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IL DISASTRO DI MICHETTI E’ IL PRELUDIO DI COME SAREBBE AVERE LA MELONI AL GOVERNO

Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile

CANDIDATURE PARADOSSALI, FUGHE DAI CONFRONTI PUBBLICI, ALLEANZE IMBARAZZANTI

Giorgia Meloni ha deciso di indossare le vesti da “guida turistica” per guidare Enrico Michetti nelle sue “uscite” nella capitale.
Lo ha fatto ieri e nei giorni scorsi, affiancando il candidato sindaco del Centrodestra a Roma durante alcune visite per le strade e in alcuni luoghi della città.
Ma se il buongiorno si vede dal mattino, i prodromi di questo rapporto politico sembrano essere l’estensione di un eventuale presenza della leader di Fratelli d’Italia in un futuro governo a trazione sovranista.
Perché tra gaffe, candidati impresentabili in suo sostegno e fughe dai confronti pubblici con gli altri che con-corrono al Campidoglio, il mattino non sembra avere l’oro in bocca.
Gli ultimi sondaggi danno Enrico Michetti in testa, seguito dal candidato del Centrosinistra Gualtieri, da Calenda e da Raggi. Al momento, dunque, il Centrodestra sembra essere l’unica coalizione certa di arrivare al ballottaggio per la capitale, come evidenziato dall’ultima rilevazione di SWG per La7.
Numeri che avranno un riscontro concreto solamente alle urne che saranno aperte il prossimi 3 e 4 ottobre.
In attesa di conoscere il reale pensiero dei cittadini capitolini, appare evidente come la campagna elettorale di Enrico Michetti stia facendo acqua da tutte le parti.
Il caso di Francesca Benevento – l’ex pentastellata candidata in suo sostegno che sui social ha condiviso una marea di bufale complottiste sul Covid e sul vaccino – è solo la punta dell’iceberg.
E non solo per il suo inserimento in lista, ma anche per quanto accaduto dopo lo scoppio della polemica. Da una parte il candidato di Salvini-Meloni-Berlusconi (o Tajani, fate vobis) che dice di dissociarsi ma di non essere riuscito a contattarla; dall’altra l’ex M5S che sostiene di non aver ricevuto alcuna telefonata.
Nel mezzo la situazione è in fase di stallo: Michetti si è dissociato, ma ancora non ha preso una posizione sul nome di Francesca Benevento in lista.
A tutto ciò si aggiunge anche l’appoggio della destra estrema a Roma.
Alessandro Calvo, Alessandro Aguzzetti e Simone Montagna si sono candidati nelle liste municipali della Lega per sostenere la candidatura a sindaco della capitale di Enrico Michetti.
Di chi si tratta? La risposta è molto semplice: sono tre militanti di CasaPound. E anche qui, come accaduto con Francesca Benevento, la situazione appare paradossale.
Le fughe dal confronto
Ma il quadro disastroso non è ancora completo. Se il capitolo candidature non bastasse, Enrico Michetti continua a fuggire dai confronti degli altri candidati.
Per il momento, infatti, il candidato di FdI-Lega-FI ha partecipato solamente a un incontro che risale a qualche mese fa. E lì ha parlato solo della maestosa magnificenza della storia di Roma (partendo dagli antichi e fermandosi agli antichi). Poi nulla più. Ieri, infatti, era previsto un evento organizzato da Fit Cisl Lazio con tutti i candidati al Campidoglio.
Ma lui non è andato, celandosi dietro a un’agenda fitta di impegni (in questo caso l’incontro con alcuni dipendenti Atac). Sempre in compagna della “guida turistica” Giorgia Meloni. E Michetti nicchia anche sulla possibilità di un confronto televisivo con gli altri.
Una fuga per la vittoria? Forse.
(da NextQuotidiano)

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LA LEGHISTA DONATO SENZA VERGOGNA: SBEFFEGGIA I FIGLI DI UN MEDICO MORTO DI COVID CHE LE RISPONDONO ALLA PERFEZIONE

Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile

LO SQUALLORE DI IRONIZZARE SUL LORO APPELLO ALLA VACCINAZIONE

Non conosce la storia del medico morto di Covid dopo il vaccino. Anzi, nonostante il vaccino.
Francesca Donato prosegue con i suoi deliri no vax “sbeffeggiando” i figli di un uomo deceduto che hanno ribadito il loro appello all’immunizzazione.
Lo fa a modo suo, lo stesso con cui si presenta (quasi ogni settimana) nei vari salotti televisivi per portare avanti le sue tesi anti-vacciniste. Lo fa nonostante le vengano sbattute in faccia verità (che si basano sui dati e non sui “cuggini di internet”) che smentiscono le sue posizioni.
Lo fa senza il minino rispetto del dolore altrui, arrivando anche alla derisione pubblica per fagocitare la fronda degli irriducibili suoi sostenitori.
La vicenda è stata riportata dal quotidiano La Stampa. Il medico siciliano (di Castelvetrano, in provincia di Trapani) è morto di Covid nonostante avesse ricevuto entrambe le dosi di vaccino.
La sua storia clinica, però, parla di alcune patologie pregresse che hanno portato a un esito nefasto dopo la sua infezione.
Questa triste vicenda, dunque, dovrebbe sottolineare l’importanza dell’immunizzazione per tutti quei cittadini a rischio. E invece la leghista Donato ha deciso di “sbeffeggiare” i figli che, nonostante la perdita, hanno invitato tutti a vaccinarsi.
“La dichiarazione finale della famiglia risulta credibile come una barzelletta”. Un pensiero espresso attraverso il suo profilo Twitter, molto seguito dalla fronda degli irriducibili no vax, provocando la risposta stizzita della figlia del medico.
“Salve, sono la figlia del dott. Ditta. Non si vergogna di speculare in questo modo su un morto? Invece di criticare la nostra credibilità dovrebbe pensare ad avere un minimo di pudore e rispetto”
Ma quel che Francesca Donato continua a condividere sui social e a dire in televisione (l’ultima volta a Di Martedì è stata smentita pubblicamente dal Sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri) è la risposta alla domanda fatta dalla figlia del medico morto. Non per il vaccino, ma per il Covid che ha provocato il peggioramento delle sue patologie pregresse.
(da NextQuotidiano)

