Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
ALLA FACCIA DELLA TUTELA DEL PATRIMONIO NAZIONALE, ORA VUOLE VENDERE AI PRIVATI FERROVIE E POSTE: SEMPRE AL SERVIZIO DEI POTERI FORTI
Tra domande di gossip politico, spari alle feste di capodanno e richieste di andare in bagno, sulla maggior parte dei media il resoconto della conferenza stampa di fine anno tenuta ieri dalla premier Giorgia Meloni – rimandata da fine dicembre a inizio gennaio per motivi di salute – somiglia più a un appuntamento di colore piuttosto che a una questione politica. Le domande presentate in conferenza stampa, cui hanno avuto accesso solo giornali facenti parte del sistema mainstream, non sono state certo particolarmente degne di nota. Ciononostante, trattando delle misure economiche su cui il governo intende puntare, Giorgia Meloni ha nuovamente svelato la trasformazione di Fratelli d’Italia da forza politica sedicente sovranista a partito che, in nome degli equilibri e dei vincoli di bilancio stabiliti a Bruxelles, prepara un nuovo piano di vendita dei gioielli di Stato. La premier ha infatti ribadito che si va verso la privatizzazione di Poste Italiane e Ferrovie, nella prospettiva di ridurre la presenza dello Stato «dove non necessario».
«Nella Nadef abbiamo stabilito l’obiettivo di 20 miliardi di privatizzazioni nel triennio 2024-2026», ha detto Giorgia Meloni nel corso della conferenza stampa, spiegando con uno stratagemma narrativo che la sua idea è quella di «ridurre la presenza dello Stato dove non è necessaria e riaffermare la presenza dello Stato dove invece è strategica», ma sempre nell’ottica di una apertura al mercato. E, nello specifico, in seguito al «segnale dato con Mps» – il cui 25% è stato ceduto per 950 milioni – Meloni proseguirebbe sulla scia delle privatizzazioni con la cessione di quote di Poste e Ferrovie. D’altronde, il ritorno all’austerità è stato ufficialmente sancito dai contenuti della legge di Bilancio, con privatizzazioni per 20 miliardi, e, soprattutto, dal via libera al Nuovo Patto di Stabilità, che la stessa Meloni ha confessato non essere quello che avrebbe voluto. Per reperire risorse attenendosi ai rigidi parametri europei il governo avrà due sole vie possibili: l’aumento delle tasse o tagli alla spesa pubblica, che per Paesi come il nostro ammontano almeno a 10-12 miliardi l’anno. E, di aumentare le tasse, Meloni ha detto di non avere alcuna intenzione. Furbescamente, dopo il via libera al Patto di Stabilità, con il piccolo “colpo teatro” della bocciatura del MES il governo è riuscito senza troppa fatica a veicolare i media mainstream verso la narrazione di un “braccio di ferro” con l’Europa, da cui, in realtà, sono stati accettati a testa bassa i diktat più restrittivi e impattanti. Con evidenti conseguenze sulle tasche dei cittadini, che con le maxi privatizzazioni potrebbero vedersi notevolmente alzati i costi dei servizi. Sono passati solo pochi anni da quando Meloni, dall’opposizione, tuonava contro il “fallimento in Italia e in Europa” delle “politiche imposte dall’Ue” all’insegna della “austerità”, ritenendo necessario “un imponente piano nazionale ed Europeo di investimenti pubblici in infrastrutture, trasporti, rete digitale, edilizia scolastica e messa in sicurezza del territorio”, o da quando invitava i “burocrati ciarlatani” di Bruxelles, Junker in testa, a “preparare gli scatoloni” in vista di un radicale cambio di marcia in Europa con l’avvento dei “sovranisti” al potere.
