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POZZOLO REPLICA A FINI CHE LO AVEVA DEFINITO “BALENGO”: “NON ACCETTO LEZIONI DA CHI HA SVENDUTO LA DESTRA ITALIANA”

Gennaio 7th, 2024 Riccardo Fucile

MA ALLORA PERCHE’ POZZOLO ERA ENTRATO IN AN? LE CRITICHE POTEVA FARLE PRIMA, NON DOPO CHE ERA STATO ALLONTANATO

“I giudizi negativi espressi su di me da Gianfranco Fini? Medaglie che appunto al petto. Da quello che ha svenduto e calpestato dignità politica e umana della destra italiana non accetto lezioni. Un leader che ha tradito senza vergogna la sua comunità politica merita solo di continuare a stare ibernato nel suo oblio…”.
Così all’Adnkronos Emanuele Pozzolo, il deputato di Fratelli d’Italia finito nei guai per il colpo partito dalla sua pistola la notte di Capodanno.
Cosa ha detto Fini
“Quando ero presidente di An lo allontanammo, senza nemmeno espellerlo, dalla federazione di Vercelli perché era un violento estremista verbale. Il suo caso non finì sulla mia scrivania, ma se ne occupò Donato Lamorte, capo della mia segreteria politica. Capimmo che era un balengo, come si dice in Piemonte, e lo accompagnammo alla porta: via, andare”, ha raccontato Gianfranco Fini, in un’intervista a Il Foglio.
(da agenzie)

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DUE TESTIMONI GIURANO CHE È STATO POZZOLO A FAR PARTIRE IL COLPO DI PISTOLA CHE HA FERITO LUCA CAMPANA

Gennaio 7th, 2024 Riccardo Fucile

SECONDO ALCUNI PRESENTI, POZZOLO È ARRIVATO ALLA SERATA “UN PO’ SU DI GIRI, PIUTTOSTO BRILLO”

