Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile
ULTIMA CHIAMATA, POI SI DEVE RIMEDIARE A CAUSA DI UNA MINORANZA DI IMBECILLI
Quello del governo è un ultimatum: o si ricorre al vaccino oppure si valuterà l’obbligo vaccinale per tutti. Il concetto lo esprime chiaramente il sottosegretario alla Salute Sileri, in un’intervista a ‘La Stampa’: “Questa è l’ultima chiamata alle vaccinazioni. Se entro il 15 settembre non avremo superato la soglia dell’80% di popolazione che ha avviato il percorso di immunizzazione, dovremo valutare la possibilità di una forma di obbligo”.
L’obbligo, spiega, potrebbe “toccare solo le fasce d’età che rischiano di più. Qualcuno ha parlato di over 50, ma io andrei a proteggere chi ha più di 40 anni”.
“Non possiamo continuare a rallentare il lavoro ordinario degli ospedali – aggiunge Sileri – È assurdo pensare di dover lasciare ancora indietro tutti quei malati che non hanno il Covid ma aspettano delle cure”.
E ancora: “Quello dei due terzi – sottolinea Sileri in merito alla cosiddetta immunità di gregge – era un obiettivo fissato in base alle caratteristiche del virus originario, ma con la variante Delta, che si è rivelata molto più contagiosa, dovremo salire all’80% della popolazione. Forse anche qualcosa di più”.
La possibilità di introdurre dell’obbligo vaccinale per over 50 o over 40 è stata suggerita dal Comitato tecnico scientifico. Lo ricorda anche anche il professor Fabio Ciciliano, che però estenderebbe l’obbligo a tutte le fasce d’età: “In Italia le vaccinazioni obbligatorie esistono già per una serie di malattie.
Ipotizzarle anche per il coronavirus non è sbagliato, sarebbe molto utile. Ma queste decisioni spettano alla politica, anche se ovviamente va tenuto conto dei tempi. In alternativa si può puntare su alcune categorie o fasce d’età”, dice a Il Messaggero. “Dal punto di vista tecnico – prosegue – non si può non essere che assolutamente favorevoli alla vaccinazione. Anche attraverso l’obbligo vaccinale, meglio se per tutti. In alternativa si potrebbero prendere in considerazione alcune fasce di popolazione, quelle più fragili o magari maggiormente esposte al rischio di contagio, come è accaduto per il personale sanitario”.
Di obbligo vaccinale, questa volta per il personale della scuola, parla anche Francesco Vaia, direttore sanitario dell’Istituto di malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, intervistato da ‘Il Tempo’: “Chi fa lavori a contatto col pubblico, come il personale scolastico, le forze dell’ordine e chi lavora nella grande distribuzione, deve fare il vaccino”.
Verso la terza dose
E in merito a una possibile terza dose Sileri dice: “Se vedremo un aumento dei casi tra chi si era vaccinato, perché la copertura dell’immunizzazione è scesa con il passare dei mesi, si dovrà fare una terza dose. Ma aspettiamo di leggere dati e numeri”.
(da Fanpage)
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Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile
L’ETA’ MEDIA DELLE TERAPIE INTENSIVE E’ SCESA A 51 ANNI
Orde di turisti, giovani locali che non rinunciano ai caratteristici botellón – ritrovi in
cui si condividono bevande alcoliche -, ma anche feste tradizionali come quella di Gràcia, a Barcellona, che richiamano in strada migliaia di persone.
La Spagna è alle prese con la quinta ondata del Coronavirus, la cui variante Delta si diffonde velocemente. La situazione è così critica che i sindaci delle comunità più colpite dai contagi reclamano la reintroduzione delle restrizioni. Il governo catalano, invece, sta portando avanti una battaglia giudiziaria affinché i magistrati consentano il ripristino del coprifuoco, abolito qualche giorno fa dopo essere stato in vigore per oltre un mese. I politici della comunità autonoma vorrebbero l’autorizzazione dei giudici per l’introduzione di un lockdown automatico – che scatterebbe superata l’incidenza di 125 casi settimanali ogni 100mila abitanti – dall’una di notte alle sei del mattino a Barcellona e in altri 61 comuni con più di 20 mila abitanti.
