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UN INNOCENTE È STATO IN CARCERE PER 33 ANNI: LA CORTE D’APPELLO DI ROMA HA ASSOLTO BENIAMINO ZUNCHEDDU

Gennaio 27th, 2024 Riccardo Fucile

IL CLAMOROSO ERRORE NASCE DALLA TESTIMONIANZA DI LUIGI PINNA, UNICO SUPERSTITE, CHE ACCUSÒ L’EX ALLEVATORE SALVO POI, 33 ANNI DOPO, AMMETTERE CHE ERA STATO UN POLIZIOTTO A “SUGGERIRGLI” IL NOME DEL COLPEVOLE

Beniamino Zuncheddu è stato riconosciuto innocente dopo aver trascorso 33 anni in carcere: è il più lungo errore giudiziario della storia della Repubblica. La Corte d’appello di Roma, al termine del processo di revisione, ha assolto l’ex allevatore. Non è stato lui a commettere la strage del Sinnai, avvenuta l’8 gennaio 1991 in provincia di Cagliari, in cui morirono tre pastori.
I giudici hanno revocato la condanna […] dichiarando Zuncheddu non colpevole “per non avere commesso il fatto”. […] «Per me è finito un incubo», ha detto Zuncheddu, la cui detenzione in carcere era stata sospesa il 25 novembre 2023
La Corte d’Appello ha accolto la richiesta del procuratore generale, Francesco Piantoni, il quale durante la requisitoria ha messo in discussione la credibilità di Luigi Pinna, unico superstite della strage.
Il colpo di scena è avvenuto durante il processo di revisione. In una drammatica testimonianza, Pinna ha affermato che nel febbraio di 33 anni fa prima «di effettuare il riconoscimento dei sospettati, l’agente di polizia che conduceva le indagini mi mostrò la foto di Zuncheddu e mi disse che il colpevole della strage era lui. È andata così: ho sbagliato a dare ascolto alla persona sbagliata». Nella requisitoria il procuratore generale non detto: «L’attendibilità di Pinna ha rappresentato il fulcro per la condanna al carcere a vita per Zuncheddu – ha detto -, ma lui Beniamino non lo ha visto adeguatamente e ha mentito per 30 anni».
(da EditorialeDomani)

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“UN FIGLIO GAY? GLI FAREI VEDERE DELLE BELLE GNOCCHE”: L’AVANSPETTACOLO DI MAURO GIANNINI, SINDACO DEL COMUNE APPENNINICO DI PENNABILI (RIMINI)

Gennaio 27th, 2024 Riccardo Fucile

PRIMA MOSTRA IL CIONDOLO DELLA “X MAS” CHE PORTA AL COLLO, POI ATTACCA BERGOGLIO: “PAPA FRANCESCO È DIVENTATO IL CAPO DEL PD”. E INFINE, NE HA PER L’ABORTO (“SE UNA RAGAZZA RESTA INCINTA, DOVEVA PENSARCI PRIMA”) E I GAY

Il sindaco di Pennabilli Mauro Giannini ne combina un’altra. A La Zanzara su Radio 24 mostra il ciondolo che porta al collo col simbolo della “X Mas” e un fascio littorio con la M del battaglione Mussolini. “Alla X Mas erano eroi, all’epoca mi sarei schierato con la Repubblica di Salò”.
“Sono dannunziano, il fascismo ha fatto tante cose buone”. “Il comunismo ha fatto più danni e morti del fascismo”. “Un figlio gay? Ci parlerei per fargli capire la normalità. E poi gli farei vedere delle belle gnocche”. “Ormai ci vuole la giornata degli etero, il sesso gay è contro natura”. “Papa Bergoglio? Ormai è il capo del Pd”. “Stupri? Fosse per me non ci sarebbero, i responsabili vanno passati per le armi”
Il Sindaco di Pennabilli, Mauro Giannini è stato ospite de La Zanzara su Radio 24 indossando due collane alquanto nostalgiche. Il primo cittadino del piccolo borgo in provincia di Rimini aveva con sè un ciondolo col simbolo della Decima Mas e l’altro dei Battaglioni M.
“Quello della XMas lo porto da oltre trent’anni. Sono i nostri eroi – afferma Mauro Giannini a La Zanzara su radio 24. Sono i nostri eroi. Erano un reparto del Regio Esercito. Poi dopo l’8 Settembre la guerra ha visto l’Esercito dividersi in chi combatteva per il Re e chi per il Duce. Ma alcuni reparti della Decima hanno combattuto per il re. Io sarei andato con la Repubblica sociale, hanno difeso la bandiera”
Oltre al ciondolo della Decima, il Sindaco Giannini indossava anche una “strana” M di Mussolini. “No, è il simbolo dei Battaglioni M anche questi della Decima. Erano un reparto militare di Mussolini. Io fascista? No sono dannunziano. Anche se il fascismo ha fatto tante cose buone”
“Se fosse rimasto Mussolini al Governo sarebbe andata meglio? Rispetto ai politici che abbiamo adesso sicuramente. Ha fatto tanti errori – aggiunge Giannini – come andare con Hitler ma anche cose buoni. Il comunismo ha fatto più danni del fascismo”.
Poi il Sindaco Giannini è tornato all’attacco degli omosessuali: “Se avessi un figlio gay ci parlerei per fargli capire la normalità. Poi se dovesse esserlo mica lo posso ammazzare. Una cura all’omosessualità? Fargli vedere delle belle gnocche”.
E su Papa Bergoglio che vuole benedire gli omosessuali, Giannini rincara la dose: “Ma perchè bisogna mischiare la religione con ste robe, il Papa è diventato il capo del Partito Democratico. Il sesso gay è contro natura. Io vorrei istituire una giornata dell’eterosessualità, perchè iniziano a mancare”
“Sono contrario all’aborto – conclude Giannini a La Zanzara. Se una ragazza resta incinta doveva prendere prima le precauzioni, potrei essere a favore solo c’è un rishcio di morte”. E nel caso di stupro? “Se comadassi io non ci sarebbero, gli stupratori passerebbero per le armi. Farei gli arresti cimiteriali, delle opere di giardinaggio insomma”.
“30 chilometri all’ora nelle città? Per carità, al massimo nei posti sensibili. Andare ai trenta è improponibile. Clandestini? Li chiamano profughi ma se comandassi io non arriverebbero. Se fossi io a governare fermerei le navi e li riporterei indietro.
(da agenzie)

