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ITALIA VIVA CHIEDE DI INGINOCCHIARSI PER I DIRITTI DELLE DONNE AFGHANE, MA DIMENTICA QUELLI DELLE DONNE SAUDITE

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

L’IPOCRISIA DI CHI DIMENTICA IL SOSTEGNO DI RENZI ALL’ARABIA SAUDITA DOVE LE DONNE NON SONO NEANCHE LIBERE DI FARE UN PELLEGRINAGGIO DA SOLE

Italia viva ha iniziato un’audace campagna di comunicazione a sostegno delle donne afghane, che ora rischiano la vita nel nuovo Emirato islamico, appena proclamato dai talebani.
Un’appassionata denuncia per sensibilizzare l’opinione pubblica sul destino delle donne di Kabul, che dopo 20 anni di occupazione militare da parte degli Stati Uniti e delle forze Nato, sono ripiombate nell’incubo della Sharia.
I gruppi al potere hanno infatti dichiarato di voler governare il Paese secondo una rigida interpretazione della legge islamica, e così le afghane hanno di colpo perso i diritti acquisiti dopo un lento percorso di conquista di una maggiore indipendenza e di un riconoscimento all’interno della società.
“Vorrei che le tante amiche e compagne di mille battaglie si facessero sentire. Ciò che sta accadendo alle ragazze di Kabul ci riguarda non solo perché rischiamo l’esplosione dell’immigrazione e soprattutto nuovi attentati terroristici. Ci riguarda come donne, come esseri umani, come cittadini del mondo. È ripartito il campionato di calcio. Mi spiace che nessuno abbia proposto di inginocchiarsi anche per le ragazze afghane”, ha detto oggi Maria Elena Boschi, lodando la posizione presa dal governo italiano e dal premier Draghi, e non perdendo occasione per criticare l’ex presidente del Consiglio Conte, che ha giudicato “distensivi” i primi segnali lanciati dai talebani.
Le dichiarazioni di Boschi al Giornale sono state rilanciate anche dalla collega di partito Raffaella Paita e dalla parlamentare di Iv Silvia Fregolent.
Mentre la ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti pochi giorni ha twittato così: “Il grido di aiuto delle donne e delle bambine afghane non può rimanere senza risposta. L’Italia è al lavoro e farà la sua parte”.
Lo stesso leader di Italia viva Matteo Renzi ha pubblicato un’immagine drammatica di una madre afghana, che non riuscendo a scappare da Kabul attraverso l’aeroporto ha lanciato il figlio neonato oltre il filo spinato, per affidarlo a un militare, sperando di salvargli la vita, consapevole che non lo avrebbe più rivisto: “Questo gesto è il gesto drammatico per eccellenza: una madre per salvare il figlio lo abbandona a sconosciuti. Ma meglio gli sconosciuti che gli estremisti. Rifletta chi in queste ore chiede di aprire ai Talebani, signori del terrore e del terrorismo. Dolore, dolore, dolore “.
Tutti accorati messaggi di solidarietà, a fianco di una minoranza che già adesso viene perseguitata, come raccontano diverse testimonianze, e che pagherà il prezzo più alto per l’ascesa dei fondamentalisti islamici.
Chiedere ai calciatori di inginocchiarsi all’inizio di una partita, così come hanno fatto spontaneamente molte squadre durante gli Europei, ricordando le battaglie contro il razzismo del Black Lives Matter, è un’iniziativa pienamente condivisibile, se non fosse che gli esponenti di Italia viva hanno la memoria corta.
Ci ricordiamo tutti degli arditi elogi pronunciati da Matteo Renzi durante un incontro pubblico in Arabia Saudita, non più tardi di qualche mese fa, in piena crisi di governo. L’evento si chiamava “Il futuro di Riad”, organizzato nell’ambito della manifestazione “La Davos del deserto” dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Il leader di Iv, in qualità di conferenziere e membro del board della Future Investmente Initiative – la fondazione controllata dalla famiglia reale saudita che aveva promosso l’evento – era stato invitato per un colloquio con il principe Mohammad bin Salman: “Per me è un privilegio poter parlare con te di Rinascimento”, aveva detto Renzi, per poi aggiungere: “Credo che l’Arabia Saudita possa essere il luogo per un nuovo Rinascimento”, dicendosi come se non bastasse anche “invidioso” della situazione occupazionale del Paese, grazie a un costo del lavoro molto basso rispetto a quello italiano.
Parole molto gravi, per le quali il senatore, pur essendo stato criticato, non ha mai fornito spiegazioni. Come non ha mai chiarito la questione degli 80mila dollari l’anno che, come hanno raccontato il ‘Domani’ e il ‘Fatto Quotidiano’, Renzi ha percepito per i suoi meeting in Arabia Saudita.
E stiamo parlando di un Paese in cui le donne vivono una condizione di subalternità. Solo da poco (nel 2017) è caduto per loro il divieto di guidare, ed è recentissimo il permesso che hanno ottenuto di partecipare all’hajj, il tradizionale pellegrinaggio alla Mecca, senza un parente maschio che faccia da tutore, a condizione però che partano in gruppo.
Eppure, come ha denunciato un corrispondente dell’Afp a Riad, nonostante il via libera del governo, diverse agenzie turistiche hanno fatto sapere che non accetteranno donne senza un tutore maschio. Il passo avanti della società sembra sia al momento rimasto solo sulla carta.
Non vorremmo quindi che per Italia viva la vita delle donne saudite valesse di meno di quella delle donne afghane.
(da Il Fatto Quotidiano)