Sono le zone turistiche a soffrire maggiormente della recrudescenza pandemica. I governi locali delle Baleari e delle Canarie si sono organizzati per tarare di località in località le restrizioni in base ai trend dei contagi. In alcuni casi, gli spostamenti via mare tra isole vicine possono essere interdetti.
Gli ospedali delle località isolane stanno raggiungendo la soglia d’allarme per la saturazione dei reparti Covid. Restano, tuttavia, i grandi snodi turistici ed economici di Barcellona e Madrid i fulcri della quinta ondata spagnola.
Subito dopo la Catalogna, la comunità della Capitale vede crescere la pressione sulle strutture ospedaliere: oltre il 40% dei posti di terapia intensiva sono occupati da pazienti Covid. Inoltre, la contagiosità della variante Delta, combinata alle abitudini estive della popolazione più giovane, ha portato a un abbassamento dell’età media del paziente tipo ricoverato in rianimazione: 51 anni.
Il 44% dei ricoverati ha meno di 50 anni
Stando al bollettino diramato venerdì 20 agosto dalle autorità sanitarie spagnole, degli 1.818 casi ricoverati il 44% ha meno di 50 anni. Cala la percentuale di sessantenni in terapia intensiva, passata dal 31% al 25%. La flessione riguarda anche i settantenni, passati dal 27% all’11%, e risultano quasi assenti dai reparti Covid gli ottantenni. Trend opposto per i giovani: raddoppiati i ventenni ricoverati, passati dal 10% al 19%, quadruplicati i trentenni, dal 4% al 15%. Gli esperti del Paese, poi, annoverano tra le problematiche che hanno agevolato la risalita dei contagi il tempo di attesa tra la prima e la seconda dose del vaccino di AstraZeneca. Nei quattro mesi di intervallo, molti cittadini che avevano ricevuto una sola dose si sono infettati. La Spagna, con poco meno di 47 milioni di abitanti, conta al momento 4.770.473 di casi totali e 83.136 vittime. Secondo le cifre del ministero della Salute, il 74,69% della popolazione ha ricevuto almeno la prima dose del vaccino, mentre il 65,53% ha completato il ciclo.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile
WELCOME REFUGEES ITALIA: “SONO CIFRE DA RECORD”
Centinaia di famiglie in Italia si sono fatte avanti negli ultimi giorni per accogliere nelle proprie case i profughi che in questi giorni arrivano dall’Afghanistan dopo la caduta di Kabul e la presa di potere dei talebani.
Circa 228 persone si sono registrate sulla piattaforma di Welcome Refugees per mettere a disposizione la propria casa. Altre 126 quelle che si sono messe a disposizione per un percorso di mentoring, ovvero di accoglienza fuori dall’ambito familiare.
Ad essere contattate sono state l’ong fiorentina Cospe, i Cisda, il Coordinamento italiano sostegno donne afghane, e Welcome Refugees, organizzazione indipendente che si occupa di integrazione anche attraverso l’ospitalità in famiglia.
Le richieste Regione per Regione
Quarantadue richieste di ospitalità arrivano dalla Lombardia; 28 dal Piemonte, 23 dalla Toscana, 22 dal Veneto e 21 dalla Emilia-Romagna.
«C’è stata un’impennata incredibile di richieste in questi giorni — spiega a la Repubblica Fabiana Musicco, direttrice di Welcome Refugees Italia — Per noi sono cifre record: l’unico anno in cui, ad agosto, abbiamo avuto un numero di iscrizioni simile è stato il 2019, l’anno dei porti chiusi e della Sea Watch, ma ci si fermò a circa 150. In più bisogna considerare le persone che, anche se non iscritte, ci stanno contattando per dire di contare su di loro. Siamo tempestati di telefonate e messaggi».
Come funziona l’iter
Di solito per chi decide di accogliere, l’affido non è immediato. L’iter burocratico impone alle associazioni di verificare e valutare le motivazioni che hanno spinto le persone a proporsi.
Poi si passa a valutare che le condizioni in cui vivono le famiglie ospitanti siano consone e che ci sia compatibilità tra famiglia ospitante e ospite.