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DA BANDECCHI A VANNACCI: IL FASCINO DELL’IMPRESENTABILE

Gennaio 27th, 2024 Riccardo Fucile

FOTO DI CIBO E SLOGAN PIACCIONO ALL’ELETTORATO

«L’Italia è chiamata a giocare la partita del proprio futuro, superando vecchi slogan e ricette inefficaci». Il sindaco di Terni Stefano Bandecchi si propone così in vista del congresso di Alternativa popolare in programma per oggi e domani nella città umbra. Eppure è lui il primo a proporre «vecchi slogan», come la certezza che guardare il sedere delle belle donne è un atteggiamento «normale».
L’eco di Silvio Berlusconi si sente forte, ma con un vocabolario ancora più popolare di quello che l’ex premier usava nelle sue leggendarie barzellette. Il resto del comunicato, piuttosto scarno, annuncia «relazioni dei protagonisti del partito, interventi di ospiti quali rappresentanti degli altri partiti, giornalisti, studiosi e opinionisti».
Sembrerebbe un vero congresso di partito, peccato che per ora, almeno sul sito nella sezione “team”, ci sono solo tre nomi: quello del presidente Paolo Alli, quello del tesoriere Angelo Capelli e quello del sindaco Bandecchi stesso. Una squadra ristrettissima che ruota tutta intorno al frontman. Bandecchi, però, da solo garantisce secondo i sondaggi già un 7 per cento di consensi al suo candidato alle prossime regionali umbre, il vicesindaco Riccardo Corridore. Chi ben comincia è a metà dell’opera. Il partito però ha anche già un candidato al comune di Perugia: quel che è certo è che a destra, soprattutto in zona Lega, sono parecchio preoccupati
Ma c’è tempo per crescere e farsi conoscere, confida Bandecchi, che nei reel che pubblica in continuazione sul suo profilo Instagram, ogni giorno conta mesi e anni che mancano al suo ingresso a palazzo Chigi (tre anni e otto mesi secondo gli ultimi conteggi, se qualcuno volesse conoscere le previsioni). Negli ultimi due giorni prima del congresso si è anche fatto seguire in una sua “giornata tipo” da una troupe delle Iene, tutto ovviamente metadocumentato sul canale Instagram.
Negli ultimi mesi, il primo cittadino di quella che era una roccaforte rossa costruita intorno all’acciaieria che negli ultimi anni ha avuto un destino difficile coglie ogni occasione per farsi notare per le sue dichiarazioni. L’ultima, sugli uomini «normali» che amano i sederi femminili e provano a portare a letto le donne che gli piacciono (i termini non erano esattamente questi), è rimbalzata ovunque.
Ma aveva fatto notizia l’autunno scorso anche la rissa sfiorata con un esponente dell’opposizione in Consiglio comunale. Sotto i post che ripropongono le sue uscite parecchi commenti sono di apprezzamento, come chi scrive «sei il numero uno! Meglio della Meloni», o chi evoca il Maalox di salviniana memoria per chi si indigna di fronte alle frasi del sindaco. La traiettoria di Bandecchi inizia a farsi insidiosa per i populisti. E lui giura che non diventerà mai «un salottiero»: «Io, parlo come gli italiani, quelli in carne e ossa, quelli che si sacrificano e rompono la schiena per portare il piatto a tavola».
Tanti anche quelli che sui social lo contestano, ma Bandecchi sembra convinto della massima dell’“importante è che se ne parli”, considerato che rilancia anche post e dichiarazioni dei suoi detrattori, come i Cinque stelle che hanno chiesto che non sia più invitato in Rai dopo uno scontro in trasmissione con la parlamentare grillina Anna Laura Orrico. Occasione per replicare e scippare il popolo dei vaffa ai grillini: «Abominevoli, ieri mandavano tutti a cagare e oggi piangono».
Bandecchi è il meglio attrezzato per il salto di qualità nella politica nazionale tra gli uomini forti che negli ultimi anni hanno appassionato l’opinione pubblica italiana. Il sindaco dispone – oltre a un profilo Instagram da oltre 30mila follower – di un’università ma, soprattutto, è editore di Radio Cusano Tv dove, nel dubbio, conduce L’imprenditore e gli altri, ulteriore occasione per presentarsi a potenziali elettori.
VANNACCI E GLI ALTRI
E se il neopresidente argentino Javier Milei è diventato famoso per aver agitato una motosega durante un corteo, in Italia, oltre a Bandecchi, altri “piccoli Milei” stanno crescendo. Personaggi dai modi spicci e senza peli sulla lingua come Roberto Vannacci. Il generale che, dopo il successo insperato del libro Il mondo al contrario, sta per dare alle stampe una nuova opera.
Sogno proibito di Matteo Salvini, Vannacci potrebbe essere candidato dalla Lega alle prossime europee, ma anche scegliere di correre da solo. Una opzione che sarebbe rischiosa per il vicepremier, che teme di essere superato a destra dall’uomo forte dell’esercito che non esita a definire le femministe «fattucchiere» e gli omosessuali «anormali».
Il tono è più curato, ma Vannacci dice cose che il ministro dei Trasporti non può permettersi di dire neanche durante le uscite sopra le righe a cui non ha certo rinunciato. Vannacci è stato l’eroe dell’estate, campione delle presentazioni del suo libro che hanno raccolto numerosi fan convinti che finalmente il dominio – per lo meno quello percepito da chi lo soffre – del politicamente corretto iniziasse a mostrare le prime crepe.
Ma anche le comparsate in trasmissioni Rai – Giù la maschera di Marcello Foa o Chesarà di Serena Bortone, dove ha definito «statista» Benito Mussolini – non lo hanno salvato da un lento declino nel numero delle presenze pubbliche.
Ora sembra solo aspettare che il suo nuovo libro torni a radunare coloro che cercano qualcuno che dica “le cose come stanno”. Vale per Bandecchi, per Vannacci ma anche per Cateno De Luca, che da sindaco di Taormina è arrivato in parlamento con due parlamentari eletti l’anno scorso e ora aspira a diventare parte di una cosa centrista insieme alle altre anime tormentate di quell’area politica, da Azione a +Europa, passando, se dovesse essere d’accordo, anche per Matteo Renzi.
Di Bandecchi condivide il tono pragmatico, del Salvini alla prima maniera la passione per le dirette social senza fine, ma il suo modello comunicativo va al di là degli slogan d’area e delle dimostrazioni di virilità. De Luca prova piuttosto a segnalarsi come amministratore capace che sa risolvere i problemi pratici dei cittadini che amministra, ma è sempre pronto a mostrarsi come un uomo qualunque: intento a fare il caffè o a gustare l’impanata gelese prima di presentare il suo libro Non è tutto successo.
Se le ambizioni di De Luca sono nazionali ed europee, a coprire una scala un po’ più piccola – un Trump di provincia, per così dire – c’è Antonfrancesco Vivarelli Colonna. Candidato civico del centrodestra, nel 2021 è stato rieletto sindaco di Grosseto, incarico che aveva già ricoperto dal 2016. Ostile ai blocchi stradali di Ultima generazione, al “gender” e ovviamente al politicamente corretto, si rivolge ai suoi follower con slogan semplici e diretti: «Viva l’italiano, viva la semplicità» oppure «dammi la forza per un comunista in meno» sotto un video in cui si allena e prega.
Un altro Boris Johnson de noantri che va dritto per la sua strada anche quando si tratta di intitolare una via a Giorgio Almirante: «Basta con le polemiche ideologiche», questione chiusa. E, per non sbagliare, è pure un appassionato dei balletti su TikTok.
(da agenzie)