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LA DONNA CHE INTERVIENE PER METTERE IN FUGA I BAMBINI DI 10 ANNI CHE PICCHIAVANO IL COETANEO NERO

Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile

IL PICCOLO COLPITO A CALCI E PUGNI, LEI SCENDE DALL’AUTO E LI METTE IN FUGA

Allumiere è una piccola cittadina in provincia di Roma. Una di quei paesi in cui tutti si conoscono e dove le persone sono spesso solidali tra di loro.
Un posto tranquillo, ma teatro di una perfida aggressione ai danni di un ragazzo (poco più che bambino, visti i suoi dieci anni d’età) da parte di un gruppetto di suoi coetanei. Una violenza irrazionale, con calci e pugni nei confronti di un piccolo indifeso.
Solo l’intervento di una donna ha fermato quell’atto deliberato di follia tra minori e per il piccolo rimangono solamente lividi ed escoriazioni. Ma psicologicamente le ferite sono molto più gravi.
L’episodio è accaduto la scorsa settimana ad Allumiere, una cittadina a Nord di Roma di circa 4mila abitanti. Ancora non sono chiari i motivi di quel pestaggio nei confronti del bambino nero, ma è certo che senza l’intervento della donna l’epilogo di questa vicenda sarebbe potuto essere ben peggiore. Lei si chiama Marina Rosati e al quotidiano locale Civonline ha raccontato l’accaduto:
“Sono dovuta intervenire in un atto che mi ha lasciato allibita: davanti ai miei occhi c’era un ragazzino a terra ed una decina di suoi coetanei (9/10 anni) che lo prendevano a calci e pugni urlando. Ho urlato e sono accorsa e gli aggressori sono fuggiti”.
Una follia deliberata di giovani (poco più che bambini) su un altro giovane coetaneo. La notizia è rimbalzata per le mura della cittadina e gli abitanti di Allumiere si sono stretti attorno al piccolo, circondandolo di abbracci e amore.
Lei è Michela Scialappa, cittadina di Allumiere sempre in prima linea per difendere tutti. Lei considera il piccolo aggredito un suo “figlio” e parla di un clima di intolleranza molto diffuso nella piccola comunità: “Abbiamo dato voce al silenzio. La mamma del bimbo, è stata zitta troppo tempo, troppo. È triste vedere il nostro piccolo amore così, ma è giusto aver denunciato perché lui è un vincente, un campione di cuore e non sarà mai solo. Io sarò sempre dalla sua parte”.
(da NextQuotidiano)

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LA FIGURACCIA DELLA COPPIA SENZA GREEN PASS CHE VOLEVA SALIRE SUL TRENO

Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA REALIZZATA DA TELERAMA E’ DIVENTATA VIRALE: ALLA FINE SONO RIMASTI A TERRA

Ostentano sicurezza, certi che nessuno li farà scendere dal treno ad alta velocità anche se sprovvisti della certificazione verde (obbligatoria dal 1° settembre).
“Io non scendo”, tuona l’uomo davanti ai microfoni di Telerama, l’emittente locale del Salento. Il tutto mentre la donna che è con lui – presumibilmente sua moglie – ribadisce l’impavida ribellione alla regola perché, da non vaccinati, non hanno fatto in tempo a effettuare il tampone. E la storia della coppia senza Green Pass che prova a salire sul treno diventa virale.
In questa vicenda c’è un prima e un dopo. La giornalista ferma e intervista la coppia senza Green Pass prima di salire a bordo del treno. Il primo a prendere la parola è l’uomo che spiega come questo sia un viaggio per partecipare a un funerale.
Anzi, per organizzare una cerimonia funebre di una persona cara morta qualche ora prima. Per questo motivo, spiega il signore, non hanno fatto in tempo a sottoporsi al test necessario per ottenere una certificazione verde valida per le successive 48 ore. “Mi faranno scendere? Ho i miei dubbi”, dice con fare sornione l’uomo rispondendo alla giornalista di Telerama. Poi rilancia: “Io non scendo dal treno, questo è poco ma sicuro. Piuttosto scende già il controllore, ma io no”.
Ma l’epilogo della breve storia triste dal Salento si conclude con la “resa” della coppia senza Green Pass costretta – come ovvio, vista la normativa attualmente in vigore – a scendere da quel treno per recarsi nel più vicino centro ed effettuare un tampone rapido (quindi con immissione quasi istantanea, in caso di esito negativo, della certificazione verde valida per 48 ore) per poter viaggiare su un treno ad alta velocità e lunga percorrenza.
Il tutto con meno sicurezza rispetto a quanto ostentato all’inizio dell’intervista.
(da NextQuotidiano)

