisi umanitaria, devono misurare i talebani su come risolvere l’emergenza umanitaria, poi devono parlare tra di loro, in terza battuta ci sono i corridoi umanitari. Poi c’è il tema dei diritti umani e anche su questo come vigiliamo? Non spegnendo la luce come abbiamo fatto sistematicamente?
Cosa chiedete alla comunità internazionale e cosa vi aspettate dai governi?
Il nostro governo è guidato da un uomo straordinario e illuminato che sicuramente avrà un ruolo fondamentale, i governi dovranno convincere tutta la comunità internazionale che se ci siamo battuti tanto per questo popolo e riteniamo di aver fatto un grave errore, alla stessa maniera dobbiamo parlare di accoglienza e non di respingimento dei profughi. Il tema oggi è l’emergenza umanitaria interna, la situazione interna. Non è il momento degli slogan, poi non posso dare giudizi politici ma a me interessa salvare vite umane, anche parlando coi talebani. Noi non ce ne andiamo, noi restiamo. Il dato per noi, che c’è da prima, è che ci sono 18 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria.
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
I MILIZIANI ANTI-TALEBANI GUIDATI DA DADGAR HANNO PRESO IL CONTROLLO DEL DISTRETTO DI PUL-E-HASER
Non tutti si arrendono e, anzi, c’è una controffensiva: la nuova Alleanza del Nord,
guidata dal figlio di Ahmad Shah Masoud e supportata dalle forze fedeli al vice presidente Saleh, ha inizia a cacciare i talebani dalle prime province dell’area di Baghlan, a nord del Panjshir.
I miliziani anti-talebani guidati da Abduk Hameed Dadgar hanno preso il controllo del distretto di Pul-e-Haser nella provincia di Baghlan e hanno attaccato i distretti vicini di Deh Salah, Banu Andarab.
Secondo le fonti locali 60 combattenti talebani sono stati uccisi.
Nel frattempo l’ex ministro della difesa, il general Bismillah, dalla Valle del Panjshir ha invitato la popolazione a dare il via alla lotta di resistenza.
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
FINORA SOLO CANADA E GRAN BRETAGNA SI SONO DETTI DISPONIBILI AD ACCOGLIERE 20.000 PROFUGHI A TESTA
Dopo che l’Afghanistan è tornato nelle mani dei talebani, l’Europa si è detta pronta a fronteggiare la crisi umanitaria in corso per non ripetere gli errori della crisi migratoria dopo in conflitto in Siria del 2015.
Cosa significa questo nella pratica? Le organizzazioni umanitarie, la Commissione europea e il presidente dell’Euro parlamento David Sassoli chiedono canali sicuri per aiutare i profughi e ripartirli tra i Paesi Ue, mentre i governi dei singoli Stati sembrano non essere d’accordo sull’accoglienza tout court nonostante la terribile situazione afgana.
Da Macron a Orban, dal blocco del Visegrad ai mediterranei, nessuno ha mosso un dito.
Eppure, uno strumento ci sarebbe. Ed è anche molto potente.
Si tratta della direttiva del 2001 sulla protezione temporanea nel caso di arrivo massiccio nell’Unione europea di richiedenti asilo.
La norma, si legge sul sito della Commissione europea, “è una misura eccezionale per fornire protezione immediata e temporanea agli sfollati da Paesi terzi, che prevede un meccanismo strutturato per garantire solidarietà ed equilibrio tra gli Stati dell’Unione nell’accoglienza degli sfollati, con trasferimenti” intra-europei, “sulla base di offerte volontarie”. La legge può entrare in vigore con una decisione a maggioranza qualificata, al Consiglio Ue.
Ad evocare, ripetutamente, questa norma è stato l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell: “Voglio ricordare che c’è una direttiva del 2001, che non è mai stata usata. Questa potrebbe essere l’occasione per affrontare la situazione, se ci dovesse essere pressione di una massa di richiedenti asilo su alcuni Stati membri. Non è questo il caso ora – ha spiegato – Per il momento si tratta di qualche migliaio di persone in aeroporto, ma nelle prossime settimane o mesi potrebbe essere una questione di molte persone in più e questa ondata ci potrebbe raggiungere”.
