Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
IL COLOSSO CINESE AVEVA INGAGGIATO LA SOCIETA’ DI VERDINI PER FARE ATTIVITA’ DI LOBBYING IN ITALIA… GLI INCONTRI CON MINISTRI, SOTTOSEGRETARI E MANAGER HANNO MESSO IN ALLARME I SERVIZI SEGRETI
Un affare di sicurezza nazionale, che preoccupa e non poco
l’intelligence americana e italiana. Non è, dunque, solo una storia di lobby e affari quella degli incontri tra Huawei e rappresentanti di governo, istituzioni e grandi aziende procacciati dai Verdini, che con la loro società di consulenza (ora sotto inchiesta della procura di Roma) avevano ottenuto l’incarico dal colosso cinese delle telecomunicazioni.
Questa è anche una vicenda che fa riaffiorare i sospetti che negli ultimi anni hanno avvolto Huawei per via dei suoi legami con il governo della Repubblica popolare. Domani ha raccontato degli incontri che – prima e dopo le elezioni del 2022 – Huawei ha ottenuto o cercato di ottenere con diversi esponenti del nuovo esecutivo. Nella lista ci sono gli incontri con il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini e con un altro leghista, il sottosegretario all’Economia Federico Freni. Ci sono anche due pezzi da novanta di Fratelli d’Italia: il presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha incontrato Tommaso Verdini prima dell’elezione a seconda carica dello Stato; e hanno tentato anche con il ministro della Difesa Guido Crosetto, che a questo giornale ha detto di non averli «mai visti».
Le riunioni servivano a Huawei per conoscere gli esponenti del nuovo esecutivo, date le posizioni fortemente filo statunitensi dei partiti della maggioranza. Ad aver declinato bruscamente sono stati il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alessio Butti. Alle nostre domande, Huawei ha deciso di non rispondere. La questione però supera i confini della politica, e interessa, appunto, la sicurezza del paese.
SAPERE È POTERE
I legami tra Huawei e il governo cinese hanno riempito pagine e pagine di rapporti delle intelligence occidentali. Del resto il nostro paese non è nuovo a eventi che hanno attirato l’attenzione degli 007 alleati: Domani aveva raccontato della diplomazia parallela condotta da Salvini sulla guerra in Ucraina che incontrò in segreto l’ambasciatore russo a Roma. All’epoca la Lega faceva parte del governo Draghi, che però non era stato avvertito. Un episodio che fece scattare il livello di allerta nei servizi segreti. Peraltro il protagonista, cioè Salvini, è a capo di un partito filorusso e coinvolti nella trattativa del Metropol, ossia il tentativo di ottenere un finanziamento russo per le elezioni europee del 2019.
L’intelligence americana e italiana sa bene che negli anni della creazione delle infrastrutture per la rete 5G Huawei ha cercato di inserirsi cercando sponde e appoggi. Più recentemente, ha invece cercato di affievolire il ricorso al golden power. Non solo: per quanto a conoscenza di Domani, le attività di lobbying e di ricerca informazioni condotte erano in particolar modo rivolte a conoscere i nomi delle persone all’interno degli apparati dello Stato coinvolte nella stesura delle prescrizioni sui progetti delle reti 5G presentate dagli operatori delle telecomunicazioni stranieri. Il motivo? «Sapere è potere», si limita a dire una fonte autorevole e qualificata a conoscenza della vicenda. Quanto emerso fino a ora potrebbe essere solo l’inizio di una storia molto più complessa, che potrebbe creare qualche grana all’azienda e ai dirigenti coinvolti.
Il rapporto Verdini-Huawei nasce nel 2019. L’interfaccia con i lobbisti indagati era Eduardo Perone, ex direttore acquisti di Tim, entrato in azienda nel 2018 come vicepresidente. Domani ha chiesto un commento a Huawei e a Perone, che non hanno voluto rispondere. Proprio nel 2019, il Dipartimento per le informazioni per la sicurezza aveva lanciato un allarme nella sua relazione al parlamento sulle «aggressive strategie di penetrazione del mercato perseguite da player stranieri pure attraverso […] attività di lobbying/networking». Non si fa il nome del colosso cinese, ma quello era l’anno della firma del Memorandum sulla Via della Seta del governo Cinque stelle-Lega con la Cina.
Sempre nel 2019 la Cia aveva accusato Huawei di ricevere finanziamenti dal governo, dall’esercito e dai servizi di intelligence cinesi. L’anno precedente, dati questi sospetti, gli Stati Uniti avevano estromesso Huawei dalla realizzazione della rete 5G. Da allora aumentano gli alert, che coinvolgono anche il nostro Copasir, il comitato parlamentare sulla sicurezza della Repubblica, che più volte si è occupato di Huawei esprimendo preoccupazioni. Proprio per diradarle la società cinese si sarebbe rivolta alle società di Verdini.
A quei tempi i soci della Inver erano Tommaso e Francesca Verdini, compagna del vice premier Matteo Salvini, che ha venduto le quote nell’estate del 2021 poco prima dell’inizio dell’inchiesta della finanza. Prima che Francesca Verdini lasciasse la società, la Inver ha realizzato l’incontro – raccontato da Domani – con l’allora ad di Tim Luigi Gubitosi. Successivo è l’incontro con l’ex direttore della Agenzia per la cybersicurezza Roberto Baldoni: con lui si è parlato di un’iniziativa di sensibilizzazione che Huawei avrebbe voluto realizzare nelle scuole con il patrocinio di Acn. Molto infastidito dalla richiesta, Baldoni avrebbe nettamente rifiutato.