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LEWANDOWSKI METTE A TACERE CON UN GESTO LA FOGNA RAZZISTA POLACCA CHE FISCHIAVA I CALCIATORI INGLESI INGINOCCHIATI: “IMPARATE IL RISPETTO”

Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile

UNO SGUARDO E UN GESTO CHE NON LASCIA SPAZIO A EQUIVOCI: ECCO COME IL CAPITANO DELLA POLONIA HA REAGITO AI FISCHI DEI TIFOSI RAZZISTI

Ieri al PGE Narodowy stadio di Varsavia la Polonia ha affrontato l’Inghilterra per le qualificazioni ai mondiali di Qatar 2022.
Prima dell’inizio del match i calciatori inglesi si sono inginocchiati come segno di solidarietà contro il razzismo e il movimento ‘BlackLivesMatter’. E il pubblico di casa li ha fischiati. Ma è stato proprio il capitano polacco Robert Lewandowski a dargli una lezione
Infatti Lewandosky sentendo i fischi dei tifosi polacchi ha fatto un gesto molto eloquente indicando la scritta “Respect” sulla sua maglia.
Il cannoniere del Bayern Monaco ha perciò constrastato l’atteggiamento razzista di una frangia di tifosi, rispecchiando esattamente la linea che la Nazionale della Polonia aveva esplicitato con un comunicato ufficiale: “La PZPN è sempre stata guidata dal rispetto dei principi di uguaglianza, tolleranza e parità di diritti nei confronti di tutte le persone. I giocatori polacchi, prima del primo fischio della partita con l’Inghilterra, indicano la scritta “UEFA RESPECT” sulla manica sinistra della maglia, che si riferisce alla campagna condotta dalla federazione europea contro il razzismo, la xenofobia e intolleranza”.
Lo sguardo del capitano della Polonia diretto agli ultras è stato chiarissimo.
(da agenzie)

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BLITZ DELLA POLIZIA IN SEI CITTA’ CONTRO NO VAX, TROVATE ARMI DA TAGLIO: “VOLEVANO CONDIZIONARE IL GOVERNO”

Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile

OTTO INDAGATI PER ISTIGAZIONE A DELINQUERE AGGRAVATA: SI PREPARAVANO A ORGANIZZARE VIOLENZE E AGGRESSIONI

Si stavano preparando per organizzare violenze e aggressioni alla manifestazione No Green Pass a Roma prevista per l’11 e il 12 settembre.
Otto persone residenti i sei città sono indagate dalla procura di Milano per istigazione a delinquere aggravata, e nel corso della mattinata sono state oggetto di perquisizioni. Utilizzavano per i loro piani la chat Telegram ‘I guerrieri’.
“Noi quando andiamo a Roma i primi che dobbiamo colpire sono i giornalisti. Sono da fare fuori”, è uno dei messaggi scritti dagli otto “I guerrieri” che invitavano a “usare le molotov” (che non risulta possedessero) per “far saltare i furgoni delle tv”. Secondo quanto riferito in Questura a Milano, “per la stampa, ritenuta asservita al regime, avevano un vero e proprio odio”
Gli altri bersagli da colpire erano le forze dell’ordine e i “Palazzi del potere” a cui contestano di portare avanti un “disegno di sistema del dominio”.
Il blitz della Polizia di Stato è scattato all’alba: 8 perquisizioni solo a Milano, e diverse altre tra Bergamo, Roma, Venezia, Padova e Reggio Emilia. Le “azioni violente” che stavano programmando, anche con l’uso di armi, erano “tese a mutare o condizionare la politica governativa e istituzionale in tema di campagna vaccinale”: lo scrivono il capo del pool antiterrorismo di Milano Alberto Nobili e il pm Piero Basilone nei decreti di perquisizione.
Alcuni di loro in chat manifestavano l’intenzione di acquistare armi e avevano anche telefonato ad alcune armerie per avere informazioni sull’acquisto di tirapugni da usare contro le forze dell’ordine, non sapendo che si tratta di un arma vietata. Durante le perquisizioni sono state trovate armi di vario genere, katana, sciabole, coltelli, spray al peperoncino, sfollagente.
Tra gli indagati (incensurati, senza alcuna appartenenza politica, di età compresa tra i 46 e i 52 anni, ad eccezione di un 33enne), un dipendente di grande magazzino, un cassaintegato, un dipendente di una azienda di grande ristorazione, un custode. Le indagini sono partite dagli amministratori della chat Telegram per poi risalire ai profili dei partecipanti.
L’unica persona legata a qualche ideologia politica era una donna in provincia di Venezia, che in passato era stata vicina agli ambienti indipendentisti dei ‘Serenissimi’ e a cui era stato revocato, in passato, il porto d’armi per problemi psichiatrici.
L’unico ad avere armi da fuoco, regolarmente detenute, era invece il soggetto bergamasco, un 53enne che aveva in casa due pistole e a cui adesso “verrà revocato il permesso per uso sportivo”.
La Digos di Padova ha perquisito a Mestrino l’abitazione di una donna 53enne cameriera, che avrebbe invitato tutti al lancio di uova al ministro Roberto Speranza che giovedì scorso avrebbe dovuto essere presente alla festa di Articolo 1 “Pane e Rose”, a Chiesanuova. La visita è poi stata annullata per altri impegni istituzionali. Particolare attenzione della Digos era stata posta anche per la visita dell’ex premier Giuseppe Conte due giorni fa ad Albignasego. Alla 53enne è stato sequestrato il cellulare e altri dispositivi elettronici.
La frangia No Vax, che aveva intenzione di costruire rudimentali ordigni “fai da te” e di approvvigionarsi di coltelli per colpire a una manifestazione No Vax a Roma sabato prossimo, era composta da 5 donne e 3 uomini. Sono state definite come “molto determinate e arrabbiate” le 5 donne.
Nel mirino “obiettivi istituzionali”
Oltre all’intenzione di partecipare in massa alla manifestazione di protesta in programma nella Capitale sabato prossimo – riferisce, in una nota, la Questura di Milano – gli indagati avrebbero incitato gli altri membri del gruppo Telegram a realizzare azioni violente nelle rispettive province di residenza “contro non meglio precisati obiettivi istituzionali o approfittando della visita di esponenti dell’Esecutivo”, come quella, appunto, di Speranza.
membri della frangia avrebbero inoltre avuto “l’effettiva intenzione di realizzare una riunione preparatoria in vista dell’appuntamento romano e di approvvigionarsi di armi bianche da utilizzare in quell’occasione”.
Nel gruppo ‘I guerrieri’, annota la Polizia, “vengono progettate azioni violente da realizzare – anche con l’uso di armi ed esplosivi fai da te – in occasione delle manifestazioni No Green Pass organizzate su tutto il territorio nazionale”.
In chat regole per evitare la Polizia
“Non c’è stato nessun arrestato tramite Telegram, che non fornisce informazioni relative all’utenza che usa gruppi e canali”. E’ il messaggio diffuso su alcune chat No Vax dopo il blitz della polizia. “Le persone sono state rintracciate grazie a trojan inviati via chat dai servizi sotto copertura”, si legge su una chat, che invita gli attivisti No Vax a “non scambiare numeri di telefono” e a “non cliccare link che portano ad altre app. Semplici regole per ridurre il rischio a zero”.
In chat: “Tritolo su Parlamento con drone”
In una delle conversazioni con cui i No Vax coinvolti oggi nell’operazione della Polizia di Stato istigavano alla violenza si parla di far saltare il Parlamento con del tritolo, avvalendosi di un drone. Non si tratterebbe però di un progetto ma di farneticazioni, definite dagli inquirenti “puro odio delirante”
“Radere al suolo il Parlamento con tutti loro dentro – si legge – basta un piccolo drone pilotato a distanza da uno dei tetti di Roma… un 500 grammi di tritolo e lo lasci cadere durante la seduta…”.
I No Vax del canale Telegram incriminato erano anche convinti che i parlamentari non siano davvero vaccinati ma che, ‘ben consapevoli di un esperimento di ingegneria genetica in atto’, si sarebbero fatti inoculare solo una soluzione fisiologica”.
(da La Repubblica”)

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IL NORD EST PRODUTTIVO MOLLA SALVINI; “NON PUO’ FAR BALLARE DRAGHI”