Sarebbe la prima volta in cui la direttiva viene usata, dopo essere stata paventata ma mai attivata per la crisi siriana del 2015.
David Sassoli ha lanciato un appello affinché i Paesi membri redistribuiscano i profughi afgani “in modo uguale”. A fargli eco la commissaria Ue agli Affari Interni, la svedese Ylva Johansson, che ha proposto una simile soluzione, ricordando che l’80 per cento delle persone in fuga dall’Afghanistan è composto da donne e bambini.
Ma di quante persone si tratterebbe? L’Onu parla di 18 milioni di afghani che hanno bisogno di assistenza umanitaria, l’Unhcr calcola che solo in una settimana 20-30 mila profughi hanno varcato o stanno per varcare i confini.
Canada e Regno Unito hanno già annunciato piani per l’accoglienza di 20mila profughi afghani a testa, e mentre gli Usa, con l’aiuto di Paesi candidati all’ingresso Ue come Albania, Macedonia del Nord e Kosovo, hanno da settimane predisposto piani per la prima assistenza ai richiedenti asilo.
Dal canto loro, l’Italia e la Grecia temono di ritrovarsi come nel 2015 a fare i conti con una pressione migratoria ingestibile, con il meccanismo di redistribuzione automatica dei migranti che non è mai stato tradotto in atti legislativi.
Le risposte della Francia di Macron e della Germania di Angela Merkel sembrano essere influenzate invece dalle imminenti elezioni (rispettivamente l’anno prossimo e a settembre). Si sa, il tema immigrazione solletica molto la pancia dei votanti. I due Paesi si stanno preparando a trattare le persone in fuga dall’Afghanistan come dei migranti “irregolari” e cercare intese con i Paesi confinanti o di transito come Iran e Turchia per bloccare sul nascere le partenze verso il continente europeo.
Le big four, ovvero Francia, Germania, Spagna e Italia hanno anche combattuto in Afghanistan in questi 20 anni, ma il Paese è ripiombato ora nel terrore. Insomma, qualche responsabilità dell’Unione europea c’è nei confronti delle famiglie che ora chiedono rifugio per scappare dal regime talebano. La questione Afghanistan va affrontata e anche molto presto: Europa, dove sei?
(da Globalist)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
APPOGGIO DELLA REGIONE, DEI SINDACI E DELLE ASSOCIAZIONI
Da oggi già una decina di persone saranno ospitate presso il Covid Residence di
Ponticelli, a Napoli. Sarà proprio la struttura, convertita dallo scorso ottobre per ospitare i contagiati dal Covid, a ospitare i rifugiati provenienti dall’Afghanistan durante il periodo obbligatorio di quarantena imposto dai protocolli anti contagio.
La decisione arriva dopo l’accordo tra i vertici regionali campani e il Viminale, che nella giornata di ieri aveva diramato una circolare per organizzare i piani di accoglienza e distribuzione delle persone in arrivo sul territorio nazionale.
Dopo le comunicazioni dal ministero degli Interni il prefetto di Napoli Marco Valentini ha convocato un tavolo dove parteciperanno i cinque prefetti dei capoluoghi della Campania.
Lo stesso Covid Residence, che sorge a pochi passi dall’Ospedale del Mare, potrebbe diventare un punto di riferimento per l’accoglienza se questa si allargherà anche ad altri civili: al momento, infatti, è circoscritta ai soli collaboratori degli italiani nel Paese mediorientale. Per i rifugiati saranno predisposti il terzo e il quarto piano dell’edificio, per un totale di 42 stanze a uso singolo.
«La Campania, con la Protezione Civile regionale e le proprie strutture sanitarie», si legge in una nota diffusa da Palazzo Santa Lucia, «ha dato la disponibilità al governo all’accoglienza di cooperanti e collaboratori della missione italiana in Afghanistan, provenienti da Kabul attraverso il ponte aereo in corso. Al loro arrivo a Roma», prosegue la comunicazione della Regione Campania, «saranno trasferiti secondo necessità anche in Campania per il periodo di dieci giorni di quarantena previsto per quanti risultano negativi al tampone».