«I nostri attivisti sul territorio vanno nelle case di chi si offre per accertarsi che sia un luogo consono e che siano consapevoli di quello che stanno facendo. Accogliere persone vulnerabili non è semplice, e quindi, oltre a supportarli, facciamo loro una vera e propria formazione», racconta Musicco.
I soggiorni all’interno delle famiglie ospitanti durano minimo sei mesi: la durata della permanenza può variare nel caso in cui i soggetti ospiti vengano ritenuti particolarmente vulnerabili.
Gli arrivi in Italia
Ad oggi i cittadini afgani trasportati dall’inizio dell’operazione Aquila – così è stato ribattezzato il ponte aereo tra Kabul e Roma – sono 2.700. Di questi 1.904 solo negli ultimi sette giorni.
(da Open)
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Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile
DALLE ONG AI BIGLIETTI AEREI DA REGALARE
Petizioni da firmare, associazioni e Ong da sostenere, biglietti aerei da regalare.
Sono queste le principali vie percorribili per aiutare il popolo afgano che in questi giorni sta lasciando il proprio Paese nel corso delle operazioni di evacuazione, dopo la caduta di Kabul.
Le operazioni di salvataggio rimangono molto delicate, ma nonostante questo i social network sono tempestati di messaggi nei quali i cittadini chiedono risposte su come poter dare il proprio contributo.
Mondo dell’informazione
È possibile supportare, ad esempio, i giornalisti afgani che lavorano sul campo per aiutarli a mettersi in salvo, seguendo il lavoro svolto da organizzazioni come la Committee to Protect Journalists (Cpj).
Ma anche quello della Fnsi, la Federazione nazionale della Stampa italiana, si sta adoperando per sostenere i collaboratori locali.
Un altro progetto da seguire, di chi opera proprio sul posto, è quello di Rukshana Media, un’organizzazione di notizie gestita da donne che – spiega il Corriere della Sera – prende il nome da una ragazza lapidata a morte dai talebani.
Petizioni e Ong
Sono diverse le petizioni nate sulla rete in questi giorni. Le principali chiedono che vengano aperti i corridoi umanitari e non vengano sospesi i ponti aerei già in atto. Un altro modo per dare il proprio sostegno è fare donazioni agli enti che operano sul fronte afgano: primo fra tutti l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Ma anche Unicef, che ha attivato un piano di emergenza per la fornitura di servizi idrici e igienici di emergenza, forniture di cibo e ha aperto scuole mobili.
Emergency, Medici Senza Frontiere, e la Croce Rossa Internazionale sono altre realtà cui è possibile affidarsi.
Biglietti aerei
Infine, l’associazione Miles4Migrants ha messo a disposizione l’opportunità di aiutare i profughi afgani facendo donazioni – che sulla piattaforma si trasformano in miglia aeree – per sostenere il costo di un biglietto aereo.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2021 Riccardo Fucile
DOPO ORE DI PAURA I CARABINIERI DEL TUSCANIA SONO RIUSCITI TRA LA FOLLA A RECUPERARE IL GRUPPO DELLE RAGAZZE… “DI’ ALLA TUA GENTE CHE SIETE ANGELI”
Dopo ore di pura agonia nel timore che per la terza notte non sarebbero riuscite a entrare, il gruppo delle ragazze con il fazzoletto rosso è riuscito a superare i cancelli dell’aeroporto. “Dì alla tua gente che sono angeli”, dice Maryam Sadaat, un’attivista per i diritti delle donne e funzionaria della vecchia amministrazione.
Parla dei carabinieri del Tuscania che dopo ore e ore di tira molla con gli americani, e dopo l’intervento del Coi, del ministero degli Esteri e del console, sono usciti e con Amina di Nove Onlus, sono andati avanti indietro tutto il giorno a cercare tra la folla le ragazze vestite di nero e con il fiocco rosso.
Un’idea delle donne per potersi riconoscere in fretta, per restare unite tra le migliaia di persone che sperano prima o poi di prendere uno dei voli della speranza.