Tutto ciò che riguarda i rapporti dello Stato con l’azienda è questione classificata per motivi di sicurezza. Emergono invece dalle carte dell’inchiesta della procura di Roma le relazioni tra i suoi dirigenti e i Verdini. Relazioni che continuano anche dopo le perquisizioni dell’estate 2022, con un uomo di Huawei che avrebbe fatto sapere ai Verdini che la società aveva aperto una «compliance interna, operando una valutazione del contratto in essere con Inver». Per aggirare l’ostacolo, quindi, gli propone di passare il contratto da 10mila euro al mese, più bonus, a un’altra società indicata dai Verdini. E così è stato. Così i Verdini hanno continuato ad arricchirsi assicurando a Huawei incontri con i vertici dello Stato. Incontri che hanno creato una certa preoccupazione nell’intelligence italiana e americana. Per la facilità con cui in Italia si può incrociare un ministro. Soprattutto se è cliente di un brand familiare chiamato Verdini.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
LO RIVELA L’UFFICIO STUDI DELLA CGIA DI MESTRE
Nel 2023 i contribuenti italiani fedeli al fisco hanno subito una pressione fiscale reale del 47,4 per cento: quasi 5 punti in piu’ rispetto al dato ufficiale, che l’anno scorso si e’ attestato al 42,5 per cento. A dirlo e’ l’Ufficio studi della Cgia.
Perché questa differenza?
Il nostro Pil, come del resto quello di molti altri Paesi dell’Unione Europea, comprende anche gli effetti dell’economia non osservata il cui contributo alle casse dello Stato è per definizione nullo. Pertanto, alla luce del fatto che la pressione fiscale e’ data dal rapporto tra le entrate fiscali e il Pil, se da quest’ultimo storniamo la componente riconducibile al sommerso, il peso del fisco in capo ai contribuenti onesti sale inevitabilmente, consegnandoci un carico fiscale reale per il 2023 del 47,4 per cento. Si tratta di un livello di 4,9 punti superiore a quello ufficiale che, invece, si è attestato al 42,5 per cento.
Meno tasse ma pochi se ne sono accorti
Nel 2023 il prelievo fiscale e’ finalmente sceso: rispetto all’anno precedente la pressione fiscale e’ diminuita di 0,2 punti percentuali, grazie alla rimodulazione delle aliquote e degli scaglioni dell’Irpef e al modesto aumento del Pil. Analogamente, anche nel 2024 il peso complessivo delle tasse e dei contributi sulla ricchezza prodotta nel Paese dovrebbe scendere. Tuttavia, è verosimile ritenere che la gran parte degli italiani, purtroppo, non se ne sia accorta, poiché allo stesso tempo, è cresciuto il costo delle bollette, della Tari, dei ticket sanitari, dei pedaggi autostradali, dei servizi postali, dei trasporti, etc. Insomma, se le tasse sono diminuite, il peso delle tariffe invece è salito creando un effetto distorsivo. In sintesi, i contribuenti non hanno potuto beneficiare pienamente della diminuzione della pressione fiscale perché, nel frattempo, sono aumentate le tariffe che, a differenza delle tasse, statisticamente non vengono incluse tra le voci che compongono le entrate fiscali.
Ecco perché la pressione fiscale è al 47,4%
Nel 2021 (ultimo dato disponibile) l’economia non osservata ammontava a 192 miliardi di euro (pari all’11,7 per cento del valore aggiunto nazionale), di cui 173,8 miliardi erano attribuibili al sommerso economico e altri 18,2 alle attivià’ illegali. Nei dati riportati in questa news, l’Ufficio studi della Cgia ha ipotizzato, prudenzialmente, che l’incidenza dell’economia sommersa e delle attività illegali sul Pil nel biennio 2022-2023 non abbia subito alcuna variazione rispetto al dato 2021.
I calcoli del Mef
Ribadendo che la pressione fiscale ufficiale e’ data dal rapporto tra le entrate fiscali e il Pil, se dalla ricchezza del Paese scorporiamo la quota riconducibile all’economia non osservata che non apporta gettito alle casse dello Stato, il Prodotto interno lordo diminuisce (quindi si riduce il valore del denominatore), facendo aumentare il risultato che emerge dal rapporto tra il gettito fiscale e il Pil. L’Ufficio studi della Cgia tiene comunque a precisare che la pressione fiscale ufficiale calcolata anche dal ministero dell’Economia e delle Finanze (nel 2023 al 42,5 per cento) rispetta fedelmente le disposizioni metodologiche previste dall’Eurostat.
