Destra di Popolo.net

LA STORIA DEL PROF CHE SI RIFIUTA DI FARE LEZIONE AGLI STUDENTI IN GONNA E PROVOCA LA RIVOLTA DEGLI ALUNNI E DELLA PRESIDE

Novembre 29th, 2021 Riccardo Fucile

SUL SUO PROFILO SOCIAL POST CONTRO IL GOVERNO, IL DDL ZAN E LA STRATEGIA VACCINALE

Continua a sfogarsi sui social e mantenere le sue posizioni. Nonostante le contestazioni, nonostante le critiche, nonostante il provvedimento disciplinare.
«Solo nel nostro sciagurato Paese può accadere che una dirigenza scolastica arrivi a sostenere esplicitamente lo sciopero degli studenti contro un docente (il sottoscritto) della stessa scuola, che essa, al di là di ogni dissenso, avrebbe il dovere di tutelare e difendere».
A parlare su Facebook è Martino Mora, professore del liceo scientifico Bottoni a Milano. La querelle che lo vede protagonista inizia venerdì 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne e di genere.
Per quella occasione alcuni ragazzi decidono di fare lezione con la gonna o vestiti di rosso. Uno di loro indossa il tutù. Un altro ha smalto rosso sulle unghie.
Troppo, per Mora, che su Facebook esterna spesso contro donne, gay, chiesa, stampa, governo, vaccini e green pass. Si rifiuta di fare lezione.
Finendo così al centro di un provvedimento disciplinare e sulle pagine dei giornali. «Quando sono arrivata a scuola è venuto nel mio ufficio dicendomi che non avrebbe fatto lezione con ‘dei travestiti’», racconta a ilfattoquotidiano.it la preside dell’istituto, Giovanna Mezzatesta. «A quel punto l’ho invitato a tornare in classe perché in quel modo avrebbe violato il diritto allo studio degli studenti». Lui si rifiuta. Lei si vede costretta ad avviare un procedimento disciplinare.
Ma la vicenda non finisce qui. Due giorni dopo, sabato 27 novembre, la quarta “D” abbandona la classe appena il docente vi mette piede per fare lezione.
I ragazzi e le ragazze escono e si siedono in corridoio, studiando per l’ora successiva. Un gesto salutato con favore anche da altri docenti del liceo. E dalla preside stessa. Mora non ci sta. E invoca il “martirio”, pronto a «pagar il prezzo» della sua battaglia. «Per la dirigenza in questione è meglio che gli studenti boicottino le lezioni di filosofia e storia, per una pura contesa ideologica, piuttosto che frequentarle», attacca il professore in queste ore su Facebook. «Essa fa così l’involontario ma esplicito elogio dell’ignoranza. Siamo all’invito del liceo Bottoni a sostenere “la lotta degli studenti”, cioè a boicottare lezioni che si tengono nello stesso Bottoni, e per pure motivazioni ideologiche che nulla c’entrano coi contenuti didattici».
I precedenti di Martino Mora
Sarebbe, per il professore – che le cronache raccontano, scrive La Stampa oggi, come non nuovo a episodi criticabili (a una studentessa avrebbe detto in passato «prova a leggere questo testo, ammesso che voi donne sappiate leggere»; in un incontro dad con Liliana Segre gli sarebbe scappato «uff, della Segre non se può più!» – la conferma dell’«impazzimento della scuola italiana».
«Se il sottoscritto deve essere la pietra della scandalo perché qualche nodo della situazione ormai insostenibile del sistema scolastico venga finalmente al pettine, ebbene ben venga. Se il sottoscritto deve pagare un prezzo per tutto questo – il prezzo dell’isolamento e dell’ingiustizia – ebbene è disposto a pagarlo».
Sul suo profilo social, aperto anche a chi non ha con lui collegamenti, ce l’ha, da ben prima della vicenda che lo vede al centro di contestazioni on e off line, con il mondo del giornalismo nostrano, che in queste ore promette a vario titolo di querelare. «Malvagità», assicura. «Basti pensare alla malcelata soddisfazione, all’entusiasmo, alla gioia maligna appena trattenuta con la quale gli stessi grandi giornali (il Corsera, la Repubblica, la Stampa) che criminalizzano i renitenti al siero magico della multinazionali del farmaco, che trattano come untori e potenziali assassini, stanno esprimendo per il primo caso di “suicidio assistito” cioè eutanasia, che avverrà in Italia», dice.
Mario Draghi per lui è il «tiranno»: «Siamo in attesa che il tiranno – cioè l’ex banchiere dei banchieri -decida come punire i non vaccinati». Ce l’ha anche con Matteo Salvini, per le sue parole dopo l’affossamento del ddl Zan.
“Aumentare le pene per chi discrimina, offende o aggredisce in base all’orientamento sessuale? Per me si può votare anche domani, tanto che esiste una proposta di legge a mia firma in Senato” (Matteo Salvini)», scriveva il docente il 20 novembre scorso. «Quindi vuole i reati di opinione, color arcobaleno. Quando agitava il Rosario, faceva solo scena. Giurava sul Cuore Immacolato di Maria. Evidentemente spergiurava. Diceva un vecchio proverbio: scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Salvini non conosce la serietà, la corenza (sic!), la dignità», scrive il professore. «Solo LA FIAMMA non tradisce», commenta un suo contatto.
(da Open)