Buona parte delle 140 che erano sulla lista, sono riuscite a far capolino dall’altra parte. Mandami un video, Maryam fammi vedere che sei dentro e stai bene. “Amica mia, non posso, sono 10 ore che sono qui al caldo, sono inguardabile”, e allora si sorride di questa frivolezza che i talebani non avrebbero mai consentito.
Anche in questo le donne che arriveranno in Italia, sono diverse dalle donne che furono oppresse 25 anni fa dai talebani, sono ragazze che hanno studiato, madri che mandano i figli a scuola e poi vanno a lavorare. Molte di loro hanno la patente e tutte hanno sfidato la misoginia, per rendere l’Afghanistan un posto che ora sembra così lontano.
Ci hanno messo tre giorni, tre notti, il rischio di attraversare Kabul, gli stratagemmi per arrivare all’aeroporto, gli spintoni, le botte, gli schiacciamenti. Ci sono donne incinte e bambini appena nati. “So che devo dirle addio, almeno per il momento, ma ho capito già che con voi italiani sarà al sicuro, i vostri carabinieri sono stati gentili”, ci dice Salim che ha deciso di restare per mettere in ordine suoi affari.
Lui ha fornito microcrediti a centinaia di donne in tutto il Paese che hanno messo su delle attività. “Devo restare ma ci ritroveremo”, promette alla moglie che tra le lacrime dice che lui è la sua vita.
Maryam passa il telefono a un sorpreso carabiniere, che mormora “state pure tranquille, ora queste signore sono al sicuro”.
Fuori si continua a cercare, alcune famiglie non sono nella lista, altre sono disperate. Gli americani sparano e tutti si buttano a terra. Sono ore infinite per queste persone che devono dire addio alle loro famiglie. Tra chi è andato oltre, ci sono tanti bambini, donne incinta e una ragazza transgender e disabile mandata dalla Croce Rossa.
E mentre queste si accingono a partire, un altro aereo, di Nove Onlus fornito dal Trust In Nome Della Donna, atterra in Italia. Tutte queste donne rappresentano la società civile di un Paese che non permette ci sia, sono istruite, con buone posizioni, un lavoro.
Persone che quando si sono strette il fazzoletto rosso della salvezza, hanno promesso di portare avanti la battaglia di tutte le altre, di quelle che restano e che non hanno avuto scelta, e che non permetteranno vengano dimenticate.
(da La Repubblica)
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Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile
“MIGLIAIA DI COMBATTENTI CI STANNO RAGGIUNGENDO DA TUTTO IL PAESE, SIAMO L’ULTIMO SCUDO CONTRO LE BARBARIE”… “FINO A OTTO GIORNI FA HO CHIESTO ARMI A KABUL E CE LE HANNO NEGATE, L’OCCIDENTE CI AIUTI”
Riesco a fare questa intervista telefonica la sera del 21 agosto. Ahmad Massud,
figlio e continuatore dell’opera del leggendario comandante Ahmad Shah Massud è asserragliato nella valle del Panshir, da dove, poche ore prima del mio colloquio con lui, quando la resa di Kabul era ormai definitva, ha lanciato un vibrante appello alla resistenza
È un uomo tagliato fuori dal mondo. Non ha accesso ad alcun mezzo di comunicazione. I talebani sono accampati nei varchi di ingresso alle vallate, e lo assediano.
Le notizie che filtrano dalla zona tendono a insinuare che questo erede, privo di esperienza, di mezzi e di possibilità di fuga nelle retrovie, non potrà resistere a lungo. Contemporaneamente, sui social, si sparge la voce di trattative in corso tra lui e i talebani, e di un imminente annuncio della resa di Massud, come già è accaduto per il resto delle élites afgane.
Cosa c’è di vero in tutto ciò? Quali sono le intenzioni e, soprattutto, le capacità di questo ragazzo che ho conosciuto di persona — la fotocopia del padre, nel fisico — proprio qui, un anno fa, e che allora mi confidò i suoi progetti per la democrazia e per i diritti delle donne nel suo paese?
