Destra di Popolo.net

L’OMBRA DI PUTIN INCOMBE SU MARINE LE PEN: UN’INCHIESTA DEL “WASHINGTON POST”, BASATA SU “DOCUMENTI DEL CREMLINO OTTENUTI DA UN SERVIZIO DI SICUREZZA EUROPEO”, RILANCIA LE ACCUSE SUI LEGAME TRA MOSCA E RASSEMBLEMENT NATIONAL

Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

LA RUSSIA USEREBBE IL PARTITO DI ESTREMA DESTRA FRANCESE PER DIFFONDERE LA PROPRIA PROPAGANDA… I 10 MILIONI DI EURO CHE L’ALLEATA EUROPEA DI SALVINI OTTENNE NEL 2014 DALLA BANCA RUSSO-CECA FCBR

A circa cinque mesi dalle prossime elezioni europee, sul Rassemblement National di Marine Le Pen torna ad aleggiare lo spettro della Russia. Un legame, quello tra Mosca e il partito di estrema destra francese, che resta ben saldo secondo un’inchiesta del Washington Post, basata su dei «documenti del Cremlino ottenuti da un servizio di sicurezza europeo».
Nel mirino di quella che sembra essere una strategia concepita su scala europea ci sarebbe il sostegno occidentale all’Ucraina e le sanzioni alla Russia, da scalfire agli occhi dell’opinione pubblica attraverso una campagna di comunicazione portata avanti sui social network con l’aiuto di partiti di estrema destra.
La testa d’ariete scelta per scardinare in Francia sarebbe proprio il Rassemblement National. Ma per la formazione, oggi guidata dal presidente Jordan Bardella, si tratterebbe solo di un “complotto”. «Il nostro obiettivo è che l’Ucraina ritrovi la sua indipendenza, la sua sovranità e le sue frontiere», ha reagito ai microfoni di Sud Radio il portavoce, Laurent Jacobelli.
Marine Le Pen aveva preso le distanze da Vladimir Putin due anni fa subito dopo l’aggressione all’Ucraina, cercando di scrollarsi di dosso le accuse che la volevano connessa al Cremlino, soprattutto per il prestito da circa 10 milioni di euro ottenuto nel 2014 dalla banca russo-ceca Fcbr, rimborsato a settembre ad Aviazapchast, società specializzata in componenti per aerei che aveva acquisito il debito.
Critiche riemerse dopo l’inchiesta del Washington Post: Renaissance, partito della maggioranza macroniana, in una serie di tweet ha evocato il «ruolo preponderante» svolto dagli avversari per «diffondere la propaganda di Putin». Che potrebbe emergere nei prossimi mesi di campagna elettorale in vista delle europee di giugno.
(da agenzie)

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IMMUNITA’ PARLAMENTARE: COME UNA GARANZIA DEMOCRATICA E DIVENTATA IMPUNITA’ DELLA CASTA

Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

L’ORIGINE E’ SERIA, ORA E’ DIVENUTA UN PRIVILEGIO E UNA GARANZIA DI IMPUNITA’