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GLI ESPERTI CONCORDANO: SENZA OBBLIGO VACCINALE NON SE NE ESCE (LO AVEVAMO CAPITO GIA’ 4 MESI FA)

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

STANNO ANCORA A DISCUTERE, SE LO AVESSIMO IMPOSTO SUBITO AVREMMO GIA’ RISOLTO IL PROBLEMA

L’avanzare della variante Delta nel nostro Paese continua a preoccupare le istituzioni sanitarie e gli ambienti di governo.
Da giorni è tornato centrale il dibattito sull’introduzione dell’obbligo vaccinale in autunno, anche se le posizioni restano distanti all’interno dell’esecutivo e tra le stesse forze che compongono la maggioranza di governo.
Dopo l’intervento con cui Sergio Abrignani, immunologo dell’Università Statale di Milano e membro del Cts, proponeva “l’obbligo vaccinale perché le malattie infettive le contieni quando vaccini tutti e lo abbiamo visto con la polio, il vaiolo e altre malattie”, avevamo registrato la posizione del sottosegretario Costa, secondo il quale la vaccinazione obbligatoria andrebbe considerata solo come “ultima ipotesi”.
Di parere opposto, invece, il ministro del Lavoro Andrea Orlando, del Partito Democratico, secondo il quale si tratterebbe di una scelta importante e necessaria per contrastare una minaccia incombente.
Nelle ultime ore vanno registrati altri due interventi di spessore, a cominciare da quello di Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco e componente del Comitato tecnico scientifico.
In una intervista al Corriere della Sera, Palù si esprime in modo chiaro a favore della vaccinazione obbligatoria: “Credo che sia necessario interrogarsi sull’opportunità di introdurre l’obbligo vaccinale per chi ricopre una funzione pubblica: operatori sanitari, insegnanti, forze dell’ordine e altra categorie. Ricordiamo che la salvaguardia del bene pubblico è tutelata anche dall’articolo 2 della Costituzione, secondo cui il diritto individuale non può ledere quello della comunità”.
Il punto centrale, resta sempre lo stesso: “I vaccini di cui oggi disponiamo, oltre a proteggere l’individuo, sono altamente efficaci nella prevenzione dei contagi: tra il 70 e l’85 per cento”. Peraltro, aggiunge, “è molto improbabile, non esiste alcuna prova né esempio che i vaccini possano selezionare virus con più elevata patogenicità”.
L’idea di allargare la platea delle categorie per le quali diventerebbe obbligatorio vaccinarsi è condivisa anche dal consulente del ministro della Salute Walter Ricciardi, che ne ha parlato a Repubblica: “È giusto l’obbligo per i professionisti della sanità ma andrebbe introdotto anche per chi lavora nella scuola. Va inteso come un modo per proteggere i fragili con i quali si entra in contatto […] La Delta ha cambiato completamente la dinamica della pandemia. I problemi li hanno i singoli non vaccinati, che rischiano guai seri. I no vax e in generale chi protesta non devono farci desistere da due obiettivi: l’aumento delle coperture e l’applicazione di una misura importante come quella del Green Pass”.
Anche Agostino Miozzo, già coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico e ora consulente del mministro Bianchi, si dice favorevole all’obbligo di vaccinazione per chi lavora negli istituti scolastici: “I dati ci dicono che oltre il 90 per cento sono vaccinati o esentati per motivi di salute. Lasciamo un paio di settimane alle Regioni per recuperare il ritardo organizzativo e poi mettiamo l’obbligo: i non vaccinati saranno una minoranza di irriducibili per i quali devono essere prese decisioni appropriate come avviene nella sanità”.
(da agenzie)

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IL DOPO MERKEL: ORA I SONDAGGI DANNO CDU E SOCIALDEMOCRATICI ALLA PARI

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

A UN MESE DAL VOTO IL PARTITO DELLA MERKEL RISCHIA LA DISFATTA

La notizia dell’aggancio è stata data a tutta pagina, in apertura, dalla Bild am Sonntag: conservatori e socialdemocratici tedeschi sono entrambi al 22% delle preferenze a un mese dalle elezioni di settembre.
Per i socialdemocratici (Spd) del vice cancelliere Olaf Scholz è il punto più alto dal dicembre 2017. Per Cdu e Csu, che perdono tre punti rispetto alla settimana scorsa, il più basso mai registrato da questo rilevamento.
I Verdi di Annalena Baerbock sono al 17%, i Liberali conquistano un punto e passano al 13%, l’ultradestra di Afd è al 12% e la sinistra della Linke al 7%.
Sul fronte delle preferenze personali – ma in Germania il 26 settembre si voterà per i partiti e non per il cancelliere – il socialdemocratico Scholz si conferma ampiamente in testa con il 34% delle preferenze (+5), mentre il candidato della Cdu Armin Laschet perde tre punti e cala al 12% e la verde Baerbock resta al 13.
Con questi numeri sarebbero possibili diverse coalizioni: la cosiddetta “jamaika” (Unione, Verdi, Fdp ), il “semaforo” (Spd, Verdi, Fdp), la coalizione “Kenia” (Unione, Spd, Verdi) o “Deutschland” (Unione, Spd, Fdp).
Ieri Angela Merkel è corsa in difesa di Laschet, candidato alla sua successione in difficoltà nei sondaggi, dicendosi «profondamente convinta» delle sue possibilità.
(da agenzie)

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QUALE ACCOGLIENZA PER I COLLABORATORI AFGHANI IN ITALIA?

