Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA: “IL MIO FIDANZATO AVEVA PROBLEMI A RESPIRARE, NON GLI HANNO FATTO NEANCHE UN TAMPONE”
All’ospedale Papardo di Messina sembra che il Covid sia solo un brutto ricordo,
almeno a giudicare dalla testimonianza di alcuni pazienti lasciati senza un tampone e al cospetto di sanitari che non avrebbero rispettato minimamente le normative anti-contagio.
«Tranquillo, la mascherina non serve», avrebbe detto uno di loro, secondo quanto riferito da Fanpage.
Al triage, il personale sanitario non avrebbe indossato i dispositivi di protezione individuale o al massimo avrebbe tenuto la mascherina sul mento.
A denunciare questa situazione è stata una coppia di ragazzi che l’11 luglio scorso si è recata in ospedale a Messina.
Lui, un giovane ventenne, mentre passeggiava con la fidanzata sul lungomare della città siciliana, è stato colpito da un malore seguito da vertigini, dolori al petto e difficoltà a respirare.
Così il ragazzo si è recato al pronto soccorso ed è lì che ha trovato il triage trasformato «in luogo di ritrovo per il personale medico in servizio e per quello che ha appena staccato il turno».
Una sorta di «bar», scrive Fanpage. «Un’esperienza da incubo, il mio ragazzo è uscito dal pronto soccorso alle 4 di mattina, senza un referto, né un tampone, né niente. Non gli hanno dato neanche i risultati degli esami del sangue, gli unici accertamenti che gli hanno fatto», ha raccontato la ragazza.
Un’altra donna, poi, recatasi in ospedale per un incidente al piede, avrebbe persino chiesto maggiore attenzione a un infermiere dopo averlo visto chiacchierare con un collega nel triage senza mascherina.
«Ma signora, c’è il vetro che separa il gabbiotto-triage dalla sala d’attesa», le avrebbero risposto. La Sicilia è una delle regioni che sta soffrendo di più in questa fase della pandemia e rischia di finire in zona gialla a causa del numero crescente di ricoveri e di posti occupati in terapia intensiva.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile
LE FIGLIE DI UN PAZIENTE ULTRANOVANTENNE HANNO BLOCCATO LA TRASFUSIONE
«Non date il sangue di vaccinati a nostro padre»: così si sono opposte alla trasfusione di cui aveva bisogno il loro genitore due donne all’ospedale “Infermi” di Rimini. Le figlie del paziente, ultranovantenne e ricoverato in corsia, si sono opposte perché temevano che con il plasma sarebbe stato iniettato al paziente anche l’Rna, la molecola alla base dei vaccini.
Alla fine le due donne non hanno acconsentito alla trasfusione.
«Un caso abbastanza estremo», spiega all’edizione bolognese di Repubblica Rino Biguzzi, medico e coordinatore del comitato Programma ‘sangue plasma’ della Ausl Romagna. «Il percorso della donazione di sangue è sorvegliato a livello locale e nazionale. Ed è sicuro», dice.
«La donazione di sangue è anonima, gratuita, volontaria, sicura – aggiunge Biguzzi – Questi sono i presupposti. E c’è la massima tutela della riservatezza».
Tra l’altro, spiega il dottore, «quella richiesta di informazioni non era supportata da evidenze scientifiche in quanto non c’è alcuna evidenza che con la trasfusione ci possa essere la diffusione del SarsCov-2. Non si trasmette il virus attraverso una trasfusione».
E non si trasmette nemmeno l’Rna: «Il sangue subisce una lavorazione, una minima quantità di plasma è presente, ma questo aspetto riguarda decine di vaccinazioni. Non fa la differenza».
Insomma con il sangue di un vaccinato, non si è vaccinati. In ogni caso la trasfusione di sangue non rappresentava una teoria salva vita per il 90enne. Ma serviva «ad accelerare il processo di guarigione, a metterlo in piedi prima. Altrimenti viene fatta una terapia sostitutiva.