L’origine è seria. Poi, però, nel corso degli anni una garanzia è diventata un privilegio. L’immunità parlamentare, infatti, è un principio fondamentale in molte democrazie che mira a proteggere i membri del parlamento dall’arresto o dalla persecuzione legale per le loro opinioni politiche o per le azioni compiute nel corso del loro mandato parlamentare.
Questo principio ha una storia lunga e complessa che affonda le radici nel desiderio di garantire l’indipendenza del potere legislativo rispetto a quello esecutivo e giudiziario, così come nel tentativo di preservare la libertà di espressione e il dibattito politico.
Gia nell’antica Roma e nell’antica Grecia c’erano meccanismi e pratiche che offrivano una certa forma di protezione per i membri dell’assemblea o dei consigli decisionali.
Nelle poleis come Atene, gli strateghi (comandanti militari) e alcuni altri funzionari pubblici potevano godere di un certo grado di inviolabilità durante il loro mandato. Questo privilegio era principalmente finalizzato a garantire che potessero agire senza interferenze o rappresaglie politiche durante la loro gestione.
In Italia le cose cambiarono con l’avvento del fascismo. E Antonio Gramsci, ad esempio, il 27 novembre fu arrestato dalla polizia fascista e condannato a 20 anni di carcere dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato in piena violazione dell’immunità parlamentare in quanto deputato. Quindi Mussolini non rispettò l’immunità per disfarsi degli oppositori politici,
Su volontà di Erdogan il 20 maggio 2016, il Parlamento turco approvò un emendamento costituzionale che rimuoveva l’immunità parlamentare per i deputati sotto inchiesta per reati di terrorismo. L’emendamento fu proposto dal partito di governo Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan e fu approvato con una maggioranza superiore ai 2/3 dei seggiL’emendamento era stato fortemente criticato dall’opposizione, che lo vedeva come un tentativo di Erdogan di silenziare i suoi oppositori politici. L’Hdp, il principale partito di opposizione in Turchia, aveva 59 deputati sotto inchiesta per reati di terrorismo. L’emendamento apriva la strada all’arresto di questi deputati, tra cui il leader dell’Hdp, Selahattin Demirtas.
Quindi, come detto, l’immunità parlamentare prevista dall’ordinamento italiano all’articolo 68 della Costituzione come forma di garantia e tutela della libertà politica.
Poi i tempi sono cambiati e per qualcuno l’immunità parlamentare è diventata impunità parlamentare. Non senza atteggiamenti da casta che tanto indeboliscono la democrazia e rafforzano il populismo che, in quanto populismo, è sempre reazionario.
L’immunità nasce per poter fare liberamente e senza interferenze l’attività parlamentare. Finisce per proteggersi da reati comuni. Altro che Gramsci.
(da Globalist)

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NEI CORRIDOI DI MONTECITORIO IL SOTTOSEGRETARIO MELONIANO DELMASTRO, CHE INFILA GAFFE UNA DIETRO L’ALTRA, DA COSPITO A POZZOLO, È SOPRANNOMINATO “SATANELLO”, PER IL SUO CARATTERE GUASCONE E PER GLI SLANCI “FUTURISTI

Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

DA GIOVANE SI FINSE COMUNISTA PER SOSTITUIRE I CARTELLONI DI MAO CON LE FOTO DI D’ANNUNZIO… QUANDO DISSE DI VOLER PRENDERE A “CALCI NEL CULO” IL COMITATO TECNICO SCIENTIFICO E QUELLA VOLTA CHE SI BARRICÒ A MONTECITORIO CON IL TRICOLORE URLANDO CONTRO FICO: “NON L’AVRAI MAI”

Andrea Delmastro Delle Vedove, cognome chilometrico. La tentazione di aggiungere Serbelloni Mazzanti Viendalmare è di una malignità gratuita che manco Lucignolo, perché nulla lo accomuna alla contessa di fantozziana memoria. Se non la sfortuna, la iella e quel malocchio che non se ne va nemmeno con il sale, con l’aglio e con le litanie in dialetto.
Sfortuna, che te lo eri orchestrato bene il giochetto con il tuo compagno di stanza. Te ne stai lì, in cucina, con Donzelli che fa il caffè e gli dici: «Dai, Giovanni, metticela un po’ di miscela, che sennò viene acqua acqua». E intanto, mentre aspetti che esca, gli racconti delle registrazioni di Cospito al 41 bis. Donzelli abbocca, o fa finta di abboccare, e le sciorina a Montecitorio. Apriti cielo, ti ritrovi le opposizioni che chiedono le dimissioni da sottosegretario alla Giustizia e un rinvio a giudizio per rivelazione del segreto d’ufficio.
Iella. Chiami «Capitan Fracassa» il procuratore della Corte dei conti che aveva aperto un fascicolo sull’assessora regionale di FdI, Elena Chiorino, che aveva deliberato l’acquisto di libri sulla storia di un martire delle foibe da donare alle scuole, poi bloccato per Covid, e ti tocca un processo per diffamazione.
La notte del cenone ti carichi due bustoni di cibo rimasto dal cenone da infilare in macchina ché, «ragazzi, io ve lo dico, il pranzo del primo dell’anno ve lo fate con gli avanzi». E in tua assenza un deputato di FdI […] si mette a mostrare una pistoletta con il colpo in canna. Piccola, sì, ma che spara proiettili veri, e non si sa come azzoppa un commensale. Ambulanza, polizia, carabinieri, bufera politica. E questo, scusate, è proprio malocchio.
(da agenzie)

