Gennaio 4th, 2024 Riccardo Fucile
DELMASTRO NON GLI PARLA DA GIORNI E NON GLI RISPONDE PIU’ AL TELEFONO…DOPO IL NO ALL’IPOTESI DI AUTO-SOSPENSIONE, SARA’ GIORGIA MELONI A SOSPENDERLO
Il deputato Emanuele Pozzolo al telefono con vertici di Fratelli d’Italia, disperato e con voce rotta, ha più volte giurato e spergiurato di non essere stato lui a premere il grilletto della mini revolver che ha ferito alla coscia Luca Campana, l’elettricista specializzato 31enne di Candelo, genero del caposcorta del sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro. Non solo. Ha ancora una volta smentito la ricostruzione fatta dai testimoni e dalla stessa vittima
A chi lo ha sentito ha spiegato di aver «fatto un casino» e di avere la pistola in tasca perché, visto il porto d’armi personale, è obbligato ad averla sempre appresso. Ma, parlando sempre di incidente non intenzionale, non ha mai voluto rivelare chi, secondo lui, sarebbe stato a sparare. Intanto dal primo gennaio Pozzolo non esce più di casa.
Non si è visto nella sua casa di Vercelli. Al citofono del palazzo giallo appena nascosto dalle piante, non risponde nessuno. Le tapparelle, da prima dell’ultimo dell’anno, sono abbassate e la casa vuota. Lui invece è barricato nella casa dei genitori, a Rosazza
Non ha voluto parlare con nessuno se non con i colleghi del partito. A loro avrebbe raccontato della notte in cui è avvenuto il «pasticciaccio» e anche chiesto perché il suo referente di zona, il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, con cui i rapporti sono sempre stati stretti, lo abbia invece abbandonato non rispondendogli più al telefono. Di certo non ha mai parlato di autosospensione da Fratelli d’Italia, partito di cui fa parte dal 2012.
Anche perché se ci sarà la sospensione sarà comunicata direttamente dalla premier Giorgia Meloni.Una sospensione che, tra i corridori della politica piemontese, si stima in qualche mese. «Il tempo che il caso si sgonfi» dicono . Pozzolo dovrà rispondere di lesioni colpose, accensioni ed esplosioni pericolose e omessa custodia di armi.
(da agenzie)
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Gennaio 4th, 2024 Riccardo Fucile
“IO QUELLA PISTOLA NON L’HO NEPPURE MAI VISTA, FIGURIAMOCI SE L’HO TOCCATA. COME FA UN PARLAMENTARE A DIRE UNA BUGIA SIMILE? CI SONO I TESTIMONI, HANNO VISTO TUTTO”… IL 31ENNE (CHE NON RIESCE A CAMMINARE) È PRONTO A QUERELARE. E LUNEDÌ VEDRÀ IL SUO AVVOCATO E POI ANDRA’ IN PROCURA
Si affaccia alla porta finestra per un attimo. È in piedi, le braccia si
sorreggono su un paio di stampelle dall’impugnatura verde acido. Indossa una felpa e pantaloni neri di una tuta Adidas. Alle orecchie un paio di auricolari Airpods. Lo sguardo è provato, dice di non voler parlare, poi richiude il vetro alle sue spalle e si allontana zoppicando.
Dietro alla finestra al primo piano, oltre l’inferriata marrone del balcone, si vedono i giochi dei suoi due bambini. Luca Campana, 31 anni, di Candelo (a 5 chilometri da Biella) porta addosso i segni dello sparo di Capodanno.
«È provato, non riesce a camminare, stiamo facendo il possibile perché guarisca in fretta», dicono i parenti chiusi in casa con lui insieme agli amici della coppia. Ma se le condizioni fisiche sono precarie ancora peggio sono quelle psicologiche. E non solo per lo choc di quanto accaduto la notte di Capodanno: colpito a una gamba da un proiettile «vagante» a una festa alla quale partecipava insieme alla moglie e ai due bambini.
Le dichiarazioni del deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo («Non avevo io la pistola, l’arma è caduta a terra, il colpo è partito a chi ha raccolto il revolver dal pavimento: si è sparato da solo») ieri mattina hanno fatto sobbalzare il 31enne. «Io quella pistola non l’ho neppure mai vista, figuriamoci se l’ho toccata. Come fa un parlamentare a dire una bugia simile? Ci sono i testimoni, hanno visto tutto». Uno sfogo amaro per chi oggi ha avuto la sensazione di essere stato vittima due volte.