«A volte è difficile parlare anche con persone che ritieni abbiano le competenze – conclude Biguzzi. Spesso avanzano risposte preconfezionate, tipo “non sappiamo cosa c’è dentro”, o parlano di “materiale genetico”, temono che “si modifichi il genoma”».
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile
IL MUSICISTA AVEVA 80 ANNI
Morto il batterista dei Rolling Stones, Charlie Watts. Aveva 80 anni. “Per una volta,
il mio tempismo è stato leggermente sbagliato” aveva detto con una punta di ironia dopo l’intervento del quale non era stata specificata la natura. Watts aveva fatto sapere di aver bisogno di riposo e di non poter prendere parte alle prove della band che inizieranno tra un paio di settimane. Non si hanno notizie più precise sulle ragioni dell’intervento chirurgico, nel 2004 gli fu diagnosticato un cancro alla gola, che era però riuscito a sconfiggere.
Grande appassionato di jazz, che continuava a suonare parallelamente alla sua attività con gli Stones, Charlie Watts era stato l’ultimo tra i componenti ad unirsi alla band.
Si era fatto le ossa suonando nei locali a Londra nei primi anni Sessanta esibendosi al fianco di Alexis Korner. Fu soltanto nel gennaio del 1963 che egli si unì alla band di Mick Jagger, Keith Richards, Bill Wyman e Brian Jones, per rimanervi poi fino alla sua morte.
Le radici
Nato nel 1941, Watts era cresciuto nel quartiere di Wembley, nella parte Nord-Ovest di Londra, e si era poi trasferito nel sobborgo di Kingsbury. La sua prima passione musicale fu il jazz americano, dallo swing al bebop, che seguiva da adolescente suonando sui dischi con il primo kit di batteria che gli era stato regalato dai genitori. Dopo il diploma alla scuola d’arte aveva trovato i primi lavori da grafico e intanto si esibiva con piccole band giovanili della scena londinese. Nel 1962 si unì ai Blues Incorporated di Alexis Korner che suonava rhythm and blues, suonando tra l’altro al fianco del bassista dei Cream, Jack Bruce. Grazie a Korner incontrò Brian Jones, che sarebbe poi entrato negli Stones e che in quel momento si esibiva anche con i Blues Incorporated. Tra i loro estimatori c’erano anche Mick Jagger e Keith Richards, che talvolta si unirono a loro.
Dopo qualche mese Jagger e Richards formarono i Rolling Stones, Watts si unì nel 1963. “Era solo l’ennesima band a cui mi univo, in quel momento ero in tre differenti formazioni” ha spiegato Charlie Watts.
Iniziò dunque in maniera informale, “provavamo tanto, Brian e Keith non andavano mai lavorare, così suonavamo accompagnando i dischi di altri per tutto il giorno, e facevamo una vita bohemienne. Mick in quel momento frequentava l’università. Ma pagava comunque l’affitto”.
Lo stile
Alla batteria, gli altri batteristi facevano sfoggio di kit. Non Watts che ha sempore continuato a usare i suoi quattro tamburi canonici. Un minimalismo che lo ha sempre contraddistinto, sin dal disco di debutto degli Stones nel 1964. “Non mi sono mai piaciuti gli assoli di batteria”, spiegò, “ammiro chi sa farli, ma preferisco la batteria che suona per la band. La sfida con il rock’n’roll è essere regolari, il mio obiettivo è creare un sound che balla, che salta e sobbalza”.
Con il suo particolarissimo timing, il tocco swing, sempre sul tempo pur apparendo sempre fuori centro, Watts era il vero punto di incrocio tra i musicisti degli Stones, libero anche di tenere il tempo a prescindere persino dal bassista Bill Wyman. Ha sempre continuato a studiare jazz, per tutta la vita, e amava dire “Non sapevo niente di R&B, per me il blues era Charlie Parker quando suonava lentamente”.