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VIVO, MORTO O “X”? LA PIATTAFORMA COMPRATA DA ELON MUSK (IL FU TWITTER) HA PERSO IL 71,5% DEL SUO VALORE DA QUANDO IL MILIARDARIO CI HA MESSO LE MANI SOPRA

Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

MR TESLA HA ACQUISTATO IL SOCIAL PER 44 MILIARDI NELL’OTTOBRE 2022, ORA NE VARREBBE “SOLO” 12,5 – LA VALUTAZIONE È AVVENUTA DOPO CHE MUSK È STATO ACCUSATO DI ANTISEMITISMO E MOLTE AZIENDE HANNO SMESSO DI INONDARE DI SOLDI “X”

Il social media X, ex Twitter, ha perso oltre il 71,5% del suo valore da quando è stato acquistato da Elon Musk. Lo rivela il fondo comune Fidelity, che possiede una partecipazione in X Holdings, secondo una rivelazione del sito Axios. Musk ha acquisito Twitter per 44 miliardi di dollari nell’ottobre 2022 e ha ribattezzato la piattaforma X nel luglio 2023. La stima di Fidelity collocherebbe il valore di X a circa 12,5 miliardi di dollari.
La valutazione di Fidelity deriva da un documento datato fine novembre 2023, ha riferito Axios, relativo alle conseguenze di una serie di importanti aziende che hanno fatto retromarcia sulla pubblicità dopo che Musk ha appoggiato un post sulla teoria del complotto antisemita. L’imprenditore, in una intervista nel corso di un evento a New York, ha risposto al boicottaggio dicendo alle aziende di “andare a farsi fottere”.
Musk è l’uomo più ricco del mondo. Secondo la classifica di Forbes ha un patrimonio netto di 251 miliardi di dollari. Quando ha acquisito Twitter, l’imprenditore ha detto che il compito era “cercare di aiutare l’umanità”. Dopo l’acquisizione, Musk ha reintegrato un numero di persone precedentemente bandite dalla piattaforma, tra cui l’ex presidente Donald Trump e il teorico della cospirazione di destra Alex Jones.
(da agenzie)