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LE PREVISIONI DEL MINISTRO A 50 OSPITI RISERVATISSIMI…A ERNST & YOUNG DICE L’OPPOSTO CHE IN PUBBLICO: “DOVREMMO DISIMPEGNARCI DA OGNI SOSTEGNO MILITARE E FARE I NEUTRALI”

Gennaio 27th, 2024 Riccardo Fucile

LE PREVISIONI DEL MINISTRO A 50 OSPITI RISERVATISSIMI…A ERNST & YOUNG DICE L’OPPOSTO CHE IN PUBBLICO: “DOVREMMO DISIMPEGNARCI DA OGNI SOSTEGNO MILITARE E FARE I NEUTRALI”

Lo scenario è questo: esclusivo e lussuoso hotel St. Regis di Roma, tra la fontana del Mosè e piazza della Repubblica, non lontano da Termini. Qui nella Royal Suite hanno alloggiato tra gli altri la principessa Grace di Monaco, svariate teste coronate, i Rolling Stones, Elizabeth Taylor e Richard Burton, Madonna, Leonardo Di Caprio, solo per fare qualche nome.
L’occasione è quella dell’incontro con un ministro per ipotesi e previsioni sull’andamento dell’anno, chiamato outlook, organizzato dalla Ernst&Young Italia, la diramazione nostrana del colosso americano di consulenze finanziarie e revisione contabile. In genere vengono invitati per una prolusione, uno speech dicono da queste parti, ministri dell’Economia e delle Finanze, negli anni passati l’attuale sindaco di Roma Roberto Gualtieri e, lo scorso anno, Giancarlo Giorgetti.
Questa volta, viste le incertezze dello scenario internazionale, la Ernst&Young ha invitato il ministro della Difesa, Guido Crosetto. È lo scorso lunedì sera, l’evento è a porte chiuse, ma sempre qui preferiscono dire in chat house, e Crosetto, prima di attovagliarsi con i commensali, raggiunge il “pulpito” per l’orazione.
Davanti a lui una cinquantina di selezionatissime personalità, tra quadri dirigenti della stessa Ernst&Young, amministratori e proprietari di importanti aziende italiane che alla società americana si appoggiano. Il tutto è riservatissimo, in chat house, appunto, e il successo dell’iniziativa è determinato soprattutto da quanto il segreto regge, tanto che nessun organo di stampa ne è reso partecipe, ma quattro diverse fonti, presenti all’evento, ci hanno confermato quanto segue.
Quello che deve fare Crosetto non è altro che illustrare ai presenti le previsioni sul 2024 dalla postazione di privilegio del governo, quindi formulando il discorso sulla base di elementi e conoscenze che un comune mortale non può avere. Ebbene, lo scenario geopolitico sul prossimo futuro anticipato da Crosetto è definito – da un invitato alla serata/cena – “a dir poco apocalittico”.
Primo passaggio sugli Stati Uniti d’America: la vittoria di Trump alle Presidenziali di novembre, sostiene Crosetto, è più che sicura. Non ci sarà nulla da fare per il presidente Biden e i democratici.
Secondo capitolo: la guerra russo-ucraina. Kiev nel corso dell’anno capitolerà definitivamente e Putin, immediatamente dopo, si sentirà abbastanza forte da tentare altre invasioni o attacchi contro Estonia e Lituania, il che porterebbe allo scontro diretto con la Nato, poiché i due Paesi baltici ne fanno parte dal 2004.
Terza parte: le cose si metteranno molto male anche in Estremo Oriente, con la Cina che, sempre più irritata dal nuovo governo separatista e filo-americano di Taipei, deciderà di passare all’uso della forza contro Taiwan.
Quarta considerazione, prima di raggiungere le prelibate pietanze servite per l’occasione: il ministro non vede una possibile soluzione al conflitto in Medio Oriente, ma soltanto possibilità di allargamento dello stesso. Dunque la conclusione dei ragionamenti: “Per evitare di rimanere vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro l’Italia dovrebbe avviarsi a un progressivo disimpegno da ogni sostegno militare e porsi in una posizione neutrale”.
Quindi, a tavola e ancora lunghe e lunghe discussioni sui temi internazionali. Ciliegina sulla torta della cena una rivelazione fatta poi a margine, in piedi, davanti a sei, sette persone: “Le navi nel Mar Rosso? Fosse per me non ci manderei proprio niente. Ma siamo in un contesto americano, non abbiamo molti margini”.
E sarà il contesto americano, allora, a far dichiarare allo stesso ministro in un’intervista ieri sul Corriere della Sera che l’Italia “è pronta al comando della missione nel Mar Rosso”.
(da ilfattoquotidiano.it)

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GLI ITALIANI E IL LIMITE DEI 30 KM/H NELLE GRANDI CITTA’, ELETTORI SOVRANISTI CONTRARI: COME SEMPRE, SE NE FOTTONO DELLA VITA ALTRUI

Gennaio 27th, 2024 Riccardo Fucile

C’E’ CHI PENSA CHE DEBBANO ESSERE I COMUNI A DECIDERLO, SENZA INTERFERENZE DEL MINISTERO

Il sondaggio di Ipsos illustrato oggi da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera è dedicato al limite dei 30 chilometri all’ora in città.
Una regola che trova un certo successo in Europa, mentre a Bologna il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha polemizzato con il comune, anche se lo stesso ministero ha emanato direttive in tal senso.
La rilevazione del sondaggista dice che i 30 all’ora spaccano gli italiani. Ma anche che chi li ha sperimentati oggi li apprezza e dice sì. Il dato curioso è che sembra anche esserci una motivazione politica dietro la preferenza: c’è un’ostilità maggiore nei confronti del limite tra gli elettori di centrodestra. Mentre sono favorevoli quelli del Partito Democratico.
I dati
Il vantaggio principale del limite dei 30 km/h è la riduzione degli incidenti stradali: lo sostiene il 55% del campione. Il 32% indica anche la riduzione dei consumi di carburante, mentre il 26% ritiene che si riduca l’inquinamento.
Tra gli svantaggi si indica il rallentamento del traffico e la percezione che sia un provvedimento che serve ai comuni per fare cassa con le multe. C’è anche chi pensa che il limite possa aumentare la distrazione dei conducenti. In generale, spiega il sondaggio, chi usa più la macchina per i propri spostamenti tende ad avere un giudizio negativo. E quando si tratta di dare un giudizio finale, il campione è quasi perfettamente spaccato: il 41% approva la scelta di ridurre i limiti, il 43% la disapprova. IL 16% invece non si esprime. Ma l’approvazione, a sorpresa, prevale nei comuni in cui il limite esiste già. Chi lo ha sperimentato lo apprezza.
Utenti sporadici
Anche perché, spiega Pagnoncelli, chi utilizza sporadicamente il mezzo è più presente in questi comuni. Il picco dei contrari invece si trova proprio nei comuni in cui il provvedimento non è stato adottato. C’è anche chi pensa che debbano essere i municipi a deciderlo, senza regole su base nazionale. E mentre gli elettori del Pd e in generale della sinistra e del Terzo Polo sono più favorevoli e quelli di centrodestra contrari, quelli del M5s sono divisi a metà.
(da agenzie)

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“DECISIONE AJA SU GAZA BRUTTO COLPO PER ISRAELE, NESSUNO PUO’ PIU’ VOLTARSI DALL’ALTRA PARTE”

