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PERCHE’ SI CHIAMA “LA VERITA'” SE FA DISINFORMAZIONE?

Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile

IL CASO DELLA MIOCARDITE DEL CALCIATORE OBIANG DIVENTA OCCASIONE PER AMMICCARE AI NO VAX

La Verità è speculare. In due sensi: racconti allo specchio che restituiscono una versione dei fatti al contrario (rispetto ai titoli) e storie (false e smentite dagli stessi contenuti pubblicati e venduti al pubblico) che “speculano” nel tentativo disperato di trovare un pubblico di riferimento.
Il caso Pedro Obiang è l’esatto emblema di come il quotidiano di Maurizio Belpietro vada nella direzione opposta rispetto al nome della testata.
Il calciatore del Sassuolo, infatti, è stato ricoverato per una miocardite. Il giornale sovranista trova – nel titolo – l’immediata correlazione con il vaccino, ma nell’intervista esclusiva pubblicata a corredo del loro stesso articolo arriva la smentita. E parliamo dell’edizione cartacea non di quella online.
Ecco il titolo che compare (in duplice versione) sull’edizione de La Verità venduta in edicola ieri (domenica 22 agosto).
E in prima pagina il taglio è ancora più netto, dando per assodata la correlazione tra l’infezione al miocardio riscontrata sul centrocampista della Guinea Equatoriale che milita nelle file del Sassuolo.
La notizia della miocardite è reale. È stata confermata anche dallo stesso club neroverde. Il 29enne è stato anche ricoverato a Modena e seguito costantemente dai medici del nosocomio emiliano. A raccontarlo è stato lo stesso calciatore che, una settimana fa, ha pubblicato un post Instagram di ringraziamento.
Passiamo alla bufala. A darci una mano in questo (facile) lavoro di debunking – pensate un po’ – è lo stesso giornalista che lavora per il quotidiano di Belpietro. Perché il titolo che ammicca con certezza alla correlazione tra miocardite e vaccino viene smentito dal contenuto dello stesso articolo. A parlare al giornale sovranista, infatti, è un medico che è voluto rimanere anonimo. Ma scopriamo cosa dice.
«Miocardite dovuta al vaccino? Non è sicura, perché comunque aveva un focolaio broncopneumonico e ha fatto anche una terapia antibiotica. Non è facilmente documentabile. Non è che si fa un’indagine istologica e si capisce se è stato il siero. Ormai è stato dimesso». Insomma, lo stesso esperto citato da La Verità per realizzare questo articolo su Pedro Obiang dà una versione che smentisce il titolo allarmistico (e che ammicca ai No Vax) del quotidiano di Belpietro. E se questo non basta, il medico prosegue: «Stiamo parlando di uno che è stato in Africa, a casa sua, dove si è infettato e verosimilmente questa infezione ha causato la miocardite. No, non ha contratto il Coronavirus. Il tampone era negativo ed era vaccinato, ma non credo ci sia una correlazione diretta con questo. Comunque, adesso dovrà osservare un periodo di stop dall’attività agonistica di circa 6 mesi, poi servirà un’ulteriore valutazione». Una versione ben differente. Eppure La Verità continua a speculare. Forse è arrivato il momento di cambiare nome (almeno per coerenza tra i titoli e quel che poi scrive).
(da agenzie)

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E IL CONSOLE ITALIANO A KABUL PORTA IN SALVO UN BAMBINO

Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile

DA GIORNI E’ IMPEGNATO NELLE OPERAZIONI DI EVACUAZIONE DI CONCITTADINI E AFGHANI

Non si ferma il lavoro del console italiano a Kabul, Tommaso Claudi, che da giorni è impegnato nelle operazioni di evacuazione di concittadini e afghani dal Paese tornato in mano ai talebani.
In alcune foto diventate virali sui social, lo si vede mentre aiuta un bambino, spaventato dalla ressa e in lacrime, a superare un muro nel perimetro interno dell’aeroporto, dove si accalcano le persone in attesa di un volo per fuggire.
Giubbotto antiproiettile ed elmetto a tracolla, Claudi solleva il bambino dell’apparente età di 6-7 anni, prendendolo dalle braccia di un uomo che glielo porge e sottraendolo così alla calca delle persone in attesa – tra cui donne e bambini – sotto lo sguardo vigile di un soldato.
“Grazie Tommaso”, scrive in un tweet il segretario generale della Farnesina, Ettore Sequi.
(da Avvenire)

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VECCHI RIVALI E NUOVI AMICI: INSIEME NELLA RESISTENZA CONTRO I TALEBANI

Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile

SU CHI PUO’ CONTARE IL COMANDANTE MASSUD

Ahmad Massud, il figlio del comandante Ahmad Shah, sta guadagnando in popolarità da diversi mesi, sin da prima del collasso della Repubblica Islamica.
Rimane tuttavia un leader non testato, specie sul piano militare. Le sue milizie hanno fatto poco in maggio-agosto, anche perché i talebani non hanno raggiunto il Panshir prima della caduta di Kabul.
In Panshir, Ahmad e i suoi alleati (tra cui l’ex presidente Saleh e l’ex ministro della difesa Mohammadi) possono mobilitare fino a 3.000 seguaci e sfruttare la complessa geografia della provincia per resistere ai talebani. Possono contare anche su vaste scorte di armi e munizioni accumulate nella provincia, originariamente per essere nelle condizioni di resistere ai governi di Karzai e di Ghani.
Ma al contrario di suo padre negli anni ’80 e ’90, Ahmad almeno inizialmente non può contare su molto aiuto delle regioni vicine. La rivolta nei giorni scorsi di alcune milizie in Andarab, una regione confinante con Panshir, gli offre però qualche speranza, specie considerato che gli andarabi sono tradizionali alleati dei panshiri e potrebbero mobilitare migliaia di uomini. Per sopravvivere ed espandere la resistenza, però, Ahmad ed i suoi alleati devono convincere altri gruppi nelle regioni circostanti ad unirsi a loro.
Dato che i talebani non hanno disarmato le varie milizie che dominano gran parte delle aree rurali afghane, una rivolta potrebbe in linea di principio diffondersi rapidamente. Candidati di primo piano ad unirsi ai panshiri sono le milizie di Kapisa, altra provincia confinante col Panshir, specie i nijrabi. Sebbene negli ultimi tempi non siano andati molto d’accordo con i panshiri, i nijrabi in giugno-agosto hanno combattuto i talebani più aspramente di qualsiasi altra milizia. Sono circa 800 uomini.
Decisivo nel lungo periodo sarà comunque l’atteggiamento delle forze di Salahuddin Rabbani nel Nord-est (diverse migliaia) ed altri gruppi minori, tutti tagichi e come i panshiri con radici nella “Jami’at Islami” del padre di Rabbani. Senza queste forze una resistenza non sarà sostenibile. Rabbani, però, è stato uno dei primi a mettersi d’accordo con i talebani ed ha rapporti stretti con gli iraniani, che non vogliono che si allontani da loro.
Gli altri attori di un qualche peso che si sono messi in contatto con Ahmad Massud sono quel che rimane degli Uzbeki del generale Dostum, alcuni dei quali sono riusciti a raggiungere il Panshir, e Alipoor, il comandante hazara che negli anni passati aveva sfidato il governo di Kabul nella regione centrale dell’Hazarajat. Tra gli uomini di Massud e quelli di Rabbani c’è di mezzo la regione di Mazar-i Sharif, in passato controllata da Atta Mohammad Noor, un altro uomo forte della vecchia “Jami’at”, attualmente rifugiato in Uzbekistan. La prestazione di Atta sul campo di battaglia in maggio-agosto è stata deludente, ma lui sostiene di volersi unire alla resistenza. Pochi sono disposti però a fare affidamento su di lui.
Tra gli uomini di Alipoor (un migliaio) e quelli di Massud ci sono i gangster e i comandanti di Parwan, molti dei quali si sono messi d’accordo con i talebani. Anche loro legati alla “Jami’at”, potrebbero considerare la resistenza se rimanessero delusi dal nuovo regime. Potenzialmente, ci sono alcune migliaia di miliziani in Parwan, ma questi gangsters non sono mai andati d’accordo gli uni con gli altri e difficilmente lo faranno in futuro.
Come si vede, far partire una resistenza anche solo tra i non-pashtun (tagiki, hazara ed uzbechi) non è così semplice: gli interessi divergono. A ciò si aggiunge il fatto che ben pochi tra i leader pashtun vogliono avere a che fare con i panshiri e mai accetterebbero di partecipare a un movimento guidato da loro. Dostum e Alipoor sono altre ossessioni (negative) fisse di molti pashtun. Pertanto, un movimento d’opposizione con tali pedigree non potrebbe estendersi all’Est e al Sud.
In realtà, Ahmad Massud è conscio dei problemi che la “seconda resistenza” deve affrontare. Al contrario di Dostum e Saleh, che non hanno nulla da perdere (avendo già perso tutto), Ahmad Massud deve pensare anche agli interessi della sua comunità, la valle del Panshir. Chiaramente, i talebani metterebbero la valle sotto assedio se la resistenza dovesse spiccare il volo. Di recente Ahmad ha accettato la mediazione di Abdullah per trattative con i talebani. Secondo fonti vicine ad Abdullah, negli ultimi giorni i talebani avrebbero accettato di incrementare la loro offerta originaria di un 15% del “bottino” al 30%. I talebani hanno anche “riabilitato” il padre di Ahmad, Ahmad Shah, che fu assassinato da Al Qaeda nel 2001.
Ahmad continua a negoziare, anche se ha rifiutato l’offerta del 30% come insufficiente. Secondo la fonte, ha dato la propria disponibilità ad un accordo se i talebani offriranno una quota del 50% di tutte le posizioni di potere ai vecchi “azionisti” della Repubblica Islamica.
I negoziati formali cominceranno solo ora con l’arrivo di Baradar, capo negoziatore dei talebani a Doha, accreditato come prossimo presidente della Repubblica, a Kabul. Per i talebani, comunque, il 50% è una soglia alta perché devono anche soddisfare tutti i raggruppamenti interni. I talebani dell’Est controllano Kabul e non potranno non ricevere la loro fetta, ma anche i talebani del Nord (Tagiki ed Uzbechi) reclamano a gran voce una rappresentanza.
L’instaurazione di un regime autocratico appare sempre più una chimera per i talebani, che oltretutto hanno bisogno di soldi per riattivare la macchina dello Stato afgano, ed uno spauracchio per i loro avversari. E se guardando al futuro il rischio reale fosse il caos?
(da agenzie)