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

IL CASO DI “MARCO” E LA COGNATA INCINTA SISTEMATI TRA MUFFA E SPORCIZIA: SONO INTERPRETI AFGHANI CHE HANNO RISCHIATO LA VITA PER I NOSTRI MILITARI

La denuncia di un interprete, giunto in Italia con la famiglia, spedito dai Centri Accoglienza e Servizi (C.A.S.) in un alloggio fatiscente. «Grati al governo per averci portato in salvo ma ci sentiamo abbandonati»
«Chi lavora con l’Italia non viene abbandonato», queste le parole del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini rivolte ai collaboratori delle nostre Forze Armate in Afghanistan. Una promessa, fatta a oltre 270 civili durante la sua visita di giugno a Herat, che ha permesso a circa una quarantina di interpreti di atterrare a Roma ed essere ospitati inizialmente a Cosenza per il periodo di quarantena.
La palla passa al Ministero dell’Interno per il successivo inserimento nella rete di accoglienza e integrazione, ma sembra che non tutti stiano ricevendo lo stesso trattamento.
Sabato 21 agosto mattina, in centro a Udine, incontriamo l’ex sottufficiale degli alpini Francesco Fontanini con due missioni in Afghanistan alle spalle. Parliamo della sua esperienza, ma i pensieri sono rivolti soprattutto ai suoi collaboratori afgani, alcuni dei quali ancora oggi bloccati o in attesa di partire dall’ormai tristemente noto aeroporto Hamid Karzai di Kabul.
Ci racconta di “Marco” e della sua famiglia, arrivata in Italia con uno dei primi voli militari a Roma e ora ospite in una località del centro Italia insieme al fratello e la moglie di quest’ultimo, ormai prossima a partorire. Una volta entrati in contatto, ci mostra le foto del loro alloggio e rimaniamo senza parole.
Non possiamo rivelare l’identità dell’interprete per proteggere la sua famiglia. Abbiamo concordato di chiamarlo “Marco”, nome di fantasia per chi ha lavorato 15 anni al servizio del nostro Paese in Medio Oriente.
Non è chiaro a molti cosa comporti collaborare con gli stranieri a Herat, “Marco” ha rischiato di morire durante una missione del 2009 dove il contingente italiano cadde in un’imboscata orchestrata dai talebani. Non è stata la prima e unica volta, ma il pericolo non riguardava soltanto le missioni.
Non poteva usare i mezzi pubblici per andare alla base, alcuni interpreti prendevano dei “taxi” dirigendosi nella zona industriale adiacente per proseguire a piedi cercando di non dare troppo nell’occhio. Rapporti sociali? Inutile discuterne, “Marco” e i suoi colleghi dovevano tenere il più possibile segreto il loro lavoro, il rischio di perdere la vita era concreto 24 ore su 24, tutti i giorni della settimana.
“Marco” e suo fratello hanno sacrificato i migliori anni della loro vita per il contingente italiano, rinunciando a una vita normale, possibilmente lontano dalle famiglie. Le promesse del Ministro Guerini avevano riacceso le loro speranze di poter ricominciare da capo al sicuro in Italia.
Dopo i giorni di quarantena a Cosenza si aspettavano di essere gestiti dal Sistema Accoglienza Integrazione (S.A.I.), ma sono stati trattati come un qualunque altro richiedente asilo finendo nel sistema dei Centri Accoglienza e Servizi (C.A.S.).
A differenza di molti dei loro colleghi, ubicati in ottime strutture dislocate in altre regioni italiane, qualcosa è andato storto.
Il responsabile del centro non sarebbe stato informato della presenza di una donna incinta e hanno considerato tutti come un unico nucleo familiare, contrariamente alla loro assegnazione. Così si sono ritrovati a dover condividere una piccola abitazione composta da una camera da letto e una cucina che attualmente viene usata da “Marco” per dormire in un letto singolo circondato dalle valigie.
A breve saranno in quattro, ma non sarà possibile per loro continuare a vivere in quelle condizioni soprattutto con la presenza di un neonato che necessita di un ambiente salubre. Senza contare i mobili vecchi e malandati, alcuni danneggiati, e il fatto che l’unico bagno è accessibile solo entrando dalla camera da letto, c’è anche il problema dei muri fatiscenti e della presenza della muffa.
Sono grati al Governo italiano per averli tratti in salvo dal loro Paese oggi in mano dei talebani, ma il morale è basso e sono molto preoccupati.
Il luogo dove sono ospitati è lontano dall’ospedale, per le visite necessarie in vista dell’imminente parto bisogna percorrere parecchia strada, inoltre si sentono isolati e abbandonati dalla stessa comunità italiana.
Vogliono integrarsi, ricevere al più presto documenti come il permesso di soggiorno elettronico e la tessera sanitaria per poi cercarsi un lavoro.
I loro colleghi afgani, giunti nello stesso volo a giugno, sono dignitosamente ospitati in altri centri nel Nord Italia come quello di Varese dove risulterebbero disponibili dei posti. “Marco” ha presentato formale richiesta (in inglese e in italiano) per essere trasferito insieme ai suoi cari in quella struttura, ma da inizio agosto ad oggi non ha ricevuto alcuna risposta, ufficiale o informale che sia.
Dopo qualche ora di colloquio con “Marco”, abbiamo deciso di rendere pubblica la loro storia affinché nessun altro degli esuli afgani si ritrovi in una situazione simile, ma soprattutto per dare in tempi brevi a una donna la speranza e la possibilità di partorire in tranquillità, garantendo a lei e al prossimo arrivato tutto ciò di cui hanno bisogno. Abbiamo scritto anche al Ministero dell’Interno, rivolgendoci alla ministra Lamorgese attraverso il suo Portavoce, sperando di ottenere una buona notizia per questi servitori dello Stato.
(da Open)