Prime vittime dei progetti di privatizzazione meloniana potrebbero dunque essere Poste e Ferrovie. Che hanno un comune denominatore: il fatto di essere pienamente in salute e di portare molto denaro nelle casse dello Stato. Basti pensare che, nei primi nove mesi del 2023, Poste Italiane ha registrato un notevole successo finanziario, presentando un utile netto di 1,5 miliardi di euro, che rappresenta un aumento del 5,8% rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente. A metà dicembre, ha addirittura vinto l’“Oscar di Bilancio 2023” nella categoria “Grandi imprese quotate”, avendo raggiunto livelli molto alti “in termini di rendicontazione finanziaria e di integrazione di informazioni relative a tematiche di sostenibilità”. Nell’aprile del 2023, in occasione dell’approvazione del bilancio in Cda, è stato reso noto Gruppo Ferrovie dello Stato ha archiviato il 2022 con ricavi in crescita a 13,7 miliardi di euro, registrando un incremento complessivo di 1,4 miliardi di euro (+12%), rispetto all’esercizio 2021. Un utile netto di 202 milioni di euro, +5%, e pari a +9 milioni di euro sull’anno precedente. Ciononostante, il governo Meloni – ormai pienamente convertitosi all’ottica neoliberista propria di quelli che un tempo additava come traditori della volontà popolare – vuole tirare dritto.
Stefano Baudino
( da lindipendente.online)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
QUANDO LA NEVE ERA PER TUTTI
Ho un abbonamento a molte riviste in edicola, che comprende anche
le riviste di gossip di vario tipo. Si potrebbero prendere i numeri degli anni Ottanta, Novanta, Duemila. Per i ricchi, oggi soprattutto influencer e calciatori, la vacanza sulla neve è da sempre un rito inevitabile, come le foto da mettere, oggi, sui profili social. Piumini e caschi iper tecnici per la neve, cappelli, sciarpe, maglioni firmati stile montagna, per il pomeriggio. Foto di cioccolata bianca, sauna in albergo, tutto è rimasto quasi uguale negli anni.
Solo che, nel frattempo, è cambiato tutto. Il clima stravolto sta facendo scomparire la neve a una velocità che forse neanche gli stessi climatologi si aspettavano. Sull’Appennino praticamente non nevica più, tranne le poche cime sui duemila metri. E così sulla Alpi, dove lo zero termico è sempre più in alto, dove, soprattutto, la neve è praticamente soprattutto quella sparata. Se si va sulle alpi di inverno, ormai, lo spettacolo è tristissimo. I paesini un tempo coperti di neve, le cui foto vecchie di anni sono spesso ancora utilizzate per le pubblicità, ingannando chi guarda, non hanno più neve e sono asciutti. I boschi intorni sono grigi, secchi, senza neve.
Ma allora dove si scia? Semplice. Ci sono pochi comprensori, sopra i duemila metri, la cui neve si alimenta con decine e decine di bacini artificiali. Il che significa un consumo di acqua inimmaginabile, un consumo di energia altrettanto inimmaginabile. Ma gli impianti non si possono fermare, l’economia delle neve neanche, si continua finché si può, sfruttando il possibile, come se non si sapesse che presto non sarà possibile neanche avere artificiale, a causa delle temperature elevate.
Ma la cosa più triste è un altra. Un tempo la neve era accessibile a tutti. Sia a quelli a basso reddito, che comunque la vedevano ogni tanto davanti casa, sia a quelli a medio reddito, che andavano sui piccoli impianti con l’Appennino, costi bassi, tanto divertimento, oppure sulle montagne vicino casa, se residenti al nord.
La neve era davvero per tutti, banalmente, semplicemente. Oggi chi è povero non la vede più da nessuna parte, il ceto medio neanche, perché la settimana bianca costa troppo persino per chi ha entrate “normali”.
Chi resta? Il ceto alto o altissimo, appunto, i super borghesi, oppure calciatori, veline, influencer, attori. Che non resistono a compiere un rito ormai svuotato di ogni senso, che vogliono a tutti i costi insegnare ai figli a sciare – comprensibile, per carità – senza però rendersi conto primo, che i figli non potranno più farlo in futuro, secondo, che quella neve, che pure loro pagano a caro prezzo, è pagata soprattutto però dalla collettività. In termini di devastazione ambientale, di acqua sprecata e altro ancora.
Ma che importa. Sembra impossibile rinunciare a un rito borghese che è diventato l’emblema sia della crisi climatica, sia dell’aumento inverosimile delle diseguaglianze. Per compensare i numeri bassi, infatti, si aumentano i servizi di lusso per ricchi. Così l’economia è salva, mentre la giustizia sociale, l’eguaglianza, la parità tra bambini e tanto altro no.