Gennaio 27th, 2024 Riccardo Fucile

INTERVISTA A MICAELA FRULLI, DOCENTE DI DIRITTO INTERNAZIONALE ALL’UNIVERSITA’ DI FIRENZE

“È arrivata a un passo dall’ordinare esplicitamente la cessazione delle ostilità. Praticamente lo ha parafrasato, quell’ordine. Che sotto traccia c’è”. Secondo Micaela Frulli, la decisione della Corte internazionale di giustizia è “storica” ed è un brutto colpo per Israele, che presentandosi alle udienze si è praticamente messo in una trappola e difficilmente potrà sorvolare su quanto deciso, come ha fatto altre volte di fronte al diritto internazionale. E l’ordinanza dell’Aja, se tecnicamente riguarda solo lo Stato ebraico e il Sudafrica che lo accusa, deve “mettere sull’attenti” anche gli Stati terzi parte della Convenzione sul genocidio. Perché dichiara “plausibile” il rischio genocidario nella Striscia. E l’obbligo di evitarlo riguarda tutti i contraenti. Compresa l’Italia e, soprattutto, compresi i Paesi che a Israele forniscono armi. Come gli Stati Uniti.
La professoressa Frulli insegna Diritto Internazionale all’Università di Firenze. È stata allieva del luminare del diritto internazionale penale e del diritto umanitario Antonio Cassese. Fanpage.it l’ha raggiunta telefonicamente a Vienna dove si trova per una conferenza. Ha appena finito di seguire in diretta l’udienza.
Perché la Corte non è andata oltre, chiedendo ai soldati di Netanyahu di smettere di sparare? Ha detto di smetterla “di uccidere”. Non poteva esprimersi più chiaramente per uno stop alla guerra?
“Tecnicamente, il motivo è che la Corte deve basarsi sulla disputa tra Israele e Sudafrica. Hamas è parte della guerra in atto ma non parte di questa disputa giuridica. Non poteva dire anche a Hamas di fermarsi. Probabilmente c’è anche stata la volontà di prendere decisioni con meno voti contrari possibile. Infatti sono stati molto pochi i ‘no’. E questo comporta qualche compromesso. Ma tra le righe, l’ordine di una cessazione delle attività militari c’è. Sia perché tutte le altre misure cautelari richieste dal Sudafrica sono state ordinate, sia perché nei punti che specificano come si debba evitare il genocidio si parla di ‘non uccidere’, tra le altre cose. Sotto traccia, si può leggere che la direzione in cui si deve andare è proprio quella di una cessazione delle attività militari. Anche se l’ordine non è esplicito. Trovo estremamente significativo che si sia accertata la plausibilità del genocidio. C’è un rischio genocidario. E il rischio è imminente, è stato detto. Citando le cifre dei civili uccisi e gli spostamenti forzati della popolazione”.
Ma la Corte non poteva ordinare a Israele di cessare le ostilità a meno che Hamas non lo attaccasse? Hamas aveva fatto sapere che avrebbe rispettato le decisioni dell’Aja. Forse sarebbe stata la strada per la pace…
“A parte che quel comunicato è arrivato troppo tardi, la Corte aveva le mani legate perché Hamas non è considerata certo affidabile, per quanto riguarda promesse e attenzione al diritto internazionale. E poi decisioni del genere avrebbero esulato dalla sua giurisdizione. La controversia è sul genocidio. Non sulla guerra”.
Netanyahu ha subito commentato dicendo che la Corte ha riconosciuto il diritto di Israele all’autodifesa.
“Non è proprio così. Non si è espressa in merito. Anzi, ha chiesto a Israele un rapporto tra un mese, su come stia prevenendo il genocidio applicando le misure ordinate. Poi, il governo israeliano può rigirare il discorso. Può dire che siccome sull’ordinanza non c’è scritto di cessare le operazioni militari, allora queste sono legittime. Ma non è assolutamente così. La Corte non lo ha detto. Ha solo chiarito che ci sono alcune cose su cui può pronunciarsi e altre che vanno al di là di questa controversia. Ed è anche giusto che esista questa imparzialità”.