La mobilitazione in città
Con l’escalation e l’instaurazione del nuovo regime talebano in Afghanistan, in tutta la città di Napoli sono partite iniziative e progetti di supporto alla popolazione che sta lasciando il Paese. A livello politico e istituzionale la disponibilità dei sindaci espressa dal presidente dell’Anci Campania Carlo Marino evidenzia l’impegno sul territorio. Come nel caso del primo cittadino di San Giorgio a Cremano, Giorgio Zinno che ha annunciato ai propri concittadini che il Comune è pronto «all’inserimento dei collaboratori di missioni italiane in questo progetto, dando una accoglienza adeguata per i rifugiati afghani, al momento senza costi aggiuntivi per le finanze pubbliche.
“Il nostro progetto», continua Zinno, «già in passato ha ospitato ex collaboratori afghani delle forze armate italiane, sarà questo un ulteriore passo per garantire nel prossimo futuro accoglienza e integrazione a donne e uomini in queste ore in fuga dal loro Paese».
Anche realtà e organizzazioni locali si stanno adoperano per garantire una tutela dei rifugiati afgani a Napoli. L’associazione “3 Febbraio”, per esempio, ha lanciato l’appello a «tutte le persone di buona volontà e tutte le realtà solidali» con lo scopo di «unirsi per i corridoi umanitari». In questa ottica è arrivato anche l’appoggio di parte della politica partenopea con i consiglieri regionali del Pd, Bruna Fiola e Massimiliano Manfredi, che hanno presentato una mozione in Consiglio regionale per «chiedere l’attivazione di corridoi umanitari e coinvolgere le Comunità locali nel percorso di eventuale accoglienza, sostenendo la proposta formulata da Anci Campania».
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
“IN MIGLIAIA CON MASSOUD PER SCONFIGGERE I TALEBANI”: GLI AFGHANI CHE NON SI ARRENDONO
Il Panjshir, nel nord est dell’Afghanistan, è la provincia inespugnabile: negli anni Ottanta era stata la roccaforte afghana contro i sovietici, per diventare negli anni Novanta il territorio della resistenza ai talebani.
Oggi la Valle dei cinque leoni è ancora disseminata di carri armati arrugginiti dai combattimenti di quei decenni. E ora i militari stanno radunando le forze per opporsi alla presa di potere da parte dell’Emirato islamico.
Sono oltre tremila gli uomini dell’estremo bastione anti-sharia nell’ultima valle libera dell’Afghanistan.
La resistenza questa volta ha contorni diversi da quella del passato: i leader non controllano il territorio di cui avrebbero bisogno per aprire una linea di rifornimento attraverso i confini settentrionali dell’Afghanistan, né sembrano avere alcun supporto internazionale significativo. Ma non hanno alcuna intenzione di arrendersi, anzi.
Come spiega il New York Times che cita Amrullah Saleh, uno degli uomini che organizzano la resistenza, il loro obiettivo è negoziare un accordo di pace con i talebani per conto dell’ormai defunto governo afghano.
Il vicepresidente, Amrullah Saleh, nato e addestrato a combattere lì, ha promesso che riprenderà quel ruolo, dopo essersi dichiarato capo di stato “custode” in base alla costituzione che i talebani sembravano aver spazzato via.
Sull’ipotesi di una trattativa ha già fatto sapere che «negozieremo se sono veramente interessati a una soluzione pacifica che garantisca i diritti e la libertà di tutti. Non accetteremo un regime tirannico degli Emirati». In caso contrario «siamo pronti a combattere contro ogni tipo di aggressione e oppressione».
