Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
65 ANNI FA UN DEVASTANTE INCENDIO IN UNO DEI POZZI DELLA MINIERA TOLSE LA VITA A 262 MINATORI, DI CUI 136 ITALIANI
Dal 2001, l’8 agosto si commemora la “Giornata del sacrificio italiano nel mondo”.
Esattamente 65 anni fa, al Bois du Cazier un devastante incendio in uno dei pozzi principali di Marcinelle tolse la vita a 262 minatori, di cui 136 italiani.
Oltre agli italiani – che per tutto il Novecento hanno amaramente contribuito con il maggior numero di vittime in tante delle tragedie del fordismo in giro per il mondo (Monongah, Dawson, Izourt, Marcinelle e Mattmark) – perirono 95 belgi e persone di 12 nazionalità diverse.
Quest’ultimo dato testimonia come, a 975 o 1035 metri sottoterra, la morte non chiede la cittadinanza a nessuno, ma prende ciò che la superficialità, la non conoscenza umana e allo stesso tempo il fato mettono a disposizione.
A dire il vero, l’incidente dell’8 agosto non fu né il primo né l’ultimo di una lunga mattanza che ha caratterizzato uno dei lavori più duri e più mitizzati dell’epoca moderna (dal Germinal di Émile Zola, fino ai minatori cileni che divennero testimonial dello spot per i mondiali in Brasile del 2014).
Stando alle cifre ufficiali, pubblicate nel 1952, gli incidenti nelle miniere belghe avevano raggiunto quota 127.392, tra fondo e superficie, con un bilancio finale di 178 morti e 1457 inabilità permanenti. Nel 1952, i morti furono 43 e gli incidenti, rispetto all’anno precedente, 39.553. Dal 1841 al 1965 furono circa 170 all’anno – nel primo ventennio quasi 300 –, per un totale complessivo di oltre 21.000 in poco più di un secolo. Nel secondo dopoguerra, dal 1946 al 1965, in media, si sono registrate 3400 vittime.
Tra le cause principali, ci furono le frane e l’asfissia legata a un’eccessiva presenza di grisù. Il maggior numero di vittime e incidenti si registrò nei bacini meridionali, di antica produzione, prevalentemente dislocati nella Vallonia, come Marcinelle.
Il paradosso di questa storia che ha trasformato la tragedia del Bois du Cazier in pagina indelebile della storia d’Italia ed europea, è legata al fatto che più volte nel corso dei primi decenni del XX secolo si ragionò sulla possibile chiusura del pozzo, soprattutto perché vecchio e poco sicuro. Tuttavia, ogni volta, prima la guerra e poi soprattutto l’arrivo di manodopera a basso costo (italiana) consentì di sfruttare ancora per molti decenni il plesso.
È bene ricordarlo, la presenza italiana in Belgio, come nel resto dell’Europa continentale, ha radici profonde che risalgono all’epoca medievale, ma è solo dall’Ottocento che si registrò una presenza in termini di manodopera. Utilizzata, come in Francia e Svizzera, per le grandi opere infrastrutturali tra il XIX e il XX secolo, nel 1910 la comunità italiana contava meno di 5000 presenze nel regno belga, per poi crescere cospicuamente nel primo dopoguerra superando le 30.000 unità.
Nel periodo tra le due guerre mondiali gli italiani arrivarono in Belgio per lavorare nelle miniere, che già negli anni Venti iniziavano a registrare una crescente penuria di manodopera locale.
Alla vigilia dello scoppio del secondo conflitto mondiale, nel 1938, erano impiegati quasi 400.000 stranieri e la manodopera italiana rappresentava, con le sue oltre 39.000 unità, il 12% dell’intero contingente.
Gli stranieri e, soprattutto, gli italiani lavoravano in fondo alle miniere, settore che agli inizi del XX secolo, oltre agli storici bacini carboniferi del Sud del paese – nella Vallonia francofona, la cui produzione iniziava progressivamente a essere meno redditizia per l’arretratezza degli impianti –, vide l’inizio dello sfruttamento, nella regione fiamminga, dei nuovi bacini nord-orientali e del Limburgo.
Tornando all’8 agosto, in questo giorno appunto celebriamo il sacrificio del duro lavoro, di quel lavoro che ancora a distanza di 65 anni continua a mietere vittime in uno dei paesi più avanzati del mondo, l’Italia.