Può, una persona che fa la guerra sua malgrado, che ciò che più ama al mondo è realizzare giardini e osservare le stelle, diventare di colpo il Churchill, il De Gaulle, il Mustafa Barzani o anche solo il nuovo Massud di un Afghanistan abbandonato dai propri alleati, alle prese con l’oscurantismo più cieco?
Il contatto tra me e lui è stato predisposto dal comandante Muslem Hayat, veterano delle guerre antisovietiche.
Ci incontrammo nel 1998, quando guidava la guardia personale di Massud padre e io mi ero recato nel Panshir per un reportage. La linea che il comandate ha installato è sicura ma traballante. La voce mi giunge nitida, con un timbro chiaro, ma frammentata. Sono costretto, quando la conversazione si interrompe, a richiamare e a farmi ripetere le parole.
Noto fino a che punto il giovane Massud le soppesi. A volte il suo parere è immediato, ma spesso prende tempo prima di rispondere, ribadisce i propri concetti, riflette. So che per lunghe ore, dopo che ci saremo accomiatati, rileggerà, nel corso della notte e nella giornata di domenica i pensieri che ha voluto affidarmi, e lo farà su un altro servizio di messaggeria criptato.
Si gioca molto, in questa situazione. Il destino e la vita, ma anche l’onore e le sorti del suo popolo, di cui, in questo momento, rimane quasi l’unico a incarnarne l’indomabile sete di libertà. Ecco l’enorme fardello che porta sulle sue sole spalle.
Mio caro Ahmad, finalmente! Da giorni tentavo in tutti i modi di raggiungervi…
«Lo so. Mi trovo in un luogo sperduto del Panshir, e qui la connessione è pessima».
Innanzitutto, lei come sta?
«Bene. Come le ho detto la mattina della caduta di Kabul, l’ultima volta che siamo riusciti a sentirci, abbiamo perso una battaglia, ma non la guerra, e io sono più determinato che mai».
Circola notizia, in Europa e negli Stati Uniti, che anche lei si stia preparando ad abbandonare la lotta.
«È solo propaganda. E, a quanto pare, lì da voi ci sono dei disfattisti che confondono i loro desideri con la realtà. Non è affatto così, e la prego di renderlo noto. Non se ne parla di abbandonare la lotta; anzi, la nostra resistenza, qui nel Panshir, è appena iniziata».
Haqqani, il leader dei talebani, ha dichiarato poco fa, via Twitter, che lei stava “battendo in ritirata”. Non è vero, quindi.
«Le ripeto che è pura disinformazione».
Me lo dica chiaro e tondo: nessuna resa?
«Nessuna resa, confermo. Preferirei morire, piuttosto che arrendermi. Sono figlio di Ahmad Shah Massud: “resa” è una parola che non esiste, nel mio dizionario».
Nonostante gli americani se ne siano andati? Nonostante gli alleati abbiano tradito e lo Stato sia crollato
«Quando lei venne a farmi visita, un anno fa, nel mio territorio del Panshir, le dissi che per me mio padre era più di un padre, era stato un mentore. Mio padre non accetterebbe che mi arrendessi».
L’Europa, in proposito, ha dei dubbi. Si dice che lei non è nato per condurre una guerra e che non riuscirà a diventare un guerriero.
«Mio padre mi ha insegnato una cosa: che la forza di un popolo è fatta, ben oltre la disparità dei mezzi fisici, dallo spirito di resistenza. È questo che conta. Bisogna credere con ogni forza nella missione che ci viene assegnata, e questa missione, per me, è irrevocabile, qualunque sia il prezzo da pagare. Mio padre, dentro di sé, questa forza l’aveva, non l’ho mai messo in dubbio. Farò tutto il necessario per dimostrarmi degno del suo esempio, della sua fermezza e del suo coraggio pacato».
Mi scusi se insisto, caro Ahmad, amico mio. Purtroppo la linea è davvero pessima e voglio essere sicuro di aver capito bene. Le voci che dicono che siete in dialogo con i talebani sono quindi false?
«Parlare, è una cosa. Parlare si può. In qualsiasi guerra si parla. E mio padre ha sempre parlato con i nemici. Sempre. Persino nei momenti di guerra più aspri. Arrendersi però è un’altra cosa. E le ripeto che non se ne parla, non ci arrenderemo, né io né i miei uomini. Non se ne parla proprio».