Ci sono due testimoni che forniscono una ricostruzione precisa e concordante su quanto accaduto la notte di Capodanno nel casolare di Rosazza, in provincia di Biella, alla festa organizzata dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro.
Entrambi smentiscono la versione fornita pubblicamente e al suo partito da Emanuele Pozzolo, il deputato di Fratelli d’Italia proprietario della pistola North american arms calibro 22 da cui è partito il colpo che ha ferito a una gamba Luca Campana, 31 anni. Entrambi giurano: «È stato lui a sparare».
Agli atti dell’inchiesta avviata dalla Procura di Biella c’è una relazione che dà conto di quanto verificato dai carabinieri attraverso i rilievi effettuati nel casolare — che è la sede della Pro loco — ma soprattutto l’incrocio dei verbali di chi era presente e di chi era proprio accanto a Pozzolo quando è stato fatto fuoco.
La loro identità viene al momento tenuta riservata ma è già stato escluso che possano essersi messi d’accordo anche perché hanno ruoli diversi e sono stati comunque ascoltati poco dopo il fatto. Pozzolo è indagato per lesioni colpose aggravate, accensioni pericolose, omessa custodia di armi, ed è stato sospeso dal partito.
Ma è fin troppo chiaro che le due testimonianze potrebbero appesantire sia la sua posizione processuale, sia il giudizio dei probiviri fino a determinarne l’espulsione visto che finora ha provato a scaricare la responsabilità su altri.
Famiglie con bambini
Sono Delmastro e sua sorella Francesca — che di Rosazza è il sindaco — a organizzare la festa. Oltre ai loro familiari ci sono gli agenti della scorta del sottosegretario con le famiglie, un altro amico con la moglie, diversi bambini. In tutto circa 35 persone. Dopo il brindisi di mezzanotte si decide di rimanere ancora un po’. E proprio in quei minuti arriva Pozzolo. Qualcuno dice che avesse chiesto a Delmastro di partecipare anche alla cena ma che gli sia stato risposto che era già tutto organizzato tra quei nuclei. Lui comunque decide di presentarsi dopo la mezzanotte per brindare con il sottosegretario che è sempre stato il suo referente nel partito.
Arriva da solo, alcuni presenti diranno ai carabinieri di aver notato «che era un po’ su di giri, piuttosto brillo». Poco dopo l’una ci si comincia a preparare per andare via. La prima a lasciare la festa è la sindaca, altri mettono in ordine per portare via le cose. Delmastro va verso la macchina, a circa 200 metri, per caricare alcune borse.
Il colpo di pistola
Pozzolo rimane nella sala, alcuni invitati gli sono accanto. Parte il colpo di pistola. Si guardano tutti attoniti, spaventati. È Campana — che si trova poco distante — ad avere la peggio. Sente un dolore alla gamba. «Pensavo fosse un proiettile finto, sono andato nell’altra stanza per controllare e ho visto il buco. A quel punto mi sono spaventato e ho pensato al peggio», racconterà dopo. Intanto nella sala è rientrato Delmastro.
Il giovane viene adagiato sul tavolo, la suocera cerca di tamponare la ferita ma la situazione appare grave e si decide di chiamare l’ambulanza. Poi arrivano i carabinieri. Come in ogni indagine i primi momenti sono decisivi per ricostruire l’accaduto. È chiaro sin da subito che la pistola è di Pozzolo, lui lo conferma. Nega invece di aver sparato.
Quando gli chiedono di sottoporsi allo stub prende tempo, rifiuta anche di farsi esaminare i vestiti. «Non posso tornare a casa nudo», afferma. Si tratta di un parlamentare, c’è una procedura da rispettare per gli atti che riguardano le perquisizioni personali e lui evidentemente la sfrutta.
«Se mi date modo di cambiarmi poi posso farvi avere i vestiti», dice. Ed effettivamente si ripresenta in caserma soltanto alle 7 dell’1 gennaio per sottoporsi allo stub e far esaminare gli indumenti. La perizia viene affidata al Ris di Parma, tra i quesiti c’è anche l’attendibilità degli esami effettuati a distanza di oltre sei ore dallo sparo. Si accerta che ha un regolare porto d’armi e possiede sei tra pistole e fucili.
La versione di Pozzolo
Mentre sono in corso gli accertamenti, vengono informati i vertici del partito. Delmastro avvisa il responsabile di FdI Giovanni Donzelli, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Tocca a loro spiegare a Giorgia Meloni che cosa è accaduto. Soprattutto riportare la versione fornita da Pozzolo.
E su questo il parlamentare — già noto alle cronache per le proprie posizioni no vax, per l’elogio di Benito Mussolini «che era uno statista, non un criminale, uno dei migliori che l’Europa abbia avuto», per il meme in occasione della festa delle donne «Auguri a tutte le femmine – Smile to survive» (sorridi per sopravvivere, ndr ), con la foto di un’auto uscita di strada e la scritta «8 Marzo Fiesta delle donne» e per aver spiegato a Barack Obama dopo una strage in Oregon del 2015 che «nessuna pistola spara da sola» — è granitico.
Lo dice e lo ribadisce più volte: «Non sono stato io a sparare. È la verità. Sono dispiaciuto per quello che è successo, ho fatto una leggerezza e ne pagherò le conseguenze, ma la verità è una sola ed è che non ho sparato io». Si sparge la voce che possa aver accusato Campana di aver preso lui l’arma e di essersi ferito ma è il suo avvocato Andrea Corsaro, sindaco di Vercelli per Forza Italia, a smentirlo con una nota ufficiale
Le versioni
Non sa Pozzolo che agli atti dell’indagine ci sono verbali che lo smentiscono in maniera netta. Sono tre le persone che raccontano di averlo visto tirare fuori la pistola e mostrarla. Il primo spiega di essere uscito dalla sala poco prima dello sparo. Gli altri due erano invece lì vicino, hanno assistito alla scena e non hanno avuto esitazioni nel descriverla. «Quando è partito il colpo l’arma era in mano a Pozzolo, è stato lui a sparare»
Nessuno afferma che sia stato un gesto volontario, anzi. Tutti parlano di un incidente, di uno sparo involontario. Ma non hanno esitazione nell’indicare l’autore del gesto. Così come del resto non l’ha avuta Campana che dopo averci riflettuto tre giorni «perché io sono un operaio e lui un onorevole», ha deciso di presentare formale denuncia contro Pozzolo specificando che era stato proprio lui a ferirlo. Agli atti ci sono già le conferme a queste sue affermazioni. E adesso toccherà a Pozzolo chiarire ai pm e al partito perché lo abbia negato.
(da Il Corriere della Sera)

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VANNACCI SI CANDIDERA’ CON LA LEGA: FINALMENTE HA TROVATO L’AMBIENTE DEGNO DI LUI

Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile

LA LEGA HA PURE COMMISSIONATO UN SONDAGGIO E LO CANDIDERA’ NEL COLLEGIO DELL’ITALIA CENTRALE

Si fanno sempre più insistenti i rumors sulla candidatura alle Europee con la Lega del generale Roberto Vannacci.
A quanto apprende l’agenzia AdnKronos da fonti informate, l’inserimento del suo nome nelle liste del Carroccio è estremamente probabile, se non addirittura già deciso: nello specifico, l’attuale capo delle Forze operative terrestri dell’esercito – autore del discusso best-seller Il mondo al contrario, colmo di tesi omofobe e retrograde – dovrebbe correre nel collegio dell’Italia centrale, che comprende Toscana, Umbria, Lazio e Marche.
Secondo un retroscena di Repubblica, il segretario leghista Matteo Salvini – principale sponsor della candidatura – ha persino chiesto un sondaggio riservato per stimare il peso elettorale della presenza di Vannacci in lista.
Qualche settimana fa, però, il partito aveva smentito rispondendo a un servizio di Report: “È totalmente falso, temiamo che la vostra fonte sia la stessa di tante altre inchieste fantasiose finite nel nulla”. Durante la conferenza stampa di fine anno, alla premier Giorgia Meloni era stato chiesto invece di un’eventuale corsa del militare con Fratelli d’Italia: “Non ho letto il suo libro. Comunque non mi sto occupando delle candidature”, aveva risposto.
(da La Stampa)

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IL SINDACO DI MODENA REVOCA LA SALA CIVICA AL CONVEGNO DEI FILORUSSI: “IN CONTRASTO CON I VALORI DI LIBERTA’, DEMOCRAZIA E GIUSTIZIA”

Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile

L’EVENTO DI PROPAGANDA SU MARIUPOL SE LO DOVRANNO FARE IN QUALCHE FOGNA

È diventato un caso politico l’evento di una mostra-conferenza sulla «ricostruzione» della città ucraina di Mariupol previsto in una sala civica di Modena. Appuntamento organizzato dall’associazione Russia Emilia-Romagna e da più parti additato come dichiaratamente filo-russo. L’evento ora rischia di non svolgersi più o almeno di traslocare visto che il sindaco dem della città emiliana proporrà la revoca della sala.
Tutto è cominciato nei giorni scorsi con le prime polemiche per la mostra-conferenza in calendario il prossimo 20 gennaio in una sala civica della città di Modena. Nel presentare l’evento – «Mariupol. La rinascita dopo la guerra» – gli organizzatori hanno definito Mariupol la «città-simbolo della rivolta popolare del Donbass contro la giunta di Kiev» e ancora, «città martire dell’occupazione banderista (i nazionalisti ucraini, ndr) durata otto anni» che «affronta ora un veloce processo di ricostruzione sotto l’egida delle istituzioni della Federazione Russa di cui è divenuta parte integrante».
L’obiettivo era «presentare al pubblico modenese i risultati della nuova amministrazione cittadina dopo la liberazione definitiva nella primavera del 2022, con la resa del battaglione Azov».
Tra i primi a esprimere rimostranze il senatore Pd Filippo Sensi che su X si era detto profondamente «offeso» che una associazione filo-russa potesse «fare la sua propaganda su Mariupol» in una sala civica.
«Aberrante» aveva commentato la vicenda Azione Modena.
I Radicali italiani per il 20 gennaio hanno organizzato una contro manifestazione in piazza. Perfino l’ambasciata ucraina a Roma era intervenuta, sottolineando che il ministero degli Affari Esteri d’Ucraina «considera questo evento una provocazione russa» e dando notizia di una «richiesta ufficiale di cancellazione dell’evento».
Il sindaco, il dem Gian Carlo Muzzarelli, che da subito aveva smorzato i toni respingendo «ogni tentativo di strumentalizzazione dell’appuntamento», oggi sostanzialmente annuncia che si va verso una revoca del noleggio della sala.
È questo che il primo cittadino proporrà alla giunta martedì prossimo. L’evento comunque non godeva del patrocinio del Comune. «Le informazioni che stanno emergendo nel dibattito nazionale», spiega, «offrono elementi di riflessione non disponibili quando gli uffici hanno preso in esame la domanda, pur presentata nel rispetto del regolamento comunale. Il profilo di alcuni dei relatori, come evidenziato dagli organi d’informazione, non è sempre coerente con l’impegno sottoscritto a rispettare i valori sanciti dalla Costituzione e dalla Repubblica italiana e, segnatamente, il divieto di professare e/o praticare ideologie e comportamenti fascisti e razzisti. È emerso chiaramente», aggiunge, «che l’iniziativa si presta a diventare una manifestazione di aperto sostegno alla guerra d’invasione della Russia e quindi in contrasto con l’articolo 3 dello Statuto comunale che, invece, si pone come obiettivo la promozione della piena affermazione dei valori di giustizia, di libertà, di democrazia e di pace».
(da agenzie)