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E SE L’ITALIA VOTASSE SUL GREEN PASS COME IN SVIZZERA? IL SONDAGGIO SWG

Novembre 29th, 2021 Riccardo Fucile

RISULTATI ANALOGHI: DUE ITALIANI SU TRE FAVOREVOLI

Un’ampia maggioranza degli italiani è favorevole al Green pass, un italiano su dieci è dubbioso e uno su quattro è manifestamente contrario al suo impiego sul luogo di lavoro.
Lo rileva un sondaggio condotto da Swg, una società che progetta e realizza ricerche di mercato, di opinione, istituzionali, studi di settore e osservatori.
Come si può vedere dai dati elaborati, il 65% dei votanti ha risposto di essere “favorevole”, il 25% “contrario” e il 10% ha risposto “non saprei”.
Tra i motivi maggiormente citati da chi è contrario al Green Pass sul luogo di lavoro: “Non è giusto imporre le vaccinazioni o i tamponi ai lavoratori”, “discrimina i lavoratori”, “è poco utile ora che l’emergenza è in gran parte passata”.
Il risultato di un eventuale referendum italiano sul Green Pass, dunque, non sarebbe molto diverso da quello svizzero. L’elettorato elvetico, infatti, si era espresso per il 60% favorevole al Green Pass, per il 38% contrario e l′1% restava indeciso.
Risultati del tutto simili a quelli rilevati dal sondaggio.
La ricerca ha inoltre messo in luce che la maggior parte dei contrari al Green pass è comunque vaccinata e preoccupata per la pandemia, ma mentre tra i favorevoli sono più diffuse emozioni positive di speranza e fiducia, i no Green pass sono dominati da sentimenti di rabbia e di tristezza.
Il tema chiave appare essere quello della interpretazione del concetto di libertà e del rapporto tra Stato e cittadino.
Tra chi non si sente libero, la percentuale di contrari al Green pass è quasi quattro volte superiore a quella dei favorevoli e tra favorevoli e contrari si registrano visioni opposte su come lo Stato possa regolare e limitare la libertà individuale.
Dal punto di vista politico, i no Green pass mostrano di identificarsi maggiormente con i leader che in questi mesi hanno offerto maggiore ascolto alle loro istanze.
Tra i messaggi diretti di chi ha votato contro c’è chi sperava “che ci fosse più rispetto per le idee delle persone”.
“Adesso le decisioni vengono prese in maniera generica senza analizzare le situazioni e questo crea insicurezza e dubbi sull’efficacia delle decisioni che vengono prese. A chi dirlo non saprei, in questo momento non ritengo di individuare una persona che mi possa ispirare fiducia”.
“Vorrei l’abolizione del Green pass sul luogo di lavoro e basta. Oppure, rimanendo un po’ più sul realistico, tamponi gratuiti per chi non vuole farlo e ovviamente una durata congrua, anche 72 ore per tutti i tamponi”.
Favorevoli e contrari hanno visioni lontane del ruolo dello Stato e una percezione molto diversa del proprio livello di libertà. I contrari considerano le leggi dello stato un limite alle libertà, mentre i favorevoli ritengono giusto che la legge metta dei confini alle libertà individuali.
Sul rapporto tra Green Pass e vaccini, infine, i contrari hanno le idee chiare: “Mettere l’obbligo del Green pass è come mascherare il fatto di mettere il vaccino obbligatorio, allora mi viene il dubbio sul perché non mettere il vaccino obbligatorio, con le dovute esenzioni per chi effettivamente potrebbe avere dei problemi, ma a questo punto mi sembra una mancata assunzione di responsabilità da parte dello Stato”.
(da agenzie)