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IN DIECI MILIONI RISCHIANO LA MORTE: E’ IL “POPOLO” DEI BAMBINI AFGHANI

Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile

PENSATE AD UN PAESE PIU’ POPOLATO DELLA SVIZZERA, DELL’IRLANDA, DELLA NORVEGIA E DELLA SCOZIA. E PENSATELO POPOLATO SOLO DI BAMBINI

Pensate per un momento a un Paese più popolato della Svizzera, dell’Irlanda, della Finlandia, della Norvegia, della Scozia, del Lussemburgo, della Danimarca, solo per restare in Europa. Pensatelo popolato solo di bambini. Dieci milioni.
E pensate a questo popolo di bambini che non ha assistenza umanitaria per sopravvivere. E’ il popolo dei bambini afghani.
Pensateci un attimo, e poi leggete quanto dichiarato da Henrietta Fiore, Direttore generale dell’Unicef, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia.
“Oggi, circa 10 milioni di bambini in Afghanistan hanno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere. Si stima che un milione di bambini soffriranno di malnutrizione acuta grave quest’anno e, senza cure, potrebbero morire. Un numero stimato di 4,2 milioni di bambini non vanno a scuola, fra cui oltre 2,2 milioni di bambine. Da gennaio, le Nazioni Unite hanno registrato oltre 2.000 violazioni gravi dei diritti dei bambini. Circa 435.000 bambini e donne sono sfollati interni.
Questa è la dura realtà che i bambini afghani affrontano, e rimane tale indipendentemente dagli sviluppi politici in corso e dai cambiamenti governativi.
I bisogni umanitari dei bambini e delle donne, inoltre, aumenteranno nei prossimi mesi a causa di una forte siccità e della conseguente carenza d’acqua, delle devastanti conseguenze della pandemia da Covid-19 e l’inizio dell’inverno.
Questo è il motivo per cui, dopo 65 anni in Afghanistan lottando per migliorare le vite di bambini e donne, l’Unicef rimarrà sul campo ora e nei giorni a venire. Siamo fermamente impegnati per i bambini del paese e il lavoro da fare per loro è ancora molto.
In milioni continueranno ad avere bisogno di servizi essenziali, fra cui assistenza sanitaria, vaccinazioni salvavita contro polio e morbillo, protezione, alloggio, acqua e servizi igienici. Negli ultimi anni sono stati compiuti progressi significativi nell’accesso delle ragazze all’istruzione – è vitale che questi risultati vengano preservati e che continuino le azioni di advocacy affinché tutte le ragazze in Afghanistan ricevano un’istruzione di qualità.
Al momento, l’Unicef sta espandendo i suoi programmi salvavita per i bambini e le donne – anche attraverso la fornitura di servizi per la salute, la nutrizione e l’acqua alle famiglie sfollate. Speriamo di espandere queste operazioni in aree che prima non potevano essere raggiunte a causa delle insicurezze.
Esortiamo i Talebani e altre parti ad assicurare che l’Unicef e i nostri partner umanitari abbia accesso sicuro, tempestivo e senza restrizioni per raggiungere i bambini che ne hanno bisogno ovunque si trovino. Inoltre, tutti gli operatori umanitari devono avere lo spazio di operare secondo i principi umanitari di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza. Il nostro impegno verso i bambini dell’Afghanistan è inequivocabile e il nostro obiettivo è fare in modo che i diritti di ognuno di loro vengano realizzati e protetti”, conclude Fiore.
L’allarme di Save the Children
La grave crisi alimentare che coinvolge i bambini afgani in un paese colpito dalla siccità rischia di peggiorare gravemente a causa della sospensione degli aiuti, mettendo a rischio migliaia di vite”. È l’allarme lanciato da Save the Children ricordando che l’Afghanistan, già prima dell’avanzata dei talebani, era il secondo paese a livello globale per numero di persone colpite dall’emergenza fame e malnutrizione. Secondo le stime, entro quest’anno la metà dei bambini al di sotto dei 5 anni nel paese è a rischio di malnutrizione acuta e avrà bisogno di trattamenti specifici per poter sopravvivere. A giugno – ricorda ancora l’organizzazione – è stato dichiarato ufficialmente lo stato di siccità in l’Afghanistan, per la seconda volta in quattro anni in un paese già sprofondato nella fame e nella povertà.
Un rapporto di giugno del Wfp (un) segnalava 14 milioni di persone in Afghanistan – oltre un terzo della popolazione – colpite dalla fame e una carenza di fondi per fornire assistenza adeguata. Tra loro si contavano circa due milioni di bambini dipendenti dagli aiuti alimentari. Il Covid-19, le restrizioni della circolazione, l’impossibilità di lavorare e l’aumento dei prezzi del cibo hanno fatto il resto portando la crisi alimentare nelle aree urbane a livelli senza precedenti. Dall’inizio di giugno più di 80.000 bambini in Afghanistan – secondo i dati Onu – sono fuggiti dalle loro case a causa dell’escalation delle violenze. “Abbiamo un dovere nei confronti del popolo afghano e del lavoro umanitario che deve continuare. I bambini hanno un disperato bisogno di accesso ai servizi essenziali, compreso il supporto nutrizionale per poter sopravvivere.”
Ad affermarlo è Hassan Noor, direttore regionale di Save the Children in Asia aggiungendo: “la comunità internazionale ha l’obbligo assoluto di garantire la loro protezione, i loro diritti e la loro sopravvivenza”. Save the Children opera in Afghanistan dal 1976 con interventi salvavita per i bambini e le loro famiglie in tutto il paese che ha ora dovuto sospendere temporaneamente. L’organizzazione ha fornito servizi sanitari, di accesso all’educazione e protezione dell’infanzia, di nutrizione e sussistenza, raggiungendo oltre 1,6 milioni di afghani nel 2020 e punta a riprendere le attività relative a salute, educazione e protezione dei bambini non appena sarà possibile farlo in sicurezza.
Piccoli “desaparecidos”
Sempre più bambini si stanno perdendo e scompaiono nel caos dell’aeroporto di Kabul, dove proseguono – senza non poche difficoltà – le operazioni di evacuazione di occidentali e afghani. E’ l’allarme lanciato da media locali come l’emittente ‘Ariana’, che ha raccontato la storia di una famiglia di Kabul che si sta prendendo cura di un bambino rimasto incastrato nel filo spinato e che, nonostante gli sforzi, non è ancora riuscita a rintracciare i suoi genitori.