Uno dei suoi modelli era il batterista e band leader americano Chico Hamilton. Andando ad abitare con Richards e Jagger nel leggendario appartamento londinese di Edith Grove, Watts verrà introdotto dagli altri Stones al blues e al rock’n’roll nascente. Keith Richards l’ha sempre stimato moltissimo, considerandolo ancora oggi “il miglior batterista con cui abbia mai suonato”.
La passione per il jazz
Accanto alla sua attività negli Stones Charlie Watts, ha pubblicato alcuni album da solista proprio in ambito jazz. La sua passione per Charlie Parker in particolare lo portò nel 1964 a realizzare un album tributo a Parker intitolato High Flying Bird.
Poi nel corso degli anni Settanta ha affiancato il pianista degli Stones Ian Stewart nella band Rocket 88, con altri giovani jazzisti come Evan Parker e Courtney Pine. Poi nel corso degli anni Novanta Watts Quintet ha pubblicato una serie di album con un quintetto.
Nel 2000 la collaborazione con il batterista Jim Keltner nel The Charlie Watts/Jim Keltner Project (2000), un progetto di musica tribale ed elettronica. Si segnalano anche un album live registrato nel tempio londinese del jazz, il Ronnie Scott’s, con il suo Charlie Watts Tentet. Dal vivo si è esibito nel 2010 con la ABC&D of Boogie Woogie, una formazione nella quale suonavano i suoi amici Dave Green al basso, e i pianistri Axel Zwingenberger e Ben Waters.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile
CROLLO PALAZZINA A TORINO, E’ STATO IL PRIMO A CORRERE A PRESTARE SOCCORSO
“Ho visto l’esplosione e sono andato correndo”, parole semplici quelle di Nasìf. L’accento ci tiene che sia pronunciato sulla i mentre risponde ai microfoni un po’ trafelato ma in buone condizioni.
E’ stato tra i primi lui ad intervenire subito dopo la tragedia di via Bramafame, dove una palazzina è esplosa improvvisamente intorno alle 8:55.
“C’erano cinque persone, ho visto la bomba e sono andato correndo – racconta l’operaio che in quelle ore stava lavorando nei pressi di via Bramafame – C’erani tre uomini, una donna e il figlio. Io sono riuscito a tirarne uno fuori dalle macerie. Parlavano, erano coscienti”.
Quando è arrivato sul posto la palazzina era appena esplosa, c’erano cinque persone da salvare. Lui è riuscito a trarne in salvo solo una, le altre sono uscite grazie all’intervento dei vigili del fuoco.
Un portavoce di Italgas è intervenuto per chiarire il ruolo dell’azienda e fa sapere che “l’immobile non era servito dalla rete di distribuzione cittadina del metano. Si esclude, dunque, che l’eventuale dispersione possa essersi originata da impianti del gas gestiti dall’azienda”.
La causa dell’esplosione sarebbe dunque una bombola.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile
SALVINI HA BISOGNO DI UN NEMICO PER SOPRAVVIVERE E SPARA A SALVE SULLA LAMORGESE PER FAR DIMENTICARE DURIGON… CUOR DI LEONE SEMPRE CON LE DONNE SE LA PRENDE, NON SIA MAI CHE INCONTRA UNO CHE LO APPENDE AL MURO
La versione ufficiale, diramata in una scarna nota da Palazzo Chigi, è che il leader
della Lega sia stato convocato ieri dal premier Mario Draghi “per affrontare i temi legati alla ripresa dell’attività di governo”.
Matteo Salvini è stato chiamato mentre stava partecipando ad una iniziativa elettorale a Roma a sostegno del candidato di centrodestra Enrico Michetti e al temine ha tenuto a precisare che l’incontro è andato bene (e come altrimenti?), sottolineando che le sue preoccupazioni sono tutte “sull’Afghanistan, sul blocco di 60 milioni di cartelle di Equitalia, sulla riforma delle pensioni, quella della giustizia, della pubblica amministrazione, del codice degli appalti e sulla riapertura delle scuole da garantire in presenza”.