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TENGO FAMIGLIA: IL CRIMINALE CECENO KADYROV OFFRE LA LIBERTA’ AI SUOI PRIGIONIERI UCRAINI IN CAMBIO DELLA REVOCA DELLE SANZIONI ALLA SUA FAMIGLIA, AI SUOI AEREI E AI SUOI CAVALLI

Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile

LA SORTITA DEL CIALTRONE NON E’ STATA PRESA BENE DA MOSCA

Tengo famiglia”, sembra essere il messaggio di Kadyrov. Il capo della Cecenia, Ramzan Kadyrov, si è offerto di rilasciare i soldati catturati delle forze armate ucraine in cambio della revoca delle sanzioni contro i membri della sua famiglia.
Secondo la TASS il capo ceceno lo ha detto durante una visita alle forze dell’ordine, a Grozny, dove è arrivato un ex ispettore delle Nazioni Unite per monitorare l’eliminazione delle armi di distruzione di massa irachene.
“Abbiamo prigionieri catturati nelle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Consegno al nostro ospite. Se tolgono le sanzioni a mia madre, alle mie figlie, allora consegneremo queste persone”, ha detto Kadyrov, citato dall’agenzia.
La sortita di Kadyrov non è stata presa bene a Mosca. Che il capo ceceno proceda in libertà, quasi “scavalcando” il Cremlino, non è cosa piaciuta agli osservatori presenti alle esternazioni del leader ceceno, apparentemente fedelissimo di Putin.
La TASS afferma che a Ritter è stato mostrato un video degli ucraini catturati, e nel video si ribadiva che se le sanzioni fossero state revocate ai parenti di Kadyrov, ai suoi aerei e ai suoi cavalli, 20 soldati ucraini sarebbero tornati a casa.
La stessa TASS ha fatto notare che la proposta di Kadyrov è stata condannata da alcuni “corrispondenti militari” russi. “La cosa negativa è che ancora una volta in Russia ci sono tentativi di essere al di sopra dello Stato, apertamente e in modo dimostrativo”, ha scritto, ad esempio, il “corrispondente militare” Yuriy Kotenok. Mentre Aleksandr Kots, un “corrispondente militare” della Komsomolskaya Pravda, ha detto apertamente che Kadyrov “ha avviato una sorta di dubbia contrattazione”.
Ha tagliato corto Voenkor Irina Kuksenkova di Channel One. La corrispondente ha commentato così la proposta del capo della Cecenia: “Ormai, nulla mi sorprende o mi indigna…”
(da Globalist)

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GIANFRANCO FINI: “POZZOLO? UN BALENGO, LO ALLONTANAI DA AN PERCHE’ ERA UN VIOLENTO ESTREMISTA VERBALE”

Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile

L’EX PRESIDENTE DI AN: “NON FU NECESSARIO ESPELLERLO, LO ACCOMPAGNAMMO ALLA PORTA”

Emanuele Pozzolo, il deputato di Fdi finito nei guai per il colpo partito dalla sua pistola la notte di Capodanno, “quando ero presidente di An, lo allontanammo, senza nemmeno espellerlo, dalla federazione di Vercelli perché era un violento estremista verbale. Il suo caso non finì sulla mia scrivania, ma se ne occupò Donato Lamorte, capo della mia segreteria politica. Capimmo che era un balengo, come si dice in Piemonte, e lo accompagnammo alla porta: via, andare”. A raccontarlo è Gianfranco Fini, in un’intervista a Il Foglio.
A chi gli domanda se in Fdi ci sia un problema diffuso di classe dirigente, “c’è sempre quel vecchio proverbio – risponde – dell’albero che quando cade fa più rumore della foresta che cresce. Tra il goliardico e l’approssimativo i casi sono pochi. I parlamentari di Meloni sono circa 150: finora quelli, diciamo, irregolari saranno cinque o sei”.
(da Huffingtonpost)
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MELONI VUOLE METTERE IN RIGA SALVINI SU TRE DOSSIER: SOLINAS, BALNEARI E COMMISSIONE UE

Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile

“SE LA LEGA VUOLE USCIRE DALLA COALIZIONE E’ LIBERA DI FARLO”

“Se la Lega vuole uscire dalla coalizione, è libera di farlo”. Le feste sono finite nel centrodestra. Letteralmente. Dopo i convenevoli ruotati attorno alla conferenza stampa di fine anno, Giorgia Meloni a difendere Matteo Salvini dalle ombre dell’inchiesta Verdini, il segretario della Lega solerte a far filtrare la “piena sintonia” con la presidente del Consiglio, sull’Epifania si addensano nuvoloni neri.
Le prossime settimane si prospettano come frizzanti, ben che vada, per la maggioranza di governo. Si annusa sempre più nitidamente il clima elettorale, la competizione a destra di giorno in giorno si fa più stringente, Meloni sa di non poter sbagliare un colpo. Palazzo Chigi regala quella visibilità che permetterà di fatto alla premier di non fare un comizio ed essere comunque la leader più mediaticamente esposta.
Di converso tuttavia, quella stessa posizione amplificherà qualunque passo falso possa arrivare da qui ai prossimi mesi. E non importa di chi sarà la colpa, se meloniana o degli alleati, è alla soglia della stanza dei bottoni che verrà presentato il conto elettorale.
La minaccia di cui sopra arriva da Cagliari, ma la battaglia infuria a Roma. Giovedì una riunione fiume in terra sarda ha sancito lo strappo. Non sarà l’uscente Christian Solinas il candidato presidente in Sardegna, ma il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu. Fuori la Lega per interposto Partito sardo d’Azione, dentro Fratelli d’Italia.
Salvini è andato su tutte le furie. Lo smacco sarebbe sonoro, tanto più che Solinas è il presidente uscente, un solo mandato alle spalle e quindi senza la tagliola del limite dei mandati. È stato Andrea Crippa, il vicesegretario che sempre più da voce a quel che il segretario del Carroccio pensa, a alzare il tiro della polemica: “Discutiamo Solinas? Allora riapriamo i giochi in tutte le altre Regioni”. Il riferimento nemmeno troppo velato è all’Abruzzo di Marco Marsilio, fedelissimo della premier, sul quale fino ad oggi nessuno aveva avuto da ridire.
A linea dura della Lega ha risposto la linea durissima di Fdi. Volete Solinas? Quella è la porta, in bocca al lupo, il senso di Antonella Zedda, coordinatrice del partito in Sardegna: “La vicenda è chiusa, non ci sono altri passaggi da fare”.
Parole tombali, stracci che volano tra i colonnelli, perché se si parlassero così tra i leader si arriverebbe sull’orlo di una crisi. “Discutiamo per trovare una soluzione comune”, ha minimizzato Meloni durante la conferenza stampa di fine anno. Sono almeno due mesi che la presidente del Consiglio ha di fatto deciso di cambiare cavallo nell’isola. Una tensione che è affiorata nelle cronache, muovendosi carsica e aprendo una voragine attorno alla quale i protagonisti danzano attentissimi a non cadere.
“Ma li vedono i sondaggi? Con Solinas ci schiantiamo”, quasi urla un dirigente di Fdi raggiunto al telefono. Questo è uno dei motivi per cui a via della Scrofa si è posto il veto al presidente uscente. Le rilevazioni delle intenzioni di voto lo danno lontano ben che vada più di dieci punti dalla sfidante, i sondaggi interni fatti da Fratelli d’Italia fotografano al contrario un Truzzu ben più competitivo. “Vogliamo regalare noi la prima vittoria in una Regione all’alleanza tra Pd e M5s?”, continua polemico il meloniano. È una delle considerazioni che ha mosso la leader a dare il via libera al sindaco di Cagliari.