Ma allora, perché parlare?
«Perché io sono un uomo di pace e voglio il bene del mio popolo. Pensi se i talebani si mettessero a rispettare i diritti delle donne, delle minoranze; e la democrazia, le basi di una società aperta e tutto il resto. Perché rinunciare a dire loro che tali principi avrebbero effetti positivi su tutti gli afghani, talebani compresi? Tuttavia ripeto, e torno a ripetere, che non accetterò mai una pace imposta, il cui unico merito sia l’apporto di stabilità. La libertà e i diritti umani sono beni di un valore incalcolabile, non si possono barattare con la stabilità di una prigione».
E quindi, se ho ben capito, lei si mantiene sulle stesse posizioni di una settimana fa, quando lasciò Kabul per raggiungere il suo territorio del Panshir. Non accetta, dunque, il proclama di chi assicura che è tutto finito, che la guerra è stata persa, che continuare a combattere sia inutile…
«Mio padre, quando ero piccolo, mi raccontava del generale De Gaulle, delle sue Memorie, quel libro che proprio lei gli aveva regalato. All’accademia militare di Standurst, dove ho studiato, ho letto anche le memorie di Churchill, che si rivolge al proprio popolo nello stesso periodo storico in cui lo fa De Gaulle: «Non ho altro da offrirvi se non sangue e lacrime; non ci arrenderemo mai». Non so ancora cosa ci riservi la nostra lotta e non oso certo paragonare noi a quei gloriosi esempi. Le assicuro però che li tengo ben presenti, e che m’ispirano enorme rispetto».
Ora, mentre stiamo parlando, teme un assalto dei talebani?
«I talebani sono pericolosi. Hanno fatto man bassa nei depositi d’armi degli americani. E non posso certo dimenticare l’errore clamoroso, che rimarrà nella storia, di coloro a cui, fino a otto giorni fa, a Kabul, ho chiesto armi e me le hanno negate. E quelle armi, quell’artiglieria, gli elicotteri, i carri armati di fabbricazione americana, oggi sono finiti proprio nelle mani dei talebani! Le montagne del Panshir, però, hanno una lunga tradizione di resistenza. Né i talebani, prima del 2001, né i sovietici, prima di loro, sono riusciti a violare questo santuario. Credo che anche per oggi continuerà a essere così».
Alla vigilia della caduta di Kabul, lei, attraverso la mia rivista La Regle du Jeu, ha lanciato un appello al popolo afghano affinché si unisse a voi. A che punto siamo? È stato recepito l’appello?
«Assolutamente sì. Migliaia di uomini stanno per unirsi a noi; tra loro ci sono attivisti, intellettuali, politici, ufficiali dell’esercito afghano. Ed è solo l’inizio».
Come viene dato, di preciso, questo sostegno?
«Arrivano a piedi, a cavallo, in moto, in auto: affrontano pericoli di ogni tipo. E ci raggiungono. Sono molto agguerriti. Sono membri di lunga data delle forze speciali. Rappresentano un solido pilastro per il nostro movimento».
Una guerriglia può sopravvivere quando è priva di vie di fuga in retroguardia? Suo padre poteva contare sul Tagikistan. Fino alla fine ha avuto a disposizione degli elicotteri. Lei non dispone di elicotteri e…
«Sì. Sono equipaggiato. Ma avrò bisogno di mezzi per mantenere operativa questa risorsa».
Allora posso dire al mio paese, agli Stati Uniti, che lei continua a nutrire speranza?
«Sì. Restiamo saldi nella tempesta, e il vento finirà per soffiare a nostro favore. Lo farà con più forza se riceveremo aiuto».
Da parte di chi?
«Da chiunque vorrà prestarcelo. E dal suo paese, spero. Quando sono venuto a Parigi ho incontrato, insieme a lei, il presidente Macron. Sono rimasto molto colpito da quel giovane presidente che ammirava mio padre e il presidente De Gaulle. Non riesco a immaginare che possa lasciarci soli. Sa che i resistenti del Panshir sono uno scudo contro la barbarie. E non soltanto per il popolo afghano, ma per i liberi cittadini del mondo intero».