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GIORGIA ROSSI, GIORNALISTA DI DAZN, SOLIDALE CON GRETA: “SE CI PROVANO CON ME LI FACCIO FINIRE ALL’OSPEDALE QUEGLI ANIMALI”

Novembre 29th, 2021 Riccardo Fucile

“DA ME REAZIONE FISICA E VIOLENTA: COLPI DI MICROFONO SULLE PALLE”

“Vorrei essere accanto a lei, darle forza, farle sentire la mia vicinanza. Chi è vittima diviolenze non deve mai provare solitudine. Che è una nuova violenza” spiega la giornalista di Dazn a Repubblica.
“Noi donne dobbiamo imparare a fare squadra – aggiunge l’ex Mediaset e Sky -. A volte, purtroppo, ancora non succede. Non voglio fare esempi, basta leggere un po’ i giornali: allusioni, invidie, parole usate come coltelli. E invece se molestano te, stanno molestando anche me, anzi tutte noi. Per me è chiarissimo. Non facciamoci del male tra noi, non ce n’è veramente bisogno”
“Non ci hanno aiutato i social, che spesso sono solo apparentemente moderni – chiosa la Rossi -. Troppi commenti cattivi, spietati, gratuiti: ti usano come comodissimo bersaglio. Ti metti una gonna? Stai provocando, ti approfitti della tua bellezza. Un look più maschile? Non sei vestita bene, sei sciatta. Ma perché? Perché? Ti senti trattata come un oggetto, umiliata. E smettiamola di dire che quelle sono solo parole. La violenza verbale può far molto male, anche a chi, come me, lavora tanto ma crede di non dover dimostrare nulla”.
La cronista, domenica pomeriggio inviata dallo Stadio Olimpico di Roma per il pre e post partita tra i giallorossi e il Torino, ha detto che lei non avrebbe avuto una reazione “morbida” nei confronti di quel tifoso, ma anche di non esser mai stata oggetto di molestie di quel tipo: “L’avrei fatto finire non so dove, quell’animale. Reazione fisica, violenta. Un colpo ben assestato, magari col microfono, dove può fare molto male. E mi sono spiegata, credo”.
Ma la sua riflessione va oltre, sottolineando il suo essere conscia di aver scelto di affrontare la sua vita professionale in un ambiente prettamente maschile e maschilista, quello del giornalismo sportivo: “Ho scelto di vivere in un mondo in cui, inutile negarlo, c’è ancora tanto maschilismo. Ne ero consapevole, sapevo fin dall’inizio che mi sarebbero serviti competenza e artigli. Ho affilato sia l’una che gli altri”.
(da agenzie)

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UN ALTRO DEI MOLESTATORI DI GRETA BECCAGLIA ORA CHIEDE SCUSA MA SOLO SE LA GIORNALISTA RITIRA LA DENUNCIA: DOPPIAMENTE INFAME

Novembre 29th, 2021 Riccardo Fucile

GRETA: “NON MI INTERESSANO LE SCUSE, LI DENUNCIO, ATTO INACCETTABILE VERSO UNA RAGAZZA CHE STA LAVORANDO”