A Marcinelle morirono per l’incuria, per le mancate norme di sicurezza, insomma per le stesse ragioni per le quali ancora oggi in Italia si muore di lavoro. Tuttavia, Marcinelle e con essa l’emigrazione in Belgio ci consegnano un’altra pagina della storia repubblicana che ancora oggi si fatica ad analizzare per quella che realmente è stata.
Dieci anni prima, il 23 giugno del 1946 (75 anni fa), la neonata Repubblica di un paese ancora occupato, dove venivano utilizzate le Am-Lire, e che era alle prese con il suo futuro geopolitico – il Trattato di Pace verrà siglato solo nel 1947 –, prima di aprire i lavori dell’Assemblea Costituente, siglò il famoso accordo di scambio “minatore-carbone”.
L’Italia si impegnava ad inviare 50.000 minatori e in cambio avrebbe dovuto ricevere – in realtà il carbone non arrivò mai – 200 kg a testa di carbone, che all’epoca rappresentava ancora l’elemento chiave della modernità.
Come sappiamo, l’art. 1 della nostra Carta Costituzionale recita che la Repubblica è fondata sul lavoro. In realtà questa affermazione è un falso storico, o quanto meno, non tenne conto della verità fattuale del tempo, ovvero, che la Repubblica fu fondata sull’emigrazione.
Oggi il Bois du Cazier è patrimonio dell’Unesco, il luogo di questa immane tragedia è divenuto anche grazie alla tenacia dei sopravvissuti e dei loro familiari, uno dei più importanti plessi celebrativi del lavoro italiano nel mondo.
D’altronde, quando si diventa patrimonio dell’Unesco, si diventa patrimonio di tutte e tutti, a futura memoria. Quest’ultima assolve pienamente al suo compito nella misura in cui ci obbliga a ricordare le nostra fondamenta costitutive e, allo stesso tempo, ci pone dinnanzi all’obbligo di provvedere in maniera risoluta affinché non si ripetano ancora, e sono fino troppe, le morti bianche che stanno caratterizzando questa fase particolare della nostra vita.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
FUORI USO LA CABINA DI CONTROLLO E IN FERIE FORZATE I DIPENDENTI DEL CONSORZIO
Il Mose è davvero in cattive acque. La monumentale opera che dovrebbe salvare Venezia dalle maree affonda in un mare di debiti, i cantieri sono fermi, in tribunale è stata presentata la richiesta di concordato preventivo e soltanto per fare una prova di innalzamento delle barriere si è dovuto ricorrere alla buona volontà di chi aziona il sistema manualmente.
Come non bastasse, tutti i dipendenti sono stati messi in ferie coatte da domani, lunedì 9 agosto, e al ritorno comincerà la cassa integrazione.
Le ferie forzate riguardano i dipendenti del Consorzio Venezia Nuova, concessionario dell’opera, Thetis (società di ingegneria controllata) e Comar, la struttura creata per la gestione degli appalti.
La misura serve per contenere i costi. I cento dipendenti Thetis lavoreranno poi a singhiozzo, usufruendo del Fondo di integrazione salariale fino al 31 dicembre, ovvero la data in cui i lavori del Mose avrebbero dovuto essere conclusi. Ma il cronoprogramma è ormai saltato e Venezia rischia di restare indifesa per l’autunno e l’inverno. Gli stipendi di luglio dei dipendenti Comar non saranno pagati e non vi sono certezze per quelli futuri.
Due anni fa il Mose sembrava vicino a una rapida conclusione. Dopo l’Acqua Granda del 12 novembre 2019, che raggiunse i 187 centimetri sul medio mare, l’architetto Elisabetta Spitz venne nominata commissaria per velocizzare i cantieri. Nell’autunno 2020 un primo risultato sembrava ottenuto, visto che il Mose è entrato in funzione una ventina di volte, anche se in via sperimentale, e in quelle occasioni Venezia è rimasta all’asciutto.
Con la nomina del commissario liquidatore Massimo Miani e l’uscita di scena degli amministratori straordinari del Consorzio (erano stati insediati nel 2014 dopo gli arresti per lo scandalo delle tangenti), sono invece venuti al pettine i nodi economici, ovvero 200 milioni di debiti. I pagamenti sono stati bloccati e i cantieri si sono fermati.