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ALLUVIONE. LA RICOSTRUZIONE E’ AL PALO, IL VICE-FIGLIUOLO LASCIA

Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

DIMISSIONI DEL DIRETTORE OPERATIVO… DEI 1,2 MILIARDI ANNUNCIATI NON SE NE SA NULLA

Ieri è stato il presidente della Toscana, Eugenio Giani a lanciare l’ultimo allarme, dall’edizione fiorentina di Repubblica. Il 23 novembre scorso la premier Giorgia Meloni aveva annunciato un ulteriore stanziamento di 1,2 miliardi di fondi attinti dal Pnrr a favore delle aree alluvionate della Romagna, delle Marche e della Toscana, dal 2 al 17 maggio, e poi dal 2 al 5 novembre. Ma da allora, nulla.
Non si sa se quei fondi siano aggiuntivi o sostitutivi di quanto già messo in campo. Né, dunque, se dovranno essere soggetti alla rendicontazione, complessa, prevista per tutti gli interventi finanziati con le risorse del Pnrr, con tempi molto più lunghi. “La parola alluvione sembra essere stata cancellata dal lessico del governo, il tema è stato derubricato”, dice il sindaco di Ravenna Michele De Pascale. A sua volta il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ieri denunciava che da Roma fino ad ora sono arrivati solo 30 milioni di euro a fronte di 2 miliardi di danni. “Stiamo sopperendo all’assenza del governo – ha detto Giani – Abbiamo già stanziato 75 milioni per imprese e famiglie, altri 110 milioni per interventi di somma urgenza”. Tutto procede drammaticamente al ralenti. L’emiliano Galeazzo Bignami (FdI, vice ministro delle infrastrutture e dei trasporti) ci ha messo la faccia garantendo che agli alluvionati della Romagna (qui i danni ammontano a 8,5 miliardi, coperti con nemmeno 4 dal governo) sarebbe arrivato anche il risarcimento dei beni mobili – auto, cucine, elettrodomestici, mobili e arredi – e non solo quello per gli immobili. Poi è stato il turno della sua collega di partito, la cesenate Alice Buonguerrieri, che ha impegnato il governo, con un ordine del giorno, ad assicurare indennizzi per tutti quei beni per i quali il commissario alla ricostruzione, il generale Francesco Figliuolo, ha dato il via libera alle perizie ma senza paracadute. Ma nulla, a tale proposito, è stato previsto nella legge di Bilancio. E gli indennizzi restano confermati solo per gli immobili e i macchinari delle imprese, in quanto beni strumentali.
Questa attesa Figliuolo la consuma senza il suo direttore operativo, colui al quale tutti si rivolgevano, quello che scriveva le ordinanze. Il generale Domenico Ciotti si è infatti dimesso in dicembre, all’improvviso. “Siamo rimasti tutti spiazzati”, dice Davide Baruffi, sottosegretario alla presidenza della Regione Emilia-Romagna, dando voce al timore che la dipartita di Ciotti possa rallentare la già lenta e difficile ricostruzione. Al suo posto, almeno per ora, c’è un altro generale, Gabriele Cosimo Garau, capo di gabinetto di Figliuolo. Quanto agli alluvionati, quelli romagnoli continuano ad aspettare, quasi ai nastri di partenza per quanto riguarda i risarcimenti. Fino ad ora hanno ricevuto solo i 5 mila euro del Cis, il contributo di immediato sostegno messo a disposizione dalla Protezione civile. Non hanno ancora visto nulla degli anticipi – 20 mila euro per i privati, 40 mila per le imprese – degli indennizzi, fino ad un massimo complessivo di 700 milioni di euro in totale, che saranno assicurati attraverso il credito di imposta spalmato su 25 anni. Non hanno visto nulla, però, nemmeno dei 48 milioni di euro per le auto danneggiate frutto di donazioni private: somma a disposizione della Regione e fruibile, secondo i comitati riuniti delle popolazioni alluvionate, già dal luglio scorso ma ferma a causa delle lunghe verifiche al Pra, il registro, sulle intestazioni delle automobili. “Ci stanno facendo morire di burocrazia”, protesta Danilo Montevecchi, del comitato di Faenza. Fino ad ora sono poco più di 1.900 le domande di risarcimento inoltrate attraverso la piattaforma Sfinge, la stessa – messa a punto dalla Regione – dopo il terremoto che ha colpito l’Emilia nel 2012. Poche, pochissime. “I tecnici degli ordini professionali non si assumono la responsabilità di fare le perizie perché le procedure disposte da Figliuolo non sono chiare – prosegue Montevecchi – e fanno domande alla struttura commissariale, che risponde attraverso le faq. Ma è complessa e macchinosa anche la piattaforma, che però la Regione difende perché è una sua creazione. E noi siamo nel mezzo di un rimpallo di responsabilità”.
(da agenzie)

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MELONI NELLA RETE DI SALVINI: L’ATTACCO DELLA LEGA AL QUIRINALE PER IL RICHIAMO SUL DDL CONCORRENZA COSTRINGE LA DUCETTA A RINCORRERE IL CAPITONE, COME GIÀ SUCCESSO CON IL MES, PER NON PERDERE CONSENSI NEL CAMPO SOVRANISTA

Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

“IO SONO GIORGIA” VORREBBE EVITARE UN NUOVO DEFLAGRANTE SCONTRO CON BRUXELLES. MA TRATTERÀ CON LA COMMISSIONE UE SOLO SE IL CARROCCIO PROMETTE DI NON METTERE I BASTONI TRA LE RUOTE