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IL PRIMO SORRISO DEI BIMBI IN FUGA DA KABUL: “ORA SIAMO VIVI”

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

STORIE, PAURE E SORRISI DEI BAMBINI GIUNTI A FIUMICINO

Una famiglia, un numero, un visto per una nuova vita. Tornare a respirare aria e non terrore. Intravedere un futuro.
Herat è lontana, ormai. I vecchi sono sfiniti, dormono su un fianco per terra sopra pezzi di cartone, la mano chiusa a pugno usata come cuscino. I bambini non hanno sonno, troppe le emozioni del mondo nuovo.
Allargano le braccia e fanno una pernacchia con la bocca per farti capire che a portarli qui è stato un grosso aereo che faceva tanto rumore. Lo hanno anche disegnato. Con le ali colorate di rosso e verde come la bandiera dell’Afghanistan e le nuvole azzurre che ridono. Come loro. Perché i talebani non ci sono più e non possono più fargli del male.
Il Terminal 5
Le 8.30 di sabato mattina, il Terminal 5 di Fiumicino, il primo pezzo d’Italia dove mettono piede i salvati. Nella sala di attesa delle partenze chiuse, tra il banco 521 e il banco 532 del check-in, 105 afghani aspettano di sapere cosa ne sarà di loro. Gli altri, i sommersi, stanno ancora a Kabul.
“Number thirty-four! Mister Qassem…!”, urla la soldatessa. Sta cercando Hamad Qassem, 45 anni, che ha il biglietto col numero 34. Gli deve dire che il fotosegnalamento è andato bene, nessun precedente vieta di rilasciare il visto per motivi umanitari. Il tampone è negativo, i documenti sono a posto. Potrà salire sul pullman con i cinque figli, la nonna Bibinoor e gli altri afghani atterrati a Fiumicino venerdì notte alle 23.05. Saranno portati a Cosenza per la quarantena di dieci giorni, poi finiranno nelle strutture delle prefetture e nelle case dei comuni.
“Mister Qassem…!”, chiama ancora lei. Tutti si sono girati verso l’italiana in divisa mimetica. Atina no. È una bambina di 5 anni disabile aggrappata al collo di mamma Segila. Non parla. Non si muove. Tiene il pollice in bocca. Il suo corpo scheletrico e invecchiato dalla malattia è una dichiarazione di resa. Tranne gli occhi. Che invece sono aperti, indagatori, vivi, severi. Piantati addosso al poliziotto che sta chiedendo a Segila come fare per convincere Atina a mangiare qualcosa.
Sono arrivati col sesto volo dell’Aeronautica organizzato dal ministero della Difesa per evacuare dall’Emirato Islamico chi ha lavorato con il contingente italiano a Herat.
Sono nuclei famigliari interi: 27 uomini, 31 donne, 47 minorenni, di cui 21 maschi e 26 femmine. Hanno avuto pochissimi minuti per riempire le valigie e correre all’aeroporto di Kabul. Hanno lasciato case, amici e parenti. Hanno preso quello che hanno potuto nel poco tempo che gli è stato dato.
La famiglia di Qassem
Cartoni, trolley, borse rigonfie, sacchetti neri con il marchio di negozi sconosciuti, bottigliette d’acqua, caramelle gommose, pezzi di pane, piedi scalzi e polverosi, sandali accanto a tappeti, il pannello elettronico delle partenze che proietta le norme anti-Covid, altre valigie e altri sacchetti con dentro frammenti della vita di prima. Quattro smartphone sono attaccati a una presa. Non sono poveri che fuggono, ma persone esposte alla vendetta degli studenti coranici.
Si sente il vociare degli uomini che siedono vicini e indossano il perahan tunban, il tradizionale vestito lungo. Un anziano con il kolah namadi, il cappello bianco, si è assopito, ma è ritto sulla sedia come fosse sveglio, le gambe accavallate.
Le donne sono più silenziose, avvolte nell’hijab tengono in braccio figli di un anno, due anni. Alcune bambine sono vestite come piccole principesse. I ragazzini non si fermano un attimo, giocano a rubabandiera. Sono di etnia tagika, di fede sunnita e di cultura persiana, parlano il dari.
I poliziotti della Polaria hanno portato cappellini, pennarelli, matite colorate e fogli di carta, mentre altri poliziotti dietro a quattro tavolini protetti da un pannello di plexiglas sbrigano le procedure per il visto. “Number fifty-five!”, grida un soldato.
Sapide ha diciassette anni e un nome che significa luce. Ha un velo rosa, una tunica verde, l’orologio sopra la manica. È una delle figlie di Qassem.
“Frequentavo una scuola superiore, maschi e femmine insieme. I talebani non lo vogliono questo, non accettano di farmi studiare. Voglio imparare le lingue, lavorare, sposarmi con qualcuno che amo”. Con sé ha un borsone nero. “Ci ho messo quattro abiti e due libri di religione in inglese”.
Calpestati dalla folla