Le stime sull’evasione
Nei giorni scorsi è stato aggiornato il report sull’economia sommersa e sull’evasione fiscale e contributiva presente in Italia. I dati del ministero stimano in 83,6 miliardi il tax gap presente nel Paese. Sebbene il mancato gettito rispetto agli anni precedenti sia in calo, la tipologia di imposta maggiormente soggetta ad evasione in Italia rimane l’Irpef dei lavoratori autonomi, per un importo pari a 30 miliardi di euro che corrisponde ad una propensione al gap nell’imposta del 67,2 per cento. Questo vuol dire che, secondo i tecnici del Mef, i lavoratori autonomi versano solo un terzo dell’Irpef che teoricamente dovrebbero pagare all’erario
Senza entrare nel merito della metodologia di calcolo utilizzata che, a nostro avviso, appare alquanto discutibile, ci limitiamo a dimostrare l'”inattendibilità” di questo risultato mediante alcune semplici considerazioni. Secondo le dichiarazioni dei redditi dei lavoratori autonomi in contabilità semplificata del Nord (praticamente artigiani e commercianti), nell’anno di imposta 2021 gli stessi hanno dichiarato mediamente 33 mila euro lordi. Segnaliamo che oltre il 70 per cento di queste partite Iva e’ composto dal solo titolare dell’azienda (in altre parole lavora da solo). Bene. Se, come sostiene il Mef, queste attività evadono poco più del 67 per cento dell’Irpef, quanto dovrebbero dichiarare se fossero rispettosi delle richieste dell’erario? Il 115 per cento in più, vale a dire poco più di 73 mila euro all’anno. Ora, come possono “raggiungere” nella realtà una soglia di reddito cosi’ elevata se la stragrande maggioranza lavora da solo, quindi è poco più di un lavoratore dipendente, e al massimo può lavorare 10 ore al giorno, senza contare che durante questo nastro orario deve rapportarsi anche con i clienti, con i fornitori, con altre aziende, con il commercialista, con la banca, con l’assicurazione e come tutti i comuni mortali, puo’ infortunarsi, ammalarsi, prendersi delle ferie, etc., etc.?
La stima sull’evasione non include i “minimi”
Ovviamente, nessuno può nascondere che anche tra i lavoratori autonomi ci siano delle sacche di evasione che vanno assolutamente contrastate. Tuttavia, le stime messe a punto dal MEF non convincono, anche alla luce del fatto che l’analisi non include il tax gap riconducibile agli autonomi esclusi dal pagamento dell’Irap. Vale a dire quelli che hanno scelto il regime fiscale dei “minimi”, una buona parte delle imprese agricole, i professionisti privi di autonoma organizzazione e il settore dei servizi domestici. Complessivamente stiamo parlando di ben oltre la meta’ dei lavoratori indipendenti presente nel nostro Paese (circa 2,5 milioni). Ebbene, se fosse considerata anche l’evasione di questi ultimi, che picco toccherebbe l’evasione del cosiddetto popolo delle partite Iva? Appare pertanto evidente che i dati presentati dal Mef nei giorni scorsi siano poco “attendibili”.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
A RISCHIO GLI ACCORDI ANCHE IN PIEMONTE, UMBRIA E MOLISE: E’ CACCIA ALLA POLTRONA
Imbarazzo, sorpresa, attesa. In Abruzzo il nuovo caso dopo quello
scoppiato in Sardegna con la messa in discussione della ricandidatura del governatore uscente, Christian Solinas (Lega): caso che viene costantemente monitorato in vista di un chiarimento al tavolo nazionale del centrodestra. Salvini ha riportato tutto a bocce ferme, azzerando i precedenti accordi che nelle 5 regioni richiamate al voto nel 2024: Piemonte, Sardegna, Umbria, Abruzzo e Molise, volevano i governatori uscenti ricandidati in blocco. Ma in Sardegna ha trovato l’ostacolo di Fratelli d’ Italia, che ha invece calato il suo jolly: il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, scombinando così tutte le carte e costringendo Salvini ad andare in pressing nella partita a cinque.
Marsilio si dice tranquillo e ha già tappezzato città e contrade con i suoi manifesti elettorali. Un candidatura bis avanzata più di un anno fa dallo stesso governatore senza che nessuno tra gli alleati mettesse becco. Del resto è molto improbabile per tutti che Giorgia Meloni possa fare un passo indietro proprio su quello che è sempre stato un suo “pupillo”. Nel 2019 fu la leader di Fratelli d’Italia a spedire Marsilio nella campagna d’ Abruzzo per la sfida delle regionali. Una persona di fiducia molto vicino alla premier, strappato dallo scranno di Montecitorio e dal ruolo di tesoriere nazionale del partito, al quale fu chiesto di misurarsi con l’ex vice presidente del Csm, Giovanni Legnini, candidato del centrosinistra sorretto da una coalizione civica.
Marsilio ripagò con un risultato elettorale che consentì a Giorgia Meloni di mettere in bacheca un’altra medaglia: il primo presidente di Regione targato Fratelli d’Italia, al punto da convincere l’attuale presidente del Consiglio a scegliere proprio l’Abruzzo (il collegio dell’Aquila) per il suo ritorno in Parlamento. Non solo. Nella campagna elettorale delle ultime elezioni politiche, la premier indicò la Regione Abruzzo come un “modello” al quale ispirarsi anche per il buon governo della Nazione. Ecco perché un eventuale no dell’alleato al governatore uscente assumerebbe il peso di un affronto “personale”, oltre che politico.