Il premier israeliano ha anche detto che la decisione della Corte di voler discutere e giudicare l’accusa di genocidio contro Israele è “una vergogna di cui ci si ricorderà per generazioni”.
“Questa sentenza è davvero storica e certo verrà ricordata. Ma per motivi opposti a quelli che dice Netanyahu. È la prima volta che Israele è davvero messo davanti all’obbligo di rispettare alcuni principi del diritto internazionale. Si tratta dell’ordinanza vincolante del massimo tribunale che dirime le controverse tra stati. E che sta dicendo a uno Stato che plausibilmente sta violando la Convenzione sul genocidio. Non è una raccomandazione dell’Assemblea generale dell’Onu o una risoluzione del Consiglio di sicurezza, che sono comunque eventi politici. Qui ha parlato la Corte internazionale di giustizia. Un segnale così forte Israele non l’ha mai avuto”.
E che farà Israele? Netanyahu pochi giorni fa aveva detto: “Nessuno ci fermerà, né l’Aja né l’asse del male”.
“È incredibile che Netanyahu abbia messo sullo stesso piano la Corte e Hamas. A parte questo, sembra proprio che il governo voglia fare come se niente fosse successo. Ma qualcosa è successo, eccome. E avrà conseguenze. Gli Stati terzi, anche gli alleati di Israele, aumenteranno le loro pressioni per fermare la guerra. E lo Stato ebraico potrebbe finire davanti al Consiglio di sicurezza, se non ottempererà agli ordini dell’Aja”.
Ma al Consiglio di sicurezza gli Stati Uniti non votano mai contro Israele, e hanno il veto…
“Stavolta non so come andrebbe a finire. Se non altro perché Biden ha già perso anche troppi elettori musulmani e arabi, in America. E a novembre ci sono le elezioni”.
E c’è da vedere anche quale sarà la reazione della società civile israeliana, a questa ordinanza della Corte.
“Un impatto c’è già stato. Qualcosa si sta muovendo. Recenti decisioni giuridiche hanno dato ragione a istanze palestinesi. Lo stesso Procuratore generale dello Stato ha invitato a frenare gli incitamenti all’odio. Io penso che siamo a un momento di svolta. C’è sempre maggiore resistenza interna a Netanyahu”.
Le reazioni palestinesi: “Nessuno stato è al di sopra della legge”, ha detto soddisfatto il ministro degli Esteri di Ramallah all’Aja. Hamas dal canto suo vuole “costringere gli occupanti a implementare la decisione della Corte”. E appena la giudice ha finito di parlare hanno suonato le sirene d’allarme aereo a Sderot, vicino alla striscia di Gaza. Non sembrano proprio venti di pace.
“Spero che Hamas prenda la palla al balzo. In fondo si trova in un vicolo cieco. Migliaia di palestinesi continuano a morire e non ci sono soluzioni in vista. Chi lavora dietro le quinte per trovare accordi per il cessate il fuoco e il ritorno o lo scambio dei prigionieri potrebbe ora avere in mano qualche carta importante in più”.
Prima accennava agli Stati terzi che non sono coinvolti direttamente dal procedimento in corso all’Aja ma fanno parte della convenzione sul Genocidio. Che effetto può avere su di essi l’ordinanza appena decisa dalla Corte?
“L’ordinanza deve mettere sugli attenti anche gli altri contraenti della Convenzione. La Corte ha rilevato che c’è una plausibilità di rischio genocidario. Quindi, almeno in teoria, devono fare pressione su Israele, perché rispetti le misure cautelari. Altrimenti potrebbero essere a loro volta accusati di complicità o di mancata prevenzione. Gli obblighi presi contro il genocidio valgono erga omnes. Tecnicamente, l’ordinanza vincola solo Israele, però è chiaro che è un messaggio indiretto anche agli altri stati della Convenzione. Se la Corte internazionale stabilisce che c’è plausibilità di un genocidio a Gaza, è forse lecito fornire armi a Israele? Soprattutto, adesso, nessuno può più girarsi dall’altra parte”.
(da Fanpage)