Qassem osserva Sapide mentre tiene la mano dell’altra figlia, Salma. Per 14 anni Hamad Qassem ha trasportato cibo dentro il compound italiano, ricevendo uno stipendio di 600 dollari al mese. In Afghanistan, è molto di più di quanto guadagna un chirurgo. “Ogni mattina alle 8 andavo alla base e mi facevano il pass Nato. Talvolta non potevo tornare a casa perché fuori sparavano e si ammazzavano”. Mercoledì l’hanno chiamato al telefono. Gli hanno detto di sbrigarsi, che c’era un posto sul volo. “Però i talebani a Kabul non ci facevano passare. Mostravo loro i documenti, se ne fregavano. Per due notti abbiamo dormito in strada, vicino a un canale di fognatura, con la sabbia che ci entrava in bocca. Mia moglie è morta anni fa, ero solo con i miei cinque figli e la nonna che ha 62 anni. Pensavo di non farcela. Due bambini sono stati calpestati dalla folla, una scena orribile. Ho contato quindici cadaveri sulla via per l’aeroporto”.
Quello che ha visto Qassem è il suo Paese inghiottito da un regime oscurantista, quello che chiede ora è un punto da cui ricominciare. “Sono grato all’Italia, vorrei avere un lavoro per dare da mangiare ai miei figli. Non mi serve altro. In Afghanistan? Tornerò appena qualcuno caccerà i talebani. Succederà, se Dio vuole”. Insciallah, come sempre.
Nilo, il lottatore
Nessuno, a parte Sapide, parla inglese. A fare da interprete è Nilo, un afghano di 23 anni alto e con le spalle larghe. Ha la tuta della Croce rossa, come gli altri sta dando una mano. Una storia tra mille storie. “Sono potuto venire in Italia nel 2015 grazie a una borsa di studio, ho frequentato l’Accademia militare di Modena e ora studio Scienze politiche alla Federico II di Napoli”. Il passato è un cane che lo bracca e ancora morde. “Mi capita di svegliarmi la notte perché mi sembra di udire le raffiche dei kalashnikov e le esplosioni dei lanciarazzi. In Accademia mi hanno sottoposto a un test psicologico per valutare l’età del mio cervello. Per le esperienze che ho accumulato, sono come una persona di 51 anni”.
Nilo è il soprannome, in realtà si chiama Nehal. Le sue orecchie hanno cartilagini spappolate. “Facevo lotta libera in Afghanistan. Sono stato anche campione nazionale. Sono qui a Fiumicino perché mi sento in debito. Con l’Italia e con i miei fratelli connazionali”.
Il mago Pino
Siamo arrivati al numero 80, il visto per la famiglia di Obayd che di professione è imbianchino e nella base di Herat era il factotum, risolveva i problemi. “Non potevo rimanere, i talebani mi cercavano. Finora non hanno mostrato il loro vero volto, credetemi”. All’improvviso, al Terminal 5, si presenta il Mago Pino e per un’ora, diventa l’ombelico del mondo. Perché ai bambini servono pennarelli per colorare il domani ma anche sorrisi per dimenticare il passato. E pazienza se il sovrintendente capo Giuseppe Di Coste, 53 anni di cui 23 in servizio alla Stradale e una passione per la prestidigitazione affinata a Los Angeles, in ufficio al Tuscolano aveva solo un mazzo di carte. L’hanno chiamato ed è venuto di corsa.
Comincia col suo cavallo di battaglia, un gioco che si chiama between your hands, tra le tue mani. Dà dieci carte a Mustafa e chiede agli altri di soffiare. Per magia le carte di Mustafa diventano 13, poi 16, poi 19, rendendo il mago Pino immediatamente l’eroe di questi piccoli afghani con la bocca aperta.
Sono tutti attorno a lui. Mustafa è fisicamente avvinghiato alla sua gamba destra. Anche Atina lo osserva, da lontano, muta e immobile. Il mago Pino con le mani fa sparire e riapparire gli assi e i re, li conta in italiano, “unooo… dueee”, e uno dei suoi spettatori con la maglietta di Christian Bale lo imita. La magia non ha bisogno di interpreti, parla tutte le lingue del mondo.
Le nuvole che ridono
Tra un paio d’ore atterra un altro aereo con altri salvati, bisogna muoversi. Tra le file di sedie davanti agli undici banchi del check-in, ci sono i boy scout che aiutano le madri, i soldati che controllano (l’Esercito è responsabile degli evacuati fino alla fine della quarantena), i poliziotti, la Croce rossa, i medici del ministero della Salute.
Finora nessuno è risultato positivo al tampone. I bambini hanno preso possesso del pavimento. Ce ne sono diciassette che disegnano case, robot, alberi. Maisam tra quattro giorni compie un anno, ha afferrato il pennarello arancione e ha riempito il foglio con uno scarabocchio rotondo. Sua madre Samana, 32 anni, con whatsapp lo sta mostrando alle sorelle, per tranquillizzarle.
“Ho quattro figli e ora che sono in Italia non voglio rimanere chiusa in casa come in Afghanistan. Voglio lavorare. Per la prima volta sento di essere anch’io un essere umano sulla terra”.
Visto numero 105. Sono tutti identificati, fotosegnalati, dotati di lasciapassare. Salgono sui pullman, destinazione Cosenza. I bambini salutano il Mago Pino, che ora chiamano Pino Ton, Pino amore. Dal finestrino gli fanno il segno del cuore con le dita. Come in un gioco di prestigio, ieri erano a Kabul, oggi sono in Italia.
Il futuro è finalmente nelle vostre mani come l’asso di cuori, between your hands. Atina è arrampicata sulla spalla della mamma. Non saluta, osserva. Quello sguardo, che pesa come una sentenza.
(da La Repubblica)

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NAPOLI, INDAGATI E CONDANNATI NELLE LISTE