Il vero messaggio di Capodanno al governo Sergio Mattarella lo invia per lettera. Sulle concessioni agli ambulanti contenute nella legge sulla Concorrenza il Capo dello Stato infligge uno schiaffo morale al governo Meloni, ravvisando «rilevanti perplessità di ordine costituzionale».
Un rilievo che ricalca quello esplicitato il 24 febbraio scorso, quando firmò la legge per le concessioni ai balneari accompagnandola però con un richiamo scritto. Anno nuovo, stessa storia. Medesima chiusura del governo, che difende con questi provvedimenti i suoi feudi elettorali. Lo scontro ora è sull’occupazione del demanio pubblico. Mattarella però non ci sta: «I criteri generali per il rilascio di nuove concessioni appaiono restrittivi della concorrenza in entrata e favoriscono, in contrasto con le regole europee, i concessionari uscenti», mette nero su bianco in una lunga e articolata nota.
Va in scena la replica dell’ennesima tensione Colle-governo sull’Europa. La destra pensa alla bottega elettorale. Il Quirinale chiede il rispetto delle regole. La destra ignora ogni consiglio. Non è un caso che ieri la Lega abbia reagito in maniera muscolare: «Siamo impegnati, anche in questi giorni, per garantire diritti e futuro alle migliaia di lavoratori e imprenditori del commercio ambulante e del settore balneare. Non ci arrendiamo a chi, nel nome dell’Europa, ha provato a svendere lavoro e sacrifici di migliaia di italiani», si legge in una nota diramata poco dopo la diffusione della lettera del Colle.
Non meno dura la reazione di Fabrizio Licordari, il presidente di Assobalneari Confindustria: «Sorprende davvero che il Quirinale, con tutti i problemi che attanagliano il Paese, non pochi, trovi il tempo per porre la sua attenzione sulla questione delle concessioni del commercio ambulante».
Ora al Quirinale si aspettano, «a breve», una modifica. Ovvero «ulteriori iniziative di governo e Parlamento». Giorgia Meloni e Matteo Salvini gli daranno finalmente retta, o faranno orecchie da mercante facendo prevalere l’istinto sovranista, come è avvenuto fin qui per i balneari? La reazione della Lega è già una risposta.
Se c’è un dettaglio che preoccupa Giorgia Meloni, forse ancora di più del già durissimo intervento di Sergio Mattarella su ambulanti e balneari, è la nota con cui la Lega ha stroncato la sortita del presidente della Repubblica. Una critica aspra al Colle, quasi sfrontata. Una sfida al Quirinale e alla Commissione europea. Il rischio, assai concreto, è che su questo terreno si consumi un nuovo deflagrante scontro con Bruxelles. Ordito, ormai è uno schema consolidato, da Matteo Salvini. E subìto dalla premier.
In quel passaggio dell’alleato, Palazzo Chigi ha intravisto lo stesso, pericolosissimo copione già seguito sul Mes: il segretario del Carroccio che cavalca la pancia della destra, Meloni che lo asseconda per non perdere consenso nel mondo sovranista, lo strappo finale con Bruxelles.