L’ambasciatore dell’Afghanistan in Tagikistan, il tenente generale Zahir Aghbar, ha promesso che il Panjshir costituirà la base d’appoggio per tutti coloro che vorranno unirsi alla battaglia. «Il Panjshir è forte contro chiunque voglia schiavizzare le persone», ha detto. «Non posso dire che i talebani abbiano vinto la guerra. No, è stato solo Ashraf Ghani – ex presidente dell’Afghanistan – a rinunciare al potere dopo colloqui infidi con i talebani», ha aggiunto nel corso di un’intervista a Reuters.
A guidare la resistenza è Ahmad Massoud, il figlio del comandante dell’Alleanza del Nord che impedì l’ingresso in Panjshir a sovietici e talebani.
Come spiega un suo fedelissimo, Ali Maisam Nazary, il 32enne sta mettendo a punto strategie e tattiche in vista di una potenziale offensiva dei fondamentalisti.
«La situazione al momento è caotica. Il governo illegittimo e corrotto di Ashraf Ghani ha causato la perdita di fiducia delle forze di sicurezza e degli apparati amministrativi e il loro sfaldamento. La sua fuga all’estero senza nomina di un successore ha creato un vuoto che i talebani hanno riempito», dice Nazary a La Stampa. Il quale aggiunge: «Accetteremo e riconosceremo solo un esecutivo decentralizzato, inclusivo e democratico».
La speranza è che accada quello che è già successo dal 1996 al 2001, quando il Panjshir rimase l’unica regione dell’Afghanistan fuori dal controllo degli studenti coranici grazie alle doti di stratega di Ahmad Shah Massoud, che seppe sfruttare le caratteristiche orografiche della provincia per renderla una fortezza impenetrabile e preservarla dall’occupazione talebana
Le altre città che si ribellano: Jalalabad e Khost
Ma ci sono anche altre zone che non si arrendono. A Jalalabad, capoluogo della provincia del Nangahar, da cinque giorni in mano agli eredi del movimento del mullah Omar, mercoledì 18 agosto centinaia di residenti sono scesi per le strade.
Nel corso della manifestazione tre persone sono state uccise e più di una dozzina ferite dopo che i talebani hanno aperto il fuoco. I testimoni hanno raccontato che la sparatoria è seguita a un tentativo da parte dei residenti locali di installare la bandiera nazionale dell’Afghanistan in una piazza della città. Anche a Khost, capoluogo dell’omonima provincia, la protesta è degenerata e i talebani hanno aperto il fuoco «in modo indiscriminato».
Il simbolo che ha radunato i manifestanti è la bandiera afgana. O meglio: la sua ultima versione, che contiene l’aggiunta a fianco della Mecca nello stemma di colore bianco, molto simile a quella in vigore dal 1970 al 1973.
Negli ultimi due decenni è diventata un simbolo dell’identità degli afghani. Per questo è stata ammainata dai talebani che al suo posto hanno innalzato la loro a Kabul e in tutte le province conquistate in questi giorni. E per lo stesso motivo è comparsa nelle piazze in segno di sfida nei confronti degli “studenti di religione”. Che a quel punto hanno ricominciato a sparare.
Nella valle, riferisce il quotidiano, ci sono campi di addestramento e tre battaglioni dei corpi speciali che sono equipaggiati con armi, blindati, carri armati e pezzi di artiglieria.
Nel Panjshir sono arrivati altri comandanti che hanno combattuto a Mazar i Sharif e in altre zone dell’Afghanistan. La valle rappresenta l’ultimo baluardo di resistenza ai talebani, così come lo è stata per due volte con il comandante Massoud, considerato la prima vittima dell’attacco all’America, ucciso il 9 settembre 2001 da due terroristi di Al Qaeda travestiti da giornalisti.
(da Open)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DEL RESPONSABILE DI EMERGENCY: AUMENTA LA REPRESSIONE
Circa diecimila persone che cercano di prendere voli di evacuazione. È questa la
drammatica situazione all’aeroporto di Kabul, raccontata da Alberto Zanin, coordinatore medico del Centro per feriti di guerra di Emergency nella capitale in Afghanistan.