Un bimbo rimasto incastrato nel filo spinato è ancora alla ricerca dei suoi genitori, una famiglia se ne sta prendendo cura. Il bambino, che ha circa 6 anni, ha dichiarato che la sua famiglia si era recata all’aeroporto nel tentativo di fuggire dal Paese. Apparentemente suo padre è caduto tra la folla e da quel momento in poi il bambino ha perso i contatti con entrambi i genitori. Giornalisti locali riferiscono che diverse persone stanno postando foto di bambini scomparsi all’aeroporto.
Non solo aggressioni, intimidazioni, minacce. I talebani in Afghanistan starebbero rapendo i figli di chi partecipa alla resistenza, circa 6.000 ex militari dell’esercito regolare o semplici civili in armi nella regione a nord di Kabul.
Lo riferiscono, spiega Tgcom24, Khair Mohammad Khairkhwa, ex capo dell’intelligence nella provincia di Balkh, Abdul Ahmad Dadgar, altro leader della rivolta, e due funzionari coperti dall’anonimato.
“I combattenti talebani – spiegano i 4 testimoni – hanno attaccato le case, bruciandole, mentre portavano via i bambini” dei partigiani che si riconoscono nella leadership di Ahmad Massoud, figlio del leone del Panjshir.
Solidarietà in divisa
“In questi giorni difficili che tengono tutti noi con il fiato speso per le sorti del popolo afghano, in particolar modo delle sue bambine e dei suoi bambini, desidero rivolgere un grazie commosso alle donne e agli uomini della Polizia di Stato”: lo dichiara Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia. “Siamo davvero orgogliosi delle agenti e degli agenti della Polizia di Stato che all’aeroporto di Fiumicino in queste ore fanno sentire tutta la loro vicinanza, che è anche la nostra, alle tante bambine e bambini afghani arrivati in Italia con i voli da Kabul”, prosegue.
“Impossibile non trattenere le lacrime nel vedere le immagini e i video di queste bambine e questi bambini con i cappellini della Polizia di Stato in testa sorridere felici mentre le agenti e gli agenti improvvisano per loro giochi di prestigio, disegni e intrattenimento di ogni tipo, riempiendoli di amore e attenzione, riuscendo ad interpretare al meglio questo loro difficile momento stando loro accanto con semplice amore, come se fossero figlie e figli loro, piccole umanità purtroppo sradicate improvvisamente dalla terra dove sono nati e cresciuti”.
“A queste donne e questi uomini dico, a nome di tutta la mia organizzazione, che l’Unicef è orgoglioso di voi!”. “Desidero ringraziare inoltre il capo della Polizia Lamberto Giannini, il capo delle Relazioni esterne Mario Viola e tutto lo staff della Polizia di Stato per questo grande atto di umanità dalla parte delle bambine e dei bambini afghani”.
L’appello delle Ong
Un appello firmato da 20 organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani – tra cui WeWorld, Action Aid Italia, Amnesty International Italia, Oxfam Italia, Save the Children – per chiedere al governo italiano e alla comunità internazionale «un’azione immediata in difesa del popolo afghano».
Sono quattro le richieste specifiche. In primis, «esortare tutte le parti in conflitto e adoperarsi in seno alla comunità internazionale per porre fine alla violenza, proteggere l’accesso umanitario e rispettare il diritto umanitario internazionale». Subito dopo arriva l’invito all’apertura rapida di corridoi ed evacuazioni umanitarie verso l’Italia «non solo per chi abbia collaborato con militari, diplomatici italiani e organizzazioni umanitarie, ma per chiunque si trovi in condizioni di vulnerabilità, garantendo loro sicurezza e incolumità, anche su suolo italiano».
Al terzo punto, l’aumento delle quote relative ai reinsediamenti e il sostegno a eventuali canali di ingresso integrativi, anche promossi dalla società civile: «Chiediamo che alle frontiere italiane venga garantito il diritto di asilo e il pieno accesso alle procedure per la sua richiesta e che si monitori affinché non avvengano respingimenti. Ancora, che l’Italia si adoperi in sede Ue affinché nessuno Stato membro attui rimpatri forzati di cittadini afghani”. Quarta richiesta, la tutela e la promozione dei diritti delle donne e dei bambini, vittime di violenze e discriminazioni: «A tal fine, l’Italia dovrebbe sostenere la società civile locale e l’attuazione di programmi di promozione e tutela dei diritti umani».
«L’accordo di pace tra Stati Uniti e talebani», si legge nella nota congiunta, «siglato a Doha nel febbraio 2020 in vista della proposta di ritiro delle truppe statunitensi, ha rimandato la questione di una soluzione politica in Afghanistan ai colloqui diretti tra rappresentanti del governo afghano da una parte e rappresentanti dei talebani dall’altra. Così sono iniziati i cosiddetti “colloqui intra-afghani” lo scorso settembre a Doha, in Qatar e, a dicembre, le squadre negoziali avevano raggiunto un accordo solo sulle regole procedurali per avviare i veri e propri negoziati di pace”. Ciononostante, sottolineano, durante l’anno il conflitto armato ha continuato a mietere vittime tra i civili e a far crescere il numero di sfollati interni
Le donne e i bambini
La nota riporta i dati resi pubblici dalla Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama): tra il 1° gennaio e il 30 giugno 2.021 sono state censite 5.183 vittime civili: 1.659 uccisi e 3.524 feriti, tra i quali un numero altissimo di ragazze, donne e bambini. “Il numero totale di civili uccisi e feriti è aumentato del 47 per cento rispetto alla prima metà del 2020, invertendo la tendenza degli ultimi quattro anni e, rispetto ai primi sei mesi del 2020, il numero di bambine e donne uccise o ferite è praticamente raddoppiato. I diversi gruppi armati sono stati collettivamente responsabili del deliberato attacco e dell’uccisione di civili, tra cui insegnanti, operatori sanitari, operatori umanitari, giudici, leader tribali e religiosi e dipendenti statali. Gli attacchi si sono manifestati in aperta violazione del diritto internazionale umanitario, prendendo deliberatamente di mira persone e obiettivi civili».
Gli appelli di tutte le più importanti Agenzie dell’Onu e delle organizzazioni umanitarie si susseguono senza soluzione di continuità. Nessuno può dire: non sapevo. Non ho visto.
Quel popolo di bambini merita rispetto, oltre che assistenza.
(da agenzie)