Ce n’è un’altra. Oltre la Sardegna sono quattro i presidenti in ballo, il traino delle elezioni europee mette il vento in poppa ai candidati del centrodestra, ma solo uno è di Fdi, il già citato Marsilio. Confermare lo schema uscente significherebbe riconfermare la Lega anche in Umbria e Forza Italia in Molise e in Piemonte. Uno schema due-due-uno che penalizzerebbe il partito di maggioranza relativa, non fotografando gli attuali rapporti di forza. Fonti di via della Scrofa spiegano che non è in agenda nessun incontro tra i leader, ma dal Carroccio spingono per un faccia a faccia chiarificatore.
Meloni è decisa a imporre le proprie scelte in questo mix di governo e campagna elettorale che richiede a suo avviso fermezza nell’essere gestito.
Un altro fronte destinato ad aprirsi già a gennaio è quello dei balneari. Salvini ha già fatto ampiamente sapere di essere indisponibile a toccare le concessioni di chi attualmente le possiede. Nonostante una procedura d’infrazione aperta a Bruxelles, nonostante il duro richiamo di Sergio Mattarella sulla legge che allunga le licenze degli ambulanti di dodici anni. Il segnale è arrivato nell’ultimo decreto canoni, varato proprio dal ministro delle Infrastrutture. “C’è un taglio del 4,5%” ai canoni già irrisori se confrontati all’indotto”, denuncia il deputato di +Europa Riccardo Magi. Meloni al contrario è desiderosa di eliminare una volta per tutte la spada di Damocle che pende sull’esecutivo, per nulla intenzionata ad arrivare allo strappo con l’Ue.
Nel cassetto è pronto il piano di Raffaele Fitto. Se la trattativa che punta alla non scarsità della “risorsa spiagge” naufragherà, come è del tutto probabile che succeda, il ministro con delega al Pnrr prospetta gare per tutti, favorendo gli attuali concessionari con punteggi più alti nei bandi di concorso e indennizzi nel caso perdessero la gara. Una transizione soft verso la direttiva Bolkenstein, della quale la Lega non vuole sentir parlare.
Ma il tema dei rapporti europei è assai sentito dalla premier, che vuole giocare da protagonista nella complicata partita a scacchi della prossima Commissione. Meloni ha già messo in chiaro le cose: mai un’alleanza con la sinistra, questione ben diversa sul voto per il governo del continente, dove occorre un accordo tra tutti i paesi sui nomi dei commissari e che non può veder sfilarsi i partiti al potere in Italia, a meno che non si verifichino imponderabili cataclismi.
Insomma sì a un voto a un candidato comune anche con i socialisti, come potrebbe essere quello sul bis di Ursula von Der Leyen. Andò allo stesso modo con i 5 stelle, proprio quando guidavano il governo insieme alla Lega, e il Carroccio si infuriò a tal punto che fu uno degli inneschi della caduta del primo governo Conte.
La premier infatti non vuole rimanere tagliata fuori dal tavolo che conta: a cascata i dividendi vengono incassati anche negli incarichi parlamentari chiave, senza contare l’assurdità di un partito del premier che esprime un suo esponente nel governo continentale (proprio Fitto è sempre in pole position) e non lo vota. Sono ragionamenti molto simili a quelli che in Francia si tengono al quartier generale di Marine Le Pen. Che, pur condividendo lo stesso gruppo con la Lega, nel futuro risiko sembra voler adottare un approccio più simile a quello di Meloni. Un terreno di confronto che potrebbe essere fruttifero, e che sta mettendo in allarme i dirigenti del Carroccio. Le feste per il centrodestra sono davvero finite.
(da Huffingotnpost)