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

GRAN BAZAR COMUNALI: DIETRO I NOMI SOSPETTI SPUNTANO I RAS DEL VOTO

Indagati, condannati. Ma sopratutto quanti “fantasmi” dietro le liste che si presenteranno il 3 e 4 settembre.
Sono i nomi che non sono in lizza ma che hanno il potere di suggerire candidati: dirigenti di partito impelagati in vicende giudiziarie, vecchi notabili della Dc usciti dalla tempesta di Tangentopoli. Gran bazar Comunali: oltre 1300 candidati solo al consiglio comunale divisi tra le 33-34 liste totalizzate dai quattro schieramenti in campo. Nomi ancora coperti, anche per non finire sotto la tagliola giustizialista: ma già ci sono i primi grattacapi.
Non ha ancora sciolto la riserva ma potrebbe finire nella lista di “Napoli libera” di De Luca, Raffaele Del Giudice, l’ex assessore di de Magistris coinvolto insieme ad altri 25 in una indagine sul ciclo dei rifiuti con accuse di omissione di atti d’ufficio.
Da valutare tra le fila del Pd le condanne di due consiglieri uscenti Aniello Esposito e Salvatore Madonna per violazione della legge elettorale, per i falsi candidati nel 2016 nelle liste di Valeria Valente.
Nel centrodestra Fratelli D’Italia pesa la posizione di due possibili candidati che hanno risolto entrambi i problemi con la giustizia: Pietro Diodato uscito indenne dalla vicenda dei rimborsi quando era consigliere regionale e Gennaro Castiello, ex consigliere comunale, accusato per le elezioni Politiche del 2013 di voto scambio e prosciolto a dicembre con “il reato estinto per intervenuta prescrizione”.
“Sono stato giudicato innocente nel merito”, puntualizza Castiello. Che si ritrova ora in coalizione il suo accusatore: Armando Coppola, ex presidente della Quarta Municipalità, in lista con Maresca.
Con Antonio Bassolino è candidato Salvatore Guerriero, ex consigliere comunale, condannato in primo grado per truffa: da vigile urbano doveva piantonare la casa del boss Di Lauro ma risultava assente. In attesa dell’Appello, è pronto a impugnare l’eventuale prescrizione.
Ma è il dietro le quinte ad agitare la campagna elettorale.
A partire dalla lista “Azzurri per Napoli”, i transfughi di Forza Italia passati con Manfredi: il coordinatore è Stanislao Lanzotti, consigliere comunale indagato per voto di scambio. Con lui Antonio Milo, l’ex senatore coinvolto nella stessa indagine.
A “consigliare” Azzurri, come dichiarato da Lanzotti, l’ex ministro Dc Paolo Cirino Pomicino: non fosse altro perché in lista ci sarà Massimo Pepe, figlio di Roberto, ex ras della Dc accusato e poi assolto per lo scandalo delle funi d’oro al San Carlo.
Un altro pezzo da Novanta della Dc Alfredo Vito, mister “centomila preferenze”, lavora per “Essere Napoli”, lista civica di Maresca.
In Fratelli d’Italia danno il loro supporto, con candidati al Comune e alle Municopalità, i consiglieri regionali Michele Schiano di Visconti sotto accusa per voto di scambio e Marco Nonno, condannato in primo grado per i disordini di Pianura del 2008.
Vice coordinatore d Forza Italia in città è Franco Silvestro, già candidato alle scorse Regionali e inserito dalla commissione Antimafia tra gli impresentabili per un processo per concussione, reato che si sarebbe però prescritto a luglio.
Ma in casa Berlusconi il grande dilemma è Armando Cesaro, l’ex consigliere regionale figlio del senatore Luigi, quest’ultimo coinvolto in indagini per presunte collusioni coi clan: Armando giura fedeltà all’ex Cavaliere ma pare che sussurri anche lui agli “Azzurri”.
Intanto Bassolino recupera un po’ di voti nel centrosinistra con due operazioni annunciate ieri. Si schierano con l’ex sindaco del Rinascimento alcune componenti del circolo Pd di Fuorigrotta. In particolare: Giorgio De Francesco, ex presidente della Municipalità, che si candida al Comune, e Maurizio Chioccarelli che correrà per la presidenza della Decima Municipalità.
E con Bassolino si allea anche il gruppo Davvero, nato dalla scissione coi Verdi, composto dall’assessore Marco Gaudini tuttora in giunta con de Magistris, e dal consigliere comunale Stefano Buono.
(da La Repubblica)

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IN AFGHANISTAN CIASCUNO FA I SUOI INTERESSI: E L’ITALIA?