D’altra parte il centrodestra, nonostante veleggi anche da queste parti con il vento in poppa dei sondaggi, si trova ad affrontare un avversario difficile alle regionali del 10 marzo, con il primo vero “campo largo” costruito in Italia dal centrosinistra attorno al nome del rettore uscente dell’università di Teramo, Luigi D’Amico.
Un’alleanza larghissima che va dal Pd ai 5 stelle, passando dalla Sinistra e i Verdi, fino ai partiti di Renzi e Calenda. Incognita nuovissima per tutti, considerata un possibile laboratorio nazionale, al netto delle resistenze di qualche leader. Come Giuseppe Conte, che al momento la ritiene solo un esperimento nato sul territorio. Quanto al destino di Marsilio, nessuno crede alla sua non ricandidatura in Regione, come si sussurra sotto voce anche a sinistra: «Impossibile, cadrebbe il governo. La Meloni li manderebbe tutti a casa«.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
LA STESSA NORMA IMPEDISCE AI LEADER DELL’OPPOSIZIONE CHE VIVONO IN ESILIO DI CANDIDARSI ALLE FUTURE ELEZIONI PRESIDENZIALI… IL “VASSALLO” DI PUTIN È AL POTERE DA QUASI TRENT’ANNI
Il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, ha firmato una nuova legge che gli garantisce l’immunità permanente dai procedimenti penali e impedisce ai leader dell’opposizione che vivono in esilio di candidarsi alle future elezioni presidenziali.
Lo riferisce il Guardian online, precisando che si tratta di una legge che teoricamente si applica a qualsiasi ex presidente e ai membri della sua famiglia, ma che in realtà sembra mirata a rafforzare ulteriormente il potere di Lukashenko, che ha 69 anni e guida la Bielorussia da quasi 30 anni con il pugno di ferro.
Secondo il testo della nuova legge, il presidente, se dovesse lasciare il potere, “non potrà essere ritenuto responsabile delle azioni commesse in relazione all’esercizio dei suoi poteri presidenziali”.
La legge restringe inoltre notevolmente i requisiti per i candidati presidenziali, stabilendo che possono candidarsi solo i cittadini bielorussi che risiedono stabilmente nel Paese da almeno 20 anni e non hanno mai avuto un permesso di soggiorno in un altro Paese.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
DAL SOGNO DI UNA TEOCRAZIA ALLE ARMI PER TUTTI FINO ALL’INVITO AI VERI EBREI A NON FAR PARTORIRE LE MOGLI ACCANTO ALLE ARABE: TUTTE LE FRASI CHOC DI BEN-GVIR E SMOTRICH
Il Congo è niente. Da uno che un tempo invitava «i veri ebrei» a non
far partorire le mogli vicino a donne arabe; da un altro che da giovane teneva in salotto il ritratto d’uno sterminatore di palestinesi nelle moschee; da un altro ancora che prima del 7 ottobre s’immaginava d’essere Nerone e sognava di bruciare Gaza con tutti quelli che ci stavano dentro: da tutta quest’estrema destra nazionalista e religiosa, non c’è da stupirsi che sia stata partorita pure l’idea di risolvere la guerra deportando tutti gazawi in Africa o vattelapesca dove.
Non è che Bibi Netanyahu fosse totalmente in disaccordo. Ma avrebbe evitato di far uscire proprio adesso il piano Congo, l’ipotesi di un’ «emigrazione volontaria» di tutti i palestinesi, addirittura il ritorno dei coloni nella Striscia. Invece i due ragazzi terribili del suo governo — l’Itamar Ben-Gvir ministro della Sicurezza alla guida degli arabofobi di Potere Ebraico, il Bezalel Smotrich ministro delle Finanze che comanda i messianisti di Sionismo Religioso —, sempre quei due han fatto piovere su Israele le condanne di Usa, Ue, Paesi arabi, Russia, Cina e insomma del mondo intero.
«Irresponsabili e pericolosi», li definisce Yair Lapid, leader dell’opposizione. Ben consapevoli e del tutto coerenti, in realtà: sulla coppia Ben-Gvir&Smotrich, per non dire degli ultrareligiosi di Ebraismo della Torah o degli ortodossi Shas che tengono in piedi il sesto governo Netanyahu, fiorisce da tempo un’antologia di citazioni celebri. Eccone alcune.
«Dobbiamo consentire a tutti i cittadini di proteggersi con le armi» (Itamar Ben-Gvir).
«È naturale che mia moglie, in ospedale, non voglia partorire accanto a chi dà alla luce un bambino che, fra 20 anni, potrebbe uccidere il suo. Servono reparti separati per ebree e arabe» (Bezalel Smotrich).
«Qui siamo i proprietari, ricordatevelo, e io sono il vostro padrone di casa» (Itamar Ben-Gvir, in un quartiere occupato di Gerusalemme Est).
«Chi brucia le case agli arabi? Commette un reato, certo. Ma non è un terrorista» (Bezalel Smotrich).
«Sogno una teocrazia. Le leggi della Torah sono molto meglio dello stato di diritto» (Bezalel Smotrich).
«C’era un tempo in cui ero un orgoglioso omofobo. Anche se non sapevo cosa volesse dire» (Bezalel Smotrich).