Un esempio di come la struttura del Mose si stia svuotando giorno dopo giorno, la si è avuta con le prove di sollevamento previste per il 5 e 6 agosto alle bocche di porto di Malamocco e Chioggia.
Inutilizzabile la sala di controllo gestita da Abb, società di impiantistica e informatica, che non è stata pagata. Così le barriere sono state alzate (solo a Chioggia) con procedura d’emergenza, praticamente a mano. Hanno lavorato una quindicina di tecnici interni, senza imprese esterne. Nell’organigramma tecnico si stanno già creando buchi importanti, per le dimissioni di alcuni ingegneri che cercano un’occupazione altrove.
L’annuncio di richiesta di concordato preventivo (120 giorni per presentare il piano di gestione) e di cassa integrazione ha portato alla mobilitazione sindacale, con stato di agitazione. Il 24 agosto si terrà un’assemblea, nel frattempo sono stati chiesti tavoli di crisi in Regione e in Prefettura. I sindacati chiedono anche ai ministeri una risposta sulla costituzione dell’autorità della Laguna di Venezia, varata formalmente un anno fa, ma mai istituita.
“Al di là delle inaccettabili ricadute sui lavoratori, questo vuole dire il blocco totale del completamento dei lavori del Mose – scrivono in una nota congiunta i segretari Cgil, Cisl e Uil – nonché la mancanza dei controlli sull’inquinamento della Laguna di Venezia. Cresce il rischio che vengano meno le condizioni, all’avvicinarsi dell’autunno, per la alzata in sicurezza delle paratoie con gli immaginabili e inaccettabili pericoli per la città. Le responsabilità vanno addebitate a chi ha gestito negli anni le aziende e a chi non è intervenuto in tempo per risolvere i problemi”.
A San Marco si è vissuta intanto una notte di allerta, con una previsione di marea a 105 centimetri sul medio mare, quota inconsueta per un sabato di agosto.
Oltre gli 88 centimetri la Basilica (con o senza Mose) viene allagata, perché i sistemi interni non bastano e l’acqua entra dalla piazza. Ma i progetti per una difesa in vetro provvisoria davanti alla facciata, vecchi di tre anni, si sono arenati a causa di burocrazia e beghe di palazzo. Così ogni notte in ammollo fa invecchiare di qualche anno i preziosi mosaici bizantini dei pavimenti.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
SENZA UN CANDIDATO A MILANO, DECIMATI IN LIGURIA E NORD-EST
“Da settembre girerò tutta Italia”. Non è un caso che Giuseppe Conte, appena dopo
la chiusura del voto che lo ha eletto leader del Movimento 5 Stelle, si sia preoccupato di annunciare un tour su e giù per il Paese.
Il problema emerge a ogni tornata di elezioni amministrative: i Meet Up si sono disgregati, nei Comuni si fa fatica a mettere in piedi le liste o anche solo a trovare un candidato sindaco. La frattura è profonda e neanche i facilitatori, primo palliativo messo in campo dai vertici nazionali, hanno invertito la tendenza. Ora ci proverà Conte, che però troverà parecchie macerie. A partire dal Nord.
Lombardia. Il gruppo regionale è attivo, ma le difficoltà del Movimento sono rese evidenti dallo sbando nella campagna elettorale per Milano. A meno di due mesi dalle urne – si voterà il 3 e 4 ottobre – non c’è il nome del candidato. I 5 Stelle hanno tentato l’accordo con Beppe Sala, messo però con le spalle al muro dal veto degli alleati centristi. E nell’immobilismo di queste settimane, se ne sono quasi tutti andati. Gianluca Corrado, aspirante sindaco nel 2016, non si ricandiderà. Patrizia Bedori è fuori, così come Simone Sollazzo (passato ai Verdi). Gli attivisti vorrebbero Elena Sironi candidata sindaca, ma il suo nome non è mai stato avallato da Roma, dove si è pensato anche alla senatrice Simona Nocerino. L’accordo col Pd sarà più semplice per le Regionali del 2023 (magari su Stefano Buffagni), unica strada per strappare la Lombardia alla destra.