Settembre 8th, 2021 Riccardo Fucile

ALLE IMPRESE VENETE NON VA GIU’ IL DOPPIO GIOCO SUL GREEN PASS … E GUARDANO A ZAIA

Qualche giorno prima del Natale del 1992 alla pasticceria Loison di Costabissara, a due passi da Vicenza, si presenta Giorgio Carollo, il delfino veneto di Silvio Berlusconi. Ordina quattro panettoni da dieci chili ciascuno. Finiranno agli allevatori che poco più in là, agli svincoli dell’autostrada, stanno rovesciando il latte a terra per protestare contro le multe di Bruxelles.
Dario, il proprietario dell’attività, non partecipa alle manifestazioni sponsorizzate dalla Lega. “Sono un uomo del fare, ero impegnato a lavorare”, racconta mentre è intento a preparare il prossimo ordine.
Quella di ventinove fa era un’altra Lega, il legame con il bacino elettorale del mondo produttivo ha subito nel frattempo una mutazione genetica dietro l’altra, ma oggi che Matteo Salvini fa il bello e il cattivo tempo con Mario Draghi è sempre la reazione della base a misurare l’andamento di questo rapporto.
Dario la mette giù così: “Salvini sta sbagliando, le sue sparate non vanno affatto bene. Noi imprenditori abbiamo bisogno di stabilità e la stabilità la può garantire solo Draghi che in maniera francescana sta facendo un lavoro straordinario”.
Dario è solo uno dei tanti imprenditori artigiani che nel Veneto, la seconda Regione del blocco produttivo del Nord, guardano con fastidio e insoddisfazione alle mosse del leader della Lega.
La prospettiva non è quella dell’imprenditore, piccolo o grande, che si chiude nella bottega o in fabbrica e tiene la politica fuori dalla porta. Per di più oggi, nella delicata stagione della risalita dalla crisi che chiama in causa una guida politica.
Qui locale e nazionale, anzi internazionale, si mischiano perché le filiere produttive del Veneto richiamano modalità artigianali e distretti territoriali, ma guardano anche all’estero.
Il distretto della scarpa di lusso per donna della Riviera del Brenta, la meccanica che a Padova rifornisce le auto tedesche, le calzature sportive del trevigiano. Sono tutti esempi di quel Veneto artigianale che conta in tutto 128mila imprese e occupa più di 300mila persone.
Un terzo di queste attività aderisce a Confartigianato Veneto. Il suo presidente, Roberto Boschetto, è uno dei più attivi nel contestare l’atteggiamento ondivago di Salvini, uomo di governo ma anche uomo che guarda al prossimo esecutivo, da tirare su con l’attuale leader dell’opposizione Giorgia Meloni.
A Salvini rimprovera il fatto che “non si può stare seduti su cento sedie”. Il contenuto della protesta è l’estensione del green pass sui luoghi di lavoro. Nel Veneto che ha sfondato quota 6,4 milioni di dosi somministrate (l′89,1% di quelle a disposizione) è il mondo dell’impresa a spingere per ampliare la campagna vaccinale attraverso l’obbligo del certificato verde per lavorare.
“Siamo gente abituata a lavorare e per lavorare – dice Boschetto – servono regole certe, cioè i vaccini, altrimenti Salvini dica chiaramente che chiudiamo tutti, però poi qualcuno ci deve mantenere”.
Il settore dell’artigianato è in ripresa. L’edilizia e la metalmeccanica sono tornati a lavorare a pieno ritmo già da alcuni mesi, ma alcuni comparti stanno ripartendo solo ora. Sono la moda, il food, il benessere. Sono ripartiti i catering, i fotografi sono ritornati a scattare alle cerimonie.
Ma la spinta ha bisogno di farsi ancora più forte. E la direzione è opposta a quella che indica Salvini, sostenitore dei tamponi. Dice sempre il presidente di Confartigianato Veneto: “Non si può vivere di tamponi. Sono una farsa, durano due giorni”.
Il Veneto non è solo la terra dell’artigianato. Qui ci sono anche le big dell’industria nazionale: Benetton, Zoppas, Luxottica, De Longhi, Rana, solo per citarne alcune. In tutto il mondo produttivo ha in pancia 427mila imprese (l′8,3% del totale nazionale) che danno lavoro a 1,7 milioni di persone. Molte guardano all’estero.
Dopo la contrazione dell′8,2% registrata l’anno scorso, con una perdita di fatturato estero di oltre 5,3 miliardi rispetto al 2019, nel periodo gennaio-marzo di quest’anno le esportazioni venete di beni hanno registrato un aumento del 4,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il recupero ha portato in cassa 755 milioni in più. In tutto le esportazioni valgono qualcosa come 16 miliardi. I panettoni di Dario, ad esempio, arrivano anche in Sudafrica.
Alberto Baban è uno che conosce bene questo mondo. A lungo presidente della Piccola industria di Confindustria, oggi è presidente di VeNetWork Spa, società di investimenti che riunisce 47 imprenditori locali. “L’idea di far ballare il governo Draghi e di pensare a un altro esecutivo è una follia”, dice commentando il sì della Lega agli emendamenti sul green pass di Fratelli d’Italia.
Baban spiega che oggi il Nord produttivo sta reagendo con un’enorme difficoltà al boom economico: “Gestire una ripresa così forte in così poco tempo non è facile perché oggi ci troviamo di fronte a una scarsa reperibilità di materie prime, ma anche di manodopera, e poi dobbiamo affrontare anche un processo di riorganizzazione produttiva”.