Dunque nel corso del colloquio, non si sarebbe affrontato il “tema Lamorgese”, sebbene la ministra dell’Interno sia nelle ultime settimane al centro di ripetuti e veementi attacchi da parte del leader leghista.
Con un innalzamento dei toni che non è certo passato inosservato a Palazzo Chigi. “Rave party con morti e feriti che durano giorni, orde di baby gang che terrorizzano la riviera romagnola. Dopo navi francesi e tedesche, oggi una nave con bandiera norvegese lascerà 322 immigrati in Italia. Lamorgese, dove sei?”, l’ultima intemerata del Capitano che poi nel pomeriggio, dopo l’incontro col premier, da Città di Castello per presentare il candidato sindaco del partito, fa sapere che “chiederà ufficialmente che la ministra venga a riferire su quanto non sta facendo”, puntualizzando che “ci sono ministri che si sono dimessi per molto meno di un rave”.
Nessun accenno ad una richiesta di rimpasto dell’esecutivo. O anche se fosse stata avanzata, evidentemente è stata rispedita al mittente.
In ogni caso Salvini non accenna a mettere un freno alle polemiche
Non una parola nel faccia a faccia con Draghi, pare, nemmeno sul sottosegretario al Mef Claudio Durigon, che in questo agosto di mozioni di sfiducia annunciate) è nel mirino di tutto il centrosinistra e del M5S che, come hanno ribadito anche ieri, lo vorrebbero fuori dal Governo per la manifestata intenzione di intitolare il parco di Latina Falcone e Borsellino al fratello di Mussolini.
“Mai parlato con Draghi di questo. Non penso che tra le sue priorità abbia i parchi di Latina. Per lui, sono preoccupato zero”, taglia corto Salvini
Intanto Draghi, dopo il colloquio mattutino con Salvini, nel pomeriggio ha incontrato a Palazzo Chigi il ministro e vice segretario leghista Giancarlo Giorgetti. Chissà che delle “pratiche” Lamorgese-Durigon non ne abbia parlato con lui, notoriamente più affine al “Draghi pensiero” rispetto al suo segretario federale.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile
LA PAVONE DIVENTEREBBE ASSESSORE ALL’INNOVAZIONE
La scelta della candidata sindaco grillina a Milano, Layla Pavone, è stata presentata agli elettori come molto lineare. In realtà è stata piuttosto tortuosa: a puntare fortemente su Pavone è stato l’ex premier, ora leader dei Cinque Stelle, Giuseppe Conte, che ha deciso di destituire di fatto la candidata scelta dagli attivisti milanesi, Elena Sironi, consigliera uscente del Municipio 4, mettendo al suo posto appunto la consigliera d’amministrazione del Fatto quotidiano.
Il punto non è, però, il legame diretto tra Pavone (che ha già annunciato le sue dimissioni dal Cda del giornale) e Marco Travaglio, grande sostenitore e a detta di molti influentissimo consigliere di Conte.
Il punto è la decisione del neo-presidente del M5S di intervenire a “gamba tesa”.
Lo scopo è quello di non fare la guerra a Beppe Sala e di trovare un accordo per il secondo turno.
A Milano il dialogo tra Pd e Cinque Stelle è stato sempre molto difficile e Sironi era considerata candidata fin troppo combattiva. E a Conte serviva una tregua con i dem perché a livello nazionale l’ex premier ha ancora tutto l’interesse a costruire una strada comune con Enrico Letta e il suo partito.
“Dopo l’intervento di Conte e le sue risposte alle domande, vi è stata la presentazione di Layla Pavone con un lungo momento di confronto, al quale si è deciso di far seguire una votazione che ha dato un esito largamente favorevole al passaggio di testimone” ha spiegato la stessa Sironi.