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REMUZZI, IL DIRETTORE DEL MARIO NEGRI: “A CHE SERVE TAGLIARE IL CUNEO FISCALE SE LA GENTE NON PUO’ PAGARE LE MEDICINE? LA POVERTA’ E’ LA PRIMA CAUSA DI MALATTIA”

Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile

GLI STANZIAMENTI STATALI PRO CAPITE PER LA SANITA’ PUBBLICA: GERMANIA 6.000 DOLLARI, FRANCIA 3.500, ITALIA 2.500

“Certamente gli stanziamenti del governo Meloni per la sanità pubblica sono troppo pochi, però siamo tutti focalizzati sugli scarsi finanziamenti. Il problema principale invece è un altro ed è culturale: noi dobbiamo capire e sforzarci di far capire che il Servizio Sanitario Nazionale è una fonte di stabilità economica e sociale. E io sono personalmente angosciato dal fatto di non essere riuscito a far comprendere questo”. Sono le parole pronunciate ai microfoni di 24 Mattino, su Radio24, da Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, analizzando e commentando le prospettive della sanità pubblica italiana nel 2024.
Il nefrologo sottolinea la necessità di più fondi, di più governance ma soprattutto di più consapevolezza dell’importanza della sanità pubblica: “Sicuramente non credo che si possa andare avanti con un sistema sanitario pubblico così sotto-finanziato. Pensate che in dollari noi spendiamo pro capite 2.500 dollari, i francesi 3.500, i tedeschi 6.000. Quindi, non è possibile avere un sistema sanitario competitivo con una spesa così piccola. Tuttavia, il problema maggiore in Italia è la difficoltà a far capire quanto sia importante il Servizio Sanitario Nazionale per il benessere di un paese – spiega – Una sanità pubblica funzionante moltiplica le risorse, perché ogni medico assunto poi trascina dietro assunzioni in tanti altri campi. Ed è una chiave per ridurre la povertà. Se andiamo verso la povertà, la gente si ammala e si innesca un circolo vizioso dal quale si rischia di non uscire più. Non c’è altra soluzione se non il servizio sanitario pubblico. Di questo si sono resi conto persino gli Usa dopo il Covid”.
Remuzzi aggiunge: “Una sanità pubblica funzionante aiuta anche la ricerca scientifica e contiene la fuga dei medici all’estero. Abbiamo bisogno di un servizio sanitario pubblico che coniughi medicina clinica e ricerca scientifica e che sia all’altezza della tecnologia di oggi, cosa che è possibile col Pnrr. Un altro punto di forza del Ssn è dato dalle case della salute, con cui si riesce a stare davvero vicino alla gente. Ma ci sono da qualche parte, non dappertutto.”.
Il medico spiega che nelle case di salute, presenti in alcune città della Lombardia, della Toscana, dl Piemonte e dell’Emilia Romagna, sono garantiti servizi come l’assistenza infermieristica a domicilio e la possibilità di fare prelievi, radiografie, ecografie: “Le case della salute funzionano benissimo in alcune zone e possono funzionare ovunque. Ed è possibile realizzarle dappertutto. Ogni giorno in queste case ci sono mediamente 800 accessi di pazienti, evitando così il sovraccarico dei Pronto Soccorso. Ma bisogna entrare nell’ordine delle idee di governare il sistema. E allo stato attuale – osserva – non c’è nessuno che si è preso a cuore questo, che è il problema più grande che abbiamo. Discutere tutti i giorni del taglio del cuneo fiscale non serve a niente se poi la gente non può pagare le medicine. Il piccolo vantaggio che uno ha dal taglio del cuneo fiscale o dal salario minimo sparisce perché poi deve comprare medicine costosissime”.
Altra criticità sollevata dal professore è la fuga dei medici all’estero perché pagati di più: “Vanno sicuramente aumentati gli stipendi di medici e soprattutto di infermieri, ma non è una gran cosa che l’unica motivazione di trasferimento sia quella dei soldi. Il nostro è un mestiere diverso dagli altri e richiede dedizione per i cittadini e per le persone più vicine. Trovo molto brutto che uno faccia il medico da noi e poi vada a curare le persone degli Emirati Arabi per guadagnare di più. Mi sembra, insomma, che dietro non ci sia alcun ideale”.
E ricorda il vero senso della sanità pubblica: “Quando è stato fondato il Servizio Sanitario Nazionale il 23 dicembre del 1945, si dicevano cose fantastiche del tipo: noi ci vogliamo occupare della salute fisica e psichiatrica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni sociali e secondo modalità per cui sia garantita l’uguaglianza dei cittadini. Dove è finito tutto questo? – prosegue – Oggi le persone del Sud devono venire al Nord per curarsi perché c’è questa idea che al Nord ti curano meglio. E non è vero o comunque non è sempre vero. Se continuiamo a perpetrare questa discrepanza tra i soldi disponibili al Nord e quelli disponibili al Sud, non risolveremo mai il problema. Non è accettabile questa cosa per chi ci governa”.
Infine, Remuzzi ribadisce il suo no all’intramoenia, come ha spiegato in più occasioni: “Va assolutamente tolta, perché molto probabilmente non rispetta neppure la Costituzione. Non bisogna girare attorno al problema, serve un ministro che la elimini, anche se si tratta di una decisione impopolare”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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DOPO L’INCHIESTA DI “REPUBBLICA” SULLE “OMBRE NERE” NEL FOOTBALL AMERICANO IN ITALIA, IL PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE, LEOLUCA ORLANDO, INTERVIENE: “CONDANNO GLI ATTEGGIMENTI CHE INNEGGIANO O ESPRIMONO CONDIVISIONE DEL FASCISMO”