Le imprese contemplano solo Draghi e la tutela della strategia che da una parte guarda all’uscita dall’emergenza e dall’altra a rendere operativi i miliardi del Recovery. “In questo momento – dice sempre Baban – abbiamo una posizione di comando in Europa e la capacità di un leader molto forte e riconosciuto come Draghi. Abbiamo il comando del G-20, l’economia che tira: pensare di fare un governo con la Meloni è assurdo, non è proprio il momento di parlarne”.
Quello che il mondo produttivo del Veneto rimprovera al leader della Lega è un disallineamento rispetto alla missione Draghi che è finalizzato, sottolinea ancora l’ex presidente della Piccola industria di Confindustria, “a una convenienza legata a scadenze elettorali, come possono essere le prossime amministrative” o più al più generale tema del consenso.
“La politica non ha i tempi dell’economia e della produzione, questo è l’elemento che emerge sempre di più. Creare azioni di disturbo serve alla politica, ma non all’economia. L’elemento della discontinuità al Governo è la cosa più dannosa che ci possa essere: servono serenità e discontinuità”. È Boschetto a spiegare il senso di smarrimento della base nei confronti di Salvini: “Molti artigiani sono iscritti alla Lega, ma non riusciamo a capire dove vuole andare a parare Salvini”.
Il dissenso è trasversale alle generazioni degli imprenditori.
Eugenio Calearo Ciman è stato fino a poco tempo fa presidente dei giovani industriali del Veneto. Vicentino, classe 1982, imprenditore di terza generazione nell’azienda di famiglia Calearo Antenne, è uno di quelli che ha più il polso delle giovani generazioni. “Quello di Salvini è un comportamento sbagliatissimo. Non si può ondeggiare sui vaccini e dire, come ha fatto, che ha prenotato il vaccino per tranquillizzare quella parte del mondo produttivo che ha bisogno di lavorare in sicurezza e allo stesso tempo ammiccare alla parte che resta scettica”.
Qui il taglio della critica è quello delle imprese che non hanno amato la stagione populista della Lega, quella del Conte 1 con i 5 stelle.
Il pericolo da evitare è il voto anticipato, con annesso governo Salvini-Meloni. “Non credo – dice Ciman – che un governo populista, che vive di grandi dichiarazioni, possa competere con Draghi che ha una visione decennale di sviluppo del Paese. I leader di partito che guardano al consenso a brevissimo termine e al sondaggio del lunedì sbagliano a mettere il presidente del Consiglio sulla graticola perché rischiano di azzoppare un progetto di visione che è indispensabile per l’Italia”.
Ciman, come altri imprenditori, non pensa che Salvini staccherà la spina a Draghi, ma la prospettiva non cancella la situazione ballerina dell’oggi. Tutt’altro.
Giordano Riello, presidente della startup Nplus, è uno che ha l’impresa nel dna. Il nonno, omonimo, ha portato l’aria condizionata in Europa negli anni Sessanta. Anche lui fa parte di quella terza generazione chiamata a governare non solo le sfide della produzione, ma anche i legami con la politica, locale e nazionale.
C’è stata la generazione di Gilberto Benetton e delle autostrade privatizzate, quella di Zonin e della controversa gestione della Popolare di Vicenza. Tutte queste storie hanno guardato a Roma.
Ora che da Roma, con la Lega al Governo, arrivano segnali contrastanti, Riello è anche lui tra gli imprenditori che blinda Draghi dalle imboscate di Salvini: “Senza l’autorevolezza del premier non potremmo contare come stiamo contando oggi in Europa e incidere sulle scelte, Dio benedica la continuità”.
Perché Draghi è il totem lo spiega sempre Riello: “Una guida autorevole serve anche per trovare una soluzione su questioni europee, come la carenza delle materie prime, partendo dai microprocessori fin ad arrivare al legno e al cartone ondulato. La forte ripresa è rallentata dalla scarsa reperibilità dei componenti, ci stiamo giocando la possibilità di fare meglio del 2019″.
Si diceva della necessità di avere un punto di riferimento politico a livello locale in una Regione, il Veneto appunto, che però ha una caratura nazionale se l’ottica è quella dell’economia. Il punto di riferimento c’è già. Ha un nome e un cognome: Luca Zaia. Il processo di avvicinamento degli imprenditori al governatore è in atto da tempo, le ultime mosse sulla strategia anti Covid l’hanno accelerato.
Mentre Salvini alza le barricate sull’estensione del green pass e sull’obbligo vaccinale, Zaia spinge per la terza dose agli anziani e agli immunodepressi.
Ecco come oggi ha spronato i veneti che ancora non si sono vaccinati a farlo: “Vengano a vaccinarsi al più presto perché ad oggi ci sono 700mila posti liberi fino a fine settembre, poi partiremo con la terza dose e daremo la priorità alla macchina vaccinale e si tornerà alle categorie come lo scorso gennaio”.
Quando il presidente di Confartigianato Veneto ha un problema, racconta, “chiamo Zaia e Marcato (l’assessore regionale allo Sviluppo economico nrd) che sono sempre disponibili, mentre Salvini si è defilato”.
Dario, il proprietario della pasticcieria Loison, chiude il cerchio: “C’è stato un periodo in cui Salvini ha avuto un suo peso, soprattutto quando era al governo, ma se l’è giocata male”. E anche questa volta, nel Veneto che vuole correre più degli altri, l’ultima mossa del Capitano non è piaciuta affatto.
(da Huffingtonpost)