Scuse, con la condizionale. C’è un uomo che, sui social, dice di essere stato uno dei protagonisti di quella molestia nei confronti dell’inviata di Toscana TV Greta Beccaglia. E chiede perdono alla 27enne, violentemente “palpata” fuori dallo Stadio “Castellani” di Empoli al termine del match tra la squadra allenata da Aurelio Andreazzoli e la Fiorentina.
E dice di averci messo la faccia (anche se l’ha messa anche di fronte alla telecamera, con le immagini che hanno fatto il giro del mondo) e per questo chiede il ritiro della denuncia.
Come riporta il quotidiano Il Messaggero, l’uomo – presunto reo confesso di quel vile gesto nei confronti di Greta Beccaglia – ha risposto all’inviata di Toscana TV commentando un suo post su Facebook. E ha scritto questo: “Ti chiedo umilmente scusa in pubblico per averti molestato in quella maniera. Per favore ritira la denuncia, come vedi ci ho messo la faccia”.
Non sappiamo se si tratti di un “mitomane”, oppure realmente di quel “soggetto” che si è palesato alle spalle della cronista, fuori dal “Castellani”, dandole una violenta pacca sul sedere mentre lei era in collegamento – e in diretta – con la trasmissione condotta da Giorgio Micheletti. Perché potrebbe essere anche uno di quegli uomini che hanno proseguito nei loro atti vergognosi anche quando le telecamere si sono spente.
Ma Greta Beccagli non intende farsi impietosire da questa “auto-denuncia” social e andrà avanti con la sua intenzione di querelare quelle persone:
“Non mi interessa, non ho letto nulla. Domani (oggi, ndr) presento la denuncia. Quello che è accaduto a me è inaccettabile e non si deve ripetere. Nel mio caso la molestia è stata ripresa in diretta perché ero lì a lavorare”.
(da agenzie)

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IDENTIFICATO IL TIFOSO CHE HA MOLESTATO LA GIORNALISTA IN DIRETTA TV

Novembre 29th, 2021 Riccardo Fucile

E’ UN SOSTENITORE DELLA FIORENTINA… A BREVE TOCCA AGLI ALTRI RIFIUTI UMANI

Identificato il tifoso che sabato 27 novembre ha molestato in diretta tv la giornalista Greta Beccaglia, impegnata in una diretta con lo studio di Toscana Tv al termine di Empoli-Fiorentina.
L’uomo, secondo i poliziotti del commissariato di Empoli, è un tifoso della Fiorentina. A questa conclusione gli agenti sono arrivati incrociando il video della molestia cone quelli delle telecamere di sorveglianza dello stadio e i dati di entrata e uscita dai tornelli dell’impianto.
Beccaglia, mentre stava conducendo il suo intervento tv, era stata colpita da uno schiaffo violento sul sedere. Ha reagito subito, ma l’uomo è scappato. I poliziotti ora lo hanno identificato, ma per procedere oltre aspettano la denuncia della giornalista.
Tantissime le reazioni che il caso ha suscitato. Solidarietà e indignazione alla giornalista di Toscana Tv Greta Beccaglia sono arrivati dal mondo dello sport, della politica, del giornalismo. “Chi era in studio, invece di condannare il gesto e il molestatore, ha invitato la collega a ‘non prendersela’. Verso di lei non è stata sentita nessuna parola di solidarietà da parte del conduttore” ha stigmatizzato il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Toscana Giampaolo Marchini.
L’Ordine “ribadisce che è giunto il momento di smetterla di minimizzare e ricorda che la violenza contro le donne è prima di tutto un problema culturale e sociale”.
L’ex presidente della Camera Laura Boldrini esprime vicinanza a Beccaglia e chiede di aprie un’inchiesta sul caso e il presidente del consiglio regionale Antoio Mazzeo dice: “Quello che è successo a Empoli è inaccettabile. Diffondo il video su Facebook nella speranza in cui si possa trovare il colpevole di questo orribile gesto. Anche questa è una forma di violenza. E va condannata e punita”.
(da agenzie)

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SERPEGGIA VOGLIA DI ELEZIONI ANTICIPATE: PERCHE’ CONVENGONO A LETTA, CONTE, SALVINI E MELONI

Novembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

VEDIAMO SITUAZIONE PER SITUAZIONE E SI COMPRENDE IL MOTIVO

Serpeggia tra i leader una voglia di elezioni anticipate che non nasce, per assurdo, dall’ambizione di vincere e di governare, ma dalla più mediocre speranza di cadere in piedi.
Nessuno ha la vittoria in tasca, nemmeno il centrodestra che sta avanti di 3-4 punti negli ultimi sondaggi ma dopo le Comunali ha smarrito un po’ delle sue certezze.
Però tutti – ecco la novità – potrebbero accontentarsi di una sconfitta e, in qualche caso limite, addirittura desiderarla per motivi che pubblicamente non si possono confessare.
Ad esempio, per evitare una batosta ancora più pesante se tornassimo alle urne tra un anno e mezzo; oppure per eleggere in Parlamento i propri amichetti senza farli attendere fino al 2023; o al limite per far fuori i rompiscatole interni.
Vediamo situazione per situazione.
Iniziamo da Matteo Salvini. Al Capitano votare subito conviene, comunque vada e perfino nel peggiore dei modi. Se il centrodestra dovesse farcela, lui potrebbe sperare nel contro-sorpasso della Lega sui Fratelli d’Italia che, sulla carta, è ancora plausibile; ma se Palazzo Chigi dovesse sfuggirgli, e la guida del governo toccasse a Giorgia Meloni, lui tornerebbe a fare il ministro, magari di nuovo all’Interno (in fondo non vede l’ora). Perfino nel caso di sconfitta elettorale Salvini avrebbe un grosso vantaggio, anzi due. Frenerebbe il declino del suo partito che, continuando di questo passo, tra un anno verrebbe a trovarsi intorno al 10 per cento dal 18 che vale oggi e dal 34 delle scorse elezioni europee. “Salvare il salvabile” è la nuova parola d’ordine salviniana. Inoltre Matteo farebbe un bel repulisti, regolerebbe i conti con chi dentro il partito ha osato sfidarlo purgando le liste dagli amici di Giancarlo Giorgetti oppure relegandoli in coda cosicché, nel caso di sconfitta, sarebbero i primi a venire trombati.
Anche per Giorgia Meloni votare sarebbe un “win-win”. Nella migliore delle ipotesi diventerebbe la prima donna premier nella storia d’Italia; o in alternativa la prima a guidare l’opposizione che, in fondo, sembra più consono alla sua vera natura, alla sua indole protestataria. Ma perfino se restasse dietro a Salvini, Giorgia triplicherebbe i voti a confronto del 2018, idem la rappresentanza parlamentare. Sarebbe comunque un trionfo. A una sconfitta del genere chiunque metterebbe la firma. Scontato che la “ducetta” non veda l’ora.
Quanto a Giuseppe Conte, la sua propensione a votare non è mai stata un mistero. Ultimamente ha rimescolato le carte per non urtare i gruppi parlamentari che desiderano le elezioni esattamente quanto i capponi le feste di Natale; ma si capisce che l’Avvocato del popolo tornerebbe alle urne per le stesse identiche ragioni del suo nemico Salvini. Arresterebbe l’agonia dei Cinque stelle, in tre anni più che dimezzati; espellerebbe dal Parlamento tutti gli antipatizzanti interni per inserire al loro posto gente più allineata. A questi due motivi, di per sé sufficienti, se ne aggiunge un terzo molto più personale: il mestiere del capo-popolo non fa per lui. Dicono che sia già pentito di averlo accettato. Conte intuisce che da una lunga campagna elettorale uscirebbe stremato, con la lingua fuori e l’immagine politicamente sgualcita come la sua pochette. Dunque non vede l’ora di farla finita votando subito, per male che possa andare.
Infine Enrico Letta. Se ci fosse l’opportunità di votare, non sarebbe certo lui a mettersi di traverso. Volendo provare a vincere, gli converrebbe allearsi coi Cinque stelle fintanto che questi reggono (cioè ancora per poco, dunque deve fare in fretta). Giocando a perdere, invece, il Pd aumenterebbe la propria forza parlamentare. Guadagnerebbe un numero di seggi sufficiente a compensare il taglio degli onorevoli. In più Letta proverebbe l’impagabile soddisfazione di far sprofondare i renziani e mandare un “ciaone” allo statista di Rignano sull’Arno.
A conti fatti, tutti pensano di guadagnarci e nessuno teme di lasciarci le penne. Ecco come mai più dicono di non volere le elezioni, e meno di loro ci si può fidare.
(da Huffingtonpost)