Stavolta, però, la leader vorrebbe evitare nuove tensioni. Preferirebbe trovare un compromesso. Ma lo farà, dando mandato a Raffaele Fitto di siglare un’intesa che porti ad archiviare la rischiosissima procedura d’infrazione (e magari a garantire almeno un po’ i titolari storici degli stabilimenti), soltanto se riuscirà a siglare prima un patto politico con il vicepremier leghista.
Senza una tregua interna alla maggioranza, accetterà il rischio della procedura europea. Perché non intende consegnare all’alleato la bandiera della protesta. Il tempo stringe. E le parole di Mattarella non fanno altro che ricordarlo.
Una mossa, quella del Quirinale, che forse dimostra anche che lo strappo sul Salva Stati ha aperto una ferita tra i vertici delle istituzioni. Ma come detto la partita è soprattutto nel cuore della maggioranza. Già nel corso dell’ultimo Consiglio dei ministri Raffaele Fitto aveva stoppato la richiesta di Salvini di una proroga di sei mesi della mappatura delle spiagge, perché sarebbe stata interpretata come uno schiaffo alla Commissione, oltre che come una tattica dilatoria
La risposta italiana agli appunti europei dovrà essere fornita entro la metà del mese. In assenza di una replica esaustiva, la procedura andrà avanti. E potrebbe determinare sanzioni economiche pesanti per il Paese. Ecco perché Fitto ha già avuto modo di spiegare al resto del governo la sua posizione, che può sintetizzarsi così: scrivere al meglio con la Commissione una norma che permetta di evitare la procedura e fornisca alcune tutele ai balneari
Anche perché, è stata la linea illustrata anche a Salvini, i comuni continuano a procedere in autonomia i bandi di gara per gli stabilimenti. E nel frattempo la magistratura potrebbe disapplicare le regole traballanti sancite dall’esecutivo. Una tendenza destinata ad aumentare, come il caos che ne scaturirebbe. E che, soprattutto, potrebbe danneggiare ancora di più i gestori, che alla fine vedrebbero scadere le concessioni senza poter vantare alcuna tutela. Una bomba, anche in termini di consenso. Che Meloni vuole affrontare affidando a Fitto il compito della mediazione.
Ma, come detto, soltanto a patto che Salvini assicuri copertura politica all’operazione. E d’altra parte, è lo stesso ministro degli Affari europei ad aver espresso disponibilità a trattare in Europa, ma soltanto con la garanzia di un pieno mandato da parte della Lega.
Non intende insomma ritrovarsi nella condizione di Giancarlo Giorgetti, sconfessato sempre da Salvini sul Salva Stati, dato in pasto all’ira dei colleghi europei, indebolito. Senza intesa nella maggioranza, insomma, toccherà al ministro leghista, titolare di una fetta rilevante del dossier, gestire la partita con la Commissione. Libero di prorogare le concessioni e di scegliere lo scontro con Von der Leyen. Di certo, l’attacco frontale del ministro dei Trasporti a Mattarella non promette nulla di buono.
(da La Repubblica)