(da La Repubblica)
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Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile
UN CONTINENTE VECCHIO, IMPAURITO ED EGOISTA CHE VOLEVA ESPORTARE DEMOCRAZIA E NON E’ NEMMENO IN GRADO DI OFFRIRE UN BRICIOLO DI UMANITA’
250mila persone su un continente che ne conta 446 milioni sono lo 0,05% della popolazione. 5 persone ogni 10mila, se volete contarle. 1 ogni 2mila, se preferite. L’omeopatia dell’accoglienza, in un mondo anche solo vagamente normale.
E invece no: oggi i giornali italiani aprono con titoli come “La paura dell’Europa. Si rischia un ondata di 250mila profughi”.
Paura. Rischio. Come se la narrazione di quanto sta accadendo in Afghanistan, dove le ragazze nubili si barricano in casa per non essere sposate – verbo transitivo – a un guerriero talebano, dove le madri abbandonano o i figli neonati, gettandoli oltre il filo spinato tra le braccia di un soldato qualunque, dove dei ragazzi si siedono sul carrello di un aereo come se fosse il predellino di un autobus e cascano al suolo, dove gli assassini girano casa per casa a cercare i giornalisti sgraditi, dove tutto questo, insomma, non è che l’effetto collaterale del nostro rischio di incrociare un profugo afghano per strada, uno ogni duemila.
E del resto è quel che dice Emmanuel Macron, che ci toccherà fronteggiare un’emergenza chiamata immigrazione “clandestina”, come se ci fosse qualcosa di “clandestino” nel richiedere asilo politico.
Ed è quel che dice Matteo Salvini, che si è offerto bontà sua di accogliere moglie e figli, ma non i padri e i fratelli, perché i maschi adulti che vengono da quelle parti là – si sa! – sono terroristi in potenza.
Ed è quel che ha detto, con consumato aplomb da banchiere centrale il presidente del consiglio Mario Draghi, che accoglieremo chi ha collaborato con noi, ma basta così per carità, che i soldi ci servono per fare il ponte sullo Stretto.
(da Fanpage)
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Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile
500.000 GLI SFOLLATI CHE HANNO RAGGIUNTO KABUL DAI CENTRI PIU’ PICCOLI
Con la conquista di Kabul da parte dei talebani, l’Afghanistan si ritrova ad
affrontare un’emergenza diffusa che coinvolge la società in tutti gli aspetti della vita quotidiana: fame, collasso economico e un sempre crescente numero di senzatetto.
Crescono le tensioni attorno all’aeroporto di Kabul, via di fuga più veloce per abbandonare il Paese: i talebani continuano ad uccidere civili nel tentativo di disperdere la folla che cerca di salire su un aereo.
L’Occidente ha organizzato in maniera frettolosa e confusionaria i primi salvataggi dall’Afghanistan, portando però fuori pericolo una maggioranza di diplomatici impegnati nel Paese. Ancora pochi i collaboratori dell’Occidente evacuati.
“Un’operazione di soccorso rapida e precisa è fondamentale – ha dichiarato Mary Ellen McGroarty, direttrice per l’Afghanistan del World Food Programme delle Nazioni Unite -. Senza di essa, la situazione già orrenda diventerà una catastrofe assoluta. Dobbiamo far entrare i rifornimenti nel Paese, non solo in termine di cibo, ma anche in termini di assistenza medica e riparo. Servono soldi e servono subito. La gente non ha niente, ogni ritardo inizia a segnare la differenza”
I leader talebani cercano nel frattempo di ingraziarsi la comunità internazionale mostrandosi aperti al dialogo e democratici. Per ottenere il riconoscimento del nuovo Emirato (e quindi fondi e alleanze), hanno mantenuto in carica il ministro della Salute e il sindaco di Kabul, hanno detto di voler permettere alle donne di studiare e lavorare, ma sempre “nei limiti della Sharia”.
Nonostante i proclami, lontano dai riflettori hanno già iniziato i rastrellamenti casa per casa e hanno vietato le attività all’interno di classi miste, definendole “il male della società”.