Il suo legale, l’avvocato Marco Romanello, non ha ancora presentato querela in Procura. Un atto decisivo per permettere ai magistrati di procedere contro Pozzolo per il reato di lesioni colpose. I pm comunque indagano d’ufficio per esplosioni pericolose e omessa custodia dell’arma. Romanello incontrerà di persona lunedì il giovane ferito: «In quel momento faremo le nostre valutazioni, abbiamo 60 giorni di tempo. Non ho ancora avuto modo di parlare con calma con Luca. È sotto choc e adesso ha bisogno di stare tranquillo», spiega il legale.
Luca Campana è il genero del caposcorta del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, sempre di Fratelli d’Italia. Era stato lui ad invitarli domenica sera all’ex asilo nido di Rosazza, sede della Pro loco, dove Delmastro e la sorella Francesca (che è sindaca del paese della Valle Cervo) aveva organizzato un piccolo veglione di San Silvestro.
Un evento «privato» e «casalingo» con il cibo portato da casa dagli invitati, poco più di una ventina. Non un appuntamento aperto al pubblico tanto che neppure era stata fatta la segnalazione alla Questura di Biella sulla presenza del sottosegretario e della sua scorta. Tutti i commensali avevano portato i bambini. E anche Luca Campana e la moglie Valentina si erano presentati con i due figli. Quando è partito lo sparo loro erano in un’altra area del palazzo. Non hanno assistito direttamente al ferimento del papà e alle concitate fasi dei soccorsi. Però hanno sentito il colpo, confuso con quello di fuochi d’artificio e petardi.
(da agenzie)
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Gennaio 4th, 2024 Riccardo Fucile
“NON E’ CONGENIATA IN MODO TALE CHE POSSA PARTIRE UN COLPO ACCIDENTALMENTE”
Mentre l’inchiesta sullo sparo di Capodanno coordinata dalla procura di Biella è ancora nella fase embrionale, la dichiarazione spontanea resa ai carabinieri dal deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo (“la pistola è caduta in terra, il ferito l’ha raccolta ed è partito il colpo”) solleva un quesito, banale quanto sostanziale.
La North american arms, la mini-pistola da borsetta calibro 22 di Pozzolo che ha sparato la notte di Capodanno nella sala della Proloco di Rosazza, ferendo alla coscia sinistra Luca Campana, 31 anni, elettricista specializzato e genero del capo scorta del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, è congeniata in maniera tale che il colpo possa partire accidentalmente? Insomma, la pistola avrebbe potuto sparare da sola?
La risposta degli investigatori è secca: “no”. Questo proprio in virtù della meccanica di quel particolare modello di pistola. Per quanto piccola, della grandezza di un accendino, capace di stare nel palmo di una mano, la North american arms è pur sempre un revolver a tamburo. Per armare il colpo in canna è necessario alzare il ‘cane’, premendo forte verso il basso, con il pollice, la leva appena sopra il calcio. Solo così si inserisce il colpo in canna. Dopodiché occorre tirare il grilletto per azionare il percussore sul proiettile e far partire lo sparo.
Secondo i primi rilievi, il colpo che ha ferito Campana sarebbe stato esploso con l’arma parallela al pavimento, da un’altezza di almeno 80 centimetri o un metro: una traiettoria compatibile con una persona che impugna il revolver da seduta, non con l’arma posata sul pavimento. Men che meno il ferimento di Campana sarebbe compatibile con una traiettoria da rimbalzo.
Tornando al quesito iniziale e alla conformazione della pistola, occorre aggiungere la seconda riflessione degli investigatori. La North american arms è un revolver a tamburo, non una semiautomatica per armare la quale occorre tirare indietro il carrello sul dorso della pistola che ha due funzioni: da una parte, dopo ogni colpo, estrae dalla camera di sparo il bossolo ormai spento, dall’altra porta un nuovo proiettile presente nel caricatore sotto il calcio nella camera di cartuccia, pronta a esplodere un nuovo colpo.