È un discorso moralista? Forse. Sono andata a volte a sciare, poche, sbagliando anche io, certamente, ma quello che ho visto è stato abbastanza sconvolgente. Ragazzi inconsapevoli che fanno le piste velocissimi, salvo poi mettersi in maglietta per il caldo a bere. Piste fatte ormai di strisce di neve artificiale e intorno nulla. Vip e personaggi famosi, che immediatamente postavano le foto della neve sui social pochi minuti dopo aver fatto una pista. E non importa che gli incidenti siano in aumento, perché la neve è sempre di meno e sempre più affollata, e finta, cioè meno morbida e naturale, e non importa che i costi stiano lievitando così tanto che, ormai, con la spesa per una settimana bianca ci fai il giro del mondo. Ciò che conta, ripeto, è il rito, l’albergo, la sauna, la cioccolata, lo scarpone firmato, le foto, l’eccitazione per una natura che è solo ormai una cartolina posticcia, che bisognerebbe avere il coraggio di denunciare.
Ci si aspetterebbe, almeno, qualche azione di buon senso dalla politica, locale e nazionale. Invece si continuano a dare fondi per impianti destinati a non avere neve, perché già a basse quote oggi, mentre l’unica cosa utile sarebbe smantellare tutti gli impianti fantasma sul territorio e investire su forme di turismo alternativo. A denunciare la situazione restano, come al solito, le associazioni. Che invocano da anni politiche diverse dai cannoni sparaneve. Che chiedono consapevolezza, che invocano scelte diverse. Niente: continuiamo a fare come se nulla fosse. E quando la neve artificiale finirà, faremo come a Dubai, dove ci sono piste da neve totalmente finte, dove scieranno sempre i ricchi. Non ci sarà il caratteristico chalet di montagna – o forse sì, fino anch’esso – ma loro sapranno abituarsi al lusso di altro tipo. Gli altri, invece, dovranno vivere in un paese sempre più caldo, persino d’inverno. E dove bisognerà spiegare ai bambini perché quei disegni e cartoni di Natale hanno sempre quello strano bianco sopra. Perché non sapranno più neanche di che cosa si tratta
(ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
LA QUESTIONE MORALE DEI GIORNALISTI
Giovedì lo spettacolo desolante della conferenza stampa di Giorgia Meloni ha introdotto un tema nel dibattito pubblico: con un’informazione così scadente diventa velleitario pretendere standard etici accettabili da chi governa. Non c’è peggior bavaglio di quello auto imposto. In altre parole: la questione morale riguarda pure i giornalisti, gli stessi che applaudirono platealmente Mario Draghi al termine della sua unica conferenza stampa di fine anno, il 22 dicembre 2021.
Verso Meloni, l’altro giorno, è mancato il gesto estremo della claque, ma solo quello. Con oltre tre ore a disposizione, la stampa ha fatto un’altra figura meschina. Domande per lo più vuote, ridondanti: a volte lunghissime e autoreferenziali, piccoli editoriali senza punti interrogativi; altre, invece, leggere come bolle di sapone, palle alzate alla premier per una facilissima schiacciata.
In nessun caso è stato chiesto se Meloni ritiene opportuno che un suo ministro (Guido Crosetto) abiti nell’attico di proprietà di un imprenditore della cybersecurity (di cui non ha pagato l’affitto per mesi).
Né le è stato domandato di rendere conto della bugia clamorosa pronunciata sul Mes e sul fax di Luigi Di Maio e Giuseppe Conte.
La prima domanda sulla pistola del deputato di Fdi, Emanuele Pozzolo, è arrivata per quindicesima, dopo oltre un’ora di conferenza. Quella sul fallimento delle politiche migratorie era giunta solo pochi minuti prima, per tredicesima.
Queste, invece, sono alcune delle domande puntualmente rivolte a Meloni. “La diminuzione del divario tra Nord e Sud sarà garantita dall’autonomia differenziata?”; “Che idea si è fatta dell’inchiesta sugli appalti di Anas? Ha avuto modo di parlarne con Salvini?”; “Presidente, ma quante periferie ci sono oggi in Italia? Non crede si debba ripartire proprio da lì, dalle aree depresse, per una nuova idea di Paese?”.