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INTERVISTA AL PREMIER ALBANESE EDI RAMA: “TRENTA ANNI FA ERAVAMO NOI GLI AFGHANI, ACCOGLIERLI PER NOI E’ UN DOVERE MORALE”

Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile

“C’E’ UN CODICE DI ONORE CHE CI OBBLIGA AD ESSERE OSPITALI, LA CASA DI OGNI ALBANESE E’ DI DIO E DELL’OSPITE”

Presidente Rama, il suo Paese è pronto ad accogliere migliaia di profughi afghani in fuga dai talebani. L’Europa, e anche l’Italia, invece, mi sembra che ancora tentennino…
Quando si parla dell’Italia, purtroppo sono di parte, premette il Primo Ministro d’Albania rispondendo a SprayNews. Io mi sento anche italiano e non sono, quindi, nella posizione di chi può giudicare, anche perché, da fervente osservatore, quale sono, della politica italiana, capisco la complessità del problema. Posso parlare per il mio Paese. Per noi accogliere i profughi afghani è una cosa importantissima, naturale e morale. Trenta anni fa siamo stati noi gli afghani che cercavano ospitalità dall’altra sponda del mare. Noi, che all’epoca per il popolo italiano e per l’opinione pubblica europea sembravano degli alieni, come oggi sembrano gli afghani. Per un altro verso abbiamo una tradizione da onorare. L’Albania è l’unico Paese europeo che, prima e dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha ospitato gli ebrei. E’ un codice d’onore quello che ci obbliga a essere ospitali. Un codice, secondo il quale la casa di ciascun albanese è di Dio e dell’ospite. Credo che dobbiamo continuare a farlo anche per i nostri bambini. Anche loro devono coltivare, come un bene prezioso, questo senso di responsabilità verso l’altro in difficoltà, essendo figli di un popolo che, in vari momenti della sua storia, ha contato sull’ospitalità altrui.
Lei non vuole parlare dell’Italia perché non vuole giudicare un Paese che sente anche suo. Parliamo di Europa. Mi può spiegare i motivi della resistenza europea ad accogliere la vostra richiesta di entrare a far parte dell’Unione Europea. A me sembra che l’Albania abbia tutti i titoli necessari…
Anch’io credo che sarebbe giusto. Purtroppo, non la pensano nello stesso modo alcuni Paesi europei. Noi siamo europei, viviamo in mezzo all’Europa, ma non abbiamo una U davanti. Siamo europei, ma non Unione Europea. L’Unione è una casa che per il momento appartiene ad altri e loro hanno il diritto di decidere se siamo pronti o no. Purtroppo, ormai da anni paghiamo le conseguenze di un’Europa che non riesce a resistere alla pressione dei sondaggi. Una pressione, che si tramuta in un modo di essere della politica non sempre all’altezza dei suoi principi, dei suoi valori e dei suoi ideali.
Sondaggi che vi vogliono fuori dall’Unione Europea?
E’ un problema che non riguarda solo l’Albania. La paura dell’altro è cresciuta molto in questa Europa. Quando noi dei Balcani abbiamo intrapreso questo percorso di avvicinamento, dicevano che era un’iniziativa volta ad arginare i nazionalismi balcanici. Sarà anche vero, ma oggi noi, non solo l’Albania, ma tutti i i Paesi balcanici, siamo paradossalmente ostaggio di nazionalismi, che spingono in una direzione diversa e che purtroppo condizionano le agende politiche, anche quando i loro rappresentanti non sono direttamente al potere.
L’Albania, che ha deciso di ospitare migliaia di profughi afghani, è un piccolo Paese con problemi economici, presumo, acuiti dall’emergenza di una pandemia feroce. Non posso fare a meno di sottolineare che le vostre migliaia di profughi equivalgono, se rapportate all’Italia, ad almeno mezzo milione di persone…