Se la pistola di Pozzolo fosse stata una semiautomatica, secondo gli esperti dell’Arma un caduta accidentale avrebbe anche potuto ingenerare l’esplosione del colpo. Cosa tecnicamente impossibile, invece, per una pistola a tamburo con il cane abbassato.
Qualcuno insomma, ha armato la pistola e ha tirato il grilletto. Per il momento almeno due testimoni inchiodano Pozzolo.
(da Open)
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Gennaio 4th, 2024 Riccardo Fucile
L’ECONOMIA SOMMERSA VALE 173 MILIARDI DI EURO, IL 9,5% DEL PIL… SOTTOFATTURAZIONE E LAVORO IRREGOLARE LE PRIME CAUSE
Nel 2021, l’evasione ha tolto allo Stato italiano 83,6 miliardi di euro.
Questo è il dato più aggiornato e comunicato ieri dal ministero dell’Economia in un aggiornamento della Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva.
Gli 83,6 miliardi sono il cosiddetto tax gap, cioè la differenza tra quanto lo Stato si aspetterebbe di incassare e quanto invece viene versato davvero.
Nel 2021, per la precisione, mancavano 73,2 miliardi di entrate tributarie e 10,4 miliardi di evasione contributiva. Per un totale, appunto, di 83,6 miliardi di euro.
Sono due i motivi principali che hanno contribuito al valore aggiunto dell’economia sommersa. Da sola, la sotto-fatturazione vale il 52,6% del totale, più della metà. L’impiego irregolare di lavoratori, invece, ha contribuito per il 39,2%: c’è stato l’equivalente di 2,99 milioni di lavoratori a tempo pieno in nero. Hanno avuto un peso molto più ridotto (8,3%) le mance e gli affitti in nero.
In generale, anche l’economia sommersa è ‘ripartita’ dopo la pandemia: il suo valore aggiunto è arrivato a 173,9 miliardi di euro, ovvero 16,5 miliardi in più del 2020. Il sommerso è stato pari al 9,5% del Pil italiano, proprio come nel 2020.
In numeri assoluti, un tax gap che non è sceso è quello dell’Irpef. Al contrario, la differenza tra quanto ci si aspettava e quanto lo Stato ha incassato è salita di circa 2 miliardi di euro. In gran parte, questo è legato all’Irpef che avrebbero dovuto versare i lavoratori autonomi e le imprese in regime di flat tax.
Guardando ai singoli settori, è leggermente sceso il sommerso (-1,2 punti percentuali) in diversi ambiti che normalmente sono critici da questo punto di vista: agricoltura, costruzioni e commercio, ma anche trasporti, alloggio e ristorazione.
L’evasione invece è aumentata (+1,2 punti percentuali) tra i servizi professionali, scientifici, tecnici e di supporto alle imprese.
(da Fanpage)
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Gennaio 4th, 2024 Riccardo Fucile
SUL POTERE D’ACQUISTO IL 53% BOCCIA IL GOVERNO MELONI, SOLO IL 35% LO ASSOLVE
Economia e lavoro sono il problema più urgente per gli italiani
Lo rivela il sondaggio annuale realizzato da Ipsos per il Corriere della Sera, sulla “agenda delle priorità” degli italiani.
Dovendo citare i tre problemi più urgente per l’Italia, il 56% ha parlato di lavoro ed economia. È la risposta più frequente di tutte, ma un anno fa il dato era al 66%. L’anno prima al 74%. Insomma, nel 2023 la situazione economica è rimasta il pensiero principale ma molti altri si sono fatti spazio.
Al secondo posto, infatti, c’è la sanità con il 31% delle risposte. Questo tema era molto frequente negli anni della pandemia (57% nel 2020), ma l’anno scorso era tornato più in basso con il 21%.
Invece quest’anno, complici forse gli scioperi dei medici, gli scarsi fondi messi in manovra, le liste d’attesa ancora lunghissime, la grande difficoltà della sanità pubblica e anche un ritorno dei casi di Covid-19, c’è stato un nuovo salto in avanti.
Chiude il podio la “tenuta del potere d’acquisto”, quindi l’aumento dei prezzi rispetto ai salari e le pensioni. È una risposta meno frequente rispetto a un anno fa (il 30% contro il 42%), cosa normale dato che a fine 2022 l’inflazione era su livelli altissimi e nell’ultimo anno è scesa progressivamente. Ma è comunque parecchio in alto.