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

LA UE PENSA SOLO A GOVERNARE I FLUSSI MIGRATORI…USA ,RUSSIA E PAESI CONFINANTI A MANTENERE LA LORO INFLUENZA NELL’AREA

È tornato il Grande gioco.
Dopo la riconquista talebana potenze occidentali e mediorientali studiano come ricollocarsi, tra timori per i flussi migratori e quelli di perdere posizioni acquisite nell’area.
Stati Uniti
A parole non rinunciano a dettare condizioni, ponendo paletti al dialogo: la partenza di tutti i cittadini americani e stranieri che vogliano andarsene e degli afghani loro collaboratori; la formazione d’un governo “inclusivo”; la messa al bando dei gruppi terroristici; e il rispetto dei diritti fondamentali, specie delle donne. Intanto, stop a ogni forma di cooperazione e assistenza: una linea condivisa con la Nato ed espressa pure dall’Ue. Dopo, lasciare il gioco a russi e cinesi non è un’opzione. Washington non ha bisogno di aprire canali di dialogo coi talebani, perché già ne dispone: il 9 agosto, Biden spedì a Doha l’inviato speciale Zalmay Khalilzad, che negoziò l’intesa del 2020, per indurre i ribelli a cessare l’avanzata e venire a patti col governo; o, almeno, per ottenere garanzie per le ambasciate e l’evacuazione.
Gran Bretagna
È pronta a fare “tutti gli sforzi politici e diplomatici”, anche “lavorare” con i talebani “se necessario”, per trovare una soluzione alla crisi: lo ha detto Boris Johnson al termine dell’ultima riunione, venerdì (la quarta in pochi giorni), del comitato di emergenza Cobra. Prima aveva sottolineato l’importanza di raggiungere una “posizione internazionale comune”: “Nessuno riconosca il governo talebano prematuramente o bilateralmente. Non vogliamo che il Paese diventi di nuovo terreno fertile per il terrorismo”. Londra, che ha già assicurato l’evacuazione di almeno 1.600 persone, ha annunciato un piano di “protezione umanitaria” per accogliere fino a 20 mila rifugiati, 5 mila già quest’anno. “Abbiamo un debito di gratitudine con chi ha lavorato con noi”, ha detto Johnson.
Francia
Unità internazionale, lotta al terrorismo e piano europeo anti-immigrazione: queste le priorità di Parigi. Il 16 Macron ha lanciato un appello alla cooperazione tra Europa, Russia e Usa: una “risposta responsabile e unita”. “L’Afghanistan non può tornare a essere il santuario del terrorismo”. Parigi ha promesso protezione ai collaboratori afghani e ha già accolto diverse centinaia di persone, senza precisare un piano di assistenza più ampio. Da luglio sospese le espulsioni dei migranti afghani. Ma ha sollevato l’ira di gauche e Ong proponendo anche un’azione congiunta Ue per “proteggere dai flussi migratori irregolari”.
Germania
“Non siamo riusciti a rendere l’Afghanistan un Paese più libero e aperto”: Angela Merkel ammette errori e “mancate previsioni” sul veloce arrivo al potere dei talebani. Ma del futuro nessun accenno. In visita a Mosca ha chiesto a Vladimir Putin, il nemico di cui si fida di più, di mediare con Kabul. Il suo delfino, Armin Laschet, è in caduta libera nei sondaggi a un mese dalle elezioni. La paura dei conservatori della Cdu, e non solo, è che la questione dei profughi in fuga dai talebani porti altri voti all’estrema destra di Afd, come accadde per i siriani nel 2015.
Italia
Tra le nazioni che hanno dato di più in termini militari, l’Italia al momento si è concentrata sull’emergenza profughi. L’ambasciatore è rientrato e il console Claudi si sta occupando solo di questo. Luigi Di Maio ha fatto il giro di colloquio di prammatica, ma a ora non ha lanciato iniziative, e il premier si è mosso per gestire il vertice del G20 in chiave di soluzioni possibili per l’Afghanistan. Non si è vista però un’iniziativa autonoma, come se venti anni di presenza in Afghanistan non avessero alla fine lasciato alcun contatto spendibile.
Turchia
Erdogan, che sta costruendo un muro con l’Iran per fermare i profughi, vede positivamente i messaggi distensivi dei talebani. Paese musulmano che dispone della seconda forza militare Nato, è pronto a fornire assistenza tecnica e di sicurezza, in cambio dell’assenso dei nuovi padroni alla prosecuzione della gestione dell’aeroporto di Kabul.
Pakistan
La maggior parte dei talebani è pashtun, etnia presente anche in Pakistan, che insieme ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi riconobbe il primo emirato talebano del 1996. Il premier Imran Khan ha affermato che “i talebani hanno spezzato le catene della schiavitù”. Il Pakistan è da sempre finanziatore degli “studenti del Corano”. L’India, nemica del Pakistan, è invece vicina all’Alleanza del Nord, resistenza anti-talib nata nel Panshir.
Iran
L’obiettivo di Teheran è quello di arginare l’inondazione di profughi e dell’eroina dei campi di papaveri afghani. atteggiamento sempre ambiguo: all’indomani dell’11 settembre, la teocrazia sciita collaborò con gli Usa per cacciare i talebani. Venti anni dopo, gli ayatollah hanno celebrato il ritiro Usa perché preferiscono avere alleato il nuovo regime allo scopo di minare la presenza americana nell’area e scongiurare i tentativi di destabilizzazione statunitensi-israeliani.
Russia
L’obiettivo di Mosca è evitare il diffondersi del jihadismo negli Stati confinanti del blocco ex sovietico, dove mantiene basi militari. I talebani sono stati accolti dal ministro degli Esteri russo Serghey Lavrov a maggio e a luglio per presentare i “piani di pace”. Il primo ambasciatore a esser accolto dopo la presa del Paese è stato Dmitry Zhirnov. Putin ha subito affermato che bisogna “discutere” con i talebani e, commentando la guerra Usa, ha ribadito che l’esito disastroso dimostra che l’Ovest non può imporre valori oltreconfine.
Monarchie Golfo Persico
Dal 2012 i talebani hanno un ufficio di rappresentanza a Doha, in Qatar, che ha reso noto che “il mondo deve cooperare per il loro impegno al rispetto delle regole internazionali”. Molti paesi non han mai interrotto i legami dal 2001. Il governo di Riad interruppe i contatti quando il gruppo non consegnò il saudita Bin Laden. Oggi dovranno aprire canali di comunicazione. Approccio pragmatico seguirà anche Abu Dhabi.
(da Il Fatto Quotidiano)