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DONALD TRUMP CONDANNATO PER DIFFAMAZIONE: OLTRE 83 MILIONI DI DOLLARI DI RISARCIMENTO A JEAN CARROLL

Gennaio 27th, 2024 Riccardo Fucile

LA CIFRA E’ QUATTRO VOLTE QUELLA RICHIESTA DALLA SCRITTRICE CHE HA ACCUSATO L’EX PRESIDENTE DI VIOLENZA SESSUALE…. LEI: “UNA GRANDE VITTORIA PER OGNI DONNA”

Donald Trump è stato condannato al pagamento di 83,3 milioni di dollari come risarcimento nei confronti della scrittrice Jean Carroll, per averla diffamata attraverso post pubblicati sui social, conferenze stampa, comizi elettorali e in televisione. È il secondo risarcimento che il tycoon dovrà alla scrittrice, dopo i cinque milioni fissati nel processo civile del maggio 2023.
La donna lo aveva accusato pubblicamente, in passato, di averla violentata nello spogliatoio dei grandi magazzini Bergdorf Goodman, a Manhattan. L’episodio era avvenuto negli anni ’90, ma Carroll, che ora ha 80 anni, aveva potuto denunciare Trump, l’anno scorso, grazie a una legge temporanea approvata dallo Stato di New York, che aveva aperto una finestra legale per consentire alle vittime di violenze di chiedere i danni anche per episodi avvenuti in passato.
Trump, 77 anni, aveva lasciato da venti minuti l’aula del tribunale di New York, senza aspettare il verdetto dei giurati, convinto che sarebbe stato ritenuto colpevole, ma non pensava di dover pagare un risarcimento record. “E’ assolutamente ridicolo”, ha commentato sul social Truth, annunciando il ricorso in appello. L’ex presidente ha bollato la causa avviata da Carroll come “una caccia alle streghe diretta da Biden contro di me e il Partito repubblicano. Questa non è l’America”.
Ma se è arrivato a questo punto, la responsabilità è stata sua. Nel primo processo civile il tycoon era stato denunciato per una serie di post pubblicati sui social in passato, tra il 2019 e l’ottobre 2022, in cui aveva definito la donna “una vera truffatrice” e le accuse “bufale e menzogne”. Dopo il verdetto era andato in tv, alla Cnn, e aveva ripetuto tutte le accuse.
Trump non solo non ha tenuto un profilo basso, ma ha ripetuto gli insulti ovunque, finendo per fornire un assist straordinario a Carroll. Ha continuato a sostenere che le accuse erano “totalmente false”, di non aver mai conosciuto la scrittrice, dipinta come una che “non ci sta più con la testa”. Ogni frase è stata registrata dai legali di Carroll, messa agli atti e presentata di nuovo alla corte, che si è trovata a dover esaminare il caso con gli stessi protagonisti ma con nuove prove
A maggio 2023 i giurati avevano impiegato tre ore prima di emettere il verdetto. Stavolta sono usciti con un responso clamoroso: 65 milioni di dollari è l’ammontare dei danni “punitivi”, come deterrenza contro ulteriori diffamazioni, e 18,3 quello del risarcimento per lo stress emotivo e il danno alla reputazione.
“Sono stata attaccata su Facebook – aveva dichiarato la scrittrice in aula – attaccata su Twitter, ovunque, la mia reputazione è stata mandata in frantumi. Mi sembrava di vivere in un nuovo universo”. La sua avvocata, Roberta Kaplan, aveva chiesto un risarcimento di 24 milioni di dollari per “aiutare” la sua assistita a ricostruirsi una reputazione. Ha ottenuto quasi quattro volte quella cifra.
“Questa è una grande vittoria per ogni donna che si rialza dopo essere stata demolita, e un’enorme sconfitta per ogni bullo che ha cercato di tenere a freno una donna”, ha commentato la scrittrice. Il verdetto, le ha fatto eco la sua avvocata, dimostra che nessuno è al di sopra della legge, “nemmeno i ricchi, nemmeno i famosi, nemmeno gli ex presidenti”.
(da agenzie)