D’altra parte, gli stipendi continuano a rimanere in gran parte fermi o quasi, mentre il calo dell’inflazione non significa una discesa dei prezzi, ma solo un aumento più lento.
Su questo punto c’è anche un giudizio politico sul governo Meloni. Quando viene chiesto di dare un voto all’operato del governo di centrodestra sull’inflazione, abbondano le insufficienze. Il 53% boccia l’esecutivo, con un voto da 1 a 5, mentre il 35% dà un voto positivo.
L’immigrazione è passata dal 18% al 27%: in un anno in cui il governo Meloni si è impegnato molto pubblicamente sul tema, gli sbarchi di persone migranti sono aumentati e gli italiani risultano più preoccupati di prima.
Anche welfare e assistenza, nell’anno della fine del reddito di cittadinanza, hanno visto un aumento dal 19% al 25%. Infine, la preoccupazione sulle questioni di sicurezza è aumentata dal 13% al 21% degli intervistati.
Nella sezione dedicata alle guerre in corso, il 50% dice che tra Russia e Ucraina non appoggia “nessuna delle due parti”, mentre il 40% appoggia Kiev e il 9% Mosca. L’invio di armi all’Ucraina ottiene una risposta più mista: il 29% è favorevole, il 46% contrario, il 25% non si esprime. Guardando a Israele e Palestina, invece, il 45% degli intervistati pensa che la risposta militare israeliana a Gaza sia “sproporzionata rispetto al diritto di Israele di difendersi”. Appena il 6% pensa che l’Italia dovrebbe appoggiare Israele, con il 46% che pensa che la priorità sia cercare una mediazione e il 15% che vorrebbe “condannare Hamas, ma appoggiare la causa palestinese”.
(da Fanpage)
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Gennaio 4th, 2024 Riccardo Fucile
QUANDO SALVINI INSULTAVA IL RE DELLE CLINICHE PRIVATE… POI IMPROVVISAMENTE DIVENTA EDITORE DI GIORNALI SOVRANISTI E ALLORA SCOPPIA L’AMORE
Nel 2015 Vittorio Sgarbi, oggi sottosegretario alla Cultura, definì
Denis Verdini una «scorreggia fritta», «un ladrone». Parole, come di consuetudine per il critico d’arte, a dir poco offensive.
Ma anche Matteo Salvini aveva armato il bazooka degli insulti contro l’allora leader di Ala, spalla politica del governo guidato da Matteo Renzi. Da allora però sono accadute molte cose che hanno prodotto un’intesa, che oggi non passa solo per il fidanzamento di Salvini con Francesca Verdini, la figlia di Denis, ma anche dall’incrocio con Antonio Angelucci, re delle cliniche private ed editore di riferimento della destra in grande espansione. Angelucci ha un passato in Forza Italia, oggi parlamentare leghista, oltre che grande finanziatore, e amico dell’ex senatore Verdini.
GLI INSULTI DI MATTEO
Dalle parti di Fratelli d’Italia, la Lega è stata da tempo ribattezzata il partito dei Verdini. Lo ritengono, con buona pace delle smentite, il vero demiurgo in grado di garantire al leader leghista relazioni, contatti e purtroppo, facile prevederlo, inevitabile bufere politiche.
Lo dimostra l’indagine della procura di Roma che vede indagato Denis Verdini e il figlio Tommaso, attualmente ai domiciliari. I Verdini, è la tesi dei pm, avevano messo le mani su Anas, la società controllata dal ministero delle Infrastrutture, guidato proprio dal genero Salvini. Nella maggioranza, perfino nella Lega, storcono il naso per l’ingenuità politica di Salvini che si è messo a prendere consigli da chi, con due condanne definitive, era stato stampella del governo Renzi.
Vecchi nordisti del partito ironizzano: «Siamo passati da Bossi a Verdini». All’epoca il leader leghista aveva scatenato la bestia contro il coordinatore del Pdl e poi leader del partitino Ala, sostenitore della riforma costituzionale renziana, bocciata dal referendum.