«Cosa farei a un bambino palestinese che lancia pietre? O gli sparo, o lo metto in prigione» (Bezalel Smotrich).
«Il Signore è uno. Non 30. Ha creato il mondo e ci ha dato la Torah. Non posso distorcere la verità dello Stato ebraico. Così come non posso legittimare il cristianesimo» (Bezalel Smotrich).
«La guerra di Gaza è un’opportunità per incoraggiare l’emigrazione volontaria dei suoi abitanti. Per i palestinesi, è una soluzione umanitaria» (Itamar Ben-Gvir).
«Se a Gaza restano 200mila palestinesi, non due milioni, tutto sarà diverso» (Bezalel Smotrich).
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO NON INTENDE DIMETTERSI (E QUANDO MAI…) E CONTINUA A SOSTENERE CHE IL MINI REVOLVER GLI SAREBBE SCIVOLATO DALLA TASCA
«La cosa che più mi ha ferito in questi giorni è stato il silenzio di Delmastro. Non si è mai fatto sentire. Ma dimostrerò che non sono stato io a sparare». Da ieri, dopo giorni trascorsi chiuso in casa con la sua famiglia, Emanuele Pozzolo ha ripreso ad avere contatti con colleghi e amici.
A loro ha affidato il suo sfogo dopo il drammatico epilogo del cenone di Capodanno, quando nella sala della Pro loco di Rosazza è partito il colpo che ha ferito Luca Campana, operaio 31enne e genero del capo scorta di Delmastro. Colpo sparato dalla sua pistola.
Chi ha parlato con lui l’ha trovato dispiaciuto, consapevole della leggerezza commessa, ma convinto delle sue ragioni.
Il revolver, racconta, gli sarebbe scivolato dalla tasca. «Una leggerezza che mi ha rovinato la vita e soprattutto ha messo in difficoltà il partito», ha confidato amareggiato aggiungendo di voler tornare al lavoro. Non subito, giusto il tempo di riprendersi dalla sospensione annunciata dal premier Giorgia Meloni nei giorni scorsi.
Giorni neri: l’inchiesta aperta dalla procura di Biella contro di lui, la denuncia della vittima e, soprattutto, l’abbandono del partito e del suo referente, Andrea Delmastro, che lo aveva fortemente voluto in Parlamento al suo fianco
«Ma sono pronto a riprendere le mie battaglie», ha rilanciato. «Non lascerò il mio incarico in ogni caso, anche se la sospensione verrà attuata. Sono lì perché i cittadini mi hanno voluto».
La versione della pistola scivolata per terra dalla tasca, l’aveva già data nell’immediatezza della vicenda. Tanto che la vittima, Campana, colpito alla coscia da circa un metro di distanza, ha voluto smentirla: «Non è vero, ce l’aveva in mano», ha dichiarato subito dopo aver sporto querela contro di lui.
Cosa può essere dunque successo? Forse Pozzolo la stava mostrando a qualcuno, considerato che si tratta di un mini-revolver, anche per lui una novità. Aveva ottenuto il porto d’armi per difesa personale il 12 dicembre. È forse partito un colpo maneggiandola?
C’è chi fa notare che in ogni caso il cane del piccolo revolver doveva comunque essere armato. E che per armarlo serve un gesto volontario. È su questi dettagli che si stanno concentrando le indagini della Procura di Biella condotte sul campo dai carabinieri.
(da il Corriere della Sera)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
CLASSE DIRIGENTE IMPRESENTABILE E PSICOSI COSPIRAZIONISTA INSOPPORTABILE… MA CHI VUOI CHE COMPLOTTI CONTRO IL NULLA?
Sconfitti gli otoliti che le invalidavano l’equilibrio fisico, la Sorella
d’Italia resta vittima dei fantasmi che le agitano l’immaginario politico. Nel Meloni-Show di Capodanno — tre ore di gaia auto-consacrazione, tra bugie colossali e vittimismi universali — la presidente del Consiglio è riuscita finalmente a controllare l’ira funesta e inconsulta che sempre la tradisce quando interviene in Parlamento o incrocia i pochi giornalisti ancora capaci di farle qualche vera domanda.
Almeno per una volta, il training psicologico cui si è sottoposta prima della conferenza stampa ha funzionato: la postura guerresca e romanesca dell’agit-prop di Colle Oppio ha lasciato il campo a una posa più misurata e a una prosa più calibrata, quasi degne di una donna di Stato piuttosto che di una tribuna della plebe.
Ma le buone notizie dal Pianeta Meloni finiscono qui. Per il resto, nella prima uscita pubblica del 2024 la premier ha clamorosamente riconfermato i due deficit “strutturali” sul piano della cultura politica zavorrano il suo partito e il suo governo: una classe dirigente impresentabile, una psicosi cospirazionista insopportabile.
Il primo deficit è imbarazzante: la classe dirigente di Fratelli d’Italia è impresentabile, più di quanto lo fu quella di Alleanza Nazionale. Anche Gianfranco Fini, nel ’94, ebbe un problema analogo a quello che oggi assilla Giorgia Meloni. Ma con una variante e un’attenuante. La variante è che lui allora aveva Pinuccio Tatarella, mentre lei oggi ha Giovambattista Fazzolari (e “ho detto tutto”, come diceva Totò). L’attenuante è che allora per l’ex Msi sdoganato a sorpresa da Berlusconi la svolta di Fiuggi si era appena consumata, mentre oggi FdI arriva a Palazzo Chigi avendo avuto tutto il tempo per rinnovarsi e rifondarsi. Non l’ha fatto, se non attraverso i riti e i miti un po’ infantili di Atreju, Frodo e Bilbo Baggins.