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I TALEBANI MINACCIANO IL FIGLIO DI MASSOUD: “O SI ARRENDE O SARA’ ATTACCATO”

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

LUI RISPONDE: “LA RESA NON FA PARTE DEL MIO VOCABOLARIO, LA RESISTENZA E’ APPENA INIZIATA”

I talebani sono diretti verso la Valle del Panshir, ultima sacca della resistenza ai militanti islamici nel nord dell’Afghanistan.
E quanto si legge sull’account twitter di Panshir Province, riconducibile alla resistenza che fa capo ad Ahmed Massoud, figlio del leggendario ‘Leone del Panjshir’, secondo cui i Talebani avrebbero dato un ultimatum di 4 ore per la resa altrimenti sarà “punito”.
Massoud jr ha detto: “Scrivo dalla valle del Panjshir, pronto a seguire le orme di mio padre con i mujaheddin contro i talebani. Sono il figlio di Ahmad Shah Massoud: la resa non fa parte del mio vocabolario. La resistenza è appena iniziata”: ha detto in una telefonata con Bernard Henry Levy, secondo quanto riferito dallo stesso intellettuale francese su Twitter.
Per la seconda volta, il Panjshir è la sola regione a non essere caduta sotto il giogo dei talebani – lo era già stata dal 1996 al 2001 – e su di essa si concentrano le speranze di chi auspica che la situazione non sia già definitivamente consolidata. La conferma è arrivata anche dalla Russia: il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha sottolineato che “i talebani non controllano tutto l’Afghanistan”.
(da agenzie)

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AFGHANISTAN: SETTE MORTI NELLA CALCA FUORI DALL’AEROPORTO DI KABUL

Agosto 22nd, 2021 Riccardo Fucile

IL PIANO DI BIDEN: RIFUGIATI SUI VOLI DI LINEA

Ancora caos all’aeroporto di Kabul. Sono almeno sette le persone che hanno perso la vita nella calca cercando di aprirsi un varco per imbarcarsi e lasciare l’Afghanistan. E mentre proseguono a rilento le evacuazioni (stamattina sono atterrati a Fiumicino 211 cittadini afgani), negli Usa il presidente Joe Biden sarebbe pronto a ordinare alle compagnie di linea americane di aiutare il governo a trasportare fuori dall’Afghanistan i civili in lista.
L’allarme dell’Onu: «L’Afghanistan sull’orlo della catastrofe»
L’Afghanistan affronterà una «catastrofe assoluta» con fame diffusa, persone senza casa e collasso economico a meno che non venga concordato un urgente sforzo umanitario sulla scia del ritiro dal Paese degli Stati Uniti. A lanciare l’allarme ai leader mondiali è Mary-Ellen McGroarty, direttrice nazionale per l’Afghanistan del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, dichiarando al britannico Observer che un’azione rapida e coordinata è fondamentale. «Altrimenti, una situazione già orrenda diventerà solo una catastrofe, un completo disastro umanitario», ha detto
Caos all’aeroporto, i talebani accusano gli Usa
Il caos di questi giorni all’aeroporto di Kabul è «colpa degli Stati Uniti»: lo ha detto oggi un funzionario talebano. «L’America, con tutta la sua potenza e le sue strutture… non è riuscita a portare l’ordine all’aeroporto. C’è pace e calma in tutto il Paese, ma c’è caos solo all’aeroporto di Kabul», ha affermato il funzionario, Amir Khan Mutaqi
Sette vittime nella calca vicino all’aeroporto
Sette persone tra la folla vicino all’aeroporto di Kabul sono morte nella calca mentre cercavano di avvicinarsi allo scalo per lasciare il Paese: lo riporta Sky News, che cita un comunicato diffuso questa mattina dal ministero della Difesa britannico. Un portavoce del ministero ha detto che le vittime sono civili afgani. Le «condizioni sul terreno rimangono estremamente impegnative, ma stiamo facendo tutto il possibile per gestire la situazione nel modo più sicuro possibile», recita il comunicato del ministero. Ieri, secondo i media, quattro persone sono morte nella calca fuori dall’aeroporto della capitale afgana
Il piano di Biden per l’evacuazione su voli di linea
Il presidente Usa Biden potrebbe ordinare alle compagnie aeree americane di aiutare a trasportare le persone evacuate dall’Afghanistan, l’ennesimo sforzo per tentare di risolvere il caos di Kabul. Lo riporta il Wall Street Journal, che parla di un “programma di emergenza di aviazione civile” che prevede anche l’aumento delle basi Usa in cui portare i rifugiati afghani. Nel dettaglio, la Casa Bianca starebbe studiando l’attivazione della Civil Reserve Air Fleet (Craf), creata nel 1952 allo scopo di fornire al Pentagono aerei civili in caso di emergenze, come quella di un ponte aereo per organizzare il quale non basta la disponibilità di aerei militari. Se il programma sarà varato, spiega il Wsj, almeno cinque compagnie aree Usa dovranno mettere a disposizione 20 aerei di linea cha affiancheranno i voli militari impegnati nell’evacuazione di americani e afghani dall’Afghanistan. Gli aerei civili non potranno volare sopra Kabul, caduta nelle mani dei talebani, ma dalle basi Usa in Qatar, Bahrain e in Germania aiuteranno a smistare le migliaia di evacuati dalla capitale afghana a bordo dei voli militari.
(da agenzie)

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