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IL DEFICIT URLA, LA CASSA E’ VUOTA E SU PALAZZO CHIGI SVENTOLA BANDIERA BIANCA: ALLA DUCETTA SONO NECESSARI 20 MILIARDI PER COPRIRE IL DEFICIT DELLA LEGGE DI BILANCIO

Gennaio 26th, 2024 Riccardo Fucile

LE VIE SONO DUE: TAGLIARE I COSTI O AUMENTARE LE TASSE MA LA MELONA SCEGLE L’ULTIMA SPIAGGIA: SVENDERE L’ARGENTERIA DI STATO. MA POSTE, ENI, FERROVIE NON BASTANO… DOVE LI PRENDIAMO GLI 80-100 MILIARDI PER L’AUTONOMIA?

L’arroganza parolaia di Giorgia Meloni ricorda quei poveretti che strepitano: “Dopo di me, il diluvio!” e poi sono costretti a limitarsi a tirare la catenella dello sciacquone.
Malgrado tutte le veline di Fazzo e i Bocchino in libera uscita su La7 che cianciano di un’Italia immaginaria dove tutto va ben Madame la Marchesa Giorgia, le casse dello Stato sono desolatamente vuote, come la testa di un Mollicone.
Dopo aver approvato la legge di bilancio in deficit da 28 miliardi, inclusivi dei 4,8 per il decreto fiscale, il Governo dovrà ricorrere a una manovra correttiva, anche in vista del ritorno nel 2025 del Patto di Stabilità e crescita.
Come scriveva Beda Romano sul “Sole 24 Ore” del 20 dicembre 2023, “Il risanamento dei conti pubblici prende avvio da un primo periodo di quattro-sette anni, concordato con Bruxelles. Nei fatti i paesi membri con un debito superiore al 90% del Pil saranno chiamati a perseguire un aggiustamento pari ad almeno l’1,0% del Pil in media annua.
”Nel caso di deficit eccessivo, l’aggiustamento strutturale dovrà essere di almeno lo 0,5% del Pil. Nel periodo transitorio 2025-2027 circostanze attenuanti, quali il costo del servizio del debito, permetteranno di limitare l’onere dell’aggiustamento.
‘Inoltre, è stato deciso di introdurre salvaguardie di bilancio che impongano deficit dell’1,5% del Pil in termini strutturali, in modo da avere spazio di manovra nel caso di shock economico”.
Altro che le roventi e demenziali polemiche che hanno accompagnato il rigetto italico della ratifica del Mes (che lascia libero ogni Stato dell’Unione Europea di avvalersi o meno del patto: infatti su 20 paesi, l’unico a rigettarlo è il governo Meloni); con tutte quelle scadenze da rispettare tassativamente, ha per una volta mille ragioni Giuseppe Conte a liquidarlo come “Pacco” di Stabilità.
Davanti alla necessità di reperire nuove risorse, le strade normalmente sono due: taglio della spesa corrente, altrimenti detta da chi ha studiato “spending review”, o aumento delle tasse. Terza via, non c’è. In entrambi i casi, il consenso popolare va a ramengo con annessi “vaffa”, “mortacci vostri” e “ve possino ammazzavve”.
Onde evitare di alienarsi le mutevole simpatie degli elettori ormai socialmente de-ideologizzati, a pochi mesi dalle europee, Giorgia Meloni ha scelto Coccia di Morto, l’ultima spiaggia: svendere l’argenteria dello Stato.
Il Cdm di ieri ha avviato il percorso per la privatizzazione di alcune quote di Poste Italiane (precisando che la maggioranza resterà in mano allo Stato: ma va!). Già annunciata la cessione del 4% di Eni e galleggia, come da tempo, l’ipotesi di una quotazione di Ferrovie (su Fs si potrebbe arrivare addirittura a vendere fino al 40%).
L’operazione privatizzazioni, che il ministro dell’Economia Giorgetti ha quantificato in 20 miliardi in due anni, non sarà una festa di gala: da un lato, attraverso la cessione di quote pregiate, allo Stato entreranno ovviamente meno dividendi dalle aziende partecipate, che fanno molti utili (Esempio: il 4% dell’Eni, che il governo vuole vendere, ha prodotto 125 milioni di proventi, a fronte dei 94 milioni di prevedibile onere del debito che verrebbe ridotto attraverso il collocamento sul mercato. Poste nel 2022 ha staccato, solo al Mef, 250 milioni di euro di cedola, a cui va aggiunta quella di Cdp).
Dall’altro lato, secondo alcuni analisti la cifra prevista dalla ”svendita” dei gioielli di Stato, detta educatamente privatizzazione, può raggranellare al massimo a 8 miliardi: ammontare che non è sufficiente per coprire la manovra correttiva.
La via Crucis continua: la presentazione del Def alle Camere è prevista ad aprile ma occorre tempo per portare in Borsa il ramo Ferrovie. A via XX Settembre, i funzionari del Mef sono in fibrillazione per trovare la quadra ai conti pubblici, tanto che l’annunciata riforma fiscale, carissima tanto a Meloni che a Salvini, è diventata una mera ipotesi. Il taglio del cuneo fiscale per alleggerire il costo del lavoro è varato solo per il 2024, e non reso strutturale.
Che il piatto pianga è evidente anche a molti osservatori economici, che hanno iniziato informalmente e non, vedi l’affondo dell’Ocse, a ipotizzare la necessità di una “patrimoniale”.
Un tema elettrico per il centro-destra, che non vuole, secondo il vecchio adagio di Silvio Berlusconi, “mettere le mani nelle tasche degli italiani”.
A Palazzo Chigi non possono stare sereni neanche per i soldi che entrano nelle casse dello Stato, cioè le rate del Pnrr arrivate dall’Europa e annunciate in pompa magna per certificare la “bravura” del ministro Fitto.
Peccato che non solo parte di quei soldi sono presi in prestito (e dunque sono nuovo debito), ma nei prossimi mesi gli ispettori di Bruxelles arriveranno in Italia per verificare la “messa a terra” dei progetti e lo stato di avanzamento dei lavori: ahò, che c’avete fatto co’ ‘sti sòrdi? Li avete spesi bene? Altrimenti…zac!, vi tagliamo le erogazioni.
Nella penuria di pecunia, a pagare dazio è soprattutto il Sistema sanitario nazionale, vista anche la mai nascosta simpatia del centrodestra per le cliniche private, a partire da quelle del deputato “abusivo” della Lega, il meloniano Antonio Angelucci.
Se gli ospedali pubblici italiani sono al collasso, l’autonomia differenziata, in cantiere in Parlamento, rischia di peggiorare la situazione. A proposito di costi, dove troverà il Governo gli 80-100 miliardi di euro necessari a finanziare i Lep, i “livelli essenziali delle prestazioni”, prevista dalla riforma cara alla Lega? Ah, dimenticavamo: ci resta l’oro alla patria.
(da Dagoreport)