Un altro cronista ha sfruttato il suo spazio per un’operazione promozionale: “Come sa, noi di Sky Tg24, siamo sempre un po’ la casa del confronto. Il paese ha fatto una scelta epocale, eleggendo alla presidenza del Consiglio una donna. Poco dopo, il principale partito di opposizione ha scelto come segretario o segretaria una donna. A partire dai temi della condizione femminile, lei si impegnerebbe in un confronto tv con Elly Schlein?”. Risposta di Meloni, in sintesi: “Ma certamente”.
Immancabile la domanda a piacere: “Potrebbe indicarci tre obiettivi che intende raggiungere con il suo governo nei primi sei mesi del 2024?”. Alla presidente del Consiglio è scappato da ridere e infatti ha risposto con una provocazione: “Abolire la povertà, la pace nel mondo e la ristrutturazione gratuita delle abitazioni, esterni ed interni”.
Un’altra giornalista le ha sottoposto un pensierino, come alle elementari: “Qual è stato il momento più difficile e quale il più entusiasmante del 2023?”.
Lucidissima la riflessione del collega del Giornale: “Anni fa aveva preso un piccolo partito e l’ha portato a traguardi, il 26 o 27%, conquistando una larga fascia di elettorato centrista. Perché non fa qualcosa di centro, per cercare di consolidare questo elettorato? Ad esempio indicare Mario Draghi come candidato presidente alla Commissione europea. Super Mario potrebbe essere l’asso giusto per sbloccare la situazione”.
Un altro ha esordito confondendo la mattina – è mezzogiorno – con la notte: “Buonasera, presidente”. Poi è entrato nel vivo: “Per la Banca Mondiale, l’Italia è al 58esimo posto nella classifica sulla capacità di attrarre investimenti. Lei non c’entra niente, visto che è al governo da solo un anno”. Altra risata di Meloni: “Grazie”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
IL MOMENTO INDIMENTICABILE DELLE RIPRESE DEL DOCUMENTARIO SULLA SAMP
Il regista Marco Ponti ha girato con Gianluca Vialli il documentario
La bella stagione, che ha raccontato lo scudetto della Sampdoria.
Quel materiale è diventato anche un libro: Le cose importanti. E oggi ricorda il campione in un’intervista a la Repubblica: «Qualunque momento vissuto con lui, lo associo sempre alla gioia. La gioia di fare bene una cosa. La gioia della curiosità: Luca voleva sapere tutto di un film, la tecnica, la produzione, la scrittura. Quella dello stare insieme in quelle cene con i compagni della Samp. Quella di Vialli e Mancini. La gioia negli occhi di Luca quando ci presentavamo noi del circo, con la nostra baraonda».
La malattia
Ponti ricorda che Vialli era già molto malato per il tumore al pancreas. Ma durante le riprese non era «mai stanco, mai distratto. Mai rapito da altri pensieri, e dire che ne aveva, e quanti. Invece, nella post produzione peggiorò, stava molto male. Però il film lo presentammo ugualmente insieme, a Torino e a Genova, un mese prima che Vialli morisse». Soprattutto, ricorda l’ultima cena che Vialli ha organizzato per salutare gli amici: «Luca aveva organizzato tutto per il compleanno di Mancini: il locale, la torta, il karaoke, i poster. C’erano gli amici, e lui voleva che ogni cosa fosse perfetta. Era stanchissimo. A un certo punto, senza dire nulla a nessuno, se ne andò. Ci scrisse un messaggio su WhatsApp: “Vi divertivate così tanto che non ho voluto disturbarvi”. Scrisse anche se se ne andava a casa, e poi a Londra. Era di domenica sera. Il lunedì rientrò in Inghilterra, il mercoledì lo ricoverarono in ospedale, dove morì».