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SALVINI FA PAURA ALLA LEGA, SULLE COMUNALI SONDAGGI DISASTROSI: 8% A MILANO, 6,5% A BOLOGNA, 6% A ROMA

Settembre 8th, 2021 Riccardo Fucile

LA BASE LEGHISTA TEME IL TRACOLLO: “COSI’ ANDIAMO A SBATTERE, HA UNA VISIONE TALEBANA E DEVE PAGARE CAMBIALI A DURIGON E SIRI”

“Dove va la Lega? Se continua così, contro un muro. Tra un mese. Salvini lo stanno avvertendo in tanti, ma non riesce a frenare. Ha troppe cambiali politiche con i vari Siri e Durigon per svincolarsi dalla visione “talebana” che un’ala del partito propugna”.
A pronosticare un brusco impatto è un leghista del Nord, un uomo dei territori che ha conosciuto tutte le segreterie da Bossi in poi. Ma a temere che le comunali del 3 ottobre si rivelino un bagno di sangue, sono in parecchi. I numeri che girano sono molto allarmanti: intorno all’8% a Milano, al 6,5% a Bologna, al 6% a Roma. Dove le liste di FdI, nonostante un candidato sindaco non brillantissimo, veleggiano intorno al 20%. Il triplo degli alleati-rivali: vuoi perché, come rimproverano a Salvini centristi e forzisti, nelle liste c’è troppa destra estrema; vuoi perché, come sorridono i meloniani, senza crescere una classe dirigente lo “sbarco al Sud” resta un miraggio.
Ma se finisse davvero così, non sarebbe facile neppure per il Capitano evitare quel congresso che per ora non è all’ordine del giorno e che si punta a svolgere dopo le elezioni politiche.
Fatto sta che il gioco – sul filo del rasoio – tra partito di lotta (che ammicca alla schiera degli insofferenti agli obblighi e compete con la Meloni) e di governo (che rassicura Draghi per interposta squadra di ministri) si sta rompendo.
Proprio sul green pass, che a giorni alterni passa da strumento di coercizione e discriminazione a mezzo per ottenere libertà, riaperture, ripresa economica, etc. L’ultima giravolta, quella di ritirare gli emendamenti sulla carta verde per poi votare in segreto quelli dell’opposizione meloniana, ha fatto deflagrare le distanze. Con facili slogan: “responsabilità” versus “ambiguità”.
Non si parla più di anime, ma addirittura di dottrine: il “giorgettismo” opposto al “borghismo”, entrambe con dietro un popolo.
Da un lato, c’è il mondo produttivo del Nord Est, gli industriali e gli artigiani del Veneto dove la pandemia ha ridotto il Pil del 9%, ma anche Confindustria che insiste sul green pass nelle fabbriche e nelle aziende anche per riportare la produzione ai livelli precedenti.
Il “Giornale” berlusconiano ha messo in fila i mugugni degli esponenti locali veneti, tutti Zaia-boys: l’assessore regionale Roberto Marcato (“Essere contro la scienza è roba da Medioevo”), il consigliere regionale Marzio Favero (“Responsabilità, non opportunismo, cosa faremmo di fronte a una nuova ondata?”). L’ex presidente della provincia di Treviso Fulvio Pettenà si chiede: “Ma gli eletti a Roma la fanno qualche telefonata sui loro territori”?.
Già: perché ad essere irritati per gli stop and go sul green pass sono tutti i governatori: Zaia (che per primo ad agosto bloccò i tamponi gratuiti per evitare disincentivi a vaccinarsi), Fontana, ma anche i “fedelissimi” Fedriga e Fugatti, fino al ligure Toti, che leghista non è ma uomo di cerniera e ha sempre esortato Salvini a “togliersi la maglietta della Lega” in ottica federativa.
Gente tutti i giorni in trincea contro il virus che non tollera rallentamenti di nessun genere. Ma lo spaesamento è approdato anche in Parlamento, dove la tensione per i rapporti altalenanti con il governo e per la campagna elettorale si accumula.
E diventa difficile distinguere le verità dai sospetti. C’è chi dice che nel gruppo alla Camera ieri ci si era già orientati per l’astensione con presentazione di ordini del giorno, per non esagerare né dividersi tra governisti e ultrà, ma il punto di caduta non ha retto alla prova dei fatti.
C’è chi maligna che una trentina di deputati si siano smarcati dall’abbraccio con FdI, ma Claudio Borghi derubrica il tutto ad “alcune assenze come negli altri partiti”.
C’è chi estende il malumore ai parlamentari politicamente nati con la vecchia Lega Nord, e chi addirittura ascrive ai “leali ma preoccupati” il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari.
Salvini sa di essere a un turning point.
Non riesce a decidersi tra le diverse sirene che gli sussurrano nell’orecchio: i referenti delle piccole imprese e degli autonomi che rappresentano le radici storiche del partito o gli “homines novi” che hanno allargato il bacino di voti flirtando con la destra e con i No Vax. Paradossalmente, a impedire che la maionese impazzisca e a compattare il partito, è l’offensiva anti-salviniana del Pd : “C’è una parte di maggioranza che vuole strappare a ogni piè sospinto – attacca il senatore Stefano Candiani – Volevano persino calendarizzare il ddl Zan in piena campagna per le comunali. Bisogna abbassare i toni e dare risposte sensate, non dogmi. Il governo Draghi è necessario per uscire dalla pandemia, ma dico no ad atti di fede: qui se si fa una critica si finisce tra gli eretici…”.
La data cruciale sarà il 18 ottobre sera, a ballottaggi chiusi: quando ogni partito farà i conti con la propria identità in era draghiana e con i rapporti di forza all’interno della propria coalizione. Anche se per la Lega vale una postilla: non basterebbe una leadership ammaccata a rendere scalabile un partito, servirebbe un frontman alternativo. E per il momento non c’è.
(da Huffingtonpost)