“Ieri sono arrivati nuovi feriti da arma da fuoco dall’aeroporto di Kabul, in tutto cinque o sei persone. Gli scontri in aeroporto sono una realtà ancora viva e presente: è l’unico posto in cui continua ad esserci caos e tensione” spiega Zanin.
Il coordinatore racconta anche che “il 95% dei ricoverati arrivati in ospedale in questi giorni erano civili” e che “non hanno voglia di parlare in merito a quanto gli è accaduto”.
Nonostante questo, secondo Zanin, la situazione nella città è in continuo miglioramento in termini di feriti di guerra. “Abbiamo ad oggi 20 posti liberi in ospedale e siamo riusciti ad ottenere in tutto 100 posti. Anche se la situazione è tornata stabile a Kabul, continuiamo a sentire raffiche di armi semiautomatiche durante il giorno e la notte, ma non ci sono state esplosioni” osserva.
Secondo il Guardian decine di migliaia di stranieri e afghani che hanno collaborato con le forze statunitensi e della Nato rimangono fermi a Kabul.
I governi, secondo il giornale, devono infatti compilare un enorme arretrato di visti e i posti di blocco dei talebani impediscono alle persone di raggiungere l’aeroporto in sicurezza.
Ci sono ancora decine di migliaia di persone idonee per l’evacuazione degli Stati Uniti che devono ancora essere trasportate in aereo, molte delle quali sono tra la folla radunata intorno all’aeroporto di Kabul.
L’urgenza dell’evacuazione degli alleati delle forze statunitensi e della Nato è stata ulteriormente aggravata dalle crescenti segnalazioni di combattenti talebani che si recano porta a porta alla ricerca di coloro che hanno lavorato con il precedente regime e li minacciano di unirsi a loro.
Intanto fonti della Casa Bianca fanno sapere che l’Aeronautica degli Stati Uniti ha evacuato circa 3 mila persone dall’aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul nelle ultime 24 ore.
La Cnn, che riporta le fonti, riferisce anche che tra gli sfollati ci sono circa 350 cittadini statunitensi, mentre gli altri sono familiari di cittadini statunitensi, richiedenti un visto speciale per immigrati (Siv) e le loro famiglie e altri afgani vulnerabili. Le 3 mila persone sono state trasportate su 16 voli da trasporto C-17 dell’Air Force.
Altri 11 voli charter civili sono partiti dall’aeroporto di Kabul nelle ultime 24 ore. Il numero di persone su quei voli non è stato rivelato. Ieri, parlando nel corso di un briefing con la stampa al Pentagono, il maggiore generale Hank Taylor, vice direttore per la logistica dello Stato maggiore congiunto Usa, ha fatto sapere che circa 7 mila cittadini statunitensi sono stati evacuati dall’Afghanistan dallo scorso 14 agosto, numero che sale a 12 mila se si considerano quelli evacuati da fine luglio. “Questo aumento riflette sia un aumento della capacita’ di trasporto aereo e aereo sia uno smistamento più rapido degli sfollati e una maggiore informazione e fedeltà nei rapporti” ha affermato Taylor, aggiungendo che al momento il numero di militari Usa presenti a Kabul ammonta a 5.200.
La Germania ha affermato di aver evacuato 1.600 persone da quando i talebani hanno preso il controllo del paese domenica, e la Francia ha dichiarato di aver trasportato in aereo oltre 300 cittadini afgani che avevano lavorato per la missione diplomatica.
La Germania inoltre invierà due elicotteri in Afghanistan a sostegno delle truppe tedesche nel Paese impegnate nelle operazioni di evacuazione, tra le quali quella di cittadini tedeschi da aree pericolose. Lo ha riferito il portavoce del ministero federale della Difesa, Arne Collatz, durante un briefing. “Stiamo espandendo le nostre operazioni in Afghanistan. Abbiamo appena informato il Bundestag. Due elicotteri del tipo H-145M saranno impiegati già da oggi. L’obiettivo è di prelevare le persone da proteggere da dove si trovano a Kabul e portarle all’aeroporto” si legge in un messaggio del ministero della Difesa di Berlino su Twitter.
Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati la maggior parte degli afghani però non è in grado di lasciare il Paese. “Chi rischia di essere in pericolo non ha una chiara via d’uscita” ha dichiarato Shabia Mantoo, portavoce dell’Unhcr.
Mantoo ha ribadito l’appello alle nazioni che confinano con l’Afghanistan perchè lascino le frontiere aperte a chi chiede asilo. “L’Unhcr rimane preoccupata dal rischio di violazioni dei diritti umani contro i civili nel contesto in evoluzione – ha aggiunto Mantoo – incluse donne e bambini”
I talebani hanno “massacrato” e torturato diversi membri della minoranza hazara in Afghanistan. Questa la denuncia di Amnesty International. Testimoni hanno fornito resoconti strazianti degli omicidi, avvenuti all’inizio di luglio nella provincia di Ghazni, secondo quanto riporta la Bbc.
Nel rapporto pubblicato ieri Amnesty afferma che nove uomini hazara, il terzo gruppo etnico più grande del Paese, sono stati uccisi tra il 4 e il 6 luglio nel distretto di Malistan, nella provincia orientale di Ghazni. L’organizzazione ha intervistato testimoni oculari e ha esaminato le prove fotografiche dopo gli omicidi. Gli abitanti del villaggio hanno affermato di essere fuggiti sulle montagne quando i combattimenti tra le forze governative e i combattenti talebani si sono intensificati. Quando alcuni di loro sono tornati al villaggio di Mundarakht per raccogliere cibo, hanno detto che i talebani avevano saccheggiato le loro case e li stavano aspettando. E alcuni di loro hanno subito un’imboscata.
Tre delle nove vittime sarebbero state torturate, agli altri i talebani avrebbero sparato. Un testimone oculare ha chiesto ai talebani il perché di tanta brutalità ed un combattente ha risposto: “Quando è il momento del conflitto, tutti muoiono, non importa se hai armi o meno. È il tempo della guerra”.
Il segretario generale di Amnesty, Agnès Callamard, commentando l’eccidio, ha dichiarato: “La brutalità a sangue freddo di questi omicidi è un promemoria del passato dei talebani e un orribile indicatore di ciò a cui si potrebbe andare incontro con un governo talebano”.
Le violenze del gruppo fondamentalista si perpetuano anche sulla polizia e sulle personalità politiche. Il settimanale “Newsweek” ha riferito che i talebani hanno giustiziato nei giorni scorsi Haji Mullah Achakzai, capo della polizia della provincia di Badghis, presso Herat.
Il giornale ha citato un video, circolato ieri su Twitter, in cui si vedono i talebani aprire il fuoco più volte contro l’ufficiale, bendato, e in ginocchio. L’autenticità del video sarebbe stata confermata da ufficiali di polizia e del governo, secondo quanto ha affermato un consigliere di sicurezza afgano, Nasser Waziri.
Intanto, diversi funzionari del governo afgano precedentemente in carica sono stati arrestati dai talebani dopo che i ribelli islamisti hanno preso domenica scorsa la capitale Kabul, e si trovano tuttora in stato di detenzione.
Lo denunciano i familiari delle persone arrestate, secondo quanto riferisce l’emittente afgana “Tolo News”. L’ex governatore di Laghman, Abdul Wali Wahidzai, e Lotfullah Kamran, capo della polizia della stessa provincia, si sono arresi ai talebani cinque giorni fa ma sono ancora detenuti dai talebani, hanno detto i parenti. “I talebani hanno rilasciato tutti i funzionari governativi, ma Kamran no” ha fatto sapere un parente, Abdul Ghani. Manca all’appello anche l’ex capo della polizia di Ghazni, Mohammad Hashem Ghalji, secondo quanto ha denunciato il figlio.