L’ultima sera senza addio
Quella è stata l’ultima sera, ma senza arrivare a un addio: «Luca fu bravissimo ad evitarlo, aveva simili delicatezze. Ha costruito un addio senza dirci addio. Però Roberto si accorse che Luca se ne stava andando dal ristorante e fece in tempo a uscire per salutarlo». E poi lo raggiunse a Londra. Ponti dice che non aveva capito che fosse un addio: «Luca ci aveva abituati ai colpi di coda. Tutti eravamo convinti che si sarebbe ripreso anche stavolta. Quando Roberto tornò in sala, partimmo col karaoke. Si cantò Lettera da Amsterdam, inno non ufficiale della Samp, struggente. Eravamo felici». Luca era «Una persona molto sensibile e arguta, con il dono di tenere insieme gli altri. Un maestro nel costruire relazioni forti. Io non avevo mai conosciuto i giocatori di quella Sampdoria, e grazie a Luca siamo diventati amici veri, ci sentiamo spesso, a volte andiamo pure alla partita insieme».
Un momento da non dimenticare
Infine, nel colloquio con Maurizio Crosetti, Ponti ricorda un momento delle riprese indimenticabile: ««Cercavamo l’inquadratura finale, e io volevo che ci fossero Luca e Roberto. Alla fine, decisi che il luogo perfetto era il molo di Quinto, verso le cinque e mezza del pomeriggio. Era il 2022, era febbraio e faceva freddo. Già nella prima inquadratura, al tramonto, Vialli scoppia a ridere e Mancini lo abbraccia. In quel momento ho pensato al privilegio che avevo ad essere lì, di fronte a quell’invincibile amicizia, a quella forza e a quella tenerezza».
(da Open)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
“LA PREMIER E’ A DISTANZA SIDERALE DALLE ESIGENZE DELLE PERSONE”…. E SULLA SFIDA TV: “NON MI FA NESSUNA PAURA”
La premier Giorgia Meloni «faccia nomi e cognomi di chi prova a ricattarla». In un’intervista a la Repubblica la leader del Partito Democratico Elly Schlein sostiene che, se è vero quello che dice la premier, questo «è un pericolo per l’Italia. Dovrebbe consegnare alle autorità competenti gli elementi in suo possesso».
Ma Schlein obietta: «Ho il timore, come già visto con Crosetto, che sia il solito vittimismo e complottismo da quattro soldi per coprire fallimenti economici e sociali. Un comportamento non adatto a chi governa il Paese che ora guida il G7».
Secondo Schlein la premier «rivela una distanza siderale dalle esigenze concrete delle persone. Propone un mix tra bugie, vittimismo e difese dell’indifendibile, con buchi di visione evidenti».
Le liste d’attesa, il caro mutui, il caro vita
E ancora: «Non sa cosa siano le liste d’attesa, il caro mutui e il caro vita. Non parla di violenza sulle donne forse perché l’opposizione concentrava le poche risorse a sua disposizione in manovra a quel tema mentre la destra distribuiva mance per finanziare campi da golf. Copre con menzogne enormi difficoltà, come sulla drammatica vertenza dell’ex Ilva».
Mentre la risposta su Pozzolo «è stata del tutto insufficiente. Meloni avrebbe dovuto chiedere scusa e pretendere le dimissioni. E invece racconta la storiella di parlamentari non consci delle loro responsabilità: è lei, alla guida del suo partito personale, ad aver fatto le liste. Non può negare le sue responsabilità. Ma lo fa su tutto: sulla bocciatura della riforma del Mes e sulla legge bavaglio, dà la colpa al Parlamento, quando è lei a dare la linea alla sua maggioranza».
Il confronto tv
Rispetto al caso Anas, «la difesa di Meloni è debolissima. Salvini deve riferire: non è indagato ma le ordinanze – che la legge bavaglio vuole oscurare – delineano un sistema di intermediazione tra manager pubblici e imprenditori che usavano la loro prossimità al ministro e a un sottosegretario della Lega».
Invece, sul confronto tv, «ho lanciato io la sfida a Meloni, sul merito: non mi fa nessuna paura». Ma senza «sostituire quello in Parlamento».