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DIETRO IL MASSICCIO ATTACCO RUSSO NEI CONFRONTI DELL’UCRAINA C’E’ L’ESIBIZIONE DI FORZA DI PUTIN E LA NECESSITA’ DA PARTE DI “MAD VLAD” DI CONSOLIDARE IL CONSENSO INTERNO

Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

SOLO METÀ DEI RUSSI APPOGGIA LA SUA GUERRA CHE COSTA UN MILIARDO DI EURO AL GIORNO: CRESCONO I PACIFISTI E MONTA LA RABBIA DELLE MOGLI DEI RISERVISTI

Insalata russa e missili. Vladimir Putin sta offrendo ai russi il menù di Capodanno che preferiscono, l’unico che sa cucinare: alle cene degli avanzi dell’interminabile ponte festivo, tra uno sguardo a qualche concertone pop – dal quale sono state cautamente censurate prima le star contrarie alla guerra, e ora anche quelle leali, ma colte in festini troppo disinibiti per la rigida morale del dittatore – e vecchie commedie sovietiche, lo spettacolo dei razzi sparati dall’aviazione russa contro le città ucraine dovrebbe riempire gli spettatori di patriottico orgoglio.
Un orgoglio che tra due mesi saranno chiamati a trasformare in un voto per Putin, in procinto di farsi riconfermare per un quinto mandato al Cremlino, che ai russi promette esattamente quello che offriva alle sue prime elezioni, 24 anni fa: la guerra.
Ciascuno tende a ripetere il trucco che gli riesce meglio, e con le bombe il presidente russo sta cercando di mettere a tacere tutto: le voci sulla sua malattia o addirittura morte, sui suoi sosia, sui suoi figli illegittimi, sulle sue barche ormeggiate in Liguria, i pettegolezzi sui complotti nel suo cerchio magico e i rimpianti sulla rivolta fallita dei Wagner di Evgeny Prigozhin. Sta cercando di silenziare la rabbia delle mogli dei riservisti, richiamati al fronte 15 mesi fa senza speranza di tornare a casa e dei soldati che non possono pagare mazzette per evitare le trincee. Sta attaccando quei russi – pochissimi, ma coraggiosi – che si ostinano, nonostante il pericolo, a portare i fiori ai monumenti ucraini in segno di condoglianze – criptate, ufficialmente proibite – per le vittime dei bombardamenti russi dell’Ucraina.
Ma, soprattutto, Putin sta cercando di consolidare quei russi che, secondo i sondaggi, appoggiano al 52% la sua «operazione militare speciale» in Ucraina, e al 70% la sua interruzione e l’apertura di negoziati con Kyiv, quel «partito del silenzio» che la sociologa Elena Koneva definisce in una intervista a Radio Svodoba come «ambivalente», ma accomunato dal desiderio di tornare a una vita pacifica.
Non c’è alcun altro senso nell’improvvisa intensificazione degli attacchi russi, nei giorni della festa più amata dagli ex sovietici, dopo mesi in cui il comando di Mosca aveva messo da parte missili, bombe e droni, per battere tutti i record e far precipitare l’Ucraina in un inferno.
Il senso militare dell’operazione appare prossimo allo zero: i Patriot e gli altri sistemi di contraerea forniti dagli occidentali hanno abbattuto la maggior parte dei razzi russi, che non sono riusciti nemmeno ad arrecare un danno grave alle infrastrutture civili. A differenza di un anno fa, gli ucraini rimangono con la luce e il riscaldamento, grazie alla loro incredibile resilienza e agli aiuti del mondo intero. Il senso politico è semmai controproducente per Putin: nulla guarisce meglio le divisioni di un nemico comune, e la società ucraina che si avviava a entrare nel 2024 con un fardello crescente di dubbi, scoraggiamento, dolore, depressione e sfiducia, ha recuperato sotto la pioggia di bombe russe la rabbia e la solidarietà fieramente combattiva di due anni fa.
Il senso diplomatico è l’opposto di quanto il Cremlino sperava: cancellerie e opinioni pubbliche occidentali stanno mettendo da parte la famosa «stanchezza della guerra», che alla vigilia di Capodanno riempiva i titoli dei giornali. I commentatori ed esperti che soltanto una settimana fa ipotizzavano – chi con rassegnazione, chi con profondo allarme – il rischio di dover scendere a compromessi con Putin, ora constatano – chi con delusione, chi con sollievo – l’impossibilità di un negoziato di tregua con un leader che riempie il suo arsenale appositamente per bombardare le sue vittime a Capodanno.
È la visione del mondo putiniana, e putinista, quella che dopo due anni di invasione dell’Ucraina l’Occidente stenta ancora a volte a comprendere, cercando una logica razionale in quello che è un principio semplice e diretto come un missile. Volodymyr Zelensky prova a spiegarlo nella sua intervista all’Economist: «Putin è un animale, fiuta il sangue», colpisce dove sospetta una debolezza per mostrare la sua forza. In un Paese che, con gli zar come con i comunisti sovietici, per tradizione equipara la forza alle armi e considera la guerra la massima manifestazione di potenza, bombardare i vicini non è un orrore, non è nemmeno un errore.
Non è un caso che il leader russo non solo non nega più di colpire le città ucraine, ma se ne vanta, e promette di «aumentare gli attacchi». E non è un caso che lo faccia proprio nel giorno in cui la Russia assume la presidenza dei Brics, e in cui l’organizzazione si allarga a nuovi membri, tra cui alleati di Mosca come l’Iran e l’Egitto: uno sfoggio di “forza” con il quale il Cremlino forse spera di fare colpo sul “Sud globale”.
(da la Stampa )

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LA STANCHEZZA E LA VILTA’ SULL’UCRAINA

Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

I BUONI BORGHESI SI SONO “STANCATI” DI AIUTARE L’UCRAINA, COME PREVEDIBILE: SANNO SOLO PENSARE AI CAZZI PROPRI (FINO A CHE NON TOCCHERA’ A LORO)