“Nella consapevolezza che il gruppo M5S di Milano mi avrebbe comunque sostenuta se avessi deciso di imporre la mia candidatura, prima della votazione ho espresso il mio parere riconoscendo il valore aggiunto che Layla Pavone potrebbe portare in questa sfida elettorale e ho lanciato l’invito ad esprimersi liberamente”.
A Sironi, dunque, non è rimasto che far buon viso a cattivo gioco. Ma ovviamente la partita che interessa a Conte non è certamente quella di vincere le elezioni: sa benissimo che Pavone non avrà mai i numeri per diventare sindaca di Milano.
Dunque, ci si siede, come mai questo colpo di scena? Qui entra in scena il primo cittadino uscente, Beppe Sala.
Come spiegano “sherpa” da entrambe le parti, Sala ha già dato luce verde alla possibilità che Pavone, in cambio del suo sostegno al secondo turno, diventi assessore nella futura Giunta di Milano. Per lei si starebbe già pensando a un assessorato ad hoc, quello dell’Innovazione. Un modo per guardare sia all’Europa, con i fondi in arrivo del Pnrr, ma anche per supportare Conte e il M5S sulle grandi scelte di politica nazionale, spostando il baricentro del Movimento da Roma a Milano.
La realpolitik di cui Conte ha dato prova di essere maestro nei due anni passati a Palazzo Chigi cela dunque un preciso accordo pre e post elettorale. Che, nelle intenzioni del neo-leader Cinque Stelle, dovrebbe andare ben oltre Milano.
(da TPI)
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Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile
L’ANNUNCIO SU TWITTER: “SPERO CHE ALTRI SEGUANO IL NOSTRO ESEMPIO”
Anche Airbnb si impegna nell’accoglienza dei rifugiati dell’Afghanistan. L’azienda
ha infatti annunciato che offrirà, a partire già da oggi, 20mila degli alloggi associati gratis in tutto il mondo temporaneamente a rifugiati fuggiti dall’Afghanistan, per aiutarli a risistemarsi.
Lo ha annunciato su Twitter il Ceo della piattaforma online di affitti e case vacanza, Brian Chesky, citato dalla Bbc. Chesky ha spiegato che la decisione è stata una risposta a “una delle più grandi crisi umanitarie del nostro tempo” e ha detto che l’azienda ha “sentito la responsabilità di farsi avanti”.
“Mentre decine di migliaia di rifugiati afghani si trasferiscono in tutto il mondo, il loro soggiorno sarà il primo capitolo della loro nuova vita. Per questi 20mila rifugiati, la mia speranza è che la comunità di Airbnb fornisca non solo un posto sicuro dove riposare e ricominciare da capo, ma anche un caloroso benvenuto a casa” ha dichiarato il Ceo alla Bbc. Chesky ha fatto sapere anche che spera che la sua scelta “ispiri altri leader aziendali a fare lo stesso”. “Non c’è tempo da perdere” ha aggiunto.
La società ha affermato che il costo dei soggiorni sarà finanziato attraverso i contributi di Airbnb e Chesky, nonché dei donatori del Fondo per i rifugiati di Airbnb.org, un’organizzazione no-profit indipendente creata dalla società. Chesky ha raccontato di aver chiesto agli host volontari della piattaforma di contattarlo ed aiutarlo in questo progetto.
Non è la prima volta che la società Airbnb si impegna nell’aiutare persone in difficoltà. Nel 2012, dopo che la città di New York è stata colpita dall’uragano Sandy, più di 1000 persone erano sfollate e avevano bisogno di alloggi d’emergenza. Anche in quel caso i proprietari di alloggi presenti su Airbnb erano stati incoraggiati a offrire soggiorni gratis alle persone in difficoltà. Da allora la società sostiene di aver aiutato più di 75mila persone.