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LA STORIA DI LAURA: “HO UN TUMORE. NON MI OPERANO PER COLPA DEI NO VAX RICOVERATI”

Novembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

LA TERAPIA INTENSIVA DELL’OSPEDALE E’ AFFOLLATA DA MALATI COVID NO VAX… E POI NELLE PIAZZE URLANO ASSASSINI A MEDICI E GIORNALISTI… QUANTI ITALIANI AVETE CONTAGIATO E ASSASSINATO CON LA VOSTRA IGNORANZA?

“Ma come è possibile? Perché devo fare io le spese del menefreghismo altrui? Sono una paziente oncologica, devo affrontare un intervento per me vitale, ma gli ospedali sono strapieni di malati Covid non vaccinati. Ditemi: che c….. potrà fare di peggio di un cancro un vaccino sperimentale?”.
Recita così l’appello su Facebook di Laura Di Siena, 42 anni, insegnante di scuola d’infanzia in un Comune vicino a Milano.
Al giornale La Provincia Pavese Laura racconta la sua storia dall’inizio, facendosi anche portavoce nel corso dell’intervista di molte altre persone nella sua stessa situazione. Un tumore raro il suo, spiega, 200 casi all’anno, e scoperto per caso. E ci sono solo tre strutture in Italia, tutte in Lombardia, che possono trattare questo tumore al timo, tra il cuore e i polmoni.
Da subito sono stata sottoposta a biopsia, non senza problemi perché le Terapie erano affollate; poi a un ciclo di chemioterapie. Sono state forti, ma hanno funzionato perché la massa si è ridotta, tanto da rendere possibile l’intervento chirurgico.
Dall’ospedale milanese però una segretaria della direzione ha telefonato a Laura, che pensava di sapere il giorno in cui sarebbe stata operata, ma non è stato così.
Mi ha detto che, purtroppo, c’è stato un taglio dei posti letto nei reparti ordinari a causa del Covid, e che pure le Terapie intensive sono congestionate. Io ho la fortuna di abitare vicino a Milano, tuttavia questo per me significa rimanere in lista d’attesa non so per quanto tempo.
Nel frattempo, inoltre, a Laura è scaduto il Green Pass ma la terza dose non può farla perché secondo i medici nella sua situazione rischierebbe di appesantire i polmoni.
Il chirurgo le ha detto che le Terapie intensive sono occupate dai casi di Covid che arrivano ogni giorno e sono tutti no vax. Per questo lo sfogo sui social e infine un appello affinché la situazione possa sbloccarsi.
“Vi accorgete che il cancro uccide e la sua incidenza aumenta? Non fate un vaccino, ma scappare dal cancro non è possibile. Non avere la possibilità di guarire a causa della poca attenzione altrui vi farebbe piacere? Mi sono sfogata su Facebook non certo per sentire un parere altrui, ma solo per far conoscere il fatto che fatiche più grandi rispetto ad un vaccino, ci sono. Esistono e sono veramente avvilenti. Entrate in un reparto oncologico e vi accorgerete di quanto si è disposti a sopportare per avere un’altra chance.”
(da agenzie)

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OBBLIGO VACCINALE E’ COSTITUZIONALE: LE SENTENZE DELLA CONSULTA E DEL CONSIGLIO DI STATO

Novembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

IL GOVERNO METTE A TACERE CHI CONTINUA A STRAPARLARE DI INCOSTITUZIONALITA’ DELLA NORMA (PERALTRO NON ANCORA APPLICATA)