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“TANTO CI PENSA MATTEO”: IN UNA CHAT DEL 4 AGOSTO DEL 2021 TOMMASO VERDINI E IL SOTTOSEGRETARIO LEGHISTA ALL’ECONOMIA, FEDERICO FRENI, DISCUTONO DELLA POSSIBILE CONFERMA DI MASSIMO SIMONINI COME AD DI ANAS.

Gennaio 26th, 2024 Riccardo Fucile

IL ”COGNATO” DI SALVINI MANIFESTA IL SUO INTERESSE: “È ROBA NOSTRA”. E FRENI RISPONDE: “COME PRES O CONSIGLIERE?”… LA GUARDIA DI FINANZA NON FA COMMENTI, MA DAL CONTESTO SEMBRA CHIARO CHE SI TRATTI DI SALVINI (NON INDAGATO NELLE INDAGINI SUGLI APPALTI CHE HANNO PORTATO VERDINI JR AI DOMICILIARI)

“Poi ci pensa Matteo”. Parlavano di lui, sbandieravano la parentela e facevano il suo nome in chat. Lui, Matteo Salvini, non è neanche stato sfiorato dalle indagini che riguardano la Inver targata Denis e Tommaso Verdini, rispettivamente suocero e genero del ministro.
Lui, Matteo Salvini, con gli appalti ottenuti dagli amici della Inver grazie ai pubblici ufficiali dell’Anas adesso indagati non ha nulla a che fare. Tuttavia gli indagati e i loro amici erano particolarmente interessati agli incontri istituzionali del Ministro.
La vicenda emerge mettendo in fila chat e informative redatte dalla guardia di finanza di Roma. È il 5 agosto del 2021 quando Tommaso Verdini parla con il sottosegretario del Mef Federico Freni.
I due si conoscono bene, talmente bene che nel dicembre 2021 lo avrebbe anche invitato in un palco per la prima al teatro della scala di Milano. Si conoscono e chiacchierano. Di tutto, anche di lavoro. C’è Verdini che da tempo ha un obiettivo in testa. L’amico Massimo Simonini in quei giorni è “sulla graticola”, come dice lui.
Sta cercando “appoggi politico-istituzionali finalizzati alla propria riconferma nel ruolo di ad di Anas”. E spera che la Inver possa fare qualcosa. Crede che “possano intervenire a proprio vantaggio presso il Gruppo Fs”, da cui dipende Anas. E gli uomini della Inver infatti si adoperano.
Quindi quel 5 agosto del 2021 la conversazione tra Verdini e Freni verte sull’argomento. “Inoltre ti dico se confermassero Simonini…l’attuale Ad”, dice Verdini spiegando che “è roba nostra”. “Freni sembra chiederne il ruolo”, annotano i finanzieri che analizzano le chat tra i due. “Come Pres o consigliere”, prosegue il sottosegretario. E aggiunge: “Poi al resto pensa Matteo”. Analizzando il contesto della conversazioni gli investigatori sono convinti che si tratti proprio di Matteo Salvini.
Ma perché spendersi per Simonini? Perché è un amico, l’uomo giusto al posto giusto. Fa anche parte del “Team Pileri”, della chat che l’allora vertice dell’Anas aveva con i soci della Inver […]. Quindi Simonini va difeso, tutelato. […] nel dicembre 2021 Verdini […] Vuole informazioni di un incontro “programmato tra Ferraris (Luigi Ferraris Ad di FS Spa) e Matteo (non si esclude l’attuale ministro delle Infrastrutture e delle mobilità sostenibili)”, si legge negli atti.
Il tono è scherzoso, Freni “si riserva di comunicare ulteriori dettagli e sembra ammonire Tommaso Verdini di essere l’interlocutore privilegiato sull’argomento trattato nell’interesse di Massimo Simonini”. “Ferraris 9 o 10 da Matteo”, scrive. “A me dovete chiedere ste cose”, prosegue.
(da La Repubblica)

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