Diciamo la verità, non c’è voluto molto, neppure un gran coraggio, a scommettere a suo tempo contro l’Occidente.
Tanto meno c’è stato bisogno di un gran fiuto politico a prevedere che, passato il primo momento di emozione e di entusiasmo, le opinioni pubbliche dei Paesi della Nato e i rispettivi governi si sarebbero più o meno rapidamente stancati di aiutare l’Ucraina a resistere all’invasione russa.
A prevedere che ci saremmo stancati di gettare miliardi nella fornace di una guerra apparentemente così lontana da noi, sottraendoli alle necessità del nostro livello di consumi e di benessere. Che ci saremmo stancati di metterci contro mezzo mondo rischiando anche i nostri affari pur di non accettare che cambiassero padrone alcuni territori lontani che nessuno di noi neppure sapeva dove fossero.
Facile prevedere che noi europei sempre così amanti della «pace» e dell’«amicizia dei popoli», prima o poi ci saremmo stufati di dover dire di sì alle continue richieste dal tono vagamente ricattatorio di sempre nuovi soldi e nuove armi avanzate da un bizzarro personaggio in maglietta verde che sembrava considerarci quasi una sorta di bancomat a sua disposizione. Insomma va bene la questione di principio, l’aggressione che non deve pagare e tutto il resto: ma si può andare in malora solo per una questione di principio?
Eppure c’è un che di maramaldesco e vorrei aggiungere di impudico nel tono compiaciuto di tutti quelli che adesso a proposito di quella guerra dicono e scrivono: ve l’avevamo detto che era meglio lasciar perdere, che l’impegno richiesto era troppo superiore alle nostre, o meglio vostre, capacità e volontà. È il tono da Maramaldo di chi non nasconde la propria soddisfazione perché alla fine ha vinto il più forte, ed è l’impudicizia di chi è tutto contento per la conferma che alla fine tra gli esseri umani la viltà ha sempre la meglio: in questo caso – vogliamo dirlo ? – la nostra viltà.
(da Il Corriere della Sera)

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L’ARSENALE A CASA DI POZZOLO. PERCHE’ AVEVA AVUTO IL PORTO D’ARMI: CHE FINE RISCHIANO DI FARE LE SUE PISTOLE E FUCILI

Gennaio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

IL DEPUTATO AVEVA ALTRE SEI ARMI

Finora l’unica arma sequestrata al deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo è la mini-revolver del caso di Capodanno. Ma ora che la prefettura di Biella ha avviato l’iter per il ritiro del porto d’armi, il parlamentare rischia di dover dire addio a tutto il suo arsenale, dopo la rinuncia alla North American arms LR22. Pozzolo aveva chiesto e ottenuto il porto d’armi per difesa personale, secondo La Stampa dopo le sue posizioni in difesa della resistenza iraniana.
Concesso dalla questura di Vercelli, il permesso consentiva a Pozzolo di usare pistole e fucili nei campi di tiro nazionali. Dopo il trasferimento di residenza in provincia di Biella, a Campiglia Cervo, il provvedimento di revoca è partito dalla prefettura competente biellese.
L’iter per la revoca del porto d’armi
Dopo l’apertura dell’indagine per lo sparo dalla sua pistola la notte di Capodanno, quando è rimasto ferito un 31enne genero di un uomo della scorta del sottosegretario Andrea Delmastro, sono partiti i controlli sulle armi regolarmente registrate da Pozzolo.
In casa il deputato ha altre sei armi, tra pistole e fucili. Per queste il sequestro non sarà immediato. Pozzolo può opporsi alla revoca del porto d’armi entro una settimana, presentando le proprie controdeduzioni prima che il provvedimento del prefetto sarà effettivo e faccia scattare il ritiro. A quel punto però non ci sarà un vero e proprio sequestro, ma le forze dell’ordine prenderanno in consegna le sei armi.
A quel punto Pozzolo avrà altri sessanta giorni per fare eventuale ricorso al Tar, altrimenti tre mesi nel caso volesse fare ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. Nel caso in cui i suoi ricorsi dovessero essere rigettati, il deputato dovrà decidere se far rottamare le sue pistole e fucili o cederle a un suo conoscente, sempre che abbia il porto d’armi adeguato per detenerle legalmente.
(da Open)

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