Una delle tesi sostenute dal popolo no vax è che l’obbligo vaccinale non è conforme alla Costituzione.
Nella relazione illustrativa all’ultimo provvedimento Covid, il decreto legge 172/2021, approvato dal Consiglio dei ministri mercoledì 24 novembre e pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 26, vengono ricordate alcune sentenze della Consulta e del Consiglio di Stato che hanno fornito sostegno giuridico alla scelta del Governo di prevedere dal 15 dicembre la terza dose obbligatoria per il personale sanitario e l’estensione al personale scolastico e alle forze dell’ordine.
«Quanto alla previsione dell’obbligo vaccinale – si legge nel documento – va considerato che il bene della tutela della salute, quale “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, è ontologicamente dualista, rilevando, da un lato, nella sua accezione individuale e soggettiva e, dall’altro, nella sua dimensione sociale e oggettiva».
In questa prospettiva, la relazione di accompagnamento del provvedimento mette in evidenza che «secondo quanto stabilito dalla Corte costituzionale, il diritto alla tutela della salute porta con sé “il dovere dell’individuo di non ledere né porre a rischio con il proprio comportamento la salute altrui, in osservanza del principio generale che vede il diritto di ciascuno trovare un limite nel reciproco riconoscimento e nell’eguale protezione del coesistente diritto degli altri” (v. sentenza n. 218 del 1994)».
Del resto, si legge ancora nella relazione illustrativa del Dl, «lo stesso dato letterale dell’articolo 32 della Costituzione, collegando il primo e il secondo comma, sottintende che i trattamenti sanitari obbligatori di cui al secondo comma debbono essere funzionalizzati alla “tutela della salute” (da intendersi quale diritto dell’individuo alla propria salute) “e” come “interesse della collettività” (vale a dire interesse della collettività alla salute collettiva)».
Quanto alla scelta dello strumento dell’obbligo, rispetto alla semplice raccomandazione, nella relazione illustrativa viene ricordato che «la Consulta ha affermato che il contemperamento dei molteplici principi in gioco “lascia spazio alla discrezionalità del legislatore nella scelta delle modalità attraverso le quali assicurare una prevenzione efficace dalle malattie infettive, potendo egli selezionare talora la tecnica della raccomandazione, talaltra quella dell’obbligo. Questa discrezionalità deve essere esercitata alla luce delle diverse condizioni sanitarie ed epidemiologiche, accertate dalle autorità preposte, e delle acquisizioni, sempre in evoluzione, della ricerca medica” (Corte costituzionale, sentenza n. 5 del 2018)».
Con specifico riferimento all’obbligo posto nei confronti degli esercenti le professioni sanitarie e degli operatori di interesse sanitario, «l’introduzione di un siffatto obbligo- si legge nel documento – è stata giustificata dalla constatazione che la vaccinazione di tali categorie di lavoratori, unitamente alle altre misure di protezione collettiva e individuale per la prevenzione della trasmissione degli agenti infettivi nelle strutture sanitarie e negli studi professionali, ha valenza multipla: consente di salvaguardare l’operatore rispetto al rischio infettivo professionale, contribuisce a proteggere i pazienti dal contagio in ambiente assistenziale e serve a difendere l’operatività dei servizi sanitari, garantendo la qualità delle prestazioni erogate, e contribuisce a perseguire gli obiettivi di sanità pubblica».
Ed ecco un ulteriore rimando alla Consulta: «Al riguardo, la Corte costituzionale ha chiarito che il diritto della persona di essere curata efficacemente, secondo i canoni della scienza e dell’arte medica deve essere garantito in condizione di eguaglianza in tutto il Paese, attraverso una legislazione generale dello Stato basata sugli indirizzi condivisi dalla comunità scientifica nazionale e internazionale (sentenze n. 169 del 2017, n. 338 del 2003 e n. 282 del 2002). Tale principio – si legge ancora – vale non solo per le scelte dirette a limitare o a vietare determinati trattamenti sanitari, ma anche per l’imposizione degli stessi. Inoltre, la profilassi per la prevenzione della diffusione delle malattie infettive richiede necessariamente l’adozione di misure omogenee su tutto il territorio nazionale (cfr. Corte costituzionale, sentenza n. 5 del 2018)».
Infine, la relazione illustrativa fa riferimento al Consiglio di Stato,che «con la sentenza n. 7045 del 20 ottobre 2021, ha respinto tutte le censure presentate con ricorso collettivo da alcuni esercenti le professioni sanitarie e operatori di interesse sanitario della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, non ancora sottoposti alla vaccinazione obbligatoria contro il virus Sars-CoV-2. Il massimo organo della giustizia amministrativa ha osservato (punto 31.1) che “la vaccinazione obbligatoria selettiva introdotta dall’art. 4 del D.L. n. 44 del 2021 per il personale medico e, più in generale, di interesse sanitario risponde ad una chiara finalità di tutela non solo – e anzitutto – di questo personale sui luoghi di lavoro e, dunque, a beneficio della persona, secondo il già richiamato principio personalista, ma a tutela degli stessi pazienti e degli utenti della sanità, pubblica e privata, secondo il pure richiamato principio di solidarietà, che anima anch’esso la Costituzione, e più in particolare delle categorie più fragili e dei soggetti più vulnerabili (per l’esistenza di pregresse morbilità, anche gravi, come i tumori o le cardiopatie, o per l’avanzato stato di età), che sono bisognosi di cura ed assistenza, spesso urgenti, e proprio per questo sono di frequente o di continuo a contatto con il personale sanitario o sociosanitario nei luoghi di cura e assistenza».
(da agenzie)