Il risultato è l’onorevole Emanuele Pozzolo, il cowboy per una notte che ha trasformato Biella in Forcella. Il suo mini-revolver North American LR22, che al Cenone spara e ferisce Luca Campana, è la smoking gun dell’inadeguatezza di un intero ceto politico. La prova regina della “matrice” nera di una dirigenza improvvisata e incrostata di vecchi rancori ideologici e di nuovi furori demagogici. Un impasto rancido di Pro-God e Pro-Gun, Pro-Patria e Pro-Life, No-Vax e No-Pass, e via delirando.
Sono gli “irresponsabili” di cui parla Meloni, i Delmastro e i Mollicone, i La Russa e Lollobrigida, le Santanchè e le Montaruli, che combinano un casino a settimana mentre lei, in splendida solitudine, tira la carretta e avverte: “Non voglio più fare questa vita”. E invece le tocca. Perché fa il pane con la farina che ha. E Fratelli d’Italia è questa farina. Non ce n’è un’altra.
Non a caso il massimo dell’intransigenza che la leader può annunciare e applicare nei confronti di Pozzolo è una “sospensione” (naturalmente previo passaggio dai probiviri, prassi burocratica un po’ kafkiana e assai poco consona al partito “maschio” e decisionista che Giorgia ama raccontare). Il fatto è che se dovesse espellere tutti quelli come lui, in Parlamento e nei consigli regionali o comunali non resterebbe quasi più nessuno.
È un problema enorme, per il governo e per il Paese: per reggere altri quattro anni, la destra al potere può permettersi questo Circo Barnum di pagliacci e pistoleri, nani e ballerine?
Il secondo deficit è allarmante: Meloni non guarisce dalla psicosi cospirazionista, che la ammorba da anni. Ma qui l’aggravante non è una, diventano due.
Intanto – finché era all’opposizione in totale e ostinata solitudine, a celebrare il culto del “polo escluso”, della marginalità e dell’alterità – il ricorso alla lisergica paccottiglia complottarda rientrava nel cliché collaudato di tutti i populismi dell’ultradestra: l’odio contro i Poteri Forti e il capitalismo attinto direttamente dal Ventennio, la campagna contro le lobby Lgbtq e il gender mutuato dai camerati ungheresi e polacchi, il Piano Kalergi sulla sostituzione etnica e il Grande Reset pandemico, la lotta contro le tecnocrazie bruxellesi e i “banchieri usurai” alla Soros, l’attacco alla cancel culture condivisa con i trumpisti americani. Ora che Meloni guida una grande nazione, l’uso e l’abuso di questo ciarpame ideologico non le è più consentito.
Ma stavolta c’è anche di più. Nel ritirare fuori dall’armadio i soliti spettri della congiura giudo-pluto-massonica, la premier allude a chi voleva “dare le carte in Italia”, accenna a chi le “ha chiesto ruoli”, rispolvera la frase clou delle consultazioni che hanno anticipato la nascita del suo governo, “non sono ricattabile”.
Ma si ferma qui. Di più non dice, non spiega, non chiarisce, come scrive giustamente Stefano Cappellini. Ha visto cose che noi umani, evidentemente, ma si guarda bene dal dare un nome alle cose. Chi trama contro l’Italia? La Spectre Globale, la Grande Finanza? Chi ordisce piani segreti contro il governo legittimo del Paese? Una loggia, la P4 e la P5, la Chiesa di Bergoglio, il Quarto Partito degli Industriali di cui parlava De Gasperi? Nessuno lo sa.
Siamo alle chiacchiere da Bar Sport, messe in giro da una premier trasfigurata in “Influencer di Stato”. Hanno ragione i segretari di Pd e M5S, Schlein e Conte, a chiederle di fare nomi e cognomi o di tacere per sempre, concentrandosi semmai sui guai seri che assillano l’Italia, dal lavoro povero alla sanità devastata. Ma anche qui: peccato solo che le opposizioni, rissose e divise, non siano in grado di offrire all’Italia uno straccio di alternativa credibile. E anche questo è un gigantesco problema, di qui alla fine della legislatura.
Rimane il refrain vittimistico della Underdog: la “donna del risentimento” (parafrasando la formula di Luc Boltanski in Enigmi e complotti). Ed è grave. Soprattutto se lo si collega alle frottole istituzionali e costituzionali che abbiamo ascoltato nella stessa conferenza stampa.
Sul premierato Meloni mente, sostenendo che con la riforma appena varata i poteri del Presidente della Repubblica non cambiano, mentre sappiamo che il Capo dello Stato non potrà più nominare il presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo né scegliere un premier tecnico in caso di cortocircuito delle maggioranze parlamentari.