Liguria. L’unico precedente di coalizione giallorosa alle Regionali è quello dello scorso anno in Liguria, dove la destra di Giovanni Toti ha battuto il giornalista del Fatto Ferruccio Sansa, sostenuto proprio da M5S e Pd. Senza per la verità troppa convinzione, visto l’eterno tira e molla sul suo nome concluso a poche settimane dalle elezioni. Dei 5Stelle della prima ora qui non resta granché, se si pensa che Marika Cassimatis fu una delle prime vittime del decisionismo di Beppe Grillo e Alice Salvatore se ne è andata portandosi dietro qualche compagno d’avventura. Degli otto parlamentari eletti in Liguria nel 2018, ne restano 3. Anche qui allora sarà quasi tutto da ricostruire, magari anche grazie a quel Luca Pirondini capogruppo a Genova e attivista di lungo corso.
Piemonte. Chiara Appendino – pur in mezzo alle turbolenze di maggioranza a Torino – è rimasta un punto di riferimento carismatico e si prepara – con ogni probabilità – alla vicepresidenza del M5S. Qui l’attivismo grillino ha spesso fatto rima con le proteste no Tav, anche se da Palazzo Chigi Conte fu costretto a ingoiare l’opera. Due consiglieri regionali su 5 se ne sono andati e chi rimane racconta che proprio sul Tav si sono consumati i malumori più grandi. La candidata sindaca a Torino Valentina Sganga, antica oppositrice dell’opera, può recuperare un po’ di legami con la Valsusa (ma i rapporti con Appendino sono assai freddi). In tutti i Comuni al voto, se non altro, i 5S sono riusciti a organizzare una candidatura.
Emilia-Romagna e Nord-est. A Bologna e dintorni la linea è chiara: i grillini sono nel “laboratorio politico” del centrosinistra. Il punto di riferimento è sempre Max Bugani, attivista della prima ora, incoraggiato dall’elezione di Conte. Il M5S appoggia il candidato sindaco del Pd Matteo Lepore. Una scelta che ha prodotto strappi e defezioni – l’ultimo ad andarsene è stato l’ex candidato governatore Simone Benini –, ma che almeno dà una prospettiva chiara al futuro. Nel Nord-est invece è desertificazione totale: negli anni al governo il M5S è stato annichilito dalla concorrenza della Lega. Il consenso è quasi azzerato e i pochi punti di riferimento sono andati via, come l’ex europarlamentare trevigiano David Borrelli e il deputato no-euro e no-vax Gianluigi Paragone. Conte e i suoi dovranno ripartire da zero.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
IL MICROBIOLOGO: “IN AUTUNNO LA VACCINAZIONE NON BASTERA’, ALL’ITALIA MANCA UN SISTEMA DI TRACCIAMENTO ALL’INGLESE”
“Il Green Pass va ristretto a chi ha due dosi e il tampone molecolare perché solo una dose e l’antigenico rendono meno sicuri gli spazi chiusi”.
A dirlo in un’intervista al quotidiano La Stampa è Andrea Crisanti, professore ordinario di Microbiologia all’Università di Padova. “L’impatto del Green Pass sulla trasmissione non è quantificabile – osserva – ma ne trovo positivo l’effetto sulla immunizzazione della popolazione”.
Secondo Crisanti, infatti, il Green Pass aumenta la sicurezza dei cittadini “indirettamente, perché spinge le persone a vaccinarsi, ma l’effetto diretto non è dimostrato”.
Sull’obbligo del Green Pass per i mezzi di trasporto a lunga percorrenza, lo scienziato dice: ″È veramente inutile perché sinceramente la mascherina Ffp2 è più sicura del Green Pass e sarebbe molto più serio richiedere quella”.
Quanto all’allargamento del Green Pass a tutti i lavoratori il professore si dichiara “favorevole” (“Non so se sia fattibile dal punto di vista giuridico, ma dal punto di vista teorico sono favorevole”, dice), ma avverte che in autunno il vaccino non basterà perché “la variante Delta è più infettiva e infetta anche i vaccinati”.
Infine, sul tracciamento italiano: “Manca ancora un sistema simile a quello inglese o di Taiwan fatto di digitalizzazione, tamponi, quarantena e tracciamento”.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
LE MANIFESTAZIONI NON AUTORIZZATE IN TUTTO IL MONDO SI SCIOLGONO, SOPRATTUTTO SE SONO FOCOLAI DI CONTAGIO SANITARIO
Il copione è sempre lo stesso: l’organizzazione sui social, per coordinarsi al meglio,
poi la piazza che si riempie, il corteo, e gli slogan “libertà”, “no alla dittatura sanitaria” e “giornalista terrorista”.