Vede, io penso che non sia giusta la strada che collega la situazione economica e finanziaria di un Paese alla sorte di chi è fra la vita e la morte, se tu puoi fare qualcosa e dare loro una chance di vita e non lasciarli nelle mani della morte. Lei dice che, se si fa un rapporto automatico fra quelli che ospitiamo noi e quelli che dovrebbe ospitare l’Italia, il risultato darebbe per voi mezzo milione di persone. E’ esattamente lo stesso numero dei nostri fratelli del Kossovo, che nel 1999 riuscirono a sfuggire alla pulizia etnica di Slobodan Milosevic, trovando ospitalità e rifugio in Albania. Dal punto di vista economico eravamo, ovviamente, in condizioni molto peggiori di quelle di oggi, che sono certamente difficili, ma neppure paragonabili con quelle di allora. Eppure, non siamo spariti dalla faccia della Terra. Non abbiamo patito le conseguenze che ora si dice un Paese potrebbe patire, se accogliesse decine o magari centinaia di migliaia di profughi. Siamo, anzi, diventati, a mio giudizio, più ricchi moralmente e più forti mentalmente. E, poi, i numeri dicono che soprattutto i Paesi più sviluppati hanno necessità di una forza lavoro che può essere assicurata solo da chi arriva da fuori dei loro confini, perché le nuove generazioni non sono propense ad accettare qualsiasi tipo di lavoro. Noi accoglieremo i profughi afghani a prescindere perché, come le ho detto, gli albanesi conservano la memoria della loro storia. Una storia che ha scritto pagine straordinarie di accoglienza data e ricevuta. Una storia che non possiamo tradire. Assicurare un rifugio sicuro a chi fugge dalla morte talebana è per noi un dovere che supera ogni altra, al confronto insignificante, ragione.
(da Globalist)

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VACCINAZIONI COVID SONO CROLLATE AD AGOSTO: DA 550.000 AL GIORNO A MENO DI 200.000

Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile

UN TERZO DEGLI ITALIANI NON E’ ANCORA VACCINATO, FANALINO DI CODA LA SICILIA

È già stato definito “il crollo d’agosto” dal presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta. Nell’ultimo mese, in effetti, il numero di vaccinazioni contro il Covid eseguite quotidianamente è colato a picco.
Nel mese delle vacanze per eccellenza sempre meno italiani si sono recati agli hub vaccinali per ricevere il vaccino, tanto che la media giornaliera è crollata da 550mila dosi somministrate a meno di 200mila in poche settimane.
Il rapporto tra prime e seconde dosi si è riequilibrato, a differenza di luglio, quando principalmente venivano somministrati i richiami, ma il dato del crollo verticale non può non preoccupare il governo e soprattutto la struttura commissariale guidata dal generale Figliuolo.
Se da un lato due italiani su tre sono stati immunizzati e già si parla di terza dose, c’è ancora il 33% dei cittadini che non è protetto dal virus.
Il grafico pubblicato dal presidente di Gimbe è chiarissimo: dopo il picco massimo raggiunto a inizio giugno, quando quotidianamente venivano somministrate più di 600mila dosi, a luglio il dato si era stabilizzato intorno a 550mila.
Poi, però, il crollo ad agosto: circa 450mila al giorno durante la prima settimana, per scendere a 300mila la seconda. La scorsa settimana la media è stata sotto alle 200mila iniezioni quotidiane.
Tutto ciò nonostante, sempre secondo i dati riportati da Gimbe, il numero di dosi consegnate sia aumentato. Insomma, non è un problema di fornitura. La scorsa settimana ne sono arrivate quasi quattro milioni (tre e mezzo di Pfizer e il resto di Moderna), a fronte di meno di un milione e mezzo di somministrazioni.
Quali Regioni sono più indietro con le vaccinazioni contro il Covid
Secondo i dati pubblicati dalla Fondazione Gimbe e aggiornati a questa mattina, le Regioni che hanno vaccinato di più i propri cittadini sono Molise, Puglia e Lombardia. Questo, però, considerando gli italiani immunizzati con almeno una dose.
Il Lazio, invece, è in testa se si guarda ai cittadini completamente immunizzati: sono il 65,9%, con la Lombardia a 65,7%. Male, in tutti i sensi, Sicilia e Provincia di Bolzano. Sono ultime sia per quanto riguarda la somma tra ciclo completo e prime dosi, sia per i cittadini immunizzati: il 54,4% hanno completato il ciclo in entrambi i territori, in Sicilia l’8,5% ha ricevuto la prima dose, a Bolzano il 7,3%.
I dati cambiano se si guarda all’immunizzazione per fascia d’età: per quanto riguarda gli over 80 la maggior parte delle Regioni sono ampiamente sopra il 90% dei cittadini immunizzati, con in testa Veneto, Umbria e Toscana che sfiorano la totalità.
Male la Calabria (81,2% ciclo completo) e la Sicilia (81,9%). Nella fascia 70-79 vanno particolarmente bene Puglia, Umbria e Lazio. Male, anche in questo caso, la Sicilia (79,9% ciclo completo) e la Provincia di Bolzano (80,4%).
(da agenzie)