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
LO SCONCIO SOVRANISTA: IL CANONE MININO SARA’ DI 3.2225 EURO ANNUI QUANDO OGNI STABILIMENTO HA GUADAGNATO IN MEDIA 260.000 EURO
È un bel momento per essere concessionari delle spiagge demaniali:
non solo, per tutto il 2024, ci sarà la proroga delle concessioni balneari (con sommo disappunto di chi vorrebbe entrare nel settore), ma il canone annuale da versare allo Stato (proprietario delle stesse spiagge) scende del 4,5%.
Lo stabilisce, come spiega il Corriere della Sera, una circolare del ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini. Di conseguenza, «la misura minima di canone» scende quest’anno a 3.225,50 euro per tutto il 2024 contro i 3.377,50 euro dovuti nel 2023.
Nonostante le tariffe di ombrelloni e lettini, la scorsa estate, siano schizzati in alto un po’ ovunque. Canoni e redditività sono, al contrario di quello che si potrebbe pensare, scollegati: a regolare l’adeguamento è un meccanismo che risale agli anni Novanta basato su diversi indici Istat di inflazione. Basti guardare all’ultimo rapporto della Corte dei Conti, secondo cui nel 2020 a fronte di 12.166 concessioni lo Stato ha incassato appena 92,5 milioni. Il fatturato medio di ogni stabilimento, secondo i calcoli Nomisma, si è invece aggirato attorno ai 260mila euro.
I guai con Bruxelles
Lo scorso novembre, la Commissione europea ha inviato all’Italia un parere motivato contro l’Italia per «violazione della Direttiva servizi (Bolkestein) e del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea» sulle concessioni balneari. Bruxelles ha concesso allo stato italiano un termine di due mesi entro il quale presentare le proprie osservazioni. Il tempo, dunque, sta per scadere: nei prossimi giorni, dovrebbe tenersi un vertice per affrontare la questione. Che parallelamente viene affrontata a livello giudiziario, con numerose sentenze dei Tar che hanno annullato le proroghe delle concessioni disposte nel 2023 dai comuni, perché in contrasto con le norme Ue.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
I SOLDI SERVIVANO AD AUMENTARE IL NUMERO DEGLI AMBULATORI: ERANO APPENA 25 MILIONI
Sono spariti dalla legge di bilancio fresca di approvazione i 25 milioni di euro che erano stati stanziati nel biennio 2023-2024 per il contrasto dei disturbi alimentari. I soldi servivano ad aumentare il numero degli ambulatori, così da poter assistere soprattutto chi soffre di queste patologie ma non ha la possibilità di rivolgersi a una struttura.
Questo perché, su 126 strutture sul territorio nazionale (112 pubbliche e 14 private), 63 sono al Nord, 20 nella sola Emilia-Romagna. Nel Centro scendono a 23, mentre 40 sono distribuite tra Sud e Isole, 12 in Campania e 7 in Sicilia. Il Molise non ne ha nemmeno una.
Laura Dalla Ragione, direttore Rete disturbi alimentari Usl 1 dell’Umbria, ha dichiarato al Corriere della Sera: «Una rete insufficiente però, anche a fronte dell’aumento dell’incidenza di questi disturbi dopo il Covid, al momento che l’ultimo censimento del 2023 ha contato 126 strutture sul territorio nazionale, di cui 112 pubbliche e 14 private accreditate. Con grandi differenze tra una regione e l’altra». Il fondo ha permesso di implementare i servizi esistenti, attivarne di nuovi, e assumere 780 professionisti (tra psicologi, psichiatri e neuropsichiatri infantili, infermieri, dietisti e nutrizionisti e medici specialisti in nutrizione clinica).
Adesso però, a causa del mancato stanziamento, il progetto si concluderà e gli ambulatori chiuderanno, a partire dal 31 ottobre. Lasciando in difficoltà tutti i pazienti presi in carico. Nel frattempo, il fenomeno cresce: Dalla Ragione ricorda che i casi intercettati nel 2019 erano 680.569, mentre nel 2023 sono arrivati a 1.680.456. Secondo i dati Rencam regionali (Registro nominativo cause di morte), di anoressia e bulimia cinque anni fa sono morte 2.178 persone, in quello appena finito i decessi sono stati 3.780. Età media: 25 anni. «Siamo disperati, come è possibile che non si sia riusciti a dare continuità? – domanda Giuseppe Rauso, presidente dell’Associazione nazionale disturbi del comportamento alimentare -. Non sappiamo come dirlo alle famiglie. Qui si parla della seconda causa di morte tra i giovani dopo gli incidenti stradali. Speriamo che qualche decreto legge possa restituirci la speranza».