«Fini, Alfano e Verdini: mi fanno schifo i traditori», diceva Salvini nel 2015. E poi, nell’ordine, aveva bollato così l’ex berlusconiano: «Traditore», «voltagabbana», «riciclato», «residuato da prima repubblica», «vada a casa, in cantiere».
Quando erano cominciati i guai seri di Verdini nelle aule di giustizia, i leghisti non nascondevano un certo disprezzo. E Salvini aveva assicurato tutti: «Verdini? Non nella Lega», «Chi ha fregato una volta ti frega la seconda», diceva. Una Cassandra. L’avvicinamento tra i due non è solo segnato dal fidanzamento di Salvini con Francesca Verdini, ma è stato anche suggellato da Antonio Angelucci, amico di Verdini da anni.
VERDINI E ANGELUCCI
Nel 2016, sull’isola di Ponza, durante un’intervista con Verdini mattatore, nel pubblico c’era l’imprenditore della sanità privata. Insieme avevano militato nel partito berlusconiano. Oltre la militanza c’è l’amicizia e anche aiuti economici: cinque milioni di euro di prestito quando Verdini era in difficoltà con il Credito fiorentino. Cene, incontri, chiacchierate, al bar Ciampini, in piazza San Lorenzo in Lucina, dove Verdini ha bevuto per anni il caffè di buon mattino sfogliando giornali, incontrando amici e dettando l’agenda.
Un’agenda fatta di inciuci, passaggi di casacca. Tutto questo in una parola è il “verdinismo”. L’ex coordinatore del Pdl, a differenza di Salvini che prende i voti infiammando le piazze e poi rimangiandosi ogni promessa, non ha mai nascosto la sua condotta, ha sempre avversato i populismi e, nel 2018 visto il compromesso quadro giudiziario, aveva deciso di non ricandidarsi alle elezioni politiche tornando alle vecchie passioni. «Vede a me non piacciono né donne né gioco, mi piace la puzza dei giornali», diceva.
Proprio nel 2018 è diventato presidente del gruppo editoriale della famiglia Angelucci, che editava all’epoca di Libero e oggi Il Giornale, il Tempo ed è in corsa per nuove acquisizioni. Per Angelucci, con la Lega diventata partito dei Verdini, il passaggio al Carroccio è stata una scelta naturale, con Forza Italia al tramonto.
Della Lega è anche uno dei primi finanziatori, nel 2022 ha versato 40 mila euro, nel 2023 altri 10 mila. Proprio a casa Angelucci, Salvini ha organizzato a settembre una cena di partito con ministri e deputati leghisti. È l’ultima giravolta del camaleonte Salvini: si è convertito al verdinismo dopo averlo ricoperto di insulti.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 4th, 2024 Riccardo Fucile
“COSA FACCIO NEL MIO TEMPO LIBERO, DI SERA, HATER DI MERDA, SONO FATTI MIEI” … POI MANDA A QUEL PAESE UN “CRETINO” PRIMA DI SCATENARSI: “LA INFORMO, COGLIONE…”… QUESTO ERA QUELLO CHE IN FDI SIGNORILE E PRESENTABILE?
Guido Crosetto scatenato su Instagram. Il ministro della Difesa risponde duramente a diversi commenti a un suo post su una partita a Burraco. Albertinothorrino commenta sarcastico: «Ministro nel frattempo la informo che Putin ha invaso l’Ucraina ormai da mesi e la guerra è finita. Buon anno».
E qui arriva la reazione del co-fondatore di FdI: «La informo, coglione, che se alle 11 di sera decido di rilassarmi, lo posso fare senza che uno come lei si permetta di scrivere schifezze così». Controreplica l’utente: «Ministro anzitutto io non l’ho offesa».
Ma albertinothorrino non è l’unico a finire nel mirino del ministro. «Con tutti i problemi che abbiamo in Italia», commenta cicaladario. E Crosetto ribatte: «Problemi di cui mi occupo sempre, stia tranquillo. Cosa faccio nel mio tempo libero, di sera, hater di m… sono fatti miei. Si faccia una vita propria».
Non c’è due senza tre e così ad andrea_falconero che scrive: «Ma fai sul serio? mamma mia senza parole», Crosetto risponde: «Ma vada a quel paese, cretino».