Anche ieri i “no green pass” sono tornati a sfilare nelle maggiori città italiane, nonostante – per evidenti motivi sanitari – marciare in corteo sia vietato.
A Milano circa 5mila persone si sono radunate in Piazza Fontana e si sono dirette verso il Duomo, per poi raggiungere Porta Venezia e terminare il giro in Piazzale Loreto. Molti manifestanti indossavano, appuntata al petto, la stella di David con la scritta “non vaccinato”.
Continua quindi il paragone tra il certificato verde e la segregazione degli ebrei nella Germania nazista, un accostamento becero e totalmente infondato.
Diversi disagi alla circolazione, con alcuni mezzi pubblici in superficie che hanno dovuto deviare il loro percorso
Nel corso del corteo per le vie del centro i manifestanti hanno scandito slogan contro i giornalisti, i virologi, il governo. “I giornalisti sono pagati per dire che le persone sono morte di Covid”, ha spiegato una manifestante.
A Roma erano invece circa 1500 le persone radunatesi in piazza del Popolo nel pomeriggio per il sit-in organizzato dal comitato Nonna Maur, regolarmente preavvisato in Questura. Tra i partecipanti c’erano anche esponenti di Forza Nuova tra i quali Giuliano Castellino. Oltre ai classici slogan sono arrivati gli applausi per il medico mantovano Giuseppe De Donno, da poco scomparso, scettico verso la pandemia.
Molti meno invece i “no green pass” di Napoli: appena un centinaio, hanno chiesto di essere ricevuti dal presidente della giunta regionale Vincenzo De Luca.
A Firenze gli scettici della pandemia sono tornati in piazza dopo l’aggressione di due settimane fa al giornalista Saverio Tommasi. “Vergogna” e “venduti” le parole rivolte ai cronisti presenti, responsabili di fare informazione in modo scorretto.
A Torino il corteo, partito da Piazza Castello, ha fatto tappa davanti alla redazione de La Stampa e di Repubblica in via Lugaro: un migliaio, nonostante la pioggia, sono scesi in strada per manifestare il loro dissenso.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
“A FAUSTO HO FATTO CAPIRE CHE SI POSSONO SPENDERE SOLO I SOLDI CHE SI GUADAGNANO E CHE LE SCARPE SI CAMBIANO SOLO QUANDO QUELLE VECCHIE SI ROMPONO”
Ci sono storie di ordinaria e dignitosa quotidianità che diventano improvvisamente straordinarie. È il caso della signora Veronica Desalu, madre dello sprinter oro nella staffetta 4×100 Eseosa Fostine Desalu, balzata alle cronache nazionali dopo aver declinato l’invito a partecipare alla trasmissione di Rai 2 Il circolo degli anelli perché impegnata sul lavoro, come badante.
Ed è a lei che il figlio Fausto ha dedicato la vittoria a Tokyo 2020, ricordando tutti i sacrifici e sforzi fatti per crescerlo da sola dopo l’abbandono improvviso del marito. «Adesso finalmente posso sdebitarmi con mia madre: finalmente ho raggiunto un risultato importante, se lo merita. Si è fatta un mazzo per me da sola – ha commentato il velocista subito dopo la gara. Quando gli amici a scuola avevano scarpe fighe io dicevo: “Le voglio”. Lei mi rispondeva: “Non posso”. Crescendo comprendi il valore del denaro e dei sacrifici. Posso solo dirle grazie».
La signora Desalu, infatti, è partita trent’anni fa dalla Nigeria per seguire il marito in Italia: «Ero alla ricerca – racconta in un’intervista al Corriere della Sera – di una vita migliore per tutti noi. Avevo già una figlia, che oggi ha 31 anni e vive in Africa, qui è nato Fausto, ma due anni dopo suo padre ci ha mollati tutti di colpo ed è tornato in Nigeria. Sono stati momenti difficili».
Un addio doloroso anche per il figlio Fausto, che dopo aver iniziato a vincere diverse gare, ricontattato dal padre, «non ne ha voluto sapere» di ritornare in contatto con lui, racconta sconsolata la madre.