A preoccupare la comunità internazionale, inoltre, lo stretto legame dei talebani con l’Isis. Secondo quanto riferito da funzionari statunitensi, alcuni affiliati dell’Isis avrebbero attaccato i cancelli dell’aeroporto di Kabul per “mantenere l’ordine”.
La Spagna ha annunciato che, in accordo con gli Stati Uniti, due basi militari spagnole saranno utilizzate per accogliere gli alleati afghani che hanno collaborato con il governo degli Stati Uniti. Le due destinazioni saranno Moron de la Frontera, vicino Siviglia, e Rota. Qui i rifugiati dimoreranno fino a quando non sarà previsto per loro un nuovo viaggio in un altro Paese di destinazione.
Tanta confusione nelle operazioni di soccorso britanniche: il governo ha attualmente difficoltà ad organizzare un piano preciso, con punti di accoglienza stabiliti e pratiche lineari. Per il momento, i militari si stanno occupando di casi individuali particolarmente urgenti riguardanti afghani che hanno collaborato con il Regno Unito. Per loro hanno cercato di assicurare un volo da Kabul.
Le persone che risultano idonee per il sistema di immigrazione della Gran Bretagna avrebbero dovuto partire giorni fa ormai, ma lo schema risultava essere troppo distretto e rigido. Secondo alcuni parlamentari, una linea telefonica speciale aperta per l’emergenza è stata lasciata scoperta, senza nessuno che rispondesse alle chiamate. Per questo motivo è stato convocato in aula il segretario di Stato per gli Affari Esteri Dominic Raab: a lui i membri del governo chiedono risposte sul piano di evacuazione.
Nel frattempo, Boris Johnson ha dichiarato che intende rendere le Nazioni Unite centrali “sia nelle operazioni di risposta umanitaria, sia nei negoziati internazionali sul futuro del Paese”. La cooperazione internazionale, secondo il leader Britannico, rappresenta l’unica strada per garantire il “rispetto dei diritti della popolazione afghana”. Il tentativo è quello di presentare una risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite da condividere con Russia e Cina.
A Kabul però la crisi sembra destinata a diventare più importante ogni minuto che passa: un afghano su tre è già ridotto alla fame, con due milioni di bambini a rischio malnutrizione. La siccità aveva già portato a una riduzione del 40% della produzione di grano, mentre la valuta afghana era già crollata.
Aumentano anche i positivi al Coronaviurs mentre il tracciamento dei contagi, le cure e la prevenzione, risultano essere più difficili che mai. In due mesi circa 500.000 persone sono state sfollate, molte di queste hanno raggiunto Kabul nella convinzione che la capitale non sarebbe crollata.
(da agenzie)
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Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile
IL FIGLIO DEL LEGGENDARIO “LEONE DEL PANSHIR” PRONTO A COMBATTERE CONTRO I TALEBANI: L’OCCIDENTE SI DEGNERA’ DI DARGLI UN SUPPORTO?
“Fonti ci confermano che finora va tutto bene” e che i combattenti della resistenza “sono pronti a mandare i diavoli all’inferno prima che entrino per vedere il Paradiso”. Così l’account twitter Panjshir Province, riconducibile alla resistenza, dopo che i talebani hanno annunciato che “centinaia di mujahidin” sono diretti verso la valle del Panshir, ultima sacca della resistenza ai militanti che da una settimana controllano l’Afghanistan.
La tv Al Arabiya riferisce che il comandante Ahmad Massud, figlio di Ahmad Shah Massud, il leggendario “Leone del Panshir” ucciso alla vigilia dell’11 settembre, ha detto di non avere “alcun problema verso un governo con i talebani”, ma ha sottolineato di non avere alcuna intenzione di arrendersi.
I talebani hanno dato un ultimatum alla regione che resiste. Massud ha aggiunto che le forze di diverse altre regioni afghane stanno convergendo verso il Panshir. Massud ha aggiunto di volere il dialogo e la fine della guerra. “Ciò di cui ha bisogno il Paese – ha detto – è un governo che comprenda varie forze”.
(da agenzie)
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