Sulla Consulta Meloni manipola, attaccando la sinistra in vista della prossima elezione di quattro membri laici (appuntamento che preoccupa non poco Sergio Mattarella) e poi trattando Giuliano Amato come “nemico del popolo” (solo perché ha segnalato il pericolo di una deriva polacca per le accuse rivolte da ministri e sottosegretari all’operato della Corte).
Nell’uno e nell’altro, la Sorella d’Italia manifesta un altro limite, che è suo e della sua destra: un’incapacità innata nel maneggiare le istituzioni, un’alterità ostile nel dialogare con gli organi di garanzia.
Come osserva Giovanni Orsina sulla Stampa, chi governa, tanto più se pretende di lasciare il segno, deve trovare una propria misura nell’affrontare i contropoteri, le tradizioni amministrative, le competenze che incarnano le strutture dello Stato. Le deve controllare e se necessario riformare, ma parlando il loro linguaggio e rispettando le loro prerogative.
Meloni non lo fa. Preferisce evocare il golpe bianco e i poteri opachi, tuffarsi nel mare torbido delle illazioni inverificabili e delle cospirazioni innominabili. Così, in una paradossale eterogenesi dei fini, lei stessa finisce per assestare un colpo mortale alla trasparenza del potere, che è il core business di ogni democrazia.
Massimo Giannini
(da repubblica.it)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
UN POLITICO NON DEVE CERCARE DI FARE IL SIMPATICO, GLI SI CHIEDE SOLO DI ESSERE RISPETTABILE
La grottesca baruffa social di Capodanno del ministro Crosetto ha raccolto, sui media di ogni ordine e grado, commenti quasi unanimemente critici. Archiviato, con danno a carico del solo Crosetto, il piccolo incidente, resta però una grande domanda – e i lettori dell’Amaca sanno quante volte, in varie forme, me la sono fatta.
La domanda è questa: ma per quale mistero della psiche una persona molto nota, che ricopre una carica statale di primo livello, sente il bisogno di rendere pubbliche le sue inezie private (nel caso, una partita di burraco) e poi si incazza se qualcuno, tra i numerosi passanti, non apprezza e fa le pernacchie?
Passi per gli influencer, che sono la versione contemporanea dell’uomo-sandwich e sul web hanno scelto di esibirsi per mestiere; passi per chi si sente solo e sconosciuto (ce ne sono tanti) e trova conforto anche in una piccola manciata di contatti; passi per le star, che devono governare i loro greggi di fan; ma i politici, che già sono ogni due minuti sui giornali e nei tigì, vanno nei talkshow, sono sovraesposti e stringono le mani e fanno i selfie di gruppo prima e dopo i comizi, per quale stravagante pulsione devono esibire sui social perfino la loro residua fettina di privacy?
La risposta corrente è che vogliono “fare i simpatici” per dimostrare che sono “uguali a noi”. Ma è una risposta che non convince: per quanto ruffiano, anche il politico più scadente sa bene che non è questa fuffa demagogica, al contrario è la ricerca del prestigio perduto il vero problema della classe dirigente.
Che non deve essere simpatica e ciarliera, deve essere rispettabile e saper dosare le parole. E dunque, Crosetto: perché infilzarsi da solo su quello spiedo?
(da repubblica.it)
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Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile
COMPRA UN OSPEDALE DA DON VERZE’ PER 270 MILIARDI E LO RIVENDE ALLA REGIONE LAZIO PER 319… ASSENZE RECORD IN PARLAMENTO, AMICO DI TUTTI, DA MELONI A RENZI
È il nababbo delle residenze lungodegenti con rimborso pubblico
garantito. È il re Mida dei parlamentari, con stipendio pubblico per la mancia ai camerieri. È il re dell’editoria e dei suoi finanziamenti pubblici. Nel suo genere: un fuoriclasse del rimborso. Con immunità parlamentare incorporata, a scanso di inchieste, e il 99 per cento delle assenze in Aula.
A volte la faccia è tutto. Quella di Antonio Angelucci, detto Tonino, corrucciata per vocazione al risparmio estetico, è più di metà della sua celebrata biografia. Che alla fiammeggiante ricchezza di oggi, incoronata da cliniche, giornali, politica, ville, potere, tre Ferrari indossate come maglioni a primavera, una gialla, una azzurra, una rossa, giustappone le ceneri dei suoi ruvidi natali d’Abruzzo nel paesello di Sante Maria, mille anime e il cielo di pietra, provincia de L’Aquila, anno 1944, molti milioni di euro fa.
Oggi mister miliardo Angelucci, deputato fantasma da quattro legislature, prima in Forza Italia, poi nella Lega di Salvini, amico di tutti, dalla buonanima di Berlusconi a D’Alema, dalla Meloni a Renzi, passando per Denis Verdini e Dell’Utri, accende e spegne la luce sulla intera filiera dei quotidiani della mejo destra italiana, dal melonissimo Libero dello spasimante Mario Sechi, alle grigie colonne del Giornale di Alessandro Sallusti, passando per il quasi clandestino Il Tempo, tutti addetti a nascondere il caso Tommaso Verdini, tutti a bastonare i magistrati, appena possibile.