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IL CASO DEL PREMIO AL LEGALE DELLA MULTINAZIONALE GKN (E DELLA LEGA) FINISCE SUL TAVOLO DEL CONSIGLIO DI DISCIPLINA DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI

Novembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

ENFATIZZA IL PREMIO RICEVUTO PER AVER ASSISTITO L’AZIENDA AL FINE DI LICENZIARE 430 DIPENDENTI

Il caso LabLaw finisce sul tavolo del consiglio di disciplina dell’Ordine degli avvocati di Milano. A riferlo è La Nazione, che torna sulla vicenda dello studio legale premiato dal mensile di settore Top Legal per l’attività svolta nel 2021, come l’”assistenza a Gkn per la chiusura dello stabilimento fiorentino e l’esubero di circa 430 dipendenti“, motivo di vanto sui social per i professionisti capitanati da Francesco Rotondi.
Il quale, ricordano La Stampa e Repubblica, è un consulente della Lega Nord scelto personalmente da Matteo Salvini e pure docente alla Scuola di formazione politica del Carroccio dove il 6 novembre ha tenuto una sessione su “I limiti della metamorfosi del lavoro. Dal contratto collettivo allo Smart working”.
Risale invece al 2015 la chiamata del giuslavorista a “far parte della commissione tecnica che si occuperà di elaborare una proposta di programma di Governo relativo alla materia del diritto del lavoro e del mercato del lavoro”.
Qualche anno dopo Linkiesta lo definiva l’artefice del “successo” con cui la Lega “aveva affossato il decreto sui rider del M5s”. E lui non negava, spiegando che quello del rider “non è un lavoro che può portarti alla pensione e che può essere incasellato nella classica distinzione tra autonomi e subordinati. Se si vogliono mantenere questi lavoretti, non si può aumentare troppo il costo del lavoro”.
Quanto al Gkn e al premio Top Legal, per il ministro del Lavoro Andrea Orlando “dobbiamo riflettere su una società in cui diventa una medaglia avere assistito una multinazionale nel licenziamento in tronco di lavoratori”. Nell’attesa, l’ex presidente dell’Ordine degli avvocati di Firenze, Sergio Paparo ha sollecitato l’intervento deontologico dei colleghi di Milano. Il punto, a suo parere, è che l’atteggiamento ostentato da LabLaw nel post su Facebook poi cancellato “squalifica l’intera avvocatura”.
Dal canto suo il fondatore dello studio, nel pomeriggio di sabato ha affidato a un video di tre minuti la sua risposta alle reazioni scatenate dal giubilo del giorno prima per il premio. “Sono molto preoccupato per la sicurezza della mia famiglia, dei miei collaboratori e la mia famiglia”.
(da agenzie)

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