La società, inoltre, nel 2017, ha lanciato l’iniziativa Open Homes per consentire alla comunità ospitanti di offrire gratuitamente le proprie case alle persone colpite da disastri o in fuga da conflitti. Da allora l’iniziativa ha offerto soggiorni gratuiti alle persone colpite dal terremoto di Città del Messico, dagli incendi boschivi in California, dagli incendi boschivi australiani e da altri disastri.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile
L’EX GOVERNATORE DELLA BANCA CENTRALE AFGHANA: “SENZA ACCESSO AI FINANZIAMENTI STRANIERI C’E’ DA ASPETTARSI UNA CATASTROFE UMANITARIA”
«Se pensate che il peggio sia passato, se pensate che la situazione all’aeroporto sia tragica, vi sbagliate di grosso. Finita la crisi militare comincerà quella economica. Con le banche chiuse, senza accesso ai finanziamenti stranieri, c’è da aspettarsi una catastrofe umanitaria e un’ondata di migranti».
Le parole di Ajmal Ahmadi, il governatore della Banca Centrale Afghana in fuga, suonano peggio di una condanna. Eppure sono allo stesso tempo una delle poche speranza rimaste all’Occidente per non vedere vent’anni di investimenti e sacrifici finire nelle fogne della storia.
Il ragionamento, espresso anche dal presidente Joe Biden a più riprese, è lineare: l’Afganistan si reggeva sugli aiuti internazionali, se i talebani vogliono evitare il collasso economico e la conseguente esplosione sociale, devono rispettare l’impegno ad un «governo inclusivo» e moderare certi loro atteggiamenti verso donne e diritti umani.
Cioè, dato il ritiro, l’influenza americana da «bastone e carota», diventa solo «carota». Il problema per gli afghani che hanno creduto nei valori occidentali è che probabilmente non basterà. I conti sono solo in apparenza a favore dell’Occidente.
I conti
Vediamoli. L’ex Stato filoamericano e i talebani assieme incassavano rispettivamente 2,5 e 1,5 miliardi: mezzo miliardo dalla droga, un miliardo dalle miniere il resto dalle dogane.
Sul lato uscite, però, l’Afghanistan del presidente in fuga Ashraf Ghani contava su un budget di circa 8 miliardi l’anno di cui 6 erano donazioni.
Il grosso delle spese (e degli aiuti) andava all’apparato militare: circa 5 miliardi. I talebani, invece, finanziavano la loro guerriglia con 1,5 miliardi.
Le due parti in conflitto spendevano quindi un totale di quasi dieci miliardi di cui la guerra assorbiva il 60%.
Se il miraggio del «governo inclusivo» (formula magica quanto vaga suggerita a Doha dagli americani) dovesse realizzarsi è facile che le spese militari precipitino.
Vero è che i poliziotti dovranno rimanere o essere sostituiti; non tutti i soldati (e tanto meno i combattenti talebani) potranno essere smobilitati per non alimentare rivolte; in compenso non ci sarà bisogno di acquistare armi per parecchi anni a venire. Il risparmio può arrivare a circa 3 miliardi così che al nuovo Emirato talebano servirebbero più o meno 7 miliardi per sostituire (con meno spese belliche) l’attuale macchina statale.
Il ruolo delle Ong
Un peso importante nell’economia veniva delle agenzie umanitarie e da centinaia di Ong che non passavano dalle casse pubbliche, ma che comunque contribuivano a far funzionare tutto. Ad esempio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pronte 500 tonnellate di farmaci e strumentazione sanitarie, ma non riesce a portarle in Afghanistan perché non trova un velivolo disponibile ad atterrare nel Paese.
Ammesso e non concesso che gli aiuti umanitari continuino a fluire anche verso un Emirato talebano, mancherebbero comunque tre miliardi l’anno di aiuti soprattutto Usa perché l’Afghanistan talebano resti povero com’era quello filoamericano.
Sono questi tre miliardi (più gli aiuti umanitari) la «carota» su cui conta l’Occidente per avere ancora influenza sul futuro del Paese: troppi burqa vorrà dire meno pozzi. Ai talebani non converrà, è la speranza dell’Occidente.