E dopo esser rimasta sola, la signora Desalu, per poter crescere “Faustino” e prima di diventar badante, ha «raccolto pomodori, lavorato nei caseifici come operaia e ancora in una casa di riposo», permettendo al figlio di poter iniziare a cimentarsi con l’atletica. Dopodiché «i dirigenti della “Interflumina” la società di qui (Casalmaggiore, nel cremonese) si sono accorti che Fusto era bravo. E pur di garantire che lui continuasse con lo sport mi hanno aiutato a trovare questa casa e un lavoro».
Ma dal principio sino alla raggiungimento del gradino più alto del podio delle Olimpiadi non son svaniti i ricordi, né i sacrifici compiuti. «A Fausto ho fatto capire che si possono spendere solo i soldi che guadagna – racconta ancora la signora Desalu – e che le scarpe si cambiano solo quando quelle vecchie si rompono».
La passione per lo sport, in famiglia, ha radici che arrivano dalla madre. Già perché anche la signora Veronica è stata un’atleta, in passato.
E racconta: «In Nigeria giocavo a basket e volley, ma mia madre non voleva: “Sei un donna, se fai quelle cose non ti crescerà il seno e non avrai figli”. E così ho smesso».
E la signora Desalu infine confida: «Faustino non mi ha mai dato preoccupazioni. Solo una marachella: una volta a scuola prese un brutto voto. Lui lo cambiò a mano, ma subito riconobbe l’errore e chiese scusa».
Insomma, al rientro da Tokyo 2020, previsto per lunedì, verrà comunque tempo di festeggiare dopo tanta abnegazione: «Vorrei accoglierlo con una torta anche se lui può mangiare solo carboidrati. Non importa, magari possiamo fare uno strappo…».
E che strappo sia. Ma dolce e gioioso, finalmente.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
“IL VERO SPIRITO DI SACRIFICIO SI VEDE NEGLI SPORT MINORI, ALTRO CHE IL CALCIO”
La storia dei Giochi olimpici è anche una storia di generazioni, di padre, madri, figli e
figlie. Di un filo che non si è mai spezzato. Di conquiste e imprese che passano da un’era all’altra. Javale McGee ha vinto un oro con la nazionale di Basket Usa, diventando così il primo atleta di sempre a formare la prima coppia madre-figlio a vincere un oro olimpico. La madre Pamela McGee, anche lei cestista, vinse le olimpiadi di Los Angeles 1984.
Una passione, quella per lo sport, che lega anche se in modo diverso la strada di Martina Centofanti a quella del padre. L’azzurra della nazionale di ginnastica ritmica ha conquistato il bronzo nella finale a squadre.
In famiglia lo sport è di casa. Lo è tramite il padre, Felice Centofanti, terzino della serie A, e iconico calciatore dei campionati di calcio degli anni ’90. Lui, con quei sui capelli lunghi, scompigliati, e un pizzetto alla D’Artagnan era un numero nove fuori dagli schemi. Certo distante dai luccichii dei body da ginnastica, delle movenze eleganti, raffinate, le spaccate, e le acrobazie della figlia fuoriclasse della ginnastica ritmica.
Centofanti aveva iniziato la sua carriera al Verona di Bagnoli, ma non quello dello scudetto. Il 17enne era arrivato nel 1987, due anni dopo l’impresa gialloblu per poi passare in C2 alla Jesina, poi in Serie B al Barletta, e poi la grande possibilità all’Ancona. Sarà con la maglia della squadra marchigiana che Centofanti segnerà il suo unico gol in serie A. E lo farà contro una Juventus che in campo aveva uno di nome di Roberto Baggio. Centofanti, amato da tutti i tifosi, che per lui conieranno diversi cori, tra cui il famoso «Uno, dieci, 100fanti».
Numero 9 atipico, anche nell’Inter di Roberto Carlos, Centofanti, dopo aver chiuso con il mondo del calcio nel 2005, se ne è poi distaccato completamente.
E il merito, dice lui, va anche alla figlia, ora campionessa olimpica. «Ho mia figlia che è in nazionale di ginnastica ritmica. Grazie al suo sport mi sono disintossicato (dal calcio, ndr) anche perché non è più il calcio romantico che piaceva a me. Faccio davvero fatica a seguirlo».
In un’intervista a Oggi aveva poi dichiarato proprio sugli sforzi e sulla carriera della figlia: «Il vero spirito di sacrificio si vede negli sport considerati “minori”, altro che il calcio».