Non contento del malloppo di soldi e di potere, Angelucci progetta da qualche mese il colpaccio della carriera, avendo fatto sapere che è stato quel fenomeno in lingua estera di John Elkann a chiamarlo per offrirgli il pacchetto completo dei suoi ultimi spiccioli editoriali, Radio Capital, più l’ex gioiello Repubblica, a prezzo scontatissimo, pur di levarsi di torno dalla inutile Italia che gli ingombra il fatturato planetario. Cifra ancora troppo esosa per l’Angelucci padre che tratta e per l’Angelucci figlio, Giampaolo, detto Napoleone, l’erede designato dell’impero, visti i debiti che si dovrà accollare, compresa quella moltitudine di giornalisti difficili da domare, difficili da smaltire. Anche se le vie dell’incentivo sono infinite, quanto il Mille proroghe di ogni fine anno.
Più di mezzo secolo fa il primo lavoro incorpora la sua leggenda, portantino all’ospedale San Camillo di Roma, con in tasca la sola licenzia media. Ma il cervello finissimo che gli consente, appresa l’arte del sindacalista di corsia, di studiare gli ingranaggi della Sanità, metterseli in tasca e insieme con una cordata rilevare la sua prima casa di riposo a Velletri.
In qualche decennio moltiplica il seme in una foresta di cliniche lungo l’Appennino, 22 strutture, dal reatino alla Puglia, 3500 posti letto, 4 mila dipendenti, mille medici. Più un istituto di ricerche a Boccea, Roma. E una serie infinita di investimenti immobiliari, compresa la villa madre, quella ai Castelli che fu di Sofia Loren e di Carlo Ponti.
Come nella migliore tradizione italiana tutto l’impero sta all’estero, in Lussemburgo, capofila la Tosinvest, 500 milioni di fatturato, forzieri scudati a suo tempo, dove “Tosi” non è voce del verbo tosare (l’Italia, gli italiani, gli elettori, le casse del parlamento) ma l’acronimo delle iniziali Tonino e Silvana, la prima amatissima moglie con cui scalò il cielo. Con un occhio alla competenza e due alla politica, qualche volta in rotta di collisione con le moleste procure.
A essere capziosi, dove ha guai giudiziari, ha cliniche. E dove ha cliniche, ha batterie di avvocati che l’hanno sempre condotto in salvo. In Abruzzo, anno 2008, è coinvolto nella Sanitopoli che travolge il presidente Ottaviano Del Turco. L’anno dopo tocca a una inchiesta per truffa da 170 milioni di euro ai danni della Regione Lazio. Poi ancora alla Regione Puglia, quando i magistrati indagano su un finanziamento da 500 mila euro a Raffaele Fitto, l’attuale pattinatore del Pnrr, allora candidato presidente: altra inchiesta affondata.
Il suo capolavoro contabile porta la data del 1999 a Roma. Compra da don Verzè un ospedale intero che fa parte del gruppo San Raffaele. Sborsa 270 miliardi di lire. Qualche mese per lucidare le maniglie ed ecco la bella occasione di rivenderlo alla Regione Lazio per 319 miliardi di lire, 50 in più con un solo giro di giostra. Scoppia lo scandalo. Al governo c’è Giuliano Amato. Ministro della Sanità è Umberto Veronesi. Presidente della Regione è Francesco Storace. Al prezzo si aggiunge la convenzione che tutti i servizi ospedalieri saranno garantiti dalla Tosinvest, per nove anni, più nove, paga Pantalone, cioè la Sanità. Evviva.
Baciato dalla generosità pubblica, qualche volta contraccambia. Quando Massimo D’Alema gli chiede di accollarsi le mura del Bottegone, la sede storica del pci, non si tira indietro, compra, anche se non con soldi suoi, ma facendoseli prestare dalla Banca di Roma del suo amico Cesare Geronzi. Lo stesso vale quando Denis Verdini deve restituire 10 milioni al tribunale dopo il crack del Credito Fiorentino, lui è pronto a prestarglieli, ci mancherebbe, salvo prendersi in pegno la sua villa seicentesca.
Generoso ma non fesso. Generoso, ma non con tutti. Belpietro vorrebbe vendergli La Verità e l’Eni l’agenzia Agi, ma lui nicchia. Le rare volte che si presenta alla Camera è un assalto all’arma bianca. Di solito si porta dietro un tale Ferruccio, amico storico, che gli fa da scaccia folla. “Da lui vogliono tutto – racconta una deputata amica –. Soldi, sponsorizzazioni, il ricovero per la nonna, pranzi, cene, feste, un giro in Ferrari, un boccone di filetto. Sono scene bruttissime”.
Leggendaria è la sua riservatezza. Oppure commovente: mai una intervista né in privato né in pubblico. Mai una dichiarazione. Mai un pensiero o un discorso che giustifichi il suo mandato parlamentare, prudentemente iniziato dopo le prime inchieste, e che oggi lo vede addirittura membro fantasma della Commissione Cultura, scienza e istruzione.
Due volte vedovo, cinque figli, a Milano ha appena finito di arredare il suo personale palazzo dei giornali, dietro lo Scalo Farini, sfilato ai tipi dell’agenzia La Presse. Tre piani di vetri e cemento, 50 posti auto, l’ultimo piano cablato per le dirette tv e per quelle radiofoniche. Chissà, forse un giorno parlerà alla Nazione, ma solo se troverà un buon rimborso spese per farlo.
(da ilfattoquotidiano.it)
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