L’economia informale
Tutti questi dati sono in parte nei bilanci governativi verificati dai consiglieri americani, in parte stimati delle Nazioni Unite. Il limite tanto dell’allarme dell’ex governatore della Banca Centrale di Kabul quanto delle speranze di Biden e dell’Occidente tutto è che solo il 10 per cento degli afghani ha un conto in banca e oltre l’80 per cento dell’economia è informale, sfugge ai calcoli del Pil.
Un esempio: l’export afghano è ufficialmente inferiore a un miliardo, meno del confinante e poverissimo Tajikistan che però ha un quarto degli abitanti. Difficile da credere a meno che si considerino il contrabbando come un effetto inevitabile di 40anni di guerra. Il discredito del governo filoamericano viene anche dal non aver fatto nulla per cambiare la situazione.
Le donazioni
I talebani, con i loro mezzi brutali, potrebbero invece riuscire a ridurre la vasta area di corruzione e recuperare risorse. Altri miliardi possono venire dai donatori del Golfo, i cui giornali scrivono che soffocare l’Afghanistan togliendo gli aiuti sarebbe un errore. Altri ancora dalla Cina interessata a sfruttare finalmente i diritti che vanta sulle miniere di rame, ma anche contrattarne di nuove per zinco e terre rare.
Mentre guardiamo alle tragedie dell’aeroporto, i talebani costruiscono già il loro apparato amministrativo. L’ex capo della loro «commissione economica» a Doha è diventato governatore della Banca Centrale, Haji Mohammad Idris. I dipendenti del ministero delle Finanze hanno fatto sapere di essere al lavoro.
Il primo Emirato tra il 1996 e il 2001 riuscì a ridurre la violenza interna e a garantire stabilità economica. Avevano un perfetto controllo del territorio tanto che fermarono (in cambio di aiuti) anche la coltivazione dell’oppio. Chi crede di cambiarli con una sola «carota» da tre miliardi, li sta sottovalutando.
(da TPI)
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Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile
SCHIERATO ANCHE IL SINDACO LEGHISTA DI FERRARA
“Saremo i primi ad accogliere chi fugge dall’Afghanistan”, lo ha dichiarato il
sindaco di Ferrara Alan Fabbri all’indomani dell’arrivo dei talebani a Kabul.
Il primo cittadino leghista ha sottolineato come quella che sta attraversando il Paese, tornato nelle mani del gruppo islamista, sia una situazione che non ha a che fare con i partiti ma “con l’umanità che dovrebbe contraddistinguere ognuno di noi”, in controtendenza con quanto affermato dal segretario del suo partito, Matteo Salvini, il quale vorrebbe offrire ospitalità “a donne e bambini in pericolo”, ma non ai migliaia di afghani che faranno domanda di asilo in Italia.
L’orientamento di Fabbri è quello espresso dalla maggior parte dei sindaci italiani sull’accoglienza dei collaboratori afghani del governo italiano.
Da quando Kabul è ricaduta sotto il controllo dei cosiddetti studenti coranici centinaia di comuni, da Bari a Bolzano, si sono detti pronti a mettere a disposizione le proprie strutture di accoglienza, a prescindere dal colore del governo locale.
Lo conferma a TPI il sindaco di Bari e presidente dell’Associazione Nazionale dei comuni italiani (Anci) Antonio Decaro, il quale ha proposto di ampliare il sistema di accoglienza e integrazione (la rete Sai) che già ospita 500 famiglie afghane su tutto il territorio nazionale per distribuire i nuovi arrivi.
“Abbiamo dato disponibilità al governo per due motivi: il primo è che abbiamo già una rete attiva proprio per le famiglie dei collaboratori afghani, come previsto da una legge del 2014: ci sono oltre 500 persone originarie dell’Afghanistan che in questi anni accogliamo nella rete degli ex Sprar”, spiega Decaro.