E Crosetto ne ha anche per glaera1962 che definisce il post del ministro «da liceale». «Non è da liceale ignorante, è da persone che si rilassa alle 11 di sera con gli amici. Da liceale sfigato e invidioso è la sua risposta».
(da Il Corriere della Sera)
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Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile
LE 157.652 PERSONE SBARCATE NEL 2023 SONO IL DATO PIÙ ALTO DAL 2016 … DEI 10 NUOVI CENTRI PER IL RIMPATRIO PROMESSI DA PIANTEDOSI NON C’È TRACCIA E I MIGRANTI RISPEDITI A CASA NEGLI ULTIMI 12 MESI SONO STATI APPENA 4.000… ACCORDI CON I PAESI DI ORIGINE? ZERO… E IL VIMINALE NON CHIEDE NEANCHE PIU’ LA CAUZIONE DOI 5.000 EURO DOPO LE BOCCIATURE DEI TRIBUNALI
I 157.652 sbarcati del 2023 (mai così tanti dal 2016) non sono l’unico
fallimento della politica migratoria del governo Meloni.
A parte gli accordi con Paesi che, calpestando i diritti umani, fanno il lavoro sporco per l’Italia contrabbandando come soccorsi in mare quelli che non sono altro che respingimenti vietati dalle convenzioni europee, tutti gli obiettivi annunciati sono stati mancati.
I Cpr al palo
Dei dieci nuovi centri per il rimpatrio, uno per regione, di cui il governo favoleggia da quando si è insediato, non c’è traccia. I 5,4 milioni di euro stanziati un anno fa nella legge di bilancio per la costruzione, acquisizione, ristrutturazione di immobili da adibire a Cpr sono rimasti nel cassetto e della lista di strutture che il ministero della Difesa è stato incaricato di individuare nelle varie regioni non si è saputo più nulla.
Qualche struttura, lì dove gli amministratori sono favorevoli, da Bolzano a Ferrara, da Albenga a Crotone, è stata sottoposta al Viminale, ma oltre ai sopralluoghi non si è andati.
Nel frattempo il governo prevede di investire per il 2024 nella gestione di quelli che ci sono, veri e propri lager come racconta la recente inchiesta su via Corelli a Milano, 32 milioni di euro.
I rimpatri
Circa 4.000 i migranti rimandati a casa nel 2023, nulla rispetto ai 157.000 sbarcati e agli espulsi che di fatto restano sul territorio italiano. Piantedosi vanta un aumento del 15% rispetto al 2022, ma appena il 50% delle persone rinchiuse nei Cpr poi viene rimpatriata. E questo a dispetto dell’allungamento dei tempi di detenzione amministrativa fissati dal decreto Cutro.
Le procedure accelerate
Ricordate la cauzione di 5.000 euro chiesta ai migranti provenienti dai Paesi sicuri per attendere in libertà l’esito delle procedure accelerate di frontiera, pilastro del decreto Cutro per rispedire entro 30 giorni a casa persone che non hanno diritto alla protezione?
Ovviamente nessuno li ha versati anche perché — dopo le ripetute bocciature dei giudici delle sezioni immigrazioni — il Viminale ha di fatto rinunciato ad applicare queste procedure in attesa che la Cassazione si pronunci il prossimo 30 gennaio.
Gli accordi con i Paesi d’origine
Neanche uno. La collaborazione con i Paesi di origine e transito citata ad ogni dichiarazione di intenti dalla premier e ministri competenti non ha prodotto assolutamente nulla. Eppure stringere patti con Paesi come Guinea, Costa d’Avorio e Bangladesh, da cui quest’anno sono arrivati quasi un terzo di tutti i migranti sbarcati, sarebbe l’unico modo per rendere effettive le espulsioni.
I diritti umani
Lo ha ricordato il presidente della Repubblica Mattarella nel discorso di Capodanno: «La tutela dei diritti umani è irrinunciabile per la Repubblica ». Ma nel 2023 sono state diverse le sentenze della Corte europea che hanno condannato l’Italia per la detenzione illegale di minori migranti, per trattamenti inumani e degradanti nei Cpr e nei centri di accoglienza.