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
I CANDIDATI SARANNO SELEZIONATI IN BASE ALLA “SENSIBILITÀ OLFATTIVA”, E IL LORO COMPITO SARÀ RICONOSCERE GLI ODORI “TIPICI” DI CUI SI LAMENTANO I CITTADINI CHE VIVONO NELLA ZONA DELL’INCENERITORE – L’OBIETTIVO, UN PO’ VAGO, È CREARE UNA MAPPA DI FREQUENZA E INTENSITÀ DEGLI ODORI
Il comune di Arezzo cerca “nasi”, non per annusare essenze ma il
cattivo odore che da mesi insiste nell’area del termovalorizzatore di San Zeno. L’Amministrazione comunale di Arezzo ha annunciato infatti l’avvio di un’indagine olfattometrica nell’area orientale del territorio municipale.
L’incarico, si legge in una nota, sarà retribuito, e consiste nell’effettuare sopralluoghi in date e orari richiesti, seguire percorsi prestabiliti sostando in posizioni prefissate dove eseguire la misurazione sensoriale, ovvero annusare l’aria a intervalli e inserire nel questionario (attraverso apposita applicazione per smartphone) la propria sensazione olfattiva.
Ad effettuare la selezione del personale da impiegare è la società Eol di Lucca. I candidati verranno selezionati in base alla sensibilità olfattiva, per poi essere formati a riconoscere gli odori tipici che sono oggetto di ripetute segnalazioni da parte dei cittadini delle frazioni di San Zeno, Le Poggiola e Chiani”. L’obiettivo dell’indagine è quello di produrre una mappa di frequenza e intensità degli odori.
“Ci aspettiamo – commenta l’assessore comunale all’ambiente Marco Sacchetti – che i risultati offrano un solido contributo alla comprensione del fenomeno, e quindi alla soluzione del problema. A breve sarà messa a disposizione per tutti i residenti dell’area una specifica app per segnalare gli odori secondo un formato standard. Sia lo studio che il software collegato all’app per l’elaborazione dei dati si avvarranno di una stazione meteo appositamente installata nell’area da cui proviene il maggior numero di segnalazioni”. L’indagine avrà una durata di sei mesi.
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2024 Riccardo Fucile
DIETRO IL RIGETTO DEI NAZI-TEDESCHI DI AFD C’È LA VOLONTÀ DI MELONI DI SPACCARE L’ALLEANZA EUROPEA DI SALVINI, IDENTITÀ E DEMOCRAZIA, CERCANDO DI CONVINCERE LA NEO-CENTRISTA MARINE LE PEN DI TRASLOCARE NEL SUO GRUPPO, QUELLO DEI CONSERVATORI
La conferenza stampa di ieri ha confermato che Giorgia Meloni sta sviluppando un Super-Io patologico, tipico delle personalità narcisistiche.
Per tre ore è stato un ‘’Io, io io, qui comando io!’’. Il “Noi” non viene mai preso in considerazione, il suo Super-Ego non lo concepisce, pur essendo a capo di un esecutivo formato anche da Lega e Forza Italia.
Prigioniera dalla sindrome del “Marchese del Grillo” (io so’ Giorgia e voi non siete un cazzo”), parla del governo come se fosse casa sua. Non riesce proprio a concepire la politica come mediazione e dialogo, e quando si trova con il culo per terra si diverte a inanellare una bugia sull’altra, dato che non è previsto che il giornalista presente alla conferenza stampa possa replicare alle fregnacce.
E quando non si allunga il naso di Pinocchio, allora rifila certe rispostine elusive che sembrano un quiz o una definizione di cruciverba: 7 verticale, otto caselle.
Quando rispolvera l’ormai celebre frase con cui rispose, a ottobre 2022, agli appunti piccati di Silvio Berlusconi, “Non sono ricattabile”; sapete con chi ce l’ha la Ducetta?