“Contemporaneamente abbiamo paura che attraverso le prefetture ci siano delle concentrazioni: i collaboratori sono circa 2mila, se li portano tutti in un piccolo comune perché c’è una caserma che trasformano in un Cas è chiaro che si possano avere delle tensioni e sicuramente non parliamo d’integrazione in quel caso”, continua.
Di qui la proposta di espandere il sistema già attivo. “Un terzo dell’accoglienza la fanno già i comuni: sono oltre 25mila le famiglie, non solo di rifugiati afghani, accolti nella rete Sai, per un totale di 690 comuni coinvolti. E in questa emergenza specifica in tanti, indipendentemente dall’orientamento, hanno dato disponibilità”, aggiunge il primo cittadino.
Milano ha già accolto i primi arrivi: 34 persone in tutto, di cui 16 bambini, giunte giovedì a Ciampino con un ponte aereo dell’esercito. Sono le dottoresse del centro ginecologico di Herat della Fondazione Veronesi e i loro familiari più stretti. Ora si trovano in un Covid hotel sotto la responsabilità sanitaria di Ats Milano.
Intanto la prefettura, insieme al Comune di Milano e ad altri centri lombardi, sta smistando i primi 160 profughi afgani che per la ripartizione nazionale spettano alla regione. Altre decine sono già state destinate alle relative strutture di accoglienza in Veneto e in Trentino Alto Adige, altri attendono indicazioni. Come i comuni del modenese, che hanno dichiarato “piena disponibilità a collaborare”. “Modena ha tutto per accoglierli”, commentano dallo staff del sindaco Gian Carlo Muzzarelli. E se a Bari i posti per il momento sono limitati – motivo per cui è stato chiesto l’ampliamento della rete Sai – famiglie, parrocchie e associazioni hanno espresso la volontà di prendere in casa i profughi, o di fare domanda di adozione “non solo di minori, ma di intere famiglie”, racconta Decaro.
Sono circa 2.500 i civili afghani, collaboratori del governo italiano e loro familiari, che dovrebbero essere trasferiti in Italia, di cui 1.600 sono già stati evacuati. Ma la questione principale emergerà nei prossimi mesi, quando la domanda aumenterà ben oltre queste cifre e il vero nodo riguarderà tutti i civili afghani in fuga dal Paese, non solo gli ex collaboratori della Nato, che già prima della presa definitiva di Kabul – secondo le stime dell’Oim – erano circa 30mila a settimana. È qui che il colore politico potrebbe tornare ad avere un peso.
Ieri il premier sloveno Janez Jansa, che detiene la presidenza semestrale del consiglio dell’Ue, ha detto che “l’Unione Europea non aprirà corridoi umanitari per i migranti”. A poco sono servite le rassicurazioni del Presidente del Parlameno Ue, David Sassoli, il quale ha replicato che “certamente uno sforzo di solidarietà deve essere compiuto”, perché sui leader europei incombe lo spauracchio del 2015, quando un milione di rifugiati siriani raggiunsero l’Europa attraverso i Balcani e la Grecia, spingendo la Commissione a dare vita a un nuovo modello di accoglienza, quello dell’istituzione di hotspot al confine.
La Grecia è già corsa ai ripari, avviando la costruzione di un muro di 40 chilometri lungo la frontiera con la Turchia, per fermare l’eventuale ondata di migranti in arrivo. “Dobbiamo proteggerci dai grandi flussi di migranti irregolari”, ha dichiarato il premier francese Emmanuel Macron.
Se questa è la rotta indicata dai leader dell’Ue, anche la solidarietà dei sindaci più volenterosi potrà servire a poco. “Come presidente dell’Anci che rappresenta 8mila comuni posso dire che sono scelte che spetteranno al governo. Se i numeri aumenteranno credo che il problema dovrà essere affrontato a livello internazionale, e tutti i Paesi dovranno farsi carico di chi sta scappando da un regime – dice Decaro – Bari ha già dimostrato 30 anni fa di essere accogliente. Personalmente credo che non possiamo girarci dall’altra parte”.
(da agenzie)
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