Sono almeno due i governatori delle provincie dell’Afghanistan di cui si sono perse le tracce o che sono stati arrestati dai talebani da quando, domenica scorsa, le milizie hanno conquistato la capitale Kabul prendendo il potere nel Paese. A riferirlo sono ong e media locali, come il portale di notizie Tolo news
Stando a quanto riporta il sito di informazioni, i familiari dell’ex governatore della provincia orientale di Laghman, Abdul Wali Wahidzai, ne hanno denunciato l’arresto da parte dei talebani cinque giorni fa. Insieme a Wahidzai sarebbe stato arrestato anche il capo della polizia della provincia, Lotfullah Kamram. Il fratello del dirigente delle forze di sicurezza ha detto a Tolo che i talebani “hanno rilasciato molti funzionari del governo” nell’ambito dell’amnestia generale annunciata nei giorni scorsi, ma non suo fratello
Un appello simile è arrivato anche dal figlio dell’ex capo della polizia di uno dei distretti di Ghazni, capoluogo dell’omonima provincia centro-orientale, una delle ultime città a cadere nelle mani dei talebani prima di Kabul. “Rilasciate mio padre, perché avevate promesso un indulto generale” l’appello del figlio del funzionario.
A queste denunce si aggiunge quella della ong della comunità hazara Hope Hazara, che da diversi giorni lamenta la scomparsa della ex governatrice del distretto di Chahar Kint, nelle provincia settentrionale di Balkh, Salima Mazari.
Gli attivisti, che tramite Twitter hanno lanciato un appello anche alla comunità internazionale, colpevole a detta loro di aver “dimenticato” Mazari, affermano che la ex governatrice è in custodia dei talebani. La politica era nota per la sua resistenza contro i miliziani e per essere una delle poche donne governatrici del Paese.
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2021 Riccardo Fucile
DOPO AVER FATTO COMING OUT E’ STATA OGGETTO DI MINACCE DA PARTE DEI SOLITI SFIGATI OMOFOBI MA NON E’ RESTATA FERMA A SUBIRE, PRONTE LE QUERELE
Sara Vanni, campionessa di Reazione a catena con la squadra delle Sibille dopo aver fatto coming out sui social è stata oggetto di minacce e insulti omofobi. Ma non è restata ferma a subire. Oltre alla risposta pubblica arriverà anche l’azione legale.
La vicenda social di Sara Vanni nasce quando qualche giorno fa è diventato virale un meme sessista che faceva leva sul doppiosenso di una delle domande del quiz televisivo: come ben ha spiegato anche Giornalettismo, durante il gioco “Quando, dove, come, perché” è stata posta questa domanda: bisognava indovinare la parola a partire dagli indizi quando ormai sei grande, in bocca, spingendo.
E uno screenshot di Sara Vanni con allegate le parole “lo sguardo malizioso della concorrente” era diventato virale. Ma la campionessa aveva dimostrato di esserlo anche in comunicazione e ironia spiegando di non essere etero e mettendo a tacere le battutine di basso livello:
Ieri però Sara Vanni ha annunciato, sempre tramite Twitter, che la vicenda purtroppo è continuata nel modo peggiore: lei e la sua famiglia sono diventati il bersaglio di minacce e nel caso specifico la concorrente ha dovuto subire anche degli attacchi con insulti omofobi:
Sara ha annunciato querela per chi l’ha offesa e minacciata, spiegando però di non voler usare i social per commentare il quiz. Un’autocensura che non merita. Cosa le è stato detto? Gay.it ha spiegato quando dichiarato dalla ragazza al sito:
“Lesbica di mer*a, se ti incontro ti do io quello che ti manca, un caz*o da 23 cm”. C’è gente omofoba che crede che una persona lesbica lo sia perché non ha trovato l’uomo giusto. Il solito maschilismo, il solito patriarcato, si sentono in diritto di dire ciò che vogliono. Ma una ragazza deve essere etero per forza?
Sara Vanni ha sottolineato che se il ddl Zan fosse stato approvato sarebbe stata tutelata maggiormente dalla legge perché l’omofobia nelle parole che le sono state rivolte avrebbe costituito un’aggravante. Ma un’altra estate è passata senza una norma in Italia.
(da NextQuotidiano)
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