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IKEA DI PIACENZA, I LAVORATORI SENZA GREEN PASS MANGIANO PER TERRA FUORI DALLA MENSA, PER LA CISL NON SAREBBE “DIGNITOSO”

Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile

INFATTI, ANDREBBERO LICENZIATI COSI’ POSSONO MANGIARE COMODAMENTE SEDUTI A CASA LORO … L’AZIENDA HA IL DOVERE DI TUTELARE I LAVORATORI CON IL CERVELLO CONNESSO

A Piacenza è polemica per una foto, pubblicata dal quotidiano locale Libertà, che ritrae alcuni lavoratori del magazzino Ikea mentre mangiano seduti a terra all’esterno della mensa aziendale.
Gli addetti in questione non sono ammessi nei locali adibiti al pasto perché sprovvisti del Green Pass, che – in base all’ultimo decreto anti-Covid del governo – è obbligatorio appunto anche per le mense aziendali.
Il sindacato Cisl protesta: “Non è dignitoso”, osserva il segretario provinciale della Fit, Salvatore Buono. I lavoratori, spiega il sindacalista, “avevano chiesto almeno un gazebo per far mangiare in modo decente chi non ha il Green Pass, soprattutto quando fa molto caldo o in caso di pioggia: niente da fare. Hanno messo solo delle sedie nell’erba o nell’area all’ingresso dei camion”.
Il centro logistico Ikea di Piacenza serve i negozi della catena svedese in Italia e alcuni all’estero: ci lavorando circa mille persone, alcune dipendenti diretti Ikea, altre della cooperativa San Martino, che ha un appalto.
(da agenzie)

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CATANIA, 26ENNE UCCISA DALL’EX FIDANZATO CON UN COLPO DI PISTOLA ALLA TESTA

Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile

ERA FINITO GIA’ AGLI ARRESTI DOMICILIARI PER STALKING ED AVEVA IL DIVIETO DI AVVICINAMENTO ALLA RAGAZZA: L’ENNESIMA DIMOSTRAZIONE CHE LA LEGGE VIGENTE NON SERVE A UNA MAZZA