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I TRUCCHI DI SALVINI OBBLIGANO DRAGHI A RALLENTARE

Settembre 8th, 2021 Riccardo Fucile

DOMANI IL GREEN PASS ESTESO IN MISURA MINIMA… UNA MEDIA DI 500 MORTI ALLA SETTIMANA SULLA COSCIENZA DEI SOVRANISTI

Insomma, alla fine il cdm si farà (domani) per discutere dell’estensione del Green Pass, ma sarà, rispetto alle aspettative, un’estensione piccola piccola: per le mense scolastiche, per quelle universitarie, ma non ancora per il pubblico impiego né tanto meno per i lavoratori privati.
Ci si arriverà, all’estensione alla Pa, magari la prossima settimana ma, appunto, non subito.
E c’è da crederci quando fonti vicine al dossier spiegano che è un rompicapo giuridico definire il “dipendente pubblico”, e che c’è “un lavoro tecnico enorme da fare”, ma il punto è politico.
La frenata, rispetto all’ultima conferenza del premier (ricordate? Quella dell’estensione del Green Pass senza se e senza e senza ma e dell’invocazione dell’obbligo vaccinale) è oggettiva.
E ha a che fare certo con la complessità del provvedimento, ma anche con la complessità o meglio, perdonate la naïveté, col casino che ha combinato Salvini.
In altri tempi, quando la grammatica politica era un’altra, a proposito di un partito di maggioranza che vota gli emendamenti di una forza di opposizione dopo aver votato il provvedimento in cdm si sarebbe parlato, se non di crisi, quanto della necessità di un chiarimento.
In questa situazione, che di ordinario ha davvero poco, meglio non appiccarsi alla logica d’antan e limitarsi a descrivere lo stato dell’arte.
Il punto è che Mario Draghi non ha cambiato idea rispetto all’obiettivo da perseguire, né si è affievolita la determinazione, ma, ancora una volta, è stato costretto al realismo, proprio dopo lo spettacolo del voto alla Camera.
È chiaro cioè che una forzatura avrebbe rischiato di far sfuggire la situazione di mano. E ha concesso tempo a Salvini, con l’obiettivo di portarlo gradualmente al risultato concedendo una faticosa metabolizzazione del provvedimento.
È, semplicemente, la più classica delle trattative politiche: il governo non mette la fiducia, come chiesto da Salvini, e il leader leghista ritira i suoi emendamenti, limitandosi, diciamo così, a dare un segnale al suo mondo votando gli emendamenti altrui, e consentendo comunque l’approvazione del provvedimento.
E adesso, che si discute di allargamento, i prossimi giorni serviranno a definire, voce per voce, il “quando” e il “dove”: se tutti i dipendenti del pubblico, se i dirigenti o quelli che lavorano allo sportello, il tema dei tamponi sul privato dove spinge Confindustria, la durata del tampone (24 o 72 ore) eccetera eccetera. Poi l’approvazione.
Una mediazione, appunto. Che comunque non è banale come rospo che il leader della Lega è costretto ad ingoiare o sta già ingoiando, perché alla fine, sia pur gradualmente, sia pur faticosamente si sta allargando il Green Pass, misura bollata come liberticida da Salvini che sul tema soffre, e non poco, gli ululati della Meloni, le contraddizioni di un partito bifronte, pragmatico coi governatori, ideologico nelle piazze no vax. Però non è irrilevante neanche il potere di interdizione che lo stesso Salvini può rivendicare.
È un copione che si ripete: le intenzioni del premier, con la propensione a un sano decisionismo in base a ciò che è giusto e ciò che serve; poi il bagno di realtà, in base a ciò che è possibile.
La fase del “c’è Draghi che decide e ci sono i partiti che, mettono qualche bandierina ma non possono che accettare”, si è chiusa proprio col semestre bianco.
Adesso c’è Draghi, il cui governo non è in discussione per le stesse ragioni – autorevolezza, credibilità, stato di eccezione – ma è costretto alla trattativa permanente. È accaduto sul primo Green Pass quando, dopo una drammatizzazione in conferenza stampa (“un appello a non vaccinarsi è un appello a morire”) seguì un faticoso negoziato proprio con la Lega, dopo un altrettanto faticoso negoziato con la giustizia con i Cinque stelle.
È ri-accaduto dopo una nuova drammatizzazione sull’obbligo vaccinale, con la trattativa di questi giorni. È chiaro: Draghi in conferenza stampa è Draghi, l’autentico, con le sue convinzioni tranchant, incarnazione della missione che deve portare a termine e dei suoi principi assoluti. Poi ci sono il Parlamento, i partiti, le amministrative: il gioco che ha risvegliato l’elemento di prevalenza politica del governo che i partiti li ha coinvolti sin dalla sua formazione. E dunque la valutazione realistica dei rapporti di forza che fa planare l’indole sul principio di realtà.
Realismo significa anche consapevolezza che, con Salvini, Draghi non può rompere per tutta una serie di motivi, che vanno dalla tenuta complessiva dell’equilibrio politico all’eventualità della prospettiva quirinalizia perché, su entrambi i piani, non è immaginabile una rottura a destra che consegni palazzo Chigi agli umori dei Cinque stelle.
E realismo significa che, tutto sommato, per quanto in modo scomposto e rumoroso, Salvini sta tenendo, anche sul dossier più fuori controllo di tutti, l’immigrazione. Radicalizzare con un alleato in difficoltà, che sta scontando su questa difficoltà un’emorragia elettorale, significa mettere a rischio un equilibrio delicato. E quindi si procede step by step, con i tempi della politica, nell’auspicio che i tempi non tornerà a scandirli la pandemia.
(da Huffingtonpost)

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