Gennaio 6th, 2024 Riccardo Fucile

SI DIMETTE IL VICEPRESIDENTE, FABIO TORTOSA, EX POLIZIOTTO DEL MASSACRO DEL G8, QUELLO DI “CARLO GIULIANI FA SCHIFO ANCHE I VERMI”… TRA COACH CON CROCI CELTICHE AL COLLO, SALUTI ROMANI, SIMBOLI FASCISTI E NAZISTI SUGLI STEMMI, L’ESTREMA DESTRA DILAGA NELLA PALLA OVALE

Terremoto ai vertici della Federazione italiana American Football dopo l’inchiesta di “Repubblica” sulle ombre nere nell’ambiente delle nazionali di football americano e di flag football.
Nelle stesse ore in cui il presidente federale Leoluca Orlando ha dichiarato a nome del Consiglio federale “rifiuto, condanna e massima intransigenza” nei confronti di “atteggiamenti che possano inneggiare o esprimere condivisione del fascismo, della violenza e della discriminazione”, il vicepresidente vicario della Fidaf, Fabio Tortosa, ha annunciato le sue dimissioni “da tutti gli incarichi a me assegnati in seno alla Fidaf”.
L’ex poliziotto del G8 di Genova ha comunicato la sua decisione via social da quello stesso profilo “Giorgio Chinaglia Ostia” con il quale – come rivelato da Repubblica – il dimissionario Tortosa aveva inviato decine di messaggi di insulti e intimidatori a tesserati della Federazione, coi quali era evidentemente in disaccordo.
Nel suo lungo e polemico post, tra vittimismo e nuovi attacchi scomposti agli “organi di stampa” (questo giornale, reo di avere condotto un’inchiesta a lui evidentemente sgradita, ndr) Tortosa parla di “gogna mediatica”, di “beceri e pretestuosi attacchi alla sua persona” e di “accuse farneticanti” ai “danni del nostro sport”.
Ovviamente non smentisce nulla di quanto riportato nell’inchiesta sui saluti fascisti e sulle “esuberanze” nostalgiche di coach, team manager, atleti. Ma comunica il passo indietro e la “personale presa di posizione” “al fine di “tutelare l’integrità della nostra Federazione”.
Orlando nel suo intervento dopo la nostra inchiesta, pur non nominandolo direttamente, sembra aveva puntato l’indice proprio contro Fabio Tortosa. Queste le parole cn cui il numero 1 Fidaf ribadisce massimo rigore nei riguardi di “dirigenti Fidaf che sui social e verso la stampa assumano toni ed espressioni che esprimono intolleranza e il rifiuto ad un dialogo sereno e di civile confronto”.
Un ingrandimento che ha portato a galla diversi casi imbarazzanti – per usare un eufemismo: atleti azzurri minorenni immortalati mentre fanno il saluto romano durante un ritiro a Cecina; team manager che pubblicano fieri quelle immagini in rete; coach della nazionale maggiore che salutano col braccio teso in campo al termine dell’inno di Mameli ai campionati europei in Svezia; allenatori che sfoggiano croci celtiche al collo; episodi sempre legati a esibizioni di simboli fascisti frettolosamente e curiosamente archiviati dalla procura federale; grida naziste da parte degli atleti di alcuni club di football americano di Roma; massimi dirigenti che pubblicano messaggi social offensivi e intimidatori indirizzati a altri tesserati.
E’ il caso, quest’ultimo, del vicepresidente vicario della Fidaf, Fabio Tortosa, ex poliziotto coinvolto nel massacro all’interno della scuola Diaz al G8 di Genova (“Carlo Giuliani è uno che fa schifo anche ai vermi”).
L’uomo che dovrà giudicare gli episodi emersi – alcuni dei quali già oggetto di indagine e di procedimento disciplinare – è il Procuratore federale Stefano Palazzi. Al quale Orlando esprime “piena fiducia” certo che con il suo operato “garantirà il rispetto di regole di comportamento applicando ogni conseguente determinazione”.
Insomma: se si sta alle parole di Leoluca Orlando e al suo tempestivo intervento, è evidente che la Fidaf ha voluto correre subito ai ripari. Se davvero ci sarà tolleranza zero nei confronti di nostalgici, cuori neri e dirigenti dai modi a dir poco bruschi, staremo a vedere. Certamente è questo l’auspicio.
(da La Repubblica)

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