(da agenzie)
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Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile
L’AUTRICE HA PASSATO 30 GIORNI AL SEGUITO DI MATTEO SALVINI
Un mese con un populista (Tab edizioni, 2023, pp. 267, € 20) racconta un’esperienza estrema: l’autrice, Anna Bonalume, ha passato trenta-giorni-trenta (complessivi, a tutto c’è un limite) in tournée con Matteo Salvini, durante le Regionali emiliane e calabresi del 2020.
A che pro, direte voi? Per spiegarne il mistero: ossia, come un maschio lombardo senz’arte né parte, né bello né intelligente né simpatico né ricco, abbia potuto scalare i vertici della Lega nord di Bossi, prenderla al 4%, trasformarla in Lega per Salvini premier, portarla al 34% nel 2019 e, dopo averne combinate più di Bertoldo in Francia, restare comunque vicepremier di Giorgia Meloni, e condizionarne la politica al punto di imporle la recente rottura con la Ue sulla ratifica del Mes.
In Francia, dove il libro è uscito nel 2022, Salvini pare come l’ennesimo fenomeno da baraccone italiano: non siamo proprio noi, la patria del populismo? Con questa differenza, però: che mentre Berlusconi aveva tutte le doti che a Salvini mancano, e poteva dire ai propri fan “Un giorno sarete come me”, Salvini no, dio ce ne scampi, lui dice l’esatto contrario, “Io sono come voi”, anzi, pure un po’ peggio. Qui apparentemente il mistero s’infittisce, ma era già risolto nel mio Come internet sta uccidendo la democrazia (Chiarelettere, 2020, € 16, quattro euro di meno!): Salvini non è un populista, è il Populismo stesso, colui che ne ha portato le tecniche d’imbonimento al livello di un’arte.
Le immagino già, le reazioni dei professoroni più professoroni di me: ma che sarà mai questo populismo, quanto durerà ancora, un mese?, un anno? Bonalume risponde: Salvini, in campagna elettorale – dunque sempre, perché è sempre in campagna elettorale – va a dormire alle due e si alza alle sette del mattino, è continuamente in televisione e sui social, fa anche dieci-dodici comizi al giorno, parla un quarto d’ora e il resto è selfie, selfie infiniti, cambiando abito e slogan a seconda del pubblico. Una vita di melma (in inglese slime, cfr. p. 258), fra l’altro, sempre al servizio dell’uditorio, che però lo ripaga credendogli, oh se gli crede, anche contro i propri interessi, pure contro il buon senso…
Dissolto così il mistero Salvini, sorta di mago Houdini, che ha portato il populismo ai vertici dell’arte s’incontra il dilemma, forse il trilemma, sui modi per guarirne: perché ci sono almeno due terapie, forse tre, ma tutte insoddisfacenti.
La prima è far finta di niente, come i professoroni di cui sopra, tanto prima o poi il fenomeno si sgonfierà: ottimo, se non fosse che intanto la democrazia muore, e l’Italia va a donne di facili costumi, se si può dire. La seconda è demonizzarlo, pure lì pensando che prima o poi si darà la zappa sui piedi, come al Papete, o che la sua migliore allieva, Giorgia Meloni, lo smonti pezzo per pezzo. Ma, pure lì, quando? Prima o dopo il definitivo trasloco dell’Italia nel Terzo Mondo?
Ci sarebbe anche una terza terapia, proposta in Come internet, quando la democrazia già boccheggiava ma dava ancora segni di vita: fare come lui, anzi cercare di superarlo. Soluzione solo apparentemente facile, pure Crozza ci riesce, confesso che d’ogni tanto ci ho provato anch’io, ma poi il mio psichiatra me lo ha vietato, provoca delirio d’onnipotenza, e se è per questo anche il mio gastroenterologo, per via di tutta quella polenta con gli osei (al nord) e baccalà (al sud) di cui si è costretti a ingozzarsi per apparire più bulimici di lui.
Ma la vera controindicazione è un’altra: se tutti i politici diventassero populisti, certo, Salvini potrebbe anche perdere definitivamente, ma quel punto avrà vinto lui, cioè il Populismo in persona, e della democrazia finirebbe per parlarsi nei libri di storia, e qualche studente la confonderebbe con le crociate, o con le favorite di Luigi XV.
(da Il Fatto Quotidiano)
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