Spalancando gli occhioni vittimistici da “underdog” (più under che dog), la premier fa presente che “diversi attacchi alla sottoscritta” sono dovuti al fatto che “affaristi, lobbisti, e compagnia cantante non stiano passando un bel momento”. Nomi? Zero.
Con l’espressione arcigna della caposala che viene a infilarti la supposta, si affaccia al balcone immaginario di Piazza Venezia e sibila: “Sono una persona che non si spaventa facilmente e lo stanno capendo in parecchi”, soprattutto “chi in passato ha pensato a dare le carte”. Anche qui, non scuce un nome.
Sottolinea Ilario Lombardo su “La Stampa”: “Qualche minuto prima aveva parlato di “quelli che pensano “o fai quello che diciamo noi o vedrai”, individui “che possono indirizzare le scelte” e da cui – assicura – non si farà “spaventare”. Un clima di complotto evocato anche a dicembre, sul palco della festa di Atreju, senza specificare chi e come”.
Ora non ci vuole la palla del mago Otelma per capire chi sta scassando i nervi alla signorina Meloni. In prima fila brillano coloro i quali hanno relazioni internazionali e possono permettersi di volare sulla sua testolina. “Io so’ Giorgia” ha rischiato un coccolone quando Ursula von der Leyen ha incoronato Mario Draghi come “una delle grandi menti economiche europee”, per chiedergli gentilmente di ‘’preparare un rapporto sul futuro della competitività europea”.
Su quanto possa sopportare la personalità di Giuliano Amato, e le sue interviste contro la deriva autoritaria del suo governo, lasciamo perdere. Non ce l’ha fatta proprio a trattenersi e si è fatta apparecchiare una domanda dal giornalista “Libero” per sfancularlo: “Sul tema della commissione algoritmi, credo si sappia che non è stata una mia iniziativa e ho detto tendenzialmente quello che pensavo ma al di là di questo, non ho nulla da dire nello specifico al professor Amato, sono rimasta francamente basita dalle sue dichiarazioni che riguardano la Corte Costituzionale“.
Atteggiamento che non può minimamente permettersi con il Capo dello Stato. Ma è noto che le dà fastidio (eufemismo) lo stretto rapporto che ha Mattarella con i suoi omologhi di Francia (Macron) e di Germania (Frank-Walter Steinmeier). L’ex balilla di Colle Oppio è convinta che il Quirinale la ostacoli, anziché cercare di tappare i buchi della sua politica.
Lo si evince chiramente dalla sgarbata risposta che ha dato sul rischio isolamento dell’Italia. Ha citato Jacques Chirac, il presidente francese che sottopose a referendum la Costituzione europea che nelle urne venne bocciata. Per concludere, petto in fuori, tuonando: “Nessuno disse alla Francia che gliel’avrebbero fatta pagare. L’Italia non ha meno diritti di altre nazioni”.
A molti osservatori poi è sfuggito il sottotesto della dichiarazione: “Con i tedeschi dell’Afd ci sono distanze insormontabili a partire dal tema dei rapporti con la Russia, a differenza di Marine Le Pen che fa un ragionamento più interessante”.
Una puntura velenosa dietro la quale c’è la volontà di Meloni di spaccare l’alleanza europea di Matteo Salvini, Identità e Nazione, gettando all’inferno i nazi-tedeschi di Afd e nello stesso tempo cercando di convincere Marine Le Pen, a capo del primo partito in Francia, di traslocare nel suo gruppo, quello dei Conservatori.
Marine Le Pen in vista del voto delle europee di giugno ha cambiato musica, dice cose molte diverse da quelle di Salvini (infatti ha evitato di partecipare di persona al recente convegno fiorentino del leader della Lega) e ha cominciato a dislocare il suo Rassemblement National verso il centro (vedi il voto a favore sui migranti che ha spiazzato Macron).
Contemporaneamente la Ducetta sta lavorando ai fianchi dell’amato Xavie Abascal, presidente del partito basco Vox, per depurarlo e rieducarlo della zavorra della destra estrema. Il sogno Meloni sarebbe di esportare a Bruxelles un centrodestra compatibile con il Partito Popolare Europeo.
(da Dagoreport)
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