(da Open)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
L’EX CAMPIONE DEL MONDO ZITTISCE I ROSICONI: “E’ FORTE E MENTALMENTE SOLIDISSIMO, ITALIA WOW. COMPLIMENTI ANCHE PER LA STAFFETTA”
“Oggi l’erede è Marcell Jacobs. È uno sprinter di classe, il suo risultato è straordinario”. A incoronare l’azzurro sulle pagine del Corriere della Sera è nientepopodimeno che Usain Bolt, l’ex velocista giamaicano, leggenda della corsa e detentore del record mondiale dei 100 metri piani, 200 metri piani e staffetta 4×100. E all’Italia fa le sue congratulazioni: “Si è presa pure l’oro della staffetta, wow!”.
L’atleta commenta la finale dei 100 metri a Tokyo 2020: “Ho assistito a una gara apertissima, nella quale non sarei stato in grado di scegliere un vero favorito. Uno sprint di qualità Jacobs. Un risultato straordinario per lui: i 100 metri sono la gara più prestigiosa di tutta l’Olimpiade, dare il meglio di sé nella corsa più importante della stagione è certamente un segno di classe”.
Bolt racconta di non ricordare di aver mai incontrato Jacobs, ma per lui riserva parole di stima e apprezzamento: “È fisicamente forte e l’aver saputo migliorare il suo personale in batteria, semifinale e finale indica che è un vero combattente, mentalmente solidissimo. Quanto margine di crescita ha? Non lo conosco abbastanza per poter dire di quanto potrà scendere ancora sui 100 nel futuro”.
A chi gli domanda se il successo azzurro sia reso ancora più speciale dal fatto che Jacobs è il sesto sprinter europeo della storia a vincere l’oro olimpico nei 100 metri, Bolt risponde: “A me non è mai importato nulla della provenienza dei miei avversari. La cosa meravigliosa dell’atletica è che chiunque, sul pianeta, se ha talento può correre veloce. Jacobs l’ha fatto, oggi l’erede è lui”.
(da agenzie)
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Agosto 7th, 2021 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO ORA E’ SOTTO TIRO
Non è un buon momento per Matteo Salvini. 
Parla parla, ma poi Draghi decide e lo mette in un angolo, mentre lui prova ancora a aizzare le folle di no-vax e anti green-pass.
La decisione del governo di cui la Lega fa parte, infatti, ha spaccato subito il partito, e il segretario ora è sotto tiro.
Delle cinque richieste portate in Consiglio dei ministri giovedì scorso dal ministro leghista Massimo Garavaglia (e considerate irrinunciabili) è rimasto ben poco, ovvero il punto 4: il no al Green Pass per i servizi di ristorazione interni agli alberghi.
Armando Siri, fedelissimo proprio di Salvini, non ci sta: il Green Pass accettato dal partito è “un modo subdolo per costringere tutti a vaccinarsi con il ricatto di non poter più neppure andare a scuola. È un atto contro la Costituzione e lo Stato di diritto. Non si può tagliare fuori da una decisione così grave il Parlamento che è il luogo del confronto e della dialettica democratica nel quale ciascun rappresentante del popolo può esprimere la sua posizione in merito, assumendosene la responsabilità”, si sfoga
Come scrive Repubblica, “non è un caso quindi se quella parte di Lega che, direttamente o meno, strizza l’occhio al mondo No-vax, oggi coalizzato dietro la bandiera del no al Green Pass, promette sfracelli in aula a settembre, quando il provvedimento dovrà essere vidimato dalle assemblee elettive. Un bombardamento di 900 e rotti emendamenti leghisti, sperando di ammorbidire la misura governativa.
Se poi non ci fossero margini per una correzione, allora potrebbero essere addirittura più di 20 gli eletti del Carroccio pronti a non piegarsi: numeri da insubordinazione vera e propria”.
Da una parte quindi c’è la Lega moderata e di governo che è a favore della misura a tutela della salute pubblica e che ha gestito la pandemia sui territori, cioè i presidente di Regione Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga (oltre al super ministro vicinissimo a Draghi Giancarlo Giorgetti).
Dall’altra gli oppositori come Siri, Borghi, Bagnai e un fronte sempre più crescente. Per questo motivo Salvini ora si barcamena come può, e nella difficoltà di tenere assieme sensibilità opposte preferisce buttare la palla in tribuna e ritira fuori il tema di distrazione che preferisce: gli immigrati.
(da agenzie)
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