Una ragazza di 26 anni, Vanessa Zappalà, è stata uccisa con diversi colpi di arma da fuoco la notte scorsa mentre passeggiava in compagnia di amici sul lungomare di Acitrezza, frazione marinara di Aci Castello, in provincia di Catania.
A sparare, secondo le testimonianze raccolte dai Carabinieri, sarebbe stato l’ex fidanzato della vittima, che è attivamente ricercato da militari dell’Arma.
L’ex denunciato per stalking
Il giovane, originario di San Giovanni La Punta, secondo quanto si apprende, in passato sarebbe stato denunciato dalla stessa ragazza per stalking. La Procura etnea aveva inoltre chiesto ed ottenuto dal Gip gli arresti domiciliari ed attualmente era stato sottoposto al divieto di avvicinamento alla ragazza.
Vanessa colpita alla testa
Per la vittima (di Trecastagni, paese pedemontano dell’Etna) sarebbe stato fatale uno dei proiettili che l’ha centrata alla testa. Sul posto si sono recate due ambulanze del 118 ma per Vanessa non c’è stato niente da fare. I media locali riportano che è stata ferita anche un’altra ragazza che faceva parte della comitiva.
Ricercato l’ex fidanzato
A ricostruire la dinamica di quanto accaduto, fornendo indicazioni ai carabinieri per ricercare l’autore dell’omicidio, sono stati gli amici della ragazza presenti al momento dei tragici fatti.
La giovane stava trascorrendo con loro la serata nella suggestiva frazione marinara di Aci Castello. Ad un certo punto Vanessa ha visto arrivare il suo ex: la comitiva si sarebbe fermata, lei si è avvicinata a lui. Poi la scena agghiacciante: il ragazzo ha preso la pistola e ha sparato. Quindi è fuggito.
“Tante volte ti inviavo messaggi, ‘Stai attenta Vale, ho paura’ e tu rispondevi ‘Tranquilla non mi fa niente è solo geloso'”. Queste le parole di Roberta su Facebook in un post in cui ricorda la drammatica fine dell’amica Vanessa Zappalà, la 26enne uccisa in una sparatoria nella serata di ieri ad Acitrezza, nel Catanese.
La giovane, che lavorava in un panificio, l’aveva già denunciato per stalking più di una volta.
L’amica di Vanessa, sua vicina di casa, racconta di quanto la ragazza vivesse nel terrore: “Ti avvisavo ogni sera: ‘Stai attenta che si apposta sotto casa nostra’. E adesso come farò ogni sera ad affacciarmi senza chiederti: ‘Vane che fai?’ E tu: ‘Niente, fumiamoci una sigaretta nel balcone’. Principessa del mio cuore, ogni volta che entrerò al panificio non ti vedrò. Stamattina il mio pianto, le mie urla, con mia mamma abbiamo capito tutto senza sapere ancora la notizia”.
Diversi i commenti su Facebook: “Sono sconvolta, ogni mattina mi accoglieva col suo sorriso e la sua gentilezza al panificio”, racconta una signora che conosceva Vanessa. “Non si può morire così, bastardo devi fare la sua fine”, scrivono in molti.
“La rabbia maggiore è perché ci sono state diverse denunce se non sbaglio e questo stato di m… continua a non proteggere” si legge in un altro commento.
(da agenzie)

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SCRIVE UN POST PER ONORARE GINO STRADA, ASSESSORE LEGHISTA VENETO VIENE RICOPERTO DI INSULTI E LUI REPLICA: “NELLA LEGA NON C’E’ SPAZIO PER I FASCISTI, VANNO BUTTATI FUORI”

Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile

ANCHE ZAIA AVEVA ESPRESSO CORDOGLIO PER STRADA, MA AI “GUARDIANI DELLA RIVOLUZIONE MAI FATTA” E AI SEDICENTI FASCI DA AVANSPETTACOLO LA COSA NON E’ PIACIUTA

In un’intervista al Corriere della Sera, l’assessore allo Sviluppo economico del Veneto, il più votato nella regione dopo il presidente della regione Luca Zaia, ha preso le distanze dalle posizioni nostalgiche spesso condivise da altri esponenti del partito guidato da Matteo Salvini, invitando chi ha “certe idee” a trovarsi un altro partito.
“Ma che c’entriamo noi col fascismo, il centralismo, il culto di Roma, il nazionalismo? Assolutamente nulla”, ha affermato Marcato, dopo aver spiegato che, a suo avviso, “quello della Lega ‘di destra’ è un cortocircuito tutto italiano”.
Già negli scorsi giorni, Marcato aveva risposto alle critiche per un post in ricordo del medico fondatore di Emergency morto il 13 agosto. “Trovo intollerabile la mancanza di pietà cristiana di fronte alla morte di una persona. Trovo intollerabile la violenza di alcuni commenti a questo post. Trovo intollerabile che si debba avere pietà solo per chi la pensa come noi”, aveva scritto su Facebook.
Le prese di posizione di Marcato non gli sono valse critiche solamente sui social media. Recentemente all’assessore è stato dedicato uno striscione comparso sullo stadio Appiani di Padova (“Meglio un giorno da leoni che cento da Marcato”). “Ha sorpreso anche me, perché la prima cosa che ho pensato è: ma se ne sono accorti adesso?”, ha detto Marcato al Corriere.
Recentemente il 53enne di Castelfranco Veneto ha anche riservato parole dure contro la proposta del collega di partito Claudio Durigon, sottosegretario all’Economia, di intitolare un parco di Latina ad Arnaldo Mussolini, definito il “fratello sfigato di Mussolini”.
L’attacco a Durigon, difeso anche dal segretario della Lega Matteo Salvini dopo la richiesta di dimissioni arrivata dal centrosinistra, è solo l’ultima presa di distanze tra i dirigenti della Lega in Veneto dalle posizioni vicine alla destra più dura, associate a Fratelli d’Italia.
Lo stesso presidente Zaia ha respinto gli insulti ricevuti per il suo ricordo di Gino Strada (“una persona assolutamente motivata nel fare della sua vita una vera missione nella cura dei più deboli e nel contrasto alle fragilità sociali”), mentre il capogruppo in consiglio regionale, Alberto Villanova, a gennaio ha condannato l’assessore all’Istruzione di Fratelli d’Italia Elena Donazzan, per aver cantato “Faccetta nera” in radio.
“Noi siamo alternativi alla proposta politica di Fratelli d’Italia”, ha detto Marcato, sottolineando le differenze con la formazione guidata da Giorgia Meloni, che negli ultimi mesi ha superato la Lega nei sondaggi diventando il primo partito del paese. “Se uno ha certe idee, meglio vada lì o cerchi altri lidi, nella Lega non c’è posto”.
(da agenzie)

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